-- «Lo giudico anche da ciò che vale assai più, dallo spirito che lo
anima».
-- «Sta bene; ma dimmi, Malluch, questa sua idea di vendetta a che tende
essa? Ha egli di mira solo i pochi che lo offesero o comprende egli
anche la massa? -- e poi non sarebbe questo desiderio di vendetta il
sogno transitorio d'un ragazzo sensibile anziché il fermo proposito
d'una irremovibile volontà? Sai bene, Malluch, che l'idea di vendetta,
se è un semplice parto del pensiero, altro non è che una bolla di
sapone, mentre, la vera passione, è una malattia del cuore, che
da quello sale sino al cervello, e che dell'uno e dell'altro si
nutre.» --
Fu qui che per la prima volta Simonide diede segni di agitazione,
parlando rapidamente e colla vivacità che doma la convinzione.
-- «Mio buon padrone,» -- rispose Malluch, -- «una delle ragioni che mi
convinsero essere il giovane un Ebreo, fu precisamente l'intensità
del suo odio. M'accorsi ch'egli stava in guardia, il che è naturale,
visto ch'egli visse tanto tempo in un ambiente così sospettoso come il
Romano, ma, malgrado la sua prudenza, due volte quell'odio gli trasparì
dagli occhi; la prima quando volle conoscere i sentimenti d'Ilderim
riguardo a Roma, poi, quando, raccontandogli la storia dello sceicco e
dell'uomo saggio, venni a dire della domanda -- «ov'è colui che è nato
Re dei Giudei?» --
Simonide trasalì e chiese avidamente:
-- «Buon Malluch, ripetemi le sue parole, le precise sue parole,
ond'io possa giudicare dell'impressione che quel mistero fece su di
lui.» --
-- «Insistette per conoscere esattamente i termini in cui era formulata
la domanda, se cioè «essere» o «nato per essere». Pareva colpito da
un'apparente differenza nelle due espressioni.» --
Simonide riprese la sua calma e continuò ad ascoltare attentamente.
-- «Allora,» -- proseguì Malluch, -- «gli spiegai il parere d'Ilderim, e
cioè che il Re edificherebbe il suo trono sopra le rovine di Roma, ed
il volto del giovane si fece di bragia mentre con voce concitata mi
domandò -- «Chi mai se non un Erode può essere Re finchè dura il dominio
di Roma?» --
-- «Che voleva egli dire?» --
-- «Che l'impero dev'essere distrutto prima che vi possa essere un nuovo
regno.» --
Simonide lasciò vagare per qualche tempo lo sguardo sulle navi
galleggianti; poco dopo congedò Malluch con queste parole: -- «Basta,
Malluch, va a mangiare ed a prepararti a far ritorno all'orto delle
Palme. Devi aiutare il giovane nella lotta alla quale egli si accinge.
Vieni da me domattina e ti darò una lettera per Ilderim,» -- poscia
soggiunse come parlando a se stesso, -- «può darsi ch'io pure mi rechi
al Circo.» --
Dopo che Malluch, scambiate le benedizioni d'uso, se ne fu andato,
Simonide trangugiò un buon sorso di latte e ne parve ristorato. Voltosi
poi ad Ester, le dichiarò che non gli occorreva altro, e l'invitò a
riprendere il solito suo posto vicino alla seggiola.
-- «Il Signore è buono con me, molto buono» -- prese egli a dire con
fervore; -- «È suo costume avvolgere i proprii atti nel mistero, ma
qualche volta egli li lascia però intravvedere. Io son vecchio, cara,
e dovrò andarmene; ma, mentre l'ultima ora si avvicina, e la mia
speranza incominciava a svanire, egli mi manda questo suo messaggero
per infondermi nuova fiducia. Io vedo spianarsi la via ad una cosa
così grande che il mondo intero ne emergerà come rinato a nuova vita.
Sì, sì, ben veggo ora per quale ragione speciale io fui favorito di
tante ricchezze, e quale è lo scopo cui esse sono destinate. In verità,
figliuola mia, un nuovo soffio di vita è entrato in me.» --
Ester gli si strinse più dappresso come per frenare quel divagamento
della mente.
-- «Il Re è nato» -- continuò egli, -- «ed a quest'ora deve aver raggiunto
il fiore della virilità. Balthasar disse ch'egli era un bambino in
grembo alla madre quand'egli lo vide, lo adorò e lo colmò di doni. --
Ilderim afferma che nel mese di Dicembre erano trascorsi ventisette
anni dacchè Balthasar ed i suoi compagni vennero a rifugiarsi nella
sua tenda per salvarsi da Erode; per cui l'avvento non può di molto
tardare; questa stessa notte, -- forse domani. -- Santi padri d'Israele,
quale felicità al solo pensarvi! Parmi di udire il fragore delle mura
crollanti e lo strepito dell'universale rovina -- si, e il gaudio degli
uomini acclamanti lo spalancarsi della terra per inghiottirvi Roma,
il riso ed i canti delle masse accoglienti la stupefacente novella che
Roma non è più», -- qui s'arrestò per l'eccesso della gioia esultante e
che terminò in uno scroscio di risa -- poi riprese rivolto alla figlia
-- «Che ti pare di me, Ester? devo proprio essere invaso dalla passione
dei cantori e dai fremiti di Miriam e di Davide! Nella mia mente di
lavoratore, che solo dovrebbe accogliere cifre e fatti, regna in questo
momento un frastuono di cimbali, d'arpe e di grida di gente affollata
attorno ad un trono. Basta, voglio provarmi a non pensarci più per ora,
però senti, cara mia, quando il Re verrà egli avrà bisogno di denari
e di uomini, perchè, come nato da donna, egli è al postutto un uomo, e
pertanto obbligato a seguire vie umane, come te e come me. Pel denaro
gli occorreranno procuratori e custodi e per gli uomini avrà d'uopo
di duci. Non vedi tu quale orizzonte si schiude a me ed al giovane
nostro padrone, qual messe di gloria e di vendetta ci attende, e poi,
e poi....» -- qui s'arrestò come colpito dall'egoismo d'una visione
nella quale la sua diletta figlia non aveva parte alcuna, e concluse
baciandola -- «e poi, qual messe di felicità per la figlia di tua
madre!» --
Essa non disse una parola. Allora il vecchio si risovvenne della
diversità della loro natura e della legge per la quale ciò che è causa
di gioia o di timore per gli uni non sempre lo è per gli altri. -- La
sua compagna non era che una fanciulla.
-- «A che pensi Ester?» -- le chiese riprendendo il tono di voce che
gli era abituale. -- «Qualunque sia il tuo desiderio, dimmelo finchè
è ancora in mia facoltà di appagarlo -- il potere nostro lo sai, è
incostante. Domani può essere troppo tardi.» --
Essa gli rispose con ingenuità quasi infantile:
-- «Mandalo a chiamare, padre. Manda questa stessa notte, non lasciarlo
andare al Circo!» --
-- «Ah!» -- sospirò il padre, e di nuovo percorse collo sguardo il fiume
ormai debolmente rischiarato dalle stelle, essendosi la luna nascosta
dietro il monte Sulpio.
Dobbiamo dirlo, lettore? Un'acre gelosia rodeva Simonide. Ch'essa già
amasse il giovane padrone? no, ciò non poteva essere, ell'era troppo
giovane! Ciononostante non gli riusciva di liberarsi da quell'idea che
continuava a pungerlo. La ragazza aveva sedici anni. Egli lo ricordava
bene. L'ultimo anniversario della sua nascita erasi recato con lei nel
quartiere ov'era una nave da varare; la bandiera gialla della nuova
nave portava il nome di Ester, e così avevano assieme festeggiato quel
giorno. Eppure in questo momento il ricordo dell'età lo sorprese come
una rivelazione. Vi sono delle realtà che si affacciano producendo
in noi un senso di tristezza come, per esempio, il fatto che andiamo
invecchiando, e, più terribile ancora, l'idea che dobbiamo morire. Fu
appunto una riflessione di questo genere che gli penetrò nel cuore e
gli strappò un sospiro, quasi un lamento. Non bastava che quella sua
idolatrata creatura, nel fiore della primavera, facesse il sacrificio
della propria libertà, ma persino il suo cuore, di cui egli conosceva
l'infinita tenerezza, doveva diventare proprietà del giovane padrone!
Il demone che ha il compito di torturarci con timori ed angustie,
ben di rado s'accontenta di fare le cose per metà. Nell'amarezza del
momento, il coraggioso vecchio si scordò dei suoi vasti disegni e del
suo Re miracoloso; riuscendo peraltro a dominare se stesso chiese con
calma apparente:
«Non lasciarlo andare al Circo, Ester! e perchè?» --
-- «Perchè non è quello il luogo per un figlio d'Israele, padre.» --
-- «Oh, mia religiosa Ester! e per nessun altro motivo?» --
Il tono indagatore della domanda penetrò profondamente nel cuore della
fanciulla e ne accelerò i battiti, così che ella ammutolì: sì sentì
indignata e nello stesso tempo invasa da una strana sensazione di
benessere.
-- «Quel giovane deve avere le ricchezze» -- fece Simonide prendendole la
mano parlandole con crescente tenerezza -- «egli deve avere le navi, i
denari, tutto, tutto, mia Ester. Eppure, vedi, mi parve che non sarei
rimasto povero abbandonandogli tutto, perchè mi restava il tuo affetto,
che tanto mi rammenta quello della morta mia Rachele. Dimmi, figlia
mia, dovrà egli avere anche quello?» --
Essa si chinò su di lui e tacque.
-- «Parla, Ester. Sono forte sai. Parla, è meglio ch'io lo
sappia.» --
Essa allora rialzò il capo e pronunciò solennemente queste parole: --
«Padre, confortati. Io non ti abbandonerò mai; quand'anche io avessi ad
amarlo, sarò sempre, come ora, la tua ancella.» --
E chinandosi sopra di lui, lo baciò.
-- «Sì» -- ella continuò. -- «Egli parve bello ai miei occhi; la sua
voce supplichevole toccò la mia pietà; ed io fremo quando penso che
un pericolo, lo minaccia. Lo rivedrei volentieri. Ma, padre, l'amore
che non è corrisposto non è amore perfetto, e quindi attenderò con
pazienza, ricordandomi ch'io sono figlia tua e di mia madre.» --
-- «Una benedizione del Signore, sei tu, Ester! Una benedizione che mi
renderebbe ricco, quand'anche tutta la mia fortuna andasse perduta.
Iddio ti protegga o mia figlia.» --
Un po' più tardi, dietro suo ordine, un domestico spinse la sua
poltrona nuovamente nella stanza, dov'egli restò a lungo nella penombra
crepuscolare pensando all'avvento del Re, mentre essa si ritirò nella
sua camera a dormirvi il sonno degli innocenti.
CAPITOLO XII.
Il palazzo che fronteggiava la casa di Simonide dall'altra parte del
fiume, si dice fosse stato costruito dal celebre Epifanio, architetto
cresciuto alla scuola dei Persiani, non dei Greci, ed amante più del
colossale che del classico. Un grande muro circondava l'isola e serviva
al doppio scopo di proteggerla contro l'inondazione del fiume e contro
gli assalti della popolazione. Ciò nonostante, i legati la avevano
abbandonato quale residenza allegando l'insalubrità dell'aria in quel
punto, e s'erano costruiti un altro palazzo sul fianco occidentale
del monte Sulpio. Non mancarono i maligni che attribuirono questo
sgombero non a ragioni igieniche, ma alla maggior sicurezza che offriva
ai governatori Romani la vicinanza delle grandi caserme o cittadelle
sorgenti sul pendio orientale del monte. Il sospetto era abbastanza
ragionevole. La pretesa insalubrità del palazzo sopra l'isola, non
impediva di fatti che esso fosse tenuto in perfetto ordine, e quando
un console, generale d'esercito, Re o principe forestiero, visitava
Antiochia, che lo si ospitasse nelle sue sale.
Era un labirinto di giardini, bagni, atrii, stanze, padiglioni, tutti
splendidamente adorni ed adobbati, come si conveniva alla residenza
principesca della prima città d'oriente; ma siccome noi non abbiamo da
fare che con una sola delle sue stanze, lasciamo la particolareggiata
descrizione del palazzo alla fervida immaginazione del lettore.
L'appartamento in cui ci portiamo era un'ampia sala, pavimentata di
marmo lucente, e illuminata, di giorno, da ampie finestre nelle quali
lastre di mica colorate servivano da vetri: alle pareti una serie di
cariatidi, rappresentanti giganti in diversi atteggiamenti di dolorosa
fatica, portavano una cornice arabescata, sopra la quale spiccava la
volta dipinta a vari colori -- azzurro, verde, porpora di Siro ed oro.
Intorno alla sala correva un divano, coperto di sete indiane e di
scialli del Cachemir. Il mobiglio era costituito da alcuni tavoli e
sgabelli di foggia Egiziana, grottescamente intagliati.
Noi abbiamo lasciato Simonide, nella sua poltrona, rivolgendo disegni
per aiutare il re miracoloso, il cui avvento credeva vicino. Ester
dorme. Abbandonando quella tranquilla dimora, attraversiamo il fiume
e oltrepassando gli scolpiti leoni a guardia della porta, ed altri
innumerevoli atrii e cortili babilonesi, penetriamo nella sala che
abbiamo descritta.
Cinque candelieri pendono dal soffitto, attaccati a catene di bronzo,
una per ciascun angolo, e il quinto nel mezzo, immense piramidi di
luce, che illuminano anche i volti degli Atlanti e gli arabeschi del
cornicione. Intorno ai tavoli, in piedi, o seduti, o movendo irrequieti
da gruppo a gruppo, sono raccolte circa cento persone che dobbiamo
esaminare con una certa attenzione.
Sono tutti giovani, alcuni quasi ragazzi, Italiani di nascita, quasi
tutti Romani di nazionalità. Parlano l'idioma latino in tutta la sua
purezza, e indossano abiti tagliati secondo l'ultima foggia tiberina;
cioè tuniche corte di manica e appena scendenti oltre il ginocchio.
Sui divani e sopra gli sgabelli giacciono le toghe e le -lacernae-,
di cui si sono spogliati in causa del caldo; alcune di esse listate
dell'ambita porpora. Sopra i divani sono distesi anche alcuni corpi
addormentati, vinti dal sonno o dai fumi di Bacco.
Il vocìo è alto e continuo, qualche volta interrotto da scoppi di risa,
o da un grido di rabbia o di tripudio; ma sopra tutti gli altri suoni
prevale lo strepito secco dei dadi o -tesserae-, d'avorio, agitati nei
bossoli e gettati rumorosamente sui tavoli, o delle pedine, -hostes-,
mosse sullo scacchiere.
Di chi è formata la società?
-- «Buon Flavio» -- dice un giuocatore tenendo sospeso il suo pezzo --
«vedi tu quella -lucerna- là sul divano? è appena uscita dalle mani del
sarto, e la fibbia ne è d'oro massiccio.» --
-- «E poi?» -- chiese Flavio, intento al suo giuoco. Ne ho viste altre
consimili. Che vuoi dire?» --
«Nulla. Io la darei volentieri in cambio di un uomo che sapesse ogni
cosa.» --
-- «Un bel cambio davvero. Ma giuoca....» --
-- «Ecco, partita.» --
-- «È vero per Giove! Ancora? --
-- «Volentieri.» --
-- «E la posta?»
-- «Un sesterzio.» --
Estrassero le loro tavolette e con uno stilo notarono la scommessa, e
mentre rimettevano a posto i pezzi, Flavio ritornò sull'osservazione
dell'amico:
-- «Un uomo che sappia ogni cosa! -Hercle!- gli oracoli morirebbero di
fame. Che cosa vorresti fare di un simile miracolo?» --
-- «Fargli rispondere a una sola domanda, mio Flavio; poi buttarlo nel
fiume.» --
-- «E la domanda?» --
-- «Vorrei che mi dicesse l'ora e il minuto in cui arriverà domani il
console Massenzio.» --
-- «Ottimo, ottimo! e perchè anche il minuto?» --
-- «Hai tu mai provato a startene a capo scoperto sotto la sferza del
sole Siriaco, sul molo, aspettando; i fuochi di Vesta sono tiepidi
al paragone; e, per Giove Statore, se debbo morire, preferisco di
morire a Roma. Questo è un inferno; là, stando in mezzo al Foro, con
la mano tesa così, mi parrebbe di toccare la volta degli Dei. Ah, per
Venere, mio Flavio, ho parlato troppo. -- Ho perduto di nuovo, o cattiva
Fortuna!»
-- «Ancora?» --
-- «Naturalmente. Devo riconquistare il mio sesterzio.» --
-- «Sia.» --
I due continuarono a giuocare, finchè la luce del giorno che sorgeva
cominciò a fare impallidire il chiarore delle candele.
Come la maggior parte della compagnia, essi erano degli -attachés-
militari al servizio del console, di cui attendevano la venuta.
Durante questa conversazione un nuovo gruppo era entrato nella stanza,
e dapprima inosservato, si avvicinò al tavolo di mezzo.
I suoi componenti portavano traccie di aver passato la notte a
banchetto. Alcuni si reggevano a stento sulle gambe.
Intorno alle tempia del loro duce pendeva una ghirlanda che lo indicava
come anfitrione della festa trascorsa. In questi il vino non aveva
fatto impressione, se non fosse per aumentare la rara bellezza del suo
volto, del più puro tipo Romano.
Camminava a testa alta: il sangue gli imporporava le labbra e le gote;
gli occhi scintillavano, e dalle pieghe della candida toga e da tutto
il portamento della persona spirava un'aura regale.
Nell'avvicinarsi al tavolo si fece largo fra la folla, spingendo
a destra e sinistra chi gli ingombrava il cammino, con la massima
noncuranza e senza chiedere scusa; quando finalmente si arrestò
chinandosi sopra i giuocatori, tutti si voltarono a lui con un grido
altissimo:
-- «Messala! Messala!» --
I più lontani fecero eco a quel grido. I gruppi si sciolsero, tavoli e
giuochi furono abbandonati, e tutti fecero circolo intorno a lui.
Messala accolse questa dimostrazione con la massima indifferenza, e
procedette immediatamente a dare un saggio dei metodi che gli avevano
acquistata tanta popolarità.
-- «Salute, a te, Druso, mio amico,» disse ad un giuocatore alla sua
destra. -- «Salute, e dammi un momento le tue tavolette.» --
Guardò la superficie cerata delle tavolette, e le annotazioni di
giuoco, poi le buttò sdegnosamente sul tavolo.
-- «Denarii, soltanto denarii, -- la moneta dei carrettieri e dei
beccai!» -- disse con un riso di disprezzo. -- «Per l'ebbra Semele, come
è decaduta Roma, se un Cesare passa le sue notti pregando la Fortuna
che gli conceda di vincere un denario!» --
Il discendente dei Drusi arrossì fino ai capelli, ma gli spettatori
coprirono la sua voce, stringendosi intorno al tavolo con grida di:
«Messala, Messala!» --
-- «Uomini del Tevere» -- continuò Messala, -- «strappando un bossolo di
dadi dalle mani di un giuocatore.» -- «Chi è il più favorito dagli Dei?
Il Romano. Chi è il legislatore delle nazioni? Il Romano. Chi è, per
diritto di spada, il padrone del mondo?» --
La compagnia era facilmente esaltata, e il pensiero di supremazia
espresso da Messala era loro famigliare fin dalla nascita. Esclamarono
in coro:
-- «Il Romano, il Romano!» --
-- «Eppure, eppure, vi è qualche cosa di superiore al Romano.» --
Il patrizio scosse il capo e, dopo una pausa studiata, ripetè con
ischerno:
-- «Avete udito? Vi è qualcuno più grande del miglior Romano.» --
-- «Ercole!» esclamò uno.
-- «Bacco!» -- gridò un altro.
-- «Giove, Giove!» -- tuonò la folla.
-- «No,» -- disse Messala, -- «parlo di uomini.» --
-- «Il nome, il nome!» -- essi chiesero.
-- «Lo dirò,» disse: -- «È colui che alla perfezione di Roma ha aggiunto
la perfezione dell'Oriente; è colui che al braccio del conquistatore sa
sposare l'arte di godere.» --
-- «-Per Pol!- Dopo tutto egli è un Romano ancora!» -- esclamò uno. Vi fu
uno scroscio d'applauso, e Messala continuò:
-- «Nell'oriente, non abbiamo divinità: imperano solo Bacco, Venere e
Fortuna, e la maggiore di esse è la Fortuna. Donde il nostro motto: Chi
osa ciò che io oso?
Parole degne del Senato, degne della battaglia, degne massimamente di
chi come me cerca il meglio e non teme, sfidandolo, il peggio.» --
La sua voce da declamatoria si fece più bassa e famigliare, senza
perdere il conquistato ascendente.
-- «Nella cassa forte della cittadella io tengo cinque talenti. Eccone
le ricevute.» --
Dal seno della sua tunica estrasse un rotolo, e, gettandolo sul tavolo,
proseguì fra religioso silenzio, bersaglio di tutti gli sguardi della
sala.
-- «Quella somma vi darà la misura di quanto io osi. Chi osa
altrettanto? Silenzio! La posta è troppo grande? Ritirerò un talento.
Che! Tutti muti? Andiamo: Tre talenti, solo tre; due, uno, -- uno
almeno, uno solo per l'onore del fiume sulle cui sponde siete nati!
La Roma d'Oriente sfida la Roma d'Occidente. Suvvia: Il barbaro Oronte
contro il sacro Tevere!» --
Agitò i dadi, aspettando.
-- «L'Oronte contro il Tevere» -- ripetè con enfasi sprezzante.
Nessuno si mosse. Allora buttò il bossolo per terra, e, ridendo,
raccolse le sue ricevute.
-- «Ah, ah! Per Giove Olimpico. Ora so che siete venuti a cercar fortuna
in Antiochia, Cecilio!» --
-- «Son qui Messala!» -- gridò un uomo dietro di lui. -- «Sono qui, che
muoio fra la folla, cercando la elemosina di un -dramma- pel barcaiuolo
d'Averno. Ma per Plutone, questi uomini nuovi non posseggono un obolo
fra tutti.» --
La sortita provocò uno scoppio di risa. Solo Messala non vi si unì, ma
disse con gravità:
-- «Va, Cecilio, nella stanza donde venimmo, ed ordina ai domestici di
portar qui le anfore e le tazze. Se questi nostri compatrioti pezzenti
di Siria non hanno denari, voglio almeno vedere se posseggono una gola.
Spicciati.» --
Poi si volse a Druso, con una risata che echeggiò per la stanza.
-- «Ah, ah, mio amico! Non ti offendere se abbassai Cesare al livello
di un denario. Lo feci per svergognare questi aquilotti della nostra
vecchia Roma. Vieni, Druso, vieni!» -- Raccolse il bossolo ed agitò
allegramente i dadi.
-- «Per che posta giuochiamo?» --
Il modo era franco, cordiale, seducente. Druso cedette immediatamente.
-- «Per le Ninfe, sì; accetto!» -- esclamò ridendo.
-- «Io giuocherò con te, Messala, -- per un denario.» --
Un giovinetto dal volto quasi infantile osservava la scena da un capo
del tavolo. Improvvisamente Messala si volse a lui:
-- «Chi sei?» -- gli chiese.
Il giovine si ritrasse timidamente.
-- «No, per Castore, no! Non intesi di offenderti. Ho bisogno d'un
segretario che tenga nota delle mie scommesse. Vuoi servirmi?» --
Il giovine tirò fuori le sue tavolette e si avvicinò prontamente a
Messala.
-- «Fermati, Messala, fermati!» -- esclamò Druso. -- «Io non so se porti
sfortuna arrestare i dadi con una domanda; ma mi è balenato un'idea
e devo comunicartela quand'anche Venere mi frustasse con la sua
cintura.» --
-- «No, mio Druso; quando Venere si toglie la cintura, è Venere
amorosa.» --
-- «Ma la tua domanda. -- Aspetta che getti, avvenga ciò che deve
avvenire. Così.» --
Rovesciò il bossolo sul tavolo e lo tenne fermo sopra i dadi.
Druso chiese: -- «Hai tu mai veduto un tale Quinto Arrio?» --
-- «Il duumviro?» --
-- «No, suo figlio.» --
-- «Non sapeva che avesse un figlio.» --
-- «Bene, non importa,» -- soggiunse Druso; -- «soltanto sappi che questo
Arrio ti assomiglia come Castore a Polluce.» --
L'osservazione scatenò una tempesta di conferme.
-- «È vero, è vero! I suoi occhi e il suo viso,» -- gridarono.
-- «Che?» insinuò uno con disprezzo. -- «Messala è Romano; Arrio è un
Ebreo.» --
-- «Hai ragione» -- esclamò un terzo. -- «Egli è Ebreo.» --
Messala interruppe la disputa che stava per sorgere.
-- «Il vero non è ancor giunto, mio Druso; e come vedi, tengo la Fortuna
pei capelli. Quanto ad Arrio, accetterò il tuo parere, purchè tu mi dia
qualche altro particolare su di lui.» --
-- «Ebreo o Romano -- pel grande dio Pane, senza mancarti di rispetto, o
Messala! -- questo Arrio è bello, coraggioso e sagace. L'imperatore gli
offrì il suo favore, ed egli lo rifiutò. Un'aria di mistero lo circonda
ed egli si tiene lontano dagli altri come se si stimasse superiore o
nemmeno di essi. Nelle palestre non aveva rivali; scherzava coi giganti
del Reno e coi tori della Sarmazia come fossero balocchi. Il duumviro
lo lasciò erede di una sostanza colossale. La sua passione è quella
delle armi, e non pensa che alla guerra.
Massenzio lo accolse nella sua famiglia e doveva arrivare insieme a
noi, ma lo perdemmo di vista a Ravenna. Ciò non ostante è arrivato.
Ne udimmo parlare stamattina. -Per Pol!- Invece di venire al palazzo o
presentarsi alla cittadella, ha lasciato i suoi bagagli ad un Khan ed è
sparito nuovamente.» --
Messala aveva ascoltato il principio di questo racconto con
indifferenza cortese; ma la sua attenzione crebbe a poco a poco,
e alla conclusione tolse la mano dal bossolo e gridò: -- «Caio! mi
ascolti?» --
Un giovane al suo fianco, -- il suo Mirtilo, o compagno di cocchio della
mattina, rispose:
-- «T'ascolto, Messala, poichè ti son vicino ed amico.» --
-- «Ti ricordi dell'uomo che ti procurò quel capitombolo oggi?» --
-- «Pei riccioli di Bacco! Non dovrei ricordarmene, con una spalla
ammaccata che me ne tiene fresca la memoria?» --
-- «Allora ringrazia il Fato: ho trovato il tuo nemico. Ascolta.» --
Messala si rivolse a Druso.
-- «Dammi altri ragguagli di costui -- -Per Pol!- -- di costui che è
insieme Romano ed Ebreo, una bella combinazione davvero. Che vesti
porta, o mio Druso?» --
-- «Di foggia Ebraica.» --
-- «Lo senti, Caio? L'individuo è giovine, -- uno; ha l'aspetto di
un Romano -- due; ama vestirsi da Ebreo -- tre; nella palestra si è
guadagnato corone con la forza del braccio, di cui ha dato un saggio
col nostro cocchio -- quattro. Prosegui Druso, ed illumina maggiormente
l'amico.
Senza dubbio questo Arrio avrà una certa conoscenza di lingue,
altrimenti non potrebbe essere Ebreo oggi, domani Romano; ma l'idioma
d'Atene, lo conosce?» --
-- «Con tale purezza, Messala, che potrebbe concorrere nelle gare
Istmie.» --
-- «Mi segui, o Caio?» -- disse Messala. -- «Il tuo amico conosce il
greco, il che, secondo il mio calcolo, fa cinque. Che ne dici?» --
-- «Tu l'hai scoperto, o Messala» -- rispose Caio.
-- «Perdonami, Druso; perdonatemi tutti di parlare di enigmi e
indovinelli» -- disse Messala nel suo modo seducente. -- «Ma devo fare
ancora appello alla tua cortesia. Guarda!» -- coprì di nuovo con la
mano il bossolo dei dadi. -- «Guarda come celo i secreti della Pizia!
Tu dicevi, io credo, che un certo mistero circondi la persona di questo
Arrio. Spiegati.» --
-- «Non è nulla, Messala, nulla» -- replicò Druso -- «È quasi una
leggenda: quando il vecchio Arrio partì per combattere i pirati, non
aveva nè moglie nè figli; ritornò con un giovine, questi di cui ti
parlo -- e il giorno dopo lo adottò.» --
-- «Lo adottò?» -- ripetè Messala. -- «Per gli dei, Druso, tu stimoli
la mia curiosità. E dove trovò il duumviro questo ragazzo? E chi era
costui?» --
-- «Chi potrà risponderti meglio, o Messala, del giovine Arrio in
persona? -Per Pol!- Nella battaglia il duumviro -- allora soltanto
tribuno -- perde' la sua galera. Nella sua nave trovò lui ed un altra
persona -- i soli superstiti dell'equipaggio, -- aggrappati alla medesima
trave. Dicono che il compagno del duumviro fosse un Ebreo....» --
-- «Un Ebreo!» -- ripetè Messala.
-- «.... e uno schiavo.» --
-- «Come... Druso? Uno schiavo?» --
-- «Quando i due furono raccolti e portati sul ponte, il tribuno vestiva
la sua corazza, e l'altro indossava la tunica del rematore.» --
Messala si alzò in piedi.
-- «Un gale....» -- Non terminò la parola degradante, e guardò in volto
ai compagni, come trasognato.
In quella entrarono i servitori con fiaschi di vino, cesta di frutta
e di dolci, tazze e coppe d'argento e d'oro. Vi fu un movimento nella
folla. Messala si riebbe e, salito sopra una sedia:
-- «Uomini del Tevere» -- disse con voce squillante -- «aspettando il
console, nostro capo, non offendiamo Bacco, nostro Dio. Chi sarà il
nostro anfitrione?» --
Druso si alzò.
-- «Chi sarà nostro anfitrione se non colui che darà la festa?
Rispondete, Romani.» --
Un grido unanime rispose.
Messala prese la ghirlanda dal capo e la diede a Druso, il quale si
arrampicò sopra il tavolo, e, in vista di tutti, la ripose sul capo di
Messala, consacrandolo Re della festa.
-- «Mi accompagnarono» -- egli disse -- «alcuni amici che avevano
banchettato con me questa notte. Affinchè la nostra festa proceda
secondo i sacri riti, portatemi qui il più briaco fra loro.» --
Un clamore di voci rispose: -- «Egli è qui, egli è qui!» --
E dal pavimento dov'era caduto sollevarono un giovane di così squisita
ed effeminata bellezza che avrebbe potuto passare pel Dio del vino in
persona, soltanto che la corona gli sarebbe scivolata dal capo ed il
tirso dalle mani.
-- «Sollevatelo sopra il tavolo» -- comandò il Re.
Si constatò che non poteva stare seduto.
-- «Aiutalo, Druso, se vuoi che la bella Nione un giorno ti
aiuti.» --
Druso prese l'ebbro fra le sue braccia.
Allora Messala, in mezzo ad un religioso silenzio, così parlò
all'assopito:
-- «O Bacco! Massimo fra gli Dei, sii propizio questa notte a noi, tuoi
fedeli. Per me e per i miei compagni io appenderò questa ghirlanda» --
sollevandola riverentemente dal capo -- «io appenderò questa ghirlanda
domani al tuo altare nel Bosco di Dafne.» --
Fede un inchino, riordinò la ghirlanda sulle sue tempie, poi, alzando
il bossolo, scoprì i dadi, esclamando:
-- «Guarda, o mio Druso! Per l'asino di Sileno, il denario è mio!» --
Vi fu scroscio di applausi che fece tremar la volta e gli Atlanti che
la sorreggevano, e l'orgia incominciò.
CAPITOLO XIII.
Lo sceicco Ilderim era un personaggio di troppa importanza per
viaggiare senza un seguito degno della sua condizione di capo tribù, e
primo patriarca dei deserti ad ovest della Siria. Tale era la sua fama
fra i figli del deserto; alle popolazioni delle città era semplicemente
noto come uno dei più ricchi signori d'oriente, e ricco egli era
infatti di denari e di servitù, di cammelli, cavalli, e armenti d'ogni
genere, ch'egli amava sfoggiare con l'orgoglio fanciullesco del barbaro
orientale. Quindi il lettore non s'inganni quando lo udirà parlare
della sua tenda nell'Orto delle Palme, in verità egli vi possedeva uno
splendido -dovar-, formato da tre grandi padiglioni, -- uno per sè, uno
per gli ospiti, uno per la moglie favorita e le sue donne, -- e da una
diecina di tende minori occupate dai suoi servitori e da alcuni membri
della sua tribù, uomini di sperimentato coraggio, periti nel maneggio
della lancia e dell'arco ed eccellenti cavalieri.
A dire il vero questo apparato militare non era richiesto da alcun
pericolo che corressero i suoi beni nell'Orto delle Palme, ma le
abitudini dell'uomo erano tali da non poterne fare senza. Aumentava il
sentimento della sua dignità e nel medesimo tempo l'accertava della
sicurezza dei cammelli, cavalli e pecore pascolanti nel recinto del
-dovar-.
Ilderim era uno scrupoloso osservatore dei costumi del deserto e la sua
vita nell'Orto delle Palme era un'esatta riproduzione di quelli delle
antiche costumanze patriarcali praticate ai tempi di Israele.
Quando era arrivato la mattina precedente all'Orto, aveva arrestato il
suo cavallo e conficcato la sua lancia nel terreno come un generale che
prenda possesso della terra conquistata, dicendo: -- «Qui piantate la
mia tenda. La porta verso sud; il lago davanti, così; e sotto questi
alberi i figli del deserto potranno aspettare il tramonto.» --
A queste parole s'era avvicinato a un gruppo di palme, accarezzando uno
dei grossi tronchi come fosse il collo d'un cavallo o la guancia del
suo figliuolo favorito.
Chi, se non uno sceicco può di pieno diritto dire alla carovana: --
«Alt! Qui piantate le tende!» -- Dove la lancia era stata conficcata, fu
affondato il primo pilastro del suo padiglione. Quindi altri otto pali
furono piantati, formando in tutto tre file di tre pali ciascuna. Poi
furono chiamate le donne e i fanciulli che scaricarono il canovaccio
dai dorsi dei cammelli. Questo compito spettava alle donne. Non avevano
esse tosate le brune capre del gregge? Non avevano ridotto la lana in
filo, e il filo in tessuto, e unite le singole pezze fino a formare
tutta la grande impermeabile copertura del tetto, di color bruno, ma
che, in lontananza, sembrava nero, come le tende di Kedar? Con risa e
grida gioconde, la copertura fu distesa sopra i pali, e le estremità
furono assicurate con corde al suolo. E quando le pareti di vimini
coperte di stoffa rossa, furono collocate al loro posto -- ultima
pietra usata dall'architettura del deserto -- con quale muta ansietà
l'intero seguito dello sceicco aspettò il giudizio del grand'uomo!
Egli era entrato nella casa, l'aveva esaminata confrontandola con la
direzione del sole, degli alberi e del lago, e fregandosi le mani
aveva esclamato: -- «Bene! Terminate il dovar come sapete, e questa
sera -arrak- e miele e carne di capretto allieteranno le nostre
mense. Andate con Dio, miei figlioli, e non dimenticate i cavalli e i
cammelli. Andate!» --
Solo alcuni servitori erano rimasti per completare l'interno della
tenda. Lungo la fila dei pali di mezzo appesero una cortina, dividendo
la tenda in due appartamenti, uno sacro ad Ilderim medesimo, l'altro
pei suoi cavalli, i gioielli di Salomone, che egli stesso fece entrare
conducendoli per mano, liberandoli poi, dopo molti baci e carezze.
Intorno al palo centrale erano ordinati dei trofei d'armi e fra
le quali spiccavano lo scudo e la scimitarra del padrone, la cui
lama rivaleggiava in splendore con le gemme di cui era tempestata
l'impugnatura.
Quando ebbero portato nella stanza ed appesi i finimenti dei cavalli e
le vesti dello sceicco, questi si dichiarò soddisfatto e li licenziò.
Frattanto erano tornate le donne le quali gli apprestarono il divano
indispensabile alla sua dignità personale, quasi come la barba bianca e
fluente che gli copriva il petto. Intorno al divano stesero tappeti che
prolungarono fino all'entrata della tenda. Quindi riempirono d'acqua le
brocche e appesero le otri di -arrak- a portata di mano.
Così fu eretta la tenda dello sceicco Ilderim, presso il lago d'acqua
dolce nell'Orto delle Palme.
Noi abbiamo lasciato Ben Hur alla porta di questa tenda. Tosto ne
uscirono servitori che slacciarono i suoi sandali, e lo fecero entrare.
-- «Che tu sii il benvenuto. Siediti e riposa» -- disse il padrone di
casa con molta cordialità, e parlando il dialetto di Gerusalemme: --
«Noi abbiamo un proverbio nel deserto,» -- continuò Ilderim, passando le
dita attraverso i peli della candida barba, il quale dice che un buon
appettito è la promessa di una lunga vita. Lo conosci tu?» --
-- «Secondo questa norma, sceicco, io vivrò cento anni. Sono un lupo
affamato» -- rispose Ben Hur.
-- «Ebbene, non ti scacceremo come un lupo. Ti daremo il più tenero
boccone del gregge.» --
Ilderim battè le mani.
-- «Cerca lo straniero nella tenda degli ospiti, e digli che io,
Ilderim, gli auguro che la sua pace sia eterna come lo scorrere delle
acque.» -- Il servitore si inchinò.
-- «Digli ancora» -- continuò lo sceicco, -- «che ho condotto un amico, e
che se Balthasar il Saggio vuol dividere il nostro pane, esso basterà
per tre, e ancora ne rimarrà per gli uccelli del bosco.» --
Il servitore uscì.
-- «Ed ora riposiamoci.» --
Ilderim si accovacciò sul divano incrociando le gambe sotto di sè; poi
chiese con gravità: -- «Tu sei mio ospite, e stai per assaggiare il mio
sale; quindi mi perdonerai la domanda: Chi sei tu?» --
-- «Sceicco Ilderim,» -- disse Ben Hur, sopportando con calma lo sguardo
scrutatore dell'altro, -- «non credere che io voglia scherzare con la
tua giusta richiesta, ma dimmi, non vi fu mai un tempo nella tua vita
in cui il rispondere a una simile domanda sarebbe stato per te un
delitto?» --
-- «Per lo splendore di Salomone, sì» -- rispose Ilderim. -- «Il tradire
se stessi è talora maggior delitto che non il tradimento della propria
tribù.» --
-- «Io ti ringrazio buon sceicco!» -- esclamò Ben Hur. -- «La tua risposta
mi rivela che tu cercavi di garantirti contro le pretese di un ignoto,
e non già di indagare le vicende della mia povera vita.» --
Lo sceicco s'inchinò e Ben Hur proseguì:
-- «In primo luogo io non sono Romano, come il mio nome parrebbe
indicare.» --
Ilderim afferrò la sua barba con ambe le mani e fissò il suo compagno
con gli occhi scintillanti argutamente sotto le ciglie contratte.
-- «In secondo luogo» -- continuò Ben Hur, -- «io sono Ebreo, della tribù
di Giuda.» --
La sceicco alzò un poco le ciglia.
-- «E non basta. Sceicco, io sono un Ebreo, a cui i Romani hanno fatto
un torto, a petto del quale il tuo è un dispetto da fanciulli.» --
Il vecchio si tirava la barba con velocità nervosa, e gli occhi
sembravano chiusi.
-- «Ancora: io giuro a te, Ilderim sceicco, io giuro sul Patto che Dio
strinse coi miei padri, che se tu mi darai la vendetta che io cerco,
l'oro e la gloria saranno interamente per te.» --
Ilderim aperse gli occhi, sollevò la testa, sorrise. La soddisfazione
gli si leggeva in ogni tratto del volto.
-- «Basta!» -- egli disse. -- «Se nelle parole dette dalla tua lingua
si nasconde una menzogna, nemmeno Salomone la potrebbe scovare. Io
credo che tu non sia Romano e che, quale Ebreo, abbia un torto da
vendicare sopra i Romani, e su questo punto basta. Ma quanto alla
tua destrezza? Quale esperienza hai tu nelle gare dei cocchi? E i
cavalli -- puoi piegarli al tuo volere, fare che essi ti conoscano, ti
amino? Sai tu con una parola spingerli al galoppo, alla carriera? E
poi nell'ultimo momento, dalle profondità della tua anima comunicar
loro il fremito della vittoria, spronarli all'ultimo supremo sforzo?
Questo dono, mio figlio, non è concesso a tutti. Per lo splendore di
Dio, io conobbi un Re che dominava un milione d'uomini, e non sapeva
guadagnarsi il rispetto di un cavallo. Intendimi! Io non parlo di quei
bruti ottusi il cui volgar destino è di servire l'uomo come schiavi,
avviliti nel sangue e nell'anima senza uno scatto e senza un'ambizione,
-- ma di cavalli come i miei, i Re della loro specie, il cui lignaggio
rimonta agli allevamenti dei primi Faraoni; i miei amici e compagni,
che dividono la mia mensa e la mia tenda, divenuti quasi umani nei
loro rapporti con me; che al loro istinto hanno aggiunto la nostra
intelligenza, ai loro sensi hanno compenetrato l'anima nostra, sicchè
provano tutti i nostri sentimenti, ambizione, amore, odio o disprezzo;
eroi in guerra, in pace fedeli e mansueti come donne. Olà!» --
Un servitore si presentò.
-- «Fate venire i miei Arabi.» --
L'uomo sollevò un lembo della cortina di divisione, esponendo un gruppo
di cavalli i quali indugiarono un momento come per assicurarsi che
l'invito era fatto sul serio.
-- «Venite!» -- disse Ilderim. -- «Perchè vi fermate? Tutto ciò che io
posseggo non è vostro? Venite, dico!» --
Essi si avvicinarono lentamente.
-- «Figlio d'Israele,» -- disse lo sceicco, -- «il tuo Mosè era un
grand'uomo, ma -- ah! ah! -- io devo ridere quando penso ch'egli diede ai
tuoi padri il bove lento e lo stolido asino, e vietò loro di possedere
cavalli. Ah, ah! Credi tu che avrebbe fatto lo stesso se avesse veduto
quello là, e questo -- e questo?» --
Così dicendo tese le mani verso i cavalli ed accarrezzò con infinito
orgoglio e tenerezza la testa del più vicino.
-- «Non è vero, sceicco, non è vero!» -- esclamò Ben Hur con calore. --
«Oltre ad essere un legislatore amato da Dio, Mosè era un guerriero; e
come avrebbe potuto sprezzare simili animali?» --
Una testa meravigliosamente tornita, con occhi grandi, dolci come
quelli di un cervo e quasi celati da un denso ciuffo, con orecchie
piccole e appuntite, si avvicinò a Ben Hur allargando le narici e
muovendo il labbro superiore. -- «Chi sei tu?» -- parve chiedere, come se
avesse avuto il dono della parola. Ben Hur riconobbe uno dei quattro
corridori che aveva veduti aggiogati al cocchio dello sceicco, e gli
tese il palmo della mano.
-- «Vi diranno, i calunniatori! -- siano brevi i loro giorni!» -- esclamò
lo sceicco, quasi rigettasse un affronto personale. -- «Vi diranno,
dico, che i nostri migliori cavalli vengono dai pascoli Nesei, nella
Persia.» -- È falso! Iddio diede al primo Arabo una smisurata distesa
di sabbia, alcune montagne senz'alberi, e qua e là un amara fontana, e
gli disse: -- «Ecco il tuo paese!» -- E quando il pover'uomo si lamentò,
l'Onnipotente sentì pietà di lui e gli disse ancora: -- «Rallegrati! Io
ti benedirò e ti esalterò sopra tutti gli altri uomini.» -- L'arabo udì,
e ringraziando, si mise in traccia della benedizione. Dapprima esplorò
i confini della sua terra, e non trovò nulla. Poi percorse la via del
deserto, e camminò, camminò, finchè nel mezzo di esso vide un isola
verdeggiante e bellissima; e, nel cuore dell'isola, ecco pascolare
una mandra di cammelli, ed eccone un'altra di cavalli! Con gioia li
accolse e li tenne cari -- essi erano i doni di Dio. E da quell'isola
verde uscirono tutti i cavalli del mondo, ad oriente fino ai prati
Nesei, a settentrione fino alle terre flagellate dai venti gelati. Non
dubitare del mio racconto, se vuoi che un Arabo presti fede a te. Ora
ti mostrerò le prove.» --
Battè le mani. -- «Portami gli annali della tribù,» -- ordinò a un
servitore.
Mentre aspettava, lo sceicco scherzava coi cavalli, passando le sue
dita attraverso le loro criniere, palpando e accarezzandone il collo e
la fronte. Di lì a poco comparvero sei uomini trascinando alcune casse
di cedro rinforzate da spranghe di ferro.
-- «No» -- disse Ilderim, quando furono deposte per terra. -- «Non fa
bisogno di tutte, solo dei registri dei cavalli -- aprite quella lì, e
riportate indietro le altre.» --
La cassa fu aperta, rivelando una serie di tavolette d'avorio, infilate
in anelli d'argento; e siccome lo spessore delle tavolette era come
quello d'un ostia, ogni anello ne contava centinaia.
-- «Io so,» -- disse Ilderim, prendendo in mano gli anelli. -- «Io so con
quanta cura e zelo, mio figlio, i sacerdoti del Tempio della tua città
tengono nota di ogni neonato della tua nazione, cosicchè ogni figlio
d'Israele può seguire l'ordine dei suoi maggiori sino ai tempi dei
patriarchi. I miei padri -- la loro memoria sia florida in eterno, --
non credettero peccaminoso di applicare quell'idea anche ai loro muti
servitori, guarda!» --
Ben Hur prese gli anelli, e separando le tavolette, vide che portavano
l'impronta di rozzi geroglifici arabi, disegnati nell'avorio con la
punta di un ferro rovente.
-- «Puoi leggerli, figlio d'Israele?» --
-- «No, spiegami il loro significato.» --
-- «Sappi dunque che ogni tavola ricorda il nome di un cavallo puro
sangue, nato nei secoli passati sotto le tende dei miei padri, insieme
al nome dello stallone e della madre. Osserva la loro età.» --
Alcune delle tabelle erano quasi consumate, e la scrittura invisibile.
Tutte erano gialle per gli anni.
-- «In quella cassa io ho tutta la storia documentata di quella razza
di cui questi cavalli sono i discendenti; e come questi cerca ora la
tua attenzione e le tue carezze, così i suoi padri, secoli e secoli
addietro vennero nelle tende dei padri miei a ricevere dalle loro
mani la misura d'avena, e i baci dalle loro labbra. Ed ora, o figlio
d'Israele, mi crederai, quando dichiaro, che, come io sono il Re del
deserto, questi sono i miei ministri! Toglimi quelli, ed io sono come
l'ammalato che la carovana lascia dietro di sè a morire nel deserto.
Per la spada di Salomone, io potrei narrarti meraviglie compiute da
questi cavalli sulla patria arena; -- ma ora, attaccati al cocchio, --
aggiogati per la prima volta -- non so perchè, ma ho paura; il successo
mi sembra così difficile, che io ti giuro che il giorno nel quale tu
ti presentassi a me, se vincerai, sarà il più felice della tua vita. Ed
ora parliamo di te.» --
-- «Io comprendo ora» -- disse Ben Hur -- «perchè l'Arabo ama i suoi
cavalli come i suoi figli; e so pure perchè i cavalli arabi sono i
primi del mondo; ma, buon sceicco, io vorrei che tu mi giudicassi non
dalle parole soltanto, ma dai fatti. Le promesse sono talora fallaci;
lascia ch'io provi i tuoi cavalli sopra una pianura vicina.» --
Il viso di Ilderim raggiò di gioia, e aprì la bocca per parlare.
-- «Attendi, buon sceicco, attendi!» -- disse Ben Hur. -- «Lascia ch'io
continui. Dai maestri di Roma io appresi molte cose, non pensando che
verrebbe un tempo in cui io ne approfitterei contro di essi. Io ti
dico che questi figli del deserto, quand'anche abbiano ciascuno da sè
la velocità di aquile e la resistenza del leone, non faranno nulla se
non sono abituati a correre insieme sotto il giogo. Perchè rifletti,
o sceicco, che dei quattro, uno è il più rapido, uno il più tardo, e
mentre la velocità della corsa è determinata da questo, i maggiori
imbrogli sono dati dal primo. Così avvenne oggi; l'auriga non potè
farli procedere in armonia. Il mio tentativo potrà avere lo stesso
risultato, ma se è così, tu stesso lo vedrai. Se invece mi riesce di
far correre i quattro come un solo cavallo, docili alla mia volontà,
ti giuro che tu avrai i tuoi sesterzii e la corona: io la mia vendetta.
Che ne dici?» --
Ilderim ascoltò, lisciandosi la barba. Poi disse ridendo: -- «Io ti
credo, figlio di Israele. Noi abbiamo un proverbio del deserto che
dice: Se vorrai condire la cena con parole, io ti prometto un oceano di
burro. Domani proverai i cavalli.» --
In questo momento si udirono dei passi fuori dalla tenda.
-- «La cena -- eccola! Ed ecco pure il mio amico Balthasar, che ti
farò conoscere. Egli sa raccontare una storia che un Israelita non si
stancherà mai d'ascoltare.» --
E ai servitori disse:
-- «Portate via i registri e riconduci i miei gioielli nel loro
appartamento.» --
Gli ordini furono eseguiti.
CAPITOLO XIV.
Se il lettore vorrà ricorrere col pensiero alla cena dei tre saggi al
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