Ben Hur Una storia di Cristo
Lewis Wallace
Translator: H. Mildmay
Gastone Cavalieri
-Prima Traduzione Italiana-
di H. MILDMAY e GASTONE CAVALIERI
MILANO
CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.º
-Galleria Vittorio Emanuele 17-80-
1900
PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano -- Stabilimento Tipografico BASSI & PROTTI, -- Via V. Monti, 31
AL LETTORE
-Dopo che il =Quo Vadis= ha portato una vera rivoluzione nel campo
dei romanzi storici, parrà per lo meno ardito presentare al pubblico
una nuova opera dello stesso genere sostenendo che, per elevatezza
di concetti ispiratori, e per larghezza di erudizione, l'autore di
essa non sia meno raccomandabile ed encomiabile dello Sienckievicz.
Non facciamo vane parole. Le quattrocento edizioni inglesi, francesi,
tedesche, svedesi, rispondono del nostro giudizio. -Ben Hur- è la
produzione meravigliosa di un più meraviglioso ingegno; Lewis Wallace,
noto come valoroso ufficiale distintosi nella guerra di secessione,
dimorante attualmente a Crowfordsville Indiana (S. U. A.), ex
diplomatico, è divenuto uno dei più popolari scrittori dei suo paese;
nel volume, Gerusalemme, Antiochia; tutto l'Oriente, a differenza
degli altri libri che pongono la scena principale in Roma; costumi e
vita del tempo di Cristo, sono magnificamente descritti. Il prologo,
l'introduzione del primo libro, benchè traducendo dal testo inglese,
sono stati da noi ridotti a proporzioni alquanto più brevi e più
conformi all'indole del nostro pubblico, il quale, se non li salterà
a piè pari, farà cosa buona, e se ne troverà contento per la bellezza
che riscontrerà nei libri seguenti, cui, Prologo e prima parte, sono
necessaria seppur lunga preparazione.-
I TRADUTTORI
. . . . . . .
Ma questa ripetizione della vecchia storia è appunto il fascino più
bello del racconto famigliare. Se noi ci ripetiamo sovente dolci
pensieri senza provarne noia perchè non permetteremmo ad altri di
destarli in noi?
J. PAUL RICHTER -- -Hesp.-
-Ve' d'Orïente per le vie, lontani,-
-attraversando l'aria profumata,-
-corrono i saggi addotti da le stelle..,-
. . . . . . . . . . . . .
-Ma già tranquilla era la notte quando-
-Nacque il Bambino annunciator di pace.-
-Tacevan l'aure di stupor percosse-
-e s'acquetavan l'onde a le carezze-
-dolci de i venti, in murmure soave-
-narranti nove gioie al cheto mare:-
-torme d'augelli s'assidean su l'onde-
-calme, trillando cantici festosi.-
-La natività di Cristo.- -- L'Inno -- -di- MILTON
LIBRO PRIMO
CAPITOLO I.
Jebel es Zubleh è una catena di monti dell'estensione di oltre
cinquanta miglia ma così breve in larghezza da figurare sulle carte
geografiche come un misero bruco che segua, strisciando, la sua via,
dal Nord al Sud. Essa sta, immobile, eretta sulle sue rupi rosse e
bianche, guardando verso il disco pallido del sole nascente, e dalle
sue vette si scorge solo il deserto dell'Arabia, dove i venti dell'est,
così dannosi ai vigneti di Gerico, hanno, fin dai tempi più remoti,
creato un campo propizio alle loro orribili battaglie. Le falde della
catena del Jebel son ricoperte da uno strato fitto di sabbia lasciatevi
dall'Eufrate, e destinate a rimanervi, essendo essa una linea di
divisione alle praterie di Moab e Ammon all'ovest, praterìe che, una
volta, facevan parte del deserto.
L'arabo si parla in tutto il sud e in tutto l'oriente della Giudea:
epperò, in lingua araba, Jebel significa letto d'innumerevoli canali,
che, interrompendo la strada Romana -- ora un semplice sentiero a
paragone di una volta -- strada polverosa per i pellegrini siriani
provenienti dalla Mecca o diretti ad essa, formavano dei solchi,
approfondentisi sempre più nel loro corso, e riversanti i torrenti
nella stagione piovosa, nel Giordano, oppure nel Mar Morto.
Da uno di questi canali, e più precisamente da quello che nasce ai
piedi del Jebel e si estende in direzione nord-est, si forma il letto
del fiume Iablok; per questo letto passava, diretto all'infinita stesa
del deserto, di buon mattino, un viaggiatore, cui occorre rivolgere la
nostra attenzione.
All'apparenza dimostrava quarantacinque anni, e la sua barba, per
l'addietro di un nero castagno, faceva bella mostra di sè fluendo,
brizzolata, sul suo petto.
Il suo viso era scuro come cioccolatte, e nascosto da un rosso
-Kufiyeh-, nome dato dai figli del deserto, anche al giorno d'oggi, ai
fazzoletti che servon loro da copricapo.
Di quando in quando alzava gli occhi, ed essi erano grandi e scuri.
Era vestito con abiti comunissimi nell'oriente, abiti di cui però
non può esser fatta una descrizione minuta, perchè egli era nascosto
sotto una piccola tenda sul dorso di un dromedario bianco, gigantesco.
I popoli dell'occidente forse non si sono ancora abituati a veder i
cammelli in assetto per la traversata del deserto. Altre cose, può
essere, li avrebbero disinteressati a poco a poco, non questa, per la
quale, ogni volta, si sentono massimamente attratti. Anche alla fine
di lunghi viaggi, compìti insieme a carovane, anche dopo anni ed anni
di permanenza fra i Beduini, i nativi dell'ovest, in qualunque posto
si trovino, si fermano ed attendono i cammelli quando sanno ch'essi
debbono passare. Il fascino di questi enormi quadrupedi non è nella
figura ridicola, nei movimenti poco aggraziati, nel passo silenzioso, o
nel camminare pesante: come le navi forman l'ornamento più gentile del
mare, così gli animali del deserto sono, per il deserto, l'ornamento
migliore. Nel cammello esso ha un misterioso rappresentante, di
modo che, mentre noi lo guardiamo, il nostro pensiero si trasporta
di riflesso sui misteri che incarna e in ciò consiste il miracolo
dell'attrazione inspirataci.
Il quadrupede, che usciva ora dal canale, avrebbe potuto pretendere
il solito omaggio dei curiosi. Il colore e l'altezza del corpo,
la grandezza del piede, un complesso, non grasso ma muscoloso; un
collo lungo, sottile, ricurvo come quello di un cigno; il muso, con
uno spazio largo fra gli occhi, e terminato a punta, in modo che
un braccialetto femminile avrebbe potuto rinchiuderlo; l'andatura a
passi lenti, cauta e sicura; tutto certificava il suo sangue siriano,
assolutamente impareggiabile. Portava il solito frontale, che gli
copriva la fronte, con una frangia scarlatta, e gli guarniva il collo
con delle catene di rame, pendenti, ognuna delle quali terminava con
un campanello d'argento dai leggeri tintinnii; però, al frontale, non
si accompagnavano le redini per il cavaliere nè la cinghia di cuoio
pel servo conducente. La sella, posta sul dorso, era una meraviglia,
e presso qualsiasi popolo, che non fosse stato quello dell'Oriente,
sarebbe derivata fama d'inventore a chi ne avesse costruita una di
simile. Consisteva in due casse di legno, appena lunghe un quattro
piedi, bilanciate, e pendenti una per parte; all'interno erano
foderate, tappezzate, ed accomodate in modo da permettere al padrone di
sedere o di giacere, mezzo sdraiato; sopra tutto questo ammennicolo,
poi, era distesa una tenda verde, assai larga di dietro, tenuta ferma
da cinghie e da correggie di cuoio strette fra loro da innumerevoli
nodi. Così gl'ingegnosi figli di Cush avevano cercato di rendere comoda
la via soleggiata del deserto lungo la quale si recavano tanto per loro
dovere come per loro piacere.
Quando il dromedario uscì dal canale, che era già giunto allo sbocco,
il viaggiatore aveva passato il confine dell'El Belka, l'antico
Ammon. Dinanzi a sè egli aveva il sole coperto da vapori di nebbia,
e il deserto sterminato; non le regioni delle sabbie in balìa del
Simun, le quali eran più lontane, ma la regione ove il verde si fa
meno frequente, e dove il terreno è cosparso di ciottoli e di pietre
grigie e brune. Qua e là delle acacie languenti, dei ciuffi d'erbe,
dei piccoli arbusti. Quercie, rovi, e vari alberelli, eran rimasti
addietro, al confine del deserto, quasi allineati, a gruppo, come se
fossero venuti fin lì e poi si fossero fermati a guardare l'arida
stesa, spauriti, senz'aver il coraggio d'inoltrarsi. Il giorno era
alto. Quella parte di strada che era ben mantenuta stava per terminare.
Il cammello sembrava più che mai seguire una direzione costrettovi
dalla mano dell'uomo, tanto allungava ed affrettava il passo col muso
rivolto all'ampio orizzonte, aspirando l'aria a più riprese per le
larghe narici. La lettiga dondolava, si sollevava e s'abbassava come
un battello alla mercè delle onde. S'udiva il fruscìo delle foglie
secche calpestate e, di quando in quando, un profumo simile all'odore
d'assenzio raddolciva l'aria. Allodole e rondini svolazzavano intorno,
e pernici bianche s'allontanavano emettendo strani sibili. Meno di
frequente una volpe od una iena correvano veloci per venir a studiare
gli ospiti intrusi a una relativa distanza.
A destra sorgevano le montagne della catena del Jebel; il velo
grigio-perla che le copriva, cambiava, da un momento all'altro, in un
colore di porpora che il sole poco dopo rendeva anche più rosso. Sopra
le più alte cime un avvoltoio si aggirava, con lentezza, librandosi
sulle grandi ali, ma il viaggiatore, rannicchiato sotto alla sua tenda
verde, pareva non occuparsi di quanto succedeva all'intorno. I suoi
occhi fissi, immobili, sembravano essere in preda ad un sogno. Uomo ed
animale procedevano come guidati da una mano invisibile.
Per due ore il dromedario camminò, certo della propria via, rivolto ad
oriente. E il viaggiatore non cambiò mai di posizione e non guardò nè a
destra nè a sinistra.
Nei deserti le distanze non si misurano a miglia o a leghe, ma a -saat-
(ore) o a -manzil- (tappe); il -saat- corrisponde a tre leghe e mezza,
il -manzil- a quindici o venticinque; e il -saat- è, su per giù, la
velocità dei cammelli comuni. Un cammello siriano da trasporto, può,
facilmente, compiere in un'ora tre leghe e mezza, e, a gran fatica,
competere di velocità col vento ordinario. Il paesaggio, lungo il
cammino, subì una completa trasformazione. Il Jebel si stendeva
lunghissimo, come un nastro color celeste chiaro. Mucchi d'argilla e
di sabbia calcarea si trovavano ad ogni passo. Di quando in quando
si vedevano delle masse di pietre basaltiche, sentinelle avanzate
della montagna ai confini della pianura. E, infine, stese immense
di sabbia, ora piana, ora ammucchiata, ora come divisa in solchi,
e simile al fondo d'un mare non molto prima agitato dalla tempesta.
Anche l'atmosfera non era più la stessa di poco innanzi. Il sole, già
alto, aveva trionfato della nebbia e riscaldata l'aria; pareva che, coi
raggi, volesse baciar con dolcezza il viaggiatore sotto la tenda; la
terra tutt'all'ingiro era illuminata da una luce biancastra, e anche il
cielo aveva degli splendidi riflessi.
Due ore trascorsero senza alcuna sosta e senza mutar direzione. Ormai
tutto era sterile ed arido intorno. La sabbia stessa era così indurita
e formava una leggiera crosta che si rompeva crepitando ad ogni passo
del cammello.
Il Jebel era scomparso in lontananza e pareva di essere nel letto di
un oceano sconfinato. L'ombre del cammello e del suo cavaliere, che
prima si disegnavano dietro ad essi, ora si riproducevano davanti,
e continuavano ad essere le loro uniche compagne. Il viaggiatore
però, non vedendo alcuna oasi, si sentiva preso da un forte
scoraggiamento. Nessuno, è bene ricordarlo, traversa il deserto per
semplice piacere. Chi compie il tragitto, costrettovi dal commercio
o da ragioni famigliari, lo compie per sentieri cosparsi di ossa di
morti, dimenticate a guisa di tristi emblemi funebri. Tali sono le
strade interminabili che disgiungono l'ultima sorgente dalla sorgente
più prossima, e pascolo da pascolo. Il cuore del più vecchio sceicco
batte forte quando lo sceicco si trova solo nei tratti senza sentiero.
Così il nostro amico non poteva certo essere in viaggio per puro
divertimento, nè aveva l'aspetto di un fuggitivo poichè non guardava
mai dietro a sè. Allorchè uno si trova in una situazione come questa,
sente paura e curiosità, ma egli non era nè pauroso nè curioso. L'uomo
quando si trova solo, si adatterebbe, in genere, a qualunque compagnia;
il cane gli diviene un buon camerata, il cavallo un amico, ed egli
non si vergognerebbe di colmarli di carezze e parlar loro d'affetto.
Il cammello però non riceveva mai dall'uomo un simile tributo, una
carezza, una parola gentile.
A mezzogiorno preciso, il dromedario si fermò, spontaneamente,
emettendo un lamento pietoso. Pareva volesse protestare per il peso
soverchio e chieder un trattamento cortese e un po' di sonno. Il
padrone si scosse come se si destasse dall'aver dormito a lungo. Alzò
la tenda del -houdah-, guardò il sole, esaminò il paese da tutte le
parti, minutamente, come per identificare la posizione. Soddisfatto
poi dell'esame, respirò a pieni polmoni e scrollò il capo come per
dire: «Finalmente! Finalmente!» Un momento dopo incrociò le mani sul
petto, chinò la testa e pregò in silenzio. Compiuto questo dovere, si
preparò a discendere. Gli uscì di bocca un suono gutturale, famigliare
senza dubbio ai cammelli di Giobbe: -Ikh! Ikh!- cioè il segnale
d'inginocchiarsi. Lentamente il cammello ubbidì, prorompendo in un
lungo urlo. Il cavaliere, fattosi un punto d'appoggio del magro collo
dell'animale, scese sulla sabbia.
CAPITOLO II.
Il nostro uomo era ammirevole per le proporzioni del corpo, più
tarchiato che alto. Slegando la corda di seta che gli stringeva
il -kufiyeh- alla testa, lo cacciò indietro in modo da lasciar
completamente scoperto il viso, un viso energico, abbronzito; la fronte
era bassa e spaziosa, il naso aquilino, gli occhi fatti a mandorla;
i capelli fitti, ruvidi, di un lucido metallico, gli scendevano sulle
spalle in molte treccie e gli davano un'aria originale. Assomigliava ai
Faraoni o agli ultimi Tolomei: a Mizraim, padre della razza egiziana.
Indossava il -kamis-, camicia di un tessuto di cotone bianco, scendente
fino ai piedi, dalle maniche strette, aperta davanti, e ricamata sul
collo e sul petto. Sopra questa portava un soprabito di lana marrone,
chiamato -aba-, con sottana lunga, maniche corte, foderato intieramente
di stoffa di seta e di cotone ed orlato tutt'all'ingiro da una lista
giallo scura. I piedi erano calzati da sandali legati con striscie
di pelle morbida. Una fusciacca gli attorniava la vita e fermava il
-kamis-.
Bisogna notare che il viaggiatore dimostrava un gran coraggio, giacchè
s'arrischiava solo nella traversata del gran deserto, ch'è ritrovo di
leoni, di leopardi e di uomini selvaggi. Non portava con sè alcun'arma,
nemmeno il bastone adoperato per guidare i cammelli. Quindi si poteva
dedurne la sua missione pacifica: o egli era straordinariamente audace
o godeva di una straordinaria protezione.
Le membra del viaggiatore erano indolenzite per il lungo e faticoso
cammino; si stropicciò le mani, battè i piedi per terra come per
isgranchirli, passeggiò in su e in giù davanti al quadrupede fedele,
che s'era sdraiato socchiudendo gli occhi, felice di quel po' d'erba
che aveva trovato. L'uomo, ogni tanto, si fermava, facendosi ombra
col palmo della mano, e, scrutando in lontananza, il suo volto si
rannuvolava come per un disinganno subìto, di guisa che chi lo avesse
osservato avrebbe capito com'egli avesse atteso qualcuno e avrebbe
nel medesimo tempo provato la curiosità di conoscere il motivo che
aveva condotto un viaggiatore in un paese così poco civile. Sebbene
ad osservarlo paresse il contrario pure non era da metter in dubbio
ch'egli fosse certo dell'arrivo della persona attesa. Nel frattempo si
diresse alla lettiga e, dalla cassa opposta a quella ch'egli medesimo
aveva occupata, tolse una spugna, un piccolo recipiente d'acqua, e lavò
gli occhi, le narici e il muso del cammello. Dalla stessa cassa tolse
un panno rotondo, a righe bianche e rosse, un mucchio di bacchette ed
un grosso bastone. Quest'ultimo era composto di diversi pezzi posti
l'uno dentro l'altro, i quali, poi, uniti insieme, formavano un bastone
più alto della sua persona. Dopo aver piantato il bastone in terra e
averlo circondato di bacchette, lo coprì col panno, a guisa di tenda,
e gli parve, lì sotto, di essere in una casa, molto più piccola, è
vero, di quella degli Arabi, ma simile, sotto ogni aspetto, ad una
di esse. Sempre dalla cassa, prese un tappeto di forma quadra, e ne
ricoprì il suolo entro la capanna testè fabbricata. Preparata in tal
modo la tenda, uscì, e si mise a spazzare con cura il terreno che
la circondava. Eccettuato uno sciacallo che scorrazzava in distanza,
e un'aquila che si dirigeva verso il sasso di Akaba, il deserto era
silenzioso e vuoto come silenziosa e vuota era la volta del cielo.
Il viaggiatore si rivolse al cammello dicendo a voce bassa e in una
lingua sconosciuta al deserto:
-- «Siamo lontani da casa, o veloce mio corsiero, ma Dio è con noi.
Bisogna aver pazienza.» --
Levò dei fagioli da una tasca della sella, li mise in un sacco che
appese sotto al collo dell'animale, e, quand'ebbe visto l'accoglienza
fatta al cibo, si guardò intorno e tornò a scrutare l'immensità del
deserto sul quale il sole dardeggiava infuocato.
-- «Verranno -- disse assai calmo fra sè. -- Colui che mi ha guidato li
guida. Mi terrò pronto a riceverli.» --
Dalle tasche interne della tenda e da un cesto di vimini che formava
parte del mobilio, levò il necessario per approntare una colazione:
piatti di terra, intessuti di paglia, vino in piccoli fiaschi di pelle,
carne di montone affumicata, -shami- o melagrane siriane, piene di
semi, datteri dell'-El Shelebi-, eccellenti, cresciuti nei -nakhil- o
frutteti dell'Arabia Centrale; formaggio come le «fette di latte» di
Davide, e pane, fatto col lievito, proveniente dal forno della città.
Tutto questo egli aveva portato con sè, ed ora poneva premurosamente
sotto la tenda, sul tappeto. In fine prese tre pezze di seta per
coprire, secondo l'uso delle persone più altolocate dell'Oriente,
le ginocchia degli invitati durante il pasto, e da ciò si poteva
comprendere quante fossero le persone da lui attese a partecipare alla
sua colazione. Tutto era pronto. Egli uscì dalla tenda e un punto nero
gli apparve lontano, nel deserto. Rimase come pietrificato a quella
vista; gli occhi gli si dilatarono, sentì un brivido pervadere la sua
persona. Il punto nero si avvicinava sempre più, mutava colore ed era
divenuto grande, quasi quanto una mano; infine, a poco a poco, prese
proporzioni definite. Era un dromedario quasi uguale a quello del
nostro viaggiatore, alto e bianco, portante un -houdah-, o lettiga dei
passeggieri dell'Indostan.
L'Egiziano incrociò le mani sul petto e guardò verso il cielo.
-- «Dio solo è grande» -- esclamò reverentemente e cogli occhi pieni di
lagrime.
Lo straniero s'accostò e si fermò. Sembrava si ridestasse da un lungo
sonno. Osservò il cammello inginocchiato, la capanna, e l'uomo che
se ne stava fermo davanti alla porta, in atto di supplica; incrociò
le mani, abbassò il capo e si mise a pregare silenziosamente. Poco
dopo scese dal collo del cammello, e, posto il piede sulla sabbia,
si avanzò verso l'Egiziano nel medesimo momento che questi muoveva ad
incontrarlo. Si guardarono fissi, per un momento, poi si abbracciarono,
e ognuno mise il braccio destro sulla spalla dell'altro ed il sinistro
sui fianchi, posando il mento sul petto, reciprocamente, prima a
sinistra, poi a destra.
-- «Pace sia con te, o servo del vero Dio!» -- esclamò lo straniero.
-- «Sii il ben giunto, o fratello della vera fede! Anche a te pace» --
rispose l'Egiziano con fervore.
Il nuovo venuto era un uomo alto e magro, dal viso grande, dagli occhi
infossati, dai capelli e dalla barba bianca, dalla carnagione di un
colore tra la cannella ed il bronzo. Anch'egli era privo d'armi.
Il suo costume era Indiano; gli copriva il capo uno scialle che
scendeva sulla nuca a pieghe profonde, a guisa di turbante; il suo
vestito era come quello dell'Egiziano, eccettuata l'-aba-, ch'era più
corta, e lasciava intravvedere dei larghi calzoni ben aderenti, però,
al collo del piede. In luogo dei sandali portava delle mezze scarpe di
pelle rossa, terminate a punta. Meno le scarpe, dalla testa ai piedi,
era vestito di tela bianca. Aveva un bel portamento, un'aria dignitosa,
severa. Visvamitra, uno dei più grandi eroi ascetici dell'Iliade
orientale, avrebbe potuto aver in lui un perfetto rappresentante. Era
un uomo degno, in sapienza, di esser figlio di Brahma e ne incarnava la
devozione.
Nei suoi occhi era rispecchiata una grande vitalità, ma quando rialzò
il viso dal petto dell'Egiziano, essi erano pieni di lagrime.
-- «Dio solo è grande!» -- esclamò sciogliendosi dall'abbraccio.
-- «E benedetti siano quelli che lo servono!» -- rispose l'Egiziano
meravigliato della parafrase della sua esclamazione di poc'anzi. -- «Ma
attendiamo -- aggiunse -- attendiamo: l'altro viene laggiù.» --
Si volsero verso il nord ov'era già in vista un terzo cammello, bianco
come i precedenti, e che s'avanzava dondolandosi come una nave in alto
mare.
Attesero, rimanendo vicini l'uno all'altro e silenziosi, finchè giunse
il nuovo viaggiatore che discese ed avanzò ad incontrarli.
-- «Pace a te, o mio fratello» -- egli disse mentre abbracciava
l'Indiano. E l'Indiano rispose: -- «Sia fatto il volere di Dio!» --
L'ultimo arrivato non rassomigliava affatto ai suoi amici; la sua
persona era più snella; la carnagione bianca; un volume di capelli
chiari ondulati coronava la sua testa piccola ma bella, e i suoi grandi
occhi neri davano segno di molta intelligenza, di natura sincera e di
un carattere forte.
Aveva il capo scoperto ed era privo di armi. Sotto le pieghe della
coperta bianca, ch'egli indossava con grazia, appariva una tunica
scollata e dalle maniche corte, fermata alla vita da una cintura che
gli scendeva quasi fino alle ginocchia, lasciando nudi il collo, le
braccia, e le gambe. I piedi calzavano dei sandali. Aveva cinquant'anni
e forse anche di più ma non li dimostrava. Gli anni avevano dato solo
una certa austerità al suo contegno e una certa moderazione alla sua
parola, ma non gli avevano aggrinzito il viso o imbiancati i capelli.
Aveva un fisico robusto e un'immensa intelligenza. Non fa mestieri il
dire di che paese egli fosse: s'egli non era di Atene dovevan essere
Greci per lo meno i suoi antenati.
Quando l'Egiziano ebbe terminato di abbracciarlo disse con voce tremula:
-- «Iddio mi fece arrivare qui per il primo; quindi io so di essere
scelto come ospite dei miei fratelli. La tenda è al suo posto
e la tavola è preparata per noi. Lasciatemi esercitare le mie
mansioni.» --
Prendendoli per mano li fece entrare; tolse loro i sandali, lavò loro
i piedi, e gettò dell'acqua sulle loro mani, ch'essi quindi asciugarono
con salviette.
Poi, dopo aver lavate anche le proprie mani, egli disse;
-- «Bisogna aver cura della nostra persona, fratelli, come lo richiede
il nostro ufficio, e mangiare per renderci forti onde compiere il
nostro dovere durante il rimanente della giornata. Mentre mangeremo
impareremo a conoscerci vicendevolmente, e ci diremo l'un l'altro i
nostri nomi, le nostre patrie, e i nostri intenti.» --
Li accompagnò al posto che aveva loro destinato e li fece sedere in
modo che si potessero trovare di fronte.
Contemporaneamente le loro teste si chinarono, le loro mani
s'incrociarono sul petto, ed essi recitarono, in coro, ad alta voce,
questo semplice ringraziamento:
-- «O padre dell'Universo, o nostro Dio! Tutto quello che abbiamo qui
è tuo; accetta i nostri ringraziamenti e benedicici, perchè possiamo
continuare sempre ad agire secondo i tuoi desideri.» --
All'ultima parola essi alzarono gli occhi e si guardarono in faccia
meravigliati. Ognuno di loro aveva parlato in una lingua sconosciuta
agli altri; eppure tutti e tre avevan compreso perfettamente ciò che
s'era detto. Le loro persone tremarono per l'emozione, perchè, dal
miracolo, essi dicevano di riconoscere la presenza divina.
CAPITOLO III.
L'incontro di cui sopra avvenne nell'anno di Roma 747. Si era nel mese
di dicembre e l'inverno regnava sopra tutte le regioni orientali del
Mediterraneo.
Quelli che attraversano il deserto in questa stagione non possono
proseguire molto tempo senza sentirsi presi da un grande appetito.
La compagnia sotto la piccola tenda non faceva certo eccezione alla
regola. Aveva molta fame e quindi mangiava di gusto; dopo che fu
mesciuto il vino i tre principiarono a discorrere.
-- «Nulla riesce di più gradito ad un viaggiatore del sentirsi chiamare
per nome da un amico in paese sconosciuto» -- disse l'Egiziano che aveva
voluto esser l'anfitrione del pasto.
«Resteremo molti giorni insieme e sarebbe ora d'incominciare a
conoscerci. Così, se vi aggrada, l'ultimo venuto sarà il primo a
parlare.»
Principiando pian piano, come un individuo prudente, il Greco
incominciò:
-- «Quello ch'io ho da dire, fratelli, è così strano che non so proprio
donde principiare e in qual guisa parlar correttamente. Io non capisco
ancora me stesso. Son tanto sicuro che ciò che sto facendo, sia ciò che
vuole il maestro, che il servirlo è per me una costante estasi. Quando
penso allo scopo cui debbo adempiere provo una gioia così grande che
riconosco essere ciò il volere divino.»
Il buon uomo si fermò, incapace di proseguire, mentre gli altri, come
lui, abbassarono gli occhi.
-- «Nel lontano Occidente -- proseguì -- vi è un paese che non potrà mai
esser dimenticato. Il mondo gli deve troppo ed il potersi sdebitare è
cosa che arreca all'uomo un grande piacere. Non parlerò di belle arti,
di filosofia, d'oratoria, di poesia, di guerra. O miei fratelli, la
gloria è quella che splenderà luminosamente, e, per mezzo di essa,
Colui che noi cerchiamo sarà conosciuto su tutta la terra. Il paese
di cui vi parlo è la Grecia. Io sono Gaspare, figlio di Cleonte,
ateniese. I miei antenati si dedicarono interamente allo studio,
e da essi io ho ereditata la stessa inclinazione. Due dei nostri
filosofi, i maggiori, insegnano, l'uno, che esiste un'anima in ogni
uomo, e ch'essa è immortale, l'altro che vi è un Dio solo il quale
è infinitamente giusto. Io scelsi fra le molte teorie quelle dei due
filosofi come le sole degne di attenzione, giacchè mi pareva che vi
potesse essere un legame sconosciuto fra Dio e l'anima. Su questo tema
la mente può discutere fin ad un certo punto ma poi trova una barriera
insormontabile, giunti alla quale si è obbligati a chieder aiuto. Così
feci ma non ebbi alcuna risposta. Disperato mi allontanai dalle scuole
e dalle città.» --
A queste parole l'Indiano ebbe un sorriso di approvazione.
-- «In Tessaglia, verso settentrione, -- continuò il Greco -- v'è una
catena di montagne famosa per esser riputata dimora degli Dei, chiamata
l'Olimpo, dove Zeus, ch'era considerato il sommo di essi dai miei
compatrioti, abitava. -- Andai sulla vetta di quelle montagne. Trovai
una caverna nel monte, dove la catena, che principia ad occidente,
piega a sud-est, e là mi fermai abbandonandomi a meditare, anzi no, mi
abbandonai attendendo, sapendo che ogni sospiro era una preghiera, una
rivelazione. Credendo in Dio, invisibile ma supremo, credevo anche che,
qualora io mi fossi commosso, egli avrebbe avuto compassione di me e mi
avrebbe risposto.»
-- «Ed egli rispose! ed egli rispose!» -- esclamò l'Indiano alzando le
mani dalla pezza di seta che teneva sulle ginocchia.
-- «Ascoltatemi, fratelli» -- disse il Greco calmandosi con difficoltà --
La porta del mio eremitaggio guardava verso il mare sopra il golfo di
Thermaic. Un giorno vidi cader da un battello che navigava non molto
lontano, un uomo. Egli nuotò verso la riva. Io lo raccolsi e ne presi
cura. Era un Ebreo, sapiente nella storia e nella legge del suo popolo;
da lui appresi come esistesse davvero il Dio delle mie preghiere e
come avesse composto le sue leggi e fosse stato per secoli padrone e re
degli Ebrei. Ciò non era forse la Rivelazione di cui avevo sognato? La
mia fede mi aveva fruttato. Iddio mi aveva risposto.» --
-- «Com'Egli risponde a tutti quelli che lo implorano con tale fede!» --
disse l'Indiano.
-- «Ma ahimè! esclamò l'Egiziano, vi son pochi saggi abbastanza per
capire quando egli risponda!» --
-- «Questo non è tutto -- continuò il Greco. -- L'uomo che mi è stato
inviato mi ha detto di più. Disse che i profeti, che nell'epoca
che seguì la prima Rivelazione passeggiavano e parlavano con Dio,
dichiararono ch'egli sarebbe ritornato. Mi diede i nomi dei profeti
e dei libri sacri e mi citò le loro parole. Mi disse anche che
la seconda venuta era vicina ed attesa da un momento all'altro in
Gerusalemme.» --
Il Greco si fermò e il suo viso si rabbuiò.
-- «È vero -- disse dopo una breve pausa -- è vero che l'uomo mi ha detto
che come Dio e la Rivelazione di cui mi parlava erano stati solo per
gli Ebrei così lo sarebbero ancora questa volta. -- «E non avverrà nulla
pel resto del mondo? -- chiesi -- «No -- fu la risposta che mi diede con
voce altera. -- «No, noi siamo il suo popolo preferito.» -- La risposta
però non mi scoraggiò. Perchè dovrebbe un simile Dio limitare il suo
amore e la sua beneficenza ad un regno solo e ad una sola razza? Mi
ripromisi di venir a capo d'ogni verità. Penetrai il suo orgoglio e
trovai che i suoi padri erano stati tutti servi eletti per mantenere la
Verità in vita perchè il mondo imparasse a conoscerla e fosse salvato.
Quando l'Ebreo se ne fu andato, e mi ritrovai solo ancora, innalzai
al cielo una nuova preghiera! cioè che mi fosse permesso di vedere il
Re al suo arrivo e di imparare ad idolatrarlo. Una notte mi sedetti
sulla soglia della porta della mia camera cercando di avvicinarmi ai
misteri della mia esistenza, conoscendo ciò che significa conoscere
Dio; tutto ad un tratto, nel mare ch'era sotto di me, o piuttosto
nell'oscurità che copriva la sua superficie, vidi una stella che
cominciava a brillare; lentamente essa spuntò; si avvicinò e si
fermò sopra la collina e sopra la mia porta, di guisa che la sua luce
splendeva pienamente su di me. Io caddi a terra, mi addormentai e udii
in sogno una voce che mi diceva: -- «O Gaspare! La tua fede ha vinto!
Che tu sia benedetto! con due altre persone venute dalle estreme parti
del mondo, vedrai Colui che deve venire, sarai testimonio della sua
venuta, e, in qualsiasi occasione potrai testimoniare in suo favore. Di
buon mattino alzati e va ad incontrarlo, fidandoti dello Spirito che ti
guiderà.» --
Di buon mattino mi destai sentendo in me lo Spirito e provando una luce
in me assai maggiore di quella del sole.
Mi tolsi il vestito da eremita e mi abbigliai da vecchio, levando da un
nascondiglio il denaro che mi ero portato dalla città.
Una nave passò poco lontana; le feci cenno d'arrestarsi, fui accolto a
bordo, e mi feci sbarcare ad Antiochia. Là acquistai un cammello colle
relative bardature. Fra i giardini e gli orti che coprono le spiaggie
dell'Oronte soggiornai a Emesa, a Damasco, a Boston, a Filadelfia;
quindi venni a questa volta. E così, o fratelli, voi conoscete la mia
storia per intero. Ora lasciate che io ascolti la vostra.» --
CAPITOLO IV.
L'Egiziano e l'Indiano si guardarono reciprocamente; il primo fece un
cenno colla mano; il secondo salutò e principiò: -- «Nostro fratello ha
parlato bene. Possan le mie parole essere così saggie come le sue.» --
Egli s'interruppe, riflettè un istante, poi ricominciò:
-- «Voi potete chiamarmi, fratello, col nome di Melchiorre. Io vi
parlo in una lingua che, se non è la più vecchia del mondo, fu almeno
la prima a scriversi -- intendo dire il Sanscrito dell'India. Io son
Indiano di nascita. Il mio popolo fu il primo ad avviarsi pel cammino
della sapienza, il primo a distinguerla nei varî rami delle scienze,
il primo a renderla bella. Checchè avvenga d'ora in poi i quattro Vedi
devono essere conservati perchè son le prime fonti della religione
e della cultura dello spirito. Da essi derivarono gli Upa-Vedi, che
come furon dettati da Brahma, trattano di medicina dell'arte della
guerra, dell'architettura, della musica e delle 64 arti meccaniche: i
Vedi Angas dettati da saggi ispirati e dedicati all'astronomia, alla
grammatica, alla prosodia, alla pronuncia, alle bellezze ed incanti,
ai riti religiosi e alle cerimonie: gli Upa-Angas scritti dal sapiente
Vyâsa e dedicati alla cosmogonia, alla cronologia, e alla geografia;
inoltre il Ramayana e il Mahabhârata, poemi eroici, sono destinati alla
perpetuazione dei nostri Dei e dei nostri semi Dei. Questi, o fratello,
sono i sûtra, o grandi libri di riti sacri. Per me ora non servono
più; tuttavia in eterno resteranno ad illustrare il genio incomparabile
della mia razza. Essi erano promesse di rapida perfezione. Voi chiedete
perchè le promesse caddero? Ahimè! I libri stessi chiusero tutte le
porte del progresso e sotto pretesto di cura delle anime i loro autori
divulgarono il principio fatale che un uomo non deve dedicarsi alle
scoperte o alle invenzioni perchè Iddio lo ha provveduto di tutte le
cose che gli abbisognano. Quando tale comandamento divenne legge sacra
la lucerna Indiana si sprofondò in un pozzo, ove, d'allora in poi,
rischiarò strette mura ed acque amare. Queste allusioni, fratello, non
provengono dall'orgoglio come ben capirète quando vi avrò detto che
i sûtra insegnarono che v'è un Dio supremo chiamato Brahma, e anche
che i Purâna o poemi sacri degli Upa-Angas, ci parlano della virtù,
delle opere buone, e dell'anima. Così se mio fratello mi concederà di
parlare -- e l'oratore s'inchinò rispettosamente davanti al Greco -- dirò
che secoli avanti che il suo popolo fosse conosciuto, le due idee Dio
ed Anima assorbivano già tutte le forze dell'intelletto Indiano. Per
spiegarmi meglio lasciatemi dire che Brahma è indicato dagli stessi
libri sacri come una triade -- Brahma -- Vishnù -- Shiva. Di questi Brahma
si dice sia stato l'autore della nostra razza, creando la quale egli
la divise in quattro rami. Prima egli popolò la terra, e i cieli; indi
preparò la terra per gli spiriti terrestri; dalla di lui bocca furon
poi create le caste Brahmine a lui più prossime per somiglianza, più
sublimi e più nobili, uniche maestre esplicatrici dei Vedi, che, nel
medesimo tempo egli dettava ordinatissimi e pieni di utili cognizioni.
Dalle sue braccia uscirono i Kshatriya o guerrieri; dal suo petto,
la sede della vita, vennero i Vaisya, o pastori, o coltivatori, o
mercanti; dal suo piede, in segno di degradazione, scaturirono i sudra,
o schiavi, destinati a servire le altre classi, lavoratori, artigiani
e così via. Prendete nota per di più, che la legge, nata con loro,
proibiva all'uomo di una data classe di divenire membro di un'altra; il
Brahmino non poteva iniziarsi ad un ordine più basso; s'egli violava le
leggi del suo grado diveniva un bandito, abbandonato da tutti meno chè
dai banditi compagni a lui.
A questo punto l'imaginazione del Greco, precorrendo sopra a
tutte le conseguenze di tale degradazione, ebbe uno slancio
superiore all'interesse fin qui dimostrato ed esclamò: -- «In
tale stato, o fratello, si trovano quanti abbisognano di un Dio
misericordioso!» --
-- «Sì, aggiunse l'Egiziano, di un Dio misericordioso come il
nostro.» --
Le ciglia dell'Indiano si contrassero dolorosamente ma quando
l'emozione fu passata egli procedette con voce raddolcita.
-- «Io nacqui Brahmino. La mia vita, per conseguenza, fu regolata da
leggi fino al minimo atto, fino alla mia ultima ora. Il primo mio
cibo, il mio battesimo, la prima volta che vidi il sole, l'iniziazione
mia nel primo ordine, furono celebrati con testi sacri e con rigide
cerimonie. Io non potevo camminare, mangiare e dormire senza la tema
di violare una legge. E vi sarebbe stato, o fratello, un castigo per
l'anima mia! A seconda dei gradi di peccato, la mia anima sarebbe
andata nell'uno o nell'altro dei cieli; in quello d'Idra ch'è il più
basso, o nel più alto che è quello di Brahma; oppure sarebbe stata
respinta per risorger alla vita sotto il corpo di un verme, d'una
mosca, di un pesce, oppure di un bruto. La ricompensa per la perfetta
osservanza sarebbe stata la Beatitudine, o l'assorbimento nell'Essere
di Brahma che non sarebbe stato tanto un'altra esistenza quanto
piuttosto un assoluto riposo.» --
L'Indiano si fermò un momento per pensare, poi, continuando, disse:
«Il compito dello stadio della vita di un Brahmino chiamato del primo
ordine è quello della vita di studioso. Quando fui pronto ad entrare
nel second'ordine -- cioè quando fu il momento di ammogliarmi, di
divenire capo di famiglia io dubitavo di tutto persino di Brahma: ero
un eretico. Dalla profondità del pozzo, cioè dall'oscurità in cui mi
trovavo nella mia ignoranza, avevo scoperto una luce verso l'alto,
verso l'orifizio di esso, e desideravo intensamente di salire a livello
di quella fiamma luminosa. Finalmente -- oh con quali anni di fatiche
affannose! -- potei trovarmi in pieno giorno e ammirai il principio
della vita, l'elemento principale delle religioni, il vincolo migliore
fra l'anima e Dio: l'amore!»
La faccia del buon uomo, tutta grinze, s'imporporò all'improvviso ed
egli congiunse le mani con forza. Ne seguì un silenzio durante il quale
gli altri lo guardavano, e il Greco in ispecie, cogli occhi pieni di
lagrime.
Finalmente egli ripigliò:
-- La felicità dell'amore sta nell'azione; la prova è ciò che uno è
disposto di fare per altri. Io non poteva trovar un minuto di riposo.
Brahma aveva riempito il mondo di tante persone misere. I Sûdra
chiedevano consigli a me e così facevano i devoti e le vittime. L'isola
di Gang e Lagor era situata ove le acque sacre del Gange scompaiono
nell'oceano Indiano. All'ombra del tempio costruitovi pel sapiente
Kapila, in una riunione di preghiere coi discepoli che la memoria
beatificata dell'uomo santo tiene intorno alla casa, tentai di trovar
riposo. Ma due volte all'anno venivano pellegrinaggi Indiani. La loro
miseria rinforzò il mio amore. Contro il suggerimento che mi spingeva
a parlare tenni il silenzio poichè una parola contro Brahma o la
triade dei Sûtra mi avrebbe perduto, e mi avrebbe condannato un atto
di gentilezza coi banditi Brahmini che ogni tanto si trascinavano a
morire sopra le sabbie ardenti, o una benedizione concessa, o una tazza
d'acqua data; ed io sarei divenuto uno di coloro che son paria per la
famiglia, per il paese, per la propria casta. L'amore vinse! Io parlai
ai discepoli nel tempio; mi trascinarono fuori; parlai ai pellegrini;
mi cacciarono a sassate dall'isola. Sulle strade maestre tentai di
predicare: i miei uditori mi fuggivano o attentavano alla mia vita.
In tutta l'India infine non v'era luogo ov'io potessi trovare asilo o
salvezza. Nemmeno fra i banditi, perchè, nonostante fossero caduti in
peccato credevano tuttora in Brahma.
Nella mia miseria cercavo un po' di solitudine, nella quale nascondermi
da tutti meno che da Dio. Seguii il corso del Gange fino alla sorgente
all'Hymalaya. Quando entrai nel valico a Hurdwar, dove il fiume, nella
sua immacolata purezza, slancia la sua corrente fra le bassure melmose,
pregai per la mia razza, e mi credetti perduto a lei per sempre. Fra
gole, fra rupi, attraverso ghiacciai, vicino a cime che sembravano
attingere le stelle, continuai la mia via fino al Lang Tso, un lago
di meravigliose bellezze, addormentato ai piedi del Tigri Gange,
e del Kailas Parbot, giganti che sfoggiano la loro corona di neve
biancheggiante in eterno di faccia al sole. Là, al centro della terra,
dove l'Indo, il Gange ed il Brahmaputra, nascono per correre nei loro
alvei rispettivi; dove l'umanità prese la sua dimora e si divise per
popolare il mondo, lasciando Balk, la madre delle città, ad attestare
il gran fatto; dove la Natura, ritornata alle sue primitive condizioni
e sicura nelle sue immensità, invita il sapiente e l'esiliato con
promessa di salvezza ad uno e di solitudine all'altro, là io mi
recai per restar solo con Dio, pregando, digiunando, attendendo la
morte.» --
La sua voce si abbassò e le mani ossute si strinsero in una fervida
stretta.
-- «Una notte camminavo presso la spiaggia del lago e parlavo al
silenzio ascoltatore: -- «Quando verrà Iddio a redimerci? Non vi sarà
mai salvezza?» -- allorchè, all'improvviso una luce cominciò ad ardere
tremula fuori dell'acqua; una stella si sollevò e si mosse verso di me,
soffermandosi sul mio capo. Lo splendore mi abbagliò. Mentre giacevo
a terra udii una voce di dolcezza infinita: -- «Il tuo amore ha vinto.
Che tu sia benedetto, o figlio dell'India! La Redenzione è prossima.
Con due altri dell'estreme parti della terra tu vedrai il Redentore
e sarai testimone della sua venuta. Di buon mattino alzati, va ad
incontrare queste due persone e poni tutta la tua fede nello Spirito
che ti guiderà.» -- E da allora la luce rimase meco: così sapevo ch'era
la presenza visibile dello Spirito. Il mattino dopo cominciai a far
ritorno nel mondo abitato, dalla via donde ero venuto. In una fenditura
della montagna avevo trovato una pietra di notevole valore che vendetti
a Hurdwar. Da Lahwe, per Cabul, e Yezd giunsi ad Ispahan. Là comperai
il cammello e quindi fui condotto a Bagdad, non aspettando le carovane.
Viaggiai solo senza paura perchè lo Spirito era ed è tuttora con me.
Quale gloria è la nostra, o fratelli! Noi vedremo il Redentore, gli
parleremo, lo adoreremo! Ho finito.» --
CAPITOLO V.
Il Greco proruppe in vivaci espressioni di gioia e congratulazioni;
dopo le quali l'Egiziano prese a dire con gravità caratteristica:
-- «Vi saluto, mio fratello, voi avete molto sofferto ed io gioisco del
vostro trionfo. Se entrambi desiderate ascoltarmi vi dirò chi sono
e come fui indotto a venire. Attendetemi un momento.» -- Uscì; diede
un'occhiata ai cammelli e poi riprese il suo posto.
-- «Le vostre parole, fratello, le aveva dettate lo Spirito -- disse
per incominciare -- e lo Spirito me le fa comprendere. Ciascuno di voi
parlò particolarmente dei vostri paesi: in ciò v'era un gran motivo che
adesso vi spiegherò: lasciatemi ora dirvi di me e del mio popolo. Io
sono Balthasar, Egiziano.» --
Le ultime parole furon dette adagio ma con tale dignità che ambedue gli
uditori s'inchinarono all'oratore.
-- «Vi sono parecchie glorie che posso attribuire alla mia razza --
continuò -- ma io mi contenterò di una. La storia cominciò con noi. Noi
fummo i primi a perpetrare gli eventi tenuti dagli annali. Così noi
non abbiamo tradizioni, ed invece della poesia vi offriamo certezza.
Sulle facciate dei palazzi e dei templi, sugli obelischi, sulle pareti
delle tombe, noi scrivemmo i nomi dei nostri re e le loro gesta; e ai
delicati papiri noi confidammo la sapienza dei nostri filosofi ed i
segreti della nostra religione -- tutti i segreti meno uno -- del quale
vi parlerò ora. Più antico dei Vedi, o Melchiorre; più antico delle
canzoni d'Omero o delle metafisiche di Platone, o mio Gaspare, più
vecchie dei libri Sacri o dei re dei Chinesi, o di quelli di Syddàrtha,
più vecchio della Genesi di Mosè l'Ebreo; più vecchio di tutti
insomma gli annali umani sono le scritture di Menes, il nostro primo
Re.» --
Riposando un istante egli fissò i suoi grandi occhi dolcemente sul
Greco dicendo: -- «Nella giovinezza dell'Ellade quali, o Gaspare, furono
i Maestri dei suoi maestri?» --
Il Greco s'inchinò sorridendo.
-- «Da questi annali» -- continuò Balthasar -- «noi sappiamo che quando i
padri vennero dal lontano deserto, dalle fonti dei tre fiumi Sacri, --
dal vecchio Iran del quale voi parlaste, o Melchiorre -- recarono con
sè la storia del mondo e del Diluvio quale fu tramandata dai figli
di Noè agli Ariani, e insegnarono i concetti di Dio, del Creatore,
dell'Anima, immortale come Dio. Quando il compito, che ora ci chiama,
sarà felicemente terminato, se vorrete venire con me, vi mostrerò la
biblioteca Sacra del nostro sacerdozio; fra tanti il Libro dei Morti,
nel quale è il rituale che deve essere osservato dall'anima dopo che la
Morte l'ha inviata al Giudizio eterno.
Queste idee -- Dio e l'anima Immortale -- furon portate da Mizraim al
di là del deserto, sino alle rive del Nilo, facili e semplici nella
loro primitiva purezza, come è tutto ciò che proviene direttamente
dalle mani di Dio. Tale era pure il primo rito -- una canzone ed
una preghiera, adatta per un'anima gioconda, piena di speranze ed
innamorata del suo Creatore.» A questo punto il Greco alzò le mani
esclamando:
-- «Oh la luce si fa dinanzi ai miei occhi!»
-- «Ed in me pure» -- disse l'Indiano con egual fervore.
L'Egiziano li guardò benignamente, poi proseguì dicendo:
-- «La religione è soltanto una legge che lega l'Uomo al suo Creatore:
nella sua purezza non ha che questi elementi: Dio, l'anima e il loro
mutuo riconoscimento, dai quali, allorchè sono messi in pratica,
nascono l'Adorazione, l'Amore e la Ricompensa.
Tale, fratelli miei, era la religione di nostro padre Mizraim nella sua
primitiva semplicità. La maledizione delle maledizioni è che gli uomini
non la lasciarono stare così.» --
Egli si fermò come pensando in che modo dovesse continuare.
-- «Parecchie nazioni hanno amato le dolci acque del Nilo» -- aggiunse --
«l'Etiope, l'Ebrea, l'Africana, la Persiana, la Macedone, la Romana,
delle quali nazioni, tutte, eccettuata l'Ebrea, ne furono, ora l'una
ora l'altra, padrone. Tale succedersi di popoli corruppe l'antica fede
Mizraimica. La Valle delle Palme divenne una Valle degli Dei. Di un Dio
se ne fecero otto ognuno rappresentante un principio costitutivo della
Natura, con Ammon Re alla testa. Poi vennero Isis e Osiris, poi furono
divinizzate le qualità umane come la Forza, la Sapienza, l'Amore ed il
Piacere».
-- «In tutto ciò spirava l'antica follìa!» -- gridò il Greco, con moto
istintivo.
L'Egiziano s'inchinò e procedette:
-- «Ancora qualche parola, o fratelli: gli annali mostrano come Mizraim
abbia trovato il Nilo in possesso degli Etiopi, un popolo di genio e
di fantasia, totalmente dato all'adorazione della natura. Il poetico
Persiano, sacrificò al Sole come l'imagine più perfetta di Ormuzd,
suo Dio. I devoti figli del lontano Oriente, intagliarono nel legno
e nell'avorio le loro divinità; ma l'Etiopia, senza scritture, senza
libri, si abbassava al culto degli animali, degli uccelli, e degli
insetti, tenendo il gatto sacro per il Re, il toro per Iris, lo
scarabeo per lo Phtah. Così nacque la religione del nuovo impero.
Allora s'innalzarono i magnifici monumenti che ingombrano la spiaggia
del fiume ed il deserto: l'obelisco, il labirinto, la piramide e la
tomba del re, confusa con la tomba del coccodrillo.
In tale profondo avvilimento, o fratelli, erano caduti i figli di Ario!»
Qui per la prima volta la calma abbandonò l'Egiziano; sebbene il suo
aspetto fosse tranquillo la sua voce lo tradiva.
-- «Non disperate troppo, o miei amici -- ricominciò -- non tutti
dimenticarono Dio. Poco fa dissi, forse vi ricorderete, che ai papiri
confidammo tutti i segreti della nostra religione, meno uno: di
quello parlerò adesso. Una volta avemmo per Re un certo Faraone che si
prestava ad ogni genere di riforme e di innovazioni. Per stabilire il
nuovo sistema cercò di far dimenticare intieramente quello vecchio.
Gli Ebrei allora abitarono con noi come schiavi. Si ostinarono ad
adorare il loro Dio, e quando la persecuzione divenne intollerabile,
furono liberati in un modo che mai si potrà dimenticare. Mosè,
anch'egli un Ebreo, venne al palazzo e domandò il permesso che gli
schiavi, milioni di numero, lasciassero il paese. La domanda veniva a
nome del Dio d'Israele. Faraone si rifiutò. Sentite ciò che ne seguì.
Prima, tutta l'acqua, tanto quella dei laghi e dei fiumi come quella
nei pozzi e nei recipienti si cambiò in sangue. Ancora il monarca si
rifiutò. Allora nacquero delle rane che coprirono tutta la terra.
L'altro si mantenne sempre ostinato. Allora Mosè gettò un pugno di
cenere nell'aria e la peste prese gli Egiziani.
Poi tutto il bestiame tranne quello degli Ebrei venne a morire. Le
locuste divorarono quanto di verde era nella valle. A mezzodì il
giorno si mutò in un'oscurità così profonda che le lampade non facevano
luce. Finalmente durante la notte tutti i primogeniti degli Egiziani
morirono; neppur quello di Faraone si salvò. Allora egli cedette. Ma
quando gli Ebrei se ne andarono egli li inseguì col suo esercito.
All'ultimo momento il mare si divise, cosicchè i fuggitivi poterono
scampare.
Quando i persecutori vollero imitarli le onde si precipitarono loro
addosso e travolsero cavalli, cocchieri e Re. Voi avete parlato di
rivelazioni, o mio Gaspare...» --
Gli occhi celesti del Greco brillarono.
-- «Io appresi qual'era la storia degli Ebrei -- gridò egli -- voi la
confermate, o Balthasar!» --
-- «Sì, ma per bocca mia parla l'Egitto, non Mosè. Io interpreto i
marmi. I sacerdoti di quell'epoca scrivevano alla loro maniera ciò di
cui eran testimoni.
Così vengo al segreto non riferito dagli annali. Al nostro paese
abbiamo sempre avuto, dai tempi di quello sfortunato Faraone due
religioni, una privata, l'altra pubblica; una di Dei innumerevoli
adottata dal popolo; l'altra di un Dio solo adorato dal clero.
Rallegratevi con me, o fratelli! Tutti i flagelli inventati dai
tiranni, furono vani. La verità gloriosa è vissuta; e proprio questo è
il suo giorno!» --
Il corpo deperito dell'Indiano si curvò in segno di gioia ed il Greco
gridò forte:
-- «Mi sembra di sentire il deserto stesso cantare.» --
Da un vicino ruscelletto d'acqua l'Egiziano bevve un sorso e procedette:
-- «Io nacqui ad Alessandria, principe e sacerdote, ed ebbi
un'educazione adatta alla mia classe. Ben presto però mi disgustai.
Parte della fede imposta, era che dopo la morte, oltre la distruzione
del corpo, l'anima cominciasse la sua lenta ascensione sino alla più
alta ed ultima esistenza; e questo indipendentemente dalla vita vissuta
in terra.
Quando udii del Regno della Luce del Persiano, del suo paradiso
attraverso il ponte Chinevat, ove vanno solo i buoni, il pensiero mi
tormentò, ed in tale modo che tanto di giorno come di notte fantasticai
sulle idee della transmigrazione Eterna.
Se, come m'insegnò il mio maestro, Dio era giusto, perchè non v'era
alcuna distinzione tra i buoni e i cattivi? Finalmente venni alla
conclusione che la morte fosse soltanto il punto di separazione fra
i cattivi, che venivano abbandonati e puniti, e i fedeli che venivano
innalzati ad una vita più nobile; non il ricovero di Budda nè il riposo
negativo di Brahma, o Melchiorre; nè il soggiorno agli Elisi, ch'è
tutto ciò che il Cielo permette secondo la fede olimpica, o Gaspare; ma
vita -- vita attiva, allegra, eterna. Vita assieme a Dio! -- La scoperta
mi trascinò ad un'altra inchiesta. Perchè deve la verità esser tenuta
come un segreto a conforto egoista del clero?
Il motivo per tale segreto non v'era più. La filosofia ci aveva almeno
data la tolleranza. In Egitto avevamo Roma invece di Rameses. Un giorno
nel Bruccheio, il quartiere più bello e più abitato di Alessandria,
predicai. L'Oriente e l'Occidente mi diedero uditori. Studenti che
frequentavano la Biblioteca, sacerdoti del Serapeo, oziosi del Museo,
patroni dello stadio, paesani del Rhacotis, una folla, insomma, si
fermò per sentirmi.
Predicai su Dio, sull'anima, sul giusto e l'ingiusto e sul Cielo,
ricompensa alle vite virtuose. Voi, o Melchiorre, foste preso a
sassate: i miei uditori dapprima furono sorpresi, poi risero.
Parlai di nuovo ed essi mi fecero bersaglio di epigrammi, coprirono il
mio Dio di ridicolo ed offuscarono il mio paradiso collo scherno. Per
non dilungarmi troppo, io cedetti dinanzi a loro.» --
L'Indiano sospirò dicendo: -- «L'uomo è nemico dell'uomo, o fratelli!» --
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