-- Lei ha fame probabilmente, signor Salvi, -- disse con la sua voce
fresca e maliziosa.
-- Peuh... un tantino. Ma non ci pensavo neppure. In queste gravi
circostanze...
-- Certo, -- ammise Maria Dora con una boccuccia impertinente. -- Ma ora si
va a tavola, non dubiti. -- Poi soggiunse: -- Cosa pensa del funerale? È
riuscito grandioso e commovente, non le pare?
-- Quello che il povero Giorgio si meritava, -- osservò Tancredo con aria
ispirata. -- E sua sorella come sta?
-- Eccola, -- disse Maria Dora. Ella entrava con sua madre infatti;
Maurizio la seguiva con Stefano e con lo scemo. Poco dopo sopraggiunse
il Ferento, che lo presentò alla vedova:
-- Il signor Tancredo Salvi, che forse non conoscete.
Ella fece un saluto con il capo, un saluto serio e dolce, al quale
Tancredo rispose con una specie di riverenza impacciata.
Quando furon tutti seduti, la Berta mise davanti alla vedova una tazza
di brodo; il Salvi non poteva ristare dall’ammirarla tanto, ch’ella
teneva costantemente la faccia china. Poi guardava con invidia il
Ferento, pensando: «Beato lui!»
Tranne alcune brevi parole di Maria Dora, la colazione passava
taciturna. Lo scemo aveva smesso l’abito nero, per indossar di nuovo il
suo giubbone quasi giallo, e si divertiva nel battere la stoviglia con
la forchetta, il bicchiere con il coltello; poi faceva le boccacce alla
Berta, ridendo e tirandola per la sottana ogni qualvolta costei gli
passava daccanto.
Verso la fine della colazione entrò Mattia, che aveva da parlar con
Stefano, il quale si levò, e uscirono. Marcuccio pure sorse di tavola
prima che gli altri finissero, e scomparve. Maurizio si puliva le unghie
con uno stuzzicadenti. Quando Maria Dora, che gli era seduta vicino, se
n’accorse, gli diede un colpetto con la mano; il giovinotto si mise a
ridere. La vedova non voleva neppure le frutte; sua madre le mise
tuttavia sul tondo una bella pesca, rossa come un caldo velluto, e che
mandava profumo.
-- Mangiate almeno quella pesca, Novella, -- disse il Ferento, che pur
tacendo si occupava continuamente di lei.
Ella volse gli occhi a guardarlo, sorrise ed obbedì.
Tancredo aguzzava tutte le sue facoltà d’osservazione, poichè la voce
del Ferento, nel parlare con la vedova, lo aveva infatti colpito: una
voce così diversa dalla sua consueta, blanda, persuadente, morbida, «una
voce -- se la definì Tancredo -- che pareva la carezza d’un innamorato.» E
per la seconda volta, ma quasi con rancore, si disse: -- «Beato lui!»
Frattanto s’accorse che Maria Dora e Maurizio si parlavan piano e
ch’egli doveva essere appunto la causa de’ loro bisbigli. Allora domandò
al Ferento:
-- Scusi, professore, quando riprende i suoi corsi all’Università?
-- Fra una diecina di giorni, signor Salvi.
E basta. Non c’era proprio mezzo d’attaccar discorso. A lui pareva che
tutto dovesse avere un limite, anche il dolore per un morto, e trovò che
in fondo esageravano un poco.
-- Prenderemo il caffè in sala, -- disse Maria Dora. E si levarono.
Tancredo, nel salone semibuio, si sprofondò in una comoda poltrona; di
fianco gli misero un tavolino con la chicchera del suo caffè; Maria Dora
gli propose la scelta fra un bicchierino di «Chartreuse» ed uno di
«Cognac»; Tancredo preferì quest’ultimo per la veneranda polvere che ne
affumicava la bottiglia.
La sala -- quella medesima sala ove poco tempo innanzi, durante un chiaro
pomeriggio di sole, Novella si era seduta al pianoforte per eseguire una
fuga di Bach, mentre il marito l’ascoltava e la guardava protendendo
verso lei con un disperato amore l’esausta persona febbricitante -- la
sala medesima era come quel giorno fragrante di rose, e come quel giorno
il sole vi pertugiava dalle persiane, dissolvendosi traverso la penombra
in una striscia di polvere luminosa.
Tancredo si sentiva bene, deliziosamente bene, sicchè, abbandonandosi
alla sua natura fantastica, sognava che quella casa fosse la sua propria
casa, immaginava di potervi da quel giorno in poi trascinare una vita
opulenta e neghittosa, facendosi servire come un satrapo, satollandosi
di pasti luculliani, consumando una cantina di bottiglie decrepite, lui,
Tancredo Salvi, padrone d’una villa in campagna.
Il Ferento, in piedi su la soglia d’un altro salotto, stava leggendo un
giornale; mamma Francesca s’appisolava sul divano; Maria Dora ed il
giovinotto discorrevan sottovoce nel vano d’una finestra; la vedova era
seduta quasi di fronte a Tancredo, con le due mani poggiate sui
bracciuoli della poltrona di velluto scuro, il capo rovesciato sopra un
cuscinetto che guerniva la spalliera, sicchè la sua gola bianchissima
appariva scoverta come una procace nudità.
Allora Tancredo arrischiò una frase, timidamente:
-- Si ricorda, signora? Io venivo a trovar Giorgio qualche volta in
città...
Ella n’ebbe un tremito, come s’egli l’avesse interrotta nel mezzo d’un
sogno.
-- Sì, me ne ricordo, signor Salvi...
La sua voce le somigliava: era come la sua gola turgida, come la sua
gamba seminuda, come tutta la sua persona, viziata, appassionata, soave.
-- Ma ultimamente era un pezzo che non rivedevo Giorgio.
-- Forse da quando si ammalò?
-- Appunto.
Gli occhi della vedova eran dolci, grandi, fermi: lo guardavano in
faccia, ed egli si sentiva vergognoso come un contadino sotto lo sguardo
di questa bella donna.
Maria Dora, udendoli parlare, s’avvicinò e mise una mano sul braccio
della sorella, poi s’appoggiò con i gomiti su la spalliera stessa
ov’ella teneva il capo.
-- Ed ora, -- domandò il Salvi -- lei pensa di rimaner in villa, o forse di
fare un viaggio per distrarsi?
-- Non so nulla per ora; non abbiamo ancora deciso nulla.
-- Signor Salvi, -- disse d’improvviso il Ferento, con una voce quasi
gaia, -- vuole che facciamo insieme una passeggiata nel giardino?
Egli si levò in piedi con un atto di repentina obbedienza e rispose: --
Volentieri.
Scesero dalla scalinata e s’allontanarono fra gli alberi. Camminando, il
Ferento ripiegava con lentezza il giornale, che poi si mise in tasca. Ma
d’un tratto e senza preamboli disse:
-- Lei desidera probabilmente saper qualcosa intorno al testamento di
Giorgio Fiesco, non è vero?
-- Ecco, no... ossia... -- spiegava Tancredo con impaccio.
-- Dunque: il testamento fu trovato nella sua scrivania ed ora è nelle
mani del notaio Garlantini, qui del paese, presso il quale può prenderne
visione quando crede. È molto semplice: istituisce la moglie erede
universale, tranne un cospicuo legato in terre ai suoceri Landi, perchè
poi lo trasmettano alla lor figlia Maria Dora. Qualche ricordo agli
amici più stretti: lei non vi è nominato.
-- Ah, benissimo... -- rispose livido il Salvi, che per tutto quel
discorso aveva trattenuto il respiro.
-- Ecco: volevo dirle questo, -- concluse il Ferento.
«È un colpo forte, forte, forte...» -- pensò Tancredo. Guardò in terra,
in cielo, fra gli alberi, poi soggiunse:
-- Ma, scusi, lei trova giusto?... le pare una cosa giusta?...
-- Sì, -- rispose il Ferento con una voce pacata.
Il Salvi a tutta prima non seppe che dire; quella risposta recisa lo
sbalordì.
-- Giusta fino ad un certo punto, -- si permise di osservare. -- Dopo tutto
ero il solo parente...
-- Che vuole? Non è sempre la parentela quella che suggerisce gli
affetti, e le dico in verità, poichè mi ha domandato il mio parere, che
Giorgio Fiesco non avrebbe potuto accorgersi di avere un fratello, o sia
pure un fratellastro, se non dopo la sua morte.
-- Ma non era colpa mia se...
-- Via, non le pare che sian discorsi oziosi? Volevo dirle piuttosto una
cosa, signor Salvi. Lei è arrivato iersera ed ha creduto opportuno
alloggiare in villa, pur non conoscendovi nessuno...
-- È vero, professore; ma era così tardi... poi desideravo...
-- Mi lasci dire. Tutto questo può esser ancor naturale. Ma quello che
trovo assai meno lecito è il suo contegno in tale circostanza.
-- Quale contegno, professore? Ho cercato solo di rendermi utile.
-- Quel che trovo assai meno lecito, -- continuò il Ferento senza badargli
-- è per esempio la sua dimestichezza improvvisa con persone di servizio,
che vanno lasciate in cucina.
-- Ah, lei vuol dire... -- fece Tancredo mordendosi un labbro.
-- Non volevo dirle altro che questo, signor Salvi, e mi perdoni la
libertà. Ma siccome la famiglia Landi è molto colpita in questo momento
ed io sono il loro amico più stretto, così ho creduto necessario di
parlarle chiaramente.
Si era fermato e gli esponeva queste cose con affabilità, con una
garbatezza calma e sicura, davanti alla quale Tancredo non seppe che
rispondere.
-- Mi scusino... -- mormorò.
-- Nient’affatto, signor Salvi; lei non deve scusarsi affatto.
Poi gli parlò d’altre cose affatto prive d’importanza, tornando passo
passo verso la villa.
IV
Da questo colloquio Tancredo intese che le parole del Ferento
equivalevano ad un commiato e che perciò era necessario far presto.
-- Non dubitare che mi vendico! -- borbottava a denti stretti, ripreso da
un accesso di bile nel pensare alla sfumata eredità. E seduto nella
medesima poltrona, in quella profumata sala dove non c’era più nessuno,
immaginava con iracondia le sue vendette future. Ma poco dopo entrò lo
scemo, s’accocolò in un angolo e, preso l’archetto, incominciò ad
eseguire sul violino quell’unica dolorosa Canzone ch’egli sapeva.
Arrivato ad un certo punto, s’interrompeva sghignazzando, e ricominciava
da capo.
-- «Di’, scemo? seguiterai per un pezzo a farmi questo bel concerto?» --
-mormorò Tancredo a mezza voce.
Ma lo scemo, che aveva un udito finissimo, lo intese, o intese almeno
l’epiteto, del quale si corrucciò. Scese dalla seggiola, e con il
violino in pugno gli venne davanti, minaccioso.
-- Come ti chiami? Chi sei? Cosa fai qui? Vattene!
E con l’archetto gli segnava l’uscio, protendendo sul collo turgido la
faccia incollerita. Per prudenza Tancredo si levò in piedi e fece atto
di ubbidirgli, ma riparatosi dietro la poltrona cominciò a fissarlo.
-- Dica, professore... non facciamo scherzi! Professor Marcuccio, per
carità... si calmi, professore!
Accortosi che quel nome produceva un buon effetto, glielo dispensò a
manate: Professore, professore...
-- Non ti piace la musica, eh? -- lo derise Marcuccio, battendo l’archetto
sul violino.
-- Così così...
-- Allora forse preferisci che ti legga una poesia?
-- Ecco, -- disse Tancredo con longanimità, -- preferisco.
Lo scemo depose il violino, trasse di tasca un quaderno scarabocchiato
di righe storte, si pose nel mezzo della stanza, e imitando gli oratori
che aveva uditi quel mattino al camposanto, cominciò a leggere:
«Sette matasse di lana
di sette colori che sono:
il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu,
-- gli altri due non so più --
hanno filato le monache
per fare il lenzuolo di morte
ai morti del paese.
Sette matasse di lana,
perchè si marita domani
il maniscalco che batte,
che picchia, che batte, che picchia,
sui ferri, tutta la settimana.
Sette matasse di lana.
-- Ti piace?
-- Sì, professore, è molto bella. Come dice?... «il rosso, il giallo, il
verde, il bianco, il blu, -- gli altri due non so più...» Bello! molto
bello!
E Tancredo batteva le mani.
-- Silenzio! -- impose lo scemo. E ricominciò:
«Sette rocchetti di refe,
di refe bianco e di refe turchino,
hanno filato le monache
per fare una vesta da festa,
tutta bianca e tutta rosa
alla Berta che va sposa:
alla Berta rossa, che ha la pancia grossa.
-- Questa è migliore! -- applaudì Tancredo. -- «Alla Berta rossa, che ha la
pancia grossa...» -- Un capolavoro!
E piano piano, mentre lo scemo stava per attaccare una terza strofa,
scivolò fuori dalla sala, scese nel giardino, e poichè l’avevan lasciato
solo risolse di fare una bella passeggiata. Lontanò in mezzo alle
campagne, ragionando fra sè medesimo su quello che gli convenisse fare.
Per fortuna il suo cervello era una miniera inesauribile d’idee, nè a
lungo indugiò prima di guidare le sue ricerche verso la persona che
precisamente gli occorreva.
«-Ecce homo!-» -- esclamò d’un tratto, pronunziando a fior di labbro
questo nome: -- Dandolo Zappetta.
Costui era un morto di fame, al quale Tancredo sapeva di aver pagato
cinque o sei pranzi, nonchè un numero infinito di mezzi toscani.
Era piccolo piccolo, magro magro, giallo giallo, con due piedini da
bamboletta, un giacchettuzzo nero, che pareva di raso, tanto s’era fatto
lucido, un testone maggiore del suo corpo, con una strana calvizie che
gli occupava soltanto la chierica e la sommità della fronte.
La sua bocca era sottile, diritta, come una di quelle righe segnate nei
libri al finire d’ogni capitolo, e vi teneva sempre infisso un cotal suo
bocchino d’un certo legno da lui vantatissimo, qualcosa di raro come
quei legni aromatici che i primi navigatori Egizi riportarono dal
favoloso regno di Punt.
Era povero come Giobbe, ma tuttavia possedeva un orologio di similoro,
più bello che l’oro, tre anellucci da giovine puerpera, due catene
d’argento, un portacerini cesellato, un portasigarette d’un altro legno
quasi leggendario, venuto forse da un mondo più lontano che il lontano
reame di Punt, e mille altre bazzecole d’un valor grande invero, che
formavano i beni della sua felicità. Quest’uomo singolare, non c’era
cosa che non avesse veduta, udita, saputa, o non sapesse fare: ma non
faceva niente. Viveva in due camerette al quinto piano, ingombre zeppe
di collezioni di farfalle, tra un lusso incredibile di vasetti e
scatolette, che racchiudevan lucido per le scarpe. Verso il tempo del
pagar la pigione assumeva qualche vago mestiere; nel resto dell’anno la
sua professione era quella di raccoglier farfalle, nonchè di rendere
servigi a’ suoi numerosi amici. Chiunque avesse bisogno di lui non
doveva che dirgli: Dandolo... E Zappetta lo faceva. Che poi lo
pagassero, trovava ottima cosa, come del restare a mani vuote non si
doleva gran che.
Aveva tuttavia un debole, un debole che gli era nato forse dal grande
consumo di romanzi polizieschi, ed era infatti la passione del bel
delitto, cosa della quale stava sempre in agguato, come il can da fermo
quando apposta la selvaggina.
A tal uopo serviva di quando in quando, e non per lucro ma solo per
amore, in una agenzia di poliziotti privati, nobil gente quant’altra mai
vide il tempo nostro fiorire, tra la quale Dandolo Zappetta godeva di
una piccola celebrità.
«-Ecce homo!-» -- esclamò di nuovo Tancredo benedicendo in cuor suo la
natura per avergli dato un cervello così fecondo. E la mattina seguente,
licenziatosi dagli ospiti con solennità, verso le dieci risaliva in
treno.
Era una giornata calda, con minacce di temporale. Guardando fuori dal
finestrino Tancredo ripensava quante mai cose non eran accadute in que’
brevi due giorni, e gli avvenne di riflettere come talvolta si vada
incontro ad una fosca tragedia senz’averne il più lontano presagio.
Nonostante il suo cinismo apparente, quel buon Tancredo era debole di
sua natura, ed ora si sentiva tratto a veder sangue, veleno, assassinio
dappertutto.
Viaggiando per quella nubilosa giornata si perdeva in lunghe
fantasticherie sui delitti e sui veleni dei Borgia.
Quando arrivò a casa, Caterina, ch’era occupata nello stirare le sue
camìce, depose il ferro e gli fece un’accoglienza festosa.
-- Ben tornato il mio bel signore! Che notizie mi porti?
-- Incendio! -- egli esclamò tetramente, buttando la valigia sopra una
seggiola, che si capovolse. A gambe levate scapparono Tresette e
Patcioulì, i due gatti soriani ch’essi tenevano per lor diletto a far le
fusa intorno al focolare.
-- Fa piano, tesoro... -- lo esortò Caterina. -- Quando entri tu, entrano i
vandali. Ebbene, cosa vuol dire incendio? Non ti capisco; hai ereditato
almeno?
Tancredo si soffiò due volte nel palmo della mano: -- Ecco l’eredità!
-- Me lo immaginavo, -- ella fece senza grande rammarico. -- Figùrati se
quegli egoistoni pensano a te!
-- Ma, ma, ma... -- l’interruppe Tancredo. -- non è detta l’ultima parola!
-- Davvero? E come? Racconta.
-- Ora non ho tempo; devo uscire sùbito.
-- Almeno dammi un bacio, bellezza d’oro.
Tancredo, col dorso della mano, le vellicò la guancia grassa, e questo
fu il bacio. Poi si rimise il cappello, ed uscì. Trovato Saverio in un
certo caffè dove questi bazzicava ogni giorno, lo mise al corrente in
quattro parole di tutto quanto aveva potuto raccogliere intorno ai fatti
già saputi, nonchè del progetto che aveva di spedire colaggiù Dandolo
Zappetta.
Saverio trovò eccellente l’idea di mandarvi Dandolo, e, quanto alle
spese, risolsero di farle a metà.
-- Non ti sei per caso lasciata sfuggire una parola di troppo?? -- domandò
Saverio.
-- Io? Mi conosci male. Neanche una sillaba!
Tosto s’avviarono verso la casa di Dandolo Zappetta, e saliti con fatica
i suoi cinque piani tirarono il cordone del campanello.
-- Chi è? -- fece dal di dentro la voce affabile dell’omino.
-- Amici, -- risposero i due tamburellando con le nocche su l’uscio.
Dandolo venne ad aprire in mutande, coi piedi che navigavano in due
vaste pantofole di paglia tonchinese, dalle punte volte all’in sù come
le prore di due gondolette.
-- Oh, guarda... Saverio! Tancredo!!... Che piacere! Avanti, avanti!
Sui tavolini, sul divano, sul letto, su le seggiole, fin per terra,
v’eran cartoni di farfalle in preparazione; le pareti n’eran coverte,
sicchè pareva d’entrare nel ripostiglio d’un bizzarro museo. A terra,
dietro il capo del letto, v’era un mucchio di libri, coverti da uno
strato di polvere; sopra il canterano, in gran disordine, quantità di
boccette, scatolette, forbici, spilli, spazzolini, cose tutte che
dovevan esser utili alle sue scarpe od alle sue farfalle.
La camera prendeva luce da una finestrella poco più grande che una
gattaiuola e così alta nel muro che certo l’omino doveva salire sopra
una sedia per giungere ad aprirla: questo perchè dava sul letto. Un vano
senza porta metteva da quella stanza in un’altra più piccola,
rischiarata solo da una finestra a bótola.
-- Ora vi libero il divano, -- disse Dandolo. -- Abbiate pazienza.
E con infinita cura operò il trasloco delle sue farfalle.
-- Eccomi a voi, cari amici. Se mi dispensate dal mettere i calzoni, vi
ringrazio, così non s’impólverano.
-- Figùrati! -- rispose Tancredo. E cercò dove quell’omino tenesse i suoi
preziosi calzoni. Li vide, ben ripiegati, su la spalliera d’una
seggiola, protetti da un giornale; sotto la sedia v’era un paio di
scarpe, luccicanti come se fossero verniciate a coppale.
-- Vuoi guadagnare cinque o sei giorni di mantenimento in campagna, un
anticipo all’andata ed una buona gratificazione al ritorno? -- domandò
Tancredo, entrando filato nell’argomento.
-- Se avete bisogno ch’io vada in campagna, -- rispose Dandolo umilmente,
-- ci vado senz’altro. E dove?
-- È un paese ricchissimo di farfalle, -- spiegò Saverio con un risolino.
E guardava su le pareti quel fermo svolazzare di alette gialle bianche
verdi turchine, chiazzate striate variegate, che formavano in verità una
tappezzeria fantastica.
-- Dandolo Zappetta! -- esclamò Tancredo, -- qui vedremo veramente che uomo
sei, perchè veniamo da te per incaricarti d’una inchiesta siffatta, la
quale, se desse risultati positivi, basterebbe in fede mia per mettere a
soqquadro l’Italia!
-- Davvero? -- esclamò Dandolo, pizzicandosi le mutande, ma senza un
eccessivo stupore.
Poi Tancredo, nel modo più confuso che potè, omettendo nomi, luoghi,
particolari, fece al poliziotto un’arruffata e misteriosa narrazione.
Durante questo racconto lo Zappetta prese un’aria quanto mai distratta,
mordicchiando il suo corto bocchino e sollevando il sopracciglio destro
d’un buon dito sopra il livello del sinistro. Quando il narratore giunse
al termine, Dandolo non aperse bocca; ma, scordandosi d’essere in
mutande, faceva tratto tratto il movimento di chi voglia ficcarsi le
mani nelle tasche.
-- Dunque? -- l’interrogarono insieme Tancredo e Saverio, davanti a quel
silenzio.
Dalla scranna su cui stava, Dandolo affondò i piedi nelle due gondole
tonchinesi riprendendo contatto con la terra.
-- Ecco, -- spiegò loro con mansuetudine. -- Voi mi fate l’effetto di due
malati che vadan per un consulto nella clinica di un dottore, ma poi
rifiutino di lasciarsi visitare, anzi facciano tutto il possibile per
nascondere al medico i sintomi della loro infermità. In questo modo,
cari amici, non verremo a capo di nulla.
-- Non ha torto, -- ammise Tancredo guardando il Metello.
-- Statemi a sentire, -- cominciò Dandolo in tono confidenziale. -- Con
quello che m’avete già detto, poche ore mi basterebbero per colmare, se
volessi, le lacune del vostro racconto.
-- Non ha torto, -- ammise anche il Metello.
E ripigliando la narrazione da capo, gli scoversero interamente il loro
segreto.
-- Ahimè!... -- fece allora lo Zappetta. -- Mi pare una cosa tanto grave,
ch’essa tocca l’inverisimile.
-- Così è, -- rispose Tancredo con modestia.
-- Ebbene, -- precisò Dandolo, dopo aver riflettuto, -- supponiamo per un
momento che il fatto sia come voi dite. Andrea Ferento ha avvelenato, e
certo in un modo strettamente scientifico, il marito della sua amante,
il fratellastro di Tancredo, l’ingegnere Giorgio Fiesco. Se così stanno
le cose, io vi prometto di portarvi in meno di otto giorni i dati
necessari perchè Tancredo ne sporga denunzia al Procuratore del Re.
-- Ottimamente! -- applaudì Tancredo.
-- Ma se invece si trattasse d’un abbaglio, d’uno di quei fenomeni che
sono talvolta l’ìndice della perversa fantasia popolare, i veri casi di
pazzia dell’Anonimo, e se ciò non ostante voi voleste, basandovi sui
rumori d’una borgata, macchinare contro quest’uomo, che ammiro
altamente, uno scandalo indecoroso a puro scopo di lucro, qualcosa
insomma che abbia l’aria d’un ricatto... allora vi consiglio, ragazzi,
di andar a picchiare altrove, perchè io di queste cose non mi occuperò
mai!
I due si guardaron in faccia con una certa qual titubanza, e sorrisero
fra loro di quella soave ingenuità. Pareva si dicessero: -- Poverino! che
omino per bene! che anima semplicetta come le sue farfalle! -- Poi
Tancredo rispose con voce burbera:
-- Va bene, va bene!
Ed il Metello aggiunse:
-- Non era nemmeno il caso di parlarne, tanto è naturale.
-- Io amo gli accordi chiari, -- precisò lo Zappetta. -- Ed ora torniamo al
primo supposto: il delitto è veramente avvenuto, io l’ho ricostrutto,
Tancredo va per sporgere la sua denunzia al Procuratore del Re... Mi
seguite?
-- A puntino.
-- Ebbene, sapete voi quel che càpita nel nostro bel paese? No, non lo
sapete?... Ci prendono tutti e tre, delicatamente, con un pretesto
qualsiasi, e ci mandano intanto a meditare su le piaghe della società
negli ozî d’una patria galera.
-- Càpperi! -- saltò su Tancredo.
-- Verissimo!... -- dichiarò il Metello; -- ha ragione lui. Non ci avevo
pensato.
-- C’era una volta un asino il quale, avendo inteso dire che Caligola
aveva incoronato il suo cavallo, si era messo in mente di andare alla
conquista dell’Impero Romano... Sapete cosa gli capitò?
-- Lasciamo gli scherzi, -- fece Tancredo, -- e spiégati.
-- Ecco, mi spiego, -- disse allora Dandolo, -- Voi dimenticate una cosa.
Il Ferento, oltre la sua propria forza d’uomo politico, di agitatore, di
scienziato, è anche massone; anzi è, od era, uno fra i più potenti capi
della Massoneria.
-- Stavo per dirlo: è massone! -- confermò il Metello.
-- Dunque a voi due pare -- disse Tancredo -- che non si possa far nulla
contro un uomo così potente?
-- Non volevo dir questo, -- riprese lo Zappetta col suo tono
dimostrativo, -- ma certo sarebbe da pazzi mettersi al cimento senza la
certezza di riuscire. Voi due non potrete mai essere che i suoi
zimbelli, anche se aveste in mano la boccetta del veleno che gli servì.
Poichè sappiate che contro un uomo così forte potrebbe solo cimentarsi
un rivale della sua tempra, o l’avversaria che vince tutti: la folla.
-- Sei eloquente! -- esclamò Tancredo.
-- Sono giusto, -- corresse Dandolo, -- giusto semplicemente. Oggi ancora,
dinanzi alla figura di Andrea Ferento, io, che vivo in una soffitta, mi
sento pieno di ammirazione; il giorno in cui avessi acquisita la
certezza del suo delitto, ma una certezza vera, una certezza mia
propria, diverrei feroce contro di lui, perchè il delitto è maggiore
dell’ingegno, anzi è la cosa più potente che generi la società; quindi
va smascherato.
-- E concludendo? -- fece il Metello, cui non importavan assolutamente
nulla questi aforismi.
-- Concludendo io parto stasera stessa, od anche sùbito, se volete.
E rapidamente guardò i suoi calzoni, poi l’orologio di similoro che
teneva in una foderetta di lana.
-- Benissimo, -- acconsentirono i due compari.
-- Lasciatemi solo riporre le mie farfalle e chiudere bene le finestre
perchè non entri vento.
L’omino, raccogliendo i suoi cartoni, ad uno ad uno e con infinita cura
li portava nell’altro bugigattolo, facendo su l’ammattonato con le sue
pantofole un rumore di paglia strofinata. Intanto i due si consultavano
su la somma che fosse opportuno dargli per il viaggio. Tancredo era
liberale, il Metello più avaro assai. Questi credeva che un centinaio di
lire fosser più che bastevoli, ma Tancredo, assistito dalla propria
esperienza, pensava che avrebbe avute molte spese, quindi non convenisse
parer taccagni e bisognasse darne duecento almeno. Così risolsero; e
mentre lo Zappetta rientrava gli consegnaron i due biglietti da cento
piegati in quattro.
-- Eccoti i denari necessari, ma ti preghiamo di notare tutte le tue
spese.
-- Va bene, -- rispose Dandolo. E senza contare i biglietti, se li mise in
un taschino del panciotto.
Solo, nel trasportare l’ultimo cartone, domandò:
-- Quanto mi avete dato?
E scomparve nel bugigattolo.
-- Duecento lire! -- gli gridò appresso il Metello con una voce
accrescitiva.
-- Non bastano, -- rispose Dandolo, tranquillo.
-- Oh, diamine! -- esclamarono tutt’e due. Dandolo riapparve:
-- Non bastano, e mi spiego. Sappiate che io mi presento laggiù come
ingegnere agronomo, inviato da una Società di sfruttamento agricolo,
società che avrebbe in animo di acquistare nella contrada grandi aree di
terreno. In capo a due giorni mi riprometto di conoscere tutte le
persone più cospicue della località; mi useranno cortesie, bisogna che
possa rendere. Ho le mie valige pronte, nelle valige tutto un vestiario
che non porto mai quando non sono in funzioni. Verso il prossimo che si
vuol sfruttare bisogna anzi tutto e sopra tutto non puzzar di miseria.
Mi capite?
-- Vedi come si fa? -- disse Tancredo al Metello, con ammirazione. Ma
questi era seccatissimo e non spianava il suo volto arcigno.
-- Poi, -- riprese Dandolo, -- avrò a che fare con giornalisti, e costoro,
anche in provincia, non lo dico per farvi un complimento, son persone
alle quali si deve ogni specie di riguardi.
Ora Dandolo s’infilava i calzoni.
-- Quando poi una notizia ha preso la via delle stampe cammina da sè come
un sasso giù dalla montagna. Poichè il giornale ai tempi nostri è
diventato l’evangelo di una chiesa universale, che si chiama la Stampa,
e che detiene il Primo Potere. Il giornale vi serve a tutto, vi fa
tutto: è la balia ed il carabiniere dell’uomo. Annunzia la vostra
nascita, la vostra morte, che altrimenti nessuno saprebbe, vi crea la
fama o ve la stronca; vi procura da mangiare o vi taglia i viveri.
Osservate bene. Le istruttorie, le inchieste, i processi, vorrei dire
anche i delitti, è il giornale che li fa succedere; i verdetti, è il
giornale che li impone. Non solo. Ma chi fa la guerra? la pace? le
alleanze? la politica?... -- Il giornale.
Forse tra poco i Gordon Bennett cominceranno una dinastia, mentre un
Concilio di Redazioni eleggerà il Papa. E non è tutto. Avete inventato
un prodotto? un meccanismo? una peregrina idea di qualsiasi genere? Il
giornale ve la bandisce tra il pubblico. Scrivete un libro? Ve lo
giudica. Vi capita un rovescio? Si affretta a farlo sapere. Vincete un
terno? Ve lo pubblica. Volete moglie? Ve la trova... Cosa potreste
chiedere di più ad un giornale, che dopo tutto vi costa un miserabile
soldo?...
V
Per una casa d’uomini era dunque passata, ed or già lontana pesava la
fredda ombra della morte. Un’altra notte saliva nei millenni, bruciava
le sue stelle vertiginose ai perduti confini del mondo.
Quanti anni eran trascorsi dal primo giorno che un uomo uccise? dal
primo giorno che un essere amò?
Nulla; non si sapeva nulla. Tutto continuava senza meta, nell’infinito
inutile andar del Tempo. Non si udiva che una sorda campana battere a
colpi disperati... Era la campana della Bufera, la campana della
Distruzione, la campana dell’Inutilità.
E diceva infinitamente nell’infinito:
«Io sono il Tempo: -- ieri e domani.
Io sono il principio di tutte le cose, -- la fine di tutte le
cose -- ieri e domani.
Quando vedrete accendersi una stella, direte com’io dico: -- ieri
e domani.
Quando sarete giunti all’ultima di tutte le parole che sembrano
vere, -- dubiterete che sia vero il Tempo: -- ieri e domani.
Quando sarete giunti a questo dubbio, comprenderete che sono
fermo, -- che sono fermo come voi, uomini, e non esisto: -- ieri e
domani.
Allora non sarò più il Tempo; -- non sarò nè il millennio nè
l’istante: -- ieri e domani; sarò la favola eterna del mondo: --
ieri e domani.»
Lontana dall’amante, sola, nella sua coltre insonne, a lei pareva
tuttavia di commettere peccato. E più forte, fra quei brividi che han
nome di rimorso e di paura, la gioia del sentirsi libera le irrompeva
nell’anima come un’ondata barbara di felicità, le brillava come un fuoco
di stelle sui vertici della vita.
Egli stesso non aveva osato entrar nella sua camera, ma, chinando gli
occhi, le aveva detto sul limitare: -- Non ancora, non ancora... È troppo
presto, amore mio...
Le aveva detto così, ed ella sentiva come lui che «troppo presto» era
infatti per cominciare l’oblìo. Bisognava che il morto scendesse più
profondo nella terra tenace, bisognava che anche l’ombra di lui si
cancellasse da quelle tragiche pareti.
Or si rammentava d’essere stata una sorella, una buona e devota sorella,
ma già le batteva nel cuore il felice cuore dell’amante.
V’è un giorno della vita il quale pare che raccolga in sè la conclusione
di tutto quel che si fece, il seme di tutto quello che si farà. Ella
pensava: -- «Questo giorno è venuto».
E mandava l’amore a cercare di lui, nel suo letto lontano, come traverso
la notte manda il suo profumo un fiore.
«Vivrò -- pensava -- nella tutela della sua forza, nel calore del suo
coraggio; mi parrà, nelle sue braccia, di tornare ogni giorno a vivere
la prima ora di vertigine, il primo smarrimento che provai.»
E insonne si volgeva nella coltre molesta, evocando l’ombre del suo
rimorso per incutersi maggior paura, ma pensando invece all’amore con un
cuore involontario.
Egli le aveva detto: -- «È opportuno ed è necessario che fra pochi giorni
ti lasci. Cerca di comprendere, Novella, ch’io debbo fare così...»
Diceva questo guardandola, tenendo le due mani posate su le sue spalle
con un atto di protezione e d’amore. Ella taceva; ma un grande
smarrimento le invadeva l’anima; continue lacrime le brillavano su le
ciglia ferme.
Perchè lasciarla sola in quella tetra casa, dove non troverebbe alcun
rifugio, quand’egli fosse lontano da lei? Perchè non portarla con sè
nella loro città febbrile, nella loro città violenta, ov’egli sarebbe un
uomo operoso ed ella un’amante nascosta? Perchè dissimulare, ed ormai
vanamente, quello che tutti sapevano?
Ma egli l’aveva serrata contro di sè per consolarla, ed aveva detto: --
«Non ancora. Devo, per un’ultima volta, partir solo. Bisogna che tu
cominci ad essere una mamma, Novella, ora che lo puoi. Ricòrdati che il
nostro bimbo dovrà, nascendo, chiamarsi con il suo nome. È triste, è
orribilmente triste... ma, che vuoi? l’uomo, anche il più forte, non può
sottrarsi a tutte le catene, a tutte le commedie che intessono la vita.
Più tardi certamente l’adotterò, farò in modo che il tempo me lo renda;
ma, se vogliamo che sia felice, deve nascere nel cammino giusto, cioè
nella menzogna. Tuo padre, tua madre, chiunque ci conosca deve -poter
credere così-. Perchè, solamente in questo modo, l’opinione della gente
saprà tollerare ch’io ti abbia amata. E sei tu che devi proteggere la
nostra creatura, Novella... mi capisci? Sei tu.
«Più tardi potrai venire in città, con Dora e con tua madre, se non vuoi
trovarti sola in quel tuo appartamenento che forse ti spaventerà un
poco. E attenderemo insieme che nasca il nostro bimbo, quello che noi
dovremo amare molto, molto, Novella, perchè gli abbiamo dato più che la
nostra vita...
Così parlando la guardava; una specie d’inerte fissità incatenava i suoi
occhi per solito così mobili; una specie di pesante oppressione
incurvava la sua maschia fermezza.
«Quando sarà nato, -- egli riprese, -- potremo finalmente pensare a noi;
potrò dire finalmente che ti amo, che ti amo, e lo dirò così forte,
Novella... con tanta gioia lo dirò, che forse ci perdoneranno. Perchè,
vedi, se è vero che tu dovevi essermi vietata come poche donne lo furono
ad un amore, certo nessun coraggio fu mai più grande nell’amore, del
coraggio che ho saputo avere per te...»
Nella veglia ella ricordava queste parole, ma senza cercare di
conoscerne il remoto senso; le ricordava come una musica d’amore che le
avesse inebbriati i sensi e quasi come la memoria d’una snervante
carezza, d’un lungo e lento bacio che le avesse affaticata l’anima.
Ed era felice di sentirsi ancor giovine, ancor bella, e così piena e
così persa d’amore, da potersi concedere senza paure all’uomo che amava,
da potergli rendere con pienezza quella gioia soverchiante ch’ella
traeva da lui.
Era stanca, le dolevano le spalle, i ginocchi, le braccia, le tempie;
non le riusciva d’addormentarsi, e quasi per scendere incontro al sonno,
si adagiava nel letto più supina, cercava ne’ propri capelli sciolti un
più morbido guanciale. Ma, ecco, le avveniva di pensare con qual
dolcezza si sarebbe addormentata nelle braccia dell’amante, reclinando
sotto il suo respiro la fronte ismemorata e sentendosi a poco a poco
disperdere in una immensa felicità, in un riposo che le parrebbe il
limite dell’amore umano, la pace dei sensi e dell’anima, il piacere che
non affatica più...
Ma poichè non poteva trovar sonno in quella ingrata coltre, si levò a
sedere sul letto e con le braccia ricinse le ginocchia sollevate.
Stando così, a mezzo fuori dalla coltre, il profumo del suo proprio
corpo l’avvolgeva come un odore inebbriante.
Una tristezza grave le assalse l’anima, poichè, lontana dall’amante, le
pareva che scendesse un velo su l’infinito mondo e naufragassero tutte
le cose in una vuota inutilità. Ella era donna, perciò non aveva
battaglie nella vita, non miraggi verso i quali avventarsi con eroismo
nè fatiche assidue che a lei riempissero le lunghe ore del giorno; era
solamente una donna, un voluttuoso cuore d’innamorata, fino allora
vissuta in ischiavitù, ed ormai, sopraggiunta la liberazione, dal più
profondo pensiero alla più tenue vena, la beata sua giovinezza non
sapeva che offrirsi all’amore.
-- «Non mi addormenterò, -- pensava -- s’egli non viene a baciarmi, e sarò
triste nella mia solitudine, come se qualcosa del nostro amore fosse già
vicino a morire.»
Cominciò a riflettere: -- «S’egli mi dimenticasse?» -- Ripensò la storia
d’altre amanti, l’abbandono d’altre innamorate, che anch’esse avevano
amato come lei; sentì ch’era donna ella pure, onde aveva nell’ombra de’
suoi passi un nemico inesorabile: il Tempo... e invasa da una folle
paura tornò la sorella del morto, confuse il rimorso nella tristezza,
pianse dell’amor suo con lui.
VI
-- Sì, Giovanni, -- disse Ferento al suo domestico, -- sono in ritardo
infatti. Ma da qualche giorno soffro d’insonnia e non mi riesce
d’addormentarmi sin verso l’alba.
Il domestico non rispose parola, ma fissò il padrone con uno sguardo
fedele. Aveva notato infatti la grande alterazione del suo viso dopo
l’ultimo ritorno dalla campagna, ma pensava che la perdita dell’amico
fosse causa per lui d’un soverchio dolore.
Come soleva ogni mattino, Andrea scese rapido per le scale, saltò
nell’automobile che l’attendeva sotto il porticato.
Per recarsi alla Clinica bisognava attraversare diagonalmente la città,
uscir fuori dal suburbio, verso l’estrema circonvallazione. Colà, sul
primo nascere della campagna collinosa, un edificio limpido sorgeva dal
mezzo d’un giardino, come una serena e grande abitazione ove il dolore
dell’uomo cercasse pace nel libero sole.
Il Ferento l’aveva da tempo fatto sorgere, contribuendovi largamente col
suo proprio danaro, per farne un grande Istituto di cura e di
preparazione scientifica, un’ara solenne della medicina moderna. Da
lunghi anni egli vi dedicava indefessamente ingegno, amore, volontà, con
tanto spirito d’abnegazione, con tanto lume d’intelletto, che già da
ogni parte il suo chiaro nome v’attraeva gli sguardi fiduciosi di tutta
la scienza europea, come ad una di quelle sacre officine ove un uomo di
genio, curvo ed investigante su la materia malata, cerca senza posa di
emancipare gli uomini dal patimento e rendere migliore la vita alle
generazioni future.
Questo era veramente, nel suo santo paganesimo, il Tempio Umano.
Così limpido era il mattino, che ridendo nelle invetriate bagnava di
splendore le contrade, traeva dalla pietra e dal metallo un tremolìo di
luce pieno d’ilarità. La città rumorosa e popolosa, consumando i suoi
traffici quotidiani, era desta, viva, celere, si affaticava con gioia.
In quella chiarezza, ogni singolo movimento assumeva una evidenza
particolare; l’insieme di tutte le cose pareva esprimere un senso di
forza gioconda.
E la Città era veramente un’arteria del mondo, anzichè un aggregamento
labile di case provvisorie, costrutte solo per contenere in sè il breve,
inutile decorrere di tante vite umane. Era un’arteria del mondo e
pulsava come una vela navigante; era un non so che di mostruoso che
sbocciava dalla terra, dissimile da tutte le forme della natura;
qualcosa d’immane che l’uomo aveva generato senza esempio, foggiando le
montagne, piegando le foreste, costringendo i fiumi ad ubbidirgli: era
un attendamento dell’uomo nella sua marcia verso l’infinito.
Assorto in profondi pensieri, non s’accorse che già, di lontano, su
l’altura della collina, appariva la grande villa bianca, dal tetto
d’ardesia, con le finestre protette da tendoni di tela quasi rossa. E
quando se n’avvide, una sensazione del tutto nuova la percosse, quasi di
stupore e d’angustia, una sensazione che per la prima volta gli accadeva
di provare, davanti a quella casa veduta nascere pietra su pietra.
Quando l’automobile ne varcò il cancello, egli ebbe quasi voglia di
tornare indietro, per sottrarsi alla noia di dover discorrere con tutta
quella gente: i medici, le infermiere, la Direttrice, i malati, sopra
tutto i malati.
Allora, in una sola evocazione, rivide le lunghe corsìe, le sale
operatorie, le piccole stanze, linde, uguali, con un letto in ferro,
anch’esso bianco, due seggiole, un armadietto, un tavolino.
Era la prima volta che gli accadeva di provare quel senso di stanchezza,
di noia... Perchè la prima volta?
Alcuni convalescenti passeggiavano per il giardino, e lo salutarono.
Egli guardò la quercia altissima che sorgeva dal mezzo dello sterrato,
l’albero calmo e tutelare intorno a cui le vetture compivano il giro per
ridiscendere verso la cancellata. Nell’alto fogliame, come in un immenso
alveare, le nidiate cantavano.
Com’egli era stanco!... Perchè mai così profondamente stanco?
La Direttrice gli scese incontro per la piccola scalinata, e con molta
esuberanza lo festeggiava. Un infermiere, due medici, uno studente
stavano su la porta. «Ben tornato! Ben tornato!...»
Egli s’accorse d’un lieve odore d’acido fenico e di cloroformio che
usciva dal corridoio; questo lo sorprese, come l’aveva sorpreso
l’aspetto della Clinica.
Tese la mano a tutti, scambiò alcune veloci parole coi più vicini,
mentre la Direttrice, un po’ chiacchierona, non ristava dall’esclamare:
-- Com’è dimagrato, signor professore! Com’è pallido! Non sta bene?
-- Un po’ d’insonnia, signora Maggià; nulla di grave.
S’avviò frettoloso verso lo studio, seguìto dal suo primo assistente, un
bel giovine biondo, con gli occhi luminosi ed intelligenti, che aveva
una così chiara voce da mandar in visibilio tutte le infermiere, quando,
nelle ore d’ozio, accompagnandosi con la chitarra, cantava. Una profonda
cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo
sotto la mandibola sinistra, ed era il segno d’un’infezione presa nel
curare un malato. Egli era così devoto al Ferento, e così ciecamente lo
ammirava, che gli avrebbe dato il suo corpo stesso per un esperimento
micidiale, s’egli lo avesse domandato. Più che venerazione, questo amore
per il suo maestro era una specie di totale soggiacimento, anzi una di
quelle fanatiche sottomissioni, che gli uomini di scienza riescono
spesso a determinare, per una superiore virtù del loro ingegno, sui
discepoli che hanno meglio educati.
-- Ebbene, Rosales, come va?
Il giovine stava ritto davanti alla scrivania, guardandolo chiaramente
negli occhi.
-- Io sto bene, professore. Ma lei ha veramente l’aspetto stanco.
-- Sì, un po’ stanco, un po’ stanco... Ed i malati? Come vanno i nostri
malati? Nulla di nuovo?
Intanto sfogliava la numerosa corrispondenza, lacerando le buste con
l’unghia e scorrendo i fogli con nervosa rapidità. Nel medesimo tempo
l’assistente gli faceva il suo rapporto, con voce calma, precisa,
mettendo nelle sue frasi una brevità quasi soldatesca.
-- Bene, -- mormorava tratto tratto il Ferento; -- bene. -- Poi lo
interruppe: -- Qui fa caldo, le pare? Apra la finestra, la prego.
Il giovine ubbidì. Lo studiolo terreno dava sul giardino; l’aiuola
correva lungo la muraglia; un grande albero d’olea fragrante nasceva
poco in là dalla finestra, tutto bianco della sua fioritura; i
ramoscelli poggiavano contro i vetri; nell’aprir questi, entravano.
-- Professore, -- disse da ultimo il Rosales, -- in questi giorni, che
furono per lei così tristi, non ho creduto necessario scriverle parole
oziose; ma ora vorrei solo dirle...
Il Ferento, levatosi, gli battè leggermente una mano su la spalla: --
Grazie, grazie... -- Poi soggiunse: -- Lei pure in questi giorni avrà
avuto un orario faticoso per colpa della mia assenza.
-- Oh, niente affatto! Desideravo che lei tornasse, ma non per questo, --
rispose il giovine con un accento pieno di tenerezza filiale.
La Direttrice picchiava discretamente all’uscio.
-- Entri, signora Maggià.
Era una donna dal volto segaligno, dal corpo assai florido. Grigia, con
gli occhiali a stanghetta, portava un abito nero leggermente ricercato.
-- Vorrei domandarle, professore, se comincerà con le visite o se prima
farà il giro delle sale?
-- C’è molta gente?
-- Otto o dieci persone.
-- Allora prima salirò. Venga, Rosales.
Depose nel portacenere la sigaretta ed uscì nel corridoio. Assistenti,
chirurghi, medici, suore, infermieri, lo aspettavan su gli usci per
salutarlo; egli rispondeva, di qua di là, con un cenno del capo,
camminando veloce, seguìto a un passo di distanza dal suo primo
assistente. Si fermava per stringer la mano ad alcuni, con una rapida
cordialità. Mentre stava per salir le scale s’incontrò con un gruppo
d’infermieri che ne scendevano, portando sopra una barella un malato
verso la sala operatoria. Costoro si fermaron bruscamente per lasciargli
il passo.
-- Avanti, avanti! -- egli disse loro. E guardò quella faccia supina,
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