-- Lei ha fame probabilmente, signor Salvi, -- disse con la sua voce fresca e maliziosa. -- Peuh... un tantino. Ma non ci pensavo neppure. In queste gravi circostanze... -- Certo, -- ammise Maria Dora con una boccuccia impertinente. -- Ma ora si va a tavola, non dubiti. -- Poi soggiunse: -- Cosa pensa del funerale? È riuscito grandioso e commovente, non le pare? -- Quello che il povero Giorgio si meritava, -- osservò Tancredo con aria ispirata. -- E sua sorella come sta? -- Eccola, -- disse Maria Dora. Ella entrava con sua madre infatti; Maurizio la seguiva con Stefano e con lo scemo. Poco dopo sopraggiunse il Ferento, che lo presentò alla vedova: -- Il signor Tancredo Salvi, che forse non conoscete. Ella fece un saluto con il capo, un saluto serio e dolce, al quale Tancredo rispose con una specie di riverenza impacciata. Quando furon tutti seduti, la Berta mise davanti alla vedova una tazza di brodo; il Salvi non poteva ristare dall’ammirarla tanto, ch’ella teneva costantemente la faccia china. Poi guardava con invidia il Ferento, pensando: «Beato lui!» Tranne alcune brevi parole di Maria Dora, la colazione passava taciturna. Lo scemo aveva smesso l’abito nero, per indossar di nuovo il suo giubbone quasi giallo, e si divertiva nel battere la stoviglia con la forchetta, il bicchiere con il coltello; poi faceva le boccacce alla Berta, ridendo e tirandola per la sottana ogni qualvolta costei gli passava daccanto. Verso la fine della colazione entrò Mattia, che aveva da parlar con Stefano, il quale si levò, e uscirono. Marcuccio pure sorse di tavola prima che gli altri finissero, e scomparve. Maurizio si puliva le unghie con uno stuzzicadenti. Quando Maria Dora, che gli era seduta vicino, se n’accorse, gli diede un colpetto con la mano; il giovinotto si mise a ridere. La vedova non voleva neppure le frutte; sua madre le mise tuttavia sul tondo una bella pesca, rossa come un caldo velluto, e che mandava profumo. -- Mangiate almeno quella pesca, Novella, -- disse il Ferento, che pur tacendo si occupava continuamente di lei. Ella volse gli occhi a guardarlo, sorrise ed obbedì. Tancredo aguzzava tutte le sue facoltà d’osservazione, poichè la voce del Ferento, nel parlare con la vedova, lo aveva infatti colpito: una voce così diversa dalla sua consueta, blanda, persuadente, morbida, «una voce -- se la definì Tancredo -- che pareva la carezza d’un innamorato.» E per la seconda volta, ma quasi con rancore, si disse: -- «Beato lui!» Frattanto s’accorse che Maria Dora e Maurizio si parlavan piano e ch’egli doveva essere appunto la causa de’ loro bisbigli. Allora domandò al Ferento: -- Scusi, professore, quando riprende i suoi corsi all’Università? -- Fra una diecina di giorni, signor Salvi. E basta. Non c’era proprio mezzo d’attaccar discorso. A lui pareva che tutto dovesse avere un limite, anche il dolore per un morto, e trovò che in fondo esageravano un poco. -- Prenderemo il caffè in sala, -- disse Maria Dora. E si levarono. Tancredo, nel salone semibuio, si sprofondò in una comoda poltrona; di fianco gli misero un tavolino con la chicchera del suo caffè; Maria Dora gli propose la scelta fra un bicchierino di «Chartreuse» ed uno di «Cognac»; Tancredo preferì quest’ultimo per la veneranda polvere che ne affumicava la bottiglia. La sala -- quella medesima sala ove poco tempo innanzi, durante un chiaro pomeriggio di sole, Novella si era seduta al pianoforte per eseguire una fuga di Bach, mentre il marito l’ascoltava e la guardava protendendo verso lei con un disperato amore l’esausta persona febbricitante -- la sala medesima era come quel giorno fragrante di rose, e come quel giorno il sole vi pertugiava dalle persiane, dissolvendosi traverso la penombra in una striscia di polvere luminosa. Tancredo si sentiva bene, deliziosamente bene, sicchè, abbandonandosi alla sua natura fantastica, sognava che quella casa fosse la sua propria casa, immaginava di potervi da quel giorno in poi trascinare una vita opulenta e neghittosa, facendosi servire come un satrapo, satollandosi di pasti luculliani, consumando una cantina di bottiglie decrepite, lui, Tancredo Salvi, padrone d’una villa in campagna. Il Ferento, in piedi su la soglia d’un altro salotto, stava leggendo un giornale; mamma Francesca s’appisolava sul divano; Maria Dora ed il giovinotto discorrevan sottovoce nel vano d’una finestra; la vedova era seduta quasi di fronte a Tancredo, con le due mani poggiate sui bracciuoli della poltrona di velluto scuro, il capo rovesciato sopra un cuscinetto che guerniva la spalliera, sicchè la sua gola bianchissima appariva scoverta come una procace nudità. Allora Tancredo arrischiò una frase, timidamente: -- Si ricorda, signora? Io venivo a trovar Giorgio qualche volta in città... Ella n’ebbe un tremito, come s’egli l’avesse interrotta nel mezzo d’un sogno. -- Sì, me ne ricordo, signor Salvi... La sua voce le somigliava: era come la sua gola turgida, come la sua gamba seminuda, come tutta la sua persona, viziata, appassionata, soave. -- Ma ultimamente era un pezzo che non rivedevo Giorgio. -- Forse da quando si ammalò? -- Appunto. Gli occhi della vedova eran dolci, grandi, fermi: lo guardavano in faccia, ed egli si sentiva vergognoso come un contadino sotto lo sguardo di questa bella donna. Maria Dora, udendoli parlare, s’avvicinò e mise una mano sul braccio della sorella, poi s’appoggiò con i gomiti su la spalliera stessa ov’ella teneva il capo. -- Ed ora, -- domandò il Salvi -- lei pensa di rimaner in villa, o forse di fare un viaggio per distrarsi? -- Non so nulla per ora; non abbiamo ancora deciso nulla. -- Signor Salvi, -- disse d’improvviso il Ferento, con una voce quasi gaia, -- vuole che facciamo insieme una passeggiata nel giardino? Egli si levò in piedi con un atto di repentina obbedienza e rispose: -- Volentieri. Scesero dalla scalinata e s’allontanarono fra gli alberi. Camminando, il Ferento ripiegava con lentezza il giornale, che poi si mise in tasca. Ma d’un tratto e senza preamboli disse: -- Lei desidera probabilmente saper qualcosa intorno al testamento di Giorgio Fiesco, non è vero? -- Ecco, no... ossia... -- spiegava Tancredo con impaccio. -- Dunque: il testamento fu trovato nella sua scrivania ed ora è nelle mani del notaio Garlantini, qui del paese, presso il quale può prenderne visione quando crede. È molto semplice: istituisce la moglie erede universale, tranne un cospicuo legato in terre ai suoceri Landi, perchè poi lo trasmettano alla lor figlia Maria Dora. Qualche ricordo agli amici più stretti: lei non vi è nominato. -- Ah, benissimo... -- rispose livido il Salvi, che per tutto quel discorso aveva trattenuto il respiro. -- Ecco: volevo dirle questo, -- concluse il Ferento. «È un colpo forte, forte, forte...» -- pensò Tancredo. Guardò in terra, in cielo, fra gli alberi, poi soggiunse: -- Ma, scusi, lei trova giusto?... le pare una cosa giusta?... -- Sì, -- rispose il Ferento con una voce pacata. Il Salvi a tutta prima non seppe che dire; quella risposta recisa lo sbalordì. -- Giusta fino ad un certo punto, -- si permise di osservare. -- Dopo tutto ero il solo parente... -- Che vuole? Non è sempre la parentela quella che suggerisce gli affetti, e le dico in verità, poichè mi ha domandato il mio parere, che Giorgio Fiesco non avrebbe potuto accorgersi di avere un fratello, o sia pure un fratellastro, se non dopo la sua morte. -- Ma non era colpa mia se... -- Via, non le pare che sian discorsi oziosi? Volevo dirle piuttosto una cosa, signor Salvi. Lei è arrivato iersera ed ha creduto opportuno alloggiare in villa, pur non conoscendovi nessuno... -- È vero, professore; ma era così tardi... poi desideravo... -- Mi lasci dire. Tutto questo può esser ancor naturale. Ma quello che trovo assai meno lecito è il suo contegno in tale circostanza. -- Quale contegno, professore? Ho cercato solo di rendermi utile. -- Quel che trovo assai meno lecito, -- continuò il Ferento senza badargli -- è per esempio la sua dimestichezza improvvisa con persone di servizio, che vanno lasciate in cucina. -- Ah, lei vuol dire... -- fece Tancredo mordendosi un labbro. -- Non volevo dirle altro che questo, signor Salvi, e mi perdoni la libertà. Ma siccome la famiglia Landi è molto colpita in questo momento ed io sono il loro amico più stretto, così ho creduto necessario di parlarle chiaramente. Si era fermato e gli esponeva queste cose con affabilità, con una garbatezza calma e sicura, davanti alla quale Tancredo non seppe che rispondere. -- Mi scusino... -- mormorò. -- Nient’affatto, signor Salvi; lei non deve scusarsi affatto. Poi gli parlò d’altre cose affatto prive d’importanza, tornando passo passo verso la villa. IV Da questo colloquio Tancredo intese che le parole del Ferento equivalevano ad un commiato e che perciò era necessario far presto. -- Non dubitare che mi vendico! -- borbottava a denti stretti, ripreso da un accesso di bile nel pensare alla sfumata eredità. E seduto nella medesima poltrona, in quella profumata sala dove non c’era più nessuno, immaginava con iracondia le sue vendette future. Ma poco dopo entrò lo scemo, s’accocolò in un angolo e, preso l’archetto, incominciò ad eseguire sul violino quell’unica dolorosa Canzone ch’egli sapeva. Arrivato ad un certo punto, s’interrompeva sghignazzando, e ricominciava da capo. -- «Di’, scemo? seguiterai per un pezzo a farmi questo bel concerto?» -- -mormorò Tancredo a mezza voce. Ma lo scemo, che aveva un udito finissimo, lo intese, o intese almeno l’epiteto, del quale si corrucciò. Scese dalla seggiola, e con il violino in pugno gli venne davanti, minaccioso. -- Come ti chiami? Chi sei? Cosa fai qui? Vattene! E con l’archetto gli segnava l’uscio, protendendo sul collo turgido la faccia incollerita. Per prudenza Tancredo si levò in piedi e fece atto di ubbidirgli, ma riparatosi dietro la poltrona cominciò a fissarlo. -- Dica, professore... non facciamo scherzi! Professor Marcuccio, per carità... si calmi, professore! Accortosi che quel nome produceva un buon effetto, glielo dispensò a manate: Professore, professore... -- Non ti piace la musica, eh? -- lo derise Marcuccio, battendo l’archetto sul violino. -- Così così... -- Allora forse preferisci che ti legga una poesia? -- Ecco, -- disse Tancredo con longanimità, -- preferisco. Lo scemo depose il violino, trasse di tasca un quaderno scarabocchiato di righe storte, si pose nel mezzo della stanza, e imitando gli oratori che aveva uditi quel mattino al camposanto, cominciò a leggere: «Sette matasse di lana di sette colori che sono: il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu, -- gli altri due non so più -- hanno filato le monache per fare il lenzuolo di morte ai morti del paese. Sette matasse di lana, perchè si marita domani il maniscalco che batte, che picchia, che batte, che picchia, sui ferri, tutta la settimana. Sette matasse di lana. -- Ti piace? -- Sì, professore, è molto bella. Come dice?... «il rosso, il giallo, il verde, il bianco, il blu, -- gli altri due non so più...» Bello! molto bello! E Tancredo batteva le mani. -- Silenzio! -- impose lo scemo. E ricominciò: «Sette rocchetti di refe, di refe bianco e di refe turchino, hanno filato le monache per fare una vesta da festa, tutta bianca e tutta rosa alla Berta che va sposa: alla Berta rossa, che ha la pancia grossa. -- Questa è migliore! -- applaudì Tancredo. -- «Alla Berta rossa, che ha la pancia grossa...» -- Un capolavoro! E piano piano, mentre lo scemo stava per attaccare una terza strofa, scivolò fuori dalla sala, scese nel giardino, e poichè l’avevan lasciato solo risolse di fare una bella passeggiata. Lontanò in mezzo alle campagne, ragionando fra sè medesimo su quello che gli convenisse fare. Per fortuna il suo cervello era una miniera inesauribile d’idee, nè a lungo indugiò prima di guidare le sue ricerche verso la persona che precisamente gli occorreva. «-Ecce homo!-» -- esclamò d’un tratto, pronunziando a fior di labbro questo nome: -- Dandolo Zappetta. Costui era un morto di fame, al quale Tancredo sapeva di aver pagato cinque o sei pranzi, nonchè un numero infinito di mezzi toscani. Era piccolo piccolo, magro magro, giallo giallo, con due piedini da bamboletta, un giacchettuzzo nero, che pareva di raso, tanto s’era fatto lucido, un testone maggiore del suo corpo, con una strana calvizie che gli occupava soltanto la chierica e la sommità della fronte. La sua bocca era sottile, diritta, come una di quelle righe segnate nei libri al finire d’ogni capitolo, e vi teneva sempre infisso un cotal suo bocchino d’un certo legno da lui vantatissimo, qualcosa di raro come quei legni aromatici che i primi navigatori Egizi riportarono dal favoloso regno di Punt. Era povero come Giobbe, ma tuttavia possedeva un orologio di similoro, più bello che l’oro, tre anellucci da giovine puerpera, due catene d’argento, un portacerini cesellato, un portasigarette d’un altro legno quasi leggendario, venuto forse da un mondo più lontano che il lontano reame di Punt, e mille altre bazzecole d’un valor grande invero, che formavano i beni della sua felicità. Quest’uomo singolare, non c’era cosa che non avesse veduta, udita, saputa, o non sapesse fare: ma non faceva niente. Viveva in due camerette al quinto piano, ingombre zeppe di collezioni di farfalle, tra un lusso incredibile di vasetti e scatolette, che racchiudevan lucido per le scarpe. Verso il tempo del pagar la pigione assumeva qualche vago mestiere; nel resto dell’anno la sua professione era quella di raccoglier farfalle, nonchè di rendere servigi a’ suoi numerosi amici. Chiunque avesse bisogno di lui non doveva che dirgli: Dandolo... E Zappetta lo faceva. Che poi lo pagassero, trovava ottima cosa, come del restare a mani vuote non si doleva gran che. Aveva tuttavia un debole, un debole che gli era nato forse dal grande consumo di romanzi polizieschi, ed era infatti la passione del bel delitto, cosa della quale stava sempre in agguato, come il can da fermo quando apposta la selvaggina. A tal uopo serviva di quando in quando, e non per lucro ma solo per amore, in una agenzia di poliziotti privati, nobil gente quant’altra mai vide il tempo nostro fiorire, tra la quale Dandolo Zappetta godeva di una piccola celebrità. «-Ecce homo!-» -- esclamò di nuovo Tancredo benedicendo in cuor suo la natura per avergli dato un cervello così fecondo. E la mattina seguente, licenziatosi dagli ospiti con solennità, verso le dieci risaliva in treno. Era una giornata calda, con minacce di temporale. Guardando fuori dal finestrino Tancredo ripensava quante mai cose non eran accadute in que’ brevi due giorni, e gli avvenne di riflettere come talvolta si vada incontro ad una fosca tragedia senz’averne il più lontano presagio. Nonostante il suo cinismo apparente, quel buon Tancredo era debole di sua natura, ed ora si sentiva tratto a veder sangue, veleno, assassinio dappertutto. Viaggiando per quella nubilosa giornata si perdeva in lunghe fantasticherie sui delitti e sui veleni dei Borgia. Quando arrivò a casa, Caterina, ch’era occupata nello stirare le sue camìce, depose il ferro e gli fece un’accoglienza festosa. -- Ben tornato il mio bel signore! Che notizie mi porti? -- Incendio! -- egli esclamò tetramente, buttando la valigia sopra una seggiola, che si capovolse. A gambe levate scapparono Tresette e Patcioulì, i due gatti soriani ch’essi tenevano per lor diletto a far le fusa intorno al focolare. -- Fa piano, tesoro... -- lo esortò Caterina. -- Quando entri tu, entrano i vandali. Ebbene, cosa vuol dire incendio? Non ti capisco; hai ereditato almeno? Tancredo si soffiò due volte nel palmo della mano: -- Ecco l’eredità! -- Me lo immaginavo, -- ella fece senza grande rammarico. -- Figùrati se quegli egoistoni pensano a te! -- Ma, ma, ma... -- l’interruppe Tancredo. -- non è detta l’ultima parola! -- Davvero? E come? Racconta. -- Ora non ho tempo; devo uscire sùbito. -- Almeno dammi un bacio, bellezza d’oro. Tancredo, col dorso della mano, le vellicò la guancia grassa, e questo fu il bacio. Poi si rimise il cappello, ed uscì. Trovato Saverio in un certo caffè dove questi bazzicava ogni giorno, lo mise al corrente in quattro parole di tutto quanto aveva potuto raccogliere intorno ai fatti già saputi, nonchè del progetto che aveva di spedire colaggiù Dandolo Zappetta. Saverio trovò eccellente l’idea di mandarvi Dandolo, e, quanto alle spese, risolsero di farle a metà. -- Non ti sei per caso lasciata sfuggire una parola di troppo?? -- domandò Saverio. -- Io? Mi conosci male. Neanche una sillaba! Tosto s’avviarono verso la casa di Dandolo Zappetta, e saliti con fatica i suoi cinque piani tirarono il cordone del campanello. -- Chi è? -- fece dal di dentro la voce affabile dell’omino. -- Amici, -- risposero i due tamburellando con le nocche su l’uscio. Dandolo venne ad aprire in mutande, coi piedi che navigavano in due vaste pantofole di paglia tonchinese, dalle punte volte all’in sù come le prore di due gondolette. -- Oh, guarda... Saverio! Tancredo!!... Che piacere! Avanti, avanti! Sui tavolini, sul divano, sul letto, su le seggiole, fin per terra, v’eran cartoni di farfalle in preparazione; le pareti n’eran coverte, sicchè pareva d’entrare nel ripostiglio d’un bizzarro museo. A terra, dietro il capo del letto, v’era un mucchio di libri, coverti da uno strato di polvere; sopra il canterano, in gran disordine, quantità di boccette, scatolette, forbici, spilli, spazzolini, cose tutte che dovevan esser utili alle sue scarpe od alle sue farfalle. La camera prendeva luce da una finestrella poco più grande che una gattaiuola e così alta nel muro che certo l’omino doveva salire sopra una sedia per giungere ad aprirla: questo perchè dava sul letto. Un vano senza porta metteva da quella stanza in un’altra più piccola, rischiarata solo da una finestra a bótola. -- Ora vi libero il divano, -- disse Dandolo. -- Abbiate pazienza. E con infinita cura operò il trasloco delle sue farfalle. -- Eccomi a voi, cari amici. Se mi dispensate dal mettere i calzoni, vi ringrazio, così non s’impólverano. -- Figùrati! -- rispose Tancredo. E cercò dove quell’omino tenesse i suoi preziosi calzoni. Li vide, ben ripiegati, su la spalliera d’una seggiola, protetti da un giornale; sotto la sedia v’era un paio di scarpe, luccicanti come se fossero verniciate a coppale. -- Vuoi guadagnare cinque o sei giorni di mantenimento in campagna, un anticipo all’andata ed una buona gratificazione al ritorno? -- domandò Tancredo, entrando filato nell’argomento. -- Se avete bisogno ch’io vada in campagna, -- rispose Dandolo umilmente, -- ci vado senz’altro. E dove? -- È un paese ricchissimo di farfalle, -- spiegò Saverio con un risolino. E guardava su le pareti quel fermo svolazzare di alette gialle bianche verdi turchine, chiazzate striate variegate, che formavano in verità una tappezzeria fantastica. -- Dandolo Zappetta! -- esclamò Tancredo, -- qui vedremo veramente che uomo sei, perchè veniamo da te per incaricarti d’una inchiesta siffatta, la quale, se desse risultati positivi, basterebbe in fede mia per mettere a soqquadro l’Italia! -- Davvero? -- esclamò Dandolo, pizzicandosi le mutande, ma senza un eccessivo stupore. Poi Tancredo, nel modo più confuso che potè, omettendo nomi, luoghi, particolari, fece al poliziotto un’arruffata e misteriosa narrazione. Durante questo racconto lo Zappetta prese un’aria quanto mai distratta, mordicchiando il suo corto bocchino e sollevando il sopracciglio destro d’un buon dito sopra il livello del sinistro. Quando il narratore giunse al termine, Dandolo non aperse bocca; ma, scordandosi d’essere in mutande, faceva tratto tratto il movimento di chi voglia ficcarsi le mani nelle tasche. -- Dunque? -- l’interrogarono insieme Tancredo e Saverio, davanti a quel silenzio. Dalla scranna su cui stava, Dandolo affondò i piedi nelle due gondole tonchinesi riprendendo contatto con la terra. -- Ecco, -- spiegò loro con mansuetudine. -- Voi mi fate l’effetto di due malati che vadan per un consulto nella clinica di un dottore, ma poi rifiutino di lasciarsi visitare, anzi facciano tutto il possibile per nascondere al medico i sintomi della loro infermità. In questo modo, cari amici, non verremo a capo di nulla. -- Non ha torto, -- ammise Tancredo guardando il Metello. -- Statemi a sentire, -- cominciò Dandolo in tono confidenziale. -- Con quello che m’avete già detto, poche ore mi basterebbero per colmare, se volessi, le lacune del vostro racconto. -- Non ha torto, -- ammise anche il Metello. E ripigliando la narrazione da capo, gli scoversero interamente il loro segreto. -- Ahimè!... -- fece allora lo Zappetta. -- Mi pare una cosa tanto grave, ch’essa tocca l’inverisimile. -- Così è, -- rispose Tancredo con modestia. -- Ebbene, -- precisò Dandolo, dopo aver riflettuto, -- supponiamo per un momento che il fatto sia come voi dite. Andrea Ferento ha avvelenato, e certo in un modo strettamente scientifico, il marito della sua amante, il fratellastro di Tancredo, l’ingegnere Giorgio Fiesco. Se così stanno le cose, io vi prometto di portarvi in meno di otto giorni i dati necessari perchè Tancredo ne sporga denunzia al Procuratore del Re. -- Ottimamente! -- applaudì Tancredo. -- Ma se invece si trattasse d’un abbaglio, d’uno di quei fenomeni che sono talvolta l’ìndice della perversa fantasia popolare, i veri casi di pazzia dell’Anonimo, e se ciò non ostante voi voleste, basandovi sui rumori d’una borgata, macchinare contro quest’uomo, che ammiro altamente, uno scandalo indecoroso a puro scopo di lucro, qualcosa insomma che abbia l’aria d’un ricatto... allora vi consiglio, ragazzi, di andar a picchiare altrove, perchè io di queste cose non mi occuperò mai! I due si guardaron in faccia con una certa qual titubanza, e sorrisero fra loro di quella soave ingenuità. Pareva si dicessero: -- Poverino! che omino per bene! che anima semplicetta come le sue farfalle! -- Poi Tancredo rispose con voce burbera: -- Va bene, va bene! Ed il Metello aggiunse: -- Non era nemmeno il caso di parlarne, tanto è naturale. -- Io amo gli accordi chiari, -- precisò lo Zappetta. -- Ed ora torniamo al primo supposto: il delitto è veramente avvenuto, io l’ho ricostrutto, Tancredo va per sporgere la sua denunzia al Procuratore del Re... Mi seguite? -- A puntino. -- Ebbene, sapete voi quel che càpita nel nostro bel paese? No, non lo sapete?... Ci prendono tutti e tre, delicatamente, con un pretesto qualsiasi, e ci mandano intanto a meditare su le piaghe della società negli ozî d’una patria galera. -- Càpperi! -- saltò su Tancredo. -- Verissimo!... -- dichiarò il Metello; -- ha ragione lui. Non ci avevo pensato. -- C’era una volta un asino il quale, avendo inteso dire che Caligola aveva incoronato il suo cavallo, si era messo in mente di andare alla conquista dell’Impero Romano... Sapete cosa gli capitò? -- Lasciamo gli scherzi, -- fece Tancredo, -- e spiégati. -- Ecco, mi spiego, -- disse allora Dandolo, -- Voi dimenticate una cosa. Il Ferento, oltre la sua propria forza d’uomo politico, di agitatore, di scienziato, è anche massone; anzi è, od era, uno fra i più potenti capi della Massoneria. -- Stavo per dirlo: è massone! -- confermò il Metello. -- Dunque a voi due pare -- disse Tancredo -- che non si possa far nulla contro un uomo così potente? -- Non volevo dir questo, -- riprese lo Zappetta col suo tono dimostrativo, -- ma certo sarebbe da pazzi mettersi al cimento senza la certezza di riuscire. Voi due non potrete mai essere che i suoi zimbelli, anche se aveste in mano la boccetta del veleno che gli servì. Poichè sappiate che contro un uomo così forte potrebbe solo cimentarsi un rivale della sua tempra, o l’avversaria che vince tutti: la folla. -- Sei eloquente! -- esclamò Tancredo. -- Sono giusto, -- corresse Dandolo, -- giusto semplicemente. Oggi ancora, dinanzi alla figura di Andrea Ferento, io, che vivo in una soffitta, mi sento pieno di ammirazione; il giorno in cui avessi acquisita la certezza del suo delitto, ma una certezza vera, una certezza mia propria, diverrei feroce contro di lui, perchè il delitto è maggiore dell’ingegno, anzi è la cosa più potente che generi la società; quindi va smascherato. -- E concludendo? -- fece il Metello, cui non importavan assolutamente nulla questi aforismi. -- Concludendo io parto stasera stessa, od anche sùbito, se volete. E rapidamente guardò i suoi calzoni, poi l’orologio di similoro che teneva in una foderetta di lana. -- Benissimo, -- acconsentirono i due compari. -- Lasciatemi solo riporre le mie farfalle e chiudere bene le finestre perchè non entri vento. L’omino, raccogliendo i suoi cartoni, ad uno ad uno e con infinita cura li portava nell’altro bugigattolo, facendo su l’ammattonato con le sue pantofole un rumore di paglia strofinata. Intanto i due si consultavano su la somma che fosse opportuno dargli per il viaggio. Tancredo era liberale, il Metello più avaro assai. Questi credeva che un centinaio di lire fosser più che bastevoli, ma Tancredo, assistito dalla propria esperienza, pensava che avrebbe avute molte spese, quindi non convenisse parer taccagni e bisognasse darne duecento almeno. Così risolsero; e mentre lo Zappetta rientrava gli consegnaron i due biglietti da cento piegati in quattro. -- Eccoti i denari necessari, ma ti preghiamo di notare tutte le tue spese. -- Va bene, -- rispose Dandolo. E senza contare i biglietti, se li mise in un taschino del panciotto. Solo, nel trasportare l’ultimo cartone, domandò: -- Quanto mi avete dato? E scomparve nel bugigattolo. -- Duecento lire! -- gli gridò appresso il Metello con una voce accrescitiva. -- Non bastano, -- rispose Dandolo, tranquillo. -- Oh, diamine! -- esclamarono tutt’e due. Dandolo riapparve: -- Non bastano, e mi spiego. Sappiate che io mi presento laggiù come ingegnere agronomo, inviato da una Società di sfruttamento agricolo, società che avrebbe in animo di acquistare nella contrada grandi aree di terreno. In capo a due giorni mi riprometto di conoscere tutte le persone più cospicue della località; mi useranno cortesie, bisogna che possa rendere. Ho le mie valige pronte, nelle valige tutto un vestiario che non porto mai quando non sono in funzioni. Verso il prossimo che si vuol sfruttare bisogna anzi tutto e sopra tutto non puzzar di miseria. Mi capite? -- Vedi come si fa? -- disse Tancredo al Metello, con ammirazione. Ma questi era seccatissimo e non spianava il suo volto arcigno. -- Poi, -- riprese Dandolo, -- avrò a che fare con giornalisti, e costoro, anche in provincia, non lo dico per farvi un complimento, son persone alle quali si deve ogni specie di riguardi. Ora Dandolo s’infilava i calzoni. -- Quando poi una notizia ha preso la via delle stampe cammina da sè come un sasso giù dalla montagna. Poichè il giornale ai tempi nostri è diventato l’evangelo di una chiesa universale, che si chiama la Stampa, e che detiene il Primo Potere. Il giornale vi serve a tutto, vi fa tutto: è la balia ed il carabiniere dell’uomo. Annunzia la vostra nascita, la vostra morte, che altrimenti nessuno saprebbe, vi crea la fama o ve la stronca; vi procura da mangiare o vi taglia i viveri. Osservate bene. Le istruttorie, le inchieste, i processi, vorrei dire anche i delitti, è il giornale che li fa succedere; i verdetti, è il giornale che li impone. Non solo. Ma chi fa la guerra? la pace? le alleanze? la politica?... -- Il giornale. Forse tra poco i Gordon Bennett cominceranno una dinastia, mentre un Concilio di Redazioni eleggerà il Papa. E non è tutto. Avete inventato un prodotto? un meccanismo? una peregrina idea di qualsiasi genere? Il giornale ve la bandisce tra il pubblico. Scrivete un libro? Ve lo giudica. Vi capita un rovescio? Si affretta a farlo sapere. Vincete un terno? Ve lo pubblica. Volete moglie? Ve la trova... Cosa potreste chiedere di più ad un giornale, che dopo tutto vi costa un miserabile soldo?... V Per una casa d’uomini era dunque passata, ed or già lontana pesava la fredda ombra della morte. Un’altra notte saliva nei millenni, bruciava le sue stelle vertiginose ai perduti confini del mondo. Quanti anni eran trascorsi dal primo giorno che un uomo uccise? dal primo giorno che un essere amò? Nulla; non si sapeva nulla. Tutto continuava senza meta, nell’infinito inutile andar del Tempo. Non si udiva che una sorda campana battere a colpi disperati... Era la campana della Bufera, la campana della Distruzione, la campana dell’Inutilità. E diceva infinitamente nell’infinito: «Io sono il Tempo: -- ieri e domani. Io sono il principio di tutte le cose, -- la fine di tutte le cose -- ieri e domani. Quando vedrete accendersi una stella, direte com’io dico: -- ieri e domani. Quando sarete giunti all’ultima di tutte le parole che sembrano vere, -- dubiterete che sia vero il Tempo: -- ieri e domani. Quando sarete giunti a questo dubbio, comprenderete che sono fermo, -- che sono fermo come voi, uomini, e non esisto: -- ieri e domani. Allora non sarò più il Tempo; -- non sarò nè il millennio nè l’istante: -- ieri e domani; sarò la favola eterna del mondo: -- ieri e domani.» Lontana dall’amante, sola, nella sua coltre insonne, a lei pareva tuttavia di commettere peccato. E più forte, fra quei brividi che han nome di rimorso e di paura, la gioia del sentirsi libera le irrompeva nell’anima come un’ondata barbara di felicità, le brillava come un fuoco di stelle sui vertici della vita. Egli stesso non aveva osato entrar nella sua camera, ma, chinando gli occhi, le aveva detto sul limitare: -- Non ancora, non ancora... È troppo presto, amore mio... Le aveva detto così, ed ella sentiva come lui che «troppo presto» era infatti per cominciare l’oblìo. Bisognava che il morto scendesse più profondo nella terra tenace, bisognava che anche l’ombra di lui si cancellasse da quelle tragiche pareti. Or si rammentava d’essere stata una sorella, una buona e devota sorella, ma già le batteva nel cuore il felice cuore dell’amante. V’è un giorno della vita il quale pare che raccolga in sè la conclusione di tutto quel che si fece, il seme di tutto quello che si farà. Ella pensava: -- «Questo giorno è venuto». E mandava l’amore a cercare di lui, nel suo letto lontano, come traverso la notte manda il suo profumo un fiore. «Vivrò -- pensava -- nella tutela della sua forza, nel calore del suo coraggio; mi parrà, nelle sue braccia, di tornare ogni giorno a vivere la prima ora di vertigine, il primo smarrimento che provai.» E insonne si volgeva nella coltre molesta, evocando l’ombre del suo rimorso per incutersi maggior paura, ma pensando invece all’amore con un cuore involontario. Egli le aveva detto: -- «È opportuno ed è necessario che fra pochi giorni ti lasci. Cerca di comprendere, Novella, ch’io debbo fare così...» Diceva questo guardandola, tenendo le due mani posate su le sue spalle con un atto di protezione e d’amore. Ella taceva; ma un grande smarrimento le invadeva l’anima; continue lacrime le brillavano su le ciglia ferme. Perchè lasciarla sola in quella tetra casa, dove non troverebbe alcun rifugio, quand’egli fosse lontano da lei? Perchè non portarla con sè nella loro città febbrile, nella loro città violenta, ov’egli sarebbe un uomo operoso ed ella un’amante nascosta? Perchè dissimulare, ed ormai vanamente, quello che tutti sapevano? Ma egli l’aveva serrata contro di sè per consolarla, ed aveva detto: -- «Non ancora. Devo, per un’ultima volta, partir solo. Bisogna che tu cominci ad essere una mamma, Novella, ora che lo puoi. Ricòrdati che il nostro bimbo dovrà, nascendo, chiamarsi con il suo nome. È triste, è orribilmente triste... ma, che vuoi? l’uomo, anche il più forte, non può sottrarsi a tutte le catene, a tutte le commedie che intessono la vita. Più tardi certamente l’adotterò, farò in modo che il tempo me lo renda; ma, se vogliamo che sia felice, deve nascere nel cammino giusto, cioè nella menzogna. Tuo padre, tua madre, chiunque ci conosca deve -poter credere così-. Perchè, solamente in questo modo, l’opinione della gente saprà tollerare ch’io ti abbia amata. E sei tu che devi proteggere la nostra creatura, Novella... mi capisci? Sei tu. «Più tardi potrai venire in città, con Dora e con tua madre, se non vuoi trovarti sola in quel tuo appartamenento che forse ti spaventerà un poco. E attenderemo insieme che nasca il nostro bimbo, quello che noi dovremo amare molto, molto, Novella, perchè gli abbiamo dato più che la nostra vita... Così parlando la guardava; una specie d’inerte fissità incatenava i suoi occhi per solito così mobili; una specie di pesante oppressione incurvava la sua maschia fermezza. «Quando sarà nato, -- egli riprese, -- potremo finalmente pensare a noi; potrò dire finalmente che ti amo, che ti amo, e lo dirò così forte, Novella... con tanta gioia lo dirò, che forse ci perdoneranno. Perchè, vedi, se è vero che tu dovevi essermi vietata come poche donne lo furono ad un amore, certo nessun coraggio fu mai più grande nell’amore, del coraggio che ho saputo avere per te...» Nella veglia ella ricordava queste parole, ma senza cercare di conoscerne il remoto senso; le ricordava come una musica d’amore che le avesse inebbriati i sensi e quasi come la memoria d’una snervante carezza, d’un lungo e lento bacio che le avesse affaticata l’anima. Ed era felice di sentirsi ancor giovine, ancor bella, e così piena e così persa d’amore, da potersi concedere senza paure all’uomo che amava, da potergli rendere con pienezza quella gioia soverchiante ch’ella traeva da lui. Era stanca, le dolevano le spalle, i ginocchi, le braccia, le tempie; non le riusciva d’addormentarsi, e quasi per scendere incontro al sonno, si adagiava nel letto più supina, cercava ne’ propri capelli sciolti un più morbido guanciale. Ma, ecco, le avveniva di pensare con qual dolcezza si sarebbe addormentata nelle braccia dell’amante, reclinando sotto il suo respiro la fronte ismemorata e sentendosi a poco a poco disperdere in una immensa felicità, in un riposo che le parrebbe il limite dell’amore umano, la pace dei sensi e dell’anima, il piacere che non affatica più... Ma poichè non poteva trovar sonno in quella ingrata coltre, si levò a sedere sul letto e con le braccia ricinse le ginocchia sollevate. Stando così, a mezzo fuori dalla coltre, il profumo del suo proprio corpo l’avvolgeva come un odore inebbriante. Una tristezza grave le assalse l’anima, poichè, lontana dall’amante, le pareva che scendesse un velo su l’infinito mondo e naufragassero tutte le cose in una vuota inutilità. Ella era donna, perciò non aveva battaglie nella vita, non miraggi verso i quali avventarsi con eroismo nè fatiche assidue che a lei riempissero le lunghe ore del giorno; era solamente una donna, un voluttuoso cuore d’innamorata, fino allora vissuta in ischiavitù, ed ormai, sopraggiunta la liberazione, dal più profondo pensiero alla più tenue vena, la beata sua giovinezza non sapeva che offrirsi all’amore. -- «Non mi addormenterò, -- pensava -- s’egli non viene a baciarmi, e sarò triste nella mia solitudine, come se qualcosa del nostro amore fosse già vicino a morire.» Cominciò a riflettere: -- «S’egli mi dimenticasse?» -- Ripensò la storia d’altre amanti, l’abbandono d’altre innamorate, che anch’esse avevano amato come lei; sentì ch’era donna ella pure, onde aveva nell’ombra de’ suoi passi un nemico inesorabile: il Tempo... e invasa da una folle paura tornò la sorella del morto, confuse il rimorso nella tristezza, pianse dell’amor suo con lui. VI -- Sì, Giovanni, -- disse Ferento al suo domestico, -- sono in ritardo infatti. Ma da qualche giorno soffro d’insonnia e non mi riesce d’addormentarmi sin verso l’alba. Il domestico non rispose parola, ma fissò il padrone con uno sguardo fedele. Aveva notato infatti la grande alterazione del suo viso dopo l’ultimo ritorno dalla campagna, ma pensava che la perdita dell’amico fosse causa per lui d’un soverchio dolore. Come soleva ogni mattino, Andrea scese rapido per le scale, saltò nell’automobile che l’attendeva sotto il porticato. Per recarsi alla Clinica bisognava attraversare diagonalmente la città, uscir fuori dal suburbio, verso l’estrema circonvallazione. Colà, sul primo nascere della campagna collinosa, un edificio limpido sorgeva dal mezzo d’un giardino, come una serena e grande abitazione ove il dolore dell’uomo cercasse pace nel libero sole. Il Ferento l’aveva da tempo fatto sorgere, contribuendovi largamente col suo proprio danaro, per farne un grande Istituto di cura e di preparazione scientifica, un’ara solenne della medicina moderna. Da lunghi anni egli vi dedicava indefessamente ingegno, amore, volontà, con tanto spirito d’abnegazione, con tanto lume d’intelletto, che già da ogni parte il suo chiaro nome v’attraeva gli sguardi fiduciosi di tutta la scienza europea, come ad una di quelle sacre officine ove un uomo di genio, curvo ed investigante su la materia malata, cerca senza posa di emancipare gli uomini dal patimento e rendere migliore la vita alle generazioni future. Questo era veramente, nel suo santo paganesimo, il Tempio Umano. Così limpido era il mattino, che ridendo nelle invetriate bagnava di splendore le contrade, traeva dalla pietra e dal metallo un tremolìo di luce pieno d’ilarità. La città rumorosa e popolosa, consumando i suoi traffici quotidiani, era desta, viva, celere, si affaticava con gioia. In quella chiarezza, ogni singolo movimento assumeva una evidenza particolare; l’insieme di tutte le cose pareva esprimere un senso di forza gioconda. E la Città era veramente un’arteria del mondo, anzichè un aggregamento labile di case provvisorie, costrutte solo per contenere in sè il breve, inutile decorrere di tante vite umane. Era un’arteria del mondo e pulsava come una vela navigante; era un non so che di mostruoso che sbocciava dalla terra, dissimile da tutte le forme della natura; qualcosa d’immane che l’uomo aveva generato senza esempio, foggiando le montagne, piegando le foreste, costringendo i fiumi ad ubbidirgli: era un attendamento dell’uomo nella sua marcia verso l’infinito. Assorto in profondi pensieri, non s’accorse che già, di lontano, su l’altura della collina, appariva la grande villa bianca, dal tetto d’ardesia, con le finestre protette da tendoni di tela quasi rossa. E quando se n’avvide, una sensazione del tutto nuova la percosse, quasi di stupore e d’angustia, una sensazione che per la prima volta gli accadeva di provare, davanti a quella casa veduta nascere pietra su pietra. Quando l’automobile ne varcò il cancello, egli ebbe quasi voglia di tornare indietro, per sottrarsi alla noia di dover discorrere con tutta quella gente: i medici, le infermiere, la Direttrice, i malati, sopra tutto i malati. Allora, in una sola evocazione, rivide le lunghe corsìe, le sale operatorie, le piccole stanze, linde, uguali, con un letto in ferro, anch’esso bianco, due seggiole, un armadietto, un tavolino. Era la prima volta che gli accadeva di provare quel senso di stanchezza, di noia... Perchè la prima volta? Alcuni convalescenti passeggiavano per il giardino, e lo salutarono. Egli guardò la quercia altissima che sorgeva dal mezzo dello sterrato, l’albero calmo e tutelare intorno a cui le vetture compivano il giro per ridiscendere verso la cancellata. Nell’alto fogliame, come in un immenso alveare, le nidiate cantavano. Com’egli era stanco!... Perchè mai così profondamente stanco? La Direttrice gli scese incontro per la piccola scalinata, e con molta esuberanza lo festeggiava. Un infermiere, due medici, uno studente stavano su la porta. «Ben tornato! Ben tornato!...» Egli s’accorse d’un lieve odore d’acido fenico e di cloroformio che usciva dal corridoio; questo lo sorprese, come l’aveva sorpreso l’aspetto della Clinica. Tese la mano a tutti, scambiò alcune veloci parole coi più vicini, mentre la Direttrice, un po’ chiacchierona, non ristava dall’esclamare: -- Com’è dimagrato, signor professore! Com’è pallido! Non sta bene? -- Un po’ d’insonnia, signora Maggià; nulla di grave. S’avviò frettoloso verso lo studio, seguìto dal suo primo assistente, un bel giovine biondo, con gli occhi luminosi ed intelligenti, che aveva una così chiara voce da mandar in visibilio tutte le infermiere, quando, nelle ore d’ozio, accompagnandosi con la chitarra, cantava. Una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra, ed era il segno d’un’infezione presa nel curare un malato. Egli era così devoto al Ferento, e così ciecamente lo ammirava, che gli avrebbe dato il suo corpo stesso per un esperimento micidiale, s’egli lo avesse domandato. Più che venerazione, questo amore per il suo maestro era una specie di totale soggiacimento, anzi una di quelle fanatiche sottomissioni, che gli uomini di scienza riescono spesso a determinare, per una superiore virtù del loro ingegno, sui discepoli che hanno meglio educati. -- Ebbene, Rosales, come va? Il giovine stava ritto davanti alla scrivania, guardandolo chiaramente negli occhi. -- Io sto bene, professore. Ma lei ha veramente l’aspetto stanco. -- Sì, un po’ stanco, un po’ stanco... Ed i malati? Come vanno i nostri malati? Nulla di nuovo? Intanto sfogliava la numerosa corrispondenza, lacerando le buste con l’unghia e scorrendo i fogli con nervosa rapidità. Nel medesimo tempo l’assistente gli faceva il suo rapporto, con voce calma, precisa, mettendo nelle sue frasi una brevità quasi soldatesca. -- Bene, -- mormorava tratto tratto il Ferento; -- bene. -- Poi lo interruppe: -- Qui fa caldo, le pare? Apra la finestra, la prego. Il giovine ubbidì. Lo studiolo terreno dava sul giardino; l’aiuola correva lungo la muraglia; un grande albero d’olea fragrante nasceva poco in là dalla finestra, tutto bianco della sua fioritura; i ramoscelli poggiavano contro i vetri; nell’aprir questi, entravano. -- Professore, -- disse da ultimo il Rosales, -- in questi giorni, che furono per lei così tristi, non ho creduto necessario scriverle parole oziose; ma ora vorrei solo dirle... Il Ferento, levatosi, gli battè leggermente una mano su la spalla: -- Grazie, grazie... -- Poi soggiunse: -- Lei pure in questi giorni avrà avuto un orario faticoso per colpa della mia assenza. -- Oh, niente affatto! Desideravo che lei tornasse, ma non per questo, -- rispose il giovine con un accento pieno di tenerezza filiale. La Direttrice picchiava discretamente all’uscio. -- Entri, signora Maggià. Era una donna dal volto segaligno, dal corpo assai florido. Grigia, con gli occhiali a stanghetta, portava un abito nero leggermente ricercato. -- Vorrei domandarle, professore, se comincerà con le visite o se prima farà il giro delle sale? -- C’è molta gente? -- Otto o dieci persone. -- Allora prima salirò. Venga, Rosales. Depose nel portacenere la sigaretta ed uscì nel corridoio. Assistenti, chirurghi, medici, suore, infermieri, lo aspettavan su gli usci per salutarlo; egli rispondeva, di qua di là, con un cenno del capo, camminando veloce, seguìto a un passo di distanza dal suo primo assistente. Si fermava per stringer la mano ad alcuni, con una rapida cordialità. Mentre stava per salir le scale s’incontrò con un gruppo d’infermieri che ne scendevano, portando sopra una barella un malato verso la sala operatoria. Costoro si fermaron bruscamente per lasciargli il passo. -- Avanti, avanti! -- egli disse loro. E guardò quella faccia supina, 1 - - , , - - 2 . 3 4 - - . . . . . 5 . . . 6 7 - - , - - . - - 8 , . - - : - - ? 9 , ? 10 11 - - , - - 12 . - - ? 13 14 - - , - - . ; 15 . 16 , : 17 18 - - , . 19 20 , , 21 . 22 23 , 24 ; , 25 . 26 , : « ! » 27 28 , 29 . , 30 , 31 , ; 32 , 33 . 34 35 , 36 , , . 37 , . 38 . , , 39 , ; 40 . ; 41 , , 42 . 43 44 - - , , - - , 45 . 46 47 , . 48 49 , 50 , , : 51 , , , , « 52 - - - - . » 53 , , : - - « ! » 54 55 56 . 57 : 58 59 - - , , ? 60 61 - - , . 62 63 . . 64 , , 65 . 66 67 - - , - - . . 68 69 , , ; 70 ; 71 « » 72 « » ; 73 . 74 75 - - , 76 , 77 , 78 - - 79 , 80 , 81 . 82 83 , , , 84 , 85 , 86 , , 87 , , , 88 , . 89 90 , , 91 ; ; 92 ; 93 , 94 , 95 , 96 . 97 98 , : 99 100 - - , ? 101 . . . 102 103 , 104 . 105 106 - - , , . . . 107 108 : , 109 , , , , . 110 111 - - . 112 113 - - ? 114 115 - - . 116 117 , , : 118 , 119 . 120 121 , , 122 , 123 . 124 125 - - , - - - - , 126 ? 127 128 - - ; . 129 130 - - , - - , 131 , - - ? 132 133 : - - 134 . 135 136 . , 137 , . 138 : 139 140 - - 141 , ? 142 143 - - , . . . . . . - - . 144 145 - - : 146 , , 147 . : 148 , , 149 . 150 : . 151 152 - - , . . . - - , 153 . 154 155 - - : , - - . 156 157 « , , . . . » - - . , 158 , , : 159 160 - - , , ? . . . ? . . . 161 162 - - , - - . 163 164 ; 165 . 166 167 - - , - - . - - 168 . . . 169 170 - - ? 171 , , , 172 , 173 , . 174 175 - - . . . 176 177 - - , ? 178 , . 179 , . . . 180 181 - - , ; . . . . . . 182 183 - - . . 184 . 185 186 - - , ? . 187 188 - - , - - 189 - - , 190 . 191 192 - - , . . . - - . 193 194 - - , , 195 . 196 , 197 . 198 199 , 200 , 201 . 202 203 - - . . . - - . 204 205 - - , ; . 206 207 , 208 . 209 210 211 212 213 214 215 216 217 . 218 219 - - ! - - , 220 . 221 , , 222 . 223 , , , 224 . 225 , , 226 . 227 228 - - « , ? ? » - - 229 - . 230 231 , , , 232 , . , 233 , . 234 235 - - ? ? ? ! 236 237 , 238 . 239 , . 240 241 - - , . . . ! , 242 . . . , ! 243 244 , 245 : , . . . 246 247 - - , ? - - , 248 . 249 250 - - . . . 251 252 - - ? 253 254 - - , - - , - - . 255 256 , 257 , , 258 , : 259 260 « 261 : 262 , , , , , 263 - - - - 264 265 266 . 267 , 268 269 , 270 , , , 271 , . 272 . 273 274 - - ? 275 276 - - , , . ? . . . « , , 277 , , , - - . . . » ! 278 ! 279 280 . 281 282 - - ! - - . : 283 284 « , 285 , 286 287 , 288 289 : 290 , . 291 292 - - ! - - . - - « , 293 . . . » - - ! 294 295 , , 296 , , 297 . 298 , . 299 300 , 301 302 . 303 304 « - ! - » - - , 305 : - - . 306 307 , 308 , . 309 310 , , , 311 , , , 312 , , 313 . 314 315 , , 316 , 317 , 318 319 . 320 321 , , 322 , , 323 , , 324 , 325 , , 326 . , 327 , , , : 328 . , 329 , 330 , . 331 ; 332 , 333 . 334 : . . . . 335 , , 336 . 337 338 , 339 , 340 , , 341 . 342 343 , 344 , , 345 , 346 . 347 348 « - ! - » - - 349 . , 350 , 351 . 352 353 , . 354 355 , 356 . 357 358 , 359 , , , 360 . 361 362 363 . 364 365 , , 366 , . 367 368 - - ! ? 369 370 - - ! - - , 371 , . 372 , 373 . 374 375 - - , . . . - - . - - , 376 . , ? ; 377 ? 378 379 : - - ! 380 381 - - , - - . - - 382 ! 383 384 - - , , . . . - - . - - ! 385 386 - - ? ? . 387 388 - - ; . 389 390 - - , . 391 392 , , , 393 . , . 394 , 395 396 , 397 . 398 399 , , 400 , . 401 402 - - ? ? - - 403 . 404 405 - - ? . ! 406 407 , 408 . 409 410 - - ? - - . 411 412 - - , - - . 413 414 , 415 , 416 . 417 418 - - , . . . ! ! ! . . . ! , ! 419 420 , , , , , 421 ; , 422 . , 423 , , 424 ; , , 425 , , , , , 426 . 427 428 429 430 : . 431 , 432 . 433 434 - - , - - . - - . 435 436 . 437 438 - - , . , 439 , . 440 441 - - ! - - . 442 . , , 443 , ; 444 , . 445 446 - - , 447 ? - - 448 , . 449 450 - - , - - , 451 - - . ? 452 453 - - , - - . 454 455 456 , , 457 . 458 459 - - ! - - , - - 460 , , 461 , , 462 ! 463 464 - - ? - - , , 465 . 466 467 , , , , 468 , . 469 470 , 471 472 . 473 , ; , 474 , 475 . 476 477 - - ? - - , 478 . 479 480 , 481 . 482 483 - - , - - . - - 484 , 485 , 486 . , 487 , . 488 489 - - , - - . 490 491 - - , - - . - - 492 , , 493 , . 494 495 - - , - - . 496 497 , 498 . 499 500 - - ! . . . - - . - - , 501 . 502 503 - - , - - . 504 505 - - , - - , , - - 506 . , 507 , , 508 , . 509 , 510 . 511 512 - - ! - - . 513 514 - - , 515 , 516 , , 517 , , 518 , , 519 . . . , , 520 , 521 ! 522 523 , 524 . : - - ! 525 ! ! - - 526 : 527 528 - - , ! 529 530 : 531 532 - - , . 533 534 - - , - - . - - 535 : , , 536 . . . 537 ? 538 539 - - . 540 541 - - , ? , 542 ? . . . , , 543 , 544 . 545 546 - - ! - - . 547 548 - - ! . . . - - ; - - . 549 . 550 551 - - , 552 , 553 . . . ? 554 555 - - , - - , - - . 556 557 - - , , - - , - - . 558 , , , 559 , ; , , 560 . 561 562 - - : ! - - . 563 564 - - - - - - 565 ? 566 567 - - , - - 568 , - - 569 . 570 , . 571 572 , : . 573 574 - - ! - - . 575 576 - - , - - , - - . , 577 , , , 578 ; 579 , , 580 , , 581 , ; 582 . 583 584 - - ? - - , 585 . 586 587 - - , , . 588 589 , 590 . 591 592 - - , - - . 593 594 - - 595 . 596 597 , , 598 , 599 . 600 . 601 , . 602 , , 603 , , 604 . ; 605 606 . 607 608 - - , 609 . 610 611 - - , - - . , 612 . 613 614 , , : 615 616 - - ? 617 618 . 619 620 - - ! - - 621 . 622 623 - - , - - , . 624 625 - - , ! - - . : 626 627 - - , . 628 , , 629 630 . 631 ; , 632 . , 633 . 634 . 635 ? 636 637 - - ? - - , . 638 . 639 640 - - , - - , - - , , 641 , , 642 . 643 644 . 645 646 - - 647 . 648 , , 649 . , 650 : . 651 , , , 652 ; . 653 . , , , 654 , ; , 655 . . ? ? 656 ? ? . . . - - . 657 658 , 659 . . 660 ? ? ? 661 . ? 662 . ? . 663 ? . ? . . . 664 , 665 ? . . . 666 667 668 669 670 671 672 673 , 674 . , 675 . 676 677 ? 678 ? 679 680 ; . , 681 . 682 . . . , 683 , . 684 685 : 686 687 « : - - . 688 689 , - - 690 - - . 691 692 , : - - 693 . 694 695 696 , - - : - - . 697 698 , 699 , - - , , : - - 700 . 701 702 ; - - 703 : - - ; : - - 704 . » 705 706 , , , 707 . , 708 , 709 , 710 . 711 712 , , 713 , : - - , . . . 714 , . . . 715 716 , « » 717 . 718 , 719 . 720 721 , , 722 . 723 724 725 , . 726 : - - « » . 727 728 , , 729 . 730 731 « - - - - , 732 ; , , 733 , . » 734 735 , 736 , 737 . 738 739 : - - « 740 . , , . . . » 741 742 , 743 . ; 744 ; 745 . 746 747 , 748 , ? 749 , , 750 ? , 751 , ? 752 753 , : - - 754 « . , , . 755 , , . 756 , , . , 757 . . . , ? , , 758 , . 759 , ; 760 , , , 761 . , , - 762 - . , , 763 . 764 , . . . ? . 765 766 « , , 767 768 . , 769 , , , 770 . . . 771 772 ; 773 ; 774 . 775 776 « , - - , - - ; 777 , , , 778 . . . , . , 779 , 780 , , 781 . . . » 782 783 , 784 ; 785 786 , . 787 788 , , 789 , , 790 791 . 792 793 , , , , ; 794 , , 795 , 796 . , , 797 , 798 799 , 800 , , 801 . . . 802 803 , 804 . 805 806 , , 807 . 808 809 , , , 810 811 . , 812 , 813 ; 814 , , 815 , , , 816 , 817 . 818 819 - - « , - - - - , 820 , 821 . » 822 823 : - - « ? » - - 824 , , 825 ; , 826 : . . . 827 , , 828 . 829 830 831 832 833 834 835 836 - - , , - - , - - 837 . 838 . 839 840 , 841 . 842 , 843 . 844 845 , , 846 . 847 848 , 849 , . , 850 , 851 , 852 . 853 854 , 855 , 856 , . 857 , , , 858 , , 859 860 , 861 , , 862 863 . 864 865 , , . 866 867 , 868 , 869 . , 870 , , , , . 871 , 872 ; 873 . 874 875 , 876 , , 877 . 878 ; 879 , ; 880 , 881 , , : 882 . 883 884 , , , 885 , , 886 , . 887 , , 888 , 889 , . 890 891 , 892 , 893 : , , , , 894 . 895 896 , , , 897 , , , , , 898 , , , . 899 900 , 901 . . . ? 902 903 , . 904 , 905 906 . , 907 , . 908 909 ! . . . ? 910 911 , 912 . , , 913 . « ! ! . . . » 914 915 916 ; , 917 . 918 919 , , 920 , , : 921 - - , ! ! ? 922 923 - - , ; . 924 925 , , 926 , , 927 , , 928 , , . 929 , , 930 , 931 . , 932 , 933 , . , 934 , 935 , 936 , , 937 . 938 939 - - , , ? 940 941 , 942 . 943 944 - - , . . 945 946 - - , , . . . ? 947 ? ? 948 949 , 950 . 951 , , , 952 . 953 954 - - , - - ; - - . - - 955 : - - , ? , . 956 957 . ; 958 ; 959 , ; 960 ; , . 961 962 - - , - - , - - , 963 , 964 ; . . . 965 966 , , : - - 967 , . . . - - : - - 968 . 969 970 - - , ! , , - - 971 . 972 973 . 974 975 - - , . 976 977 , . , 978 , . 979 980 - - , , 981 ? 982 983 - - ? 984 985 - - . 986 987 - - . , . 988 989 . , 990 , , , , 991 ; , , , 992 , 993 . , 994 . 995 , 996 . 997 . 998 999 - - , ! - - . , 1000