fosse conveniente aspettare. -- Più tardi li chiameremo, -- disse. -- Ma ora sono così stordito, che non potrei parlare con altri se non con te. Anzi tu pure... -- Sì, sì, io pure... -- ella si affrettò a dire, quasi contenta di esaudirlo e di sentire infatti come lui. Ma egli non trovò la spiegazione sufficiente e soggiunse: -- Ho voluto prima dirlo a te, perchè stamane, quando lo vedranno, bisogna che noi siamo preparati; noi due che... -- Sì, sì, hai ragione. Allora quel lampo ch’egli voleva subito vedere negli occhi dell’amante, le traversò le pupille, facendole stringere più forte il braccio che gli teneva e soffermando il suo tremito in un’altra sospensione, ma vertiginosa, della vita. Ora soltanto aveva guardato, aveva potuto guardare al di là da quella morte. Si nascose ancor più contro la sua persona e disse all’amante, con una specie d’insidia: -- Ho paura... Egli ebbe un atto d’amore, d’amore casto, e le posò su la fronte le labbra che l’amavano. Ma quel bacio era per rassicurarla, per proteggerla, ed egli cercava d’essere immemore, onde il suo bacio non rasentasse la colpa. Alte, nel miracolo della notte, le stelle, così numerose che parevan nel deserto cosmico una bufera di polvere in combustione, infuriavano di splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo frantumatosi nella sabbia, quando vi sfólgora il sole. Ciascuna era un lampo ed era un mondo, ciascuna mesceva la sua fiamma, propagava il suo rogo nella raggiera dei mondi vicini. La notte bruciava ne’ suoi vertici, aveva, sopra il suo fosco edificio invaso d’ombre una cupola incendiata; l’eternità era espressa in luce, l’infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco. Avvinti, si affacciarono verso la notte che roteava; e come se il moto dei mondi li afferrasse in un fantastico volo, tutto quanto avevano in sè di greve, d’umano, di turpe, si sciolse in una specie d’annientamento. Entrambi si sentiron così lievi, da credere che la lor materia purificata salisse come fumo, così lievi, da perdere fin la memoria di sè, ma non la memoria d’essere in quel volo congiunti e non la certezza dell’amore che li portava, come liberi spiriti, nell’apoteosi del cielo roteante. La capacità buia delle lor anime diveniva un cerchio di stelle: nei lor sensi ricolmi d’oblìo una sorda felicità sgorgava come un canto... Allora ella chiuse gli occhi ed incominciò a sognare. Un sogno era il suo, dove la morte già era passata oltre; la morte non era più che una parola remota, un volo d’ali nere lontananti senza rombo, nell’oblìo. Qualcosa d’indefinito, e pur di grande, le fluiva nell’anima, già troppo simile ad una paurosa felicità. Non sapeva d’essere precisamente una donna liberata, padrona di offrirsi con pienezza, con veemenza all’amore, ma le pareva che un’altra sua simile, una sua sorella interiore, avesse già cominciato a vivere in un’atmosfera inebbriante, a spaziare in una libertà senza confini, e di lei sentiva battere il cuore gaudioso nel viluppo del suo cuore atterrito. Una bocca, non la sua propria bocca, nascostamente in lei rideva, ma d’un riso involontario; questa esultanza temuta invadeva l’emisfero notturno, percorreva la materia come un’oscillazione lucida, fiammeggiava nell’ombra, cantava nel silenzio, volava nell’infinito, fra le stelle, come un turbinìo di polvere d’oro... Ella era piena fino alla gola di felicità e di spavento: non sapeva quale fosse più forte, non sapeva in cosa la gioia fosse dissimile dal terrore. E poichè nessuna commozione dello spirito può non avere le sue latenti radici nella carne che portiamo, ella si sentì colmata in ogni vena d’una felicità sensuale che l’affaticava come un godimento soverchio e le stordiva il cervello, quasi avesse da poco soggiaciuto ai più violenti baci. La stessa catena li stringeva; questa catena era fatta dal lor medesimo silenzio, era tanto più serrata quanto più s’impaurivano di doverla subire. Creature ultrasensibili, affratellate dalla diuturna colpa, egli avvertiva ogni tremito nella sua compagna, ella ogni tremito in lui. Sapeva di far male stando così aggrappata contro la sua spalla, sentendo l’aspra muscolatura dell’òmero e del fianco virile premere contro la sua persona, entrarle quasi nella carne discinta: però da lui non si poteva staccare, quasichè il contatto le fosse indispensabile per proteggersi dalla paura. Egli a sua volta, pervaso da quella tepida morbidezza, non sapeva respingerla nè interrompere con un moto qualsiasi quella troppo soave corrispondenza, ed anzi gli pareva necessario di avvincersi a lei, di mescersi con lei totalmente, per investirla del suo delitto, imbeverla della sua colpa ed avvogerla quasi d’una inconsapevole complicità, poichè sentiva che mai, mai più potrebbe farlo, se non tosto, se non nell’ambiguo silenzio di quell’ora notturna, lì, nella camera dov’egli aveva ucciso, a pochi passi dal morto. Questa coscienza divenne così forte in lui, che ad un certo momento premeditò d’assoggettarla ad un amplesso, perchè una comunione anche fisica fosse tra loro in quell’attimo di spasimo e di terrore, quand’egli, tenendola fra le braccia, palpitante, come nella stessa prigione del suo delitto, le direbbe su l’orlo della bocca, nell’umido bacio più ansante, le direbbe nel fuoco del piacere, così da insozzarla per sempre, le direbbe in guisa ch’ella dovesse o morirne o riderne, «ch’egli stesso, proprio da sè, con la sua mano, volontariamente, lo aveva ucciso...» Non era questo un legame di complicità che l’avrebbe con lui serrata, per sempre, nel nodo micidiale? Non era questa una profanazione ch’equivaleva all’aver veduta con i suoi propri occhi l’opera criminosa, ed esservi stata consenziente, anzi all’aver data la morte con una più sottile crudeltà? Non avrebbe in tal modo portato anch’ella il cadavere su le braccia? ora e per sempre, il cadavere su le braccia?... Gli pareva che fosse tra loro una disparità incolmabile: quel morto appunto, che a lui solo doveva la morte, che per sempre giacerebbe nel suo solo cuore. Insieme la incolpava d’essere così bella, per lui così bella, da rimaner femmina ed amante anche in quell’ora nefanda, così bella da far sì che il profumo della sua carne viva soverchiasse l’odore nauseabondo del cadavere, l’odore immaginario, che ad intervalli credeva di sentir effondersi nell’aria contaminata. Anzi egli non sapeva scindere una cosa dall’altra: il nudo corpo di lei si vestiva d’un lenzuolo funebre, come, ne’ suoi occhi allucinati, la visione macabra del morto non poteva in alcun modo separarsi dalla profana immagine della sua nudità. -- «Se tu mi ami, -- le diceva senza dirlo, -- e se vuoi che t’ami, devi entrare nel mio delitto, farti orrida come io sono, mescolarti con me nel suo feretro, sapere quel che so. Bisogna che tu veda presenti, com’io li vidi, i suoi occhi quando si spensero, e che tu senta nei timpani, inscindibile fra tutti i rumori delle cose, quel rantolo che gli strozzò la gola quando il veleno gli giunse al cuore. Perchè, se io non t’avvinco al mio delitto, forse tu mi odierai...» E la notte passava immemore, nell’alto cielo, con fulgori che parevano tralucere da un continuo dissolvimento. Era quasi una canicola notturna; l’oceano mondiale pareva una sola onda frantumata in milioni di brillanti. Ma ella era per lui più vasta che l’immenso infinito, e gli affluiva per ogni senso nello spirito, colmandolo di un totale oblìo. Per poter ragionare, chiudeva gli occhi davanti al pericolo della sua bellezza, tentava di sottrarsi a lei, come al potere d’una droga meravigliosa, che lentamente l’ubbriacasse. Non vederla, non udirla, recidere i sensi bisognava, per non cadere in lei come in un vortice senza fondo, per non amare al di là d’ogni cosa la sua dolce bocca umida, i suoi labbri cosparsi di peccato. Allora, per quella particolare incoerenza la quale talvolta ci sospinge a fare il contrario di ciò che pensiamo, si volse e la guardò. La guardò con sospetto, come s’ell’avesse potuto sorprendere i suoi pensieri, tanta era l’affinità che li stringeva. Ne’ suoi limpidi occhi non vide alcuna lacrima, e solo vide il riflesso della notte stellata che dentro vi splendeva come in un puro cristallo. Ella guardò lui medesimamente, con quel sospetto femminile che traluce dagli occhi della donna turbata; e rattennero entrambi il respiro, quasi temessero che la sensazione del loro fiato li spingesse ad un bacio. Ella fece un atto, come se avesse freddo, e si fasciò la vestaglia intorno alla gola, dove il disegno delle vene, tra la pelle bianchissima, tesseva una illuminata ombra. In quella luce obliqua egli vide brillare come fosse d’oro la vellutatura bionda che le nasceva sul principio del collo, intorno alle radici dei capelli. Il suo profilo si disegnava nella vetrata in una macchia di fulgore. Non mai, non mai come allora comprese la sua bellezza, comprese che la sua bellezza era una cosa malata e lasciva, tutta commisturata di vizio, d’odore, di tepore, e, mentre la guardava, immaginò il pericolo che un altr’uomo la possedesse. Da che l’amava non aveva mai conosciuta gelosia nè creduto ch’ella potesse da lui dividersi; -- ma ora che aveva ucciso, per una strana successione d’idee comprendeva che questo fatto poteva strapparla dal suo possesso, far sorgere un’avversità imprevedibile, anche s’ella dovesse non conoscere mai la sua colpa, ma per il solo fatto che ciò era; -- e vedendo l’uomo che la toccherebbe, di furore, di spavento rabbrividì. Nell’assedio d’un tal pensiero, subitamente l’attrasse, quasi per custodirla; e furon così vicini ad un bacio ch’egli sentì su le labbra il calore della sua bocca. Il suo dolce seno gli tormentava il petto con insidia; l’ampiezza del suo bacino l’accoglieva in sè, quasi che ritta non fosse, ma supina, e le braccia, le sue lente braccia, facevano quel nodo stanco e forte che contiene l’amore. -- Tu... -- egli disse, quasi cercando fra le parole una via di salvamento, -- hai compreso tu quello ch’è accaduto? Ella solamente rispose: -- Taci... -- abbassando le palpebre, come quando non si osa, per una specie di superstizione, dare un nome preciso ad una troppo grande felicità. Ma insieme si pentì del suo silenzio. -- Ora l’ho compreso, non prima: ora che tu mi baci. -- Lo amavi? -- egli chiese repentinamente, quasi godesse della propria crudeltà. -- Sì, come un povero amico, ed anzi come una schiava rassegnata... -- Poi riflettè e soggiunse: -- Forse non lo sai? Egli tacque; la sua fronte s’incise di una ruga profonda. -- E tu? -- ella fece dopo una pausa. -- Io? che? -- Lo amavi? Egli si raddrizzò, come faceva quando gli era necessario chiudere la sua volontà riottosa in un’armatura di metallo, e disse recisamente, con impeto: -- No! l’odiavo! Ella n’ebbe un brivido, un brivido che la curvò, come per un bacio datole su la nuca. -- Avrà sofferto, credi? -- Nulla o poco; era composto. Allora l’immagine del morto le assediò il pensiero, e lo vide, steso ma calmo: appena appena un po’ di saliva agli angoli della bocca, un po’ di gonfiore nelle palpebre chiuse... La morte non le parve che una totale stanchezza, e, per la prima volta dopo quell’annunzio, vide nei propri occhi la spenta fisionomia di lui. Questa visione le fece comprendere ch’ella pure non lo amava, poichè, nel guardarlo, più che il dolore poteva in lei un senso di raccapriccio fisico, nel quale involontariamente si rammentava d’essere stata baciata da quella bocca. Onde fece un movimento, uno sforzo, per respingere da sè tutto questo; -- ma la visione tornava. Improvvisamente, un’altra volontà che la sua le fece dire: -- Andiamo a vederlo... -- Sì?... vuoi?... -- mormorò egli, come côlto in fallo. Ma intanto pensò ch’era opportuno accertarsi un’ultima volta di quanto aveva compiuto e giudicare da lei, da lei ch’era la più fidata, l’impressione che gli altri ne avrebbero. -- Andiamo, -- fece risolutamente. E non si mosse, -- Sì... -- ella rispose, restando immobile a guardarlo con gli occhi sbarrati. Egli si fece violenza, la prese per mano, e mutamente si avviarono. -- Fa piano, -- egli diceva, -- che nessuno si desti... Non certo ella faceva rumore; ma scivolandogli appresso, nell’ombra, quasi nascosta dietro la sua persona, compiva uno sforzo muscolare per vincere la volontà restìa. In lei rombava un grande frastuono; la notte parevale sonora. Curvi entrambi, addossati l’uno all’altra, comunicandosi per la mano serrata la paura ed i sussulti, scivolavan come ladri lungo la parete, sostando, ascoltando, raggruppati in sè stessi, pavidi, con le ginocchia tremanti. Il breve tratto parve loro una lunga distanza, e man mano che andavano, avrebbero voluto ritornare. Vicino a lei, anch’egli si sentiva meno forte che solo. Pure la trascinava, o gli sembrava di trascinarla, sentendo il suo peso riluttante. -- Andrea... -- Che hai? -- Non andiamo... Eran presso l’uscio e sostarono. -- Perchè? Ella non rispose; in quel buio non osava stargli presso nè lontana. -- Tremi anche tu... -- ella disse. -- Io?... No! -- egli rispose, irrigidendosi, contraendo i muscoli, per non tremare. La luna mandava ora fin lì un albore tenuissimo, che prima era parso tenebra. -- Non aprire... -- Sì, apro... Girò la maniglia e sospinse l’uscio. Non súbito videro il letto, ma il chiarore azzurro del fascio di luna che imbiancava la camera funeraria d’una chiarezza livida, piena d’irrealità. Poi d’improvviso videro il letto, videro la faccia supina, che a loro sembrò -- tanto la temevano -- si fosse mossa e li avesse guardati. -- Non andargli vicino... -- ella balbettava, -- non posso... Ma egli, lì, di fronte all’opera che aveva compiuta, riacquistava il suo coraggio; e s’avvicinò al letto trascinandola. Il raggio di luna vestiva il cadavere dal piede alla fronte, poltrendo su l’ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità. Non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e freddo pareva di quell’algida luce che somigliava stranamente al colore della sua carne, al gelo della sua materia spenta. -- Vedi, -- egli disse, -- com’è tranquillo? Ma ella non rispose, forse non l’udì, assorta com’era nel guardarlo, con gli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso. Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come fosse piombo. La luce azzurra gli metteva intorno alla fronte, lungo le radici dei capelli, una specie di scintillamento; dal suo viso pareva trasudasse un umor luccicante; un fiotto di saliva faceva due piccoli grumi agli angoli della bocca; il labbro superiore avanzava su l’altro, dando alla fisionomia del morto un non so che di camuso. Qualche macchia d’un tetro color giallastro invadeva la scarnezza delle guance; gli occhi non facevan ombra; le ciglia parevano ingrommarsi. Ogni tanto avevano entrambi la sensazione ch’egli respirasse, poichè la morte non pare immobile, finchè si muove negli occhi nostri l’incredula paura con la quale noi la guardiamo. Egli voleva parlarle, ma indarno cercava nella mente un pensiero da comunicarle; si sentiva sperduto in una specie d’annientamento cerebrale. Ebbe voglia di sedersi a piè del letto e di vegliarlo, in attesa d’un fatto imprevedibile, o forse d’un suggerimento che salirebbe a lui, nello spirito, stando presso quel morto. Allora si accorse dell’estrema fatica fisica ond’era oppresso; gli parve d’aver sonno, ma un infinito sonno ed oblioso, in quella notte così limpida. Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto; si stringeva le braccia contro il petto, incrociate per i polsi, con le mani sotto la gola, il capo sovr’esse piegato, gli occhi attentissimi. Poi allungò la mano, quasi volesse toccarlo; invece lambì la coltre, lievemente, ritraendola con velocità. -- Giorgio... -- profferì, non per chiamarlo, ma quasi per riconoscere se veramente fosse lui. Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza dell’altro, mandargli un ultimo saluto, comunicargli una dolce parola, toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte che non ricordava più... Adesso aveva rimorso, un orrendo rimorso ed una infinita voglia di piangere per lui; adesso le pareva necessario di fargli conoscere il suo dolore, e dirgli, se pur non udisse: -- «Povero, povero amico mio, forse non mi perdonerai... no, certo non mi perdonerai!...» E s’avvide che s’erano lasciati senza una parola di commiato, senza un bacio, nè una confidenza, nè un secreto, senza una di quelle parole conclusive che fanno meno buia la morte a chi vi sprofonda ed a chi guarda morire. Si ricordava di lui, ch’era buono, ch’era malato, ch’era un povero essere debole, triste, soave, che a lei voleva bene come forse nessuno al mondo, e come forse nessuno al mondo per lei, per lei sola, soffriva... Si ricordò la pazienza disperata, il disperato amore che appariva nelle sue chiare pupille quando la guardavano, e la dolcezza paurosa della sua voce quando parlava con lei, l’amore di cui l’aveva circondata quell’essere morente, la beatitudine grande che lo trasfigurava se appena, quand’eran soli, ella gli avesse detto una parola buona... In quel momento il suo proprio amore non esisteva più; non si considerava più come la schiava di quell’infermo inguaribile; provava solo un rimorso angoscioso di non essere stata con lui nell’ultima ora, quando il suo pensiero fuggente l’aveva cercata ed il suo cuore cessante l’aveva con sè trascinata nel silenzio della morte... «Sì, mi hai chiamata e non c’ero! hai voluto vedermi, e non c’ero! hai voluto forse confidare, a me sola, un ultimo desiderio, e non t’ho potuto ascoltare... Anzi tu sei morto «sapendo!» Oh, come devi aver sofferto, povero cuore! Sì, eri buono, mi tutelavi, mi carezzavi con la tua anima dolce; da te non ho inteso mai, mai, che parole d’amore... Ed io non t’ho fatto che male! io non ho fatto che ucciderti giorno per giorno, senza volerlo... Sì, sono stata infame, povero amore, e non mi perdonerai!...» Si curvò, protese di nuovo la mano per accarezzarlo, e tuttavia non osando, gli passò con la mano sopra il volto in un rapido gesto, che pauroso era solenne. Poi, di schianto, cadde presso il letto, a ginocchi, e pianse. Quand’egli vide la donna genuflessa ed il cadavere supino, gli parve che un legame li unisse, che una simiglianza fosse tuttavia tra le lor dissimili positure, ed offeso da quella concordia che gli era nemica si aderse contro di loro con una ferma violenza, levando tanto più la fronte, quanto più l’amante sua la curvava nella vergogna nel rimorso e nelle lacrime per il morto. Ella era inginocchiata sopra un ginocchio solo; su l’altro teneva un gomito e nei palmi la fronte. Ora, dal lenzuolo inazzurrato, il manto lunare cadeva su lei stupendamente; la bellissima sua nuca scoperta era densa di capelli quasi fulvi, che brillando si arruffavano. Pur così accasciata, il suo dorso conservava una mirabile elasticità; la gamba su cui stava inginocchiata, uscendo fuor dalla balza della vestaglia scopriva il bianco malleolo ed il tendine teso, che s’allentava nella rotondità del polpaccio. Quasi tutto il piede era fuori della pianella, e si vedeva il tallone roseo svanire in un incavo profondo verso le dita flesse, che tenevan ritta la calzatura piegandosi contro l’orlo d’ermellino. Nel medesimo tempo egli guardò il morto e gli parve straordinario che vicino ad un cadavere si trovasse una cosa tanto profana ed avesse, nell’atto che compiva, una qualsiasi comunanza con lui. Voleva parlarle, chiamarla; ma un senso di rispetto più forte non gli consentiva di muover labbro. Ascoltò con una specie di rancore taciturno, ed intese che pregava. Sì, dall’atto delle sue labbra e dalla ferma sua genuflessione indovinò che l’amante pregava. Dunque non sarebbe mai la sua complice, non crederebbe mai che all’uomo sia lecito far morire. Anzi, poichè pregava, qualcosa v’era di non distrutto fra la sua bella gioventù e quella morte infinita, qualcosa v’era in quel silenzio, di più sacro e di più forte che l’amore, poich’entrambi avevano creduto nella parola inverosimile: «Dio». Allora si trasse indietro, e pensò ch’ell’avrebbe trasalito per la paura di rimaner sola in vicinanza del morto. Ma ella non si mosse, non s’accorse, non ebbe un solo tremito nella persona. Investita così dal raggio lunare, prosternata com’era davanti al letto funerario, pareva una monaca seminuda, che, in una notte piena di stelle, si fosse trascinata con delirio verso il marmo dell’altare, affinchè la pietra del sacrario purificasse la sua carne disperata. Ed egli non udiva più nemmeno il bisbiglio della sua preghiera, nè più vedeva il suo petto muoversi, la nuca trasalire, il tallone roseo staccarsi od avvicinarsi al tacco della pianella: ma due sole immobilità perfette occupavano la stanza, un solo raggio le ammantava nel suo fermo splendore. -- Novella... -- egli chiamò sommessamente. La sua propria voce lo ferì come la voce d’un estraneo, senza che le due creature si movessero. Le andò vicino, ed invece di chinarsi, attese. Era tramortita; ma da presso egli vedeva le sue spalle trasalire insensibilmente. Stando così piegata in avanti, con la fronte che quasi toccava il lenzuolo, la prima vertebra spinale formava tra le piane scapole un forte rilievo; il fascio lunare non impediva che presso l’attaccatura del collo le sue bianche spalle fossero piene d’ombra. Poi d’un tratto la vide roteare sul ginocchio piegato, allentar le braccia ed accasciarsi a terra come un peso inerte, senza quasi far rumore. La pianella scappò via dal piede roseo, fece un piccolo salto, si rovesciò. Era scoverta fino a mezzo il petto; i calmi seni formavano, sollevando la camicia, una profonda incavatura. Dopo di lei fissò il morto, e gli parve strano che la sua faccia non si fosse chinata fuor dalla proda, per guardare in giù. «Vedi? -- mormorò in lui una voce estranea. E gli parve di ridere nel cuore sarcastico, ma d’un riso che non gli saliva fino alla bocca. «Vedi?» Gli parve che alcuno avesse aperto l’uscio. Senza maraviglia si volse e guardò. Su l’uscio batteva tagliente l’ombra d’uno stipite; null’altro che l’ombra d’uno stipite. La maniglia luccicava. Un usignuolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo stordiva. Gli parve che stesse a cantare, lì, sul davanzale. Si volse e guardò. Ma la pietra del davanzale frammista di selce non mandava che lampi ed il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante nell’immensità. «Uuh!... Fi! Perchè canti? Vattene.» L’usignuolaccio saltava. Era proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore contro le foglie sonore. «Vedi?» Un filo d’aria notturna passò su di lui, percorse la lunghezza del letto, soffiò tra i capelli radi del morto, li scompose. Poco dopo una vasta nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il filo che portava quel fascio d’elettricità, e, fattasi buia la stanza, egli si sentì serrare nella caligine come fra due pareti che si chiudessero. «Vedi?» E la nuvolaglia se n’andava piano piano; il raggio tornava, più mite, poi più forte, parendo invadere la stanza e colmarla, come un fiume... Allora si chinò su l’amante, la prese per un braccio, la scosse. Ella sbarrò gli occhi, guardò intorno, si risovvenne, lo prese ai polsi e con tutta la forza delle due mani congiunte s’aggrappò a lui per sollevarsi. -- Via... via... -- balbettò quando fu ritta. E lo sospingeva indietro col peso della sua persona, chiudendo gli occhi, come se non volesse volgersi per riguardare il morto. -- Via... portami via! Egli vide lo scendiletto sconvolto e l’accomodò con la punta del piede, resistendo per un poco all’urto dell’amante; poi si lasciò respingere. Uscirono. Camminando senza cautela rifecero il breve cammino, tenendosi avvinti, quasi tornassero dalla consumazione d’un delitto e andassero impuni, lievi, a goderne la preda. Su l’uscio, nell’entrare in quell’altra camera, che a lor parve gioconda, involontariamente si baciarono. Ell’aveva nella gola un riso singhiozzante, negli occhi una febbre luminosa, nelle vene un battito celere che le soverchiava il cuore. A lui pareva di averla rubata quasi dalle mani d’un avversario più forte, o trascinata via da un incubo, via dal talamo di un altro che gliel’avesse rapita. Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio dell’alto suo ramo il cantore solitario snodava, buttava i suoi gorgheggi con impetuosa magnificenza, come, nell’aria, brillando, lancia i suoi gettiti una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le vellicassero il ventre viscido per farla ridere o si fosse ubbriacata fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini. -- Dammi a bere... -- ella fece, comprimendosi il petto soffocato: -- brucio di sete! -- Acqua? egli disse. -- Non ho che acqua. -- Sì. Prese la caraffa, il bicchiere, lo riempì fino all’orlo, poi, stillante, lo porse alla sua bocca. Ella ne ingoiò un sorso avidamente, facendo gorgogliare l’acqua nel deglutirla; poi guardò l’amante: -- E tu non hai sete? -- Sì; dopo. -- No, bevi, -- ella fece, prendendogli la mano che teneva il bicchiere e spingendola verso la sua bocca. Egli ubbidì. Bevve con ingordigia, con ira, due volte, poi guardò il bicchiere vuoto. -- Ancora ne vuoi? -- diss’ella. -- Non più. -- Respirò forte, soggiunse: -- Lo sai ch’eri svenuta? Ma ella si coverse gli occhi, piegò il mento sul petto, e, come chi si ritrae da una visione paurosa: -- Non parlarne... -- pregò. -- Che orrore! che orrore! Ho bisogno per un momento di scordarlo... Non parlarne più! Egli rimise a posto la caraffa, si andò a sedere sull’orlo del letto, curvo, stanco, tenendo le mani allacciate, fra le ginocchia, la fronte china. Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò vicino alla finestra, guardando fuori, curiosa, nella notte stellata. Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore; incominciava un dondolìo sonnolento per le alte cime degli alberi; dentro, nelle frasconaie, qua e là, un fruscìo prolungato, uno strepito scorrevole, come se vi rimbalzasse in mezzo, tra foglia e foglia, una lentissima pioggia di sabbia. Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l’albero gigantesco, un grande fiore di magnolia sfasciarsi repentinamente, cadere giù, lembo a lembo, ciascun petalo roteando come una spola, finchè si posava disfatto su la ghiaia luccicante. Quel fiore, lo sfacelo di quel grande fiore, l’assorbiva interamente, e, senza ben comprenderne il perchè, non poteva ritrarsi dal guardare l’opulento ramo, che per quella caduta seguitava a dondolarsi oscillando, e quel fiore sparso, rotto in frantumi, che giaceva sotto il vasto albero, come una bianchissima porcellana spezzata. E vide un piccolo rospo che vi saltellava nel mezzo, traversando la ghiaia. Senza volgere il capo ella chiamò per nome l’amante; ma egli non si mosse. Allora, affacciandosi ancor più, si mise a guardare, nella facciata bianca della casa, quella finestra poco lontana, dietro la quale, ma in fondo, contro l’opposta parete, c’era un uomo che dormiva per sempre nel letto illuminato, nel sudario del raggio lunare, di fronte alla magnificenza delle stelle. Vide, o le sembrò, che ne uscisse un fumo azzurro, torbido, il quale navigava per la notte, sperdendosi; e intimorita si ritrasse, onde non respirare nel vento neppure un átomo di quel fumo. Andò vicino all’amante, gli pose una mano sui capelli. Egli non levò il capo, non disse parola. Ed ella, tacendo, prolungava la sua carezza con una specie di voluttà, indugiando nei caldi capelli, un po’ chinata su la sua pallida fronte. Infine disse: -- Che ora è? tardi? Egli guardò l’orologio, distrattamente: -- Le tre passate. -- Hai sonno? -- Non ho sonno; e tu? -- Nemmeno. Guàrdami!... Andrea levò gli occhi. Entrambi, nel fissarsi, parvero maravigliati. -- Che faremo? -- ella disse, tremando fin nell’anima. -- Non so. Stava ritta fra le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le spalle; egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e, senza toccarla, sentiva tuttavia l’impressione della sua pelle fresca e giovine, sentiva il profumo della stoffa tenue somigliante all’odore stesso di lei. -- Tu l’amavi! -- gli esclamò d’un tratto, con iracondia, senza levare il capo. -- No... taci... -- Sì, lo amavi! ora l’ho visto! lo so... -- egli disse caparbio. Novella si chinò presso l’orecchio dell’amante, quasi baciandolo, e bisbigliava di continuo: -- Taci... taci... Subitamente egli serrò le braccia intorno alle sue reni e l’attrasse, alzando la bocca verso la bocca di lei, che lo cercava. -- Sei mia, ora? Ella rise, non colle labbra soltanto, ma con tutta la persona, con tutta l’anima rise. -- Rispóndimi! -- Sì... sì! -- Ma per poco... -- egli fece, tetro. -- Come? -- Ho detto: per poco. Adesso non c’è più divieto, e allora... -- E allora? -- ella interrogava con la medesima voce. Poi gli prese la faccia tra i palmi, e, quasi per soffocare ogni parola, su la bocca, affannosamente, lo baciò. E rimasero avvinti in quel bacio, disperati, sitibondi, colmi fino alla gola di orrore e di amore, sentendo che in quella voluttà esecrata una coscienza invisibile, quasi, un Dio, li malediva... . . . . . . . ... poi, lontano, per l’ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti, quasi una colonna di fumo, che soffiasse non da un incendio ma da un gelido remoto mare, e videro per l’universo effondersi quella specie di scolorimento, quel brivido, quella bianca tenebra che precede il salire del giorno. Un grande velario, di mussola o di tulle, passava su le migliaia di stelle per diminuirne lo splendore; una chiarità nasceva nell’oriente concavo; la notte a poco a poco s’incanalava in quella zona pallida, lasciando portare dal vento le sue gonfie spirali di fumo. Piccole stelle morte, randagie, vi cadevano dentro, scomparivano, lasciavan un solco impercettibile nello spazio dov’erano a migliaia; le grandi costellazioni, luminose come navigli notturni, affondavan nell’oceanica immensità; la luna colava a picco imbiancandosi nella voragine d’una nuvolaglia simile ad un cratere. Lontano, all’alba sopravveniente, un gallo cantò. Ilare, mandava in alto la sua chiacchierata pretensiosa, lisciandosi forse il bel pennaggio lustro, come una donna mattiniera, che alla finestra péttini cantando la sua liscia capigliatura. Entrava, con l’odor fluviale dei narcisi, con l’abbrividire delle foglie che si destavano, un’ondata d’aria fredda, quasi visibile, che faceva il giro della stanza, come un vortice... Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la fasciò sino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli occhi pieni d’ombra disse a lei che non parlava: -- Dormi?... SECONDA PARTE I Tancredo Salvi arrivò il giorno appresso in villa, non appena gli ebbero telegrafato ch’era morto il suo fratellastro. Giunse in tempo esattamente per i funerali, ma sopra tutto per aver notizia del testamento: il che gli stava molto a cuore. Dalla prima giovinezza, dal tempo lontano in cui Giorgio Fiesco era partito dalla casa del patrigno in cerca di fortuna per il mondo, non s’erano quasi mai riveduti, nè alcuna fratellanza era tra loro, bensì per costumi e per indole una invincibile avversione. Venuta a morte la madre comune, Tancredo aveva brigato in mille guise per contendere a Giorgio la meschina eredità, e dopo aver dato fondo a quel denaro, d’ogni espediente viveva tranne che del suo proprio lavoro. Lo si era veduto alla Borsa e nei mercati, farsi mezzadro d’affari equivoci o pericolosi; lo si vedeva nelle bische, nelle bottiglierie, su gl’ippodromi, un po’ male in arnese, ma tuttavia giocondo. Più tardi s’era messo in un certo giornalismo di pettegolezzi e di raggiri, che sfioravano il ricatto; aveva inoltre aperta un’agenzia d’informazioni secrete, una di quelle tante che pullulano per i sinistri vicoli delle grandi città. Non ancor quarantenne, alto, forte, un po’ calvo, con la faccia quadrata e sbarbata, il colorito plumbeo, gli occhi profondi, una fronte malvagia, la tempia destra fiaccata come da un pugno dato in una creta molle, quest’uomo esprimeva nella sua rozzezza un non so che d’intelligente e di maestoso, un non so che d’amaro e di buffo, che prima insospettiva la gente, poi talvolta faceva sorridere chi avesse a trattare con lui. Giuntagli ora la notizia della morte di Giorgio Fiesco, Tancredo non aveva indugiato in lunghi dubbi, e cacciate alla rinfusa le sue poche robe in una sacca sfiancata, empitosi di mezzi toscani il portasigari sdruscito, contate nel voluminoso portafogli le poche centinaia di lire ch’erano pressochè tutto il suo bene, aveva chiamato con robusta voce la serva-consorte che gli faceva da massaia, e le aveva dato l’ordine di far scendere la sua borsa in portineria. Nel treno che lo portava dolcemente, per una sera ventilata, traverso le campagne fragranti, egli cominciò a sentirsi ravvolgere da un senso di vera beatitudine, quasi avesse l’intima coscienza di volare leggermente incontro alla fortuna. Pensava: -- «Se mi capitasse di azzeccarne una finalmente! -- Centomila lire!... Cosa sono centomila lire per il mio povero fratello? Dopo tutto siamo nati dallo stesso grembo! Lo so: c’è la moglie; ma non hanno figli. Centomila. Poi sono curioso anche di conoscere l’amico intimo, il gran professore... Centomila.» E questa parola numerosa, interminabile, con uno strascico di zeri tondi e roteanti che parevano intessere nell’infinito la chioma d’una straordinaria cometa, gli turbinava intorno, moltiplicandosi nel cielo, finchè lontano si disperdeva in una striscia ondeggiante, o forse nel pennacchio di fumo che la vaporiera si lasciava dietro camminando. Adesso il treno correva diritto per la rasa campagna, disegnando nella seguace ombra il traforo bianco dei finestrini. Veniva dalle pingui zolle un odor fertile di semenza matura; su l’estremo válico dell’orizzonte il disco paonazzo del sole affondava come un rotondo vomero nella terra lampeggiante. Allora Tancredo fece un sogno, che non era del tutto un sogno e che appunto lo seduceva per la sua possibilità. Un notaio, alto, allampanato, con gli occhiali a stanghetta, una voluminosa cravatta nera, leggeva il testamento del morto in una grande stanza dove c’erano molte persone attente. Lui, Tedo, se ne stava in un angolo, dietro tutti, ma seduto in una poltrona molto comoda, e guardava in alto, verso il lampadario, distrattamente... «Lascio mia moglie erede universale de’ miei beni, con un legato di L. 100.000 ( -- dico centomila -- ) a Tancredo Salvi, mio fratello di madre, e...» Tutte quelle persone attente si voltavano a guardare lui, ch’era tuttavia distratto, ma non poteva trattenere un certo risolino involontario che gl’increspava gli angoli della bocca. E il notaio seguitava a leggere con la sua voce fastidiosa come il ronzìo d’una vespa: «Legato A... -- legato B... -- legato C...» La vedova se ne stava seduta poco lontano da lui, pallida, nelle recenti gramaglie, e co’ suoi grandi occhi pieni di torbide ombre insidiosamente lo guardava. «Scritto di mio pugno, da me testatore, in piena coscienza di...» Era il notaio che finiva di leggere il testamento, con la sua voce nasale ma ronzante; poi si nettava gli occhiali a stanghetta dentro un enorme fazzoletto blu... Subitamente il quadro di quella grande stanza piena di persone attente si cancellò dal suo cervello; ma vide bensì la vedova, di sera, che saliva le scale con un candeliere in mano, forse per non trovar pace nella coltre insonne ove si contorcerebbe la sua profumata e vedovile solitudine... . . . . . . . Alla stazione, quando giunse, nessuno l’attendeva. Chiamò l’unico vetturino che già stava per volgere il suo cavallo, e di galoppo traversarono il borgo addormentato. A quell’ora le case degli artigiani eran buie: solo mandavan lume un paio di taverne, la bottega del farmacista, l’invetriata del caffè. Quando giunse a villa Fiesco, il cancello era chiuso ed il vetturino cominciò a schioccar di frusta. Uscì fuori dalla casa rustica la piccola Natalissa, e con la sua vocina di capinera da lontano gridò: -- Vengo sùbito. Nell’alta casa una finestra s’aperse; confuse ombre vi si affacciarono, e s’udì sopra gli alberi del giardino la voce di Maria Dora che domandava: -- Chi è venuto, Natalissa? -- Un forestiero, -- gridò la bimba. E da brava donnina già grande prese la sacca dell’ospite, lo accompagnò per il viale fino alla scalinata. Maria Dora, Stefano, la Berta stavano sul limitare, in attesa. Nessuno fra loro conosceva Tancredo, se non di fama, e vedendo quello sconosciuto avanzarsi tranquillo dietro la bimba del giardiniere, a tutta prima non seppero immaginare chi fosse. Egli pensava tra sè: -- «Questo è il momento grave. Occorre una certa presenza di spirito...» Giunto a mezzo della scalinata, si levò il cappello e disse, fermandosi: -- Io sono Tancredo Salvi. Maria Dora, senza rispondere, scappò dentro a dare la notizia. Papà Stefano alquanto impacciato, gli rispose: -- Non eravamo preparati alla sua visita, signor Salvi. Tancredo salì con disinvoltura gli ultimi gradini. -- Mi scusino; arrivo in questo momento; non feci che balzare nel primo treno; sono ancora sotto il colpo dell’orribile notizia... vengo per rivedere il mio povero fratello. Grazie, grazie, d’avermi avvertito!... E metteva nella sua voce robusta una specie di affannosa riconoscenza, mentre col palmo della mano faceva l’atto di rasciugarsi una lacrima. Stefano non sapeva che dire; se ne stava irresoluto, squadrandolo. -- Allora lei desidera pernottare qui? -- mormorò infine, accennando alla sacca da viaggio che Natalissa aveva posata sopra una seggiola. -- A meno che non rechi troppo disturbo... -- disse Tancredo con umiltà. -- Volevo scendere all’albergo, ma non conosco il luogo, e, sopra tutto, il desiderio di veder súbito il mio povero fratello m’ha spinto a venir qui. -- Mi perdoni un momento, -- fece Stefano; ed entrò nella casa. Mentre stava per salire, incontrò Maria Dora con il Ferento che scendevano. In quel mentre apparve Marcuccio sul limitare della sala. -- Chi arriva? Ospiti? Ma che c’è? Forse un ballo? Nessuno gli rispose. Stefano tornò su la veranda e disse alla Berta ch’eravi rimasta: -- Va sopra in fretta e prepara una camera al secondo piano, l’ultima. -- Poi disse a Tancredo: -- Entri pure. Egli avanzò con circospezione, guardandosi attorno, quasi temesse d’andar incontro ad un agguato. Vide il Ferento, Maria Dora, Marcuccio, e, non sapendo che fare, fece un inchino. Il Ferento lo squadrò da capo a piedi, con uno de’ suoi sguardi rapidi che investivano come un urto; il Salvi sogguardò lui con una delle sue occhiate oblique, che accerchiavano come un laccio. -- Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? -- disse il Ferento. -- E desidera vederlo? -- Appunto. -- Venga: la condurrò. Bisognava traversar la sala e Marcuccio stava su l’uscio, attento. Si trasse da parte per lasciar passare il Ferento, ma súbito si rimise traverso la soglia, in guisa da sbarrarne l’adito. Allora Tancredo, per non urtarlo, si fermò di botto, guardando in faccia quasi con timore quel lungo giovinotto sbilenco, dai capelli corti, vestito con panni che gli cascavan di dosso, il quale invece, nel fissarlo, rideva. Tancredo non poteva comprendere perchè mai quel personaggio gl’impedisse di passare. E lo scemo ad insistere: -- Chi sei? Dove vai? C’è un ballo forse? Andrea tornò indietro, e preso lo scemo per un braccio lo costrinse a togliersi di mezzo. Poi disse: -- Marcuccio, sono le dieci: va a dormire. Costui tirò fuori un grosso orologio d’argento e si mise ad ascoltarlo, poi ad osservarlo, contando le ore su le dita. Non gli tornava il conto. -- Eh!... -- gridò appresso al Ferento, -- non sono le dieci!... una di più! C’è un ballo forse? Allora Tancredo, nel salir le scale, si risovvenne che Giorgio Fiesco aveva un cognato scemo. «E adesso mi tocca pure di vedere un morto... -- pensò. -- Non è piacevole. Con questa fame da lupo!» Giunti sul pianerottolo, Andrea lo avvertì: -- È già nella cassa perchè si decomponeva, ma la cassa non è chiusa e lo potrà vedere. Tancredo avrebbe voluto rispondere a quel celebre scienziato in maniera degna della propria eloquenza, ma non trovava parole adatte, perchè l’idea di entrare così precipitosamente nella camera d’un morto gli scompigliava tutte le facoltà. Il corridoio era buio; da una porta nel fondo si diffondeva una striscia di luce. «Dev’essere là il morto... -- pensava. -- Purchè non mi lascino solo davanti alla bara...» -- Venga, venga, -- disse il Ferento, fermo su la soglia della camera funeraria. Tancredo si avanzò. Vide per prima cosa un letto vuoto, senza federe nè lenzuoli, con un pannolano sopra la coltre, da capo a fondo cosparso di fiori; poi vide una vecchia in una poltrona, che pregava, ed era mamma Francesca; indi una contadina, un contadino, ed un ragazzone di vent’anni, un bifolco nero come il carbone, seduti lato a lato, contro il muro, e che pregavano anch’essi. Da ultimo vide, nel mezzo della stanza, posata per terra fra quattro candelieri gocciolanti, la bara, coperta da un lenzuolo. Il coperchio stava poggiato verticalmente contro il cassone del letto. Intorno alla bara il pavimento era cosparso di fiori; egli cercò di non camminarvi sopra. Intorno alle quattro torciere si ravvolgevan spirale da ramoscelli fioriti; le fiamme piegate dal vento si allungavan come lingue vibrátili; ogni tanto se ne staccava una specie di vampa nera, che pareva guizzar via nell’ombra, di qua, di là, velocissima. «Ora, che faccio?» Di levare il lenzuolo da sè, proprio con le sue mani, Tancredo non aveva cuore; si chinò sopra il catafalco, restando immobile, come se recitasse una preghiera. Il lenzuolo era teso; non lasciava trasparire affatto il rilievo del cadavere. «È lì sotto e non lo vedo... povero Giorgio! Era tuttavia un buon uomo; quasi quasi potrei davvero piangere... Sebbene si fosse press’a poco estranei, certe cose la natura le comanda. Siamo figli della stessa madre: questo conta, per bacco! Poi, che male mi ha fatto? Qualche soldo me l’ha sempre dato, anche molti, per dire la verità... Era un brav’uomo. Certo non sentiva troppo i legami della fratellanza, ma questo è un difetto che gli si può anche perdonare, adesso ch’è morto. Io stesso, per dire la verità, non sono proprio uno stinco di santo... Su, vediamolo, poveraccio!» Ed allungava la mano per sollevare il lenzuolo; ma la mano titubante gli si fermava a mezza strada. «Diavolo!... E dire che non avrei paura di quattro malandrini!» Si fece animo e si chinò. Quell’odore di cadavere e di naftalina lo stomacava, serrandogli la gola. Tuttavia prese un lembo del lenzuolo e cominciò a sollevarlo. Allora si avvicinò la contadina, e inginocchiatasi all’altro lato della bara: -- Volete vederlo, signore? -- domandò. -- Peccato che ora si guasta. E piano piano sollevò il lenzuolo, come dal viso d’un bimbo che non si voglia destare. Tancredo per poco non dette un urlo, tanto al vedersi quella faccia era spaventosa. Livida egli la vide, ma di una lividezza quasi nera, con l’orecchie, i due zigomi, le mandibole chiazzate di macchie vinose, gli occhi tumefatti, che parevan marci, la bocca enfiata, guasta, non chiusa, che lasciava colare dagli angoli, tra i peli della barba, un umore viscido e luccicante, il quale serpeggiava dentro il collo come una tortuosa lumacatura. Aveva intriso il colletto e disamidava lo sparato convesso, nel quale brillava la capocchia d’un bottone d’oro, simile ad un chiodo mal confitto, che rattenesse a fatica lo sforzo del torace gonfio. Pareva che l’abito nero lo infagottasse per una farsa macabra, per un ultimo ballo sotterraneo, dove comincerebbero i vermi a strisciare nella sua carne spenta, a propagarsi, a dondolarsi piano piano, su la musica d’un valzer lento... Ma la contadina lo tastava senza orrore, con le sue brune aride mani che lo avevano rivestito da capo a fondo; poi lo ricoverse con il lenzuolo, mentre si udiva la preghiera dei due uomini salir di tono, quasi per vincere il sonno che li schiacciava, in quel silenzio soffice come il . 1 2 - - , - - . - - , 3 . . . . 4 5 - - , , . . . - - , 6 . 7 8 : 9 10 - - , , , 11 ; . . . 12 13 - - , , . 14 15 , 16 , 17 , 18 , . , 19 . 20 21 , 22 : - - . . . 23 24 , , 25 . , 26 , , 27 . 28 29 , , , 30 , 31 , , 32 , . 33 , , 34 . 35 36 , , 37 ; , 38 . 39 40 , ; 41 , 42 , , , 43 . , 44 , , 45 , 46 , , 47 . 48 49 : 50 . . . 51 52 . 53 , ; 54 , , . 55 , , , 56 . 57 , , 58 , , 59 , , 60 , 61 . , 62 , , ; 63 , 64 , , 65 , , , 66 . . . 67 68 : 69 , 70 . 71 72 73 , 74 75 , 76 . ; 77 , 78 . , 79 , , 80 . 81 82 , 83 84 , : 85 , 86 . , , 87 88 , , 89 , , 90 91 , , , 92 , , , 93 , . 94 95 , 96 , 97 , 98 , , , 99 , , 100 , , 101 , , 102 « , , , , 103 . . . » 104 105 , 106 , ? 107 , 108 , 109 ? 110 ? , ? . . . 111 112 : 113 , , 114 . , 115 , , 116 117 , , 118 . 119 : 120 , , , 121 122 . 123 124 - - « , - - , - - , 125 , , 126 , . , 127 , , 128 , , 129 . , 130 , . . . » 131 132 , , 133 . ; 134 135 . , 136 , . 137 , 138 , , 139 , . , , 140 , 141 , 142 , . 143 144 , 145 , . 146 , , 147 . 148 , 149 . , 150 ; 151 , 152 . , 153 , , 154 , , . 155 156 , 157 . 158 . 159 160 , , 161 , , 162 , , , , 163 . 164 165 166 ; - - , 167 168 , , 169 , 170 ; - - , , 171 . 172 173 , , 174 ; 175 . 176 ; , 177 , , , , 178 . 179 180 - - . . . - - , 181 , - - ? 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