noi vecchi sappiamo riconoscere di lontano la morte. Bah!... buona notte, Andrea! Se stesse male, chiamatemi; buona notte. Andrea rimase lungo tempo fermo dietro l’uscio, ascoltando quel passo tardo che saliva pesantemente i gradini; poi tornò a sedere presso la tavola ingombra, si raccolse nei palmi la fronte, che gli doleva, e mentre nell’immobile silenzio gli battevano forte le vene dei polsi, lasciò che il suo cuore, come un nembo di polvere, si allontanasse nella vertiginosa bufera. Il riflettore elettrico, vôlto sul microscopio, traeva dal polito metallo un barbaglio fermo, continuo, che si propagava su le piccole siringhe di cristallo, su gli aghi affinatissimi, sui molti arnesi lucenti che ingombravano la scrivania. A poco a poco una stanchezza fisica maggiore del suo tormento lo sopraffece; i gomiti gli scivolaron dall’orlo della tavola, piano piano; la fronte si affondò nella piega dell’avambraccio; cadde in sopore. Da lunghe notti rimaneva con gli occhi sbarrati, nel buio, insonne fino all’alba, con il cervello assediato dall’assiduo pensiero; ma vi son momenti nei quali il corpo affranto, che ha fame, che ha sonno, che ha bisogno d’oblìo, soverchia lo spirito e lo salva da tutte le sue calamità. -- Odimi, Andrea... Era entrata Novella, senza far rumore, e si chinava su lui. Egli sobbalzò atterrito, si eresse in piedi, con gli occhi pieni di spavento, e fissandola ripeteva: -- Che c’è? Che è stato?! -- Nulla... parla piano... Perchè ti guardi attorno? Che fai? Sognavi? Sì, eri stanco, ed io t’ho svegliato, povero amore... Allora egli prese la sua mano, la strinse, la baciò quasi con riconoscenza. Era felice che fosse stata lei a destarlo, non altri, e che non venisse per portargli qualche notizia temuta. -- Ah, sei tu, sei tu... -- la guardò, le sorrise; -- ma ora, non rimanere... sii buona. Forse potrebbe udirci. È imprudente, molto imprudente quello che fai! -- Mi scacci sempre... -- Non ti scaccio, non dire questo. Ma, vedi, è pericoloso... Lavoravo e mi sono assopito. Poi ho l’intuizione che stanotte Giorgio, non dorma e sorvegli... -- Sì, ora me ne vado; ma prima... Come sei pallido, mio amore... -- Sono stanco. -- Prima dimmi perchè da qualche giorno mi lasci tanto sola, non mi parli, non mi guardi, e si direbbe quasi che tu faccia il possibile per allontanarmi da te. Egli ricadde su la seggiola, si compresse contro le tempie i due pugni che tremavano: -- Taci, taci. -- Cosa t’ho fatto, io? Non vedi come sono disperata?... non mi ami più? Allora egli esclamò con un selvaggio impeto di passione: -- Da qualche giorno ti amo più che mai! più che mai! non lo senti?... Ma sei tutta vestita d’ombra e non ti posso toccare. Ella rispose, appassionata: -- Chiudi gli occhi un momento, per non vedermi, e báciami, báciami!... Curvata su lui, la sua gonna gli avvolgeva le ginocchia, i suoi capelli gli toccavano la fronte. In quel bacio ella mormorò: -- Che faremo?... Egli le rispose, all’orecchio, con un bisbiglio ch’era solamente un álito: -- Aspettare. Ella voleva interrogarlo, ma l’amante si ribellò: -- Silenzio!... E lasciami solo. Se io non ti chiamo, non tornare. Ella ubbidì; si ritrasse. Ma nell’orecchio le suonava quella parola grande, minima: -- Aspettare. -- Vai nella sua camera? -- egli chiese ancora. -- No; ho paura. Da me sola, ho paura. Non è stato mai così dolce... mi prende le mani, le bacia... e le mie mani divengono fredde. Così dicendo le nascose dentro le pieghe della gonna, quasi avesse ancora su la pelle quella sensazione di ribrezzo che tutta la raggelava. -- Ogni tanto mi carezza i capelli come un bambino... non è stato mai così dolce. Egli, senza batter ciglio, l’ascoltava, la guardava. -- Sai? Un’ora fa si è assopito, tenendomi una mano fra le sue. Non c’era lume nella stanza, però dalla finestra veniva luce abbastanza perch’io vedessi la sua faccia. Che orrore!... Mi stringeva la mano con una forza convulsa, il suo viso era fermo in una contrazione di dolore. Sognava, e ogni tanto, dagli angoli della bocca, gli usciva un fiotto di saliva... Che orrore! Poi ha rovesciato un occhio indietro, uno solo, senz’iride, ed è rimasto così... Pensai che fosse morto, volli sciogliermi da quella stretta e non ebbi forza, volli gridare e non potei... perchè quell’occhio senz’iride mi fissava e la sua bocca morta sembrava ridere del mio terrore... -- Basta, basta! Poi entrambi sussultarono, avvertendo rumore da una camera vicina, che poteva essere quella del malato. Novella cautamente si sporse fuori dall’uscio in ascolto, e sparve nel corridoio scivolando lungo il muro. Egli rimase nel mezzo della camera, diritto, pronto, perchè udiva un passo avvicinarsi, un passo che gli era noto. -- È lui... -- pensava. Ma non gli rimase tempo ad alcuna riflessione, perchè Giorgio aperse l’uscio e si fermò su la soglia, cadaverico, vacillante. Rimasero a guardarsi un attimo, poi Andrea disse: -- Ti senti male? Giorgio scosse il capo. Era interamente vestito, portava una giubba di lana rossiccia, intorno al collo uno scialle avvoltolato. Si avanzò nella camera con un passo malfermo, poi tese l’índice verso l’uscio e disse: -- Chiudi a chiave la porta, ti prego. Attonito, Andrea non si mosse. -- Chiudi la porta; voglio rimanere solo con te. Macchinalmente, quasi piegandosi ad una forza incontrastabile, Andrea ubbidì. Quando s’intese il rumore della chiave nella toppa, e furon soli, di fronte, viso a viso, e fu passato qualche attimo d’un silenzio mortale, Giorgio disse con voce spenta: -- Novella era qui. -- No. -- Era qui. -- Ossia, -- corresse Andrea confusamente, -- passava per il corridoio... si è fermata un momento a parlarmi. -- E soggiunse dopo una pausa: -- A parlarmi di te. Poi avanzò verso Giorgio una vasta poltrona di cuoio, spingendola per la spalliera; l’infermo vi si lasciò cadere, premendosi le due braccia sul petto quasi per comprimere un dolore inesprimibile. Ma d’improvviso, dopochè i suoi occhi febbricitanti si furon incontrati con gli occhi aspri e fermi del suo fratello antico e per qualche tempo l’ebbero vigilato in silenzio: -- Andrea!... -- esclamò con accento d’indulgenza e di sconforto estremi, -- Andrea non mentire più! È inutile, poichè muoio... non mentire più! L’altro si curvò, si radunò in sè stesso, come un aggredito che sta per raccogliere tutte le sue forze in una disperata difesa, poi, dibattuto fra la verità inconfessabile e la menzogna insostenibile, si ritrasse meccanicamente nell’alta ombra che l’armadio propagava dal muro, e muto vi stette, guardando fissamente terra, in attesa della parola che li avrebbe separati per sempre. -- Hai paura di me, o mi odii? -- Giorgio gli domandò, ergendosi a fatica sui bracciuoli della poltrona. E poichè l’altro taceva, lo incalzò: -- Non puoi rispondermi? Non vuoi che ci si guardi a viso aperto? I tuoi occhi, una volta, sapevano fissare! V’era nella sua voce un sarcasmo, anzi una sfida manifesta, contro la quale, di colpo, l’avversario si raddrizzò. L’uomo che non s’era mai piegato, che non aveva mai temuto, comprese di doversi avventare contr’essa, come soleva, nel mezzo di tutti i pericoli, con spavalderia. -- Fra noi, -- rispose, -- mi pareva migliore il silenzio. La sua voce non aveva alcun tremito: fu dura, fredda, lucida come una lama ben affilata. Con più dolcezza, quasi con affetto, l’altro ripetè la domanda: -- Hai paura o mi odii? -- Nè una cosa nè l’altra, Giorgio. -- E allora? -- Sento la distanza insormontabile che ci divide, sento che siamo ridotti ad essere due semplici automi l’uno di fronte all’altro, e che parole, fra noi, non ci devon più essere. -- No, Andrea. Per te, che prosegui nella vita, questo divenir automa è un giuoco di qualche ora; per me, che la finisco, è un gioco assurdo. Ho radunate le mie poche forze per venirti a parlare: non impedirlo, se ti ricordi che abbiamo avuto sempre coraggio. Una luce tetra splendette nella faccia dell’avversario. -- Ebbene, -- disse, avanzandosi dall’ombra, -- se così vuoi, sia! -- Non come due nemici, Andrea, -- lo pregò l’infermo con un sorriso triste. -- Sì, è vero, il passato è in frantumi e le memorie son ragnatele che val meglio spazzar via... Ma c’è qualcosa nel mondo che può essere dolce ad un uomo, e questo è la certezza di aver amato un altr’uomo con tanta purezza d’affetto, che per quanto egli ti faccia male, per quanto il destino te lo avventi contro come un inconciliabile nemico, tu non lo possa veramente nè interamente odiare mai. Questa è la prima cosa che volevo dirti. Andrea non battè ciglio, non si mosse, non rispose parola. -- Ti ricordi?.... -- ricominciò il malato, con una voce quasi lontana. -- Abbiamo tutto diviso fraternamente nella vita, come dividevamo insieme -- ti ricordi? -- nella nostra camera di studenti, su quel tavolino zoppo, le nostre povere cene. Poi, quando bruciò la miniera di Connigan Gate seppellendo trecento uomini, e la Compagnia mi cacciò come responsabile del disastro, per un anno vissi nella tua casa, e devo a te solo, -- sì, lasciami dire: a te solo -- se ho potuto per una seconda volta ricominciare la strada. -- Visto che facciamo i conti, io ti devo altrettanto e più! -- Andrea lo interruppe con voce irritata. -- Ora ti rivedo! -- esclamò Giorgio, scuotendo con un sorriso il capo. -- Riassomigli, contro di me, a quello ch’eri nel Comizio Romano, davanti a coloro che ti accusavano di averli traditi, di aver venduta la causa loro a chi ti prometteva il potere... E tu eri là, pallido ma sorridente, con le braccia incrociate, contro il tumulto, contro gli urli, contro gli insulti, finchè ne hai preso uno per la gola, uno che inveiva più da presso. Questo atto di coraggio fece il silenzio intorno a te. Allora ti lasciarono parlare. Mi ricordo. Pareva che tu foggiassi le parole in un sonoro metallo e le piegassi con la forza de’ tuoi pugni prima di scagliarle in pieno petto contro gli avversari, contro il semicerchio muto che lentamente oscillava; e c’era in te qualcosa di magnetico, d’elettrizzante che dominò la folla, che li vinse, ad uno ad uno, e poi tutti, finchè ti vidi preso nel mezzo, come in un’immensa mareggiata d’uomini, d’uomini clamorosi e deliranti che ti portarono in trionfo... Dimmi, Andrea, non sei più quello di allora? Un cerchio di rossore accese la fronte dell’avversario; ne’ suoi occhi una vampa splendette. -- Il medesimo sono, e più forte! -- disse con ira; -- poichè le più disperate battaglie sono certo quelle che dobbiamo soffocare in noi. Camminava per la camera nervosamente, come un uomo da tutte le parti accerchiato, il quale voglia fendere nella calca a fronte bassa per aprirsi un varco. Poi disse con impeto: -- Senti: non mi giustificherò. Il nostro patto è rotto. Se vieni per interrogarmi, rifiuto, -- se vieni per accusarmi, rifiuto, -- se anche vieni per perdonarmi, rifiuto. È inutile tradurre in parole oziose quello che l’anima di due uomini risoluti non può nè tollerare nè mutare. Giorgio volle interromperlo, ma egli con un gesto lo trattenne: -- Lasciami dire: nè tollerare nè mutare. Mi hai rammentata un’ora temeraria della mia vita, quando, per ambizione o per ingenuità, credevo si potesse far del bene alla folla trascinandosela dietro con la magìa della parola, come un branco imbrigliato, ed avevo in me difatti questo genio demagogico, questa potenza istrionica della quale ora mi rido. Più tardi compresi che il bene si fa nell’ombra, da soli, piegando la fronte sui libri, o con le braccia nude fino al gomito, medicando l’anima dell’uomo e la sua carne piena di contaminazioni. Ho lasciato gli altri urlare; ho camminato più in alto, per la mia strada. Ora, ti ho detto, sono il medesimo e più forte. Ora sono riuscito a comprendere che nel nostro vincolo, nel nostro patto d’amicizia umana mancava tuttavia una possibilità: quella di sentir nascere in noi l’odio, l’odio fraterno, il più terribile che vi sia. Mi hai posta una domanda poco fa: se ho paura di te e se ti odio. Io fui debole un momento e risposi: Nè una cosa nè l’altra. Ma ho mentito. E poichè mi rammenti le ore di coraggio ch’ebbi nella mia vita, con quel medesimo coraggio ti rispondo: -- Sì, ti odio! Ne’ suoi occhi metallici brillava una sinistra luce; la sua bocca rise, paga d’aver esclamata la verità. -- Ora ti preferisco, ora che non menti più! -- Giorgio rispose, con un orgoglio pacato. -- Vorrei essere ad un altro tempo della mia vita per accettare le tue parole come una bella sfida. Andrea scosse il capo: -- Forse non mi hai compreso. -- Sì, ti ho compreso. Volevi dire che tra uomo ed uomo tutto è caduco e distruttibile, tutto può mutare improvvisamente, per un caso fortuito, perchè appunto noi siamo esseri caduchi e mutevoli, schiavi anzi tutto del senso che ci dómina con vera tirannia. Ma l’altro non cessava dallo scuotere il capo duramente, finchè l’interruppe: -- Volevo dire che il mio odio per te, Giorgio, è una specie di rimorso taciturno, è una specie di lealtà ultima, che nascondo a me stesso, e nella quale mi rifugio, dopo aver lottato inutilmente, con ogni mia forza, contro il destino che ci separava. È un odio, sì; ma tale che se potessi, dando la mia vita, redimermi dinanzi a te, o farti un bene qualsiasi, anche minimo... senza esitare, senza riflettere, la darei! -- Allora perchè nasconderti fra queste parole? Smàscherati! Dà un nome a tutto questo: il suo vero nome! -- No, no! -- rispose Andrea con forza; -- parliamo di noi, solo di noi. Come ho rispettata sempre la tua fede, che non potevo dividere, tu rispetta la mia volontà, perch’essa è la sola coscienza degli uomini senza fede. E pensa che il confessarmi a te mi sarebbe forse dolce, come per voi è dolce confessare le vostre colpe ad uno che vi assolverà. Io non voglio il tuo perdono. Ma invece ti dirò apertamente: Sì, l’ho amata!... Era nel mio destino d’uomo... l’ho amata. Queste parole parvero gravi, come l’affermazione d’un reo che dicesse al suo giudice: -- «Sì, ho ucciso.» E Giorgio, sopraffatto, come se al di là da quelle parole non vi fosse che l’immenso nulla, chinò la fronte in silenzio. Una lunga pausa durò fra loro, nella quale permaneva un’eco diuturna, ch’entrambi udivano risuonare nella loro vastità interiore. Poi Andrea riprese: -- Vedi, e ho lottato! Con tutta la forza che ben mi conosci, ho lottato per estirpare da me questa ubbriachezza. Ma non mi fu possibile. Tutto si riesce a stritolare nella tanaglia della nostra volontà, non questo amore che imbeve la carne, lo spirito, e ci vieta persino quell’atto estremo di ribellione che tronca tutto: la morte. -- Lo so, -- rispose Giorgio profondamente. Poi, levatosi con fatica dalla poltrona, s’avanzò verso di lui, fin quasi a toccarlo: -- Lo so. Dal primo giorno che l’hai guardata con amore lo seppi. Era... vuoi che te lo rammenti? -- A che serve, Giorgio? È lontano... -- Infatti. E già sarebbe stata una grande sciagura che l’amassi tu solo, -- proseguì Giorgio, scandendo lentamente le sillabe. -- Ma lei pure ti amava... e questo era l’irreparabile! Ti amava in silenzio ancor prima che tu lo sapessi. Andrea scosse il capo in segno d’incredulità. -- Prima, assai prima... perchè forse non è mai stata veramente mia. Ma per me bastava che non fosse d’altri; e guai se avessi creduto, in un modo qualsiasi, di poterla ricuperare! Perchè allora, vedi, il mio odio sarebbe andato oltre il tuo, e per quell’istinto che ogni essere ha, di voler difendere il proprio bene anche fino al delitto, io, credente, mi sarei dannato, ma avrei messo il mio amore, poich’era grande, più in là che Dio. Senonchè ti amava troppo... ed era inutile tentare. -- Tu avresti fatto questo?... anche questo? -- mormorò Andrea. -- Sì! e puoi non dubitarne se ripensi alla mia vita. Eppure io credo in Dio; anzi questa fede, che tu in fondo schernivi col tuo silenzio, mi ha salvato dalla recita e dalla colpa inutile. Perchè, sai, vi può essere altrettanta bellezza in un delitto grande come in un grande perdono. Io vi ho perdonati; non con la bocca, non con le parole che tu alteramente mi rifiutavi or ora, ma col mio spirito, con la mia fede, con tutta quella estrema vita che si àgita in me. Bada: non cristianamente, ma umanamente vi ho perdonato: non per misericordia, ma per riflessione, non per comprarmi il paradiso dei preti ma per la vostra felicità. -- Per la nostra felicità?... -- disse Andrea, con maraviglia, con sospetto. -- Sì; e non mi credere un santo per questo: non lo sono. Uomo, avrei voluto vivere, e per vivere mi sarebbe stato necessario difendermi da te. Ma che sono ormai? Una macchina disfatta... neppure: un pugno di materia logora che fra poco si dissolverà. Davanti a me finisce quella striscia di sole che si chiama la vita, e se i deboli, se gli avari, se i timidi, appunto verso la fine s’abbrancano con maggior disperazione ai beni che lasciano quaggiù, io, poichè sono stato un forte come te, un orgoglioso come te, ne faccio abbandono senza odiare quelli che possono vivere ancora, ed umanamente, con pace, dico loro: Il diritto è vostro... continuate. Dopo aver velocemente riflettuto, Andrea esclamò: -- Le tue parole sono troppo grandi per un uomo: io non le credo. -- Le parole sono grandi forse, non la verità che nascondono, -- gli rispose con lentezza il suo fratello d’una volta. -- Le più serene filosofie, le rinunzie più sante, celano spesso nel fondo un acerbo rancore contro la vita. Così di me. Allora sarò più piccino, mi denuderò, guarda: È un corpo questo che mi rimane? Ho forse una speranza di risanarmi, di ricominciare? No! Il mio martirio non può essere che più lungo o più breve, ma non altro che un martirio; e la scienza non inganna quel presentimento della morte che penetra tutte le vene, quand’essa già si trascina carponi nella nostra ombra. Si levi e mi prenda! Che serve il vivere in una poltrona, coperto di scialli, nutrito di medicine, soffrendo torture fisiche e morali, facendo ribrezzo agli altri ed a me? Poi, compréndimi bene, io amo una donna come tu l’ami, sapendo invece che la spavento. E la desidero qualche volta, io sfinito, come la desideri tu, vivo e forte. Ma tu la puoi baciare... io no! tu puoi darle ancora un brivido... io no! -- e tutto questo, lo riconosci ora? è meno grande che non sembrassero le mie parole. Parlava concitato, scuotendo i pugni, rosso nel viso d’una tragica vampa; indi spense la voce, che divenne piena di sarcasmo contro sè stesso: -- Allora, vedi, per una vanità d’uomo, preferisco nascondermi prima di esasperare la sua pazienza e di farle odiare, nel suo disamore, anche la memoria di me. Insomma, se tu hai ne’ suoi occhi la bellezza della tua forza, voglio vestirmi d’una qualche bellezza pur io, voglio valermi dell’ultimo potere che mi resta: la bontà, voglio che tu non vinca interamente, intendi? perchè ti odio... sì, ti odio, e più forte, anch’io!... Vedi come tutto questo è meno bello, meno grande che non paresse a te. Ma, con un atto brusco, Andrea respinse quelle sue parole: -- No: tutto questo non è vero! Tu vuoi «sapere», solamente «sapere»! Ti fai debole per fasciare la mia forza. Ebbene, poichè lo vuoi, affrontiamo ancora una volta, con vero coraggio, questo pericolo estremo. Siamo sovra un ponte stretto, per dove non si passa in due. Trasfigurato nel viso, Giorgio lo interruppe: -- Con vero coraggio, hai detto? Sì, Andrea! sì, Andrea!... La commozione gli metteva un tremore all’ápice delle dita. -- Sì, Andrea, -- ripetè. -- Ascoltami bene: per tutte le cose umane c’è la parabola, e in capo della parabola nient’altro che un circolo d’ombra. Tutto bisogna che finisca in putrefazione. Anche la nostra amicizia, ch’è stata un bel legame di due anime libere, non potè fare altrimenti. Ed io non te ne incolpo, Andrea: era necessario, doveva essere così. Ma c’è qualcosa che sopravvive a tutto questo, ed è la memoria di quello che siamo stati, tu ed io, là indietro, nella giovinezza. C’è, nella macchina logora, qualcosa, forse un peso inutile, che sopravvive: il cuore... Ed io, se mi sono trascinato fin qui, non è per tenderti una insidia, non è per sapere, perchè ormai più nulla mi è nascosto... ma perchè mi rincresceva morire senza che fosse ancora suggellata con un patto finale la nostra concordia d’uomini, ed è per dirti quel che ora ti dico: Strìngimi la mano, Andrea, lasciamoci da veri amici. -- No! mai! -- esclamò l’avversario. -- Guarda: io mi metto a ginocchi davanti a te, se lo chiedi, ma non mi tendere la mano... mai più! mai più! -- A tal punto mi odii? -- Me odio! me stesso: non te. -- Tu ingrandisci un piccolo dramma!... una donna, dopo tutto, è una donna... ci ha divisi, ci riunisce: dammi la mano. L’avversario, l’antico suo fratello, in silenzio lo fissò, a lungo; poi fece una domanda: -- E se non potessi?... se non potessi più?... Comprendi la forza che racchiude questa parola: «potere»? -- Le parole son parole... e poi sono anche fantasmi: scàcciali! Era sorridente, mite; una specie di augusta sovranità gli vestiva le sembianze; v’era, nel suo sorriso, ne’ suoi occhi, un non so che d’immateriale, che raggiava dal suo pallore come un sole nascosto. Ora sentiva di essere il più forte, sentiva di poter comandare: -- Dammi la mano, -- disse; -- ho bisogno di te. -- Di me? Che vuoi? -- Aiuto, perchè non vedi come sono debole?... Ho bisogno d’aiuto, e tu solo me lo puoi dare. -- Che vuoi? -- La tua mano, dammi la tua mano. -- Non posso. -- Puoi, puoi... se ancora ti senti capace di farmi un dono. -- Lei?... -- balbettò l’avversario, esprimendo in quel solo monosillabo tutto il terrore che gli pervase l’anima. -- Non lei... un altro dono più bello!... Dammi la tua mano. Subitamente, con uno scatto, Andrea tese il palmo al suo fratello d’una volta, all’uomo che gli era stato sacro e del quale «conosceva la morte». Tremava, tremavano entrambi, ed entrambi ne impallidirono, quasi avessero compiuto un rito infrangibile con quella stretta di mano che per l’ultima volta li affratellava. -- Ed ora ascòltami, -- disse Giorgio. -- Il bene maggiore non è la vita, è la pace. Guàrdami negli occhi: vedrai nel fondo l’anima che non mente. Io ti ho perdonato, a te ed a lei; ho messo all’àpice de’ miei sogni la vostra felicità, ho soppresso il mio bene per il vostro bene. Poichè vi amate, e poichè la colpa è stata più forte che la vostra onestà, siate felici, voi almeno, che avete nel mondo una felicità possibile. La vita che diviene per sempre inutile a sè stessa deve continuare in un’altra. Ma se l’anima è capace di queste cose grandi, c’è la carne che non vuole, c’è la carne invida, che soffre, che si dispera... Ora ti dico: Andrea, fratello mio, liberami dalla carne trista... dammi un veleno! -- Un veleno?... -- mormorò esterrefatto l’avversario. -- Sì, perchè il bene maggiore non è la vita, è la pace. Io ti domando la pace, e, se mi farai questo dono, avrai sciolto verso di me virilmente quel patto che l’amicizia mi deve. Non voglio sconvolgere con una tragedia volgare la tranquillità di questa casa, ma voglio tuttavia morire; sapere che sarete felici... non vedervi più! Parlava ormai senza che l’altro l’ascoltasse, con una voce opaca e squallida che aveva il colore d’una giornata d’inverno; parlava da una specie di lontananza, da una specie di solitudine, trascinando con monotonia le sillabe, come il vento fa nei prati quando ammulina la neve. -- Un veleno?... -- disse ancora l’avversario, indugiando nel magnetico stupore di cui lo percosse quella parola. -- Sì, Andrea... e non impallidirne a quel modo! Io ti parlo d’una cosa semplice; la scomparsa d’un uomo è la più semplice di tutte le cose. Ora sorrideva d’un sorriso distante; v’era nelle sue disperate parole una tranquillità già divisa dal mondo. -- Vedi: gettarmi da una finestra sarebbe odioso, ed il mio corpo è così affranto che forse mi mancherebbe il coraggio di farlo, sebbene vi abbia già pensato. Armi non ne ho; quand’anche potessi procurarmene, questa morte rumorosa e drammatica sciuperebbe, come l’altra, il mio disegno. Invece voglio andarmene come se la morte fosse venuta a prendermi qualche giorno prima... Ricòrdati quel che ti ho detto: è un dono che ti domando, e tu solo me lo puoi fare. Me lo devi anzi fare, perchè sono allo stremo e non posso più sopportare nemmeno un giorno di questa tortura. L’amo! l’amo come te, disperatamente, con tutto il furore che può essere nell’agonia d’un uomo... e la carne si ribella al pensiero che sia tua! Vedi, Andrea, ti parlo come si parla solamente con noi stessi. Il nostro patto è assai più forte che le meschine convenzioni degli uomini: vi sono casi nei quali è più santo dare la morte che salvare una vita. Tu, che senza volerlo m’hai preso tutto, mi devi pure un dono: dammi un veleno! Ora l’avversario l’aveva ascoltato senza guardarlo, con gli occhi fissi ad un punto magnetico nell’alta ombra, che vedeva egli solo. E quando tacque, seguitò ad ascoltarlo, senza che una linea del suo viso trasalisse, fermo dalla fronte al piede in una sinistra immobilità. Poi gli si avvicinò lentamente, fissandolo con i suoi diritti occhi, tersi e freddi come l’acciaio, pieni di vampe nere. Disse: -- La tua domanda è di quelle che raramente un uomo sereno ha il coraggio di fare. Ma essa non mi atterrisce. Interroga bene il tuo spirito prima di rispondermi: Sei ben certo di volere quello che vuoi? Egli si pose una mano sul petto, aperta, con l’atto sacramentale di chi giura sul libro dell’Evangelo. E rispose: -- Io ti chiedo che tu mi dia da morire con la stessa serenità con la quale un giovine impetuoso domanda la battaglia, sicuro di andarvi bene, con la fronte alta, ridendo. E lo domando a te, perchè tu solo, fra gli uomini che conosco, sei capace di farmi un simile dono, appunto senza tremare. -- Lo credi? -- Lo so! Nella pausa che si colmò con l’eco di queste parole, ambedue sentirono il lor cuore accelerarsi fino allo schianto. Poi Andrea lo afferrò per un polso e gli disse rapidamente: -- Giorgio!.. Io potrei di fatti non tremare anche nel risolvere con semplicità il più grande problema che sia mai sorto nella coscienza d’un uomo. Sono un medico, la mia missione è di salvare: non dovrei poter uccidere. Tuttavia, più d’una volta, ebbi la tentazione di fare spontaneamente quello che oggi mi chiedi, per liberare una vittima dalle crudeltà oziose della morte. Se non lo feci, fu per seguire un pregiudizio, per non saper vincere quella sensazione che odio: la paura. Tempo fa, quando non ero colpevole, se tu mi avessi fatta la medesima domanda, ebbene ti avrei risposto chiaramente: «Hai ragione: devi decidere così. Ti aiuto.» Ma ora c’è qualcosa fra noi che me lo impedisce. La vita di un altro, si può rubarla, prenderla a tradimento forse... ma riceverla in dono come tu me l’offri, no! -- Andrea, non ragionare!... Noi siamo venuti a quell’ora dove il ragionamento più non regge. Hai dinanzi a te un uomo che ti fu caro, al quale fosti caro, e che soffre, soffre orribilmente... Quest’uomo, con l’anima sua più viva, ti dice: «Senti: ho finita la strada, voglio sparire.» Dunque non discutere. La mia decisione ormai è presa: mi ucciderei da me, in ogni caso, perchè, se tu potessi anche salvarmi come hai fatto per tante creature malate, non mi daresti che il mezzo di soffrire più lungamente. Quello che si chiama l’irreparabile, nè tu nè io potremmo sanare mai più. Invece, tu che sei stato il mio compagno nel mondo, aiùtami!... aiùtami ancora una volta: ho bisogno di te. Voglio andarmene senza insanguinare la casa dove non fui che un ospite, andarmene senza mettere una corona di spine sotto il velo della vedova che lascio... Rimanga fra me e te un segreto: noi fummo abbastanza forti per portarlo sul cuore. -- Sai cos’hai fatto? -- esclamò Andrea cupamente. -- Mi hai messo davanti agli occhi uno specchio e mi hai detto: «Guàrdati!» Ecco, mi vedo; e sono orrendo! -- No, sei vivo e difendi la tua vita: questa è la sola differenza fra noi. -- Ma perchè ti uccidi, tu che sei credente? -- lo interruppe di nuovo Andrea, quasi cercasse di opporre ostacoli al compimento di quell’atto che si rendeva necessario. -- La mia fede è un’altra, -- Giorgio rispose con serenità; -- il mio Dio non è crudele. Guardava in alto, come già lontano, già libero da tutte le impurità che insozzano il cuore degli uomini, e gli splendeva nelle iridi azzurre la limpida visione della sua pace ultima, la tranquilla certezza in una fede sua, più grande, più intima, che la predicazione di ogni chiesa. Poi gli tese le due mani, come per un commiato: -- Addio... forse mi sei stato più caro che tutto nel mondo... e mi sarai più fedele, se m’aiuti. L’avversario illividì. Ora, nella sua carne innervata d’acciaio, ripalpitava il cuore dell’uomo, il cuore fragile che s’impaura e che trema, il cuore pieno di gemiti, che si commuove davanti alla bontà. Su le labbra gli venne una confessione, l’ultima, la più disperata, e fu per dirla: -- Senti... Giorgio... Ma un istinto supremo contenne la sua voce, gli ricacciò nel cuore le parole che ne traboccavano, e pensando all’amante, alla quale «doveva il suo delitto», mormorò a fior di labbro, come per chiederlo a sè stesso: -- Chi l’avrà amata più forte? Ella s’interpose fra loro, bella com’era, vestita del desiderio d’entrambi, e sentiron ciascuno la sua presenza invisibile, soffersero di lei come se li toccasse con il suo corpo discinto. Poi Giorgio disse: -- Tu forse, poichè rimani, mentr’io fuggo. E sopra tutto perchè è tua. Una memoria di lei trascorse nelle lor vene, sentiron che si apriva tra loro un abisso perpetuo, vasto come la morte. Ancora tacquero, ed attesero, come se nell’indugio fosse una speranza imprevedibile. I loro pensieri correvano con isfrenata velocità per il più vasto campo che vi sia da percorrere, cioè dalla vita alla morte, dal principio alla fine d’una esistenza umana. -- Dunque? -- disse Giorgio dopo un lungo silenzio. L’altro attese innanzi di rispondere: cercava in sè un rifugio contro la sua medesima volontà. Infine disse: -- Una sola domanda, Giorgio. Oseresti fare per me quello che ora mi chiedi? -- Se ciò valesse meglio che offrirti la mia stessa vita, sì, lo farei. -- Ma per compiere un simile atto bisogna esserne degni! -- Poi soggiunse brevemente: -- Potrei non esserlo più. L’anima, ne’ suoi occhi, si accusava con una disperata sincerità. -- Se devi sorpassare un ostacolo di più, vuol dire che mi offri un dono più grande. -- Ma, Giorgio... -- egli balbettò con angoscia, -- se Novella... se io... se qualcosa che tu non sai... mi tiene alla vita, m’incatena, m’impedisce di punirmi con la stessa mano che t’aiuta, se... -- Taci, taci... Vi sono silenzi che debbono continuare anche oltre la morte. Una sola cosa mi devi: ubbidirmi, e poi vivere, perchè nessuno lo sappia. D’improvviso, come se gli balenasse nel cervello un tragico lampo, l’avversario guardò in faccia la morte. -- Sì? lo vuoi?! -- esclamò. Colui che fu nella vita il suo fratello senza colpa gli posò una mano sulla spalla, come avrebbe fatto nel posarla sulla pietra d’un reconditorio, e disse: -- Tutta la mia vita mi sia testimone della risposta: «Sì, lo voglio!» L’avversario lo prese ai polsi, lo serrò convulsamente: -- Sia! Poi si volse: l’armadio carico di boccali traluceva nell’ombra; su la tavola ingombra, il fascio del riflettore traeva barbagli dalle boccette di cristallo, dagli aghi d’acciaio, rilucentissimi. Il medico, muovendosi a scatti, veloce, attento, ruppe col pòllice la chiusura ermetica di due boccette, ch’eran sottili come cannule di vetro; ne mescolò alcune gocce in un piattello concavo, dove c’era un dito d’acqua, e lentamente, serrando i labbri, ne riempì la siringa. Il liquido, salendo nel tubo di vetro, diede uno sprazzo iridato, simile ad un piccolo sole rosso e livido, che si spense quando fu al sommo. Allora il medico scosse la siringa per mescerne il contenuto e l’esaminò due volte contro il lume. L’ago minutissimo portava su la punta una scintilla. Poi la depose su l’orlo della tavola e la guardò. La guardò come se fosse ormai solo, come se l’irremediabile fosse già compiuto. Il morituro s’avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente... -- È questo il veleno? E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte. Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro. Il medico assentì con un cenno del capo, mentre affascinati guardavano entrambi la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come l’acqua. L’uomo che doveva morire snudò il braccio sinistro rimboccando la manica lentamente: poi torse il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita. -- Che fai? che fai! -- gridò l’altro per istinto, soffermandolo. Egli rise, ma d’un riso gutturale, stranamente simile a quello di Marcuccio quando finiva la sua Canzone. -- Guarda: e non trema... -- disse. Accennava al suo braccio arido, giallastro, proteso contro il lume, e che tremava tuttavia. Egli non vedeva quel tremore, l’altro sì. -- Senti, Giorgio... -- balbettò l’avversario. -- Come si fa?... -- domandava ridendo quegli ch’era presso a morire. -- Senti, Giorgio... Giorgio!... -- Come si fa?... -- Così! Rapidamente gli tolse la siringa di mano, e con orgoglio, con la fronte alta, come parlasse a’ suoi giudici invisibili: -- Io! -- disse -- io debbo finire di ucciderti, non tu! Non tu, con la tua mano, ma con la mia -- guarda! -- e anch’essa non trema! Gli teneva strettamente il polso, aveva l’ago pronto a pungere su la pelle rabbrividita, irta del suo pelo, cupa, fra i tendini tesi. Poi diede un colpo forte e schizzò dentro il veleno. -- Ahi!... come fa male... ahi!... dille... E girò, in deliquio, sui calcagni, urtando contro la tavola, rovesciando il riflettore, che si spense. Colui ch’era stato il suo fratello ed il suo nemico nel mondo lo sollevò di peso su le braccia e lo portò a giacere nella poltrona Poi riaccese il lume. IX Riaccese il lume per guardare il suo delitto. Come uno di que’ grandi fantocci meccanici che il burattinaio butta sopra una scranna, flaccido e penzolante, quando ha finito di fargli recitare la sua parte, così appariva l’uomo semisdraiato nella fonda poltrona, con il capo recline da un lato, il mento sovra una spalla, le braccia cadenti fuor dai bracciuoli, le gambe divaricate. Respirava; il suo respiro era visibile, anzi forte. Ogni tanto un tremito assaliva una di quelle mani ciondolanti, ne scuoteva il polso convulsamente, poi quel tremito correva su per il braccio, dando contro la spalla un urto secco. Parimenti i suoi piedi ogni tanto si squassavano, facendo flettere le ginocchia in dentro come fossero gambe di sciancato. Una ciocca di capelli gli era caduta su la fronte, empiva un’orbita molestando la palpebra chiusa. L’ombra della poltrona e di quel corpo informe ingombrava il pavimento irraggiato, saliva obliqua per lo zoccolo del muro. Quando Andrea Ferento ebbe raccolta la siringa, cadutagli a terra nella fretta di sorreggere lo svenuto, quando l’ebbe lavata e rasciugata, ne staccò l’ago sottile, prese un panno e si mise a strofinarlo. Ogni tanto lo provava su l’unghia, quasi per accertarsi che la punta non si fosse rotta. Poi lo esaminò da presso, contro il lume, strizzando l’occhio, e lo mischiò in un mazzo di aghi simili, più grossi e più minuti, ch’erano involti in una carta velina, e li racchiuse dentro una scatola. Riordinò le boccette nell’armadio, avendole tappate con la maggior cautela, poi si volse tranquillo, come se avesse condotto a termine un suo lavoro consueto, e macchinalmente guardò l’ora. Era di poco trascorsa la mezzanotte; ma egli forse non vide le sfere. Allora fece automaticamente un giro intorno alla camera, quasi radendo la parete: si fermò presso la finestra, affondò nei buio lo sguardo vacuo, poi retrocesse verso il mezzo della stanza, dov’era coricato il fantoccio tragico nella poltrona profonda, e, fermo in una specie d’insensibilità, rimase a guardarlo. Respirava: il suo respiro era visibile, tuttavia meno forte. Guardò l’ora un’altra volta, quasi contasse i minuti che ritardavano la morte. Un rombo, lontano, vicino, gli saliva nel cervello impedendogli di pensare. Allora poggiò l’orecchio sul cuore del fantoccio e pronunziò queste due sillabe distintamente: -- Batte. Gli raccolse le due mani che penzolavano; il contatto della sua pelle gli dette una sensazione molesta, sicchè gli parve miglior cosa lasciarlo stare. Le due mani ricaddero su le cosce, facendo un rumor soffice come se fossero inguantate, e più non si mossero. Nel suo cervello, qualcuno, forse una voce estranea, pronunziò questa parola quietamente: «La bara.» Egli da prima cominciò a pensarne il solo nome, poi vide la forma della cassa di legno, infine si rese conto che c’era un morto, una lunga forma stecchita, trasudante un lezzo nauseabondo, che bisognava stendere là dentro, nella cassa di legno, nella bara. Morti, egli ne aveva ormai veduti un gran numero; e cominciò a ricordarsi dei tanti cadaveri che aveva toccati con la sua mano ferma, sezionati con la sua mano veloce, e rivide certe fisionomie particolari, delle quali si rammentava in quell’attimo con una precisione sorprendente. A lui, medico, il cadavere non faceva paura; negli ospedali e nelle cliniche s’era avvezzo a parlar forte, a ridere qualche volta vicino ai morti. Ma ora gli sembrò inconsueto, strano, fin questo nome di cadavere; gli parve per la prima volta che morire volesse dire qualcosa più che rimanere immobili e freddi. Siccome l’uomo spento gli era quasi familiare, concepì mentalmente l’orrore della carogna, poichè gli era occorso di vederne assai meno. E per una di quelle astrazioni del pensiero che talvolta ci avvincono quando siamo fortemente presi dal senso d’un’angoscia non ancor bene determinata, gli passò negli occhi l’immagine di un povero cavalluccio che aveva una volta veduto, quando era studente ancora, nel visitare una scuola veterinaria. Era un cavalluccio sardegnolo, decrepito, che d’animale vivente non conservava più se non una parvenza macabra e grottesca. Era stato venduto forse da un carrettiere per il valore della sua pelle, perchè, nemmeno a forza di bastonate, non si poteva più mandarlo innanzi d’un passo. La Scuola lo aveva destinato ad un ufficio non comune: quello di servir da paziente in tutte le operazioni che convenisse mostrare praticamente agli allievi veterinari. Su la sua povera pelle, scucita e ricucita chissà mai quante volte, avevan provato e riprovato per ogni verso tutte le operazioni che l’arte chirurgica insegna. Per quel po’ di paglia e di fieno che gli davano di tempo in tempo, durante le sue convalescenze, gli avevan aperto il ventre, fessa la gola, semiaccecati gli occhi, recisi i tendini, sforacchiate le spalle, passandovi dentro certi lunghi tubi che parevan aghi da calza infitti in un gomitolo di stoppa. Ad operazione finita, lo ricucivan su alla bell’e meglio, poi lo cacciavano a guarire davanti una mangiatoia semivuota. Camminava come se avesse le quattro zampe di caucciù, e nell’andare dalla sala operatoria fino alla stalla cadeva tre o quattro volte su le ginocchia insensibili... Proprio quel giorno ch’egli lo vide, nel mezzo d’un’operazione il cavalluccio morì. E per tutta la sua vita egli non aveva potuto scordar l’orrore di quella povera piccola carogna, su la quale i veterinari armati di bisturi sanguinanti s’erano messi a ridere. Ora lo rivide, in un lampo fugace, quel decrepito cavalluccio sardegnolo, rappezzato come un mantello da mendicante, ch’era morto legato, senza poter tirare un calcio, rovesciando appena le froge violastre su la dentatura gialla. Ascoltò. Respirava; il suo respiro era visibile, ma fioco. La pelle del viso mutava colore, schiarandosi; la bocca si faceva un po’ tumida, gli occhi si enfiavano, benchè serrati. -- Giorgio... Egli si provò a profferire il suo nome; non lo disse, ma gli parve di averlo detto: «Giorgio». Questo nome era stato una cosa enorme nella vastità interiore del suo mondo; ma ora pareva un nome strano, stridente, una parola quasi anormale, vuota come una caverna. Gli sembrava che fosse decorso un tempo immemorabile dal principio di quella sera. «Che volete? che volete?... Sì, l’ho ucciso!» -- gridava, urlava a’ suoi giudici invisibili, ma con la sola voce del suo spirito, -- mentre in verità gli pareva di gridare. Nel suo dualismo interiore si ricordava di averlo ammazzato, e non sapeva se fosse morto; provava uno strazio spaventoso, ed era tranquillo come un ebete; aveva la sensazione illusoria di essere davanti alla stessa persona, che fosse viva e morta nel medesimo tempo. «Sì, l’ho ucciso; io! Sì, vedete: con questa mano; io, con questa mano; io!» Era immoto, e gli pareva di agitarsi, di urlare, scagliando il pugno contro un’assemblea di avversari, contro un comizio di giudici che l’accerchiassero da ogni parte. «Fratello, rispondi per me! Lévati e rispondi: -- Non era questo il mio diritto?» Intanto, nel suo dualismo interiore, l’altra parte di lui spiava minutamente i segni della morte. «Fratello, rispondi, rispondi!...» Poi gli parve che la casa si destasse, e tutti accorressero, balzati fuori dai letti sconvolti, le donne, gli uomini, scapigliati, e dietro l’uscio gridassero: «Apri! apri! vogliamo vederlo innanzi che sia morto... Apri!» E lo scemo, fra loro, in una camicia da notte che lo faceva sembrare uno spettro, la guancia poggiata contro il violino, suonava con furia, con strazio, finchè le corde saltassero, la Canzone Disperata... Erano fuori dalla porta in gruppo, accaniti; squassavano l’uscio, gridando: «Apri!» L’altr’uomo vigilò, in ascolto, e non intese rumore. Su la poltrona il pupazzo tragico si torse, come se avesse dentro un perno che gli permettesse di svitare il busto dal ventre, il collo da le spalle, in un modo bizzarro. La bocca s’era messa a ridere, le gengive congestionate schiumavano. Per tutta la lunghezza del collo s’incordava una grossa vena tesa come un elastico: le mani convulse annaspavan nell’aria, i piedi si urtavano, producendo con i tacchi uno scricchiolìo sinistro. Gli colò su la giubba un filo di bava, e il medico lo deterse. Fuori, dietro i vetri leggermente appannati, brillavano stelle fra gli alberi, come lucciole in un cespuglio. Bella notte, odorata, ingemmata, ch’era piena di lembi d’azzurrità. «Quanti anni passeranno?...» -- Anni voi dite?... -- «Sì, anni.» -- Prima di che? -- «Prima che tu ritorni a vivere.» -- Ma non vivo io dunque? -- «No, è un incantesimo.» -- Un incantesimo?... E l’altr’uomo, il medico, si chinò sopra il cuore del pagliaccio. Respirava, non più visibilmente, con un affanno lieve. -- «Ho fame! ho sete! ho sonno! ho voglia di camminare! di fumare, di agitarmi, di ridere!» Egli si disse queste parole con veemenza, osservò questi suoi propri desiderii con chiarezza. Non poteva invece far nulla di tutto ciò; era fermo, incatenato lì, vicino a quella sembianza d’uomo, sotto il potere di una forza incombattibile, che li stringeva entrambi nella stessa notte. Fece sogni. Camminare d’Aprile per la campagna, lungo una bella strada soleggiata, respirando il buon profumo che mandano le siepi cariche di fiori... Scendere giù per un fiume impetuoso, a forza di remi, sentendo l’acqua insorgere gonfia e rapida sotto la chiglia... Addormentarsi in un bosco; vedere i falciatori mietere una messe; balzare in groppa d’un cavallo focoso per una prateria senza termine... Trovarsi preso nel tumulto di una folla, per una strada cittadina piena di fragore e di transito... volare con un treno velocissimo attraverso la doppia fila dei pali telegrafici... essere nella platea d’un teatro, presso i forni d’un’officina... dappertutto, dappertutto, dove ci si muove, ci s’incalza, ci si agita, si vive!... E gli pareva che mai più, mai più farebbe tutto questo, mai più godrebbe di queste inebbrianti gioie, perchè in quella notte, nel carcere di quelle quattro pareti, era accaduto qualcosa di enorme, qualcosa di finale, che soverchiava tutte l’altre possibilità. «Sei morto? No, non sei morto? -- Allora non puoi rispondere?... Sì? mi . ! . . . 1 , ! , ; . 2 3 , 4 ; 5 , , , 6 , 7 , , 8 . 9 10 , , 11 , , 12 , , 13 . 14 15 16 ; , ; 17 ; . 18 , , 19 , ; 20 , , , 21 , 22 . 23 24 - - , . . . 25 26 , , . 27 28 , , 29 , : 30 31 - - ? ? ! 32 33 - - . . . . . . ? ? ? 34 , , , . . . 35 36 , , 37 . , , 38 . 39 40 - - , , . . . - - , ; - - , 41 . . . . . , 42 ! 43 44 - - . . . 45 46 - - , . , , . . . 47 . , 48 . . . 49 50 - - , ; . . . , . . . 51 52 - - . 53 54 - - , 55 , , 56 . 57 58 , 59 : 60 61 - - , . 62 63 - - , ? ? . . . ? 64 65 : 66 67 - - ! ! ? . . . 68 . 69 70 , : 71 72 - - , , , ! . . . 73 74 , , 75 . : 76 77 - - ? . . . 78 79 , , 80 : - - . 81 82 , : 83 84 - - ! . . . . , . 85 86 ; . 87 , : - - . 88 89 - - ? - - . 90 91 - - ; . , . . . . 92 , . . . . 93 94 , 95 . 96 97 - - . . . 98 . 99 100 , , , . 101 102 - - ? , . 103 , 104 . ! . . . 105 , . , 106 , , . . . 107 ! , , , 108 . . . , 109 , . . . 110 111 . . . 112 113 - - , ! 114 115 , , 116 . 117 , . 118 , , , 119 , . 120 121 - - . . . - - . , 122 , , 123 . , : 124 125 - - ? 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