Lo vedeva, senz’averne alcun segno, per una specie di sensazione fisica,
la quale gli proveniva dall’aver molto spiati gli indizi della morte, il
calore impercettibile della vita.
Non si moveva; era come affondato nel materasso; la coltre si alzava sui
piedi congiunti, su le ginocchia un po’ salienti: un braccio pendeva dal
lenzuolo con la mano torta, come se nell’affanno avesse cercato di
ghermire, di stringere; soltanto nella gola denudata era il gonfiore di
uno sforzo continuo; nelle palpebre qualche battito.
Gli pareva d’essere accanto ad un altro malato, ad uno dei tanti che
aveva ritolti alla morte o vegliati nelle agonie; gli sembrava quasi
d’essere l’artefice davanti all’opera, e di doverla compiere con quella
tranquillità di spirito che pareva separarsi dal suo cuore d’uomo; gli
sembrava di non esser altro che una macchina, attenta e paziente. Se una
vita era in pericolo, a lui toccava salvare quella vita: questa era la
sua missione nel mondo, questo gli appariva semplice, come al timoniere
il mettere su la barra la sua mano forte, come allo spegnitore d’incendi
l’avventarsi dentro il fuoco.
Macchinalmente mescè dentro un cálice alcune gocce d’una pozione con un
sorso d’acqua, e gliela fece colare traverso le labbra bavose,
tenendogli sollevato il capo con una mano passata dietro la nuca. Senza
volerlo aveva pur vinta la repulsione del toccarlo, e poichè il liquido
non trangugiato gli colava per il mento, lo rasciugò con un panno.
Dolcemente gli ripose il capo nel cavo del guanciale, gli compose la
mano torta sotto la coltre, lo coverse fino alla gola, e stette a
guardarlo.
Allora l’uomo -- non più il medico -- pensò ad un tempo lontano della lor
giovinezza, quando quella creatura sfinita era un maschio avventuriero
della buona strada, e si erano data la mano, da uomini, da galantuomini,
per affrontarla insieme, la vita. E lo rivide nelle sue sembianze
d’allora, vestito di panni semplici, come si conviene a chi vive tra lo
scoppio delle mine ed il rimbombo delle macchine generatrici, con la sua
bella fronte illuminata di volontà, l’anima che gli brillava negli
occhi, limpida come il suo sguardo sincero. Egli era forse un po’
selvatico a quel tempo, e si trovava dappertutto a disagio fuorchè tra
le squadre d’operai, che capitanava come un condottiero, che lo amavan
come un fratello più forte, ma uguale ad essi nelle fatiche, primo nei
pericoli, integerrimo nella sua splendida povertà.
Rivide un giovine alto della persona, nervato di ferrei muscoli nella
carne arida, sebbene dal colorito un po’ esangue, dalle fattezze quasi
di adolescente, forse per quegli occhi azzurri che gli schiaravano la
faccia e la biondezza dei capelli non folti, che davan quasi una
trasparenza alla sua dolce fisionomia. Non aveva più famiglia, era solo
nel mondo, e in luogo d’ogni altro amore aveva l’ambizione inflessibile
di avanzarsi contro la vita per una via di conquiste, sacrificando tutti
gli agi allo splendore della sua meta lontana.
Ma aveva un fratello nel mondo, un fratello come lui combattente, come
lui persuaso che ogni giorno si debba fare un passo più innanzi; e
quand’ebbero denaro, divisero il denaro, quand’ebbero sciagure, divisero
le pene, quand’uno si coronò di gloria, e l’altro si sentì pure
innalzato nella sua medesima elevazione. Da presso, da lontano, separati
e mai disgiunti nelle dure imprese che affrontavano, traverso l’età e le
molte insidie che la vita ordisce contro gli affetti umani, salvarono
quest’amicizia sacra, questo patto fraterno che li rendeva più forti, e
delle cose o dei principii che la vita aveva loro insegnato a
considerare in guise opposte non discutevano mai, per non gettare
un’ombra pur lieve su questa concordia assoluta.
Quanta vita nella memoria! quante vicende coraggiose! quante belle
pagine di due storie umane, vissute per cammini opposti, con un solo
cuore!
-- «Ti ricordi?...» -- voleva quasi dirgli, mentre stava curvo sopra il
suo letto, sopra le sue logore membra, in quella camera semibuia. -- «Ti
ricordi?...»
E con quella celerità istantanea che solo il pensiero possiede, tutta
rievocava in un baleno la storia di tanti anni, le vestige di tante
memorie che infuriavano, là indietro, come foglie ammulinate, in quel
turbine che si chiama il passato. E ogni tanto domandava a sè stesso,
quasi con un senso di reale incertezza: -- «È lui? proprio lui,
quest’uomo che ora giace? quest’uomo ch’io faccio morire? È lui?
Giorgio?...»
Anche il suono mentale di questo nome gli pareva una cosa lontana.
Poi subitamente si ricordò di una sera, -- una sera non tanto remota in
quella corsa a ritroso degli anni -- quando Giorgio era venuto a trovarlo
nel suo laboratorio e s’era seduto in un angolo, taciturno, ma con
l’aspetto di volergli dir qualcosa, di volergli fare una confessione
grave. Perchè mai di quella sera egli si rammentava così bene ogni più
piccolo episodio? -- Che strana cosa! In quella sera egli provò per la
prima volta una specie di presentimento, oppure una di quelle sensazioni
inspiegabili che paiono più tardi presentimenti quando il fatto accade.
Era verso l’ora del pranzo, d’inverno, e pioveva. La pioggia produceva
di continuo su la gran vetrata del laboratorio quel rumore scrosciante
che un secchio d’acqua produce vuotandosi di colpo sovra un lastricato.
Giorgio lo guardava; ed egli era seduto sotto la luce del riflettore, in
mezzo a fiale, a storte, a gelatine dense di bacilli. C’era su la tavola
un coniglio morto; in una gabbia tre topolini che giravan come trottole.
-- Sai, Andrea...
-- Ebbene?
-- Son persuaso che tu ne riderai, ma devo nondimeno confessarti una
cosa...
-- Ti ascolto.
-- Ecco: mi sono finalmente annoiato di viver solo; ho un’idea fissa,
nella testa, o nel cuore, non so... Insomma c’è una ragazza alla quale
voglio bene... ed avrei pensato di prender moglie.
-- Oh, strano, strano... strano.
E si ricordò di aver sollevato per le orecchie quel coniglio morto,
ch’era freddo agghiacciato, e che ricadde come piombo. Certi particolari
di nessun rilievo hanno talvolta più valore, più senso, nella memoria,
che altri avvenimenti gravi.
Gli sembrò allora, per la prima volta in tutta la vita, che da quelle
parole, da quell’attimo, fosse per insorgere un ostacolo fra loro. Ma
egli era un incredulo, un negatore: non vi badò.
In quei giorni doveva riferire all’Accademia di Scienze su la scoperta
di un nuovo bacillo e sopra un metodo di cura ch’egli proponeva,
presentando un siero, che, dapprima combattuto, invalse poi nella
medicina come un rimedio indiscusso, lasciando gli stessi medici
stupefatti per la rapidità e la potenza de’ suoi risultati. Era in quei
giorni assorto pienamente dal lavoro, nervoso, irritabile, pervaso da
quella febbre che accende l’uomo il quale sappia di possedere in sua
mano una forza prodigiosa e debba farla riconoscere dalla ottusa
diffidenza di coloro che paventano la novità; non viveva che tra la
Clinica ed il laboratorio, trascurando il cibo, accordandosi poche ore
di sonno, sostenuto solo da quella incurvabile volontà che gli stava
confitta nel cuore come una lama, fino all’elsa, in un legno duro.
E però si rammentava anche la voce di Giorgio, quando gli disse quelle
parole; una voce che non gli aveva udita mai, vergognosa o timida, come
la voce dell’uomo che debba farsi perdonare una colpa.
Gli aveva risposto, quasi con negligenza:
-- Allora ti sei finalmente innamorato... ami... anche tu!... -- in
quell’«anche» c’era quasi un piccolo disprezzo. Giorgio rispose:
-- Anch’io.
E un’altra cosa rammentava, più nitidamente ancora, con una precisione
singolare.
Qualche settimana dopo gli venne curiosità di conoscere questa fidanzata
di Giorgio e andò con lui a visitarla nella sua casa.
L’aveva trovata bella... sì, molto bella -- e null’altro. Era stato al
loro matrimonio, li aveva condotti fino alla stazione quand’erano
partiti per il loro viaggio di nozze. Se ne tornò indietro solo, un po’
triste, mentre gli pareva che qualcosa dell’antica lor fratellanza fosse
andato in fumo, poichè per tutti i sentimenti, per l’amicizia come per
l’amore, non bisogna essere che in due.
Ma una volta, forse un anno, un anno e mezzo più tardi, Giorgio lo aveva
invitato a pranzo, come soleva di tempo in tempo, e quella sera Giorgio
si sentiva male.
Ella era sempre un poco taciturna quand’egli veniva nella lor casa;
Andrea lo aveva osservato infatti, senza domandarsene il perchè. Inoltre
certi suoi movimenti, certe inflessioni particolari della sua voce, gli
parevan un po’ ambigue.
Si era chiesto sovente se Giorgio fosse felice con lei, ma non osava
parlarne con l’amico; era sceso tra loro un insensibile velo.
Quella sera lo ricevette lei sola, in un salotto che dava sul giardino
ed aveva un terrazzuolo fiorito di caprifoglio; sì, di caprifoglio o
forse di glicine: un’alberatura nodosa che saliva dal giardino
sottostante arrampicandosi nella ringhiera, e che mandava un odor forte.
Non c’eran lumi nel salotto, poichè si andava incontro all’estate; il
crepuscolo, rosso come un gran braciere, bastava da sè ad illuminare con
il riverbero delle sue vampe.
Ed ella disse che Giorgio era sul letto a riposarsi prima del pranzo
«perchè Giorgio stava un po’ male...»
Poi discorsero d’altre cose. Eran seduti vicino alla finestra, a due
passi l’un dall’altra, lei con un abito di color viola, scollato,
percorso intorno alla cintura da una grande fascia nera. Teneva i piedi
sovrapposti, poggiati sovra un cuscino: quello ch’era sotto si piegava
come avesse la caviglia rotta, con una straordinaria elasticità; l’altro
non istava mai fermo. Le calze tenui trasparivan di bianco; aveva su
ciascuna scarpina una bella fibbia di antichi diamanti, rotonda, che
luccicava.
Il rumore della sua gonna di seta ogni tanto le saliva intorno alla
persona come il rumore di una cosa viva; ella parlava distrattamente, di
cose futili, con una voce lenta, facendo lunghe pause.
Allora egli sentì per la prima volta, con precisione, ch’ella lo
guardava come una donna guarda un uomo, attentamente, minutamente, senza
lasciarlo intravvedere, e questo gli dette un senso di molestia, un
senso anche di stupefazione. Si accorse d’un tratto ch’era singolarmente
bella, d’una bellezza tentante, d’una bellezza non casta: il che aveva
quasi dimenticato dal primo giorno che la vide.
Sollevò gli occhi per guardarla negli occhi, e tutt’e due si sentirono
un po’ confusi... Di che? Di nulla; d’un pensiero, d’un’ombra, d’una di
quelle indefinibili sensazioni che sono il principio di tutti i desideri
colpevoli.
Egli cominciò ad osservarla, e subitamente gli parve di aver già
custodita nel suo pensiero l’immagine di una donna fatta come lei. Sono
vibrazioni veloci, contro le quali non si ha tempo di reagire; ciò che
le provoca è forse la loro impossibilità apparente, ciò che le alimenta
è forse il terrore che incutono.
Cominciò a guardarla egli pure, minutamente, attentamente, come un uomo
guarda una donna, e la trovò più bella che mai. Gli piacque non solo il
suo corpo, ma il vestito che portava, e quel suo nastro nero alla
cintura, ed il rubino che le brillava sul dito come una goccia di
sangue, ed il profumo del quale si era cosparsa, e la mano e la bocca ed
i capelli, e sopra tutto la sua voce un po’ velata, e sopra tutto la sua
femminilità così piena di seduzione involontaria.
Turbato, per interrompere quell’incanto, si levò e disse:
-- Ma, e Giorgio? Non potrei andarlo a vedere?
Ella con gli occhi lo seguiva, e rispose lentamente:
-- Sì, se volete...
Oh, se ne ricordava come fosse trascorso un solo giorno! E da allora,
proprio da quell’attimo, un gran dramma aveva pervasa la sua vita, gli
era entrato come una paurosa novità, non nell’anima soltanto, ma nel
cervello e nei sensi, fino a sconvolgere tutto quello ch’era stata fino
allora la sua concezione delle cose, fino ad afferrarlo in una specie di
possessione, contro la quale non c’era in lui nè fuori di lui rimedio
alcuno. Egli sapeva talvolta escludere una passione, ma limitarla mai.
La sua natura non gli consentiva di rimanere a mezzo di alcuna strada: o
non percorrerla, o andar oltre, contro tutto, inesorabilmente, come su
l’ala di un destino.
Fra questi pensieri egli non si rammentava più d’essere in quella
camera, presso il guanciale d’un sofferente, sotto la salvaguardia del
tetto che l’ospitava, nell’intimo d’una famiglia costituita. Ma invece
gli pareva d’essere davanti ad un giudice invisibile, contro il quale
gli fosse mestieri giustificare la sua colpa.
D’improvviso lo interruppe nelle sue divagazioni un rumore di gente
sopravvenuta; si volse.
Papà Stefano e mamma Francesca facevano entrare il medico Paolieri,
ch’era venuto su di corsa e trafelato ansava.
Andrea lo squadrò velocemente, con uno sguardo nemico; l’altro, al solo
vederlo, si fece ritroso ed umile, quasi avesse una fredda vergogna di
compiere il proprio officio davanti a quel grande salvatore d’uomini.
Pareva, più che medico, un buon diavolo di sensale, con i suoi scarponi
impolverati, i calzoni stretti che gli facevan due borse alle ginocchia
ed un suo certo soprabito, d’un giallo stinto, che portava sempre
sbottonato, fino ai mesi del solleone. Aveva la faccia adusta, la mano
del vangatore, una grigia capigliatura spettinata che gli metteva
qualche ricciolo su la fronte intarsiata di rughe; aveva gli occhi
vivaci, il naso forte, un paio di baffi tagliati a spazzola, duri come
setole.
-- Professore... -- articolò, con una specie d’inchino.
Per lui il malato era una cosa del tutto secondaria in quel momento; ciò
che lo stordiva era di trovarsi davanti al grande clinico, al medico
illustre, all’uomo di battaglia e di scienza che l’intero mondo ammirava
come un prodigioso rinnovatore della medicina moderna.
-- Professore... -- mormorò un’altra volta, -- è lei che mi ha fatto
chiamare?...
Sudava, pover’uomo, a grosse gocciole, ma non osava rasciugarsi la
fronte.
-- Ella è il medico del paese? -- domandò Andrea Ferento, senza
indietreggiare dal letto dell’infermo, come se vi stesse a guardia.
-- Sì, signor Professore, io sono il medico condotto... -- rispose il
Paolieri, con un altro inchino più goffo.
Ci si vedeva poco nella camera: Andrea fece segno a papà Stefano di
aprire a metà un’imposta, e fu Maria Dora che, scivolando dietro il
padre, andò alla finestra. Andrea aveva ritrovata la piena padronanza di
sè. Tenendosi ritto parlava con gesti sobrii, guardando ora il malato,
ora il medico, dando ragguagli esatti su quanto era accaduto.
C’era più luce ora, ma il letto rimaneva nella penombra, con quell’uomo
supino e fermo, che pareva non desse alcun segno di vita.
-- Ci fu un momento difficile, -- spiegava Andrea, -- e temendo il peggio,
ho desiderato fosse presente anche lei. In due si vede assai meglio e si
provvede con maggiore tranquillità.
-- Oh, Professore... io debbo ringraziarla, ma non potevo essere che
inutile... certamente inutile...
Fino allora, mentre il Ferento esponeva con lucidità la crisi patita
dall’infermo ed i rimedi usati, l’ottimo Paolieri non aveva rivolto che
qualche sguardo distratto al giacente, standosene assorto nelle parole
del narratore come se volesse mostrargli di non perderne una. E di
continuo faceva con la testa un segno d’assenso, anche dove questo
appariva superfluo.
Ogni tanto intercalava, come una litania:
-- Vedo, vedo, vedo... -- Forse non vedeva nulla, tanta era la sua
confusione.
-- Per fortuna, -- seguitava il Ferento, -- in capo d’un certo tempo,
mediante l’iniezione, ho potuto rianimare il cuore, e da vari indizi ho
notato che la crisi ancora una volta sarebbe stata vinta senza gravi
conseguenze. Ora, più che altro, si tratta di un grande prostramento
nervoso, che tende a scomparire. Il respiro è difficile, ma assai meno
di prima: il polso debole, ma riprende, -- e si potrebbe, se lei crede,
fargli un’altra iniezione di caffeina. La dose che gli ho somministrata
finora è piccola: una seconda può giovare.
-- Ma senza dubbio! -- disse il Paolieri. Poi soggiunse: -- Oh, scusi... --
E in fretta si cavò il soprabito.
Fino allora non s’era nemmeno accorto di portarlo indosso, tanta era
l’abitudine che ne aveva; e l’essersi tolto senza necessità quella sua
specie di casacca o di giubbone, era il più grande segno di rispetto
ch’egli potesse dare ad un uomo.
-- Se vuole, -- disse Andrea Ferento, quasi a termine del suo parlare, --
se vuole, dottore, lo esamini.
Era un invito, sì, ma detto nel modo con cui si propone ad alcuno di
fare una cosa del tutto inutile.
Il Paolieri s’appressò al letto; prese macchinalmente il polso del
malato, gli toccò la fronte, gli rovesciò un labbro per guardargli le
gengive. E questo fece due volte. Poi gli scoverse il petto ed ascoltò
il cuore; gli mise una mano sul fianco per esaminare il fegato e gli
premette l’intestino.
Nel fare quel che faceva da anni, tante volte al giorno, come nel
compiere le pratiche d’un mestiere assiduo, dimenticava perfino la sua
soggezione e la presenza stessa di quel gran medico. Faceva tutto ciò
con coscienza, assumendo nella sua faccia ruvida un non so che di grave,
quasi d’intelligente.
Poi lo ricoverse con delicatezza: ancora una volta gli guardò le
gengive, le membrane interne degli occhi, a lungo, e di tutto
quell’esame non fece che dire:
-- Già... già...
-- Le pare? -- disse Andrea, attentissimo.
-- Già... come lei diceva, Professore... non si tratta che di un grande
prostramento... l’iniezione gioverà.
-- Sì, facciamola.
Fu allora che il malato aperse gli occhi e stupitamente li guardò. Due,
tre volte li aperse, non potendoli tener fermi; e li guardava l’un dopo
l’altro, attonito, cercando.
Mosse le labbra, forse per dire un nome... Quale nome?
Certo quello solo che amava, quello inestinguibile, che per lui non
moriva nella morte: Novella...
Appunto era venuta su la soglia ed aspettava, tutta bianca.
VII
Il malato si levò ancora dal letto e parve per alcun tempo godere di un
benessere nuovo. Siccome i giorni si facevan caldi, sua moglie lo
accompagnava durante il pomeriggio sotto un pergolato a riparo dal
vento, e là sedevano, rimanendo per lunghe ore insieme. Ogni tanto li
venivan a trovare o Maria Dora o gli altri della casa, e la giornata
passava quasi rapida, nonostante l’inerzia di quella calda primavera.
Talvolta capitava su Maurizio, a parlar della sua caccia o dei
campicelli di suo padre, che li aveva laggiù, verso valle, con una
piccola cascina. Ed erano allora lunghi discorsi, che il malato
ascoltava con un sorriso benevolo, mettendovi qualche parola ogni tanto,
sempre con dolcezza.
Il Ferento andava, tornava, dalla città in villa, sin tre o quattro
volte per settimana. Il malato gli diceva continuamente, con un sorriso
calmo: -- Perchè mi curi? Tanto è inutile...
Ma si sentiva più felice quand’egli era lontano, quando poteva restar
solo con lei, senza che nessun estraneo interrompesse con la sua
presenza quella specie d’intimità nuova ch’era nata fra loro. Dopo la
crisi terribile, pareva che il male volesse dargli una tregua, una di
quelle tregue ingannevoli che talvolta precorrono l’agonia.
Egli rimaneva lungamente a guardarla, con un sorriso pallido su le
labbra, gli occhi un po’ velati, come se non fosse mai sazio del suo bel
viso e volesse portar seco nella morte la più compiuta immagine di lei.
L’anima sua traboccava di dolcezza, e, quasi per comunicarle questo
senso d’amore, ogni tanto allungava la mano a carezzar la sua mano; le
diceva una timida parola d’affetto, con l’esitazione d’un innamorato che
parlasse per la prima volta. Ella era triste, accasciata, stanca; tutti
i sintomi della maternità travagliavano il suo corpo; la opprimeva una
disperazione taciturna davanti a quel pericolo che ogni giorno si faceva
più prossimo. Che sarebbe stato di lei, di loro, se non avesse potuto
più nascondere, prima della sua morte, quella vita inconfessabile?
La sua morte? Ma chi le aveva mai detto ch’egli dovesse morire?
Infatti, per una specie di graduale suggestione, s’era già quasi avvezza
a questo pensiero come all’attesa d’un fatto inevitabile, d’un’ora
imminente, e per vari giorni, senza volerlo, senza ben sapere
cos’attendesse, era vissuta nell’aspettativa da un attimo all’altro di
quel grido che la chiamerebbe lassù, nella camera semibuia, presso il
letto dov’egli rimarrebbe disteso...
Il giorno anzi dell’ultima crisi, udendo il suo rantolo, aveva creduto,
senza volerlo, provandone anzi un orrore immenso, che il momento
inevitabile fosse venuto, e rimanendo come in croce, là, nel corridoio,
attendeva che alcuno, forse Andrea, nell’uscire da quella camera le
dicesse con uno sguardo: -- Sai...
Ma ora lo vedeva sorridere, camminare, parlare... lo spettro funerario
s’era di sùbito arretrato, e mentre in addietro quell’avvenimento le
pareva lì lì per succedere, ora non lo immaginava neanche più; non
aspettava più quel grido. E nell’esame interiore che ognuno suol
compiere di sè medesimo, s’accorgeva con terrore di averlo desiderato.
La sua morte? Ma chi le aveva mai detto che dovesse morire?
«Forse fra poco, forse fra qualche anno...» Vagamente le pareva di aver
intese una volta queste parole su la bocca di Andrea.
E allora qual’altra possibilità rimaneva per lei -- e non per lei sola --
davanti a questo nodo inestricabile che nulla poteva troncare? Qual
dramma scoppierebbe nella casa il giorno in cui la sua maternità
divenisse manifesta? Non era forse uccidere, ma d’una morte più barbara,
quell’uomo dolce che l’amava? Ed il suo padre che farebbe? e la sua
mamma, e la sua fresca sorella che direbbero di lei? Ecco: la casa, il
nome sottomesso allo scorno della gente. Una creatura nata nella
tragedia, senza padre, senza diritto a vivere... E Andrea? e il loro
amore?...
In quelle ore d’ozio, stando seduta presso il marito che non moveva gli
occhi da lei, senza tregua ella si rivolgeva nella mente queste domande
affannose, lasciandosi cullare da un’inerzia totale delle membra e dello
spirito, come una povera creatura che, perduta ogni speranza di
salvezza, si lasci travolgere senz’alcuna resistenza verso l’urto che la
dissolverà.
E tuttavia, nascosto nell’anima, impreciso, indefinibile, aveva quasi un
filo di speranza... di speranza in quell’uomo così risoluto e così
certo, che le pareva capace di soverchiare tutte le impossibilità; in
quell’uomo che le aveva detto una notte, una notte d’amore: -- Così ti
amo, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «Più forte».
Ella non ne aveva compreso il senso, non aveva nemmeno cercato di
comprenderne il senso; ma era come una sensazione di forza che
aleggiasse intorno a lei, una potenza incontrastabile che avesse radici
profonde in quel suo petto virile.
Non si parlavano più che a rari intervalli, di sfuggita. Egli era più
che mai taciturno; quando non doveva tornare in città, passava le
giornate chiuso nella sua camera, trasformata in una specie di
laboratorio, fra i libri di scienza e le ampolle delle sue misteriose
medicine. Soltanto a lunghe distanze di giorni, talvolta, nel cuore
della notte, quando la casa era tutta spenta, ella scivolava giù dal
letto per andare a lui, per temprare in quell’animo forte il suo stanco
dolore.
Tutto gli raccontava, tranne, per un pudore involontario, le parole di
quel pomeriggio, quand’ella era seduta presso il cembalo ed una striscia
di sole feriva obliquamente la stanza, piena di polvere viva. Ma nelle
sue reticenze tuttavia si era tradita più di una volta. Finchè, un
giorno, egli non fece che prendere le sue mani, poi, senza farle
violenza, ma con quella voce che aveva ogni potere su lei e che pareva
rimproverarle il silenzio come un disamore, le domandò:
-- Perchè mi nascondi qualcosa? perchè non mi dici tutto quello che sai?
Ella non tacque oltre. A faccia china, gli ridisse tutte le parole, una
per una, tutte.
Egli notò solo che l’infermo l’amava tuttora d’una passione d’amante, e
che dal suo dolore traspariva una orrenda gelosia.
-- Dimmi, ed hai sentito che ti amava? che ti desiderava... proprio così?
Dimmi!
Elle ebbe, nel ricordo, una specie d’ira.
-- Perchè vuoi che lo dica? Sì, ho sentito il suo desiderio caldo come
una febbre avvinghiarmi, soffocarmi... ed ho avuta per un attimo la
tentazione di gridargli in faccia: «No! làsciami... làsciami... perchè
infatti, è vero, lo amo!... sì, lo amo con tutta la gioventù delle mie
vene!... lui amo: Andrea. Non farmi più mentire!» -- E per un momento,
con una specie di crudeltà voluttuosa, tutto quello che vi è d’immondo
in me, nel mio cuore pieno di tormento, nella mia carne piena di vizio,
mi ha fatto sentire l’odio, un vero odio, contro questa creatura malata
che m’incatena al suo letto come un’infermiera, che si trangugia la mia
gioventù come una medicina, mentre là, fuori appena dalla finestra, c’è
il sole, c’è l’aria, c’è il vento... ed io vorrei lanciarmi a quella
finestra e gridarti: Sì, vieni, vieni!... préndimi! pórtami via!...
Egli ascoltava senza dir motto, chiuso in una rigida impenetrabilità,
come se ascoltasse piuttosto la voce del suo proprio cuore che non la
voce di lei. Vedendolo pensare così profondamente, lo chiamò per nome,
indi lo scosse, poichè le parve che una sofferenza fisica gli alterasse
la fisionomia.
-- Guárdami, Andrea... Che hai?
Con un gesto vago della mano egli scacciò la torma dei pensieri che
l’assediavano, e disse:
-- Idee!... null’altro che vuoti fantasmi!
Su la sua fronte, divisa dalla ruga profonda come una ferita, ella
passò, per diradarne l’ombre, la sua mano lieve.
-- E non li puoi disperdere, tu che sei così forte?
-- Disperdere? Anzi, no! Bisogna invece discutere con essi, poichè veri e
temibili fantasmi sono quelle ombre che la nostra coscienza non osa
prendere di fronte, alle quali non osa dire: «Tu ti chiami, per esempio,
rimorso; per esempio, delitto; per esempio, morte.» Poichè, vedi, la
nostra coscienza è talora un senso involontario di giustizia, ma più
spesso è una paura dell’anima davanti alla felicità. Molte volte un atto
infinitesimale di coraggio basterebbe all’uomo per risolvere tutto il
problema della sua vita... e non l’ha! Pensa che schiavi siamo, noi che
poniamo quasi sempre i nostri desideri là, dove questa paurosa coscienza
ci impedisce di giungere.
Poi fece una pausa, e guardò negli occhi la donna che amava, colei che
portava nel grembo il lor figlio concepito, e quasi tremando le domandò:
-- Novella, se un giorno tu sapessi che nel lontano passato io commisi
una colpa orrenda... se tu sapessi d’un tratto che sono macchiato, che
porto nel mio cuore un suggello d’infamia incancellabile... cosa diresti
allora di me? cosa faresti per punirmi, Novella?
-- Che importa? -- ella rispose: -- questo non è vero...
-- Ma, se fosse vero?... -- incalzò l’amante: -- Rifletti bene: «Se è
vero?»
Ella sorrise, lo abbracciò, divenne scherzevole, quasi volesse
allontanare quel pensiero molesto.
-- Ne avresti orrore, -- egli concluse. -- Anzi, non mi ameresti più.
-- Oh, -- ella fece, -- come sei pazzo!
Gli fece passare le dita fra i capelli, ravviandoli, quasi adoperasse un
pettine fino. I capelli spartiti risorgevan ondosi, con una specie di
ribellione, dietro il solco delle sue dita.
-- Cosa può importare a me quello che avresti fatto? Io non ti giudico:
ti amo.
-- Sì?... e la sapresti perdonare, dimenticare, la mia colpa? anche se
fosse la più grande?...
Ella s’avvinghiò a lui, forte, per comunicargli traverso le vene quella
verità che stava per dirle, e con un filo di voce, poichè vi son cose
che van dette piano anche quando si è soli:
-- Senti... -- bisbigliò, -- qualsiasi cosa tu faccia, ora, e nel passato,
e sempre, penserò che quella cosa è giusta, e che fai bene... perchè ti
amo fino a trasformarmi nella tua propria volontà e sono in te più
fortemente che il tuo stesso cuore...
Egli premette le labbra contro la sua gola calda, e rise, d’un riso
convulso che lo faceva trasalire, illuminandolo di gioia come un
repentino sole.
-- Ora, -- disse perdutamente, ora ti possiedo per la prima volta come
volevo, e più nulla -- ricórdati! -- più nulla ci saprebbe dividere.
Senza busto, con i capelli raccolti da un pettine solo, ravvolta in una
vestaglia di seta che la fasciava senza nasconderla, con i piedi scalzi
nelle pianelle di raso orlate d’ermellino, il pizzo della camicia che si
arruffava nell’incrociatura, ella raccolse contro di lui tutto il calore
del suo corpo innamorato, sentendosi a poco a poco disperdere in un
oblìo voluttuoso, come se al di là da tutte le angoscie, da tutte le
servitù cui la vita incatena, ella non volesse più rimanere altro che
l’amante, l’innamorata, la femmina perdutamente sua, nè volesse ormai
conoscere altra disperazione oltre quella de’ suoi baci ubbriacanti
nella complicità e nell’ebbrezza d’una notte d’amore...
Allora, con la mano che brancolava in cerca del suo tepido grembo, egli
sentì nel ventre non piano trasalire -- o così gli parve -- la forma della
creatura.
VIII
-- Il diritto a dare la morte... -- profferì a sè stesso Andrea Ferento,
con una voce che pareva misurare ogni sillaba di quel dilemma
inesorabile, mentre teneva sospesa contro il lume una fialetta colma
d’un liquido senza colore, trasparente come l’acqua, che però tramandava
dalla sua purezza un non so che di poderoso e di sinistro. Non
sprigionava intorno a sè un colore nè un odore che bastassero a
definirlo, ma una specie di possibilità nefasta: la virtù del poter
uccidere; come l’acqua invece tramanda l’innocenza ed esprime
l’innocuità. La luce della lampadina accendeva una piccola raggiera sul
vetro dell’ampolla; questa rifrazione bruciava le sue dita, pareva
investire d’un riverbero tutta la tragica persona dell’esaminatore.
Egli era solo, nella sua camera chiusa, tra gli alti scaffali carichi di
libri e l’armadio vetrato, che lasciava intravvedere, un sopra l’altro,
parecchi ordini di vasi medicinali. La tavola da lavoro, ingombra di
scartafacci, di provini, di siringhe, di storte, di bottiglie tappate,
era d’ácero nudo, e per la sua larghezza ingombrava quasi un terzo della
stanza. Dentro una specie di nicchia, fatta come un’arcata, ch’entrava
per mezzo metro nello spessor del muro, il letto era disposto nel senso
della parete; una tenda vi cadeva sopra a baldacchino, senza coprirlo
interamente.
Egli portava sopra l’abito una tunica di tela greggia che gli scendeva
sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone
come un saio da monaco; l’alta sua persona prendeva in quella veste una
apparenza ieratica.
Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo
sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli
abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose
dei gelsomini.
-- Il diritto a dare la morte... -- profferì una seconda volta, con
maggiore lentezza, Andrea Ferento. -- Uccidere! La parola bella e
terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu
non puoi uccidere perchè non puoi creare,» -- predicarono i remoti
Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della
natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria:
«uccidere?»
Dalle origini stesse della vita l’uomo non fece che stabilire limiti. È
inteso: c’è un male, c’è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come
e da chi?
Ah, ecco, intendo! All’estremo, all’ultima pietra milliare della
comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete
messo, -- è incredibile! -- questa parola che fa tornar da capo: «Dio».
Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non
esser uomini, mentre l’averla concepita come uomini vuol dire
semplicemente aver dato un nome, null’altro che un nome, ad una
sensazione d’impossibilità.
In voi non trovo la mia strada, Evangelisti.
Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia
vita vuole una morte.
Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili,
sono davanti a un’agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto
nascere, e la mia sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie
rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo
che si prolunga.
O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita
semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel
sepolcro? Non ammettete l’uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè
stesso, l’uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d’una
sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo
l’ostacolo che lo divide dalla sua felicità?
Chi me lo impedisce?... Cristo? -- Cristo era un uomo come me: io non gli
credo. La legge? -- La legge è stata fatta da uomini come me; non
rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più
scaltro: la évito. Forse la coscienza? -- Essa è paura, è viltà, è un
terrore atavico dell’uomo: bisogna insegnarle a volere con
inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini,
è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti,
senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la
natura stessa non avesse riservato all’uomo la possibilità di propinare
una morte nascosta? Che sarebbe l’amore in sè medesimo, se per lui non
fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro
me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho
amata una donna non mia e l’ho resa madre: mi trovo nell’impossibilità
di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto.
Lascerò ch’ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con
risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei?
Forse avrei dovuto, quando ne sentii nascere il primo palpito, soffocare
in me questo inevitabile amore. Ma tutto si può fare al mondo, fuorchè
non amare ciò che si ama.
Ora, contro il diritto a vivere di queste due creature, che sono ormai
la mia sola ragione di essere, sta un’agonia, sicura ma tenace, lenta ma
irremediabile... Due giovinezze davanti ad un sepolcro, due ricchezze
davanti ad una miserrima povertà. Fra queste cose, il coraggio della mia
mano, la stilla invisibile di un veleno, il martirio nascosto della mia
coscienza... Ebbene, in tale dilemma, è più onesto concepire la
coscienza come una schiavitù paurosa, che rifugge dal delitto per il
solo terrore de’ suoi fantasmi, o concepirla come un coraggio efferato,
che avvinghia quei fantasmi e li soffoca per la felicità di chi ama?
O voi, che invisibili e presenti squassate intorno alla mia coscienza i
vostri mantelli neri, ascoltate ancor questo dalla mia voce che non
trema: -- Io feci olocausto di me stesso al mio amore d’uomo, al mio
dovere di padre, e se, per giudicare un colpevole, può esservi un altro
giudizio che non l’oscuro confessionale o la teatrale aula d’una Corte
d’Assisi, questo giudice libero mi dirà: -- «Tu sei stato un anarchico ed
un santo. Se puoi, vivendo, sopportare il tuo delitto, la sua potenza
medesima ti assolve. Di fronte ai mediocri taci e nascondi, perchè i
mediocri mai ti comprenderanno.»
Allora, nell’alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio
dalla sonora muraglia, udì suonare la Canzone Disperata sul violino
singhiozzante dello scemo.
Questa canzone diceva:
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di
morti, portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, -- mi stringe il collo con le
mani...
«Cammina!... -- mi dice ridendo -- la vita comincia domani.
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va? --
Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome: l’Inutilità.
«-- Sei stato in un letto odoroso -- con lei che giaceva supina,
«tremante, sperduta, tremante -- nel solco del letto profondo...
«Perchè, se non vuoi che ti picchi, -- mi hai fatto tremare nel
mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di
morti, e vado a cercare altri morti, -- che sono i miei figli
lontani...
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani...
La Canzone approssimava, tragica, lugubre, nel silenzio della notte,
finchè, dietro l’uscio, si spense. Allora egli udì le nocche dello
scemo, che rideva, battere contro la porta, dicendo: -- Aprimi.
Andrea, rapidamente chiuse nell’armadio le minuscole ampolle dei veleni
che stava esaminando; poi non rispose, non aprì.
-- Apri dunque! -- sollecitava lo scemo, girando la maniglia. Ma la porta
era serrata nell’interno a chiave.
-- Che vuoi?
Sorda e cocciuta la voce ripeteva: -- Aprimi!
Allora Andrea girò la chiave nella serratura e si ritrasse per lasciarlo
entrare. Marcuccio, col manico del violino stretto nel pugno, la bocca
torta da quel suo riso obliquo, s’avanzò fin nel mezzo della camera
guardandosi attorno, poi disse:
-- Novella piange.
-- Come lo sai?
-- Piange, -- ripetè l’altro con iracondia.
-- Come lo sai, domando?
-- L’ho veduta io, per la toppa. Sì, l’ho veduta. È nella sua camera,
seduta in un angolo, e singhiozza.
-- Ebbene? -- fece Andrea dopo una pausa.
-- Volevo dire che piange, -- ripetè costui, ingrossando la voce.
-- Allora tu guardi per le serrature?
-- Sempre.
-- Perchè?
Accentuando il suo riso atono, egli fece con la mano un gesto vago:
-- Per la serratura ho veduto la Berta in camicia, molte volte... La
Berta si lega le calze con due nastri rossi, quassù... -- e segnava
l’alto della coscia.
Andrea lo fissò negli occhi, attentamente, con un senso di maraviglia e
di pietà.
-- Non puoi dormire, Marcuccio?
-- Sono le notti lunghe della primavera... gli uomini che han qualche
sogno nell’anima non possono dormire. -- Poi fece schioccare le labbra e
soggiunse: -- Mi piacerebbe dormire con la Berta. Senza che lei se
n’accorga io la vedo ogni sera per la toppa, quando si spoglia. È
grassa.
-- Allora, -- disse Andrea severamente, -- hai guardato per la toppa anche
al padiglione di caccia, alla Boscaiola, una volta...
Marcuccio si mise a ridere con sguaiatezza e contorse la bocca.
-- No: sono salito sulla tavola di pietra ch’è da un lato, e, stando in
piedi, ho potuto guardare in giù, verso l’interno della capanna. Sì, e
c’era Novella...
-- Non è vero!
-- Sì, che c’era! -- incalzò lo scemo. E segnandolo a dito soggiunse: --
Con te.
-- Bada, Marcuccio! guai se lo ripeti!... -- esclamò Andrea, afferrandogli
ruvidamente le mani.
-- Novella era quasi nuda, e tu... ahi! non mi far male!... tu la coprivi
con le margherite che avevate raccolte... ahi!.. sul petto... ahi!.. la
coprivi...
-- Guai a te, se ripeti queste cose bugiarde! Hai visto male. Io non
c’ero. Lei neppure non c’era. Intendi?
E forte lo scuoteva per le braccia, mentr’egli, caparbio, insisteva
nell’affermare.
-- Intendi?...
-- No, no... tu eri! lei era! Ed erano belle... com’erano belle quel
giorno... le margherite... ahi! ahi! sorelluccia... le margherite!...
Allora Andrea lo afferrò per le spalle, in guisa da fissarlo ben negli
occhi e disse:
-- Ascolta, Marcuccio. Tu, quel giorno, hai veduto un sogno; ed i sogni
non si devon mai ripetere ad alcuno, perchè il parlarne porta disgrazia,
m’intendi? E guai, guai a chi li racconta, i sogni!...
Parlava imitando il suo linguaggio, per essere meglio inteso; lo scemo
apriva la bocca attonitamente:
-- Ah, sì?...
-- Certo. E se tu narrerai queste cose bugiarde, io dirò a tutti che
bisogna bruciare i tuoi libri, perchè sono falsi. Così non avrai alcuna
gloria. Capisci, Marcuccio?... la gloria!...
Egli tremava, tremava, e balbettò:
-- Sì, la gloria... Ma se non dico nulla?
-- Di che?
-- Dei sogni...
-- Allora, Marcuccio, tu avrai... -- Ma in quel mentre, udendo rumore,
Andrea si volse: -- Chi è?
La voce di Stefano rispose:
-- Sono io: Stefano. Si può?
-- Entrate, entrate.
-- È la Canzone di Marcuccio che mi ha fatto scendere. -- Poi disse con un
sorriso indulgente: -- Oh, conversate sempre di cose profonde, voialtri
pensatori!
-- E tu sempre ci disturbi, padre Stefano! -- affermò con sussiego lo
scemo.
-- Ti credevo già coricato, Marcuccio, quando invece udii la tua canzone.
-- Coricato? ah! ah!... È una notte d’Aprile; vorrei camminare,
camminare, in mezzo alla foresta e lungo il fiume, con il mio violino su
la spalla, improvvisando canzoni. Ma ho paura dei cani!... E tutte le
donne che non dormono, in queste notti di primavera, scenderebbero dal
letto con i capelli sciolti, per camminare a piedi scalzi dietro di
me... ma ho paura dei gufi. Vorrei camminare, camminare, per la foresta
e lungo il fiume, suonando sul mio violino la canzone più bella che so,
e trascinandomi dietro le donne seminude... Ma ho paura dei vampiri.
Uh!... i vampiri dalle ali di feltro, che succhiano sangue, sangue... La
sai, padre, la Canzone dei Vampiri? No?... Ascolta...
E ritraendosi lentamente, con un passo d’automa, urtò l’uscio con la
schiena e scomparve nel buio del corridoio, ricominciando a suonare sul
violino singhiozzante la sua Canzone Disperata, che a poco a poco, per
l’alte camere, in una lugubre risata si spense.
. . . . . . .
«Se corri, -- mi dice, -- «si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...»
. . . . . . .
-- Povero me! -- proruppe Stefano con un gesto di sconforto. -- La sventura
s’è abbattuta su la mia casa.
-- Non disperate, Stefano. Voi credete in Dio, non è vero?
-- Sì, fervidamente.
-- Pregatelo, voi che potete pregare! Io credo in me stesso più
fermamente che in Dio, e nella volontà umana più che nel miracolo.
Quindi penso che per resistere alla sventura abbiamo un solo rimedio: il
nostro proprio coraggio.
Ma Stefano scosse il capo, e cominciò a guardarlo come se volesse dirgli
qualcosa. Certo, per essere venuto a quell’ora nella camera di Andrea,
uno scopo lo guidava e quei perplessi discorsi parevano la ricerca d’un
esordio.
-- A proposito di Giorgio, -- disse infine, -- cosa pensate voi? Che stia
proprio molto male?
Andrea, forse per nascondere il suo disagio, metteva in ordine una
quantità di cose, andando dagli scaffali alla scrivania, frugando nei
cassetti, rimovendo libri.
-- L’eterna domanda! -- esclamò nervosamente. -- Se sapeste che poca cosa è
la scienza d’un medico davanti ad un problema così complesso come la
vita d’un uomo!
-- Ma io vedo che muore! -- interruppe Stefano soffocando la voce.
-- È un’opinione, la vostra; null’altro che un’opinione, -- rispose
freddamente Andrea, stringendosi nelle spalle.
-- No, non ingannatemi, Andrea! Benchè vecchio, sono ancora un uomo e
voglio sapere la verità. Ditemi, ditemi la verità... Il suo caso è
disperato?
-- Non ancora, ma è grave.
-- Sapete? Giorni sono mi ha detto quasi allegramente: Bisognerà che un
momento o l’altro diamo un’occhiata ai nostri affari, papà Stefano,
perchè è sempre meglio essere previdenti.
-- Questo non mi riguarda! -- esclamò Andrea con asprezza. -- Se è di
questo che dovete parlarmi, io non voglio saper nulla!
-- Oh, Andrea!... non crederete, per l’amor del cielo, ch’io voglia fare
un calcolo qualsiasi... no, vi giuro! Ma ho due figlie, un figlio ed una
moglie vecchia; ora voi sapete bene che la casa, le campagne, tutto
quanto, appartiene a Giorgio.
-- Questo non mi riguarda, ripeto. Giorgio è un uomo onesto, penserà da
sè stesso alla moglie.
-- Ma Giorgio ha pure un fratellastro, un uomo dissoluto e rapace, che
gli ha dato già troppe noie cercando in mille guise di estorcergli
denaro.
-- Insomma, Stefano, -- egli lo interruppe, -- se bene comprendo, voi
desiderate che in un modo qualsiasi m’interponga presso Giorgio per
fargli fare testamento, o per sapere se lo ha fatto e come lo ha
fatto... Non è vero?
Fece una pausa, guardando Stefano, che abbassò il capo senza rispondere.
-- Ebbene, sentite: ho molto affetto, molta venerazione per voi, padre
Stefano; capisco anche la ragione, del tutto giustificabile, che
v’induce ad un tal passo. Ma di questo non parlatemi, vi prego. Fate
quel che volete, ma io non ci voglio entrare. Anzi vi dirò una cosa,
recisamente: vicino a Giorgio, nè preti nè notai, a meno che non li
chieda egli stesso. E non parliamone più.
-- Perchè tanto calore? Non vi ho mai veduto eccitarvi così.
-- Bisogna lasciare un’anima libera, padre Stefano, sopra tutto vicino
alla morte. Io non mi occuperò di queste cose, e credo che Novella sia
dello stesso parere.
-- Lo è, infatti... Ma questo, in un certo senso, è anche sorprendente!
-- Niente affatto, padre Stefano. L’ora della morte è quella della
riconoscenza o del rancore: bisogna che l’uomo si risolva da sè all’una
od all’altra cosa. E Giorgio ha la mente lucidissima. Infine, ancora una
volta, questo non mi riguarda! Solo una cosa vi dirò: Fin quando io
viva, nè voi nè i vostri figli avrete mai nulla da temere.
-- Oh, siete migliore di me, Andrea! -- esclamò con effusione il vecchio,
-- ed ora mi vergogno...
-- Di nulla! Voi pensate ai vostri figli; è più che umano. E lasciamo
questi discorsi. Risponderò invece alla vostra domanda con sincerità: --
Il caso di Giorgio è grave; molto grave. La mia opera può darsi che non
basti; è forse opportuno chiamare altri medici. L’ho detto a lui stesso,
ma egli rifiuta.
-- E chi può salvarlo, se voi non potete? -- esclamò Stefano alzando le
braccia. -- Poi, che serve? Io vedo bene che muore, povero Giorgio... e
,
’
,
,
1
’
,
2
.
3
4
;
;
5
,
’
:
6
,
’
7
,
;
8
;
.
9
10
’
,
11
;
12
’
’
’
,
13
’
;
14
,
.
15
,
:
16
,
,
17
,
’
18
’
.
19
20
’
21
’
,
,
22
.
23
,
24
,
.
25
,
26
,
,
27
.
28
29
’
-
-
-
-
30
,
31
,
,
,
,
32
,
.
33
’
,
,
34
,
35
,
’
36
,
.
’
37
,
38
’
,
,
39
,
,
40
,
.
41
42
,
43
,
’
,
44
,
45
,
46
.
,
47
,
’
’
48
,
49
.
50
51
,
,
52
;
53
’
,
,
’
,
54
,
’
,
’
55
.
,
,
56
,
’
57
,
58
’
,
,
59
60
,
61
’
.
62
63
!
!
64
,
,
65
!
66
67
-
-
«
?
.
.
.
»
-
-
,
68
,
,
.
-
-
«
69
?
.
.
.
»
70
71
,
72
,
73
,
,
,
74
.
,
75
:
-
-
«
?
,
76
’
?
’
’
?
?
77
?
.
.
.
»
78
79
.
80
81
,
-
-
82
-
-
83
’
,
,
84
’
,
85
.
86
?
-
-
!
87
,
88
.
89
90
’
,
’
,
.
91
92
’
.
93
94
;
,
95
,
,
.
’
96
;
.
97
98
-
-
,
.
.
.
99
100
-
-
?
101
102
-
-
,
103
.
.
.
104
105
-
-
.
106
107
-
-
:
;
’
,
108
,
,
.
.
.
’
109
.
.
.
.
110
111
-
-
,
,
.
.
.
.
112
113
,
114
’
,
.
115
,
,
,
116
.
117
118
,
,
119
,
’
,
.
120
,
:
.
121
122
’
123
’
,
124
,
,
,
125
,
126
’
.
127
,
,
,
128
’
129
130
;
131
,
,
132
,
133
,
’
,
.
134
135
,
136
;
,
,
137
’
.
138
139
,
:
140
141
-
-
.
.
.
.
.
.
!
.
.
.
-
-
142
’
«
»
’
.
:
143
144
-
-
’
.
145
146
’
,
,
147
.
148
149
150
.
151
152
’
.
.
.
,
-
-
’
.
153
,
’
154
.
,
’
155
,
’
156
,
,
’
157
’
,
.
158
159
,
,
,
160
,
,
161
.
162
163
’
;
164
,
.
165
,
,
166
’
.
167
168
,
169
’
;
.
170
171
,
172
;
,
173
:
’
174
,
.
175
’
,
’
;
176
,
,
177
.
178
179
180
«
’
.
.
.
»
181
182
’
.
,
183
’
’
,
,
,
184
.
185
,
:
’
186
,
;
’
187
.
;
188
,
,
189
.
190
191
192
;
,
193
,
,
.
194
195
,
,
’
196
,
,
,
197
,
,
198
.
’
’
199
,
’
,
’
:
200
.
201
202
,
’
203
’
.
.
.
?
;
’
,
’
’
,
’
204
205
.
206
207
,
208
’
.
209
,
;
210
,
211
.
212
213
,
,
,
214
,
.
215
,
,
216
,
217
,
,
218
,
’
,
219
.
220
221
,
’
,
:
222
223
-
-
,
?
?
224
225
,
:
226
227
-
-
,
.
.
.
228
229
,
!
,
230
’
,
,
231
,
’
,
232
,
’
233
,
234
,
’
235
.
,
.
236
:
237
,
,
,
,
238
’
.
239
240
’
241
,
’
,
242
’
,
’
’
.
243
’
,
244
.
245
246
’
247
;
.
248
249
,
250
’
.
251
252
,
;
’
,
253
,
,
254
’
.
255
,
,
,
256
,
257
,
’
,
258
,
.
,
259
,
260
;
261
,
,
,
262
.
263
264
-
-
.
.
.
-
-
,
’
.
265
266
;
267
,
268
,
’
’
269
.
270
271
-
-
.
.
.
-
-
’
,
-
-
272
?
.
.
.
273
274
,
’
,
,
275
.
276
277
-
-
?
-
-
,
278
’
,
.
279
280
-
-
,
,
.
.
.
-
-
281
,
.
282
283
:
284
’
,
,
285
,
.
286
.
,
,
287
,
.
288
289
’
,
,
’
290
,
.
291
292
-
-
,
-
-
,
-
-
,
293
.
294
.
295
296
-
-
,
.
.
.
,
297
.
.
.
.
.
.
298
299
,
300
’
,
’
301
,
302
.
303
’
,
304
.
305
306
,
:
307
308
-
-
,
,
.
.
.
-
-
,
309
.
310
311
-
-
,
-
-
,
-
-
’
,
312
’
,
,
313
314
.
,
,
315
,
.
,
316
:
,
,
-
-
,
,
317
’
.
318
:
.
319
320
-
-
!
-
-
.
:
-
-
,
.
.
.
-
-
321
.
322
323
’
,
324
’
;
’
325
,
326
’
.
327
328
-
-
,
-
-
,
,
-
-
329
,
,
.
330
331
,
,
332
.
333
334
’
;
335
,
,
336
.
.
337
;
338
’
.
339
340
,
,
341
’
,
342
.
343
,
,
344
’
.
345
346
:
347
,
,
,
348
’
:
349
350
-
-
.
.
.
.
.
.
351
352
-
-
?
-
-
,
.
353
354
-
-
.
.
.
,
.
.
.
355
.
.
.
’
.
356
357
-
-
,
.
358
359
.
,
360
,
;
’
361
’
,
,
.
362
363
,
.
.
.
?
364
365
,
,
366
:
.
.
.
367
368
,
.
369
370
371
372
373
374
375
376
377
.
,
378
379
,
,
.
380
,
381
,
’
.
382
,
383
,
,
,
384
.
,
385
,
,
386
.
387
388
,
,
,
389
.
,
390
:
-
-
?
.
.
.
391
392
’
,
393
,
394
’
’
.
395
,
,
396
’
.
397
398
,
399
,
’
,
400
.
401
’
,
,
402
’
,
;
403
’
,
’
’
404
.
,
,
;
405
;
406
407
.
,
,
408
,
,
?
409
410
?
’
?
411
412
,
,
’
413
’
’
,
’
’
414
,
,
,
415
’
,
’
’
416
,
,
417
’
.
.
.
418
419
’
,
,
,
420
,
,
421
,
,
,
,
422
,
,
’
423
:
-
-
.
.
.
424
425
,
,
.
.
.
426
’
,
’
427
,
;
428
.
’
429
,
’
.
430
431
?
?
432
433
«
,
.
.
.
»
434
.
435
436
’
-
-
-
-
437
?
438
439
?
,
’
,
440
’
’
?
?
441
,
?
:
,
442
.
443
,
,
.
.
.
?
444
?
.
.
.
445
446
’
,
447
,
448
,
’
449
,
,
450
,
’
’
451
.
452
453
,
’
,
,
,
454
.
.
.
’
455
,
;
456
’
,
’
:
-
-
457
,
.
:
«
»
.
458
459
,
460
;
461
,
462
.
463
464
,
.
465
;
,
466
,
467
,
468
.
,
,
469
,
,
470
,
’
471
.
472
473
,
,
,
474
,
’
475
,
.
476
.
,
477
,
,
,
478
,
479
,
:
480
481
-
-
?
?
482
483
.
,
,
484
,
.
485
486
’
’
’
’
,
487
.
488
489
-
-
,
?
.
.
.
?
490
!
491
492
,
,
’
.
493
494
-
-
?
,
495
,
.
.
.
496
:
«
!
.
.
.
.
.
.
497
,
,
!
.
.
.
,
498
!
.
.
.
:
.
!
»
-
-
,
499
,
’
500
,
,
,
501
’
,
,
502
’
’
,
503
,
,
,
’
504
,
’
’
,
’
.
.
.
505
:
,
,
!
.
.
.
!
!
.
.
.
506
507
,
,
508
509
.
,
,
510
,
511
.
512
513
-
-
,
.
.
.
?
514
515
516
’
,
:
517
518
-
-
!
.
.
.
’
!
519
520
,
,
521
,
’
,
.
522
523
-
-
,
?
524
525
-
-
?
,
!
,
526
527
,
:
«
,
,
528
;
,
;
,
.
»
,
,
529
,
530
’
.
531
’
532
.
.
.
’
!
,
533
,
534
.
535
536
,
,
537
,
:
538
539
-
-
,
540
.
.
.
’
,
541
’
.
.
.
542
?
,
?
543
544
-
-
?
-
-
:
-
-
.
.
.
545
546
-
-
,
?
.
.
.
-
-
’
:
-
-
:
«
547
?
»
548
549
,
,
,
550
.
551
552
-
-
,
-
-
.
-
-
,
.
553
554
-
-
,
-
-
,
-
-
!
555
556
,
,
557
.
,
558
,
.
559
560
-
-
?
:
561
.
562
563
-
-
?
.
.
.
,
,
?
564
?
.
.
.
565
566
’
,
,
567
,
,
568
:
569
570
-
-
.
.
.
-
-
,
-
-
,
,
,
571
,
,
.
.
.
572
573
.
.
.
574
575
,
,
’
576
,
577
.
578
579
-
-
,
-
-
,
580
,
-
-
!
-
-
.
581
582
,
,
583
,
584
’
,
585
’
,
586
,
587
,
,
588
,
589
’
,
’
,
,
590
’
591
’
’
’
.
.
.
592
593
,
,
594
-
-
-
-
595
.
596
597
598
599
600
601
602
603
-
-
.
.
.
-
-
,
604
605
,
606
’
,
’
,
607
.
608
609
,
:
610
;
’
’
611
’
.
612
’
;
,
613
’
’
.
614
615
,
,
616
’
,
,
’
,
617
.
,
618
,
,
,
,
,
619
’
,
620
.
,
’
,
’
621
,
622
;
,
623
.
624
625
’
626
,
627
;
’
628
.
629
630
;
631
,
,
,
632
.
633
.
634
635
-
-
.
.
.
-
-
,
636
,
.
-
-
!
637
.
«
638
,
»
-
-
639
.
«
,
640
,
:
641
«
?
»
642
643
’
.
644
:
’
,
’
.
?
645
?
646
647
,
,
!
’
,
’
648
,
,
649
,
-
-
!
-
-
:
«
»
.
650
,
,
,
651
,
’
652
,
’
,
653
’
.
654
655
,
.
656
657
,
,
:
,
658
.
659
660
:
,
,
,
661
’
.
,
662
,
:
663
,
,
664
.
665
666
,
667
,
,
,
,
668
?
’
669
,
’
,
,
’
670
,
,
,
671
’
?
672
673
?
.
.
.
?
-
-
:
674
.
?
-
-
;
675
;
:
;
676
:
.
?
-
-
,
,
677
’
:
678
,
,
679
.
,
,
,
680
,
,
681
’
682
?
’
,
683
?
684
,
,
.
685
’
:
’
686
,
.
687
’
?
,
688
?
689
690
,
,
691
.
,
692
.
693
694
,
,
695
,
’
,
,
696
.
.
.
,
697
.
,
698
,
,
699
.
.
.
,
,
700
,
701
’
,
,
702
?
703
704
,
705
,
706
:
-
-
’
,
707
,
,
,
708
’
’
709
’
,
:
-
-
«
710
.
,
,
,
711
.
,
712
.
»
713
714
715
,
’
,
,
716
,
717
.
718
719
:
720
721
«
,
722
,
;
723
724
«
,
-
-
725
.
.
.
726
727
«
!
.
.
.
-
-
-
-
.
728
729
730
«
:
-
-
?
-
-
731
:
-
-
,
:
’
.
732
733
«
-
-
-
-
,
734
735
«
,
,
-
-
.
.
.
736
737
«
,
,
-
-
738
?
739
740
741
«
,
742
,
,
-
-
743
.
.
.
744
745
«
:
746
,
,
.
.
.
747
748
,
,
,
,
749
,
’
,
.
750
,
,
,
:
-
-
.
751
752
,
’
753
;
,
.
754
755
-
-
!
-
-
,
.
756
’
.
757
758
-
-
?
759
760
:
-
-
!
761
762
763
.
,
,
764
,
’
765
,
:
766
767
-
-
.
768
769
-
-
?
770
771
-
-
,
-
-
’
.
772
773
-
-
,
?
774
775
-
-
’
,
.
,
’
.
,
776
,
.
777
778
-
-
?
-
-
.
779
780
-
-
,
-
-
,
.
781
782
-
-
?
783
784
-
-
.
785
786
-
-
?
787
788
,
:
789
790
-
-
,
.
.
.
791
,
.
.
.
-
-
792
’
.
793
794
,
,
795
.
796
797
-
-
,
?
798
799
-
-
.
.
.
800
’
.
-
-
801
:
-
-
.
802
’
,
.
803
.
804
805
-
-
,
-
-
,
-
-
806
,
,
.
.
.
807
808
.
809
810
-
-
:
’
,
,
811
,
,
’
.
,
812
’
.
.
.
813
814
-
-
!
815
816
-
-
,
’
!
-
-
.
:
-
-
817
.
818
819
-
-
,
!
!
.
.
.
-
-
,
820
.
821
822
-
-
,
.
.
.
!
!
.
.
.
823
.
.
.
!
.
.
.
.
.
!
.
.
824
.
.
.
825
826
-
-
,
!
.
827
’
.
’
.
?
828
829
,
’
,
,
830
’
.
831
832
-
-
?
.
.
.
833
834
-
-
,
.
.
.
!
!
.
.
.
’
835
.
.
.
.
.
.
!
!
.
.
.
!
.
.
.
836
837
,
838
:
839
840
-
-
,
.
,
,
;
841
,
,
842
’
?
,
,
!
.
.
.
843
844
,
;
845
:
846
847
-
-
,
?
.
.
.
848
849
-
-
.
,
850
,
.
851
.
,
?
.
.
.
!
.
.
.
852
853
,
,
:
854
855
-
-
,
.
.
.
?
856
857
-
-
?
858
859
-
-
.
.
.
860
861
-
-
,
,
.
.
.
-
-
,
,
862
:
-
-
?
863
864
:
865
866
-
-
:
.
?
867
868
-
-
,
.
869
870
-
-
.
-
-
871
:
-
-
,
,
872
!
873
874
-
-
,
!
-
-
875
.
876
877
-
-
,
,
.
878
879
-
-
?
!
!
.
.
.
’
;
,
880
,
,
881
,
.
!
.
.
.
882
,
,
883
,
884
.
.
.
.
,
,
885
,
,
886
.
.
.
.
887
!
.
.
.
,
,
.
.
.
888
,
,
?
?
.
.
.
.
.
.
889
890
,
’
,
’
891
,
892
,
,
893
’
,
.
894
895
.
.
.
.
.
.
.
896
897
«
,
-
-
,
-
-
«
.
.
.
898
899
«
:
-
-
.
.
.
,
,
!
.
.
.
»
900
901
.
.
.
.
.
.
.
902
903
-
-
!
-
-
.
-
-
904
’
.
905
906
-
-
,
.
,
?
907
908
-
-
,
.
909
910
-
-
,
!
911
,
.
912
:
913
.
914
915
,
916
.
,
’
,
917
’
918
.
919
920
-
-
,
-
-
,
-
-
?
921
?
922
923
,
,
924
,
,
925
,
.
926
927
-
-
’
!
-
-
.
-
-
928
’
929
’
!
930
931
-
-
!
-
-
.
932
933
-
-
’
,
;
’
’
,
-
-
934
,
.
935
936
-
-
,
,
!
,
937
.
,
.
.
.
938
?
939
940
-
-
,
.
941
942
-
-
?
:
943
’
’
,
,
944
.
945
946
-
-
!
-
-
.
-
-
947
,
!
948
949
-
-
,
!
.
.
.
,
’
,
’
950
.
.
.
,
!
,
951
;
,
,
952
,
.
953
954
-
-
,
.
,
955
.
956
957
-
-
,
,
958
959
.
960
961
-
-
,
,
-
-
,
-
-
,
962
’
963
,
964
.
.
.
?
965
966
,
,
.
967
968
-
-
,
:
,
,
969
;
,
,
970
’
.
,
.
971
,
.
,
972
:
,
,
973
.
.
974
975
-
-
?
.
976
977
-
-
’
,
,
978
.
,
979
.
980
981
-
-
,
.
.
.
,
,
!
982
983
-
-
,
.
’
984
:
’
’
985
’
.
.
,
986
,
!
:
987
,
.
988
989
-
-
,
,
!
-
-
,
990
-
-
.
.
.
991
992
-
-
!
;
.
993
.
:
-
-
994
;
.
995
;
.
’
,
996
.
997
998
-
-
,
?
-
-
999
.
-
-
,
?
,
.
.
.
1000