sonagliere su la strada, come di campanelli infuriati, gli cresceva
dentro senza posa, lo stordiva, lo accasciava, suscitando nelle sue
pupille dilatate una continuità velocissima di bagliori e di vampe.
Cos’erano? Forse quelle grandi rose gialle, cáriche di profumo e di
pólline, che parevano d’un tratto roteare nella striscia di sole,
incendiarsi, ardere? Le rose, o i suoi capelli scintillanti, o il
braccialetto d’oro che le balenava al polso, o tutta la sua materia
giovine e viva, cárica di profumo anch’essa, di pólline e di voluttà?...
Vampe, vampe, sonagliere, in una ridda confusa, in una specie di
vertigine gialla...
Accecato, chiuse le palpebre e sognò.
Sognò di lei, paurosamente, voluttuosamente, quasi per un bacio ch’ella
gli desse, non più su la fronte, come soleva, ma con le calde labbra su
le sue labbra ardenti, -- un bacio snervante, lungo, lento, che gli
assorbiva dalla gola turgida il respiro, che gli scorreva sui nervi non
placati come una molteplice carezza. Un bacio carnale di amante,
com’ella saprebbe dare se volesse, un bacio lascivo come la nudità,
voluttuoso come la colpa... E in quella specie di torpore, mentre vedeva
dietro il velo delle palpebre quel polverìo luminoso del sole, risentì,
quasi per una evocazione fisica, sotto le narici un poco ansanti
fluttuare l’odor femineo di lei, quell’odore soave che l’accerchiava
come un malefizio, che intorbidava un poco l’aria come la fragranza
eccessiva d’un fiore, che l’ubbriacava talvolta, nella sua debolezza di
malato, come una droga troppo forte.
Ora egli la vedeva, non più nel mezzo della stanza, ma come l’aveva
sorpresa una volta, all’uscir dal bagno, tutta nuda e gocciolante,
cosparsa di oscurità furtive il suo corpo voluttuoso. Quella volta
ell’aveva gridato, per il pudore subitaneo, con un piccolo grido acuto e
quasi ridente; poi s’era in fretta raggomitolata nell’accappatoio
tepido, schermendosi dall’esser veduta e chiudendo gli occhi quasi per
timore. Così la rivedeva ora, nell’abbaglio, e risentiva sotto le narici
ansanti quell’odor fresco di carne bagnata, di cipria e di lavanda,
quell’odore buono e colpevole del suo corpo che incitava all’amore.
...ed egli era sopra di lei, curvo, e la baciava; metteva le dita un po’
tremanti nel gran volume de’ suoi capelli raccolti su la nuca, aspersi
qua e là di gocciole iridate; le strofinava il dorso pianamente, le
spalle pianamente, per rasciugarla; sentiva traverso la stoffa spugnosa
il tepore umido della sua pelle, s’inginocchiava dinanzi a lei,
l’avvolgeva con le braccia, la serrava contro di sè, più forte, più
forte... Ella si rannicchiava, freddolosa e vogliosa, dentro
l’accappatoio caldo: le uscivano dal basso i piedi rosati, le sue
ginocchia tonde gli urtavano contro il petto, stando ella tutta raccolta
in sè, tutta piegata come per ischermirsi...
Ma non si schermiva interamente; forse non era che un’arte leggiadra, un
amabile gioco; ed egli, tenendola per la cintura come una preda non
riottosa, piano piano addentrava una mano cauta nella scollatura
dell’accappatoio, prolungando la sua carezza per la gola turgida, e giù,
più giù, lentamente, con soste, come un ladro, nella dovizia calda,
rigogliosa del seno...
Vampe, vampe, sonagliere... Cos’erano? le rose gialle? i suoi
capelli?... Vampe.
Oh, come suonavano! che urlìo! che scampanìo forte, lacerante!... Che
male! che male! Barbagli, guizzi, come di grandi rose gialle, infuriate,
che roteassero... Una ridda... il sole... troppo sole... Ah, che
male!... Sonagliere, vampe.
Cos’era? Una specie di schianto nel cuore fioco; una specie di rimbombo
fragoroso entro le arterie stanche; una pietra infitta nel cervello,
così greve, così greve... Rose, vampe, sonagliere.
Cos’era? Una lussuria di moribondo, che non di rado lo tormentava, la
notte, nelle lunghe insonnie, mentr’ella se ne stava presso di lui, a
piè del letto, assonnata sopra una pagina interrotta.
Talvolta egli chiudeva gli occhi, fingeva d’essere addormentato, per
poterla desiderare senza tradirsi; gli entrava nel sangue un’accensione
dolorosa; la sua tenebra interiore s’illuminava di rosso, ed in quella
specie di febbre, come se le giacesse accanto, l’avvolgeva in più modi
nella sua lussuria inane.
Quand’era sano ancora, non l’aveva mai desiderata così; quando le
dormiva ogni notte accanto, non le aveva mai conosciuto questo irritante
calore di femmina e di posseditrice, che ora tentava sino allo spasimo
il suo desiderio spossato. Quando per la prima volta l’aveva baciata nel
talamo nuziale, gli era solamente sembrata una inquieta e sperduta
fanciulla, stanca forse della sua verginità, e per lungo tempo non aveva
nemmeno sospettato in lei quella tentatrice ch’ella era, così turgida e
sparsa di peccato in ogni piega del suo corpo, dalla fronte al piede.
Sì, forse aveva sin d’allora, nel cavo degli occhi, negli angoli della
bocca, nella forma de’ suoi labbri, quand’era in silenzio e pensava, o
forse nella medesima sua voce, che talvolta si velava di risonanze
opache, forse nelle spalle affaticate per il peso del suo petto
fiorente, forse nelle braccia pieghevoli, nelle ginocchia pigre, un non
so che di stanco, di lascivo, anzi una specie d’indefinito languore, che
pareva, come un fumo d’oppio, addormentare le sue dolci membra in un
letargo pieno d’insensibilità. Ma nel suo letto maritale non era, -- e
Giorgio se ne rammentava -- che un’amante quasi inerte, una pigra onesta
sposa che sopportava l’amore.
Più tardi, -- ma solo più tardi -- ella era fiorita così; più tardi,
quando già per lui non era divenuta che una infermiera assidua ed una
buona sorella, quando le loro bocche non s’erano più congiunte in altri
baci che non fossero di consolazione o di dolore.
E chi dunque l’aveva così occultamente ridestata? Chi aveva ritolto da’
suoi sensi violenti quella fascia di torpore? Chi aveva diffuso per il
suo corpo soave quella virtù malefica di tentazione?
Oh, sì! egli le aveva ben detto, guardandola: -- Come gli rassomigli!
Ed ella s’era drizzata senza rispondere, con un moto nelle vertebre del
collo che le rovesciava un poco la fronte all’indietro: un moto abituale
in lui, che scolpiva la sua dura fierezza e rendeva imperiosa la sua
fredda volontà. Aveva imparato a dire: Sì! No! -- rapidamente, con una
voce ferma, che pareva inginocchiasse di colpo le resistenze altrui, -- a
dire: Voglio! -- a dire: Devi! con quella decisione immediata e serrata
che pareva in lui quasi l’urto d’un impeto fisico, il guizzo subitaneo
d’una lama che si pianta e sta.
Ell’aveva detto: «Mai! Mai!...» -- dopo la sua domanda... Ma quali parole
potevan distruggere il valore delle osservazioni accumulate giorno per
giorno dall’istinto che non falla, e sotto la vigilanza di una indagine
involontaria? Ella diceva di no con la bocca, ma era invece visibilmente
più che la sua amante: un oggetto suo, una sua possessione irredimibile,
una vita congiunta con la sua vita, un sangue frammisto nel suo medesimo
cuore.
Egli l’aveva presa, forse dolcemente, ma come si afferra una preda,
quasi con artigli, bollandola d’un suggello di possesso che non si
cancellerebbe mai più.
Ed allora perchè volersi adergere fra loro come un miserando padrone,
goffo della sua gelosia? Perchè averle parlato, averle messo a nudo
sotto gli occhi la sua lunga e vana disperazione? Perchè interrompere
quel silenzio, che certo li proteggeva da una più grande calamità?
Come la riguarderebbe ora? Come fisserebbe i suoi occhi negli occhi di
Andrea?
E diceva a sè stesso: -- «Due creature umane, due vivi, hanno intessuta
insieme la loro felicità. Si amano. Questo non è soltanto una parola; è
vivere! Per spaventoso che a me paia, il lor diritto è più forte, più
necessario di ogni altro vincolo.
Se urlo, dove arriverà il mio grido? Io sono l’immobilità, sono qualcosa
d’inerte e di spento, che deve tacere.
Sì, di fatti: erano il mio amico e la mia donna...
Parole! tutto questo non è che un telaio fragile di parole! Vivere!
questa è la sola verità; con tutte le sue rapine indispensabili, con
tutte le sue crudeltà fatali. Dunque, se grido, che può fra loro, il mio
grido? Nulla. Sarà una cosa tutt’al più ridicola, come la trattan nelle
loro commedie gli uomini di buon umore... Od è invece un dramma? Sì,
forse; un piccolo dramma futile, come ne succedon tanti, ogni giorno, su
la faccia della terra impassibile... Povero cuore stanco, bisognava
tacere! La tua bellezza ultima era il silenzio; poichè si può fino
all’ultimo possedere una bellezza che sopravviva come un ricordo non
distruttibile nel pensiero altrui. Perchè l’hai sciupata miseramente?
Povero cuore, perchè sei stato così barbaro contro te stesso? Perchè hai
voluto «sapere?» anzi «essere certo?...» Bisogna che chi muore abbia il
coraggio di abbandonare ai vivi la loro felicità.»
Così ragionava seco stesso, in una specie d’assopimento fisico che gli
toglieva la percezione immediata delle cose circostanti. Non vedeva più
lei, nè la striscia di sole che ora inondava la stanza d’una sfrenata
luce, nè il gran mazzo di rose gialle ch’ell’aveva ordinate nei vasi,
lentamente, ad una ad una. Quasi non ricordava più le parole acerrime
dette fra loro; o per lo meno tutto questo gli pareva già lontano, in un
tempo quasi remoto, come al di là da un lungo svenimento, e solo a
sbalzi, nel turbinìo del suo cervello, nella vuota concavità de’ suoi
timpani, ricominciavano a stormir sonagliere, ma più fievoli, come se
andassero per una strada più lontana, e campanelli a ronzare, ma più
confusi, come se infuriassero in alto, lassù, per camere più distanti...
Aperse gli occhi, rinvenne da quel torpore come da un sogno che fosse
durato senza limiti, e la cercò. Dov’era? Non súbito la vide:
quell’irruenza del sole pomeridiano faceva della stanza una prigione
infiammata, traeva da tutte le cose un fulgore insostenibile, simile
quasi ad un frastuono assordante.
Poi la vide: stava seduta dinanzi al cembalo, con la testa china, il
mento piegato sul petto, una mano su la tastiera, l’altra posata sul
grembo, quasi affondata nella gonna scura; ed ella medesima era coperta
d’ombra fino alle ginocchia, ma con il busto avvolto dal sole come dalle
spirali d’una fiamma che divampandole intorno al capo, quasi alla
sommità d’una torcia, le sprigionava dagli accesi capelli un volo di
pulviscoli d’oro.
-- Novella... -- chiamò con le sue fredde labbra.
Ella trasalì, si eresse; nell’atto brusco della mano tre tasti diedero
tre note veloci.
-- Non dormivi?...
Ma, invece di rispondere, Giorgio la chiamò a sè, tendendo le mani verso
di lei con un gesto supplichevole. Ella si levò, confusa, temendo
perfino il rumore che faceva nel muoversi, e con il cuore gonfio di
commozione s’avvicinò all’infermo.
-- Che vuoi? Stai male? Ecco, vedi!... -- gli andava dicendo con una voce
piena di umile fedeltà.
-- No, no, ascóltami...
Ella prese le sue mani, con dolcezza; le strinse. Ardevano entrambi, nei
palmi, nei polsi, d’una diversa febbre; si guardavan come fossero
entrambi colpevoli, con timore, con esitazione.
Allora ella vide su le ciglia dell’infermo, su quelle ciglia bionde,
così buone, sotto le quali non s’era mai fermata alcuna ombra iniqua,
vide brillare due lacrime grandi e limpide, che caddero insieme,
scavando ancor più la sua faccia devastata. Ed ella pure sentì un
singhiozzo rompere il nodo che aveva nella gola, irrefrenabile...
Senza parlare, senza mentire, si chinò su lui, su la sua bocca
addolorata, -- e piansero.
IV
-- Vedete, Giorgio, -- disse Maria Dora, -- mi sono lavata i capelli
stamane.
-- Lo so, mia bella cognatina. Mentre alla finestra li asciugavate, ho
veduto i vostri capelli sciolti, ed accecato da quello splendore, stavo
quasi per mandarvi ad alta voce un complimento.
-- Ah, sì? Un complimento non è mai di troppo! Ditelo dunque ora, se non
è una bugia.
Ella cinguettava con il cognato per distrarlo, per farlo sorridere nella
sua tristezza.
-- Ci tenete, proprio?
-- Ma, certo!
-- Ebbene, volevo dirvi: -- Cognatina, è il sole che splende, o siete voi,
con i vostri capelli, che mettete tanto oro nel mattino? -- Questo è il
complimento; vi piace?
-- Per bacco! -- ella fece con arguzia; -- davvero è fino: fino come un
madrigale. Pare impossibile che sia vostro! Dove l’avete letto, Giorgio?
-- Oh, Maria Dora! -- egli esclamò sorridendo; -- non mi credete nemmeno
capace di una cortesia così facile?
-- Non è poi tanto facile, via!... Sopra tutto per un ingegnere! Se mi
aveste detto, che so io... per esempio: -- Cognatina, i vostri capelli
splendono stamane come le rotaie della strada ferrata... -- ecco, lo
capirei! Ma così, come l’avete detto, così bene, così pulito... no,
francamente, puzza di letteratura! Oh, intendiamoci, non è per
offendervi, chè anzi ve ne ringrazio.
-- Ebbene, sia come volete; non ci bisticceremo per così poco.
L’essenziale è che vi siete lavata i capelli, e che i vostri capelli
sono d’un’abbondanza davvero straordinaria.
-- Novella ne ha più di me.
-- Forse; ma di un altro colore. Dov’è Novella?
-- Non so, -- ella fece con esitazione.
-- E Andrea?
-- Andrea sarà forse rintanato in camera sua. Da qualche giorno è
divenuto ancora più inavvicinabile di prima. Che bizzarro uomo! Non pare
anche a voi, cognato? Io, quando lo vedo, ho sempre voglia di gettargli
un pezzetto di zucchero come si fa con i cani da guardia per entrare
nelle loro grazie.
Egli fece con la mano un gesto vago, ma sorrise tuttavia di quella
irriverente opinione.
-- Andrea è un uomo d’ingegno, -- disse con lentezza il malato. -- Le
nature come la sua peccano sempre di qualche singolarità.
-- Ma egli è singolare in tutti i sensi, e più lo si conosce, più lo si
trova bizzarro! Sapete, -- ella seguitò con il suo parlar volubile, --
sapete che mi faceva la corte?
-- Ah, sì?
-- A modo suo, beninteso; con certe sue maniere un po’ ironiche... ma è
fuor di dubbio che mi facesse la corte. Bene, ora invece, da cinque o
sei giorni, non mi parla nemmeno più: se ne è dimenticato. È seccante,
vi pare?
-- Questo non saprei, cognatina. Vi auguro in ogni modo che ricominci, --
egli disse in tono di celia.
-- Bah... lasciamo stare!
Seduta vicino a lui, ella ricamava in fretta, però con una sbadataggine
estrema. Ogni tanto guardava il malato, ch’era disteso nella seggiola a
sdraio, coperto di scialli; e lo guardava nel mezzo del parlare, o
facendo altra cosa, perchè l’infermo non si avvedesse de’ suoi pensieri.
Lo trovava miserrimo, ogni giorno più stremato, più povero di vita.
Nella faccia angusta gli si erano dilatati gli occhi e sporgevan
dall’órbite come fossero gonfi, in un cerchio di lividore. Le pupille
dilatate, scialbe, acquose, nuotavan in un siero azzurrastro; talvolta
si appannavano visibilmente, come una lama al calor del fiato. Quando
sorrideva, i denti parevan cresciuti: la gengiva superiore gli si
scopriva, congestionata sotto l’orlo del labbro, e quasi livida. Su la
pelle arida gli si formavan certe macchie di color scuro e spesso due
strisce rosse gli accendevan la fronte, equidistanti, fra le tempie
concave. La sua mano divenuta nivea, spesso, nel cercare un oggetto,
brancolava un poco.
-- Non vi sentireste, -- gli domandò la fanciulla, -- di uscire nel
giardino? Fa così tepido fuori.
-- Oh, no, Maria Dora! Non mi sento proprio di alzarmi. Se sapeste che
fatica mi costa muovere un passo!
E si rannicchiava negli scialli, poveramente, come un intirizzito. In
quel mentre papà Stefano tornava dalla fattoria, col suo cappellaccio di
paglia ficcato di traverso, la sua giubba da cacciatore. Era un bel
vecchio, aitante ancora, solido e bronzeo sotto i suoi capelli
d’argento; serrava tra i denti la pipa stracarica, ingoiando enormi
boccate di fumo con una specie di golosità. All’odor del tabacco,
Giorgio si mise a tossire.
-- Ahi!... me ne dimenticavo, -- esclamò Stefano con premura.
E soffocato il fornello col póllice, si cacciò la pipa dentro una tasca.
-- Fuma, fuma, -- lo esortò Giorgio.
-- C’è tempo! Veh, che brava Maria Dora! gli tieni compagnia.
-- Si discorre di tante cose, godendo il bel sole. Frattanto ricamo,
ricamo. A furia di ricamare mi sarò preparato un corredo bellissimo. Non
manca più che il marito. -- Fece una pausa: -- Il marito... parola
eroicomica!
E si mise a ridere di quel suo riso trillante, che le gonfiava la gola.
-- Oh, eroicomica!... -- esclamò il padre. -- Tu non sai quello che dici.
Ella non volle insistere, anzi mutò discorso:
-- Papà, ora te ne racconto una bellina. La Berta se ne va!
-- La Berta?
-- Sicuro, e adesso verrà lei a dirtelo. Va via perchè... oh, debbo
ridere!...
-- Insomma lo vuoi dire o no?
-- Ora te lo racconterà lei stessa, perchè io... -- e rideva, -- io... -- e
rideva più forte.
La Berta, che lo aveva inteso entrare, giusto era venuta su l’uscio.
-- Ehi, tu, fatti pure avanti! -- comandò il burbero padrone. -- Sentiamo:
cosa c’è?
La fantesca si avanzò di qualche passo, impacciata, con gli occhi bassi,
slacciandosi il grembiule. Stefano si tolse il cappellaccio di paglia e
lo buttò sopra un divano. Siccome cadde a terra, la fantesca, per far
qualcosa, andò a raccoglierlo. Con quel cappellaccio in mano, e per il
fulvo della sua chioma e per il vermiglio delle sue gote, pareva più
buffa che mai.
-- Dunque la sciogli o no quella tua maledetta linguaccia?
-- Dica lei, signorina... -- ella balbettò vergognosa.
Maria Dora se la godeva un mondo e non aperse bocca.
-- Che signorina d’Egitto! -- borbottò Stefano, con quell’aria terribile
che sapeva darsi nell’amministrare la giustizia fra i suoi dipendenti. --
Spìffera tu!
La fantesca si fece cuore:
-- Signor padrone, ho deciso di andarmene via...
-- Buon viaggio!
Ma egli non si mosse; ella neppure.
Dopo un breve silenzio papà Stefano disse:
-- Oh, e perchè poi?
-- Lo domandi alla signorina.
-- La signorina non c’entra.
-- E allora lo domandi al signorino...
-- A chi?
-- A quello lì... -- ella fece, scostandosi impaurita e segnando col dito
Marcuccio, ch’era venuto su la soglia nell’udir quelle voci.
-- Sì, a lui, proprio a lui... -- ripeteva cocciuta la fantesca,
segnandolo a dito. Si era fatta rossa, quasi paonazza come una
melagrana, ed aveva le lacrime agli occhi. Papà Stefano abbandonò quel
tono di accigliata canzonatura, si fece grave:
-- Sentiamo: cosa c’è stato?
-- Certe cose, certe cose, padrone... -- piagnucolava la Berta.
Lo scemo cominciò a sghignazzare ed a contorcersi contro lo stípite;
allora ella, fattasi ardita, sciolse lo scilinguagnolo.
-- S’immàgini che non mi lascia stare un momento. Mi tocca, mi provoca,
mi salta addosso... Poco fa mi ha fatto bruciare il lardo! Ne ho
abbastanza! Guardi un po’ che pizzico!
E si fece avanti, squadrando con occhi nemici lo scemo, che sempre
sghignazzava; si rimboccò una manica fin sopra il gomito e mise in
mostra un bel lividore.
-- Dio! come fai la schizzinosa... per un pizzico! -- esclamò Maria Dora
con perversità. Ma la Berta non s’interruppe nemmeno.
-- Poi sentisse cosa dice, padrone!
-- Andiamo, andiamo... -- borbottò Stefano, conciliante.
-- Insomma pensi che la notte mi devo chiudere in camera a chiave!...
-- Ohibò!... -- fece Maria Dora con la sua vocetta maliziosa.
Allora lo scemo si fece avanti, serio serio, con una grande aria di
cerimoniale; drizzò su le gambe lunghissime la sua persona sbilenca e
disse in tono declamatorio:
-- Infatti, caro padre, ho deciso di prender moglie. Quello che ti
racconta costei, non importa. È venuto il tempo che mi debba maritare:
ventitre anni ho, padre.
La ragazzotta, paurosa, corse in un angolo e scioccamente incominciò a
piangere.
-- Costei, -- riprese lo scemo, -- costei non intende. Piange? Perchè
piange? Le ho detto: -- «Sei grassa e rotonda; mi piace l’odore del tuo
collo, dove nascono i tuoi capelli rossi. E quando scopi mi piaci,
perchè la tua sottana dondola e sta bene. Sposiámoci, Berta; voglio
vedere se sei fatta come una donna.»
Allora il padre s’avvicinò a lui, posandogli una mano su la spalla; e
cercava di persuaderlo amorosamente:
-- Questo che dici non è bene, Marcuccio. Lascia stare la Berta; va e
scrivi.
-- Non ora, padre. Debbo raccontarti ogni cosa prima delle mie nozze.
Frattanto rideva, ma di quel suo riso atono, che gli afferrava soltanto
la bocca e la obliquava in una smorfia sinistra; un riso metallico,
breve, aspro, che gli stringeva la gola come una mano ruvida e ne traeva
un corto singhiozzo.
In certi momenti non si poteva impedirgli di parlare, affinchè non desse
in ismanie.
-- Sì, padre. La sposo per aver fatto un sogno. Un sogno che faccio quasi
ogni notte, in questa primavera. Mentre dormo, la porta si apre; lei
entra; è veramente lei, quasi nuda, con i capelli arruffati, e ride.
Ride; poi si dondola nella camicia da notte come una cosa molle... Mi
dice: -- Hai chiamato, Marcuccio? -- Sono qui. -- S’avvicina, mi tocca; io
soffoco. Butto via la coltre, le dico: -- Entra nel letto. -- Non vuole,
ma ride. Ride e si china... Sento che ha un odore forte, come una donna
nuda. -- Guarda, -- mi dice: -- sono bella? -- Sì, Berta, sei bella. -- Poi,
se la voglio, fugge. E si dondola nella camicia da notte come una cosa
molle...
Si mise a ridere sguaiatamente:
-- Vedi? anche ora fugge.
-- Marcuccio, -- lo implorò il padre, -- vieni con me; discorreremo noi due
soli.
E cercò di trascinarlo via per un braccio. Ma egli resisteva, caparbio.
-- Padre, tu forse non comprendi che sono innamorato.
Allora Maria Dora scoppiò a ridere, esclamando:
-- Uh! uh... Marcuccio innamorato!
-- Perchè ridi, sorellastra?
-- Certo che rido, -- ella rispose. -- Perchè tu puoi sposare una ragazza
bella e pulita, mentre la Berta puzza di cazzeruole... È unta!
-- Sorellastra, ti dico: tutto puzza e tutto non puzza, secondo che un
odore piace o non piace. Siccome sei maligna, alle mie nozze tu non
verrai. La Berta sarà vestita di bianco, io di nero, e tutti gli
invitati porteranno un cero come nelle processioni. Farò suonare le
campane, a stormo. Sorellastra, se mi regalerai un anello d’oro, con
cinque brillanti, allora ti perdonerò.
Andrea sopravvenne in quel momento e si fermò all’udire que’ discorsi.
Ma súbito interruppe lo scemo con una voce piena di potere:
-- Marcuccio, che stramberie vai dicendo?
-- E voi, Andrea, -- seguitava lo scemo senza dargli retta, -- voi, Andrea,
nel giorno delle mie nozze, direte a tutti: -- Quest’uomo che si sposa è
Marcuccio Landi, poeta, filosofo e musicista. Mettetevi a ginocchi e
riveritelo: egli è grande!
-- Io dirò a tutti, -- esclamò Andrea: -- Quest’uomo che si sposa non è
affatto grande, perchè invece di dedicarsi al suo lavoro perde il tempo
dietro le sottane. Così non avrà nessuna gloria.
Egli diceva queste parole fermamente, come le avrebbe rivolte ad un uomo
sano d’intelletto, ed affrontava lo scemo con tutta la violenza del suo
sguardo insostenibile.
Una bianca ed umile paura si dipinse tosto nel viso di costui ed il suo
sguardo si fece errante sotto la dominazione di quell’occhio più forte.
-- Non direte questo... -- balbettò, con una specie di terrore.
-- Lo dirò certamente, se non abbandoni questo pensiero assurdo.
-- Maestro... -- fece smarritamente lo scemo, -- maestro... e in tal caso,
l’amore?
-- L’amore? -- esclamò Andrea nervosamente, con una rapidità quasi
iraconda. -- L’amore non è che un perditempo! Cerca di saper farne a
meno, anzi di persuaderti che l’amore non c’è!
Lo scemo dovette meditare su queste parole; poi gli parve d’aver
compreso.
-- E voi, -- domandò lentamente, -- voi non amate?
Quasi urtato in pieno petto dalla domanda inattesa, che aveva, o gli
parve, un non so che di proditorio, Andrea Ferento ebbe un sussulto
impercettibile, rovesciò la fronte all’indietro con quell’atto imperioso
ch’era in lui abituale quando voleva resistere o comandare.
-- Io, -- disse con asprezza, come se la domanda non gli venisse dallo
scemo e non a lui dovesse rispondere, -- io non ho amato che una sola
cosa nel mondo: la mia opera; e ciò basta.
Poi traversò quasi con impeto la stanza, e preso lo scemo per un polso,
fortemente lo accompagnò verso l’uscio. Da lui Marcuccio si lasciava
condurre con una docilità quasi pecorile, senza osare mai di
contraddirlo, perchè nel suo sperso intelletto non dominava che una sola
fissazione: quella di potergli assomigliare.
Aveva con ardenti sogni amato la gloria nella sua giovinezza dedita alle
fatiche più nobili dell’ingegno, e questa gloria ch’era stata la sua
lontana amante, il suo fantastico sole, continuava ora a perseguitarlo
con tentazioni assurde, a riaccendere di eroiche imprese la sua demenza
mansueta.
Papà Stefano si era seduto sopra una seggiola, e raccoltasi la fronte
nella mano, meditava dolorosamente su la pietà che gl’ispirava il suo
figlio. Ogni tanto scoteva il capo e si ricacciava la commozione in
gola, mordendo la pipa spenta, che lo impolverava di cenere. Di
sventure, nella sua lunga vita, ne aveva sopportate assai, con quel
coraggio paziente che l’anima dei semplici sa radunare contro la
sciagura; ma questa, che gli aveva distrutto nel fiore dell’età il suo
figlio adolescente, questa non la poteva tollerare per quanta
rassegnazione avesse nel suo cuor di cristiano.
Finchè Marcuccio se ne stava zitto, faceva la calza, scriveva o
camminava per la casa come un automa, traendo dal suo violino, sempre,
sempre, quella medesima canzone, ch’era divenuta per tutti quasi un
incubo superstizioso, il padre non malediva la sorte, si contentava di
guardarlo con occhi tristi e scuotere silenziosamente il capo. Ma quando
l’udiva imbastire insieme, con una voce monocorde, que’ suoi lunghi
discorsi incoerenti, che tradivano il cervello senza governo, e poi
finivan per lo più in una risata stridula, che faceva male come un colpo
di frusta, il padre talvolta non sapeva più contenere la piena del suo
dolore taciturno.
Dopo una lunga pausa, il vecchio disse alla figlia:
-- Maria Dora, va piano piano a vedere cosa fa.
La fanciulla si levò in silenzio dalla poltrona dov’era seduta a
ricamare, e camminando con lievi passi uscì per andarlo a spiare. Poco
dopo fu di ritorno, con la medesima cautela, e rispose, facendone
l’atto:
-- Scrive.
Poi, senza guardare Andrea, sedette di nuovo nella poltrona, presso
l’infermo, ed abbassò il capo sul ricamo che aveva incominciato.
Ora non parlavano più; tutti e quattro, in quel silenzio parvero stare
in ascolto, forse d’una lor intima voce che ad ognuno lasciasse cadere,
come pietre sul cuore, un peso di sillabe lente. Ascoltavano, ed ognuno,
tacendo, in quella sera piena d’ambiguità, ricamava sul proprio telaio
una trama invisibile di pensieri. Per l’uscio aperto si udiva giungere
quel rumore familiare che fanno le stoviglie, le argenterie, quando
s’apparecchia la tavola.
E il giorno, fuori, diminuiva. Il sole, come un largo tappeto, si
ritraeva dalla terra umida, strisciava sul fogliame degli alberi, sui
tetti più alti, sui vertici delle colline. Veramente a guisa di un
tappeto che il crepuscolo andasse arrotolando, sollevava nell’atmosfera
limpida qualche soffio di polvere voluminosa, che lentamente scendeva,
cadeva, prima impalpabile, poi folta, sopra i contorni delle cose.
Gli alberi si vestivan di buio, come se il vento li avvolgesse d’un
torbido fumo. Non era puranco l’ora delle campane: un grande silenzio
veniva dalla terra circostante, un silenzio quasi religioso, che
affaticava la loro sensibilità.
V
Quando furono in fondo al giardino, ella si strinse a lui con tutta la
persona e gli cercò la bocca.
-- Bada... -- egli disse impaurito; -- non qui!
La sera già folta li nascondeva; ma erano più che mai timorosi, più che
mai sperduti d’amore e di terrore, mentre il destino si compiva in ogni
attimo, con una irremediabile celerità. Egli si tese in ascolto, poi
l’attrasse dietro un alto cespuglio che faceva quasi una nicchia, dove
nessuno li avrebbe scorti.
Che buon odore di menta selvatica veniva dall’umida erba in quella sera
scintillante! La terra satura esalava il suo respiro profumato,
quasichè, nella propizia ombra, godesse la carezza d’un amante e quel
soverchio profumo fosse l’effluvio della sua nascosta voluttà.
Là dietro, per l’intrico dei rami, si vedeva la casa biancheggiare con
tutte le finestre chiuse, tranne una, che splendeva, ma d’un lume
vacillante, quasi già vi ardesse il chiarore d’una lampada funeraria e
l’anima dell’abitatore addormentato stesse di là per evadere nella notte
grande. Non osavan guardare lassù, a quella sola finestra rischiarata,
poichè, dietro la trasparenza dei vetri, vedevano la vasta camera
taciturna, greve di morbo, densa di ombre fluttuanti, la camera ond’eran
usciti poco prima, a breve distanza l’un dall’altro, cauti, su la punta
dei piedi, per non interrompere quel sonno troppo lieve.
Oh, come sono diverse le finestre che splendono di notte nella facciata
d’una casa buia! Sonvene, per chi cammina e le vede passando, alcune che
fanno invidia, che dànno quasi uno scoramento indicibile, una specie di
triste gelosia verso la gioia che rischiarano. Sole, nell’alta notte,
nell’alto silenzio, brillano d’una luce impudica, irruenta, ilare, che
somiglia quasi ad uno scoppio di riso, che somiglia quasi alla
bianchezza d’una nudità, -- e sono le finestre dell’amore; ma dell’amore
giovine, che non rifugia nell’ombra le sue colpe, che non ha paura della
propria felicità.
E sonvene di più velate, dalle quali pertugia insidiosamente un chiaror
soffocato, che paiono dire a chi passa: -- «Férmati e ascolta; non senti
venire per l’aria un ánsito di voluttà? Siamo due soli e nascosti, e
siamo accesi d’una febbre taciturna, che istilla quasi un veleno sottile
nel sapore d’ogni bacio...» -- E sono le finestre dell’amore; ma
dell’amore già perverso, che si ubbriaca di filtri e sóffoca il suo
grido nella coltre contaminata. Poi talune che vegliano solitarie, con
una lampada immota, e sembrano rischiarare l’insonnia d’un’attesa, --
d’un’attesa lunga ed inutile, o il mormorio d’una preghiera, -- d’una
preghiera fatta per l’assente, che forse non tornerà -- o la stanchezza
d’una mano che scrive, che scrive senza mai fermarsi, che scrive senza
mai rileggere, al suo sogno lontano, al suo lontano amore...
Poi talune, che sembrano illuminarsi d’un tratto, per una paura
subitanea, per un dramma notturno, con ombre che s’avvicendano
repentine, come se vi fosse nella camera un tramestìo di gente, che va,
che viene, che parla concitata... Poi altre, le quali sembrano tenebrose
della lor luce, come sono quelle fiammelle ad olio che bruciano davanti
ai tabernacoli, in certe abbazìe di campagna, le sere d’autunno, dopo il
vespero, quando le chiese dei poveri si émpiono di preghiera e di
malinconia...
Sono finestre semispente, che hanno un colore; nessuna ombra si muove
nel loro fondo opaco; nessun romore viene dalla lor immobilità; ma solo
una specie di brivido che si prolunga nella notte, che si propaga nel
buio, con disperata tristezza. -- E sono le finestre segnate, su le
quali, perchè si spengano del tutto, soffierà la morte...
Assaliti così da quel brivido, e pur indugiando nel bacio che li colmava
d’oblìo, essi rividero la faccia supina dell’infermo, affondata nel
guanciale, che apriva gli occhi senza muoversi ed in quel bacio li
guardava. Sebbene avesse le fattezze del cadavere già scolpite sotto la
pelle trasparente, li guardava cupo e fiso, per infondere uno spavento
inesorabile nel loro inesorabile amore.
Egli disse a lei, che s’annidava nelle sue braccia, e lo disse come per
esprimere quella imprecisa paura:
-- Non odi?
-- Che?
-- Un rumore...
Ascoltarono.
Tutto il giardino dormiva. Solo, tra ramo e ramo, tra foglia e foglia,
qualche rapido crepitìo, qualche sussulto fugace interrompeva l’odorato
silenzio, metteva nell’ombra effusa di chiaror lunare un risveglio pieno
d’ambiguità. Su la terra, nell’impenetrabile intrico dell’erbe, si
agitavano vite furtive; in alto, fra i tacenti nidi, sotto le volte
sonore dei padiglioni arborei, gli sciami notturni come orchestre in
sordina aliavano senza tregua producendo un indefesso ronzìo. Laggiù,
nella vasca, lo zampillo tenuto basso pullulava piano piano, scorrendo
in un rivolo quieto che non sciacquava, ed ogni tanto interrompendosi
come per riprender lena. Ad intervalli vi si udiva uno schianto: era
forse una ranocchia, od un rospo, che dal margine vi saltava dentro, sul
ventre piatto. Dai piccoli sentieri, fra i cespugli, sbucava un odore
intenso di fioriture nascoste; poi d’improvviso, nell’inclinar del
vento, la fragranza del maggengo non mietuto, che arruffandosi ad ogni
folata prolungava per i campi una sonorità non dissimile dal tintinnìo
d’un metallo, e in vicinanza, in lontananza diminuiva, come uno strepito
di verghe d’argento.
Senza parlarle, quasi con ira, egli appoggiò contro la sua fronte una
mano fredda, e piegatole il capo all’indietro si curvò su lei, come se
lo struggesse la tentazione di dirle una parola terribile, di confidarle
un segreto immane, ma volesse prima leggere ne’ suoi femminili occhi se
aveva una così forte anima da poterne contenere in sè la tragica
violenza.
-- Ascóltami, -- egli disse, con voce sorda, che pareva il rombo d’una
soverchia fatica interiore, -- ascóltami, Novella, e médita bene prima di
rispondere.
Poi fece una pausa ed accrebbe la lentezza delle sue parole. Domandò: --
Fino a che punto puoi amare un uomo?
-- Non un uomo -- ella fece, con perdizione, -- te solo, te solo...
-- Non mi rispondere così, a fior di labbro. Interroga bene te stessa.
Troppe volte si confonde l’amore con l’esasperazione dei sensi, e troppe
volte l’amore ha paura di sè stesso, quando lo risveglia un pericolo
ch’esso non prevedeva.
-- No, -- ella disse, -- non c’è risveglio, non c’è limite...
-- Ma vi può essere, -- egli rispose, premendo col palmo su le radici de’
suoi capelli scintillanti, -- vi può essere un’altra cosa che tu non
sai... -- E sordamente, senza un tremito nei diritti occhi, soggiunse: --
La disperazione.
Ella stava un po’ curva all’indietro, piegata su le reni, ed oscillò. Ma
il braccio dell’amante la reggeva per la cintura, onde non fu che un
peso più greve contro la sua forza. Ismemorata, come se non potesse bene
afferrare il senso di quelle sue parole, ma tuttavia ne rabbrividisse:
-- La disperazione?... -- balbettò. -- Che dici?
E gli andava serrando le braccia con le mani trepide, come se cercasse
in lui contro lui stesso un aiuto. -- Che vuoi dire? Perchè mi parli a
questo modo? Io non so nulla, non so nulla... ma ti amo...
Diceva questo con una semplicità, con una sincerità che soverchiava ogni
ragionamento; pareva che gli volesse rispondere: -- Perchè m’interroghi?
perchè mi tormenti? perchè cerchi di esagitare in me fantasmi che non
conosco? Ti amo... Non c’è forse tutto in questa parola? A che scopo
vuoi saper oltre?... La disperazione?... ma è una sola: Non essere tua.
Ecco, ti rispondo: Essere tua fin dove tu voglia, e come e fin quando a
te piaccia. Divenire un oggetto minuscolo, inerte, nel dominio della tua
forza: null’altro. Ed è questo, non ti sembra? l’amore...
Così ella pareva dirgli con quelle parole semplici, ed egli se ne rese
ben conto. Anzi misurò per un attimo lo sfondo senza limiti dell’anima
femminile, anima che sfugge alla comprensione dell’uomo nè sopporta
l’altrui e meno ancora la sua propria vigilanza. Ond’egli pensò ch’era
oltremodo vano tormentare con tante ricerche il suo docile cuore.
A sè stesso, più che a lei, mormorò due parole rapide, vicino alla sua
bocca: -- «Non ancora».
«Non ancora. Tu hai diritto alla mia mercede, povera creatura, perchè
sei meno forte, e perchè mi ami. Io solo soffrirò per entrambi: -- io
solo».
Subitamente, quell’odore della sua bocca lo sconvolse. Più forte che
l’aroma della notte primaverile, più forte che l’olezzo del giardino
ebbro, vaporante come un incensiere, su lui potè l’odore femineo di
quella sua bocca soavissima, di quelle sue labbra socchiuse, appena
umide, che avevano sete, che avevano involontariamente la forma ed il
sapore d’un bacio, ch’erano più lascive di una forma ignuda, più nude
che la nudità. Allora vide, intorno a’ suoi occhi abbassati, le ciglia
luminose tessere due piccoli semicerchi d’oro, e vide la sua pelle, su
le gote, sul collo imbiondire per una vellutatura ch’eravi cosparsa,
limpida, scintillante come l’oro.
E vide nella sua gola riversa accumularsi un’ombra che tutta la vestiva,
come un manto sotto il quale fosse nuda, e sentì che il suo petto gonfio
colmava lo spazio fra loro, trasalendo ad ogni respiro, come fa un
ventre femineo quando assorbe la voluttà...
Brillava una finestra, una sola, ma fosca, nella casa buia; e fra i
meandri del giardino addormentato egli la portò a giacere su l’erbe che
fiorivano, come sopra una coltre viva, in un letto fragrante.
Il vento, delle praterie sonore, portava lo strepito del maggengo non
mietuto, che in vicinanza, in lontananza diminuiva, come un clamore di
verghe d’argento.
VI
-- Natalissa! Natalissa, vieni su!
Era la voce di Maria Dora che chiamava dall’alto del giardino,
affacciandosi al terrazzo, fra le spalliere dei gerani rampicanti, che
fiorivano a mazzi d’ogni colore, nascondendo sotto un magnifico tappeto
vivo tutto il muro della scalinata.
-- Corri, Natalissa, corri!
La bambinetta era in fondo al giardino, aveva nel grembiule un fascio di
ramoscelli, che suo padre mondava dall’aiuole troppo folte.
-- Lascia giù quella roba, e corri, Natalissa!
Con una certa cura la bambinetta vuotò il grembiule sul margine del
prato, fece in modo che il suo fascio non si disperdesse, poi cominciò a
correre. Aveva in testa un cappello di paglia che la copriva come un
ombrellone, ma il sole tuttavia l’aveva morata come una bacca selvatica.
-- Signorina Maria, che vuole? -- diss’ella con quel suo modo garbato di
donnicciuola grande, la quale sappia il fatto suo.
-- Bisogna che tu corra sùbito in paese a cercare il dottor Paolieri, e
dovunque si trovi, che venga su di filato, ma sùbito, e venga pure se
fosse occupato, perchè il signor Giorgio sta male... sai, piccina: molto
male.
-- Oh, poveretto! -- esclamò la bimba senza riflettere. -- Ma, e se non lo
trovo?
-- Cércalo, cércalo dappertutto; dillo al farmacista, dillo a tutti
quelli che incontri, e manda persone in giro finchè l’abbiano trovato.
Poi non rimase a discuter oltre; tornò dentro frettolosa, gridando
ancora una volta:
-- Corri, Natalissa!
Ma questa, nella sua testolina ragionevole, non poteva persuadersi di
quella necessità.
-- Come mai? Hanno un dottore in casa... che bisogno c’è del Paolieri,
quello che cura i poveri?
Tuttavia si mise a correre, come le avevan detto, poichè era ubbidiente.
Intanto, sul primo pianerottolo della scala, Maria Dora vide qualcosa
che la percosse d’un grande stupore. Novella era nel corridoio, diritta
contro la parete, a pochi passi dalla camera di Giorgio; pareva in croce
contro il muro, con le spalle oppresse come dal peso di una fatica
interiore, le braccia un po’ discoste dai fianchi, le mani aperte, quasi
aderenti all’intónaco, e tutta bianca nel viso d’un pallore che alterava
le sue fattezze. Non solo, ma nel medesimo tempo aveva intravveduto
Andrea sparire di lì, entrar per una porta, uscirne, tornare, quasichè
non avesse potuto nascondersi a tempo. Era passato davanti a lei che
saliva, senza guardarla, senza forse vederla, con gli occhi stranamente
esagitati, i capelli che parevan irti. Ed in entrambe quelle facce un
non so che di malvagio, di folle, una specie di tragica simiglianza.
Ella vide questo, e si fermò davanti alla sorella, senza trovare il
coraggio di parlarle. Ma questa non fece il più piccolo movimento, e
rimase con gli occhi sbarrati, le mani aperte, quasi crocifissa contro
il muro.
-- È strano, -- pensò Maria Dora; -- ogni volta che Andrea torna dalla
città, Giorgio si aggrava...
Tutta la casa era sossopra; nella camera del malato i familiari si
affacendavano; la Berta ne usciva ogni tanto, in punta di piedi,
strisciando su le pantofole di feltro, facendo tutto quello che le si
ordinava. Ora passava con una bottiglietta, or con una pentola d’acqua
bollente; poi venne fuori papà Stefano e si mise a chiamare con voce
soffocata:
-- Andrea...
Maria Dora prese una mano della sorella e dolcemente le domandò: -- Che
hai?
Novella strinse la sua mano, forte, forte, senza rispondere; gli occhi
le brillavano, accesi d’una febbre che ne consumava il pianto. Allora,
levando il capo verso l’altro pianerottolo, Maria Dora vide il suo
fratello Marcuccio, seduto su l’ultimo scalino, fermo come un cane
accucciato, e che guardava in aria, con le pupille fisse, ascoltando.
Aveva il suo violino su le ginocchia, l’archetto nel pugno, e senza
batter ciglio, con ferma intensità, pareva tutto assorto nell’ascoltare
un lontano rumore di avvenimenti, una confusa voce che parlasse con lui
solo.
Vedendo la casa in tumulto, guidato forse dall’istinto, era venuto egli
pure su quella scala, presso la camera dell’infermo, dove non entrava
mai.
-- Andrea, Andrea... -- ripeteva la voce del padre.
-- Ebbene? -- disse questi, apparendo su l’angolo del corridoio.
C’era in lui una specie di convulsione ferma, che la tensione de’ suoi
nervi dominava a stento.
-- Non posso fargli più nulla, -- disse con voce rapida.
Aveva tra i sopraccigli una ruga profonda.
-- Ma... ràntola... -- balbettò Stefano.
Andrea rovesciò indietro il capo, con una specie d’urto che scosse tutta
la sua persona:
-- Lasciàtelo stare. O la crisi passa, o questa volta è finita.
Ripetè ancora, con una voce più sorda: -- È finita.
E cominciò a camminare velocemente, in sù, in giù, davanti all’uscio
dell’infermo. I suoi passi facevano romore; il pianerottolo ne
traballava; la ringhiera scossa mandava una specie di ronzìo.
Poi si fermò di scatto:
-- Viene questo medico?
-- Sì, -- rispose Maria Dora timidamente.
-- Che viene a fare?
-- Mi avete detto voi di chiamarlo... voi stesso, poco fa...
-- Sì, è vero: l’ho detto io. -- Fece una pausa: -- Bene, venga!
Di nuovo si mise a camminare, più rapido, con maggiore concitazione.
Gli occhi di Novella inseguivano ogni suo gesto, ogni sua mossa, quasi
fossero ammaliati; ed egli non la guardava mai; non guardava nessuno.
Dalla stanza dell’infermo uscì mamma Francesca, e piangeva. Mormorò:
-- Bisogna salvarlo...
Poi carezzava la fronte della figlia maggiore, dicendole:
-- Ti senti male, è vero, povero cuore?...
-- Sì, mamma, così male!...
Ma la Berta, ch’era per un momento rimasta sola con il malato, scappò
fuori quasi correndo, bianca di paura.
-- Oh, la sciocca! -- fece Stefano, vedendo la sua pavidità.
Ora, quel giorno, Marcuccio la odiava. Per non guardarla, o forse per
dispregio, col dosso della mano in cui teneva l’archetto si coverse gli
occhi, fin quando fu passata.
Macchinalmente Andrea guardò l’ora. Disse:
-- Le tre. Non piangete, Novella! vi prego, vi prego non piangete!...
E risolutamente varcò la soglia, dietro la quale stava il moribondo; la
soglia buia che segnava quasi un limite.
Allora, in quella penombra, da solo, Andrea s’avvicinò al letto nel
quale stava disteso il malato inconoscibile; si curvò leggermente per
ascoltarlo, e rimase immoto. In quella breve distanza, dal limitare al
letto, nello sforzo enorme che aveva dovuto compiere sopra sè stesso,
l’incubo del suo spirito si era dissipato come per incanto; una gran
pace gli entrava nel cuore: piuttosto che pace era una lucida
insensibilità.
Lo guardava, lo poteva guardare senza tremarne. Non era più che la
squallida ombra d’un uomo, in cui persisteva tenacemente una fievole
vita.
E il medico pensò: -- «Una crisi. Non sarà l’ultima. Ora è già quasi
domata. Passa.»
Avrebbe voluto anche toccarlo, tastargli le tempie, i polsi, il cuore, --
ma le sue proprie mani, involontariamente, si rifiutarono. Allora tese
l’orecchio: il respiro fluiva più uguale nonostante il fiochissimo
rántolo, nonostante la viscida saliva che gli schiumava tra le labbra.
E il medico pensò: -- «Fra poco gli si potrebbe fare un’altra iniezione
di caffeina; il cuore ha già ripreso un po’ di forza.»
E vedeva con l’occhio esperto riaccendersi la vita nell’esausto cuore.
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