il segnale: si combatterebbe. Un odio furente lo accaniva contro tutti
coloro che avevan osato trattarlo come un uomo. Nell’ardore della
contesa, in lui si riaccendevano tutti gli istinti feroci ed imperiosi
che facevano di questo apostolo d’idee un selvaggio dominatore di
uomini.
D’altronde, in quella sera, egli sentiva che la battaglia stava per
esser vinta. I medici preposti alla necroscopìa eran tre uomini dei
quali conosceva tutti gli errori professionali, tutte le ambizioni
private, come un padrone conosce le pecche de’ suoi domestici; nè per
coscienza propria nè per istigazione d’altri, mai avrebber osato
accertare a suo danno la prova, ch’era d’altronde inaccertabile.
Ognuno sentiva oscuramente che Andrea Ferento non verrebbe tradotto in
Corte d’Assise, e quelli stessi che si cullavano in tale speranza, eran
tuttavia trattenuti dallo smascherarsi per tema della sua vendetta. Lo
sapevano potente, e sapevano che i potenti non sono mai soli.
Eppure, quanto numero di acerbe invidie non sentiva egli strisciare
dietro il suo passo tranquillo, pronte a sibilare, a mordere, quando
appena lo vedessero inginocchiato! Invidie non solo politiche, ma
professionali e private; subdoli rancori di uomini mediocri, ai quali
era passato dinanzi, troppo fulgido, nel cammino della vita, e che ora
speravano con silenziosa viltà di vederlo per sempre abbattuto nella
polvere.
Ben lo sapeva, ed era con un senso d’orgoglio intimo ch’egli sentiva
battere contro la sua dura forza questo impossente furore. Forse nella
sua Clinica stessa, nell’Ateneo medesimo dove insegnava, tutta una
rivalità che non poteva sperare di sorpassarlo altrimenti, era in attesa
del colpo mortale che lo ferisse in pieno cuore. Quanti Salvatore
Donadei, grandi o piccoli, non vivevano intorno al suo cerchio di
splendore, camuffati e silenziosi, fino al giorno in cui potessero
togliersi via la maschera!
Ma uno solo aveva osato per tutti. Aveva osato con un coraggio
inconsulto e precipitoso, giocando a sua volta una posta ben grave, per
un uomo com’era il Donadei, pieno di accortezza, di cautela e
d’impostura. La passione lo aveva sopraffatto; si era sentito sicuro di
poter guidare un assalto irresistibile, e senza timore alcuno aveva
bruciato i ponti dietro di sè.
Nel muovere questa guerra, egli contava senza dubbio su vaste
complicità, su poderose alleanze; ma era ugualmente fuor di dubbio che
l’estensore degli articoli firmati «Ergo» non aveva quasi nemmeno tenuto
conto di quella prudenza elementare, che sempre ágita davanti agli occhi
degli accusatori e dei polemisti gli articoli del Codice Penale intorno
alla diffamazione. Gettando il dado, Salvatore Donadei dava il suo
nemico per morto.
In verità s’era troppo affidato alle testimonianze del medico Paolieri e
di alcuni fra quelli che avevano veduto il cadavere del Fiesco. Era
forse rimasto così stupefatto di questa possibilità inattesa, che
l’aveva súbito accettata, non senza discuterla, ma parteggiando per
essa, ben certo che un’accusa di tal genere, o vera nei fatti, o
soltanto verisimile, dovesse riuscir bastevole a pugnalare in pieno
petto un uomo come Andrea Ferento.
Non aveva dunque troppo indugiato nell’esaminare se questi fosse
colpevole davvero; gli bastava che a rigor di legge una simile
colpevolezza potesse venirgli imputata; gli bastava di poter finalmente
radunare contro lui tutta l’ira della sua parte, trascinarlo giù
dall’altare, mettere alla gogna la sua storia d’amore.
Quell’uomo era stato il fantasma nero della sua vita. Salvatore Donadei
credeva di combattere per un’idea sua propria, mentre in verità non
faceva che combattere contro le idee dell’altro; supponeva di avere
un’ambizione sua propria, la quale non era nata invece che dal desiderio
di misurarsi con la potenza dell’altro; e sopra tutto l’odiava, perchè
il Ferento, invece di raccogliere la sua sfida, non si era mai curato
d’altro che di squassarlo da sè come un piccolo avversario importuno.
Con l’andar degli anni quest’odio aveva preso in lui così profonde
radici, che avrebbe dato la sua fede, il suo giornale, il suo denaro, e
perfino i suoi figli, per il piacere di calpestarlo senza remissione con
la sua fredda ira, come si tenta spegnere coi piedi la fiamma di una
lampada rovesciata. Giunta l’ora in cui tutto ciò gli parve possibile,
questo uomo cauto e pieno d’insidie si lasciò quasi ubbriacare dalla sua
crudele speranza.
Dal giorno in cui Tancredo ed il Metello eran venuti a proporgli quel
terribile mercato, egli non si era più concesso un attimo di pace. Aveva
tramato, congiurato, subornati o fatti subornare testimoni, s’era
accaparrato a forza di denaro una parte della stampa ed aveva messa in
opera tutta la sua potenza d’uomo politico, di giornalista, di capo d’un
numeroso partito, finchè suonata gli parve l’ora di dar fuoco alle
polveri e scatenare nella piazza la congiura tessuta nell’ombra.
E, se Andrea Ferento non fosse stato che un platonico banditore d’idee
od un eroico cercatore di verità, esiliatosi fuor dal mondo, costoro,
senza dubbio, per il lor numero e la potenza grande che ancora il
pregiudizio esercita sopra la terra, costoro lo avrebber vinto con
facilità. Ma in Andrea Ferento v’era un uomo altresì che amava la
potenza per sè stessa, v’era il partigiano accanito che sapeva l’arte
imperatoria del guidar le fazioni, e sapeva che al di sopra di tutte le
forze radunate in mano dei poteri sociali, v’è sempre stata e sempre
dominerà la violenza d’un uomo solo.
Oh, quanto nel suo spirito beffardo egli derideva coloro che si
aspettavano di veder lui, Andrea Ferento, semiconfesso e pavido sui
banchi d’una Corte d’Assise! Credevano dunque che per tanti anni egli
avesse investigata la materia invano? che per tanti anni avesse dalla
sua cattedra bandita l’ultima parola delle scienze positive, per doversi
ridurre, quando gli fosse mestieri sopprimere, ad iniettare nelle vene
della sua vittima qualcosa che tre chimici dozzinali potessero poi
raccogliere nei loro suggellati specilli? Ma no! ma no!... egli aveva
disciplinato il suo delitto come si disciplina un esperimento
scientifico, e la natura è ben più vasta che non suppongano gli sbadati
farmacisti o gli avvelenatori da suburbio che solo confidano sopra il
silenzio delle tombe. Non lui, che si chiamava Andrea Ferento, ch’era il
più dotto e prodigioso fra gli scienziati d’Europa, non lui che aveva
per giorni e settimane fatto progredire il suo delitto, a grado a grado,
indisturbatamente, col pieno potere che gli veniva dalla sua coraggiosa
libertà.
Per un istante infatti egli aveva temuta, non la giustizia degli uomini,
ma l’onnipotenza dei partiti che si collegavano contro lui, capaci senza
dubbio di subornare un giudice, di dettare ai periti un responso
dubbioso e per tal modo trascinarlo in Corte d’Assise, od anche mandarlo
assolto per non provata reità. Era quello che tuttavia bastava per
distruggere in un sol giorno la sua magnifica vita.
Ma davanti al pericolo egli aveva ritrovato con una prontezza
meravigliosa il suo posto di battaglia e la memoria strategica dell’uomo
che in altri tempi aveva camminato alla conquista del potere.
Ormai, se da una parte operavan sul giudice istigazioni potenti, egli ne
faceva esercitare altre più incontrastabili; se poteva esservi nella
designazione dei periti un intento recondito, egli era giunto a far
cadere questa scelta su persone che avrebbero dovuto resistere a
qualsiasi adescamento; se una parte della stampa lo aveva nei primi
giorni assalito con furia, man mano egli era giunto a far piovere
dall’alto certi minacciosi avvertimenti, che persuadevano i Direttori ad
imbrigliare i più focosi retori; e frattanto egli allestiva con una
pazienza, con una minuzia da certosino, la querela di diffamazione che
avrebbe chiaramente dimostrato i pericoli del firmarsi «Ergo» alla dolce
pecorella cristiana che si chiamava Salvatore Donadei.
Egli sapeva bene che per le grandi cause occorrono grandi avvocati, e
giornalmente passava un paio d’ore nello studio del senatore Ippolito
Sandonato, l’oratore che piegava sotto il suo potere le Corti di
Giustizia, soggiogava l’alte Assemblee con la speciosa eloquenza del suo
discutere, il patrono che nonostante la tarda canizie rimaneva un uomo
di toga intrepido e focoso come un esordiente.
Incominciata la battaglia, non bisognava nè perdere nè vincere a metà;
nella tensione di nervi che il combattimento gli dava, la storia verace
del suo delitto aveva esulato lontano da lui, s’era quasi affondata
senza memoria nella buia tempesta del suo spirito.
Ora egli camminava leggermente, esagitando fra sè stesso le più remote
conseguenze di tutto quello che stava per accadere, ed anzi era
particolarmente gaio, per aver avuta in quel giorno un’idea felice, che
Ippolito Sandonato si accingeva per l’appunto a mettere in opera.
«Quel buon Tancredo Salvi... che aveva senza dubbio uno sviscerato amore
per la Giustizia, e doveva certo essere incorruttibile come un santo
monaco francescano...»
Camminava tra questi pensieri, e frattanto era giunto vicino alla sua
casa, quando, all’uscir dal vicolo nella diritta contrada, un clamore
confuso di voci, un accorrere di persone, subitamente lo fermarono.
Pochi passi lontano era la sua casa, l’ultima su l’angolo; più oltre, la
piazza con il porticato, che nereggiava di gente ferma, dalla quale
provenivano i clamori. Egli non poteva ben discernere nè udire, ma erano
i giornalai che gridavano a squarciagola una notizia inattesa e
vendevano a centinaia le copie de’ giornali, che la folla spiegava
concitatamente. Quasi nello stesso tempo, alle sue spalle, si levò un
simile clamore, e, vóltosi, vide accorrere cinque o sei strilloni,
rossi, rauchi, affannati, sotto il peso dei fasci che portavano,
inseguiti da una folla che li spogliava man mano del supplemento
stampato a grandi lettere. Gli passaron davanti come un’ondata, ed
allora udì.
Egli divenne orribilmente pallido, non volle credere a sè stesso, volse
in giro gli occhi ed aguzzò l’udito come per riafferrar quel grido.
-- «L’assassinio di Salvatore Donadei!... Supplemento all’-Epoca-!...
Supplemento al -Nuovo Giornale-!... L’assassinio di Salvatore
Donadei!...»
Non vide, non udì più nulla; un cerchio rosso, che si partiva dalle sue
stesse pupille, occupò la vuota órbita che gli roteava tutto
all’intorno... E sentì che il cuore gli batteva nel petto fino allo
schianto, ma non seppe se di gioia, d’ansia o di terrore, tanto gli
pareva che nel vortice improvviso del mondo si disperdesse come polvere
il senso di tutte le cose.
Poi si calmò. D’un tratto gli parve che la gente lo guardasse, anzi
guardasse lui solo, quasi già sospettandolo di questo nuovo delitto. La
morte gli si allacciava intorno come una compagna necessaria; ebbe
istintivamente voglia di volgersi, di fuggire... poi di cacciarsi
avanti, frammezzo a quella moltitudine e di gridare con tutto il suo
fiato: -- Non io! non io!...
Sopravvenivano altri giornalai; la strada fino al termine biancheggiava
di pagine spiegate. Macchinalmente anch’egli si cercò nelle tasche una
moneta, comprò il giornale, poi, quasi correndo, percorse la distanza
che lo separava dal suo portone, entrò difilato in mezzo alla gente che
l’ingombrava: si trovò nella corte. Un lampione ad acetilene rischiarava
il porticato facendo splendere la porta a vetri che chiudeva l’accesso
dello scalone.
Alcuni gli si fecero intorno; egli chiese distrattamente: -- Che è stato?
che è stato? -- e spiegò il giornale.
Allora, súbito, dette un urlo. Aveva letto in capo della colonna: --
«L’assassino è l’assistente di Andrea Ferento: Egidio Rosales.»
-- Ma no! ma no! ma no!... -- si mise a dir forte, mentre con gli occhi
leggeva, e mentre intorno a lui si andava stringendo un cerchio di
persone silenziose.
Ogni tanto egli le fissava con occhi esterrefatti, come per
interrogarle; poi di nuovo a leggere con avidità, con terrore.
La notizia era questa: poche ore innanzi, mentre Salvatore Donadei
scendeva dalla Redazione della -Crociata- insieme col suo capo
redattore, un giovine lo aveva subitamente affrontato sul marciapiede,
scaricandogli addosso tre colpi di rivoltella a bruciapelo e gridandogli
ad ogni colpo: -- Basta! basta! basta!
Ferito due volte nel petto, una volta nella fronte, il Donadei stramazzò
senza rispondere, morto.
L’aggressore gli gettò sopra l’arma fumante, si volse alla strada e
gridò:
-- Voleva uccidere un santo! Io l’ho vendicato!
E scomparve. Tutto questo in un baleno.
Dieci minuti più tardi, presentatosi al Commissario di Polizia, ripeteva
le stesse parole con una calma ed una fissità da ipnotizzato, poi
rimaneva immobile davanti alla scrivania del Commissario, stringendosi
con una mano il polso tremante, che aveva ucciso.
-- Il vostro nome?
-- Egidio Rosales. Ho ventisei anni, mio padre è morto; mia madre anche.
Sono il primo assistente di Andrea Ferento: a quest’uomo debbo tutto, e
non feci che assolvere un debito liberandolo dal suo nemico.
-- Conoscevate l’onorevole Donadei?
-- No.
-- Sapete che è morto?
-- Lo so, e volevo che morisse.
Non un muscolo, non una linea trasaliva nella sua delicata faccia
pallida; solamente le pupille, che parevano aver perduta ogni virtù di
espressione, bruciavan d’un fuoco fermo e s’affondavano sempre più nelle
profonde órbite.
Allora il Ferento, con impeto, ruppe il cerchio delle persone ch’erano
intorno, uscì fuori, balzò in una vettura, corse al Commissariato di
Polizia.
-- Voglio vederlo, súbito, súbito... vederlo!
Il Commissario lo fece chiamare nel suo gabinetto. Il Rosales entrò, in
mezzo a due questurini, pallido, con il bavero alzato. Nella sua chiara
fronte, ne’ suoi femminili occhi splendeva una estatica serenità.
Con un atto paterno e disperato il Ferento gli si buttò incontro, quasi
volesse tentare di strapparlo a’ suoi carcerieri, a quelle due guardie
impassibili, ferme, agghindate nell’uniforme dalle bottoniere
luccicanti.
-- Rosales! figliuolo mio! che avete fatto? Che avete fatto, per
carità?!...
Ma questi non rispose; un tremito convulso gli agitò le spalle, gli fece
brillare intorno al mento la tenue barba bionda; poi si lasciò cadere a
piè del suo maestro, e singhiozzando avvinghiò le braccia intorno alle
sue ginocchia.
-- Perdono! perdono... -- balbettava; -- ma non era più possibile che
Lei...
Andrea Ferento lo sollevò da terra quasi con violenza, e come padre e
figlio, come fratello e fratello, que’ due uomini, fra i quali stava la
morte, insieme piansero abbracciati.
VIII
L’istruttoria si trascinò ancora per qualche tempo, finchè i periti
risposero con un giudizio fermamente negativo. Allora il giudice Niscemi
chiuse l’istruttoria e sottopose gli atti alla Camera di Consiglio, la
quale, frustrando la denunzia, addusse in favore del Ferento
l’inesistenza del reato.
Il cadavere dissepolto ritornò a dormire l’interrotto sonno in quel
piccolo cimitero di campagna, ove ormai gli sfioriti mazzi de’ papaveri
si piegavano con una specie d’ubbriachezza, dondolando su gli esili
steli, mentre qualche foglia gialla si metteva a correre di tomba in
tomba nelle folate crepuscolari.
Così era passata la bufera sul grande omicida, su l’anima sua di tiranno
e su l’insorgere tempestoso delle fazioni. Era passata e già si
disperdeva, come tutto si disperde nel mondo, in una nube di polvere, in
un’eco lontana e fievole che man mano la distanza confonde.
Nell’ora più tragica del combattimento un fanatico s’era gettato a
fronte bassa nella mischia per salvare il suo tragico maestro, ed anche
se un tal eroismo per avventura fosse stato inutile, allora come sempre
il mondo non poteva impedirsi d’ammirare queste barbare magnificenze.
Come il Ferento aveva creduto e voluto, la battaglia era vinta; vinta
senza riserve, ampiamente, crudelmente. Ora, poichè la strada era
sgombra, poteva camminar oltre, verso il domani vertiginoso. Si era
fatto amare abbastanza per trovare intorno a sè una falange di
partigiani, serrata e forte, che ovunque lo avrebbe difeso a spada
tratta, vita per vita; ormai non gli restava che godere il premio della
sua temeraria impunità.
Colpita nel cuore, la fazione avversaria s’era lasciata debellare
facilmente: egli poteva ora scegliere vendette come rose profumate in un
largo paniere. La folla, quella medesima folla ch’era insorta contro il
suo nome, ora l’applaudiva; persuasa o meno, egli era stato il più
forte; e ciò bastava perchè, secondo la logica della vita, il più forte
avesse anche ragione.
Era stata immolata una vittima per placare il dio della civile
discordia; dopo molto contorcersi, la città aveva bevuta per gli
interstizi del suo lastricato una fresca vena di sangue; l’epilogo era
nella morte: bastava.
Domani, con altre bandiere, si ricomincerebbe a guerreggiare; ma la
battaglia di ieri diventava una fredda pagina di storia morta, un nero
turbine che si allontanava nella immensa caligine delle cose finite. Su
l’avvenire degli uomini urgeva e pulsava il domani, che appartiene
sempre al vincitore ed è implacabilmente la disperazione del vinto.
Questo era vero nella breve battaglia fra due fuggenti uomini, com’è
vero nella storia dei popoli, nelle leggi fondamentali della vita, in
tutte le distruzioni, in tutte le creazioni della possibilità umana.
Egli era stato adunque il padrone del suo diritto imperatorio: aveva
ucciso, aveva costretto altri ad uccidere, e la folla soggiogata
l’applaudiva. Sopra il suo delitto non aveva trovato altro giudice che
sè.
Questo anarchico e questo santo alzava la sua rilucente potestà sopra i
divieti che sono la catena dei mediocri: s’era involto, calmo ed
inesorabile, in quel magnifico diritto che gli uomini titubanti avevano
decretato agli Dei.
Ma non soltanto sopra la scena mutevole della commedia umana era passata
ormai come polvere l’improvvisa bufera; non soltanto fuori da lui, ma
nel suo spirito stesso, era passata e lontanava.
Non più l’irosa voglia del combattere, non più la gioia sopraffacente
che si origina dalla coscienza del proprio potere; non più nemici, non
più giornate sospese nel dubbio del domani, non più l’accanimento
febbrile che gli occupava la veglia ed il sonno; ma invece una
stanchezza quasi vuota, una specie d’annientamento, un gorgo aperto
nell’essere, un’ala che ha volato troppo alto, ed ora cade, cade...
Non era neanche giunto alla pienezza della maturità; aveva trentotto
anni, e davanti a sè la vita, come una limpida libera strada. Era sicuro
d’aver battuto il buon cammino, d’aver distinto il bene dal male con
alti sensi, d’aver professata la propria coscienza con assoluta
sincerità. Se aveva peccato, era d’orgoglio, nel non credere agli altri,
nel volere col suo proprio dio; un dio prigioniero nella materia, che
nasceva e moriva con l’uomo. Persuaso di poter imprimere un segno anche
minimo nella storia della conoscenza umana, aveva intesa la vita come un
sacerdozio, e, sebbene ciò fosse dissimile dalla sua natura, la spendeva
con tenacità in una intensa e buona fatica.
Aveva eretta la Scienza a sola divinità della vita: era persuaso che il
-Dio lontano- fosse, fino ad un certo punto, il potere dell’uomo.
Per ciò bisognava, ed anzi era necessario, debellare con pugno fermo
l’ignoranza ed i pregiudizi millenari delle stirpi, vuotare dagl’idoli
marci le cloache del mondo.
La sua concezione della vita escludeva nel modo più scientifico tutto
quanto è miracolo, tutto quanto è rivelazione; escludeva il Dio perpetuo
ed immemorabile, che può non nascere nè morir con l’uomo.
Un giorno, in mezzo a tanto volo, gli era accaduto quello che accade
all’essere più comune: -- s’era innamorato, innamorato fino ad uccidere,
-- e non più d’un pensiero astratto, ma d’una creatura fugace, lieve,
bella, transitoria, d’una forma femminile che s’impadroniva del suo
mondo, che pareva radunare in sè le ragioni estreme della vita.
Il primo giorno che amò, la parola «uomo» gli parve d’improvviso
assumere un significato diverso; non peggiore, non migliore: diverso.
Gli parve che i confini della vita divenissero più angusti, ma più
definitivi, e si accorse di aver esclusi da ogni ammissibilità molti
principî dei quali non aveva dimostrata in alcun modo la inconsistenza.
L’immenso edificio spirituale, costrutto sul fragile telaio delle sue
verità positive, cigolava minacciando rovina per il semplice fatto d’una
uccisione e d’un amore. L’ultimo volo del suo pensiero temerario si
abbatteva esausto contro una parete insuperabile.
Un dubbio interamente soggettivo entrava così nel suo mondo spirituale,
poichè infatti, nell’ebbrezza della passione, il piccolo fenomeno della
sua propria vita ed il fenomeno parimenti fugace della creatura che
amava gli parvero d’un tratto essere divenuti la cosa più vasta, più
significante, nell’universo mondo. Non era più così necessario che la
materia opaca rivelasse all’indagatore il suo segreto essenziale, poichè
la materia possedeva in sè un mezzo per divinizzarsi, per soverchiare
con una specie di lirismo i suoi stessi confini, risvegliando nell’uomo
che passa tra i fugaci miracoli della terra un senso ulteriore del
mondo, il senso della universale divinità, «ciò che veramente è l’anima
delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»
Poteva darsi perciò che il suo delitto medesimo, il suo cánone
anarchico, sostenuto con tanta dialettica sottile, non fosse in fondo
che un atto barbaro dell’amore, non fosse in lui che un ritorno
immemorabile dell’uomo alle sue rapine primitive. Era una mente serena:
doveva pur contemplare, senza impaurirsene, anche questa possibilità.
E lo fece.
Cominciò a ricercare nelle origini, laggiù, dov’era nato l’amore,
laggiù, dove per la prima volta, con una tristezza paurosa e crudele,
aveva in sogno posseduta la moglie del suo fratello infermo,
accorgendosi nel medesimo tempo ch’ella era già ne’ suoi sensi, quando
ancora con l’animo ne rifuggiva, e l’amicizia era già morta, e la donna
era già sua, e la vita subitamente lo assaliva da tutte le parti con un
furore incontrastábile...
Sì, v’erano parole grandi e sante che il respiro d’una bocca poteva
disperdere. Ciò che aveva una meta erano i sensi; erano i sensi cupi,
necessari, violenti, che inveivano in lui quasi con un urlo, ed era,
oltre i sensi, qualcosa d’indomito che si levava dalle oscure profondità
del suo essere per avventarlo con ira, ma pieno insieme d’una convulsa
felicità, verso la dedizione di sè stesso nell’amore per un’altra
creatura, verso la continuazione di sè stesso nelle vene d’un’altra
creatura, nella rigogliosa giovinezza d’un figlio che la perpetui verso
il domani, -- ciò che rappresenta nel mondo la vera ed unica immortalità
dell’uomo.
Ecco: ed egli dubitò di aver ucciso per amare la sua donna, per far
nascere il suo figlio. Tutto questo che altri compendiano con ubbidienza
e con pace intorno ad un intimo focolare, a lui veniva traverso il
dramma, dopo ch’era salito in cima alla montagna del mondo, e aveva
gridato nel vuoto la sua parola magnifica: -- «No!»
IX
Frattanto, nella casa di Giorgio Fiesco, Novella aveva messo al mondo il
figlio di Andrea.
Era nato serenamente, verso l’ora dello stellare, in una calma e
religiosa camera, dov’entravano a larghe ondate i profumi sfiorenti e
grevi del voluttuoso autunno.
Ella fu addormentata, perchè non soffrisse, e lo diede al mondo con
pace, come se lo avesse portato, non già nel grembo doloroso, ma su le
braccia forti.
Si svegliò e sorrise, cercando con gli occhi l’amante che dall’ombra la
guardava. Piano sollevò dal lenzuolo il braccio seminudo, per chiamarlo,
poi volse il capo sovra una guancia e richiuse gli occhi.
Davanti a lei, ne’ quadrati azzurri delle due finestre, il cielo
notturno accendeva migliaia di stelle; non veniva dal quartiere
sottostante alcun rumore pur fievole. Questa creatura battezzata con
tanta morte aveva cominciato a respirare nel mondo in un’ora di pace.
L’aveva raccolta su le fedeli sue braccia la bianca madre di Novella,
che non si dimenticava d’aver cullato i suoi tre figli, ad uno ad uno, e
che sentiva ella pure qualcosa della sua morta gioventù rivivere in quel
vagito indistinto, ch’era già una voce umana.
Come poteva ella, ch’era vecchia e stanca, non sorridere a questo verde
fiore? Sì, le ombre, le ombre!... Ma per lei, ch’era un’arida esausta
madre, la sola cosa che fosse ancor bella nel mondo era il palpito nuovo
di quella vena che proveniva da lei. Sebbene fosse stata una casta
consorte, s’accorgeva che il peccato della donna contro la fede nuziale
si riduce ad essere una ben ridevole cosa davanti alla santità della
creatura che nasce; onde le sue braccia senili palpitavan di gioia
recando verso la cuna quell’ineffabile peso.
La sua figlia peccatrice aveva portato nel grembo un cuore nuovo, e per
lei questo l’assolveva da ogni peccato, versava sopra la sua lussuria
d’amante la sacra e dolorosa purezza della maternità. Anch’ella
inconsciamente scordava l’ombra del morto, per difendere, per amare
quelli che facevano continuare la implacabile vita.
E Maria Dora, quella medesima biondinetta che aveva guardato in silenzio
il feretro risalire dalla profonda fossa, or si chinava sorridente, con
una curiosità quasi materna, su la piccola cuna gonfia di pizzi e di
cuscini soffici, ove una specie di gomitolo vivo tentava d’aprire le
fessure degli occhi, le labbruzze umide, per guardare, per respirare nel
mondo.
Lo scemo era nella stanza vicina, al buio; stava presso la finestra in
attesa di veder piovere le stelle filanti e sghignazzava, con la sua
risata stridula, quasi beffarda, ogniqualvolta gli riuscisse
d’acchiapparne una.
In quel mentre poetava come al solito.
«Le stelle filanti filanti
son fili di paglia che bruciano.
Per prenderle mi metto i guanti...
sicuro... ne ho prese già tre!»
Il Ferento rimaneva muto ed assorto nella camera di Novella. Guardava il
letto ricomposto, le sembianze di lei riassopita, pallida in volto, con
qualche ciocca di capelli rappresa intorno alla fronte. Aveva un braccio
nudo fuori dal lenzuolo, ed al polso un braccialetto, che nonostante il
lutto, ella non lasciava mai. Quel cerchio d’oro luccicava nitidamente
in mezzo alla penombra, quasi fosse il centro luminoso della camera e
d’una spirale di sciarpe nere che s’avvolgessero intorno alla donna
supina.
Il suo braccio prendeva un color dorato; la mano era tranquilla,
singolarmente pura, quasi diafana. Il respiro dell’addormentata
sollevava leggermente il lenzuolo; un bel copripiedi di pizzo, a punto
d’Irlanda, con un nastro di raso azzurro, largo un palmo, ch’entrava ed
usciva dai fori della merlettatura, facendo agli angoli quattro vaste
gale, confondeva la lunghezza del suo corpo in un leggero sollevamento.
I suoi capelli dormivano accanto a lei, raccolti a fascio dietro la nuca
scintillante; le sue narici, volte verso il lume, parevan tinte di
roseo, mentre la bocca era del tutto scolorata.
Una calma lampada, nascosta sotto il paralume, fasciata con un velo,
addormentava la stanza nel suo morbido chiarore; di lontano batteva una
pendola; sul tavolino da notte c’erano tre rose, in un bicchiere.
Come l’amava! come l’amava!... che struggimento, che intollerabile
tristezza, che voglia malata di piangere... che affettuoso dolore!
Adesso avevan un figlio, eran legati, avvinti l’uno all’altra per intera
vita... Eppure egli non sentiva di avere un figlio, non lo conosceva,
sebbene fosse già nato e l’avesse appena intravveduto con i suoi occhi
distratti. Sentiva solamente una cosa: l’amore per lei, l’amore, il
desiderio, la paura di lei... Ma anche questo in un modo già diverso,
già nuovo.
Un pensiero l’occupò improvvisamente: «Rimarrà bella?»
E s’accorse che la sua bellezza gli era necessaria.
Poi cominciò a guardare indietro, verso tutto quello che aveva compiuto
per giungere fino a quell’ora, e ne provò un senso quasi di vertigine,
come se avesse guardato smarritamente nell’immenso gorgo del proprio
amore.
Di nuovo il senso quasi erotico della loro complicità gli venne al sommo
del cuore. La rivide in lontane ore notturne, disperata e sorridente
nella gioia che mai non la saziava; ricordò il profumo della sua gola
turgida, che ora da molte settimane non baciava più.
Si udiva dall’altre stanze un’eco di rumori confusi; ma in quella camera
di natività, immersa nella penombra vaporosa, non si udiva che il rumore
della notte, simile a quello che fa, nell’aprirsi, un grande ventaglio
di piume.
Li avevano lasciati soli, mentre di là v’eran il medico, la levatrice,
le domestiche, l’intera famiglia radunata intorno alla culla, e già
tutti eran curvi su quella debole incominciante vita, come se il nascere
fosse ancora un miracolo che stupefacesse i vivi, e come se davanti al
vagito d’una creatura nascente fosser cosa di ben lieve importanza tutte
l’altre voci che provengono dal confuso agitarsi del mondo.
Ella dormiva in pace, stanca d’aver compiuta la sua fatica materna,
forse ondeggiante nel sonno in una sensazione d’allegrezza e di lievità.
Su la bocca un po’ tumida, leggermente contratta, le alitava un sorriso
che pareva somigliante allo stupore d’una ubbriachezza; egli, che la
guardava con l’occhio geloso e mai casto d’un amante, provava un senso
complesso d’ostilità e di compassione contro la donna che aveva dovuto
soggiacere così apertamente alle tiranniche leggi della natura, e che,
invece di esaudir l’amore come un divino sterile delirio, aveva dovuto
avvilire il suo grembo con il peso bestiale della fecondità.
Veduto così, l’amore non era più che un prestigioso inganno, traverso
cui l’uomo s’induceva necessariamente a creare. Una volta di più -il
divino esulava dalla materia-; l’uomo non era che il tramite aleatorio
traverso il quale passa la corrente inestinguibile della vita; il
figlio, appena concepito, impoveriva già la sua madre; nascendo,
incominciava ad ucciderla.
Davanti a quel primo vagito, a quel primo brancolare nella luce d’una
creatura da poco respirante, essi, che l’avevano generata, esaurivano
sostanzialmente la lor ragione d’essersi amati, finivano di ubbidire
alla volontà naturale della materia, trasmettevan nella forza d’un cuore
più celere il già morente fuoco delle lor vene, quasichè la lor concorde
ragione di vivere fosse trapassata in quel più giovine spirito, e la
vita camminasse oltre, immemore, sopra la loro subitanea vecchiezza.
Nel momento ch’ebbe un figlio, sentì la catena che lo avvinceva
inesorabilmente alla sua propria fine; sentì l’origine di quel buio
dolore che rivolge l’uomo decrepito verso la gioventù sempre fuggente,
poich’egli non può ringiovanire se non avventando la sua furente voglia
di vivere nel cuore più giovine d’un figlio, come d’un altro sè stesso,
che trascinerà la sua ombra verso il perpetuo domani.
L’onda, l’onda, l’onda... e più lontano ancora l’onda, e fin oltre i
limiti di tutte le lontananze, ancora e per sempre, inutilmente,
l’onda...
Egli chiuse gli occhi, sopraffatto, e gli parve di sentirsi uccidere con
una lentezza crudele dalla stessa chiaroveggenza del suo pensiero. Se
tale infatti è il mondo, qual’esso appare all’uomo che avvedutamente lo
guardi, come potremmo ancora senza tedio accingerci a pensare, a volere,
ad amare, ad irrompere insomma con tutta quella ingordigia ch’è nostra
nei dominii della vita? Se una tale inutilità sovrasta ogni meta, perchè
mai l’uomo si affaticherebbe ad essere qualcosa più che un rassegnato
gauditore di gioie distruttibili?
O forse la materia è così prodigiosa, ch’essa ci salva persino dal
nostro medesimo pensiero, e quanto più la nostra mente s’accanisce a
distruggere il senso del vivere, tanto più l’istinto illogico ed
imperioso della nostra vitalità ci sospinge ad amare con ebbrezza quello
che pur vediamo essere un nulla?...
Forse. Perchè l’uomo non ha nella creazione che un solo nemico: sè
stesso. Quando l’addormenta, è felice; quando lo fa pensare, disperato.
Nulla vi è che resista, che -sia qualcosa-, davanti al nostro pensiero:
nè la bellezza, nè il piacere, nè la verità, nè l’amore, nè il pensiero
medesimo... nulla, nulla! E tuttavia non siamo che gli innamorati
inguaribili dell’una o dell’altra di queste cose fallaci, non possiamo
far altro nel mondo che seguitare a credere l’assurdo, a fidare
nell’inganno, a volere l’inutilità...
«Sorella, non eran fili
di paglia, e nemmeno d’argento;
non erano che un po’ di vento
rosso... Ne ho prese più che cento;
m’hanno bruciato i guanti.
Le diamo al bambino piccino
le stelle filanti filanti?...»
Erano soli, nella camera silenziosa; il mese d’autunno, con folate
calde, gonfiava le tende senza muoverle, senza far nascere il più
piccolo rumore. Nel guardare la notte, pareva che un velo di mussola
nera continuamente s’avvolgesse intorno ad un cerchio d’azzurrità; entro
infuriavano stelle, come lucciole prigioniere in una finissima rete.
Allora egli ricominciò a sognare che l’amava, che l’amava con voluttà e
con oblìo, come se gli dilagasse per le vene il fumo d’un oppio
ubbriacante; perchè al disopra d’ogni titanica impotenza del pensiero
cantava tuttavia l’amore, questo volo dell’essere ch’era il più lontano
dalla morte, ch’era stato e sarebbe in eterno la più bella favola del
mondo...
X
Ma egli aveva ucciso.
Allo stesso modo che il suo pensiero gli impediva di credere nel divino,
di costituire l’alta sua libertà sotto l’arbitrio dei pavidi
legislatori, così la sua logica imperatoria gli impediva di ritenere che
ciò fosse un delitto. L’aver soppresso non era, nella sua coscienza
incolpevole, che un atto barbaro ma necessario di dominazione. Certo non
lo mordeva il rimorso che tormenta il mediocre; anzi la sua volontà
micidiale continuava senza infrangersi dopo la consumazione del delitto.
Se talvolta, di sorpresa, un dubbio lo assaliva, gli era facile
impadronirsi velocemente di sè stesso, riflettere, annientare il suo
dubbio. Le piccole paure dell’uomo non erano fatte per lui. Ma quello
che invece lo torturava era la menzogna, ed era il silenzio, dai quali
non poteva disciogliere il suo virile coraggio.
Preso d’assalto, era stata buona guerra il mentire, poichè fra uomo ed
uomini tutto è lecito quel che fa essere il più forte. Ma ora, lontanata
la guerra, egli sentiva una ripugnanza invincibile della sua frode;
perchè, se l’uomo può mentire in un giorno di pericolo, non deve, non
può, tutta la sua vita vivere nella menzogna.
Sì, da un lato era in pace con sè stesso; almeno gli pareva. Ma
dall’altro egli si sentiva divenire crescentemente il nemico di sè
stesso, e talvolta sentiva di trascinare in sè una fatica morale man
mano più insopportabile.
Passavano i mesi, gli avvenimenti mutavano; l’epilogo d’una storia di
morte s’era chiuso intorno ad una cuna. Per riposare la sua fatica e per
lasciare che un poco di silenzio addormentasse quei giorni di furore,
aveva trascorse parecchie settimane in una recessa villeggiatura, con
Novella, e con la famiglia di Novella che vigilava il loro piccolo
bimbo.
Ormai nessuno di costoro, forse neanche Maria Dora serbava in apparenza
il più piccolo dubbio su la possibilità che il giudice avesse prosciolto
un colpevole, tanto è profonda nel cuore dei semplici la deferenza verso
la cosa giudicata. Inoltre, con la nascita di quel bimbo, egli s’era
impadronito quasi d’un diritto, ingiusto ma grande, al loro amore: fra
poco sarebbe il tempo delle nuove nozze; il lontano morto non aveva
lasciato superstiti, e la famiglia, ch’è un organismo incoscientemente
avido di dominio, si rinserrava intorno a quell’intruso che la faceva
continuare. Non era crudeltà nè indifferenza; questo accade ogni giorno
e dappertutto, poichè il diritto dei morti non può prolungarsi oltre un
certo limite nell’osservanza dei vivi.
Già tardo era l’autunno quando Andrea fece ritorno alla sua Clinica ed
essi alla lor casa di campagna. Ma in capo di qualche tempo Novella, che
non sapeva rimanergli lontana, lasciato il bimbo alle cure di sua madre,
tornò ad abitare per l’ultima volta nella casa di Giorgio Fiesco.
Dalla maternità era uscita quasi più giovine, più vogliosa di vivere, nè
ormai cercava di opporre alcun ritegno alla pienezza della sua felicità.
Verso la primavera si sarebbero sposati, ed ora veramente, senza ombra
di rimorso, vedeva la vita splendere davanti a sè come una striscia di
sole.
Egli a sua volta provava un desiderio insaziabile di starle più
strettamente vicino; di lei si stordiva, di lei si colmava il pensiero e
le vene, sino ad averne bisogno come d’un farmaco soave nel quale
s’addormentasse l’indefinibile suo tormento. Lontano da lei, la vita
mutava colore.
Ella era tornata gioconda come una fanciulla ed il suo spirito si era
liberato dal dramma con una facilità sorprendente. Non si ricordava
quasi più d’essere madre; in lei traboccava il riso dell’amante felice;
il suo corpo, le sue parole, i suoi gesti erano più voluttuosi che mai.
Gli abiti neri che ancora la vestivano eran quasi un velo necessario
alla soverchia sua impurità; sembrava che li portasse con una religione
profana e tentante, come una suora che visibilmente abbia voglia d’amore
sotto il cilicio della sua veste claustrale.
Era la sua prima, la sua vera giovinezza, quella che non aveva potuto
fiorire negli anni del matrimonio doloroso.
Più tardi, coi primi segni della vecchiezza, ella diverrebbe veramente
una madre; ma ora, finchè un tale rigoglio di sensualità le sbocciava
per la bella persona, finchè sentiva così forte, fra vena e vena, lo
spasimo della sua giovinezza, finchè, dietro il velo delle sue ciglia
quasi d’oro, il mondo ancora le mandava luce come una prateria piena di
sole... benchè vedova, benchè madre, benchè ravvolta in un dramma oscuro
e temibile, non sapeva che tendere le sue braccia piene di colpa verso
l’inebbriata esultanza dell’amore..
Egli era qualche volta buio; ma una sua carezza bastava per
rasserenarlo. Ed in tal modo, la coscienza del potere che aveva sopra di
lui le impediva perfino di vigilare con attenzione la crisi che andava
logorando il cuore dell’amante. La sua propria gioia era così obliosa
che nemmeno le concedeva di accorgersi del dolore; poichè gli uomini
riescono difficilmente ad essere così attenti o così distratti come può
essere una donna.
I giorni passavano, ad uno ad uno, come granelli di una lenta collana;
quella casa di Giorgio Fiesco era divenuta troppo vasta per lei sola e,
nell’abitarvi, ella provava un non so quale disagio, anzi una
intollerabile malinconìa. Vi rimaneva solo in quelle ore che Andrea
seguitava macchinalmente a dividere fra le cure della Clinica e
dell’Università. In quella casa egli non metteva mai piede; ambedue, per
un tacito consenso, usavano questo rispetto verso il morto.
Ma non appena s’avvicinasse l’ora verso la quale Andrea soleva
rincasare, a mezzodì e nel pomeriggio, ecco, ella si calava su la faccia
sorridente il velo di crespo e con un senso delizioso di peccato,
cercando in mille guise di sottrarsi all’anonima indiscrezione della
strada, rapidamente si faceva condurre alla sua casa.
Per lo più giungeva innanzi ch’egli tornasse: l’aspettava con il cuor
trepidante, quasi non lo vedesse da mill’anni, e vigilava ogni rumore
per sorprendere quello del suo passo noto.
Alle volte gl’impediva di uscire, o lo faceva tardare a bella posta,
godendo con una specie di crudeltà infantile quei pochi momenti rubati
a’ suoi severi offici. Da quando ella era con lui, così intima nella sua
vita, gli aveva insegnato ad amare i suoi piccoli capricci femminili, ai
quali egli s’arrendeva sorridendo. La sera pranzavano insieme, ad una
tavola imbandita con fiori, sopra una tovaglia leggiadra, con cibi
delicati, ch’ella si occupava di scegliere. Nessuno svago avrebbe
superato per loro la dolcezza di quel vivere intimo, e la sua maschia
ruvidità si lasciava ravvolgere con inerzia da quella soave atmosfera
femminile.
Ora l’appartamento era pieno di cose ch’ella vi portava: specchi, abiti,
biancherie, fiori a profusione, oggetti graziosi e inutili, ch’ella
raccoglieva intorno a sè come un adornamento inseparabile. Tutte queste
cose infatti cominciavano con divenire anche a lui quasi necessarie,
cominciavano con occupare un posto notevole nella sua vita severa.
Ogni notte stavano insieme fin tardi, alle volte fino al mattino; ed
egli amava di ritrovare le sue vestaglie appese nello spogliatoio, le
sue pianelle su lo scendiletto; amava di veder luccicare sui pavimenti
qualche forcella caduta e di trovare sui lavabi di marmo, su le
specchiere, su le pettiniere, tanti vasetti e bossoletti e ferri e lime
e piumini per la cipra e pettini e profumerie: tutta insomma quella
minuscola confusione luccicante che serve per l’ornamento della bellezza
femminile.
A poco a poco egli s’accorgeva d’aver preso tanto amore a queste inezie,
che il privarsene ormai gli sarebbe stato veramente impossibile; senza
di lei, senza la profusione per ogni stanza di cose che le
appartenessero, gli sarebbe divenuta odiosa e tetra la casa dove abitava
da tanti anni; senza quel profumo di lei che ondeggiava nell’aria, che
s’attorcigliava come una sciarpa intorno ad ogni cosa, gli sarebbe
sembrato che al suo respiro mancasse la parte più benefica e più
sostanziale.
Aveva presa l’abitudine di trovarla dietro l’uscio entrando, e di
sentirsi all’improvviso cingere dalle sue braccia; aveva imparato a
conoscere il rumore ch’ella faceva, camminando, con la sua liscia
gonnella nera, co’ suoi tacchi sottili che battevano sui pavimenti
lucidi; quel rumore, egli lo ascoltava talvolta anche quando ella non
v’era, e si sarebbe sentito infelice come il più misero uomo se gli
avessero detto per avventura che non l’udrebbe mai più.
Non era più soltanto amore, ma un affanno crescente, un bisogno
inguaribile della sua presenza, una specie di malattia sottile, che gli
entrava nel sangue, s’immischiava nel dolore, nel piacere delle sue
vene.
Talvolta uscivano insieme, la sera, nascosti nell’automobile chiusa, e
correvano per lunghi tratti nel silenzio della campagna circostante.
Faceva un inverno dolce, con qualche notte stellata; l’ombre della
strada, assalire dal fascio dei riflettori, si rompevano come
impalcature di tenebra che rovinassero con uno schianto. Il rumore del
congegno parlava come una voce umana. Pigra, ella si coricava nelle sue
braccia, lasciandosi urtare da tutte le scosse, con una inerzia che
accresceva il suo peso caldo e profumato. Era senza cappello,
spettinata; ogni tanto sollevava la faccia per farsi baciare su la
bocca.
Ella, nell’ombra, non vedeva i suoi occhi accesi e fissi, non poteva
nemmeno sospettare quanta furia di pensiero si agitasse dietro la sua
fronte pallida.
La strada camminava rapidamente, come un fiume in piena fra la tenebra
delle due rive.
Al ritorno, la città riappariva, dapprima obliqua, sollevata su la
pianura circostante; poi man mano si delineava più ferma sotto una
cupola di fumo rossastro, e cominciava lontanamente a tremolar di lumi,
come un accampamento immenso, dove le sentinelle camminassero, avanti,
indietro, in ogni verso, con lanterne cieche.
Irrompevan sui bianchi selciati con un fragore di velocità ripercosso
dai muri delle case: ella frettolosamente si rimetteva il cappello,
avvolgendosi nel velo di crespo.
Così vissero alcuni mesi. Già stava per sopraggiungere la primavera
anniversaria; le brine del mattino si tingevano di rosei colori.
Un giorno egli pensò: -- «Sono stanco.»
Di cosa, non sapeva. -- Era stanco. Gli era passata su l’anima una
immensa e logorante fatica. Si accorse di un mutamento essenziale che
gli aveva compenetrato e scompigliato lo spirito, senza ch’egli nemmeno
se ne fosse avveduto.
Era stanco, in un modo profondo, e forse dell’intera sua vita; stanco
della strada per la quale aveva camminato fino allora, -- e, non sapeva
il perchè, ma stanco insieme del suo proprio cervello.
Da lungo tempo non era entrato più nel suo laboratorio; anzi; per non
dover rispondere ad interrogazioni, aveva licenziato da sè, occupandolo
nella farmacia della Clinica, il giovane batteriologo che da parecchi
anni lo assisteva in ogni esperienza. Nel pensare alle sue ricerche
interrotte provava un senso di tedio: nè gli esperimenti nè i libri di
scienza lo interessavano più. D’un tratto, era caduta giù da’ suoi occhi
una specie di maschera spirituale; gli pareva di riconoscere in sè
altr’uomo; la stanchezza totale del suo spirito gli impediva di
giudicarsi.
Ma, senza dubbio, anche l’amore indefesso che aveva portato alla
guarigione, alla salvezza dell’uomo, era in lui diminuito singolarmente:
la missione d’una volta ora gli appariva tutt’al più come un mestiere
necessario e vile.
Continuava macchinalmente a guidare l’Istituto Clinico, ad essere il
capitano d’una falange di salvatori, a chinarsi giorno per giorno su gli
enigmi continui della malattia e della morte; ma gli pareva nello stesso
tempo che una voce in lui nascosta lo beffasse continuamente, come da sè
medesimo si beffa un uomo il quale sappia di star compiendo alcunchè
d’inutile.
Andava molto spesso, con una curiosità quasi da neofita, a guardare i
morti. E poichè questa era la fine inevitabile d’ogni creatura, gli
pareva cosa veramente trascurabile che «-gli altri-» avessero a morire
qualche giorno prima, qualche giorno dopo...
«-Gli altri-...» -- ecco quello ch’era divenuto assolutamente estraneo al
suo mondo; non capiva più come si potesse spendere la vita per «-gli
altri-». Il senso egoistico della sua persona s’aumentava in lui
grandemente, ma senza più comunicargli alcuna volontà di elevazione; la
sua febbre di conoscenza e d’indagine si rappacificava ogni giorno più
nella inerte pigrizia del non pensare, in quel senso d’impossibilità e
di rinunzia che fluttua su lo spirito dell’uomo, quand’è passato, con il
cuore esausto, al di là da un immenso dolore.
Quasi che un tarlo invisibile fosse entrato a corrodere l’architrave del
suo pensiero metafisico, gli parve di comprendere che tutto l’edificio,
d’un tratto, con le sue colonne ciclópiche, i suoi fastigi avvampanti,
stesse per minacciar rovina; ed egli era incapace di ritrovar la via
tortuosa di quel tarlo struggente, incapace di costrurre un arco più
solido sotto quello ch’era in pericolo di sprofondare.
Ancora una volta, nella storia dei sogni umani, l’uomo temerario ch’era
salito in cima alla montagna del mondo si sentiva riafferrare da una
mano invisibile, trascinare in giù, per il pendìo tenebroso, verso la
sua catena ed il suo covo. Il ponte gettato su l’infinito peccava come
sempre d’un millesimo nel calcolo della sua curva, e ciò bastava perchè
il peso microscopico d’uno uomo pericolasse di farlo rovinare.
Andrea Ferento aveva cantato il «Dio che muore con l’uomo», aveva
creduto nella passante Inutilità della vita; come tutti i sognatori,
come tutti gli apostoli, aveva rifiutato di piegare la sua dura fronte
sotto il peso delle inevitabili obbedienze umane.
Un giorno, a mezzo del cammino, gli era stato necessario di sopprimere,
di chiamare a sé, per anticiparle un dono, «la pallida alleata, Morte»;
-- e, sicuro d’averne il diritto, reso incolpevole dalla sua temerità,
uomo contro uomo, vita contro vita, sereno, implacabile, aveva ucciso.
Ecco: a biasimarlo, in lui non s’era levata la voce oscura d’un Dio; a
incatenare il suo polso libero non era bastata la forza vindice dei
poteri sociali; sopra il suo delitto travolto la vita rifluiva, come
sopra la diga sommersa il fiume barbaro.
E tuttavia, da quel giorno, qualcosa d’inafferrabile era entrato a
disordinare la sua mente; la terra da quel giorno brulicava davanti agli
occhi suoi d’infinite agonìe; sopra tutte le speculazioni del pensiero
appariva, scaturiva chiaramente una verità essenziale, non facile ad
esprimersi con parole, per quanto essa brilli e traspaia da ogni cosa
viva: -- e cioè, nell’immanenza perpetua dell’anima universale»,
insoffocábile divinità che tutto compénetra il senso della vita e della
morte.
Obbiettivamente poi, quel suo coraggioso atto di libertà aveva prodotto
un bene anzichè un male; aveva lasciato vivere due creature giovini e
fertili, rendendo appena più celere una insanabile agonìa. Egli era
medico: non credeva quindi nel miracolo; quell’agonìa poteva essere
tenace, diuturna forse, ma era infallibilmente un’agonìa. Il medico
dunque aveva solo armato il suo polso di quel virile coraggio, che in
talune circostanze verrà forse comandato ai medici di domani.
Davanti al suo cervello, egli non aveva peccato se non contro quella
«volontà negativa» insita nella materia e che pareva esserne la qualità
divina. Ma il piccolo tarlo era in ciò: ch’egli aveva lesa una legge
fondamentale, s’era impadronito della morte, s’era fatto complice di
quell’avversaria che l’uomo deve odiare. Per lui, medico, per lui,
apostolo della vita, quest’alleanza era tradimento. Ed ormai gli era
impossibile non sentirlo, anche sopprimendo il cuore, con il solo
cervello.
Aveva in verità vôlte le spalle sul campo di battaglia, disertato dalla
sua bandiera.
Se veramente, com’egli aveva concluso, la vita era un fatto aleatorio ed
inutile, si doveva poterla sopprimere senza udire nell’eco interiore
dell’essere quel grido universale che si eleva dalla materia lesa,
contro l’atto che uccide.
Ma se all’uomo più forte non era lecito far sì che questo grido tacesse,
c’era forse mai nell’Inconoscibile una potenza che non poteva in alcun
modo accedere al pensiero dell’uomo, che certo non era Dio, ma non era
neanche l’Inutilità?...
E il tarlo camminava, camminava, tra le screpolature del castello
ciclópico, senza dargli pace.
Fra tutte le colpe dell’uomo gli pareva che il tradimento fosse la più
spregevole, poichè anche il delitto può esser bello, se richiede un
grande coraggio. Ma il tradimento non ne richiede alcuno; ed egli
appunto sentiva di tradire, nel chinarsi ancora, con una pietà ormai
simulata, sul letto degli infermi, nel vestirsi da benefattore, da
salvatore, -egli che aveva ucciso-.
Gli altri medici della sua clinica forse ne sapevano meno di lui, ma
erano più degni; que’ chirurghi dalle braccia nude, sporche di sangue,
ferivano anch’essi, ma ferivano per salvare; que’ medici attenti, che
negli alti armadi sceglievano e mescevano con saggezza le dosi dei
veleni, troppo spesso lo inducevano a rammentarsi di quella composizione
chimica perfida e sottile che gli era servita per propinare a dosi lente
una introvabile morte. L’aspetto medesimo di quel sereno edificio, dove
la sofferenza era santificata come nelle chiese la preghiera, non gli
riusciva più familiare come una volta, e spesso provava la sensazione
d’esservi pressochè in esilio. Nel traversarne ogni mattina le diritte
corsìe non aveva più accanto la limpida figura di Egidio Rosales, e
questo, questo sopra tutto, gli stringeva il cuore come nella forza
d’una mano crudele.
Ogni tanto volgeva indietro gli occhi, e per abitudine credeva di
rivederlo. Alto, biondo, con il càmice che gli scendeva sino alle
caviglie, una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva
il principio del collo sotto la mandibola sinistra; teneva un libro
aperto su l’avambraccio e scriveva rapidamente, con una penna
stilografica, facendo stridere la carta...
Ora non più. Il Rosales era lontano, vestito di un’altra stoffa più
ruvida, la tela del reclusorio, e chissà mai, forse in quel momento
risognava con i suoi occhi allucinati la corsìa luminosa dell’ospedale
per dove il suo maestro passava...
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