capigliatura di lei, che non soltanto gli apparivano come le forme belle
d’una creatura viva, non soltanto erano quel poco di polvere animata che
poi si disgrega e si disperde, ma per lui divenivan l’accesso all’eterna
felicità della vita, la sintesi nella quale possedere l’infinita
bellezza del mondo.
Questo egli pensava con chiaroveggenza, questo ella confusamente
sentiva. Il morto, l’accusa, le conseguenze, il domani, tutto era in
quel momento così lontano da loro... A dispetto d’ogni legge convenuta,
eran due giovinezze feconde, gioconde, che liberamente si amavano; erano
l’amore giovine che nasce dall’amore spento, e vuole per sè la vita, la
gioia crudele della vita, che sgorga nel domani con impeto, come il
fiume felice nel vivo mare...
Allora si ricordò, fino alle radici dei capelli, della sensazione che
gli dava il suo corpo nudo, e particolarmente si rammentò le fisionomie
che il suo volto assumeva nella sofferenza del piacere.
Ella, che si sentiva così amata, ne aveva nella gola gonfia qualche
tremito di gioia, e si lasciò sopraffare dalla sua forza, inertemente,
supinamente, senza chiedersi perchè, in quell’ora tragica, egli la
volesse, nè perchè l’uomo che un paese intero aggrediva dimenticasse
tanta battaglia per colmare d’una voluttà insensata la paura intima che
li stringeva nell’ombra del medesimo delitto.
Ma ella pure sentiva un uguale bisogno de’ suoi baci aspri ed il bisogno
d’incriminar quell’ora, fra tutte più pavida, con una memoria di orrendo
pericolo e d’inebbriata voluttà.
. . . . . . .
Poi la fece sedere su le sue ginocchia, ed incominciò a raccontare.
Ella era un poco ansante ancora, con la fronte leggermente sudata, le
labbra umide, una specie d’innamorato abbandono, quasi di addormentata
lascivia nelle sue calde spalle. Ora lo ascoltava senza rispondere, con
la faccia china, il collo ingombro di capelli, che scintillavano,
attenta e quasi distratta.
Egli aveva sempre ragione; qualsiasi cosa dicesse, aveva sempre ragione.
Non ammetteva ella nemmeno di poter esaminare le sue parole, tanto le
piaceva di somigliare a lui, di pensare come lui, d’essere fisicamente
in suo possesso anche quando parlava. Non era necessario affatto ch’egli
spendesse tante parole per dimostrare le ragioni di quest’accusa... Ella
sapeva bene di amare un uomo temuto e sapeva che i vili odiano a questo
modo; non era necessario ch’egli le spiegasse come si sarebbe difeso;
era certa che si sarebbe difeso con facilità, certa che avrebbe vinto.
Ma il vederla così lontana del sospetto, lo empiva insieme di dolcezza e
di spavento. Avrebbe preferito avere davanti a sè una donna risoluta,
che l’afferrasse per i polsi e gli dicesse, guardandolo dirittamente
negli occhi: -- «No, tu hai ucciso! Tu, con la tua stessa mano, hai
veramente ucciso!»
Invece gli pareva di vederla ignara, lontana dal sospetto, aliena dal
macchiare di una simile complicità la sua perfetta innocenza; e mentre
s’accorgeva che per sempre avrebbe dovuto portare in sè l’orribile
silenzio di quella morte, pensava che l’amore d’una donna è cosa troppo
lieve per dividere una così grande colpa.
Egli anzi temeva che l’ombra del delitto giungesse a pervadere ogni
altro senso nel timido cuor femminile; e mentre un desiderio invincibile
di confessione gli saliva dall’anima sino al fiore dei labbri, egli, con
una strana duplicità, si perdeva ne’ più sottili ragionamenti per
distruggere in lei fin le radici del sospetto.
Così passarono la notte, vicini, avvinti. Mentre la città urlava il suo
nome per ogni quadrivio, e sin nella più tarda sera dappertutto
infierivano lo stupore ed il tumulto, essi erano insieme, sotto il
medesimo tetto, insieme avvolti nel dramma sovrastante, chiusi
nell’ignoto e nell’ombra che si levavan dal sepolcro di laggiù.
V
La mattina dopo, di buonissima ora egli fu desto. Come al solito
s’immerse nel bagno che lo ringagliardiva, scrisse alcune lettere che
fece portare a mano dal suo domestico, telefonò a parecchie persone che
gli urgeva di veder nella giornata.
Ella uscì da quella notte affannosa, dal breve sonno incominciato verso
l’alba, con l’anima piena di sperdimento e pervasa da una così grande
stanchezza, che sentiva il sangue fermo dolerle nelle vene. Ma col
mattino le tornava l’intuito preciso della rovina. Guardò, e vide con
occhi limpidi ciò che non aveva sin allora veduto, se non traverso la
nebbia della sua concitazione.
Non erano ancor le nove del mattino, quando cominciò ad aggrupparsi
folla davanti alla casa del Ferento. Giungevano a comitive, per strade
opposte, gridando, crescendo, sicchè in breve la strada ne fu assiepata,
la piazza ne brulicò.
Il portinaio, dopo aver chiuso il portone, venne sopra concitato a
supplicare che il Ferento gli concedesse di telefonare in Questura. Ma
questi rispose con asprezza che non se ne occupava, e lo lasciassero in
pace. Fermo, dietro le cortine d’una finestra, si mise a guardare la
folla.
Erano scherani del Donadei, mandati a provocarlo; plebaglia chiesaiuola,
politicanti delle leghe cattoliche, socialisti e milizie della Camera
del Lavoro. Non popolo insorto, ma un’accozzaglia sobillata e
prezzolata, che veniva per vilipendere l’uomo contro il quale si voleva,
non giustizia, ma vendetta.
Qua e là, forse con piccoli gruppi de’ suoi partigiani, accadevano
zuffe. Un bel sole mattutino dormiva su quella inane piccola gente.
Ella, mezzo discinta, stava presso di lui, serrata contro il suo
braccio, e paurosa lo guardava.
Gli alti vetri luccicavano d’azzurrità; si udiva dalla strada salire un
vociferìo crescente; si udiva quel rumore ondoso che la folla produce
quando s’aggruppa in tumulto.
Andrea fece qualche passo indietro, serrando i pugni convulsi,
reprimendo la sua fredda ira. Ella pure, d’un tratto, si staccò dalla
finestra, chiudendosi con i palmi gli orecchi, perchè quegli urli troppo
la ferivano, troppo la battevano, e le pareva d’essere assalita insieme
con lui dal furore della piazza.
S’annidò nelle sue forti braccia e lacrimosamente lo baciava.
-- Andrea!... Andrea, che faremo?
Egli senza rispondere, appoggiò la bocca su la sua fronte; e sopra la
fronte di lei, curvata, i suoi occhi splendevano di tanta luce, di tanto
coraggio, ch’egli parve, nella sua bianca tranquillità, più forte che la
moltitudine.
Ora, per tutte le strade, sopravvenivan turbe di popolo minaccioso; la
piazza, tra il suo porticato quadrangolo, nereggiava di assembramenti; i
gridi e le contumelie battevano contro i vetri come sassi lanciati con
la fromba. Allora la sua bella fronte si cerchiò d’una rossa ira e gli
parve indegno starsene dietro una finestra chiusa mentre gli avversari
lo insultavano.
Che si voleva da lui? Vederlo?
Con impeto si sciolse dalle braccia dell’amante, s’avventò alla
finestra, volle aprire.
-- No, no, Andrea! séntimi, ascóltami... -- gridò la donna, avvincendosi a
lui. Forte gli teneva le mani, forte lo respingeva; poi s’interpose fra
lui e la vetrata quasi per fargli schermo, ed aperse le braccia.
Grosse lacrime le cadevano dagli occhi, il suo gonfio petto ansava; egli
rimase un istante a guardarla, muto, poi si ritrasse.
-- Perchè piangi? Hai forse paura per me?
Si mise a ridere d’un riso beffardo e cominciò a camminare per la
stanza. Ella restava con le braccia aperte, la gola riversa, le spalle
contro l’invetriata; il sole mattutino mandava lampi nello splendore de’
suoi capelli spettinati; pareva in croce, davanti a quella finestra
piena d’azzurrità.
-- Hai paura per me? -- diss’egli con più forza. -- Non io di loro!
Rovesciò indietro la fronte con quella mossa rapida che gli faceva
ondeggiare la capigliatura e splendere il volto:
-- Cosa vuole da me questa masnada di chierici e di bruti? Vedermi?...
Vengo!
-- Andrea!... -- ella gridò sbigottita, -- che vuoi fare?... Andrea!...
-- Nulla di strano: essere alla mia Clinica per le nove e mezzo, come
faccio ogni giorno.
Con la sua poca forza ella s’avvinghiò a lui per trattenerlo, e
balbettando lo supplicava: -- No, non andare...
-- Io?!... -- diss’egli con un riso. -- Allora forse non mi conosci bene.
-- Ma non vedi quanti sono, Andrea?... Non senti come urlano?...
-- Appunto perchè urlano, e son molti, appunto per questo è necessario
andare.
Allora ella si mise a piangere, a piangere con disperazione; la qual
cosa era la sola ch’egli davvero temesse.
-- No, non piangere... -- le diceva con dolcezza. -- Ascóltami, ascóltami,
Novella. Comincia per me in questo momento una di quelle tragiche
avventure nelle quali un uomo ha bisogno di tutte le sue forze per
affrontare la vigliaccheria degli altri e decidere se debba rimanere un
padrone od essere un vinto. Non mi disarmare, ti supplico, non aver
paura; poichè devi essere tu, anzi, la mia compagna. Saranno giorni
terribili, di guerra senza mercede, a colpi di coltello. Ma voglio
vincere, capisci?... voglio vincere, perchè ti amo. E non essere tu la
catena!
Dicendo quest’ultima frase, la respinse con un atto quasi violento, come
se per un attimo l’avesse odiata.
Ella comprese ch’era necessario ubbidirgli, e solamente lo fissò con gli
occhi pieni di terrore.
-- Ma... ti faranno male...
-- Che male! -- Andrea gridò. -- Al primo che osi toccarmi spiano la
rivoltella su la faccia; se non retrocede, sparo. E dove un uomo ha il
coraggio di ammazzare per primo, è la folla che ha paura di lui. Del
resto la folla non mi odia. Chi mi odia è altrove. Ma s’accorgeranno
bene che Andrea Ferento non è uomo da lasciarsi ammanettare!
Fece una pausa e guardò l’amante, la donna curva, disfatta, che
l’ascoltava. Il suo sorriso beffardo si spense in un sorriso di
tristezza, e piegando su lei con dolore il volto pallido, la baciò fra i
capelli, come se quell’atto gli fosse necessario, prima di scendere
nella strada e camminare a fronte alta contro la folla de’ suoi
bestemmiatori.
-- Atténdimi qui, -- le disse. -- Per nessuna ragione al mondo non uscir di
casa. Dietro me s’allontaneranno. Sii tranquilla: dalla Clinica ti
telefonerò.
Prese da un cassetto la rivoltella, già carica, si chiuse la giacca,
rovesciò indietro la fronte con quell’atto leonino che gli scuoteva
tutta la capigliatura, baciò in silenzio le mani dell’amante, e uscì.
Ella non ebbe che la forza di chiamare fievolmente:
-- Andrea... -- ma quand’era già lontano. Poi si precipitò alla finestra.
Egli scendeva le scale con un passo misurato, allacciandosi i guanti.
Sui pianerottoli v’eran persone ferme, ch’egli non guardò; a
pianterreno, sotto il porticato, un gruppo di gente che si ritrasse
bisbigliando.
Il portinaio aveva sprangato il portone; stava dietro l’usciuolo con la
chiave in mano.
-- Aprite, -- gli disse il Ferento.
-- Non è possibile...
-- Aprite, vi dico...
-- Professore, non faccia questa pazzia!...
Allora gli tolse la chiave di mano, aprì egli stesso, chinò il capo
sotto il portello, e, quando fu sul marciapiede, si volse
tranquillamente, lanciò dentro la chiave, dicendo al portinaio che
s’affacciava:
-- Chiudete in fretta.
L’impassibilità del suo volto era così grande, che i più vicini
credettero d’ingannarsi nel riconoscere Andrea Ferento in quell’uomo che
usciva.
Egli non guardò nessuno; la strada formicolava di gente ferma, ed alcuni
tuttavia, per la meraviglia, si scostarono.
Alto, solo, con le mani entro le tasche della giacchetta, l’occhio
vigile davanti a sè, il passo veloce ma tranquillo, quasi che tutto ciò
non lo interessasse affatto, Andrea Ferento si diresse verso la piazza,
come un uomo che debba tuttavia fendere per mezzo ad una strada
ingombra.
In verità non pensava che una cosa:
«Novella s’è affacciata e mi guarda.»
Il pensiero di quegli occhi amati che dall’alto vigilavano la sua
persona lo ringagliardì come una spronata nei fianchi d’un animale
generoso, e gli piacque di sentir vibrare intorno a sè la potenza
elettrica della folla, gli piacque avventarsi nel pericolo immediato con
una spavalderia che lo inorgogliva.
Quel senso eroico della vita che dorme nel cuore di tutti gli uomini
audaci si ridestava in lui d’improvviso e cantava nel suo spirito come
una fanfara; gli pareva d’essere un soldato sopra il terreno di
combattimento, e, più che un soldato, l’alfiere della sua parte, il
portabandiera di sè stesso.
La bandiera lo copriva come un manto, lo rendeva intangibile. Il sangue
gli batteva nei polsi con quella velocità medesima, con quel tremito
stesso, che propaga nell’aria il rullo dei tamburi, e gli pareva libera
quant’altra mai quella strada preclusa da una barriera umana.
Involontariamente sentiva di raggiare da sè la magnificenza del tribuno;
l’atmosfera delle folle ammutinate, che impaurisce anche i più forti,
era ciò che gli permetteva di respirare con più vasta libertà. Nel
sentire quell’onda umana che gli rinserrava intorno, egli aveva
l’impressione gioiosa di sentirsi portare in alto, spingere avanti, e
rimaner solo in capo della moltitudine, come l’insorto che guida la sua
fazione, alfiere d’ideali e capitano di popolo, quando gli assalitori
delle regge, nei mattini di rivolta, per avventarsi al potere, sollevano
le città.
Cominciava la sua battaglia: era pronto, magnificamente pronto.
Lo vedrebbero andare a fronte alta contro l’accusa, muto in mezzo alle
contumelie, come se il clamore di una intera città non bastasse a
distoglierlo dalla sua via consueta nè ad impedirgli di compiere ancora
una volta l’opera sua giornaliera, della quale voleva mostrarsi più
degno e più innamorato che mai.
Aveva coscienza del suo prestigio fisico e ne godeva come d’un
privilegio sovrano, conferitogli dalla natura stessa, nell’impronta, nel
calco della sua persona. La folla, che ha per suo destino quello di
ubbidire ad uno solo, è veramente femmina davanti a chi la disprezza,
davanti a chi, senza riflettere, col suo coraggio la incatena. Egli
sapeva che nessuno avrebbe osato affrontarlo a viso aperto, nè si
occupava di guardarsi le spalle, perchè, a tutelargli le spalle, bastava
la sua medesima tranquillità. Inoltre, nemmeno fra gli avversari Andrea
Ferento era un uomo odiato: la sua vita pura come cristallo moveva un
senso di stupefazione in coloro stessi ch’erano schierati sotto altre
bandiere. Aveva combattuta la sua guerra con un magnifico sdegno, e,
davanti alla folla, troppo avvezza a patire le menzogne dei retori,
aveva il merito incomparabile di aver detta la verità. Di aver detta la
verità sempre, con un coraggio che poteva parere insensato, anche quando
le chiese, i governi, le clientele, i partiti, erano in lega solidale
contro lui, perchè tacesse.
Possedeva le due qualità che maggiormente innamorano le moltitudini: era
un ribelle ed era un munifico donatore. Chi mai lo toccherebbe? Non
certo quell’eterno ribelle che si chiama il popolo, non certo quella
rozza femmina eccitata che si chiama la folla.
Ed ecco, intorno a lui, dapprima, un silenzio grande si fece.
Camminava; ed alcuni, ammutolendo, gli mossero dietro, quasi per
meraviglia della sua temerità, e forse per vedere dove quell’uomo
andasse. Nessuno aveva certo supposto di trovarsi viso a viso con lui,
nè creduto ch’egli venisse a costituire la sua libertà frammezzo a loro
con un gesto così deliberato e così tranquillo.
Questa folla, che da un momento all’altro s’aspettava d’essere sgombrata
dai gendarmi, o d’azzuffarsi con i partigiani dell’avversario, si vedeva
improvvisamente fendere dall’uomo stesso ch’era venuta per provocare.
Questo potente camminava tra loro senza guardia nè partigiano, e passava
in mezzo ai clamori diretti contro il suo nome, senza corrugare la
fronte. Non solo, ma quest’uomo era Andrea Ferento, lo scienziato che
dalla cattedra inebbriava i giovani, co’ suoi libri commoveva l’opinione
del mondo, negli ospedali, come un buono ed umile operaio, curava i
malati; quest’uomo era stato tempo innanzi alle soglie del potere, e
solo per isdegno volontario ne aveva receduto.
Camminava dietro di lui, intorno alla sua ombra, tutta una storia di
cose belle, che ognuno rivedeva. Chi lo toccherebbe? Chi seguiterebbe a
gridargli sul volto: -- Assassino! -- se pur questo era l’ordine?
Adesso era preso nel mezzo, era in balìa di questa grande folla;
camminando la faceva ondeggiare. Il suo nome, più veloce di lui, lo
precedeva nel tumulto; una curiosità malsana invadeva l’ammutinamento;
era un accorrere da ogni parte verso l’uomo che si faceva strada. Si
faceva strada senza parlare, senz’ascoltare, guardando innanzi a sè,
diritto, come un uomo sicuro della sua meta; e lentamente la turba lo
ingoiava, stringendolo come un nòcciolo nelle sue pareti poderose.
Egli cercava di traversar obliquamente la piazza, per dirigersi
all’opposto lato, verso lo sbocco d’una contrada; la folla crescente lo
accompagnava, rallentando il passo, arenandosi man mano contro la folla
sopravveniente, che stringeva quel nucleo camminante in una specie di
morsa.
Per il vasto rettangolo della piazza crescevan lo strepito ed il
clamore; ma già il nome di Andrea Ferento era la più alta parola che
dominasse il tumulto. Lo spazio intorno gli divenne così angusto, che
dovette fermarsi; -- ma egli non impallidì.
Era preso negli stessi tentacoli della folla, ed i più vicini facevano
sforzi di braccia, di spalle, per non serrarglisi addosso. I più vicini
tacevano, guardando l’uomo alto e fermo, con una specie di timore.
Si produsse in quella moltitudine un movimento oscillante, simile al
flusso ed al riflusso d’una marea, -- poi le grida inveirono contro il
cielo, facendo risuonare il nome del Ferento, come se dalla turba
erompesse la gioia selvaggia e paurosa di tener quella preda.
La piazza tiranna lo aveva catturato: era tardi ormai per il soccorso,
gli potevan mettere la mano alla gola.
Ma nessuno invece lo toccava, e, per una specie di rispetto invincibile,
nel cerchio d’uomini più vicini a lui si taceva, come nell’attesa d’un
dramma. Stavano fermi, addossati gli uni agli altri, per resistere alle
spinte, quasi per difenderlo con una barriera di spalle dal potere
altrui.
-- Signori, -- egli disse tranquillamente, levandosi l’orologio di tasca:
-- da nove anni, tutte le mattine, a quest’ora, esco di casa per recarmi
alla mia Clinica, dove so di essere necessario. Se un pazzo od un bruto
mi lancia un’accusa che mi rifiuto di discutere, non è questa una
ragione perchè i miei medici e i miei malati suppongano ch’io non possa
recarmi fra loro. Ho deciso di traversare la città a piedi, contro
chiunque mi fermi, e su la mia parola d’uomo vi giuro che passerò!
Andrea Ferento si mosse. Un piccolo varco, uno spiraglio tortuoso, tra
gente muta, allentò la folla, e con la mano chiusa nella tasca su l’arma
caricata, egli vi s’inoltrò.
Adesso era pallido estremamente, ma di coraggio e d’ira. I suoi occhi
magnetici, striati di ferro, pareva che lampeggiando esercitassero un
comando muto.
Lento, grave, restìo, come una carena che si disincaglia, il nucleo
della folla ricominciava a muoversi, resistendo col suo peso inerte alla
spinta esterna, e così lasciandosi portare.
Sopra la folla egli ergeva l’alta statura, per guardar oltre: un émpito
selvaggio d’orgoglio lo soverchiò, quando vide che la strettoia
s’allentava.
Si volse a quelli che tacevano, e con la forza di un’invettiva esclamò:
-- Quanti di voi, che ora venite a sbarrarmi il passo, quanti di voi, o
delle vostre famiglie, non hanno benedetta questa mia mano, che ora
gridate sia quella d’un assassino? -- Avanti! fátemi strada, che ho
fretta, e laggiù sono moltissimi vostri figli e fratelli che hanno
ancora bisogno di me!
Gli ubbidivano muti, senza sapere perchè gli ubbidissero, facendo forza
contro la parete umana che ostacolava il passo, penetrando a forza di
gomiti nella direzione ch’egli segnava. Per soggiogarli e per stordirli
parlava, con l’occhio attento al varco difficile, con un palpito nel
cuore di gioconda impazienza.
Li odiava in quel momento, ed avrebbe voluto frustarli fino al sangue;
si sentiva quasi nelle braccia la forza di poterli percuotere.
-- Fate com’io faccio questa mattina! Camminate a fronte alta contro
chiunque voglia mettervi una mano alla gola! Un giorno forse
comprenderete che la bellezza vera del mondo è tutta nella forza di una
splendente volontà.
La strettoia si allentava; i più vicini, soggiogati, ammutolivano. Con
lentezza, il gruppo che lo teneva prigioniero s’incanalò nella strada
formicolante, per la quale scendeva di corsa un drappello di studenti,
spingendo innanzi a sè una doppia catena di poliziotti, che non
riuscivano a frenarli.
Ancor lontana, egli udì la voce nota, la fresca voce della gioventù che
lo amava, che irrompeva correndo nell’opaca moltitudine avversaria,
portando il suo nome come un vessillo e facendolo battere nel cielo con
una forza che lo inebbriava.
Irruppero quasi contro lui, senza riconoscerlo; accadde un urto, e per
un momento l’avvolsero nella zuffa, lo trascinaron indietro, nel
torrente impetuoso che li trascinava.
Ma quando fu riconosciuto, e si seppe ch’egli, da solo, era uscito
contro la piazza, s’era lanciato a fronte alta nella bufera, contro il
pericolo, contro la folle accusa, che non poteva macchiarlo, allora fu
come un delirio che lo circondò, che l’avvolse da ogni parte, fu la
vendetta più bella ch’egli potesse immaginare, perchè un’altra folla era
nata, sbucava, cresceva intorno a lui, come un esercito pronto a giurare
su la sua spada, a camminare dov’egli volesse, rovesciando il suo
patibolo per innalzargli trofei.
Un riso grande, sarcastico, gli empì l’anima; si guardò intorno, e gli
parve che il sole fosse un tappeto fulgido su cui trionfalmente poteva
ora camminare.
Aveva giurato di passar da solo entro la schiera nemica; era passato,
era illeso, la vittoria incominciava.
Dietro lui, nella piazza turbolenta, scherani contro scherani
s’azzuffavano da ogni parte; squilli di tromba echeggiavano ad
intervalli sopra l’urlare della mischia, ed ancora una volta, nella
storia di tutte le grandi e piccole discordie, ci si batteva per un
nome, tra partigiani e partigiani, poichè non muta nei tempi la sorte
delle umane moltitudini: l’odio è fra condottieri, ed esse debbono
insanguinarsi per la vittoria di uno solo.
Ora la strada lo accompagnava gridando; le finestre si gremivano; le
soglie delle botteghe si assiepavano di gente curiosa; la città
soffermava la sua vita per assistere a questo esempio di virtù civile.
Ma egli camminava nel mezzo della strada, senza nulla guardare, con la
fronte sollevata, il passo veloce, tra un corteo numeroso che gli faceva
intorno quasi una guardia d’onore, pronto a scontrarsi con chiunque gli
sbarrasse il cammino.
Ad ogni sbocco di strada la polizia tentava d’interrompere il corteo; ma
esso rinasceva da’ suoi frantumi, quasi fosse dotato d’una inseparabile
vita. Sotto le finestre d’un giornale avversario volaron sassi e vetri
si ruppero con fragore; la redazione stava per essere invasa, quando gli
squilli echeggiarono e la polizia, forte di numero, giunse in tempo a
disperdere l’assalto.
Fu allora che un Commissario s’avvicinò al Ferento, pregandolo di voler
salire in una vettura per sottrarsi alla folla che la sua presenza
eccitava.
Egli scosse il capo duramente, poi rispose:
-- No! Se avete ordine d’arrestarmi, arrestatemi; altrimenti proseguirò a
piedi.
Egli certo non ignorava che l’imprecisione dell’accusa e le potenti
energie ch’erano già in moto per cooperare alla sua salvezza gli
avrebbero evitato allora e poi lo sfregio dell’arresto; ma rispondeva
così al Commissario, perchè sapeva nelle ore di battaglia esser anche un
abilissimo istrione.
Aveva giurato di andare a piedi: a piedi continuerebbe sino al termine.
C’era troppo sole in quell’aria mattutina perch’egli accettasse di
trafugarsi nell’ombra!
Ora la strada lo accompagnava cantando; era una strada facile, sgombra;
incominciava il suburbio. I funzionari erano riusciti a spezzare nel
mezzo il corteo, imprigionandone la parte più accesa nel viluppo delle
contrade. Lì nascevan alberi; di lontano la terra incollinava.
Egli affrettò il passo, e quando vide apparire l’edificio bianco, le
vaste placide finestre che dormivano dietro le stuoie, quando ripensò i
bianchi letti allineati e le facce stanche di coloro che vi giacevano,
un disprezzo immenso di sè medesimo lo assalse, quasi ch’egli avesse
rubata una vittoria e stesse per rubare altresì quel diritto che
s’attribuiva di medicatore.
Allora, giunto al cancello, si volse; guardò la schiera che lo seguiva e
tese il braccio per soffermarla. Ma poichè i più vicini lo circondavano:
-- Qui -- disse, -- ritorno ad essere il medico, che deve dimenticare.
Con un sorriso, con un saluto, posò in silenzio le mani su le spalle
d’alcuni fra i giovani che gli eran presso; indi si volse lentamente,
varcò l’ingresso del giardino e rinchiuse il cancello. Lo videro
inoltrarsi per il viale, poi, tra gli alberi, sparire.
Là in alto, la Direttrice, i medici, gl’infermieri, tutti i custodi
familiari del sereno edificio ch’egli aveva eretto per amore dell’uomo,
gli si fecero incontro con un atto fraterno e solenne d’accoglienza, che
parve racchiudere in sè una grande assoluzione.
Ma questa volta, nel cuore, proprio in quella parte del cuore che non
pensava, ch’era semplicemente il rifugio della commozione, il rifugio
della bontà che l’uomo non riesce mai del tutto a spegnere in sè stesso,
qualcosa lo morse pungentemente, con un tal senso di dolore, che gli
parve, nonostante la sua volontà metallica, di sentirsi velare gli
occhi.
Sopra loro volse per un attimo uno sguardo di bestia diffidente e
ferita, poi si chiuse di nuovo nella sua maschera d’impassibilità,
strinse in fretta le mani che gli si tendevano, e scuotendo il capo,
come per impedire ogni discorso, non faceva che ripetere:
-- Nulla, nulla... andiamo, è nulla!...
Fece a tutti un gesto frettoloso di commiato, e con voce ferma chiamò,
come soleva ogni giorno, il suo primo assistente:
-- Rosales, mi faccia vedere i bollettini.
Il giovine, vestito del cámice bianco, gli si avvicinò scolorato come
una fanciulla, ed insieme, tra un silenzio rispettoso e commosso,
entrarono in quello studiolo a pianterreno che aveva contro la finestra
gli odorosi rami dell’ólea fiorita.
Rimasero in piedi, uno di fronte all’altro, senza dir nulla, poi, con un
moto nervoso, il Ferento cominciò a sfogliare i bollettini.
L’altro lo guardava con gli occhi lucenti, senza muover labbro, come un
figlio guarda il suo padre che abbian ferito a morte e che sia per
morire. Stava diritto, fermo come una sentinella, con le braccia lungo i
fianchi; ma i polsi tuttavia gli tremavano.
Pur nel leggere, il Ferento lo vedeva. Ed allora sollevò sopra il
giovine i suoi occhi superbi, spianò la fronte come un uomo sereno ed
incolpevole, che alla muta paura del discepolo volesse rispondere con
una muta tranquillità.
Ma questi non resse allo schianto, e con un dolore pieno di febbre,
quasi piegando le ginocchia, gli afferrò una mano, balbettando:
-- Professore, qualsiasi cosa le abbisogni, o le accada, si ricordi, si
ricordi che io son qui...
E dai buoni occhi cilestri gli cadevan lacrime nella barba bionda.
Il Ferento strinse velocemente quella mano, si morse un labbro, e volse
altrove la faccia, per non fare quello che un uomo non può fare:
piangere.
VI
Cominciaron giorni d’una guerra disperata, piena d’insidie, a colpi di
coltello.
Intanto correva l’istruttoria. Il giudice si chiamava Leonardo Niscemi,
chiarissimo nome d’una famiglia catanese che aveva dato all’Italia buon
numero di valorosi giureconsulti.
Mai bufera più grande fu scatenata sopra il capo d’un povero giudice
istruttore, nè mai tanto gioco di pressioni e di partigianerie fu
esercitato con mezzi più illeciti su la incorruttibile giustizia.
Si guerreggiava da entrambe le parti con uguale accanimento; era uno
scoppio di furor civico da lunghi anni contenuto; il Parlamento, la
strada, la chiesa, la stampa, i sodalizi, la famiglia, l’individuo,
tutto si batteva.
Drappelli e cortei percorrevano le strade; ogni sera, nei comizi, gruppi
avversari si azzuffavano; i giornali delle due parti buttavan esca nel
fuoco. In segno di protesta l’Università si chiuse. Ma le contrade si
ridestavano al mattino con i muri pieni d’iscrizioni oltraggiose per il
Ferento.
Egli aveva subitamente ritrovato in sè, con un impeto selvaggio, l’odio
e l’amore dell’uomo di parte. Il suo delitto, anch’egli quasi lo
dimenticava: era necessario anzi tutto vincere, e vincere con
magnificenza, per la causa di quelli ch’erano con lui; vincere anzi con
crudeltà, spazzando il nemico, poich’egli portava una bandiera, e le
bandiere non debbono mai soffermarsi a mezza strada.
Aggredito, si difendeva; preso d’assalto, si cacciava con i suoi, a
fronte bassa, contro gli assalitori.
Intanto correva l’istruttoria. Il giudice, Leonardo Niscemi, sentiva in
quei giorni pulsare nella penombra del suo uffizio tutta l’anima della
città. Una folla oziosa e curiosa circondava in tutte le ore del giorno
il Palazzo di Giustizia, quasichè da un momento all’altro i muri stessi
dell’edificio potessero preannunziare al pubblico l’esito
dell’istruttoria che accendeva tanta passione. Tutti gli andirivieni
eran osservati, commentati a lungo; giornalisti ed informatori passavano
la giornata ne’ corridoi: cumuli di notizie contradditorie ingombravano
i supplementi dei giornali; un’atmosfera d’impazienza e di febbre
pervadeva la città.
Guardie a cavallo scortavan ogni mattina l’automobile del Ferento, dalla
sua casa fino alla Clinica, e nel ritorno; le adiacenze dell’una e
dell’altra eran continuamente vigilate dalla Polizia.
Quel che frattanto si conosceva di sicuro in mezzo alle mille dicerìe,
si era che il giudice Niscemi aveva due volte chiamato nel suo gabinetto
il denunziatore Tancredo Salvi, ch’era in quei giorni tronfio di
popolarità sino alle radici dei capelli, e si esibiva da mattino a sera,
ovunque potesse, alla curiosità pubblica, dondolando la sua quadrata
persona con un far magnifico da istrione applaudito.
In buona fede a lui pareva d’essere il «deus ex machina» di tutta questa
faccenda. Il vedere la città piena d’ammutinamento, rossa di furore, in
séguito alla sua denunzia, lo investiva d’un così grande orgoglio della
propria potenza, che non invidiava più nulla e nessuno, anzi dimenticava
quasi d’aver in tasca il prezzo del suo turpe mercato.
Il Metello, più prudente, più alieno da simili notorietà, si era tratto
in disparte, pieno di riserbo, dopo aver conclusa con il Donadei la
losca faccenda e con un sottile riso enigmatico su l’orlo delle sue
labbra perverse, lasciava che la vanagloria del suo complice ostentasse
per proprio conto i lauri di quelle giornate clamorose. A malincuore si
era veduto inscrivere nella lista dei testimoni, e con rara modestia
egli preferiva starsene quieto in un cantuccio, ad osservare con occhio
sospettoso la piega degli avvenimenti.
Il solo con il quale osasse talvolta scambiare qualche lieve
apprezzamento era quell’ottimo raccoglitore di farfalle che si chiamava
Dandolo Zappetta, al quale non era fino allora capitato in premio
nemmeno il becco d’un quattrino, mentre continuava nell’alta soffitta a
preservare dalla polvere il suo giubbino luccicante, le sue scarpe senza
macchia.
Il Metello aveva preso l’abitudine di andarlo a trovare quasi ogni
giorno, sebbene le lunghe scale fossero dolorose a’ suoi piedi che
s’inasprivano di trafitture. Là in alto, fra lo svolazzare fermo delle
farfalle appuntate, insieme discorrevano di quella lunga e lenta
istruttoria. Il Metello faceva previsioni, Dandolo si limitava ad
ascoltar le sue parole con un sorriso pieno di sarcasmo indifferente.
Sapeva ormai come funzionino i poteri dello Stato, e non aveva maggior
fiducia nella toga del giudice che nell’uniforme del poliziotto. Tutto
era un gioco di dadi entro un bossolo truccato, e la bacchetta magica
poteva per la maraviglia far spalancare le bocche degli spettatori.
Poi ridevano insieme di quel tronfio e ridicolo Tancredo, lo Zappetta
senza livore, il Metello con una voglia matta che capitasse un fracco di
legnate su la groppa di questo re da burattini.
Ma per quanto il buon Tancredo vestisse con pompa la toga
dell’accusatore, nessuno era così miope da non riconoscere in lui
solamente l’uomo di paglia. S’intravvedeva dietro le sue spalle quadrate
il profilo fuggente, la faccia insidiosa del vero denunziatore.
L’articolo firmato «-Ergo-» aveva dato fuoco alle polveri; l’uomo che si
firmava «-Ergo-» era, nell’opinione di tutti, l’insidiatore nascosto,
che aveva teso l’agguato all’antico avversario. La battaglia era
unicamente fra loro; l’odio che fomentava tanto insorgere portava il
suggello antagonistico dei loro due nomi.
Entrambi stavano in alto, saldi, agguerriti, tra falangi di partigiani,
con in pugno entrambi lo scettro che asservisce i poteri allo sfogo
dell’odio settario, con la voluttà entrambi di volersi misurare una
buona volta in campo chiuso, uomo contro uomo.
La battaglia pareva una sfida mortale; o l’uno o l’altro doveva tendere
il collo al capestro. Eran due cupi avversari, ma due disperate volontà.
Nell’intimo del suo convincimento, Leonardo Niscemi non era persuaso che
il Ferento avesse potuto uccidere. Quella simpatia che lega insieme
tutti gli uomini d’una certa elevatezza d’ingegno lo avvicinava
piuttosto al Ferento che non al palese od al nascosto accusatore.
D’altra parte lo allettava il fatto di poter frugare a suo beneplacito
nei recessi d’una così alta vita, e quella iconoclastìa che ferve
nell’animo di tutti gli ambiziosi lo spronava contro l’incolpato come un
perverso allettamento.
Leonardo Niscemi, eretto a giudice d’un uomo e ad arbitro d’una grande
contesa, pensava innanzi tutto a non giocar la propria carta sul
tavoliere perdente, poi a servire la Giustizia, questa bella parola
gonfia e luccicante come una bolla di sapone.
Tancredo Salvi era stato imbeccato a puntino. L’accusa pareva in sè
stessa un po’ vaga ed arbitraria, ma c’era, fra le molte voci raccolte,
un’affermazione particolarmente grave, quella del medico Paolieri,
ch’erasi recato a visitare il Fiesco pochi giorni prima della sua morte
ed aveva notato nell’infermo alcuni sintomi sospetti.
Dalle chiacchiere del Paolieri, per l’appunto, i primi bisbigli eran
nati nel villaggio, trovando conferma in tutti coloro che avevano veduto
il cadavere guasto. Ma ora queste mormorazioni avevan cessato di
ondeggiare in un sussurro anonimo, per divenir deposizioni vere e
proprie, di molte persone ch’eran pronte a ripeterle, a firmarle, a
costituire insomma quel che si chiama l’accusa dell’opinione pubblica.
Inoltre v’eran due gravi coincidenze che militavano contro il Ferento,
ossia la notorietà ormai innegabile del suo legame con la moglie del
Fiesco e la quasi compiuta sua gravidanza.
L’accusa, benchè basata sopra indizi, era dunque solidamente costrutta e
poteva impensierire chicchessia per il suo colore di verisimiglianza.
Tancredo Salvi narrò al giudice tutto quanto eragli occorso durante la
visita funeraria, ed il risultato di questi colloqui, fu che il giudice
ordinasse il disseppellimento del cadavere, onde sottoporlo a
necroscopìa.
I periti scelti furono tre medici che avevan uso di queste pratiche
giudiziarie.
Una mattina gli affossatori, entrati nel piccolo cimitero di campagna,
dove, sotto il marmo ancor nitido, si consumava la spoglia di Giorgio
Fiesco, ricominciarono a scavare la terra intricata di fresche radici.
Un giardino di fiori selvatici, con mazzi di grandi papaveri già curvi
su gli alti steli, sbocciava tra gli zoccoli delle sepolture; una
festività di grano maturo invadeva l’aria turchina sopra il tranquillo
cimitero di campagna, e una biondinetta, levátasi di buon mattino, con
qualche spolverìo di cipria su la camicetta nera, con le mani congiunte
dietro la schiena e la capigliatura scintillante nel sole, assisteva,
pochi passi lontano dal sepolcro, a questa lugubre faccenda.
La biondinetta si chiamava Maria Dora. Dal giorno ch’eran giunte al
villaggio le prime notizie dello scandalo aveva cessato di lasciar
garrire il suo scilinguagnolo impertinente, aveva inchinato sul petto il
mento rotondo, e guardava pensierosamente correre la vita, chiudendo in
un silenzio ostinato il suo cuore che le doleva un po’...
Ella non aveva mai veduto risalire dal grembo della terra una cassa da
morto, ed osservava quella triste opera con un senso curioso ed
affannoso di novità. Le pareva che ogni colpo di zappa la colpisse nella
sua medesima carne, ma insieme colpisse anche un altro essere, ch’era
lontano, e si trovava solo contro una immensa guerra, nella quale, per
quanto forte, -non le pareva- che egli potesse trionfare.
Ella non rivedeva che lui, dietro il vapore biondo che nel sole
offuscava i suoi chinati occhi; non rivedeva che lui, senza ricordarsi
bene se ancora l’amasse o l’odiasse, tanto l’evidenza della colpa
ch’egli consumava con la sua sorella, e forse l’invidia della lor
colpevole felicità, le stringevano intorno al cuore una specie di nodo
soffocante.
Gli scavatori celiavano senza curarsi di lei: nella terra umida e
rovesciata entrava brillando il sole; ed ella se ne stava in disparte,
con il capo raccolto fra le spalle un po’ inquiete; quasi cullando in sè
stessa un’assurda speranza, e cioè che non si ritrovasse più nulla, che
già i vermi avessero divorato la spoglia, il feretro, e dispersa nel lor
viscido brulicame la prova di quella colpevolezza ch’ella sentiva
essere, ahimè, troppo certa!...
Ma invece, dalla profonda fossa, risollevaron il feretro pressochè
intatto e lo caricaron sopra un carro da buoi, che andò via cigolando.
Ella non si mosse, finchè disparve. Poi, rimasta sola, si affacciò
curiosamente sopra la fossa vuota.
E vide un ragno enorme che vi camminava nel fondo, incespicando fra il
terriccio umido con le sue molte zampe villose.
Il giorno dopo tutti partirono per la città. Nella casa di Giorgio
Fiesco, dove recaronsi ad abitare, trovaron Novella dimagrita,
febbricitante, che li guardò con i suoi grandi occhi pieni di spavento
e, buttatasi nelle loro braccia, ruppe in lacrime singhiozzanti. Era
sfinita di fatica, d’amore e di maternità; mancavano poche settimane
alla nascita della sua creatura.
Nessuno volle ancor più turbarla; non una domanda, non un rimprovero
ella udì mai su le lor labbra indulgenti; la madre, il padre, la sorella
non fecero che inchinarsi come anime tutelari sopra la sua maternità e
sopra il suo dolore.
Nulla eravi di mutato nella casa di Giorgio Fiesco da quando egli stesso
vi dimorava, poichè, negli ultimi tempi, obliosa d’ogni scrupolo e
d’ogni prudenza, ella era vissuta di continuo nella casa del Ferento.
Avrebbe continuato a vivere sperduta e inerte nella sua ombra, se
l’infierire della battaglia ed il termine della gravidanza non avessero
persuaso il Ferento a separarsi da lei, rendendola in grembo alla sua
famiglia. Era d’altronde necessario che tutti venissero in città per
coadiuvarlo nella sua difesa: e da poco erano arrivati, quand’egli
sopraggiunse nella casa del Fiesco. Entrò rapidamente, senza lasciare il
tempo d’essere annunziato.
Eran tutti raccolti nella grande sala, ove i divani e le seggiole,
custoditi sotto fodere di tela greggia, diffondevano in quella fredda
casa un senso di antica disabitazione. Nel vedere il Ferento, sorsero in
piedi con uno scatto involontario, come se ognuno avesse preferito in
quell’attimo non trovarsi viso a viso con lui.
Marcuccio, ch’era d’umor pessimo per la fatica e la novità del viaggio,
se ne stava seduto sul bracciuolo d’una poltrona, con un piede
accavallato su l’altro ginocchio, e oziosamente si strofinava le unghie
contro la suola polverosa. Non súbito lo riconobbe; ma, dopo averlo ben
fissato, incominciò a ridere, a ridere, chissà per qual ragione.
Andrea guardò Novella, ch’era lì, seduta; guardò il suo cappello da
vedova posato accanto a lei sopra un tavolino, guardò la sua giovine
sorella, che le stava presso, ritta in piedi, e quasi la vigilava
tenendo una mano appoggiata sul pizzo nero che ricopriva la sua
scollatura.
Dall’infocato tramonto veniva una luce soverchia, nella quale tutte le
fisionomie parevano colorarsi d’una vampa. Essi a lor volta lo
fissarono, e lo videro quale non era stato mai, con tutta la sua forza
raccolta nel viso, eppure stanco. Una ruga profonda, incisa fra i
sopraccigli, duramente spartiva la sua fronte; una specie di ostinato
sarcasmo gli armava la mascella dura.
Egli li guardò come nemici, tutti insieme, senza fissare i suoi occhi
negli occhi di nessuno; poi disse:
-- Benvenuti; era tempo che foste qui.
Novella prese la mano di Maria Dora e se ne coverse le palpebre
affaticate, con una specie di affettuosa voluttà; insieme le carezzava
il dorso della piccola mano, lentamente, soavemente, facendo scorrere le
dita fin sopra il suo polso pieghevole. Ma la fanciulla, con il capo
incline all’indietro, nel cerchio di luce dorata, pareva insensibile a
quella carezza, insensibile a tutto quanto accadeva intorno a lei,
tranne a quella specie di suggestione dolorosa che le produceva
l’aspetto di Andrea Ferento; gli occhi le si empivano di maraviglia, una
specie di latente paura stringeva il suo cuore di fanciulla.
Andrea s’avvicinò al vecchio Stefano e con forza gli prese una mano, con
forza la tenne chiusa fra i suoi palmi, come per impadronirsi nel
medesimo tempo della sua docile volontà.
Il vecchio lo guardava perplessamente, senza trovar parole, con una
specie d’angustia, con un visibile impaccio, ch’egli stesso avrebbe
voluto poter nascondere.
-- Voi sapete ogni cosa, è vero? -- disse il Ferento, con una voce opaca e
piena tuttavia d’una concitazione mal dominata. Egli sentiva per istinto
che c’era in quegli animi una ostilità involontaria contro di lui;
quella medesima ostilità che ormai gli pareva d’incontrare dappertutto,
più sensibile ancora fra le persone che l’amavano. Talvolta gli era
sembrato perfino d’accorgersi che questo senso vago d’ambiguità
penetrasse, come un sottile brivido, negli abbandoni voluttuosi
dell’amante.
Ma egli non veniva per difendersi; era spaventosamente calmo,
spaventosamente risoluto ad ascendere, senza un attimo di pavidità, fino
all’ultima pietra del suo calvario. Adesso eran giorni di battaglia; si
trovava sul terreno di combattimento, non rimaneva per lui che una sola
necessità: vincere.
Egli abbandonò allora la mano di Stefano, ma intrecciò insieme le sue
proprie dita, e le torse con ira, sorridendo per il dolore che ne provò.
Poi disse:
-- Vi ho pregato di venire in città perchè Novella non poteva più a lungo
rimaner sola, nè rimanere con me. Inoltre avevo qualcosa da comunicarvi,
ed è per questo che ora son venuto.
Parlava a scatti, con la voce un poco ansante, passandosi tratto tratto
una mano su la fronte.
-- Fra pochi giorni tornerò ad essere l’uomo di prima. Se ne dubitate
anche voi... poco importa!
-- No... -- volle dire Stefano. Ma egli lo interruppe con sarcasmo:
-- Poco importa! Sono avvezzo a difendermi e sono avvezzo anche a vincere
nella vita. Ma, davanti ad una simile accusa, ero del tutto impreparato.
Sono stati più abili di me, finora; ma i conti li faremo in ultimo.
Benchè ferito alle spalle, ho fiato ancora per combattere, come si
vedrà. Intanto, non per giustificare me stesso, ma per tranquillare voi,
sappiate che nessun perito al mondo potrà mai scoprire nel cadavere di
Giorgio Fiesco una traccia qualsiasi di veleni, se non tali e quanti
ogni medico adopera necessariamente nelle sue medicine.
Egli fece una dura pausa, e considerò sorridendo l’espressione dei lor
volti, che parevano rischiararsi davanti alla fermezza delle sue parole.
-- Ma poichè non voglio difendermi, e poichè son pronto a mostrarvi che
non ho bisogno di difendermi, sappiate ancor questo: -- la scienza, ve lo
dice un medico, può facilmente uccidere senza che un perito se n’avveda.
In altre parole, vi sono veleni che non lasciano traccia. Così, almeno
fra voi, chi mi vuol credere innocente avrà la compiacenza di farlo
senza che io gliene fornisca la prova.
Nella pausa che intervenne, ricominciò a singhiozzare la risata
gutturale dello scemo, che ora si batteva le unghie raggruppate contro
la suola delle scarpe.
Il Ferento lo guardò con attenzione, poi esclamò, con un’alzata di
spalle:
-- Sì, Marcuccio... hai ben ragione di ridere! Poichè tutti quanti non
siamo che istrioni, costretti a fingere una grottesca parte nella
commedia della vita, ove tu solo forse riesci ad essere uno spettatore
veramente imparziale!...
Diceva queste parole quasi a sè stesso, mentre un moto nervoso contraeva
la ruga diritta ch’era incisa nel mezzo della sua fronte. Poi si volse,
parve d’improvviso vincere una titubanza estrema, si recò dietro la
spalliera della poltrona dove Novella era seduta, e con dolcezza, con
una dolcezza così grande che lo mutava in modo singolare, posò le due
mani aperte sovra le spalle dell’amante.
Ella si scosse, rovesciò leggermente il capo all’indietro, per guardarlo
negli occhi, mentre sorpresa ed impaurita la sorella si ritraeva. Egli
di lei non s’avvide; ma la sua fisionomia, che appariva distinta nel
fascio di luce crepuscolare, sembrò aggravarsi d’una passione che la
stancava, che scioglieva i suoi nervi contratti in una specie di
faticoso allentamento. Dal cuore gli saliva una ondata buona, e questo
era visibile, come se l’amore che aveva per lei fosse una luce d’anima
che gli splendesse all’intorno, per avvolgerli entrambi nella medesima
tristezza, nella medesima infinita voluttà, ove sentivano d’essere uniti
al di sopra di tutte le pene, al di sopra di tutti gli ostacoli che
vanamente la vita e la morte frapponevano al lor colpevole amore.
Allora egli guardò ad una ad una l’altre persone, poi disse lentamente:
-- Volevo confessarvi una cosa... Novella è mia, mia da lungo tempo, mia
fin da prima ch’egli morisse... Questo è innegabilmente vero.
Ella restò con gli occhi spalancati, ferma, percorsa da un interiore
brivido; gli altri tacquero. Solamente la fanciulla si raccolse fra le
dita contratte la stoffa della camicetta, e fece qualche passo
all’indietro, barcollando, con un visibile tremito.
-- Sì, questo è vero, -- egli confessò un’altra volta. -- Ma era necessario
che io ve lo dicessi, perchè a dividerci non basterà nemmeno questa
grande sciagura. Vegliate sopra di lei, fin quando io non torni e vi
dica: -- Ora vengo a riprenderla, poichè sono libero ed ho vinto!
Ella s’aggrappò con le due mani al suo polso che le posava sopra una
spalla, e contro vi poggiò la bocca, per nascondere insieme un
singhiozzo ed un bacio.
VII
Egli uscì tranquillamente da quella casa, e nulla fece per sottrarsi
alla vigilanza delle spie che seguivano i suoi passi.
Cadeva una bella serata quasi glauca su la città rumorosa; le strade
piene di movimento cominciavano ad imbiancarsi di chiarori elettrici. A
piedi percorse la distanza che lo separava dalla sua casa, evitando le
strade frequentate, facendo un più lungo giro, affinchè nessuno lo
riconoscesse nella crepuscolare ombra dei vicoli.
Camminava con gioia, velocemente, immergendosi nella sera come in un
bagno voluttuoso, ed una ilarità quasi perversa gli accelerava i battiti
del cuore. Si sentiva padrone della sua vittoria, misurava la vendetta
con una precisa e fredda crudeltà.
Ormai la bufera gli era passata sopra senza schiantarlo; anzi ne usciva
più forte, acceso di tutti i suoi spiriti battaglieri, pieno fino alla
gola d’una viva ebbrezza di combattimento. Aveva d’un tratto riafferrato
il comando della sua schiera; gli ubbidivano ancora senza riflettere,
con quella dedizione assoluta che inebbria i condottieri. L’avere
ucciso, l’esserne accusato pubblicamente, non gli pareva cosa bastevole
perchè la legge avesse forza contro di lui. Era così tirannicamente
sicuro del suo diritto sovrano, che non avrebbe mai teso i polsi alle
catene dei poteri sociali; non riconosceva nel mondo alcuna forza che
bastasse a limitare in un modo qualsiasi la sua magnifica e terribile
volontà.
Ma, se mai un tal giorno venisse, Andrea Ferento rifiuterebbe di
ubbidire. Non lo vedrebbero mai, seduto fra due sgherri, sul banco degli
accusati; mai elargirebbe quest’ora di trionfo all’ambizione d’un
Salvatore Donadei.
Rifiuterebbe l’obbedienza come un ribelle, come un sollevatore di folle,
come un re. Prima di poterlo ammanettare, bisognava combattere qualche
giornata di guerra civile; -- in ultimo, non lo avrebbero che morto.
La legge che basta per dominare le piccole anarchie, non bastava per
lui: era un capo, aveva la sua milizia, pronta fino all’eccidio, darebbe
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