capigliatura di lei, che non soltanto gli apparivano come le forme belle d’una creatura viva, non soltanto erano quel poco di polvere animata che poi si disgrega e si disperde, ma per lui divenivan l’accesso all’eterna felicità della vita, la sintesi nella quale possedere l’infinita bellezza del mondo. Questo egli pensava con chiaroveggenza, questo ella confusamente sentiva. Il morto, l’accusa, le conseguenze, il domani, tutto era in quel momento così lontano da loro... A dispetto d’ogni legge convenuta, eran due giovinezze feconde, gioconde, che liberamente si amavano; erano l’amore giovine che nasce dall’amore spento, e vuole per sè la vita, la gioia crudele della vita, che sgorga nel domani con impeto, come il fiume felice nel vivo mare... Allora si ricordò, fino alle radici dei capelli, della sensazione che gli dava il suo corpo nudo, e particolarmente si rammentò le fisionomie che il suo volto assumeva nella sofferenza del piacere. Ella, che si sentiva così amata, ne aveva nella gola gonfia qualche tremito di gioia, e si lasciò sopraffare dalla sua forza, inertemente, supinamente, senza chiedersi perchè, in quell’ora tragica, egli la volesse, nè perchè l’uomo che un paese intero aggrediva dimenticasse tanta battaglia per colmare d’una voluttà insensata la paura intima che li stringeva nell’ombra del medesimo delitto. Ma ella pure sentiva un uguale bisogno de’ suoi baci aspri ed il bisogno d’incriminar quell’ora, fra tutte più pavida, con una memoria di orrendo pericolo e d’inebbriata voluttà. . . . . . . . Poi la fece sedere su le sue ginocchia, ed incominciò a raccontare. Ella era un poco ansante ancora, con la fronte leggermente sudata, le labbra umide, una specie d’innamorato abbandono, quasi di addormentata lascivia nelle sue calde spalle. Ora lo ascoltava senza rispondere, con la faccia china, il collo ingombro di capelli, che scintillavano, attenta e quasi distratta. Egli aveva sempre ragione; qualsiasi cosa dicesse, aveva sempre ragione. Non ammetteva ella nemmeno di poter esaminare le sue parole, tanto le piaceva di somigliare a lui, di pensare come lui, d’essere fisicamente in suo possesso anche quando parlava. Non era necessario affatto ch’egli spendesse tante parole per dimostrare le ragioni di quest’accusa... Ella sapeva bene di amare un uomo temuto e sapeva che i vili odiano a questo modo; non era necessario ch’egli le spiegasse come si sarebbe difeso; era certa che si sarebbe difeso con facilità, certa che avrebbe vinto. Ma il vederla così lontana del sospetto, lo empiva insieme di dolcezza e di spavento. Avrebbe preferito avere davanti a sè una donna risoluta, che l’afferrasse per i polsi e gli dicesse, guardandolo dirittamente negli occhi: -- «No, tu hai ucciso! Tu, con la tua stessa mano, hai veramente ucciso!» Invece gli pareva di vederla ignara, lontana dal sospetto, aliena dal macchiare di una simile complicità la sua perfetta innocenza; e mentre s’accorgeva che per sempre avrebbe dovuto portare in sè l’orribile silenzio di quella morte, pensava che l’amore d’una donna è cosa troppo lieve per dividere una così grande colpa. Egli anzi temeva che l’ombra del delitto giungesse a pervadere ogni altro senso nel timido cuor femminile; e mentre un desiderio invincibile di confessione gli saliva dall’anima sino al fiore dei labbri, egli, con una strana duplicità, si perdeva ne’ più sottili ragionamenti per distruggere in lei fin le radici del sospetto. Così passarono la notte, vicini, avvinti. Mentre la città urlava il suo nome per ogni quadrivio, e sin nella più tarda sera dappertutto infierivano lo stupore ed il tumulto, essi erano insieme, sotto il medesimo tetto, insieme avvolti nel dramma sovrastante, chiusi nell’ignoto e nell’ombra che si levavan dal sepolcro di laggiù. V La mattina dopo, di buonissima ora egli fu desto. Come al solito s’immerse nel bagno che lo ringagliardiva, scrisse alcune lettere che fece portare a mano dal suo domestico, telefonò a parecchie persone che gli urgeva di veder nella giornata. Ella uscì da quella notte affannosa, dal breve sonno incominciato verso l’alba, con l’anima piena di sperdimento e pervasa da una così grande stanchezza, che sentiva il sangue fermo dolerle nelle vene. Ma col mattino le tornava l’intuito preciso della rovina. Guardò, e vide con occhi limpidi ciò che non aveva sin allora veduto, se non traverso la nebbia della sua concitazione. Non erano ancor le nove del mattino, quando cominciò ad aggrupparsi folla davanti alla casa del Ferento. Giungevano a comitive, per strade opposte, gridando, crescendo, sicchè in breve la strada ne fu assiepata, la piazza ne brulicò. Il portinaio, dopo aver chiuso il portone, venne sopra concitato a supplicare che il Ferento gli concedesse di telefonare in Questura. Ma questi rispose con asprezza che non se ne occupava, e lo lasciassero in pace. Fermo, dietro le cortine d’una finestra, si mise a guardare la folla. Erano scherani del Donadei, mandati a provocarlo; plebaglia chiesaiuola, politicanti delle leghe cattoliche, socialisti e milizie della Camera del Lavoro. Non popolo insorto, ma un’accozzaglia sobillata e prezzolata, che veniva per vilipendere l’uomo contro il quale si voleva, non giustizia, ma vendetta. Qua e là, forse con piccoli gruppi de’ suoi partigiani, accadevano zuffe. Un bel sole mattutino dormiva su quella inane piccola gente. Ella, mezzo discinta, stava presso di lui, serrata contro il suo braccio, e paurosa lo guardava. Gli alti vetri luccicavano d’azzurrità; si udiva dalla strada salire un vociferìo crescente; si udiva quel rumore ondoso che la folla produce quando s’aggruppa in tumulto. Andrea fece qualche passo indietro, serrando i pugni convulsi, reprimendo la sua fredda ira. Ella pure, d’un tratto, si staccò dalla finestra, chiudendosi con i palmi gli orecchi, perchè quegli urli troppo la ferivano, troppo la battevano, e le pareva d’essere assalita insieme con lui dal furore della piazza. S’annidò nelle sue forti braccia e lacrimosamente lo baciava. -- Andrea!... Andrea, che faremo? Egli senza rispondere, appoggiò la bocca su la sua fronte; e sopra la fronte di lei, curvata, i suoi occhi splendevano di tanta luce, di tanto coraggio, ch’egli parve, nella sua bianca tranquillità, più forte che la moltitudine. Ora, per tutte le strade, sopravvenivan turbe di popolo minaccioso; la piazza, tra il suo porticato quadrangolo, nereggiava di assembramenti; i gridi e le contumelie battevano contro i vetri come sassi lanciati con la fromba. Allora la sua bella fronte si cerchiò d’una rossa ira e gli parve indegno starsene dietro una finestra chiusa mentre gli avversari lo insultavano. Che si voleva da lui? Vederlo? Con impeto si sciolse dalle braccia dell’amante, s’avventò alla finestra, volle aprire. -- No, no, Andrea! séntimi, ascóltami... -- gridò la donna, avvincendosi a lui. Forte gli teneva le mani, forte lo respingeva; poi s’interpose fra lui e la vetrata quasi per fargli schermo, ed aperse le braccia. Grosse lacrime le cadevano dagli occhi, il suo gonfio petto ansava; egli rimase un istante a guardarla, muto, poi si ritrasse. -- Perchè piangi? Hai forse paura per me? Si mise a ridere d’un riso beffardo e cominciò a camminare per la stanza. Ella restava con le braccia aperte, la gola riversa, le spalle contro l’invetriata; il sole mattutino mandava lampi nello splendore de’ suoi capelli spettinati; pareva in croce, davanti a quella finestra piena d’azzurrità. -- Hai paura per me? -- diss’egli con più forza. -- Non io di loro! Rovesciò indietro la fronte con quella mossa rapida che gli faceva ondeggiare la capigliatura e splendere il volto: -- Cosa vuole da me questa masnada di chierici e di bruti? Vedermi?... Vengo! -- Andrea!... -- ella gridò sbigottita, -- che vuoi fare?... Andrea!... -- Nulla di strano: essere alla mia Clinica per le nove e mezzo, come faccio ogni giorno. Con la sua poca forza ella s’avvinghiò a lui per trattenerlo, e balbettando lo supplicava: -- No, non andare... -- Io?!... -- diss’egli con un riso. -- Allora forse non mi conosci bene. -- Ma non vedi quanti sono, Andrea?... Non senti come urlano?... -- Appunto perchè urlano, e son molti, appunto per questo è necessario andare. Allora ella si mise a piangere, a piangere con disperazione; la qual cosa era la sola ch’egli davvero temesse. -- No, non piangere... -- le diceva con dolcezza. -- Ascóltami, ascóltami, Novella. Comincia per me in questo momento una di quelle tragiche avventure nelle quali un uomo ha bisogno di tutte le sue forze per affrontare la vigliaccheria degli altri e decidere se debba rimanere un padrone od essere un vinto. Non mi disarmare, ti supplico, non aver paura; poichè devi essere tu, anzi, la mia compagna. Saranno giorni terribili, di guerra senza mercede, a colpi di coltello. Ma voglio vincere, capisci?... voglio vincere, perchè ti amo. E non essere tu la catena! Dicendo quest’ultima frase, la respinse con un atto quasi violento, come se per un attimo l’avesse odiata. Ella comprese ch’era necessario ubbidirgli, e solamente lo fissò con gli occhi pieni di terrore. -- Ma... ti faranno male... -- Che male! -- Andrea gridò. -- Al primo che osi toccarmi spiano la rivoltella su la faccia; se non retrocede, sparo. E dove un uomo ha il coraggio di ammazzare per primo, è la folla che ha paura di lui. Del resto la folla non mi odia. Chi mi odia è altrove. Ma s’accorgeranno bene che Andrea Ferento non è uomo da lasciarsi ammanettare! Fece una pausa e guardò l’amante, la donna curva, disfatta, che l’ascoltava. Il suo sorriso beffardo si spense in un sorriso di tristezza, e piegando su lei con dolore il volto pallido, la baciò fra i capelli, come se quell’atto gli fosse necessario, prima di scendere nella strada e camminare a fronte alta contro la folla de’ suoi bestemmiatori. -- Atténdimi qui, -- le disse. -- Per nessuna ragione al mondo non uscir di casa. Dietro me s’allontaneranno. Sii tranquilla: dalla Clinica ti telefonerò. Prese da un cassetto la rivoltella, già carica, si chiuse la giacca, rovesciò indietro la fronte con quell’atto leonino che gli scuoteva tutta la capigliatura, baciò in silenzio le mani dell’amante, e uscì. Ella non ebbe che la forza di chiamare fievolmente: -- Andrea... -- ma quand’era già lontano. Poi si precipitò alla finestra. Egli scendeva le scale con un passo misurato, allacciandosi i guanti. Sui pianerottoli v’eran persone ferme, ch’egli non guardò; a pianterreno, sotto il porticato, un gruppo di gente che si ritrasse bisbigliando. Il portinaio aveva sprangato il portone; stava dietro l’usciuolo con la chiave in mano. -- Aprite, -- gli disse il Ferento. -- Non è possibile... -- Aprite, vi dico... -- Professore, non faccia questa pazzia!... Allora gli tolse la chiave di mano, aprì egli stesso, chinò il capo sotto il portello, e, quando fu sul marciapiede, si volse tranquillamente, lanciò dentro la chiave, dicendo al portinaio che s’affacciava: -- Chiudete in fretta. L’impassibilità del suo volto era così grande, che i più vicini credettero d’ingannarsi nel riconoscere Andrea Ferento in quell’uomo che usciva. Egli non guardò nessuno; la strada formicolava di gente ferma, ed alcuni tuttavia, per la meraviglia, si scostarono. Alto, solo, con le mani entro le tasche della giacchetta, l’occhio vigile davanti a sè, il passo veloce ma tranquillo, quasi che tutto ciò non lo interessasse affatto, Andrea Ferento si diresse verso la piazza, come un uomo che debba tuttavia fendere per mezzo ad una strada ingombra. In verità non pensava che una cosa: «Novella s’è affacciata e mi guarda.» Il pensiero di quegli occhi amati che dall’alto vigilavano la sua persona lo ringagliardì come una spronata nei fianchi d’un animale generoso, e gli piacque di sentir vibrare intorno a sè la potenza elettrica della folla, gli piacque avventarsi nel pericolo immediato con una spavalderia che lo inorgogliva. Quel senso eroico della vita che dorme nel cuore di tutti gli uomini audaci si ridestava in lui d’improvviso e cantava nel suo spirito come una fanfara; gli pareva d’essere un soldato sopra il terreno di combattimento, e, più che un soldato, l’alfiere della sua parte, il portabandiera di sè stesso. La bandiera lo copriva come un manto, lo rendeva intangibile. Il sangue gli batteva nei polsi con quella velocità medesima, con quel tremito stesso, che propaga nell’aria il rullo dei tamburi, e gli pareva libera quant’altra mai quella strada preclusa da una barriera umana. Involontariamente sentiva di raggiare da sè la magnificenza del tribuno; l’atmosfera delle folle ammutinate, che impaurisce anche i più forti, era ciò che gli permetteva di respirare con più vasta libertà. Nel sentire quell’onda umana che gli rinserrava intorno, egli aveva l’impressione gioiosa di sentirsi portare in alto, spingere avanti, e rimaner solo in capo della moltitudine, come l’insorto che guida la sua fazione, alfiere d’ideali e capitano di popolo, quando gli assalitori delle regge, nei mattini di rivolta, per avventarsi al potere, sollevano le città. Cominciava la sua battaglia: era pronto, magnificamente pronto. Lo vedrebbero andare a fronte alta contro l’accusa, muto in mezzo alle contumelie, come se il clamore di una intera città non bastasse a distoglierlo dalla sua via consueta nè ad impedirgli di compiere ancora una volta l’opera sua giornaliera, della quale voleva mostrarsi più degno e più innamorato che mai. Aveva coscienza del suo prestigio fisico e ne godeva come d’un privilegio sovrano, conferitogli dalla natura stessa, nell’impronta, nel calco della sua persona. La folla, che ha per suo destino quello di ubbidire ad uno solo, è veramente femmina davanti a chi la disprezza, davanti a chi, senza riflettere, col suo coraggio la incatena. Egli sapeva che nessuno avrebbe osato affrontarlo a viso aperto, nè si occupava di guardarsi le spalle, perchè, a tutelargli le spalle, bastava la sua medesima tranquillità. Inoltre, nemmeno fra gli avversari Andrea Ferento era un uomo odiato: la sua vita pura come cristallo moveva un senso di stupefazione in coloro stessi ch’erano schierati sotto altre bandiere. Aveva combattuta la sua guerra con un magnifico sdegno, e, davanti alla folla, troppo avvezza a patire le menzogne dei retori, aveva il merito incomparabile di aver detta la verità. Di aver detta la verità sempre, con un coraggio che poteva parere insensato, anche quando le chiese, i governi, le clientele, i partiti, erano in lega solidale contro lui, perchè tacesse. Possedeva le due qualità che maggiormente innamorano le moltitudini: era un ribelle ed era un munifico donatore. Chi mai lo toccherebbe? Non certo quell’eterno ribelle che si chiama il popolo, non certo quella rozza femmina eccitata che si chiama la folla. Ed ecco, intorno a lui, dapprima, un silenzio grande si fece. Camminava; ed alcuni, ammutolendo, gli mossero dietro, quasi per meraviglia della sua temerità, e forse per vedere dove quell’uomo andasse. Nessuno aveva certo supposto di trovarsi viso a viso con lui, nè creduto ch’egli venisse a costituire la sua libertà frammezzo a loro con un gesto così deliberato e così tranquillo. Questa folla, che da un momento all’altro s’aspettava d’essere sgombrata dai gendarmi, o d’azzuffarsi con i partigiani dell’avversario, si vedeva improvvisamente fendere dall’uomo stesso ch’era venuta per provocare. Questo potente camminava tra loro senza guardia nè partigiano, e passava in mezzo ai clamori diretti contro il suo nome, senza corrugare la fronte. Non solo, ma quest’uomo era Andrea Ferento, lo scienziato che dalla cattedra inebbriava i giovani, co’ suoi libri commoveva l’opinione del mondo, negli ospedali, come un buono ed umile operaio, curava i malati; quest’uomo era stato tempo innanzi alle soglie del potere, e solo per isdegno volontario ne aveva receduto. Camminava dietro di lui, intorno alla sua ombra, tutta una storia di cose belle, che ognuno rivedeva. Chi lo toccherebbe? Chi seguiterebbe a gridargli sul volto: -- Assassino! -- se pur questo era l’ordine? Adesso era preso nel mezzo, era in balìa di questa grande folla; camminando la faceva ondeggiare. Il suo nome, più veloce di lui, lo precedeva nel tumulto; una curiosità malsana invadeva l’ammutinamento; era un accorrere da ogni parte verso l’uomo che si faceva strada. Si faceva strada senza parlare, senz’ascoltare, guardando innanzi a sè, diritto, come un uomo sicuro della sua meta; e lentamente la turba lo ingoiava, stringendolo come un nòcciolo nelle sue pareti poderose. Egli cercava di traversar obliquamente la piazza, per dirigersi all’opposto lato, verso lo sbocco d’una contrada; la folla crescente lo accompagnava, rallentando il passo, arenandosi man mano contro la folla sopravveniente, che stringeva quel nucleo camminante in una specie di morsa. Per il vasto rettangolo della piazza crescevan lo strepito ed il clamore; ma già il nome di Andrea Ferento era la più alta parola che dominasse il tumulto. Lo spazio intorno gli divenne così angusto, che dovette fermarsi; -- ma egli non impallidì. Era preso negli stessi tentacoli della folla, ed i più vicini facevano sforzi di braccia, di spalle, per non serrarglisi addosso. I più vicini tacevano, guardando l’uomo alto e fermo, con una specie di timore. Si produsse in quella moltitudine un movimento oscillante, simile al flusso ed al riflusso d’una marea, -- poi le grida inveirono contro il cielo, facendo risuonare il nome del Ferento, come se dalla turba erompesse la gioia selvaggia e paurosa di tener quella preda. La piazza tiranna lo aveva catturato: era tardi ormai per il soccorso, gli potevan mettere la mano alla gola. Ma nessuno invece lo toccava, e, per una specie di rispetto invincibile, nel cerchio d’uomini più vicini a lui si taceva, come nell’attesa d’un dramma. Stavano fermi, addossati gli uni agli altri, per resistere alle spinte, quasi per difenderlo con una barriera di spalle dal potere altrui. -- Signori, -- egli disse tranquillamente, levandosi l’orologio di tasca: -- da nove anni, tutte le mattine, a quest’ora, esco di casa per recarmi alla mia Clinica, dove so di essere necessario. Se un pazzo od un bruto mi lancia un’accusa che mi rifiuto di discutere, non è questa una ragione perchè i miei medici e i miei malati suppongano ch’io non possa recarmi fra loro. Ho deciso di traversare la città a piedi, contro chiunque mi fermi, e su la mia parola d’uomo vi giuro che passerò! Andrea Ferento si mosse. Un piccolo varco, uno spiraglio tortuoso, tra gente muta, allentò la folla, e con la mano chiusa nella tasca su l’arma caricata, egli vi s’inoltrò. Adesso era pallido estremamente, ma di coraggio e d’ira. I suoi occhi magnetici, striati di ferro, pareva che lampeggiando esercitassero un comando muto. Lento, grave, restìo, come una carena che si disincaglia, il nucleo della folla ricominciava a muoversi, resistendo col suo peso inerte alla spinta esterna, e così lasciandosi portare. Sopra la folla egli ergeva l’alta statura, per guardar oltre: un émpito selvaggio d’orgoglio lo soverchiò, quando vide che la strettoia s’allentava. Si volse a quelli che tacevano, e con la forza di un’invettiva esclamò: -- Quanti di voi, che ora venite a sbarrarmi il passo, quanti di voi, o delle vostre famiglie, non hanno benedetta questa mia mano, che ora gridate sia quella d’un assassino? -- Avanti! fátemi strada, che ho fretta, e laggiù sono moltissimi vostri figli e fratelli che hanno ancora bisogno di me! Gli ubbidivano muti, senza sapere perchè gli ubbidissero, facendo forza contro la parete umana che ostacolava il passo, penetrando a forza di gomiti nella direzione ch’egli segnava. Per soggiogarli e per stordirli parlava, con l’occhio attento al varco difficile, con un palpito nel cuore di gioconda impazienza. Li odiava in quel momento, ed avrebbe voluto frustarli fino al sangue; si sentiva quasi nelle braccia la forza di poterli percuotere. -- Fate com’io faccio questa mattina! Camminate a fronte alta contro chiunque voglia mettervi una mano alla gola! Un giorno forse comprenderete che la bellezza vera del mondo è tutta nella forza di una splendente volontà. La strettoia si allentava; i più vicini, soggiogati, ammutolivano. Con lentezza, il gruppo che lo teneva prigioniero s’incanalò nella strada formicolante, per la quale scendeva di corsa un drappello di studenti, spingendo innanzi a sè una doppia catena di poliziotti, che non riuscivano a frenarli. Ancor lontana, egli udì la voce nota, la fresca voce della gioventù che lo amava, che irrompeva correndo nell’opaca moltitudine avversaria, portando il suo nome come un vessillo e facendolo battere nel cielo con una forza che lo inebbriava. Irruppero quasi contro lui, senza riconoscerlo; accadde un urto, e per un momento l’avvolsero nella zuffa, lo trascinaron indietro, nel torrente impetuoso che li trascinava. Ma quando fu riconosciuto, e si seppe ch’egli, da solo, era uscito contro la piazza, s’era lanciato a fronte alta nella bufera, contro il pericolo, contro la folle accusa, che non poteva macchiarlo, allora fu come un delirio che lo circondò, che l’avvolse da ogni parte, fu la vendetta più bella ch’egli potesse immaginare, perchè un’altra folla era nata, sbucava, cresceva intorno a lui, come un esercito pronto a giurare su la sua spada, a camminare dov’egli volesse, rovesciando il suo patibolo per innalzargli trofei. Un riso grande, sarcastico, gli empì l’anima; si guardò intorno, e gli parve che il sole fosse un tappeto fulgido su cui trionfalmente poteva ora camminare. Aveva giurato di passar da solo entro la schiera nemica; era passato, era illeso, la vittoria incominciava. Dietro lui, nella piazza turbolenta, scherani contro scherani s’azzuffavano da ogni parte; squilli di tromba echeggiavano ad intervalli sopra l’urlare della mischia, ed ancora una volta, nella storia di tutte le grandi e piccole discordie, ci si batteva per un nome, tra partigiani e partigiani, poichè non muta nei tempi la sorte delle umane moltitudini: l’odio è fra condottieri, ed esse debbono insanguinarsi per la vittoria di uno solo. Ora la strada lo accompagnava gridando; le finestre si gremivano; le soglie delle botteghe si assiepavano di gente curiosa; la città soffermava la sua vita per assistere a questo esempio di virtù civile. Ma egli camminava nel mezzo della strada, senza nulla guardare, con la fronte sollevata, il passo veloce, tra un corteo numeroso che gli faceva intorno quasi una guardia d’onore, pronto a scontrarsi con chiunque gli sbarrasse il cammino. Ad ogni sbocco di strada la polizia tentava d’interrompere il corteo; ma esso rinasceva da’ suoi frantumi, quasi fosse dotato d’una inseparabile vita. Sotto le finestre d’un giornale avversario volaron sassi e vetri si ruppero con fragore; la redazione stava per essere invasa, quando gli squilli echeggiarono e la polizia, forte di numero, giunse in tempo a disperdere l’assalto. Fu allora che un Commissario s’avvicinò al Ferento, pregandolo di voler salire in una vettura per sottrarsi alla folla che la sua presenza eccitava. Egli scosse il capo duramente, poi rispose: -- No! Se avete ordine d’arrestarmi, arrestatemi; altrimenti proseguirò a piedi. Egli certo non ignorava che l’imprecisione dell’accusa e le potenti energie ch’erano già in moto per cooperare alla sua salvezza gli avrebbero evitato allora e poi lo sfregio dell’arresto; ma rispondeva così al Commissario, perchè sapeva nelle ore di battaglia esser anche un abilissimo istrione. Aveva giurato di andare a piedi: a piedi continuerebbe sino al termine. C’era troppo sole in quell’aria mattutina perch’egli accettasse di trafugarsi nell’ombra! Ora la strada lo accompagnava cantando; era una strada facile, sgombra; incominciava il suburbio. I funzionari erano riusciti a spezzare nel mezzo il corteo, imprigionandone la parte più accesa nel viluppo delle contrade. Lì nascevan alberi; di lontano la terra incollinava. Egli affrettò il passo, e quando vide apparire l’edificio bianco, le vaste placide finestre che dormivano dietro le stuoie, quando ripensò i bianchi letti allineati e le facce stanche di coloro che vi giacevano, un disprezzo immenso di sè medesimo lo assalse, quasi ch’egli avesse rubata una vittoria e stesse per rubare altresì quel diritto che s’attribuiva di medicatore. Allora, giunto al cancello, si volse; guardò la schiera che lo seguiva e tese il braccio per soffermarla. Ma poichè i più vicini lo circondavano: -- Qui -- disse, -- ritorno ad essere il medico, che deve dimenticare. Con un sorriso, con un saluto, posò in silenzio le mani su le spalle d’alcuni fra i giovani che gli eran presso; indi si volse lentamente, varcò l’ingresso del giardino e rinchiuse il cancello. Lo videro inoltrarsi per il viale, poi, tra gli alberi, sparire. Là in alto, la Direttrice, i medici, gl’infermieri, tutti i custodi familiari del sereno edificio ch’egli aveva eretto per amore dell’uomo, gli si fecero incontro con un atto fraterno e solenne d’accoglienza, che parve racchiudere in sè una grande assoluzione. Ma questa volta, nel cuore, proprio in quella parte del cuore che non pensava, ch’era semplicemente il rifugio della commozione, il rifugio della bontà che l’uomo non riesce mai del tutto a spegnere in sè stesso, qualcosa lo morse pungentemente, con un tal senso di dolore, che gli parve, nonostante la sua volontà metallica, di sentirsi velare gli occhi. Sopra loro volse per un attimo uno sguardo di bestia diffidente e ferita, poi si chiuse di nuovo nella sua maschera d’impassibilità, strinse in fretta le mani che gli si tendevano, e scuotendo il capo, come per impedire ogni discorso, non faceva che ripetere: -- Nulla, nulla... andiamo, è nulla!... Fece a tutti un gesto frettoloso di commiato, e con voce ferma chiamò, come soleva ogni giorno, il suo primo assistente: -- Rosales, mi faccia vedere i bollettini. Il giovine, vestito del cámice bianco, gli si avvicinò scolorato come una fanciulla, ed insieme, tra un silenzio rispettoso e commosso, entrarono in quello studiolo a pianterreno che aveva contro la finestra gli odorosi rami dell’ólea fiorita. Rimasero in piedi, uno di fronte all’altro, senza dir nulla, poi, con un moto nervoso, il Ferento cominciò a sfogliare i bollettini. L’altro lo guardava con gli occhi lucenti, senza muover labbro, come un figlio guarda il suo padre che abbian ferito a morte e che sia per morire. Stava diritto, fermo come una sentinella, con le braccia lungo i fianchi; ma i polsi tuttavia gli tremavano. Pur nel leggere, il Ferento lo vedeva. Ed allora sollevò sopra il giovine i suoi occhi superbi, spianò la fronte come un uomo sereno ed incolpevole, che alla muta paura del discepolo volesse rispondere con una muta tranquillità. Ma questi non resse allo schianto, e con un dolore pieno di febbre, quasi piegando le ginocchia, gli afferrò una mano, balbettando: -- Professore, qualsiasi cosa le abbisogni, o le accada, si ricordi, si ricordi che io son qui... E dai buoni occhi cilestri gli cadevan lacrime nella barba bionda. Il Ferento strinse velocemente quella mano, si morse un labbro, e volse altrove la faccia, per non fare quello che un uomo non può fare: piangere. VI Cominciaron giorni d’una guerra disperata, piena d’insidie, a colpi di coltello. Intanto correva l’istruttoria. Il giudice si chiamava Leonardo Niscemi, chiarissimo nome d’una famiglia catanese che aveva dato all’Italia buon numero di valorosi giureconsulti. Mai bufera più grande fu scatenata sopra il capo d’un povero giudice istruttore, nè mai tanto gioco di pressioni e di partigianerie fu esercitato con mezzi più illeciti su la incorruttibile giustizia. Si guerreggiava da entrambe le parti con uguale accanimento; era uno scoppio di furor civico da lunghi anni contenuto; il Parlamento, la strada, la chiesa, la stampa, i sodalizi, la famiglia, l’individuo, tutto si batteva. Drappelli e cortei percorrevano le strade; ogni sera, nei comizi, gruppi avversari si azzuffavano; i giornali delle due parti buttavan esca nel fuoco. In segno di protesta l’Università si chiuse. Ma le contrade si ridestavano al mattino con i muri pieni d’iscrizioni oltraggiose per il Ferento. Egli aveva subitamente ritrovato in sè, con un impeto selvaggio, l’odio e l’amore dell’uomo di parte. Il suo delitto, anch’egli quasi lo dimenticava: era necessario anzi tutto vincere, e vincere con magnificenza, per la causa di quelli ch’erano con lui; vincere anzi con crudeltà, spazzando il nemico, poich’egli portava una bandiera, e le bandiere non debbono mai soffermarsi a mezza strada. Aggredito, si difendeva; preso d’assalto, si cacciava con i suoi, a fronte bassa, contro gli assalitori. Intanto correva l’istruttoria. Il giudice, Leonardo Niscemi, sentiva in quei giorni pulsare nella penombra del suo uffizio tutta l’anima della città. Una folla oziosa e curiosa circondava in tutte le ore del giorno il Palazzo di Giustizia, quasichè da un momento all’altro i muri stessi dell’edificio potessero preannunziare al pubblico l’esito dell’istruttoria che accendeva tanta passione. Tutti gli andirivieni eran osservati, commentati a lungo; giornalisti ed informatori passavano la giornata ne’ corridoi: cumuli di notizie contradditorie ingombravano i supplementi dei giornali; un’atmosfera d’impazienza e di febbre pervadeva la città. Guardie a cavallo scortavan ogni mattina l’automobile del Ferento, dalla sua casa fino alla Clinica, e nel ritorno; le adiacenze dell’una e dell’altra eran continuamente vigilate dalla Polizia. Quel che frattanto si conosceva di sicuro in mezzo alle mille dicerìe, si era che il giudice Niscemi aveva due volte chiamato nel suo gabinetto il denunziatore Tancredo Salvi, ch’era in quei giorni tronfio di popolarità sino alle radici dei capelli, e si esibiva da mattino a sera, ovunque potesse, alla curiosità pubblica, dondolando la sua quadrata persona con un far magnifico da istrione applaudito. In buona fede a lui pareva d’essere il «deus ex machina» di tutta questa faccenda. Il vedere la città piena d’ammutinamento, rossa di furore, in séguito alla sua denunzia, lo investiva d’un così grande orgoglio della propria potenza, che non invidiava più nulla e nessuno, anzi dimenticava quasi d’aver in tasca il prezzo del suo turpe mercato. Il Metello, più prudente, più alieno da simili notorietà, si era tratto in disparte, pieno di riserbo, dopo aver conclusa con il Donadei la losca faccenda e con un sottile riso enigmatico su l’orlo delle sue labbra perverse, lasciava che la vanagloria del suo complice ostentasse per proprio conto i lauri di quelle giornate clamorose. A malincuore si era veduto inscrivere nella lista dei testimoni, e con rara modestia egli preferiva starsene quieto in un cantuccio, ad osservare con occhio sospettoso la piega degli avvenimenti. Il solo con il quale osasse talvolta scambiare qualche lieve apprezzamento era quell’ottimo raccoglitore di farfalle che si chiamava Dandolo Zappetta, al quale non era fino allora capitato in premio nemmeno il becco d’un quattrino, mentre continuava nell’alta soffitta a preservare dalla polvere il suo giubbino luccicante, le sue scarpe senza macchia. Il Metello aveva preso l’abitudine di andarlo a trovare quasi ogni giorno, sebbene le lunghe scale fossero dolorose a’ suoi piedi che s’inasprivano di trafitture. Là in alto, fra lo svolazzare fermo delle farfalle appuntate, insieme discorrevano di quella lunga e lenta istruttoria. Il Metello faceva previsioni, Dandolo si limitava ad ascoltar le sue parole con un sorriso pieno di sarcasmo indifferente. Sapeva ormai come funzionino i poteri dello Stato, e non aveva maggior fiducia nella toga del giudice che nell’uniforme del poliziotto. Tutto era un gioco di dadi entro un bossolo truccato, e la bacchetta magica poteva per la maraviglia far spalancare le bocche degli spettatori. Poi ridevano insieme di quel tronfio e ridicolo Tancredo, lo Zappetta senza livore, il Metello con una voglia matta che capitasse un fracco di legnate su la groppa di questo re da burattini. Ma per quanto il buon Tancredo vestisse con pompa la toga dell’accusatore, nessuno era così miope da non riconoscere in lui solamente l’uomo di paglia. S’intravvedeva dietro le sue spalle quadrate il profilo fuggente, la faccia insidiosa del vero denunziatore. L’articolo firmato «-Ergo-» aveva dato fuoco alle polveri; l’uomo che si firmava «-Ergo-» era, nell’opinione di tutti, l’insidiatore nascosto, che aveva teso l’agguato all’antico avversario. La battaglia era unicamente fra loro; l’odio che fomentava tanto insorgere portava il suggello antagonistico dei loro due nomi. Entrambi stavano in alto, saldi, agguerriti, tra falangi di partigiani, con in pugno entrambi lo scettro che asservisce i poteri allo sfogo dell’odio settario, con la voluttà entrambi di volersi misurare una buona volta in campo chiuso, uomo contro uomo. La battaglia pareva una sfida mortale; o l’uno o l’altro doveva tendere il collo al capestro. Eran due cupi avversari, ma due disperate volontà. Nell’intimo del suo convincimento, Leonardo Niscemi non era persuaso che il Ferento avesse potuto uccidere. Quella simpatia che lega insieme tutti gli uomini d’una certa elevatezza d’ingegno lo avvicinava piuttosto al Ferento che non al palese od al nascosto accusatore. D’altra parte lo allettava il fatto di poter frugare a suo beneplacito nei recessi d’una così alta vita, e quella iconoclastìa che ferve nell’animo di tutti gli ambiziosi lo spronava contro l’incolpato come un perverso allettamento. Leonardo Niscemi, eretto a giudice d’un uomo e ad arbitro d’una grande contesa, pensava innanzi tutto a non giocar la propria carta sul tavoliere perdente, poi a servire la Giustizia, questa bella parola gonfia e luccicante come una bolla di sapone. Tancredo Salvi era stato imbeccato a puntino. L’accusa pareva in sè stessa un po’ vaga ed arbitraria, ma c’era, fra le molte voci raccolte, un’affermazione particolarmente grave, quella del medico Paolieri, ch’erasi recato a visitare il Fiesco pochi giorni prima della sua morte ed aveva notato nell’infermo alcuni sintomi sospetti. Dalle chiacchiere del Paolieri, per l’appunto, i primi bisbigli eran nati nel villaggio, trovando conferma in tutti coloro che avevano veduto il cadavere guasto. Ma ora queste mormorazioni avevan cessato di ondeggiare in un sussurro anonimo, per divenir deposizioni vere e proprie, di molte persone ch’eran pronte a ripeterle, a firmarle, a costituire insomma quel che si chiama l’accusa dell’opinione pubblica. Inoltre v’eran due gravi coincidenze che militavano contro il Ferento, ossia la notorietà ormai innegabile del suo legame con la moglie del Fiesco e la quasi compiuta sua gravidanza. L’accusa, benchè basata sopra indizi, era dunque solidamente costrutta e poteva impensierire chicchessia per il suo colore di verisimiglianza. Tancredo Salvi narrò al giudice tutto quanto eragli occorso durante la visita funeraria, ed il risultato di questi colloqui, fu che il giudice ordinasse il disseppellimento del cadavere, onde sottoporlo a necroscopìa. I periti scelti furono tre medici che avevan uso di queste pratiche giudiziarie. Una mattina gli affossatori, entrati nel piccolo cimitero di campagna, dove, sotto il marmo ancor nitido, si consumava la spoglia di Giorgio Fiesco, ricominciarono a scavare la terra intricata di fresche radici. Un giardino di fiori selvatici, con mazzi di grandi papaveri già curvi su gli alti steli, sbocciava tra gli zoccoli delle sepolture; una festività di grano maturo invadeva l’aria turchina sopra il tranquillo cimitero di campagna, e una biondinetta, levátasi di buon mattino, con qualche spolverìo di cipria su la camicetta nera, con le mani congiunte dietro la schiena e la capigliatura scintillante nel sole, assisteva, pochi passi lontano dal sepolcro, a questa lugubre faccenda. La biondinetta si chiamava Maria Dora. Dal giorno ch’eran giunte al villaggio le prime notizie dello scandalo aveva cessato di lasciar garrire il suo scilinguagnolo impertinente, aveva inchinato sul petto il mento rotondo, e guardava pensierosamente correre la vita, chiudendo in un silenzio ostinato il suo cuore che le doleva un po’... Ella non aveva mai veduto risalire dal grembo della terra una cassa da morto, ed osservava quella triste opera con un senso curioso ed affannoso di novità. Le pareva che ogni colpo di zappa la colpisse nella sua medesima carne, ma insieme colpisse anche un altro essere, ch’era lontano, e si trovava solo contro una immensa guerra, nella quale, per quanto forte, -non le pareva- che egli potesse trionfare. Ella non rivedeva che lui, dietro il vapore biondo che nel sole offuscava i suoi chinati occhi; non rivedeva che lui, senza ricordarsi bene se ancora l’amasse o l’odiasse, tanto l’evidenza della colpa ch’egli consumava con la sua sorella, e forse l’invidia della lor colpevole felicità, le stringevano intorno al cuore una specie di nodo soffocante. Gli scavatori celiavano senza curarsi di lei: nella terra umida e rovesciata entrava brillando il sole; ed ella se ne stava in disparte, con il capo raccolto fra le spalle un po’ inquiete; quasi cullando in sè stessa un’assurda speranza, e cioè che non si ritrovasse più nulla, che già i vermi avessero divorato la spoglia, il feretro, e dispersa nel lor viscido brulicame la prova di quella colpevolezza ch’ella sentiva essere, ahimè, troppo certa!... Ma invece, dalla profonda fossa, risollevaron il feretro pressochè intatto e lo caricaron sopra un carro da buoi, che andò via cigolando. Ella non si mosse, finchè disparve. Poi, rimasta sola, si affacciò curiosamente sopra la fossa vuota. E vide un ragno enorme che vi camminava nel fondo, incespicando fra il terriccio umido con le sue molte zampe villose. Il giorno dopo tutti partirono per la città. Nella casa di Giorgio Fiesco, dove recaronsi ad abitare, trovaron Novella dimagrita, febbricitante, che li guardò con i suoi grandi occhi pieni di spavento e, buttatasi nelle loro braccia, ruppe in lacrime singhiozzanti. Era sfinita di fatica, d’amore e di maternità; mancavano poche settimane alla nascita della sua creatura. Nessuno volle ancor più turbarla; non una domanda, non un rimprovero ella udì mai su le lor labbra indulgenti; la madre, il padre, la sorella non fecero che inchinarsi come anime tutelari sopra la sua maternità e sopra il suo dolore. Nulla eravi di mutato nella casa di Giorgio Fiesco da quando egli stesso vi dimorava, poichè, negli ultimi tempi, obliosa d’ogni scrupolo e d’ogni prudenza, ella era vissuta di continuo nella casa del Ferento. Avrebbe continuato a vivere sperduta e inerte nella sua ombra, se l’infierire della battaglia ed il termine della gravidanza non avessero persuaso il Ferento a separarsi da lei, rendendola in grembo alla sua famiglia. Era d’altronde necessario che tutti venissero in città per coadiuvarlo nella sua difesa: e da poco erano arrivati, quand’egli sopraggiunse nella casa del Fiesco. Entrò rapidamente, senza lasciare il tempo d’essere annunziato. Eran tutti raccolti nella grande sala, ove i divani e le seggiole, custoditi sotto fodere di tela greggia, diffondevano in quella fredda casa un senso di antica disabitazione. Nel vedere il Ferento, sorsero in piedi con uno scatto involontario, come se ognuno avesse preferito in quell’attimo non trovarsi viso a viso con lui. Marcuccio, ch’era d’umor pessimo per la fatica e la novità del viaggio, se ne stava seduto sul bracciuolo d’una poltrona, con un piede accavallato su l’altro ginocchio, e oziosamente si strofinava le unghie contro la suola polverosa. Non súbito lo riconobbe; ma, dopo averlo ben fissato, incominciò a ridere, a ridere, chissà per qual ragione. Andrea guardò Novella, ch’era lì, seduta; guardò il suo cappello da vedova posato accanto a lei sopra un tavolino, guardò la sua giovine sorella, che le stava presso, ritta in piedi, e quasi la vigilava tenendo una mano appoggiata sul pizzo nero che ricopriva la sua scollatura. Dall’infocato tramonto veniva una luce soverchia, nella quale tutte le fisionomie parevano colorarsi d’una vampa. Essi a lor volta lo fissarono, e lo videro quale non era stato mai, con tutta la sua forza raccolta nel viso, eppure stanco. Una ruga profonda, incisa fra i sopraccigli, duramente spartiva la sua fronte; una specie di ostinato sarcasmo gli armava la mascella dura. Egli li guardò come nemici, tutti insieme, senza fissare i suoi occhi negli occhi di nessuno; poi disse: -- Benvenuti; era tempo che foste qui. Novella prese la mano di Maria Dora e se ne coverse le palpebre affaticate, con una specie di affettuosa voluttà; insieme le carezzava il dorso della piccola mano, lentamente, soavemente, facendo scorrere le dita fin sopra il suo polso pieghevole. Ma la fanciulla, con il capo incline all’indietro, nel cerchio di luce dorata, pareva insensibile a quella carezza, insensibile a tutto quanto accadeva intorno a lei, tranne a quella specie di suggestione dolorosa che le produceva l’aspetto di Andrea Ferento; gli occhi le si empivano di maraviglia, una specie di latente paura stringeva il suo cuore di fanciulla. Andrea s’avvicinò al vecchio Stefano e con forza gli prese una mano, con forza la tenne chiusa fra i suoi palmi, come per impadronirsi nel medesimo tempo della sua docile volontà. Il vecchio lo guardava perplessamente, senza trovar parole, con una specie d’angustia, con un visibile impaccio, ch’egli stesso avrebbe voluto poter nascondere. -- Voi sapete ogni cosa, è vero? -- disse il Ferento, con una voce opaca e piena tuttavia d’una concitazione mal dominata. Egli sentiva per istinto che c’era in quegli animi una ostilità involontaria contro di lui; quella medesima ostilità che ormai gli pareva d’incontrare dappertutto, più sensibile ancora fra le persone che l’amavano. Talvolta gli era sembrato perfino d’accorgersi che questo senso vago d’ambiguità penetrasse, come un sottile brivido, negli abbandoni voluttuosi dell’amante. Ma egli non veniva per difendersi; era spaventosamente calmo, spaventosamente risoluto ad ascendere, senza un attimo di pavidità, fino all’ultima pietra del suo calvario. Adesso eran giorni di battaglia; si trovava sul terreno di combattimento, non rimaneva per lui che una sola necessità: vincere. Egli abbandonò allora la mano di Stefano, ma intrecciò insieme le sue proprie dita, e le torse con ira, sorridendo per il dolore che ne provò. Poi disse: -- Vi ho pregato di venire in città perchè Novella non poteva più a lungo rimaner sola, nè rimanere con me. Inoltre avevo qualcosa da comunicarvi, ed è per questo che ora son venuto. Parlava a scatti, con la voce un poco ansante, passandosi tratto tratto una mano su la fronte. -- Fra pochi giorni tornerò ad essere l’uomo di prima. Se ne dubitate anche voi... poco importa! -- No... -- volle dire Stefano. Ma egli lo interruppe con sarcasmo: -- Poco importa! Sono avvezzo a difendermi e sono avvezzo anche a vincere nella vita. Ma, davanti ad una simile accusa, ero del tutto impreparato. Sono stati più abili di me, finora; ma i conti li faremo in ultimo. Benchè ferito alle spalle, ho fiato ancora per combattere, come si vedrà. Intanto, non per giustificare me stesso, ma per tranquillare voi, sappiate che nessun perito al mondo potrà mai scoprire nel cadavere di Giorgio Fiesco una traccia qualsiasi di veleni, se non tali e quanti ogni medico adopera necessariamente nelle sue medicine. Egli fece una dura pausa, e considerò sorridendo l’espressione dei lor volti, che parevano rischiararsi davanti alla fermezza delle sue parole. -- Ma poichè non voglio difendermi, e poichè son pronto a mostrarvi che non ho bisogno di difendermi, sappiate ancor questo: -- la scienza, ve lo dice un medico, può facilmente uccidere senza che un perito se n’avveda. In altre parole, vi sono veleni che non lasciano traccia. Così, almeno fra voi, chi mi vuol credere innocente avrà la compiacenza di farlo senza che io gliene fornisca la prova. Nella pausa che intervenne, ricominciò a singhiozzare la risata gutturale dello scemo, che ora si batteva le unghie raggruppate contro la suola delle scarpe. Il Ferento lo guardò con attenzione, poi esclamò, con un’alzata di spalle: -- Sì, Marcuccio... hai ben ragione di ridere! Poichè tutti quanti non siamo che istrioni, costretti a fingere una grottesca parte nella commedia della vita, ove tu solo forse riesci ad essere uno spettatore veramente imparziale!... Diceva queste parole quasi a sè stesso, mentre un moto nervoso contraeva la ruga diritta ch’era incisa nel mezzo della sua fronte. Poi si volse, parve d’improvviso vincere una titubanza estrema, si recò dietro la spalliera della poltrona dove Novella era seduta, e con dolcezza, con una dolcezza così grande che lo mutava in modo singolare, posò le due mani aperte sovra le spalle dell’amante. Ella si scosse, rovesciò leggermente il capo all’indietro, per guardarlo negli occhi, mentre sorpresa ed impaurita la sorella si ritraeva. Egli di lei non s’avvide; ma la sua fisionomia, che appariva distinta nel fascio di luce crepuscolare, sembrò aggravarsi d’una passione che la stancava, che scioglieva i suoi nervi contratti in una specie di faticoso allentamento. Dal cuore gli saliva una ondata buona, e questo era visibile, come se l’amore che aveva per lei fosse una luce d’anima che gli splendesse all’intorno, per avvolgerli entrambi nella medesima tristezza, nella medesima infinita voluttà, ove sentivano d’essere uniti al di sopra di tutte le pene, al di sopra di tutti gli ostacoli che vanamente la vita e la morte frapponevano al lor colpevole amore. Allora egli guardò ad una ad una l’altre persone, poi disse lentamente: -- Volevo confessarvi una cosa... Novella è mia, mia da lungo tempo, mia fin da prima ch’egli morisse... Questo è innegabilmente vero. Ella restò con gli occhi spalancati, ferma, percorsa da un interiore brivido; gli altri tacquero. Solamente la fanciulla si raccolse fra le dita contratte la stoffa della camicetta, e fece qualche passo all’indietro, barcollando, con un visibile tremito. -- Sì, questo è vero, -- egli confessò un’altra volta. -- Ma era necessario che io ve lo dicessi, perchè a dividerci non basterà nemmeno questa grande sciagura. Vegliate sopra di lei, fin quando io non torni e vi dica: -- Ora vengo a riprenderla, poichè sono libero ed ho vinto! Ella s’aggrappò con le due mani al suo polso che le posava sopra una spalla, e contro vi poggiò la bocca, per nascondere insieme un singhiozzo ed un bacio. VII Egli uscì tranquillamente da quella casa, e nulla fece per sottrarsi alla vigilanza delle spie che seguivano i suoi passi. Cadeva una bella serata quasi glauca su la città rumorosa; le strade piene di movimento cominciavano ad imbiancarsi di chiarori elettrici. A piedi percorse la distanza che lo separava dalla sua casa, evitando le strade frequentate, facendo un più lungo giro, affinchè nessuno lo riconoscesse nella crepuscolare ombra dei vicoli. Camminava con gioia, velocemente, immergendosi nella sera come in un bagno voluttuoso, ed una ilarità quasi perversa gli accelerava i battiti del cuore. Si sentiva padrone della sua vittoria, misurava la vendetta con una precisa e fredda crudeltà. Ormai la bufera gli era passata sopra senza schiantarlo; anzi ne usciva più forte, acceso di tutti i suoi spiriti battaglieri, pieno fino alla gola d’una viva ebbrezza di combattimento. Aveva d’un tratto riafferrato il comando della sua schiera; gli ubbidivano ancora senza riflettere, con quella dedizione assoluta che inebbria i condottieri. L’avere ucciso, l’esserne accusato pubblicamente, non gli pareva cosa bastevole perchè la legge avesse forza contro di lui. Era così tirannicamente sicuro del suo diritto sovrano, che non avrebbe mai teso i polsi alle catene dei poteri sociali; non riconosceva nel mondo alcuna forza che bastasse a limitare in un modo qualsiasi la sua magnifica e terribile volontà. Ma, se mai un tal giorno venisse, Andrea Ferento rifiuterebbe di ubbidire. Non lo vedrebbero mai, seduto fra due sgherri, sul banco degli accusati; mai elargirebbe quest’ora di trionfo all’ambizione d’un Salvatore Donadei. Rifiuterebbe l’obbedienza come un ribelle, come un sollevatore di folle, come un re. Prima di poterlo ammanettare, bisognava combattere qualche giornata di guerra civile; -- in ultimo, non lo avrebbero che morto. La legge che basta per dominare le piccole anarchie, non bastava per lui: era un capo, aveva la sua milizia, pronta fino all’eccidio, darebbe , 1 , 2 , 3 , 4 . 5 6 , 7 . , , , , 8 . . . , 9 , , ; 10 , , 11 , , 12 . . . 13 14 , , 15 , 16 . 17 18 , , 19 , , , 20 , , , 21 , 22 23 . 24 25 26 , , 27 . 28 29 . . . . . . . 30 31 , . 32 33 , , 34 , , 35 . , 36 , , , 37 . 38 39 ; , . 40 , 41 , , 42 . 43 . . . 44 45 ; ; 46 , . 47 48 , 49 . , 50 , 51 : - - « , ! , , 52 ! » 53 54 , , 55 ; 56 57 , 58 . 59 60 61 ; 62 , , 63 , 64 . 65 66 , , . 67 , 68 , , 69 , , 70 . 71 72 73 74 75 76 77 78 , . 79 , 80 , 81 . 82 83 , 84 , 85 , . 86 . , 87 , 88 . 89 90 , 91 . , 92 , , , , 93 . 94 95 , , 96 . 97 , 98 . , , 99 . 100 101 , ; , 102 , 103 . , 104 , , 105 , . 106 107 , , 108 . . 109 110 , , , 111 , . 112 113 ; 114 ; 115 . 116 117 , , 118 . , , 119 , , 120 , , 121 . 122 123 . 124 125 - - ! . . . , ? 126 127 , ; 128 , , , 129 , , , 130 . 131 132 , , ; 133 , , ; 134 135 . 136 137 . 138 139 ? ? 140 141 , 142 , . 143 144 - - , , ! , . . . - - , 145 . , ; 146 , . 147 148 , ; 149 , , . 150 151 - - ? 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