-- Come? come? -- lo aggredirono.
-- Ecco, mi spiego. Per voi, lavorare, è sinonimo di guadagnar denaro;
per me ha tutti i sensi che volete, infuori da questo. L’«affare», siamo
intesi, è vostro. Ma la responsabilità morale della faccenda è mia;
quindi mi preme di condurla bene a termine. Insomma: io vi metto una
condizione.
-- Quale?
Egli disse con voce risoluta:
-- Che non vi baleni mai per il capo l’idea di vendere al Ferento stesso
il delitto di Andrea Ferento.
-- Oh, perchè? -- esclamarono i due.
-- Perchè, dato e non concesso che un uomo come il Ferento si pieghi fino
a pagare il vostro silenzio, questo vorrebbe dire nascondere un delitto
che va messo in luce, sopprimere un giorno di sbalordimento nella vita
pubblica italiana; anzi vorrebbe dire ormai altra cosa: far sì che un
tal giorno venga ugualmente, ma che non sia da voi nè da me lacerato il
suo velo.
Poichè tacevano perplessi, egli domandò:
-- Mi capite?
Uno alla volta, e insieme, cominciaron minutamente a contraddirlo.
-- Insomma, ragazzi, -- li interruppe Dandolo bruscamente, -- non perdiamo
tempo. Chi di voi si sente il coraggio di presentarsi ad Andrea Ferento
e dirgli su la faccia: -- «Voi avete avvelenato Giorgio Fiesco. O mi date
una certa somma, oppure vi denunzio al Procuratore del Re»? No, è
inutile che vogliate rispondermi: di voi due nessuno lo saprà mai fare.
Il solo forse che ne avrebbe il coraggio, son io. Ma io non intendo
affatto prendere questa via, prima di tutto perchè non voglio denaro,
poi perchè venire a patti col Ferento sarebbe assurdo.
-- Assurdo?
-- È la parola esatta. Davanti al vostro dilemma, il Ferento corre al
telefono e vi fa arrestare per ricatto. Insieme provvede fulmineamente a
parare il colpo che la vostra imperizia gli avrebbe così male assestato.
Prove materiali non vi sono, per ora: è un potente, la giustizia è sua,
la legge è sua, gli basta prevedere l’attacco per poterlo debellare. Voi
fate questione dell’uomo che sia forte abbastanza per misurarsi con lui.
Non ne vedo che uno: Salvatore Donadei. Del resto -- concluse, -- o voi
m’ubbidite, o io me ne torno come son venuto e faccio a meno di voi.
-- Non ti eccitare, -- lo persuase il Metello, con voce lusinghevole.
-- Io sono un uomo risoluto, -- spiegò Dandolo. -- Vi ho messa una
condizione dalla quale non recederò. La strada è una sola, e vi avverto
che, se farete altrimenti, penserò da me stesso ad informarne il
Donadei.
-- Può darsi che tu abbia ragione, -- ammise per primo il Metello, ch’era
uno spirito riflessivo. Ma Tancredo, nel cuor suo non intrepido e forse
remotamente buono, ancora non aveva guardato mai da presso il caso di
dovere abbattere con un colpo mortale quell’uomo che in fondo egli
conosceva, che in fondo non era stato nè orgoglioso nè ingiusto con lui,
quell’uomo inflessibile, che sapeva essere così dolce nel parlare con la
sua cognata, quel Ferento insomma, che forse aveva ucciso, ma chissà per
quale ragione incomprensibile o necessaria... Ed ora, nell’apparirgli di
questo inatteso evento, egli provava un senso non di sola paura, ma
quasi di rimorso e d’inibizione, come se quei fermi occhi lo guardassero
in faccia e quella voce calma gli ripetesse ancora una volta:
«Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, è vero? E desidera vederlo?
Venga, la condurrò.»
-- «Estorcere denaro ad un milionario, è un conto; rovinare del tutto un
uomo, non mi sembra più la stessa cosa...» -- rifletteva Tancredo fra sè.
Ma diede una scrollata di spalle, strinse la bocca e nulla disse.
-- Anzi, -- affermò il Metello, -- più vi penso e più vedo che hai ragione.
Quando si tenta un’impresa di questo genere bisogna riuscire. Faremo
come tu vuoi. Dunque racconta.
Il raccoglitore di farfalle cominciò con un aforisma:
-- Voi dovete innanzi tutto sapere che l’uomo è naturalmente nemico del
proprio secreto. Pensare una cosa vuol dire farla esistere; compierla
significa tradirsi.
-- Sarà benissimo, -- gli accordò il Metello, che amava i racconti
laconici.
Ma Dandolo proseguì:
-- Dovete anche sapere che l’individuo, nella vita sociale, non è mai
veramente solo; c’è qualcosa che vede, spia, vigila, origlia, fotografa
i passi nel buio, indovina i movimenti traverso i muri, veglia sempre,
sempre, dentro e fuori le case degli uomini. È l’Invisibile, che monta
di fazione davanti alla nostra porta, che guarda per le serrature, sale
sul tetto, scivola come un ladro giù per la cappa del camino; è
l’Anonimo feroce, invidioso, pettegolo, astuto, proteiforme, che pare
non somigli a nessuno ed è invece l’onnipresente complice di tutti
quanti gli uomini.
-- Dandolo, per carità!... -- intercesse il Metello.
Costui non se ne dette per inteso.
-- E vi sono due specie di delitti: veloci e lenti. Se i primi possono
talvolta contare su l’impunità, gli altri, nella diuturna loro
incubazione, finiscono con ravvolgere il colpevole d’un’atmosfera
sospetta, che inevitabilmente lo tradisce. Ma tutto questo non
v’interessa, mi pare...
-- Questa non è per lo meno la parte essenziale, -- disse il Metello con
urbanità.
-- Invece, mio caro, questo è proprio l’essenziale. Io sono andato laggiù
solo per fare conoscenza con l’Anonimo, e sono stato così abile da
inspirare a costui la più assoluta fiducia. Quella denunzia che noi
porteremo contro Andrea Ferento non è opera mia nè vostra; è l’Anonimo
che ha lavorato per noi, è l’Anonimo che l’ha tessuta. Volessimo anche
offrire a quest’uomo il dono del nostro silenzio, è forse troppo tardi:
l’Anonimo l’accuserà. Ma sarebbe un’accusa vaga e disorganica, priva di
un ordinatore che ne abbia raccolte le fila: io stesso; di un
denunziatore che l’assuma: Tancredo; di un avvocato abile che ne
dimostri l’efficacia: il Metello; d’un uomo potente che la sostenga: il
Donadei.
-- Bravo! -- esclamò Saverio. -- Per quello che mi concerne, io sono
pronto.
-- Infatti, -- concluse il raccoglitore di farfalle, -- ora tocca a voi.
Per mio conto vi affermo che il giudice istruttore in persona, con tutti
i suoi sgherri, non potrà fare più di quello ch’io feci. Ho recitate
venti parti nella commedia, senza mai perdere il filo. Vi basti sapere
che il medico Paolieri mi ha promesso di venirmi a trovare in città ed
il vecchio Landi mi ha condotto ben due volte a visitare le sue
campagne. Non vi parlerò dei De Martino, che, per farmi cosa grata, si
sono messi a caccia di farfalle, nè di venti altre persone delle quali
ho notato come un fonografo tutte le parole importanti. Cominciamo
dunque, se volete, a sfogliare l’incartamento...
Trasse alcuni fogli da uno scartafaccio che teneva nella tasca interna
del suo giubbino, e sciolta la funicella che lo serrava, piegatala,
messala via, distese le pagine ch’eransi arricciate e, con la voce
metodica d’un cancelliere, dalla prima parola incominciò:
«Clemente Gaspare De Martino, di professione fittabile, nativo di...
d’anni quarantasei...»
III
Salvatore Donadei stava scorrendo un fascio di giornali, che
ingombravano la sua larga scrivania, quando l’usciere della redazione
entrò per la seconda volta ad annunziargli che due signori, dei quali
teneva in mano i biglietti da visita, chiedevan con insistenza d’esser
ricevuti per una comunicazione urgentissima. Salvatore Donadei sollevò
il capo selvoso, interruppe il segno azzurro che stava tracciando con
una matita sul margine d’un articolo e domandò nervosamente:
-- Ma insomma, chi sono costoro? Cosa vogliono?
L’usciere s’avanzò verso la scrivania e vi depose i due biglietti da
visita, che il Donadei sbirciò in fretta: -- «Saverio Metello,
giornalista» -- «avv. Tancredo Salvi»
-- Quest’ultimo, -- illustrò l’usciere con un forte accento meridionale, --
si dice fratellastro del defunto ingegnere Giorgio Fiesco. Vennero ieri
e tornaron stamane; si dicono latori di una notizia che deve
interessarla molto e rifiutano di abboccarsi con un qualsiasi redattore.
Fanno anticamera dalle tre, ossia da un’ora e venti minuti. Mi sembran
due persone pulite... -- aggiunse con sussiego l’usciere loquace, il
quale per tal modo si rivelava un profondo conoscitore d’uomini.
-- Seccature! -- mormorò il Donadei, carezzandosi la barba quadrata.
Rilesse attentamente i due biglietti da visita, indi soggiunse:
-- Via, sbrighiámoci! Fáteli entrare.
E per non perder tempo riprese la lettura dell’articolo che andava
sottolineando. Salvatore Donadei non credeva molto alle cose importanti,
sopra tutto quando v’eran di mezzo un giornalista ed un avvocato; laonde
alzò appena lo sguardo sopra gli occhiali d’oro per osservare que’ due
sconosciuti che, varcando la soglia, si piegavan automaticamente in un
profondo inchino.
-- Onorevole! Onorevole!... -- dissero insieme.
Il Direttore della «Crociata», organo del partito cattolico, ch’egli
rappresentava al Parlamento, rispose con un cenno lieve del capo ed in
modo vago additò loro due seggiole. Saverio Metello si sentiva meno
impacciato che non il suo compare Tancredo, forse perch’era più piccolo
ed occupava meno spazio. Ma infine sedettero, il Metello a destra,
Tancredo a sinistra della scrivania, e precisamente Saverio alla
sinistra ed il Salvi alla destra dell’onorevole Salvatore Donadei, il
quale faceva scivolare dall’uno all’altro un lento sguardo lumacoso
dietro i suoi convessi occhiali d’oro.
Tancredo che, poverino, era di nervi ultrasensibili ed aveva il brutto
vizio d’analizzar le persone, anzi d’immaginarle a modo suo, non era
punto soddisfatto della prima impressione che gli diede quella faccia.
Il Metello invece se ne infischiava.
Siccome il silenzio durava oltre quell’attimo che prepara ogni esordio,
il Donadei raccolse i due biglietti da visita e li lesse ad alta voce
con aria interrogativa.
-- L’avvocato Tancredo Salvi?
-- Son io! -- esclamò costui, dando un piccolo sobbalzo su la sedia.
-- Saverio Metello? -- fece il Donadei, volgendo il capo a sinistra.
-- Per servirla.
Il direttore della «Crociata» li squadrò una seconda volta, serrandosi
nel pugno la quadrata barba castana, e li esortò nervosamente:
-- Dicano, dicano pure.
La mano grassa e villosa dell’onorevole tamburellava su la scrivania,
facendo splendere un grosso brillante, che dava noia a Tancredo. La
catenella d’oro degli occhiali gli dondolava sul rovescio della
giacchetta nera. Infine Saverio trovò l’esordio.
-- È una cosa delicata, -- incominciò con somma cautela, -- così delicata
che mi trovo impacciato nell’esporla, essendo questa la prima volta che
ho l’onore di parlare con lei.
-- Per quanto delicata sia, loro han certo interesse a farmela sapere,
dal momento che han sollecitato un convegno per parlarmi, -- osservò
l’onorevole, con l’urbana ironia d’un sorriso che gli scivolava giù dai
labbri tumidi nella barba liscia.
-- Onorevole, -- disse il Metello con un sottil riso, -- mi permetta un
breve preambolo ancora, poichè la ragione che ci persuase a venire da
lei riuscirà certo ad interessarla più di quanto ella supponga.
Nell’alta sua posizione politica e come Direttore d’un grande giornale
cattolico, ella è forse troppo sovente assediato da importuni e da
sollecitatori d’ogni genere perchè due sconosciuti non muovano in lei un
senso di naturale diffidenza.
-- Affatto, affatto, -- credè opportuno inframmettere l’onorevole Donadei.
Ed il Metello con assoluta padronanza continuava:
-- Ecco, mi spiegherò in due parole. È avvenuto un fatto assolutamente
imprevedibile, del quale siamo i primi ed i soli depositari. Fra tutte
le persone alle quali questa rivelazione potrebbe interessare -- e sono a
un di presso tutti i più cospicui personaggi della politica e del
giornalismo italiano -- abbiamo scelto, onorevole, di far capo a lei.
Tancredo ammirava senza limiti la disinvoltura del suo compagno e
l’ascoltava guardandolo a bocc’aperta, quasi ch’egli stesse per rivelare
un fatto a lui medesimo sconosciuto. Salvatore Donadei s’affondò
mollemente nella poltrona di cuoio, e sollevando gli occhiali per la
catenella d’oro se li riappinzò sul naso.
-- Ma, ecco, veda, egregio signor... egregio signor... -- cercò il
biglietto da visita e soggiunse: -- Metello! Da quanto ella mi dice non
comprendo bene due cose: nè qual genere di fatto «assolutamente
imprevedibile» sia potuto accadere, nè per qual ragione loro abbiano
scelto di dirigersi proprio a me.
E con la sua bocca dolciastra fece un sorriso che non mancava d’arguzia.
-- Vuol permettermi, onorevole, ch’io cominci col rispondere alla sua
seconda domanda?
-- Scelga lei, -- fece l’onorevole con l’aria di chi deve prepararsi ad
una lunga pazienza. Ed il Metello riprese:
-- Capitanare un partito politico vuol dire necessariamente avere un’idea
da difendere, una da combattere; non solo, ma certi uomini da
spalleggiare, altri da colpire, e da colpire, poichè son nefasti, quanto
più si possa nel cuore.
-- L’uomo, l’uomo... -- interruppe quietamente il Donadei, -- è una
faccenda secondaria. Non è mai contro gli uomini che si deve infierire.
-- Sì, certo. Ma quando è appunto un uomo, con la sua forza, con la sua
potenza, con la sua dura volontà, quegli che rende inespugnabile tutto
un ordine d’idee contro le quali si combatte, allora diventa inevitabile
un duello del capo contro il capo, finchè il più forte vinca. Le
pare?...
Egli disse così dolcemente questo: -- Le pare?... -- che il Donadei lo
guardò tre volte consecutive con una specie di maraviglia. Poi si
risollevò alquanto su la poltrona dov’erasi affondato, la trasse un poco
avanti contro la scrivania, su la quale si appoggiò con un gomito.
Infine ammise, come per condiscendenza:
-- Già, già...
Tancredo in quel mentre osservò che su l’anulare sinistro egli portava
l’anello nuziale; onde si mise ad immaginare come poteva essere la
moglie di quell’uomo capelluto e barbuto. Chissà per qual ragione, se la
figurò alta, ossuta, ferrea, vestita severamente, con la pelle un po’
giallastra, certe maniere brusche, una pettinatura stretta, la voce
quasi virile. Nel medesimo tempo invidiava la genialità di Saverio
Metello e si sentiva così lontano dal poter prender parte al discorso,
che avrebbe quasi preferito non trovarsi lì.
-- Allora? -- fece l’onorevole per spinger oltre quella conversazione che
non gli pareva del tutto oziosa. Il Metello abbassò la faccia, quasi per
dar prova di una rara modestia.
-- Non vorrei presumere troppo delle mie forze, -- disse con umiltà, -- se
io credessi di poterla menomamente aiutare, dirò meglio secondare, in
quella magnifica lotta che da molti anni ella sostiene con una tenacità
coraggiosa ed infaticabile. Ho detto secondare, ma non è questa nemmeno
la parola: dovrei dire «servirla», dovrei dire «mettere nelle sue mani
quella terribile arma, di cui la sorte ci rese possessori e padroni.»
L’onorevole aggrottò le ciglia e si passò una mano sui lisci capelli,
d’un denso color castano, ch’eran divisi nel mezzo da una fina
scriminatura. Così barbuto e capelluto, con gli occhiali a cerchi d’oro
ed il compassato abito nero, aveva un aspetto indeciso fra il
bibliotecario ed il prete armeno, con qualcosa d’ispirato e di subdolo
nell’incerta fisionomia.
-- Egregi signori, -- disse in tono declamatorio, -- se andassimo avanti un
pezzo con tali preamboli vedo che si rischierebbero due cose: la prima,
di perdere gran tempo, la seconda, di non comprenderci affatto.
-- Ella infatti ha ragione, onorevole. Non abbiamo alcun interesse a
perder tempo, ed ancor meno a tardare oltre nel comprenderci.
Sorse in piedi, e puntando ambe le mani su la scrivania si protese un
poco innanzi, verso l’uomo che l’ascoltava, poi disse con una specie di
crudeltà sarcastica:
-- Onorevole Donadei, mi permetta una immagine. Come alla figlia di
Erode, noi veniamo a portarle sopra un vassoio d’argento la testa recisa
del suo nemico. In altre parole, noi siamo in grado di produrre
istantaneamente la più clamorosa e più doverosa demolizione della quale
possa oggi divenir spettatrice l’Italia!
Poi si ritrasse con un moto repentino, e tornò a sedere, fissando co’
suoi lucidi occhi bigi Tancredo che impallidiva. Egli non lo aveva
seguito che parzialmente, ed era rimasto indietro a raccapezzarsi con la
figlia di Erode. Ma, durante quel grave discorso, la faccia
dell’onorevole si era fatta rossa e concitata, forse di maraviglia,
forse di sdegno, sicchè il Metello temette di aver precipitate le cose.
Infatti Salvatore Donadei durava uno sforzo, visibile in ogni muscolo
della sua faccia, o per dominare una repentina collera o per riaversi da
un eccessivo stupore. Come un uomo colto in fallo, cercò dapprima di
schermirsi.
-- Non ho il bene di comprendere le sue similitudini, egregio signor
Metello! -- esclamò con sussiego. -- Ma per sua regola mi pregio
avvertirla che non son uso a barattare la testa di chicchessia sopra
vassoi d’argento nè di alcun altro metallo!
Saverio chinò la faccia e tacque. Solo, dopo una pausa, rispose:
-- Certamente mi sono espresso male.
-- Molto male! -- asserì con intendimento l’onorevole Donadei. -- Ed in
primo luogo mi piacerebbe sapere per qual verso ella supponga di
conoscere i miei giurati avversari, e mi presti l’idea di volerli
sbaragliare con ferro e con fuoco?
Saverio tacque ancora, ma un risolino beffardo increspò la sua bocca. La
voce dell’onorevole si fece più sardonica nel chiedere ambiguamente:
-- E il nome? Quale mai sarebbe il nome di questo San Giovanni Decollato?
-- Credevo, -- spiegò il Metello con audacia, -- che si trattasse di Andrea
Ferento.
-- Ah, vedo... -- fece l’onorevole con una voce bianca. E ripetè ancora
due volte: -- Vedo, vedo...
Il Metello s’accorse che la sua temerità non era stata vana e pensò
d’incalzare.
-- Ho preferito entrar in argomento con parole esplicite, anzichè
tergiversare. Comprendo che la mia sincerità possa parerle
un’indiscrezione, tuttavia...
-- Tuttavia sono stupefatto ch’ella voglia insistere! -- l’interruppe il
Donadei, senza un soverchio sdegno.
-- Tuttavia, -- insistè il Metello, -- mi permetto di farle osservare, a
mia difesa, che, se mi sono ingannato nell’attribuirle un nemico
immaginario, dieci anni di attenzione indefessa alla sua opera valorosa
eran là per convincermi di questo errore, poichè la vita degli uomini
che governano i partiti cade necessariamente in dominio del pubblico e
sopra tutto dei loro partigiani. Le passioni, gli odî, gli amori, le
sconfitte o le vittorie d’un capo non appartengono a lui solo.
-- Ma, scusi, -- l’interruppe il Donadei con un vibrato risentimento, -- io
non mi sono ancor presa licenza di chiederle chi ella sia veramente, nè
sotto qual veste si arroghi la libertà di parlarmi in tal modo!
-- Io sono stato fino ad oggi un semplice spettatore, onorevole Donadei!
Ma uno spettatore che di punto in bianco s’alza dalla platea ed affronta
la scena per rappresentarvi una parte capitale.
Tancredo non aveva mai conosciuto al suo compare uno stile così
altisonante, e ne restava sbalordito, soggiogato, come di fronte ad una
rivelazione. Lo stesso Donadei parve sorpreso d’una così tranquilla
sicurezza, ed avrebbe voluto rivolgergli un gran numero di domande, che
ancora gli parvero inopportune.
Saverio Metello si stropicciò le mani, le sue mani aride, giallastre,
che parevan due nervosi artigli, quindi ricominciò:
-- L’uomo che non è stato finora alla mercè di nessuno aveva, come il
Colosso di Rodi, i piedi d’argilla. Ora è nelle nostre mani, e possiamo
d’un colpo stenderlo a terra, per sempre.
La sua faccia splendeva d’un malvagio lume; le palpebre raggrinzite gli
battevano sui piccoli occhi bigi.
Salvatore Donadei si raccolse di nuovo nel palmo la fosca barba
quadrata, ed insaccando il collo nel largo solino ammiccava di qua, di
là, fuggevolmente, quasi per dissimulare la sua tentazione di scendere a
patti con que’ due sconosciuti.
-- Ma tutto questo non è possibile! -- esclamò, dopo una lunga pausa,
guardando con una specie di compassione que’ due meschini uomini che
pretendevano di aver catturata una così bella preda.
-- Impossibile! assurdo! -- esclamò ancora, scrollando le spalle, e con la
voce dell’uomo il quale rinunzi a nutrire un’illusione troppo diversa
dalla realtà.
Questo era il punto cui lo attendeva Saverio. Lo stesso Tancredo si
gonfiò d’un tal sorriso di sufficienza e di potenza che avrebbe da sè
solo debellata la più tenace incredulità.
-- È quello che vedremo! -- disse a fior di labbro, aggrottando la fronte.
-- Tutto questo infatti, -- ammise il Metello, -- ha l’aria d’una favola, o
per lo meno d’una millanteria. Ma so che il suo tempo è prezioso,
onorevole, e non sarei certo venuto a farglielo sprecare inutilmente.
Inoltre so di trovarmi dinanzi ad un uomo il quale ha bisogno di prove,
non di sussurri, e non vuole daghe di cartapesta ma buone lame da
combattimento. Insomma, onorevole Donadei, se io le dessi la prova
tangibile di quel che ora le affermo?
-- Sarebbe un altro conto, -- si lasciò sfuggire il Direttore della
«Crociata». Ma si riprese tosto, ed aggiunse un: «Ossia...», cui dovette
cercare il sèguito. -- Ossia, come Direttore d’un giornale cattolico, mi
presterei volentieri all’esame di questa faccenda.
-- Esaminiamo, -- disse il Metello pacatamente, con un respiro di
sollievo.
-- Ma no, ma no, ella precipita!
-- Non precipito affatto, onorevole: io comincio appena. E comincerò con
un’ipotesi... Vuole?
Salvatore Donadei, con il palmo della sua mano grassa e villosa
carezzava il bracciuolo della poltrona di cuoio; la barba gli nascondeva
il mento poggiato su l’ampia cravatta nera; la catenella d’oro degli
occhiali, passata dietro l’orecchio sinistro, gli dondolava su la spalla
mal costrutta e pesante.
Saverio, a sua volta, si abbandonò contro la spalliera della seggiola,
e, diméntico dell’ipotesi, fece quest’affermazione tranquillamente
recisa:
-- Noi due, qui presenti, l’avvocato Tancredo Salvi ed io stesso in
persona, il giornalista Saverio Metello, abbiamo quel tanto che basta
per denunziare Andrea Ferento al Procuratore del Re.
Avessegli fatto scoppiare un petardo sotto la poltrona, l’onorevole non
avrebbe dato un simile sobbalzo.
-- Cosa diavolo? cosa diavolo?... -- cominciò a balbettare. Divenne rosso
apoplettico ed arrotolò la sua barba quadrata in una specie di lungo
pungiglione, che gli sfuggiva dalle dita sparpagliandosi a ciuffi. Poi
disse: -- Zitti ... zitti! -- E levatosi, andò ad accertarsi che le due
porte fossero ben serrate, quella sopra tutto che immetteva nel
corridoio ed era una porta vetrata. Il Metello profittò di quella pausa
per strizzare l’occhio a Tancredo.
-- Anzi, è una cosa certa, -- soggiunse. -- Noi denunzieremo Andrea Ferento
al Procuratore del Re.
-- Zitto, zitto... -- suggeriva l’onorevole, tornando verso la scrivania.
Tancredo l’osservava nel frattempo con una specie d’avversione
invincibile.
Era piuttosto alto e tozzo, con il capo leggermente piegato su la spalla
sinistra, molto più larga e più bassa dell’altra, la quale invece gli si
raggruppava contro il collo dandogli così un’apparenza, non di gobbezza,
ma di estrema goffaggine. La marsina, sciupata nelle falde, gli faceva
molte grinze al sommo del dorso incurvato; il bavero gli entrava sotto
la folta capigliatura, che impolverava la schiena d’una forfora
biancastra. I polsi grassi occupavan interamente i polsini rotondi,
ch’erano chiusi da un largo bottone di corniola, mentre una doppia
catena d’oro, passando per un occhiello del panciotto, scendeva con due
curve abbondanti a nascondersi nei taschini opposti.
La faccia, tra capelli e barba, era quasi tutta occupata da un’alta
fronte convessa, che pareva gonfia di cervello ed esprimeva una certa
quale potenza bovina e quadrata, la quale metteva un non so che di
spazioso in quella ingrata fisionomia.
Egli tornò a sedere nella poltrona di cuoio, e chinatosi verso il
Metello, con un sorriso viscido si mise l’índice su la bocca.
-- Non parliamo forte, mi raccomando...
Il Metello accennò di aver compreso e tacque. Allora il Donadei si
rivolse a Tancredo come per interrogarlo, poi di nuovo si piegò verso il
Metello, bisbigliando:
-- Ma è poi vero quello che loro mi dicono? È mai possibile che la loro
denunzia contenga un fondamento serio?
-- Dica una certezza, onorevole! O, volendo essere prudenti all’eccesso,
dica una presunzione di verità così forte, che ne’ suoi effetti equivale
ad una prova inconfutabile.
-- Ah, ma queste prove... queste prove per ora mancano?...
-- Ne abbiamo ad usura! Prove indiziarie e testimoniali, s’intende, ma
che basteranno allo scopo, non dubiti.
-- Insomma ella si diverte a trascinarmi per un labirinto nel quale non
vedo che tenebra!
-- Eppure, -- disse il Metello con prontezza, -- lei solo può tendermi quel
filo d’Arianna che ci condurrà verso la luce.
-- Sarebbe?... -- interrogò l’onorevole con una voce opaca.
Il Metello rispose con soavità:
-- Quando si è nel buio, e si vuol entrambi andare verso una meta, è
qualche volta necessario tendersi la mano anche fra sconosciuti.
-- Le sue metafore, signor Metello, sono abbastanza eloquenti!
-- Non è colpa mia, onorevole! -- si scusò il Metello col suo più modesto
sorriso. -- Che vuole? Abbiamo condotta un’istruttoria lunga, laboriosa,
pericolosa; da un piccolo indizio, da un fatto quasi trascurabile, che
sarebbe sfuggito ad altri, noi ci siamo accinti ad una impresa che
poteva parere, non dico assurda, ma cento volte pazza e fantastica.
Siamo stati in un certo senso i Cavalieri dell’Ideale, abbiamo
incatenate le ali dei mulini a vento... Ed ora, éccoci qui a dirle che
la nostra opera è compiuta, l’istruttoria è chiusa, e noi siamo arbitri,
sia di abbattere quest’uomo che di accordargli l’impunità... Ed abbiamo
risolto di far scegliere a lei quale, fra le due cose, preferisca.
Da uomo astuto il Donadei certo comprese quel mercato che gli si
proponeva, ma finse di non avvedersene e disse in tono declamatorio:
-- Io non ho, signor Metello, altra preferenza che quella di seguire in
tutte le mie azioni l’onestà e la giustizia.
-- Per questo appunto siamo venuti ad importunarla, onorevole Donadei, --
rispose il Metello con tanta naturalezza, che la sottile ironia delle
sue parole parve inafferrabile.
-- Sicchè? -- fece il Donadei, grattandosi la fronte. -- Concludiamo.
-- Volontieri, -- disse il Metello. -- Si tratta...
-- Si tratta innanzi tutto, -- lo interruppe l’onorevole con una voce
sbrigativa, -- di dimostrarmi che i fatti stanno come loro affermano,
cioè che non si siano per caso fatta un’illusione qualsiasi, nè
involontariamente, nè...
-- Va bene, -- rispose con semplicità il Metello davanti a quella pausa.
-- Questa è sopra tutto la cosa che m’interessa, -- incalzò nervosamente
il Donadei. -- Perch’ella mi vorrà concedere che, davanti ad un fatto
così enorme, io debba sollevare i miei legittimi dubbi e creda
necessario di appurare in modo concreto le sue affermazioni.
Saverio Metello si guardò le unghie, simulando una specie di esitazione,
poi disse con aria pudica:
-- Ella comprenderà bene, onorevole, che appunto perchè siamo depositari,
non di cose fantastiche, ma di assolute verità, lo scopo che ci condusse
qui non poteva essere uno scopo semplicemente, come direi?... platonico.
Di nuovo l’onorevole preferì non comprendere. Trasse dal taschino del
panciotto un cronometro d’oro voluminoso, ed appressátolo all’orecchio
l’ascoltò con attenzione.
-- I documenti che sono in nostro possesso, -- precisò il Metello, -- e
l’azione che noi, anzi noi due soli, possiamo svolgere, assumendone
intera la responsabilità, rappresentan un valore altrettanto
ragguardevole, quanto è spaventoso l’effetto che sono destinati a
produrre.
-- Ella vuol alludere, se non erro, ad un valore finanziario? -- disse
deliberatamente l’onorevole Donadei.
-- Voglio alludere, -- spiegò il Metello senza turbarsi, e valendosi
d’un’amabile perifrasi, -- alla certezza in cui siamo di poter scegliere
a nostro beneplacito fra l’accusa ed il silenzio. Ella sola è arbitra
fra le due soluzioni e può, come le aggrada, persuaderci a volere sia la
rovina come la salvezza di quell’uomo.
-- Perdoni, perdoni... -- l’interruppe ancor più nervoso l’onorevole
Donadei, -- ma non è questo il luogo per parlare di simili cose, tanto
più che il tempo stringe.
Si passò le dita fra i capelli, con l’attitudine di una persona che stia
dibattendosi fra la diffidenza e la tentazione; poi disse con frasi
veloci:
-- Certo, certo, quanto ella è qui venuto a riferire non manca
d’impensierirmi gravemente... Non ho luogo di sospettare ch’ella si
faccia illusioni, tanto più che uno di loro, se bene intesi, deve
appartenere alla famiglia d’un uomo che ho molto apprezzato e venerato:
Giorgio Fiesco.
-- Io, per l’appunto. Eravamo fratelli, fratellastri... -- precisò
Tancredo, con modestia e con malinconia.
-- Ottimamente, ottimamente! E poi non vedo quale scopo li avrebbe
indotti a venire da me, se le cose non fossero quali mi affermano...
Però, ecco, vedano, a me preme anzi tutto far loro una dichiarazione. Ed
è questa: che nessun motivo d’animosità privata, nessuna ragione d’odio,
nè di rancore, nè di passione mia propria, mi spinge ad accanirmi contro
quest’uomo cui loro si propongono di muover guerra. In lui non vidi
finora che l’avversario del mio principio, il negatore della mia fede,
ma anzi un bello e nobile avversario. Non potrei dunque partecipare a
tutto ciò, se non nella mia veste di uomo politico e per quel dovere
imprescindibile che mi viene imposto dalla mia qualità di Direttore d’un
giornale cattolico.
-- S’intende... -- mormorò il Metello con un fil di voce.
-- Insomma sentano, -- concluse il Donadei; -- sarebbe assai meglio se loro
potessero venire a casa mia, dove si discuterebbe con maggiore
tranquillità.
I suoi occhi profondi guizzavano dietro gli occhiali, con una rapidità
sinistra.
-- A’ suoi ordini, onorevole, -- rispose il Metello. -- E quando?
-- Per esempio, se loro son liberi, anche stasera...
IV
Ormai la denuncia era stata deposta in mani al Procuratore del Re; da
ventiquattr’ore i giornali divulgavano a grosse lettere la notizia
stupefacente; l’infamia stava per assalirlo impreparato e solo.
Una mattina, d’improvviso, lo si avvertì per telefono della denunzia.
Credette ancora d’essere in tempo a salvarsi, od almeno ad evitare lo
scandalo pubblico, allorchè, la sera del giorno stesso, nel tornare
verso la propria casa, dove ignara e nascosta l’amante lo attendeva, udì
gridare dagli strilloni l’accusa irremediabile, che trascinava nel rumor
della strada l’alto potere del suo nome.
«La Crociata» era uscita con un supplemento, poche ore dopo il mezzodì;
conteneva un articolo scaltro e feroce firmato «Ergo», ch’era il nome
giornalistico del Donadei. L’edizione andò a ruba; gli altri giornali,
usciti a breve distanza l’un dall’altro, furono saccheggiati; la vita
cittadina s’interruppe, la strada cominciò a guerreggiare di partigiani
e d’avversari.
Tutto ciò era come l’ondata che soverchia la diga ed ogni cosa travolge;
accadeva nella vita uniforme d’ogni giorno il tragico fatto clamoroso
che innamora e spaventa la folla.
Un giorno viene, in cui l’uomo destinato ad essere troppo solo deve dare
la sua battaglia. Era l’ora, ed egli lo sentì.
Lo sentì con una specie di riso convulso che gli torse l’anima, con una
specie di piacere selvaggio e d’implacabile crudeltà. S’apparecchiò alla
lotta in un momento, in un baleno fu pronto.
Allora s’accorse d’aver avuta infatti l’oscura intuizione che già da
tempo qualcosa pur s’andasse tramando nell’ombra contro di lui. Ma
quando s’avvide che ormai era tardi per ogni riflessione, più che
stupore e stordimento, n’ebbe un senso quasi febbrile di gioia. Gioia di
sentirsi affrontato, gioia di potersi difendere, gioia di vincere quello
stato d’animo, indeciso e pressochè aspettante, nel quale si era sentito
sperdere in que’ giorni pieni d’ambiguità che seguirono il suo delitto.
Ma ora, d’un tratto, si ritrovava come una volta l’uomo cui era
necessario aver molti nemici ed implacabili, avere davanti a sè una
forza infuriata e serrata, contro la quale misurarsi a viso aperto.
Bellissimo era, benchè orrido, questo giorno che lo toglieva dal suo
torpore! Adesso finalmente gli era necessario difendersi contro mille:
questo lo lavava dall’aver infierito, egli, così forte, contr’un uomo
solo.
V’eran ancora intorno a lui nemici attenti e gagliardi, persone che di
soppiatto avevano spiata la sua ombra, ed apertamente ora si radunavano
per abbatterlo dal suo piedestallo, poichè li molestava! Il morto,
quegli che la sua mano aveva ucciso, non era più un povero fratello
buono ed esausto, ma una moltitudine selvaggia, piena di muscolo e di
potenza che dalla violenta strada si avventerebbe contro lui per
sopraffarlo, per contendergli la vita, per esercitare contro l’uomo
incurvabile una vendetta soffocante.
Ma egli non avrebbe indietreggiato! Poichè gli pareva che tutto fosse
lecito nel mondo, tranne che indietreggiare.
Senza dubbio, davanti un’assemblea d’uomini avrebbe potuto arrogarsi di
giudicare l’opera sua? Qual’era la giustizia umana che chiamerebbe
Andrea Ferento a sottomettersi come un reo?
Orbene, ancora una volta questo si vedrebbe fra lui e loro, da uomo ad
uomo, i mille contr’uno! Ancora una volta egli griderebbe loro in faccia
la sua parola magnifica: «No!»
Senza dubbio, davanti un’assemblea d’uomini suoi pari, si sarebbe alzato
e avrebbe detto: -- «Sì, ho ucciso.»
Ad uomini capaci di comprenderlo avrebbe fatta la storia breve, barbara,
del suo delitto:
«Ascoltate. Uccidere perchè si odia, è facile; uccidere perchè si teme,
più facile ancora. Ma spegnere la creatura che si ama, la creatura
fraterna, indifesa e debole, spegnere l’uomo al quale si darebbe la
propria vita serenamente se questo fosse necessario, non vi sembra, o
giudici, l’estremo più insuperabile della volontà umana? Uccidere perchè
il vostro cervello, nitido, sicuro, vi dice: -- «Sì, lo puoi. Sì, lo
devi!» -- mentre il cuore convulsamente si rifiuta e mentre sapete, o
giudici, che in quell’atto rinnegherete l’intera vostra vita, l’intera
opera vostra... non è forse una prova di volontà così possente che pare
non la contenga e non la possa compiere il cuore d’un uomo?
Eppure io lo feci, con questa mano che ancor oggi non trema.
Lo feci, perchè dovetti risolvere da me stesso un dilemma invero
terribile: -- O affrettare appena l’agonia d’un fratello condannato, o
lasciare che finisse con un dramma la vita radiosa e fertile della donna
che amavo.
Qui è tutto il problema, o giudici sereni: -- Abbiamo noi il diritto, noi
che studiammo la morte come una scienza precisa, noi che salvammo tante
creature, le quali non appartenevano al nostro cuore, noi che vediamo il
segno infallibile delinearsi nella materia moritura, abbiamo noi il
diritto, in certi casi, d’impadronirci della morte?
E chi me lo vieta, se io non credo nell’uomo divino, come non credo nel
miracolo che nessuno mai vide? Perchè dunque rimarrei spettatore
neghittoso d’un breve indugio davanti al sepolcro inevitabile,
quand’esso deve trascinare con sè, nel suo calamitoso cerchio, un’altra
vita gonfia di albore, la quale ambisce a splendere con libertà e con
gioia?
La natura non m’insegnò a rispettare ciò che vive; tanto meno ciò che
muore. Io, che studiai me stesso e le ragioni del mio essere con aperti
occhi, son nato dalla strage, son venuto al mondo in mezzo alla strage,
sarò afferrato nel dissolvimento perpetuo che sta nell’atomo e
nell’immenso come una bufera universale.
Nella distruzione di tutte le cose non ho fatto che accelerare d’un
lieve attimo il rumore fuggevole d’un’agonìa.
Per compiere questo atto infinitesimo di libertà ho dovuto lottare con
disperazione contro tutte le assurde paure che incatenano la coscienza
dell’uomo; ho vinto, perchè ho saputo esserne più forte.
O giudici sereni, rispondete per me a quella turba urlante, che soltanto
la mia coscienza è sopra l’opera mia, poichè appartengo alla dinastìa
che promulga le leggi ma non le soffre, che inventa il bene ed il male,
ma non può in alcun modo esserne disciplinata.
Se venuta è l’ora ch’io mi nomini, vi dirò che sento gravare su le mie
spalle il peso della porpora imperatoria.
Non camminai fuori dalla strada; naturalmente mio, per forza di cose,
doveva essere il privilegio del quale mi cinsi.
Dunque perchè condannereste l’uomo che solo accelerò di qualche istante
una inguaribile agonìa, quando quest’uomo, per i legami che l’uniscono
al suo stato, al suo tempo, alla sua razza, già si è reso complice di
mille uccisioni? Perchè mai sarebbe criminosa quella volontà singola
dell’uomo, che, divenuta una volontà collettiva, non lo sarebbe invece
più?
Infatti non comprendo perchè domani mi sia lecito, anzi mi sia doveroso,
abbattere con un colpo di fucile, anche proditorio, un essere umano il
quale non ebbe in mio confronto altra colpa se non quella di nascere due
palmi al di là dal mio confine, mentre sarà impedito, a me scienziato,
curvo sopra un morituro che vedo già cadavere, d’instillargli
nell’arteria quella goccia rapida che lo toglierà dal suo tormento,
quand’io, libero uomo, lo stimi necessario, quand’egli, libero uomo,
parimenti a me lo chieda, e quando -- ascoltátemi bene, perchè in questo
è l’essenziale, -- quando l’affrettare di così pochi attimi una sicura
morte, vuol dire schiudere ad altre creature la via della implacabile
vita e della umana felicità.
In verità non vi sono ideali: l’uomo è solamente un rapinatore.
E poi dirvi ancor questo: «Mi sono arrogato il mio naturale arbitrio di
ribelle che a nessuno ubbidisce. Ho ucciso, perchè fui certo anzi tutto
che questo privilegio fosse degno di me. Ho ucciso, perchè il saper dare
quella morte fu l’atto di coraggio più spaventoso ch’io potessi
compiere; ed il coraggio mi piace, perch’esso è veramente un istinto
della natura, la quale è tutta coraggiosa, da’ suoi oceani alle sue
tempeste.
Ed ho inoltre ucciso perchè, in un minuto secondo, ho sentito di amare
più una donna che la ragione totale di me stesso, più una donna che
l’infinito errore umano, più una donna che il mondo...
O giudici sereni, io sono medico e gli uomini ho curati con amore; molti
medici dopo di me insegneranno a vivere fisicamente felici; un profeta è
in cammino verso il domani, dal quale sarà cantato il dio che muore con
l’uomo, dal quale sarà benedetta la magnifica Inutilità della vita...
Questo dio, nel quale io credo, assolve, o giudici, il mio delitto»
Sì, certo: così avrebbe parlato Andrea Ferento, davanti un’assemblea
d’uomini suoi pari.
Ma chi lo chiamava per iscolparsi era l’ubbriaco volgo messo in tumulto
da un pugno d’aizzatori, era, una volta di più nell’immutabile storia,
la ciurma contro il capitano.
A costoro, a tutti costoro, poco importava di vendicare un morto. Ma che
davanti all’opaca uniformità dei loro istinti plebei un uomo
inflessibile osasse divenire il più solo ed il più alto ribelle; questo
non si voleva. Che davanti all’immensa titanica marea di servitù
baldanzosa, -- la quale, dopo aver decretati a suo piacimento quelli
ch’essa ritiene i veri diritti dell’uomo, sotto le bandiere mendaci
della fratellanza e dell’uguaglianza, con forsennata rabbia, si scaglia
all’assalto del potere, -- un tale osasse affermar loro che non erano in
verità nè liberi nè uguali, nè degni men che mai di esercitare sul mondo
la loro disgregata e povera tirannìa: questo non si voleva.
Ebbene, egli si sentiva pieghevole ancora come a’ suoi primi vent’anni!
Una sete di vivere e di vincere lo stringeva soffocantemente alla gola.
Bastava solo provocarlo: e questa era la provocazione. Chi fossero i
sobillatori, poco gl’importava conoscere, tanto li disprezzava. Erano
avversari, e bisognava combattere.
Confessare a questi giudici: -- «Sì, ho ucciso,» -- voleva dire
arrendersi.
Ma egli non s’arrenderebbe che morto.
Era un laido e piccolo episodio della sua guerra: nondimeno bisognava
passar oltre. Nasceva novamente l’equivoco singolare che già era sorto
all’inizio del suo cammino, quando coloro che avevan nel ribelle
intravveduta la figura del tribuno, e supposto ch’egli si facesse
l’alfiere delle lor piccole pretensioni, s’accorsero di scoprire in lui,
nel medesimo tempo, il repressore, il despota, l’uomo che adoperava le
folle anzichè portarne le bandiere, -- e l’accusarono di tradimento.
Per contro egli sapeva di aver ubbidito a sè stesso in un modo magnifico
ed orrendo. Ma ora verrebbe una folla amorfa, che si radunava solo per
poter tiranneggiare, che solo coesisteva in forza del suo selvaggio
istinto micidiale, verrebbe una folla nemica d’ogni temerità solitaria,
per contestargli quell’atto supremo d’indipendenza, del quale s’era
creduto degno come d’un rosso mantello di porpora, come d’un privilegio
terribile inerente alla sua sovranità.
Davanti a questa folla ostile, che cercava solo un pretesto per
abbatterlo, sarebbe stato vano sostenere il diritto che a lui
sovranamente apparteneva.
A tali giudici egli direbbe: -- «Non è vero: non ho ucciso.»
Poich’essi non potrebbero mai ammettere nè comprendere il suo delitto,
bisognava negarlo; poichè, di fronte alla legge da essi dettata, Andrea
Ferento non valeva più che l’ultimo ed il più briaco degli spazzaturai,
bisognava ch’egli riuscisse a debellare questa legge assurda, nel solo
modo che aveva in suo potere, cioè negando.
Era un tragico momento, nel quale non si poteva concedere il lusso di
affermare la verità; non poteva tendere inanemente i polsi, e dire: --
«Incatenátemi!» -- poi camminare fra due sgherri in mezzo alla folla
sibilante.
Forse ancor lontano per essi era il giorno del trionfo, e per lui della
sua fine. Se costoro possedevan le lor plebi, e con parole capziose le
infocavano per avventarle nella piazza, egli a sua volta ritroverebbe la
sua schiera, minore forse di numero, ma temeraria e bene apparecchiata.
Guerra per guerra, egli si sentiva capace tuttavia di mietere nelle lor
stesse file, di farsi camminare dietro il popolo, solo perchè passava:
maravigliosa virtù che posseggono i capitani. Si sentiva capace ancora
d’affrontare il linciaggio e tramutarlo in ovazione, come al tempo de’
suoi primi vent’anni, quand’egli amava, più che la potenza, il potere.
Non puranco venuto era il giorno che Andrea Ferento si riducesse a
vivere nella tebaide, nè recisi aveva i legami tessuti fortemente in
altre ore di battaglia, quando si accinse a dare quella scalata che poi
gli parve inutile; non era del tutto un condottiero senza esercito, un
capitano senza bandiere.
Si voleva la testa di Andrea Ferento?
Egli non darebbe la sua testa. Era necessario mentire? E mentirebbe. Era
necessario far pesare il suo pugno di ferro su le amministrazioni
arrendevoli? E questo si farebbe.
Se un bando era gridato contro la testa del ribelle, per infiggerla
sopra un’asta e portarla in giro ad ammonimento dei servi riottosi, egli
non darebbe la sua testa! Ma, per un’ultima volta, nella iraconda gioia
del pericolo, griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!»
La testa di Andrea Ferento valeva ben altra battaglia, e non la
porterebbe in trionfo, per trastullo dei chierici e di liberti, la
lancia di un Salvatore Donadei!
Tali furono le parole ch’egli si disse, con quella terribile volontà che
in lui sopraffaceva ogni altro spirito e che poteva ugualmente renderlo
capace così d’un eroismo come d’un delitto.
Udita la notizia volare di bocca in bocca per le strade in tumulto, egli
era tornato a piedi verso la propria casa ed aveva salite le scale,
pallido, ma senz’affrettarsi. Ella già lo attendeva da oltre mezz’ora;
lo attendeva sdraiata con pigrizia sopra un lungo divano, immersa nella
quiete azzurra del crepuscolo che addormentava la stanza. Da qualche
settimana ella ormai passava i giorni, talvolta le notti, nascosta nella
casa dell’amante; non era per nulla preparata, nulla sapeva del
repentino dramma.
Egli entrò, accese il lume, si guardarono, si baciarono, poi Andrea le
tese un giornale, dicendo: -- Leggi.
Il suo dito, nel segnare il titolo a grossi caratteri, nemmeno tremava.
Ella, súbito, non comprese. Da prima credette forse ad una celia, poi si
mise a leggere affannosamente, sbarrando vieppiù gli occhi, senza
trovare in sè la voce per emettere un grido, finchè rimase soggiogata da
un enorme terrore.
Egli non disse parola; solamente la guardò a lungo, la guardò
intensamente, quasi per scendere nel suo più recondito pensiero. Ella
taceva; l’ostinazione di quel silenzio era per lui come un’oscura nube
che tutta l’avvolgesse. Ebbe d’un tratto la sensazione d’una distanza
enorme che s’andasse interponendo fra loro; anzi gli parve di misurare
per la prima volta il valore dell’accusa lanciata contro il suo nome.
Si ricordò in quell’attimo, con una lucidità singolare, di averla veduta
in ginocchio presso il letto del morto, e sopra tutto ricordava il suo
piede scalzo, con il tallone roseo, le dita flesse, nella pianella
dall’orlo d’ermellino...
La medesima paura di quel momento l’assalse, il medesimo bisogno di
trascinar lei pure nel delitto consumato, e farla consapevole in tal
guisa, che mai più non potesse disciogliersi da una tale complicità.
Si risovvenne di lei, seminuda, nella notte che vegliarono fino
all’alba, e s’accorse che, infatti, un non so che di mortale, da quella
notte in poi, si emanava dal suo corpo insieme con il profumo tormentoso
della sua nudità, nè poteva ormai baciarla senza sentire, frammisto nei
baci della sua bocca, un sapore nefasto ed ubbriacante, che gli
percorreva le vene, dandogli un senso inscindibile di paradiso e
d’agonìa.
La guardava senza dir parola; ne’ suoi grandi occhi fermi si condensava
una specie di vacuo terrore, d’immobile ombra, che alterava i suoi
lineamenti e rendeva più fredda, più sigillata, l’espressione del suo
volto. Egli non poteva comprendere se quel terrore fosse pietà di lui, o
fosse il dubbio invincibile della sua colpevolezza. Voleva domandarlo, e
non osava; un’ansietà grande nasceva tra i loro cuori distanti, sebbene
in tutto ciò, infuori, al di sopra d’ogni cosa, l’uno e l’altra non
vedessero, non temessero in fondo che il pericolo nuovo sovrastante al
loro amore.
Egli temeva di perderla, ella di perdere lui; il resto era quasi una
storia d’altre persone, un cupo avvenimento che tuttavia non li feriva
nel cuore.
Anch’ella, inconsapevolmente, amava nell’uomo il suo delitto. I suoi
vigili sensi d’amante avvertivano la straordinaria potenza ch’era
imprigionata nel fascio de’ suoi nervi, e quasi godeva nel sentirsi
amata d’un amore siffatto, che, non solo rendeva possibile quest’accusa
lanciatagli a viso aperto, ma gli dava pure la forza di sopportarla
tranquillamente, come se infatti anche d’uccidere fosse per lei capace.
Tutta la sua femminilità si genufletteva davanti a questa magnificenza.
Mentr’egli supponeva ch’ella stesse agitando in sè un dubbio, forse un
vero sospetto, ella non faceva che abbandonarsi femminilmente a non so
quale vertigine fatta d’orgoglio e di stupefazione, ov’eran commiste la
paura e la gioia di sentirsi con lui ravvolta nel pericolo.
Per un poco lottò co’ suoi pensieri, ma infine il suo cuore d’amante la
vinse. Fu come un’ondata soverchia d’amore che le salisse fino alla
gola, e non potè non sorridere, anzi gli sorrise, gli aperse le braccia,
lo guardò con gli occhi lucenti, mormorandogli una parola d’amore.
Che potevano altro dirsi? Che bisogno avevano ancora d’interrogarsi a
vicenda? Non era questa una parola di perdono, d’oblìo, di promessa? Non
era, su la bocca lieve dell’amante, una parola di complicità?
Ed a lui parve necessario inginocchiarsi, per baciare le sue mani
profumate. Le sue mani eran colpevoli di tutta la gioia che gli avevan
prodigata, e così la bocca, la gola, il seno, il grembo, la dolce
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