livida, scarna, che sbarrava attonitamente le pupille acquose, piene di
paura.
-- Un tumore al fegato, -- gli spiegò sottovoce l’assistente, quando la
barella fu passata.
Egli non intese, o non comprese; ma vedeva solamente la scala salire,
lucida, innanzi a sè, con un tappeto di sole... confusamente salire
verso l’invetriata fiammeggiante. Nel fondo de’ suoi propri occhi vedeva
una cosa futilissima: i gomitoli di lana con i ferri da calza, que’
grossi rotondi gomitoli di Marcuccio Landi, e gli pareva udir ronzare
dentro di sè il motivo di quella sua certa Canzone, che finiva in uno
scoppio di riso tragico sul violino singhiozzante...
Ora camminava lentamente per le corsìe piene di luce, da un letto
all’altro, visitando, interrogando. I malati gli sorridevano; le suore
componevano le coltri sotto i loro menti gialli: l’assistente, con un
libro in mano, prendeva nota delle sue prescrizioni. Scriveva
rapidamente con una penna stilografica, facendo stridere la carta. Un
malato aveva fame, l’altro voleva uscire, un terzo si lamentava, un
quarto era gonfio e paonazzo di febbre così da non poter parlare.
Tutto questo lo stupiva un poco, gli dava non so quale sensazione
d’irrealità, quasi non fosse più così utile come una volta curare i
malati, ascoltare quel che dicevano, saper esattamente di che male
soffrivano.
Anzi uno gli disse una cosa che lo stupì:
-- Ma mi lasci morire, dottore... Cosa faccio al mondo io?
Egli, che prima non lo aveva quasi guardato, allora lo guardò. Era un
povero vecchio, asmático, piagato, canceroso, al quale avevan rasa
l’ispida barba a chiazze; una orrenda maschera contraffatta, con gli
occhi semichiusi, ove permaneva un barlume di vita, la bocca bavosa, tra
cui spuntava un po’ di lingua nerastra. Lo guardò ed ebbe voglia di
rispondergli: -- «Hai ragione. Perchè cercherei di salvarti? Non v’è
senso comune, quando un uomo vuol morire...»
Mentre la suora lo scopriva, egli vide che aveva le mani allacciate da
un rosario. Siccome la suora voleva scioglierlo ed egli si rifiutava, le
disse di lasciarlo stare e gli fece sollevar le braccia sopra il capo.
Di letto in letto la sua sensazione d’inutilità cresceva; e gli sembrò
che fosse ozioso andar oltre, perchè i suoi assistenti eran tutti bravi
giovani ed il meccanismo della sua Clinica poteva ottimamente camminare
anche senza di lui. Egli era stato lontano alcun tempo, e tutto era in
ordine, tutto s’era compiuto e si compiva con la regolarità consueta.
-- «I malati guariscono perchè la natura li fa guarire; muoiono quando la
natura li uccide. La nostra scienza non si riduce in fondo che ad una
serie di tentativi empirici... Ora, il tentativo d’un altro, che ho
pienamente ammaestrato, può valere il mio. Qui essi credono tutti,
medici ed infermi, ch’io possieda qualche maravigliosa virtù di
salvatore: ma è assurdo! Un giorno s’accorgeranno d’essere ad un
dipresso quel ch’io sono, e questo farà nascere uno stupore immenso...»
Passava da una camerata nell’altra, meccanicamente, domandando ogni
tratto il suo parere al Rosales con un’affabilità che non gli era
solita. Entrava ora in una corsìa di donne, più silenziosa, più intima,
ove nell’aria vagava un respiro di maternità e di sacrifizio, dove il
dolore pareva essere più profondo e tuttavia più contenuto.
Le tende abbassate mitigavano il chiarore del giorno; in quella luce
dorata i letti s’allineavano tranquilli. Una specie di riposo lo
avvolse, come se la sua missione di curatore tornasse a parergli buona e
come se un álito di riconoscenza muovesse a lui da ogni coltre su la
quale si curvava.
-- Come?... -- domandò improvvisamente al Rosales; -- come ha detto? qual’è
il suo nome?...
L’assistente riaperse il libro che stava per rimettere sotto il braccio,
e rilesse:
-- Novella Júdice, di Urbino; affezione...
Egli non ascoltò più oltre; qualcosa di dolce, di soverchiante, gli
commosse il cuore, come se da quel nome si partisse una infinita soavità
e la donna chiamata con tal nome fosse un’ombra lontana, imprecisabile,
di quell’amante che amava.
Prese un polso della malata e si curvò su lei pianamente. La faccia
pallida riposava nel guanciale, delineata in un contorno di capelli
biondi, così radi e lievi che parevano appena un velo fasciato intorno
alla sua fronte. Era una giovinetta forse di vent’anni e sorrideva
guardando il medico, la suora, comprimendosi la mano libera sul petto,
quasi per un senso invincibile di pudore. I suoi docili occhi azzurri
parevano domandar perdono d’essere tanto malata, e nel sorridere le
guance scarne le facevan agli angoli della bocca due graziose piccole
infossature.
Egli non contava affatto le pulsazioni dell’arteria, ma provava una
strana dolcezza nel toccare quel polso accelerato e fioco, nel guardare
quella miserrima fanciulla, che aveva il nome d’un’altra, il nome
ch’egli portava in sè.
-- Vi sentite male? soffrite? -- domandò egli, come non avrebbe domandato
un medico ma un affettuoso parente. Poi le passò una mano su la fronte
per consolarla e disse:
-- Coraggio! Guarirete presto, molto presto... ve lo assicuro.
Il sole, dalla finestra di fronte, dorava i suoi capelli vaporosi, e
quel sorriso buono, come d’una bambinella ferita, continuava su la sua
bocca smorta...
Dopo aver compiuto il giro delle sale, andò a visitare i malati che
abitavan nelle camerette solitarie, simili a celle d’un monastero; poi,
sceso a pianterreno per un’altra scala, s’indugiò a discorrere con il
Rosales in quel breve ándito che da una parte sboccava nel giardino,
dall’altro sopra una corte.
In quella corte precisamente v’era un carro mortuario, fermo, attaccato
con un solo cavallo; il cocchiere, sceso di cassetto, s’era tolto il
cappello e facendosi vento discorreva con un cuoco.
-- Cosa fa quel carro? -- domandò il Ferento.
-- Professore, le ho riferito dianzi ch’è morto il vecchio Celsi, del
riparto chirurgico; morto ieri, nove giorni dopo l’operazione.
-- Ah, infatti... -- egli mormorò. -- E lo portan via ora?
-- Credo.
-- Voglio vederlo, -- disse con rapidità. E scese per la scaletta
sotterranea che conduceva nella sala refrigerante, ove si deponevan i
cadaveri dopo averli sottoposti a necroscopìa. L’assistente lo seguiva.
-- No, lei vada pure, -- disse il Ferento.
Giunse in fondo; aperse l’uscio; fece qualche passo nella fredda stanza,
chiara d’elettricità. De’ sei tavolacci di zinco, cinque eran vuoti e
risplendevano; su l’altro era steso un grosso involto bianco, simile ad
una statua supina ravvolta nella sua tela.
L’odore acre dei disinfettanti mordeva l’aria, e gli sembrò di riceverne
un senso di stordimento.
Fece per avvicinarsi al cadavere, ma, poichè la porta erasi rinchiusa,
tornò indietro e l’aperse in bílico.
Di nuovo ne’ suoi confusi occhi, apparvero que’ gonfi e tondi gomitoli
dello scemo, con i ferri da calza; di nuovo gli cominciò a ronzare nelle
orecchie la nenia del violino singhiozzante.
S’accostò al cadavere, ed ebbe voglia di scoprirlo; ma gli parve che le
sue mani incontrassero una certa difficoltà nel compiere gli atti
necessari.
Le sue mani di fatti non si muovevano; ma egli provava un piacere
ansante nello star presso a quel cadavere, il piacere pauroso che si
prova stando su l’orlo d’un precipizio.
«Se chiamassi un guardiano per farlo scoprire?... No, è inutile.»
Le lampadine elettriche bruciavano dal soffitto basso in un cerchio di
luce immobile, mettendo a nudo il groviglio del lor filo incandescente,
il quale pareva complicarsi.
«Che idea di voler vedere questo morto? A che serve? No, me ne vado.»
E non poteva muoversi di lì; sentiva il bisogno, la tentazione, di
guardare quella faccia; tuttavia non sapeva risolversi a mettere la mano
su quel lenzuolo.
Gli tornò in mente il carro funebre che attendeva nella corte, il
cocchiere senza cappello che parlava con il cuoco.
«Ho capito: è già pronto per esser chiuso nella cassa; meglio non
toccarlo. Me ne vado.»
Ma nel medesimo tempo, come se le sue mani ubbidissero ad un’altra
volontà che la sua propria, sollevò il rovescio del lenzuolo che gli
doppiava sul volto e ne aperse i due lembi, scoprendolo fino a metà del
petto.
Era una faccia senile, glabra, gonfia, cinerea, che pareva sprofondata
nelle sue mascelle, rientrata nel collo quadrato, per insaccarsi entro
la convessità delle spalle. Il petto era sezionato da una lunga ferita
verticale, nera su gli orli di grumi sanguigni ed imbottita di bambagia.
Egli guardava senza ben comprendere, anzi gli pareva di dover
cominciare, davanti ad una classe di allievi invisibili, un corso di
anatomìa... Poi gli parve di trovarsi, come s’era già trovato un’altra
volta, nella necessità di sollevare quel corpo rigido su le sue braccia
restìe, per riportarlo a giacere in un letto, ma scivolando, senza far
rumore... Gli parve a poco a poco di riacquistare un suo stato d’animo
anteriore, di retrocedere in una forma di sè stesso già lontana, già
dispersa, e che le lampadine si spegnessero d’un colpo, -- le quattro
lampadine appese alla volta sotto il riflettore di metallo bianco -- e la
glabra faccia senile divenisse quella d’un altr’uomo, la faccia serena
che lo guardava dalla morte, senza rancore...
Rapidamente la ricoverse con il lenzuolo, si battè insieme i due polsi
per darsi vita, e risalì.
Volse un’occhiata nella corte: il cuoco se n’era andato; il cocchiere,
appoggiato al muro in un angolo d’ombra, fumava tranquillamente; il
vecchio cavallo nero dondolava la coda per scacciare le mosche.
Gli parve che il sole fosse una polvere in fiamme, una rossa nuvola
piena d’avvolgimento...
«Cosa devo ancor fare?... Ah, sì!...»
E rapido si volse; infilò il lunghissimo corridoio che traversava tutta
la profondità dell’edificio, rotto nel mezzo da un padiglione vetrato,
che imbiancava le stuoie d’una rotonda chiarità; lo percorse
velocemente, facendo co’ suoi passi un rumor forte sul linoleo
brillante; sentiva il bisogno di parlare, di agire, di ridere.
La Direttrice gli veniva incontro.
-- Sì, éccomi, signora Maggià! Li faccia entrare.
-- Senta, senta, -- chiacchierava la Direttrice correndogli appresso; -- il
professor Damiato e i due chirurghi primari son venuti varie volte per
salutarla. Vuole che li chiami?
-- Sì, li chiami, grazie.
Ed entrato nello studiolo, accese una sigaretta, respirandone il fumo
con ingorda voluttà.
L’olea frascheggiava piano piano, con uno sciacquare di foglie rumorose,
facendo piovere le sue minute fioriture candide, sperdendo in larghe
ondate il suo voluttuoso buon odore; nel giardino si udiva un passo
lento e pesante camminar su la ghiaia; dalla città lontana saliva un
rumor confuso, interrotto spesso dal fischio d’una locomotiva, dagli
urli vorticosi, lamentosi, che nell’alto sole del mezzodì, con furia
lanciavano le sirene.
VII
Le adiacenze, la scalinata, la corte quadrangolare dell’Università ed il
suo vasto porticato a colonne di marmo, eran ingombri d’una studentesca
minacciosa.
L’agitazione, promossa dai corsi di medicina, i quali volevan si
sostituisse il professore d’anatomia, si estendeva per l’altre facoltà,
con fischi ed urli contro il Rettore, che non concedeva certe agevolezze
per una sessione d’esami.
La strada rigurgitava di studenti, che ne sbarravano il passaggio; altri
eran seduti in lunghe file su la scalinata, cantando; altri giravano in
drappelli, a passo militare, sotto il porticato, scandendo epigrammi
sopra un motivo d’operetta, ed assiepavano il cortile mareggiando con
gridi e gesti frenetici. Gli arringatori, saliti su gli zoccoli delle
colonne, rossi di collera e di fatica, parlavan gesticolando; una specie
d’assedio ingrossava davanti allo scalone della Segreteria.
Si gridava: -- «Sciopero! Sciopero! Abbasso il Rettore Rolandi! Fuori il
professore Saraceno! Basta il Saraceno! Basta!... Viva la terza
sessione! Viva!...»
Un Commissario di Polizia, chiamato per telefono, sopraggiungeva co’
suoi agenti e li schierava in un vicolo vicino, pronti, nascosti. Ma li
videro; e si cominciò a gridare contro la forza pubblica. Il pennacchio
d’un carabiniere, che apparve davanti all’Università, fu accolto con un
subisso di fischi.
Da otto giorni il professore d’anatomia comparata, Enrico Saraceno,
impartiva la sua lezione a banchi semivuoti; ma quella mattina, dopo
averlo fischiato e vilipeso, eran entrati nell’aula dietro lui come una
masnada di vandali, mettendo i banchi a soqquadro, lanciando calamai
davanti alla cattedra, scaraventando i fascicoli al soffitto, in un
diavolìo che più non finiva.
-- «Fuori! Basta! Non vogliamo il Saraceno! Fuori!...»
Questi era un meridionale allampanato, miope, con una cotenna spessa e
riccia come quella di un negro, la faccia olivastra, il naso leggermente
adunco, la bocca sottile, che portava sul labbro sporgente un sottile
paio di baffetti neri.
«Mannaggia! Mannaggia!» -- bestemmiava, dando gran pugni su la cattedra e
con la voglia di scagliarsi, lui solo, contro quella scolaresca
dileggiante. Quando un calamaio spruzzò d’inchiostro l’assito polveroso
che innalzava la cattedra, divenne livido per la collera, si compresse i
pugni su le tempie, diede un calcio a quel calamaio spezzato, ed uscì.
La scolaresca lo accompagnava cantando a tempo di fanfara:
-- «Non si vuol nè più nè meno, che scacciare il Saraceno!».
Man mano che finiva una classe gli studenti affluivan nella corte,
sicchè tutti i professori, dopo aver tentato invano d’imbrigliare quella
ribellione, s’eran adunati perplessi nella sala del Consiglio
Accademico.
Frattanto, sotto il porticato, s’improvvisavan cartelli a pitture
d’inchiostro e s’affiggevano alle colonne, o, inastate, si portavan come
insegne sopra il mareggiare delle teste.
-- Vogliamo la terza sessione! Fuori il Saraceno! Abbasso il Rettore
Rolandi!»
Poi si torcevan dalle risa davanti ad una caricatura improvvisata, che,
nel contorno d’una enorme bottiglia d’Acqua di Janos, raffigurava il
Rolando e il Saraceno seduti a braccetto sopra due pitali. E sotto eravi
la scritta:
«Congedo per motivi di salute»
-- Fuori! fuori! si chiude! -- gridava a squarciagola il bidello, tentando
di persuaderli con le buone a scendere in istrada. Ma lo tiravan per la
giubba e gli davan lo sgambetto, chiamandolo il «Grand’Eunuco», per
esser egli senza pelo, alto e panciuto.
Dalla scala del Consiglio, stretta d’assedio, scese un piccolo vecchio
dalla bianca barba quadrata, il professore di fisiologìa, che gli
studenti amavano. Fu accolto da un’ovazione: -- «Viva il professore
Sammarco! Ci ascolti, professore...»
Tutti gli si facevano intorno, volevano tutti parlare.
Egli alzò davanti a loro il palmo rugoso, come faceva dalla sua cattedra
per imporre silenzio.
-- Sentite, figliuoli... Se non vi sciogliete súbito, il Rettore annunzia
che farà chiudere l’Università fino a tempo indeterminato. E riflettete
che siam presso agli esami. Ragazzi, mandate una commissione: le vostre
domande saranno discusse.
-- È un pezzo che inoltriamo domande! Ci si beffa di noi! Revoca e
sessione! Viva il professor Sammarco!
-- Figliuoli, ascoltate...
Ma la sua voce debole si perdeva nel frastuono, mentre la notizia della
minacciata chiusura si diffondeva per la corte sollevando urli; un
gesticolar di braccia furibonde si agitava contro le finestre del
Consiglio Accademico.
Il Commissario camminava nervosamente davanti all’Università, senza
badare ai dileggi velati che gli mandava la studentesca; una ressa di
popolo curioso ingombrava la strada, e su l’alto della scalinata il
bidello gesticolante cercava di persuadere quelli ch’eran seduti sui
gradini a levarsi e discendere nella strada.
Ma in fondo alla corte cominciavano a scoppiare grida sediziose: --
Barricate la porta! Non vogliamo poliziotti. Contro la forza useremo la
forza! Uh!... uh!...
L’orologio della torre sonò le undici, con lenti colpi metallici che
furono ascoltati; poi tutti si ammassarono sotto le finestre del
Consiglio, quasi avessero in animo di darvi la scalata.
Appunto alle undici doveva il Ferento impartire la sua lezione agli
studenti del quinto anno, ed ecco sopraggiungeva, camminando frettoloso,
allorchè di lontano vide quell’assembramento davanti all’entrata
dell’Università.
Quasi correndo percorse l’ultimo tratto, udì le grida, si cacciò nella
folla ed apparve in basso della gradinata.
Il Commissario, che per primo lo riconobbe, gli si avvicinò parlandogli
concitato:
-- Questa indecenza dura da oltre un’ora! Hanno messo un’aula a soqquadro
ed asserragliano i Professori. Esito ad intervenire per timore di guai
serii, ma se fra dieci minuti non si sciolgono, chiamo rinforzi, entro e
li sgombero.
-- Aspetti! -- egli disse rapidamente. E saliti d’un balzo i tre gradini
esterni, si cacciò in mezzo ad un gruppo di studenti, che al vederlo
ammutolirono.
Egli girò su tutti loro uno sguardo freddo, quasi malvagio, ma nulla
disse: camminò avanti, a fronte alta, quasi fosse certo che la scalinata
ingombra dovesse aprire un varco davanti a lui.
D’improvviso, tutti coloro che barricavan la gradinata standovi seduti e
vociando, con un sol moto sorsero in piedi, si fendettero, ed egli salì
fra loro velocemente, con gli occhi accesi d’una collera muta.
Su l’alto della scalinata si volse con veemenza:
-- E nessuno di voi -- gridò ai più vicini, -- ha osato imporre silenzio a
questa gazzarra da comizio pubblico? Nessuno? E perchè venite qui a
studiare l’uomo, se non avete compreso ancora che la più vile cosa per
un uomo è ubbidire alla folla?
Il bidello ansante gli corse incontro, congiungendo le mani, quasi che
in lui fosse l’estrema sua speranza. Egli non l’ascoltò nemmeno, ma
vôlti gli occhi beffardi sovra il cerchio di studenti che gli si formava
intorno:
-- Dove sono e chi sono, -- interrogò -- i promotori d’una così bella
rivolta? Chi sono, domando? Non c’è fra voi uno solo che osi declinare
il proprio nome?
-- Io, per esempio! -- esclamò con tracotanza un giovine di membra
complesse, che, sebben lontano, cercava di estollere il suo massiccio
cranio chiomato, perch’egli lo riconoscesse.
-- Ah, lei? Magentini, se non erro?
-- Appunto, Magentini del quinto anno, -- rispose il giovine facendosi
largo. E incominciò, con un tono arrogante: -- Perchè, vede,
professore...
-- Non si disturbi, la prego! Di lei mi ricordo bene, assai bene. Poichè,
avendola interrogata qualche tempo fa su certi problemi di embriologìa,
ella mi espose una teorìa siffatta, secondo la quale, come le osservai,
il colmo per la donna evoluta sarebbe quello di mettere al mondo un
neonato con la barba... Si accomodi pure!
Una risata clamorosa eruppe dagli ascoltatori, facendo giustizia del
malcapitato, che si rimpicciolì nella ressa, mentre invece, nel fondo
della corte, il gruppo de’ più facinorosi non cessava dalle grida
ostili.
-- Taceranno! -- egli affermò con la voce rauca d’ira. -- Taceranno! -- E si
cacciò davanti, pallido, nel tumulto che infieriva.
Due ne prese per le spalle, quattro ne urtò: sotto i porticati la
studentesca ondeggiava; un lungo solco di silenzio rimaneva dietro i
suoi passi. Chiamati per nome, alcuni studenti lo spalleggiavano; e
camminando a fronte alta, sicuro di non fermarsi, la sua pallida forza
impetuosamente li dominò. Un certo silenzio intorno a lui si fece, un
poco d’ordine fu ristabilito, e solo permaneva sotto le finestre del
Consiglio il gruppo de’ più accesi, che non volevano intender ragione.
Quando costoro s’accorsero che la maggioranza dei compagni stava per
arrendersi a consigli di moderatezza, con furore insorsero chiamandoli
disertori e pecore, facendo quanto baccano potevano, perchè nessuna
parola d’ordine fosse potuta udire.
-- «Uh! vi lasciate tirare per le orecchie! Pecore! pecore! uuh!...»
Poi si cominciò a gridare: -- «Abbasso il Ferento!» -- prima da qualche
voce isolata, poi con gran clamore da tutto il gruppo ch’era lontano.
Egli si volse, come se l’avessero staffilato in pieno viso; balzò sul
muricciuolo che riuniva i colonnati, così da estollersi alto e solo
sopra l’assembramento, e simile a quello ch’era stato nei giorni di
battaglia, quando, amato e odiato, il suo nome batteva come una
bandiera, tese verso loro il braccio, e ridendo esclamò:
-- È inutile che mi gridiate abbasso, perchè la natura mi ha posto in
alto!
E brillava, e la sua testa leonina era bella a vedersi come quella di un
tribuno imperioso che dómini un parlamento. Brillava ed era solo, e
raggiava da sè tanta forza, che i gridatori si tacquero, mentre da tutta
la studentesca infiammata un altissimo grido si partiva, una sol voce,
che obliosa d’ogni piccola discordia pareva inginocchiasse quei giovani
davanti all’uomo più forte.
-- Spezzare qualche banco, assediare una scala, dipingere ad inchiostro
una piacevole caricatura, farvi suonare i tre squilli e sciogliere dalla
Polizia... sarebbe questo per caso lo spirito di ribellione che
imparaste nei suburbi, dall’eloquenza degli arringatori plebei?
O glorioso tempo di rivolte, ove uno scaricatore di fogne diventa
tribuno del Quartier Latino e Rettore Magnifico degli Atenei!...
Ma or che avete iniziata la rappresaglia con sufficiente rumore,
spaccato abbastanza legno, assediate abbastanza scale, ornato a
sufficienza di pupazzi la vostra Camera del Lavoro, delegate altresì una
Commissione di studenti, che renda noto al Consiglio Universitario la
natura ed i motivi delle vostre lamentele...»
-- Già fatto! già fatto! Inutile! Nessuno ci ascolta! -- s’interrompeva da
varie parti.
-- ...a meno che non preferiate, -- egli proseguì, -- affidarmi la vostra
causa, fin dove io l’accetti e fin dove mi sembri giusta, perch’io mi
faccia interprete presso il Consiglio Accademico dei vostri desiderii,
e, con esso d’accordo, vegga di ottenervi una soluzione soddisfacente.
-- Sì, sì! -- acclamarono i più vicini, poi gli altri, poi l’intera
studentesca, prorompendo in applausi clamorosi, che soverchiarono il
tumulto.
Il suo nome volò da ogni bocca: -- «Viva Andrea Ferento!» Lontano, alto,
per l’aria libera, il suo nome cantò: -- «Viva Andrea Ferento!» E volando
e cantando inebbriava il cuore dei giovani, perch’era un nome di ribelle
anch’esso, e lo portava un uomo ch’era giovine ancora, che aveva sempre
insegnato a vivere combattendo, a cercare i pericoli delle più dure
battaglie, generoso alfiere d’una insegna di libertà.
-- Ora scioglietevi, -- egli disse, -- Io sono il vostro parlamentare:
davanti al Consiglio Accademico sono garante per voi. Chè se invece
questo Ateneo, dove, nella più alta misura delle proprie forze, ciascun
professore dedica giornalmente a voi giovani la sua più bella e più
serena fatica, fosse per divenire un luogo sedizioso, dove si carpiscon
laure con scioperi di studentaglia e con fracasso di vetri spezzati, io
per il primo non vorrei più rimetter piede in queste aule, dove con
tutto amore, con tutta fede, credevo di educar familiarmente una libera
e franca gioventù, la quale sapesse fermamente che non bisogna mai, mai,
trovarsi dieci contr’uno per avere in dieci quel coraggio che uno solo
non ha. Io stesso, che non volli patire il giogo di nessuna obbedienza,
debbo anche dirvi che la vera libertà consiste nel non essere il
gregario di nessuna sopraffazione!
Allora centinaia di braccia si protesero a lui, quasi cercassero di
sollevarlo, mentre il suo nome squillava per l’aria, limpido e
risvegliante come una diana.
In un minuto di silenzio egli guardò la folla dominata, e si sentì
padrone senza contrasto di quei giovani cuori pieni di forza e d’impeto;
padrone di quei muscoli docili e forti, ch’egli poteva ben ghermire nel
suo pugno, e temprarli e fletterli come buone lame da combattimento;
poich’egli portava duramente inciso nella sua maschera d’uomo quel segno
di alta potestà che fa brillare nell’ombra delle moltitudini la faccia
dei ribelli e dei dominatori. E per un attimo riassaporò la gioia che
gli era una volta piaciuta, quella di moltiplicare la sua potenza
tirannica nella potenza passiva di migliaia d’uomini, poichè dalla
natura egli era sorto con un cervello d’autocrate e la sua strada era
segnata in capo delle turbe, ove s’innalzano gli stendardi, ove
camminano i Re.
TERZA PARTE
I
Senza mutamento ricominciò il suo vivere consueto. La Clinica,
l’Università, i molteplici consulti, le pratiche di laboratorio, lo
assorbivano da mattino a sera, ed anzi metteva nell’occuparsi una specie
d’iracondia, quasi che un’oscura ma imperiosa inquietudine lo
sospingesse a consumare con febbre tutte le ore della sua giornata.
Il mattino, al primo destarsi, lo stringeva un attimo di perplessità, e,
per una pigrizia del tutto morale, avrebbe voluto continuare quel sonno,
quel vuoto e opaco sonno che gli pareva quasi una immensa camera buia.
Ma, vinto con una tensione dei nervi quell’impreciso attimo di paura,
ecco egli era novamente l’uomo limpido e ferreo, il qual cercava
d’imprimere in ogni cosa che facesse un segno della propria volontà.
Soltanto gli pareva ormai che tutto questo fosse divenuto una vecchia
abitudine automatica e vana.
Curare gli uomini, insegnare ad uomini, comandare sopra uomini, cercare
indefessamente una verità, stabilire un principio, sentirsi alto,
potente, solo, -- tutto questo gli era piaciuto un giorno, gli era
sembrato sommamente utile, sommamente necessario... Ma ora non ne vedeva
più con precisione lo scopo; non era più così certo che questa fosse la
sua strada, nè fosse in alcun modo una strada. Gli pareva che su
l’immenso caos organizzato gravasse quasi una pausa oscillante, una
lunga infinita vacuità, la qual pausa era stupore. Gli pareva di tornar
da capo con tutto il suo cervello pensante alla ricerca delle ragioni
d’ogni cosa. Questo piccolo fatto dell’aver ucciso, dell’aver ucciso
egli stesso, con la sua propria mano, con la sua nitida volontà, gli
scompigliava nel pensiero l’ordine immenso e la ragione intrinseca delle
cose. Non era uomo da conoscere ciò che si chiama volgarmente il
rimorso, poich’egli sapeva prima, e credeva di saper tuttora, che s’era
impadronito, nell’uccidere, d’un suo virile diritto. Ma nel medesimo
tempo sentiva che un fatto nuovo, un fatto di principio, era entrato con
ciò nel suo mondo cerebrale, anzi dominava come un improvviso equivoco
nella serrata logica del suo pensiero. Non rimorso era, e nemmeno era
una pavidità oscura de’ suoi sensi davanti all’ombra di colui che
giaceva. Non dunque una stolta paura della sua coscienza, e meno ancora
della vendetta umana, ch’egli sentiva di poter vincere quand’anche
s’apparecchiasse; -- ma era invece un fatto quasi organico, un fenomeno
della sua stessa materia, la quale -sapeva- di aver data la morte.
Questa parola «morte», che fino allora, pur vivendole in mezzo, pur
combattendola giorno per giorno, eragli parsa lieve, ora, inattesamente,
si vestiva d’un significato nuovo; non pauroso, non orrido, ma
stupefacente: -- un significato che assaliva tutte le cose dell’universo,
non potendo ad altro somigliare che ad una specie di divinità.
Aveva da poco finito il pranzo, il suo pranzo veloce, che Giovanni gli
imbandiva e gli sparecchiava ubbidendo a’ suoi cenni. Era stanco d’una
giornata intensa; più che stanchezza, era un senso d’affaticante inerzia
che gli pesava nelle vene, mentre per l’aria ferma cominciavano a
fluttuare come invisibili sciarpe le calure della vicina estate.
-- Giovanni, -- diss’egli allora, -- pòrtami, ti prego, un giornale.
Sorse di tavola, entrò in una sala che non era illuminata se non dal
riverbero della sera inazzurrata. Un lembo di cielo, con rosse nuvole,
chiudeva come uno scenario il quadrato calmo della finestra, e si udiva
salir dalla strada lo scalpiccìo della folla sui marciapiedi; si udivan
ruote correre, battere ferri di cavalli, freni soffiando stridere,
motori, con ánsiti e scoppi, lanciare per l’aria sonora un tremito
ronzante, una burrasca di velocità.
Lentamente s’affacciò al davanzale, guardando in giù, verso lo sbocco
della contrada e verso il quadrangolo della piazza colonnata, che
allargava la sua chiara vastità intorno ad una piccola fontana.
Allora subitamente si rammentò con maraviglia d’una cosa futile... d’una
sera, dell’anno antecedente, o forse d’un tempo ancor più lontano,
quand’egli appunto se ne stava così, fermo, a contemplare dalla finestra
la bella piazza illuminata, allorchè gli avvenne di riconoscere un uomo
che per il mezzo la traversava; un uomo alto, magro, leggermente curvo,
che veniva incontro alla sua casa, e camminando guardava se ci fosse
ancor lume nelle sue finestre, lassú...
Gli parve che il senso della moltitudine, del frastuono, il senso
attuale di quella piazza, consistesse appunto nell’uomo che certa sera
la traversava, nè ora la traverserebbe mai più, nei giorni tumultuosi
ch’eran per nascere su l’infinita vita... Rimase un momento con gli
occhi attoniti a fissare il pennacchio della fontana, poi trovò che
questo ricordo mancava d’ogni reale consistenza, si ritrasse, accese il
lume, sedette davanti alla scrivania.
Prese un foglio di carta, e, intinta la penna, tracciò distrattamente un
nome al sommo della pagina bianca: -- Novella...
E dal chiarore invisibile che mandava questo piccolo nome, un sorriso
limpido come il sole tornò a brillare sul mondo. Una memoria di lei,
della sua bocca, lo tormentò così forte che il suo desiderio ne pianse,
così forte che gli sembrò di averla udita entrare, con un fruscìo dietro
la seggiola della sua lieve sottana, e gli sembrò che si curvasse, per
avanzargli sopra una spalla, d’un tratto, la bocca respirante, per
fargli con le calme sue braccia un nodo senza forza intorno alla gola
soffocata...
Si sentiva ridivenire con voluttà un illogico e docile uomo, libero da
tutte quelle complicazioni cerebrali che lo spingevano indefessamente
alla ricerca di «cause ulteriori»; s’accorse che pur una cosa v’era, la
quale sapeva sottrarsi alla sua concezione transitoria, inutilistica del
mondo: e questa era un’altra creatura come lui, fatta solo di carne
lábile, di bellezza fugace, che sarebbe morta e sparita, che avrebbe
dispersa in un pugno di polvere la sua ragione d’esser vissuta, ma che
bastava tuttavia per soverchiare i limiti della conoscenza, per lanciare
il sogno d’un uomo nella spaventosa eternità...
Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava
ragione. L’amava; era pieno il mondo di questo amore esultante; le cose
tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo
cuore. Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e
nello spazio, nell’attimo e nell’eterno, era l’arteria della sua vita
molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed
immensa che il credente riassume in Dio.
Amandola, questo ribelle, questo anarchico, sentiva di ubbidire; di
ubbidire non a lei forse, nè al cieco dominio della sua propria
passione, ma quasi ad una legge di natività, immemorabile come la vita,
più necessaria e più semplice di tutte l’altre da lui contemplate, --
«una legge di dedizione e di generazione, ínsita in tutto ciò che vive,
radicata nell’elemento stesso del mondo, la legge per cui tutto
continua, la sola che tutto comprende, ciò che veramente è l’anima delle
cose, il Dio non creato dagli uomini...»
Queste parole aveva scritte ne’ suoi libri, ed ora le ripensava per
confrontarle con l’anima sua presente. La penna gli era caduta su la
pagina bianca; il tempo scorreva dolce nella sera ventilata. Le
ripensava, guardando distrattamente verso l’alta scansìa, cárica di
volumi rilegati d’un cuoio verde, con le diciture incise a caratteri
d’oro, i quali splendevano dietro l’invetriata luccicante.
E vedeva coloro che li avevan scritti, i suoi fratelli anteriori,
dispersi nell’epoche lontane, per le più lontane contrade della terra,
amici e nemici fra loro, ma raccolti da un solo nulla in una sola ed
uguale Inutilità. E ripensava più oltre quel che aveva scritto:
«O profeti degli errori più diuturni, o conquistatori terribili che
volgeste in cenere funeraria la bellezza dionisiaca della vita, non è
forse tempo ancora che un Dio più evoluto esca dalle nostre officine?
Non è forse tempo ancora che il crogiuolo d’un chimico rivelatore
imprigioni per sempre nella materia la favola dei vostri paradisi?
«La remota vostra leggenda metafisica servì a creare la morte quale noi
oggi la vediamo, ed in ogni cosa che l’uomo toccò, in ogni passo che
fece, in ogni respiro d’aria che bevve co’ suoi polmoni avidi, trovò
questo veleno mesciuto negli elisiri della vita.
«Perchè, o medici, o filosofi, o poeti, non guariremo noi l’uomo di
questo suo morbo millenario, che lo spinse a ricercare nella prigione
dei cinque sensi, con la sua logica d’apparenze, una ragione di sè?
«Possiate voi comprendere in un senso bello e sereno, in un senso
d’aurora e di lontananza, questa maravigliosa parola ch’io vi canto:
«-Il domani!-»
«-Ieri-», o uomini, è la parola buia. Significa essere stati, quindi non
essere più. «-Ieri-» è veramente la morte. Ma tuttociò che si chiama
luce, sole, amore, gioia, bellezza, possibilità... tutto questo ha nome:
«-Domani-». La vita non è che l’Oriente verso il quale si cammina, il
sole che nascerà domani. L’inutilità immensa e magnifica di tutte le
cose è in questo appunto, che la vita comincia davanti a noi, comincia
domani...»
Affaticato, egli si chiuse nel palmo la fronte calda; una gioia umana
gli navigò sopra il cuore, gli fece sorridere la bocca, dalla mente gli
bandì quella torma di pensieri estenuanti; perchè il suo «domani» era la
donna che amava di un amor quasi barbaro, ed era il gorgo di felicità
che gli si apriva nell’anima quando appena sovra lei si posasse una
carezza della sua mano, -- della sua mano che aveva medicato la febbre,
le piaghe, i dolori degli uomini, ed aveva pure, con un sottile ago
d’acciaio, avvelenata una debole vena. Il suo «domani» era ciò che non
aveva conosciuto ancora nella veemente sua vita, se non fra distratte
avventure, ch’erangli parse lievi all’anima e fors’anche ai sensi come
quel rumore di seta scivolante che fa, nel cadere, una gonna slacciata.
Ma ora la sua bontà s’allontanava dagli uomini; la sua bontà non poteva
più guarire liberare o difendere che una sola creatura. La sua missione
gli pareva divenuta quasi puerile, al segno da sentirsene stanco e da
non saper comprendere più, nemmeno razionalmente, per qual ragione
proprio lui, che in fondo era un autocrate, un inutilista, un
distruttore, proprio lui che in fondo spregiava tanto gli uomini da
sentirsene padrone come d’un branco di pecore, avesse fino allora speso
tanti anni della sua vita, e sempre con indefesso amore, con
un’abnegazione talora confinante con l’eroismo, per guarire una folla
d’estranei, davanti ai quali non compiva che un atto malinconico e
faticoso di servitù. E spese tante ore nel suo laboratorio, alla ricerca
d’un farmaco, d’una scoperta che li guarisse meglio, e tante ore su
l’alto d’una cattedra per dividere con cervelli sbadati il pane della
conoscenza... Ora non capiva più come avesse potuto fare tutto questo;
anzi la memoria d’averlo pur compiuto lo lasciava leggermente sorpreso,
come se ciò fosse stata l’opera d’un altro. Insieme nasceva in lui,
contro il suo mestiere, un’avversione quasi fisica, perchè gli pareva
impossibile di dover toccare con la stessa mano il corpo d’un infermo e
la dolce soave carne di lei, ch’era una musica divenuta forma, un
profumo divenuto respiro...
Taluni pensieri futili, quasi feminei, lo assalivano. Certo non avrebbe
mai voluto che, nello starle accanto, la tormentasse un odor medicinale
d’etere o di cloroformio, il quale avesse impregnato la stoffa de’ suoi
abiti, o che, stando con lei, venisse chiamato altrove, o con lei
giacendo, avesse il mattino a sorgere dal letto per impartire la sua
lezione giornaliera nell’aula un po’ tetra dell’Ateneo...
Era pur nato nella famiglia vandalica dei dominatori: avevano battuto il
suo metallo su l’incudine che foggia la corona dei re; il suo cammino
era per l’alte nuvole, nell’infinita bufera. Ma questo bisogno d’esser
tale, di non potersi credere inutile come un piccolo uomo, era insieme
la sua spirituale schiavitù. E trovava necessario di appartenere ad una
missione, ad un amore, ad un’idea; sentiva, negando, il bisogno di
credere, comandando, la necessità di ubbidire.
Egli s’era provato ad uscire dal dominio suggestivo delle parole,
rompendo la catena dei sensi, ed era giunto a quel segno dove la
convenzione cessa, gli estremi si confondono, e tutte le parole che in
sè racchiudono un senso antagonistico -- piacere o dolore, fede o
negazione, dovere o diritto, e più oltre, fino all’ultime: vita o morte
-- non possono altro rappresentare che un suono di sillabe diverse.
Così egli pensava, ed aveva per lunghi anni pensato, finchè la sua mano
temeraria s’era persuasa di poter compiere ciò che la logica umana
chiama un delitto.
Ma inattesamente la sua materia si sentiva trasformata da quest’atto, e
gli pareva che un oscuro divieto ci fosse, fuori dalla coscienza, dalla
logica, dalla divinità, -- un divieto fisico, radicato anch’esso nella
materia universa come un istinto fondamentale, profondo in essa come
quell’altra legge di dedizione e di generazione, che veramente è l’anima
delle cose, il Dio non creato dagli uomini...
Ed ora non sentiva nemmeno più il bisogno di difendere con una frode
complicata il suo semplice delitto; sentiva solo che un barbaro antico
era tornato a vivere nel suo cuore angusto d’uomo civile, ove la preda e
l’amplesso rimanevano ancora le più belle ragioni del vivere, dopo tante
metafisiche fallite, dopo tanti millenni di ascendente umanità.
Allora mosse la penna su la pagina bianca, e scrisse all’amante che
amava:
-- «Sì! parti domani, come tu vuoi, come voglio anch’io... perchè ti amo,
ti amo, e non amo che te!»
II
Adesso di casa in casa, d’uscio in uscio, la voce correva. Era un
piccolo serpentello, nero viscido rapido, ch’entrava di soppiatto per le
fessure, faceva il giro delle camere, saltava inafferrabile, spariva.
Aveva cominciato a muoversi nell’ombra, con un tortuoso e lento camminar
di vermiciattolo, ed ora non aveva più paura nemmeno del sole; fischiava
con la sua lingua biforcuta, lasciando per dov’era passato una
lumacatura brillante. Non potevan trovarsi due persone a discorrere
insieme, che non capitasse loro fra piedi; non rispettava nè i focolari
nè i talami, nè il municipio nè la chiesa; ogni giorno cresceva
d’insolenza e fischiava con maggiore implacabilità.
La gente dapprima se n’era impaurita; ma ormai lo lasciavan entrare
liberamente per le lor case, e, stupefatti della sua straordinaria
vitalità, nessuno cercava nemmeno di schiacciargli il capo sotto il
piede, come si usa fare con le vipere.
Il serpentello fischiava e diceva: «L’hanno avvelenato... sì, sì, sì...»
Una curiosità malsana cominciò ad agitare quella calma popolazione;
tutto il giorno v’era gente che si aggirava nei pressi del cimitero,
discorrendo a bassa voce; taluni andavano a visitare la tomba recente,
quasi per interrogarla sopra il suo mistero; di notte i lumi si
spegnevano più tardi che per il consueto e certi orribili sogni
scendevano a turbare la fantasia di que’ semplici lavoratori.
Su, su, strisciando fuori dal borgo, la voce era salita fino alla villa;
era entrata per l’ortaglia e per la porta di servizio; s’era fermata
qualche giorno in cucina prima di arrischiarsi ad entrar nelle sale.
Ma quando Novella fu partita per la città, e nella casa restaron i due
vecchi, Maria Dora, lo scemo, a consumar tristemente le giornate
inoperose, una mattina capitò il padre di Maurizio e chiese di parlar
con Stefano da solo a solo. Certo egli non compiva due volte all’anno un
così lungo tragitto co’ suoi logori piedi: ma era venuto perchè ciò gli
pareva necessario, ed eran amici da troppo tempo, lui e Stefano, perchè
gli paresse lecito di tacer oltre.
-- Senti... faccio bene? faccio male? Non so. Ma devo dirti una cosa
grave... molto grave.
Stefano aggrottò le ciglia.
-- Poichè tu, naturalmente -- continuava l’altro, -- non sai nulla...
Stefano infatti nulla sapeva. Ma non era del tutto impreparato. Qualche
indizio lo aveva pur sorpreso; certe vaghe ombre nelle fisionomie della
gente, certi mormorii, qua e là, per i cascinali, non gli eran del tutto
sfuggiti.
-- Si dice... -- cominciò il vecchio.
Era un campagnolo del vecchio stampo, e si spiegò senza tergiversare,
con parole spedite.
Stefano dette un gran pugno su la tavola e non cercò nemmeno di
contenere la sua collera.
-- Ecco due parole stupide: «Si dice!» Chi lo dice? Chi?...
-- Tutti.
Allora la sua collera cadde; gli si aperse un enorme spavento nel cuore,
perchè, di colpo, non si sentiva più del tutto certo che dicessero il
falso. Lo mandò via trattandolo quasi male, bestemmiando ch’eran pazzi e
birbanti, con fiere minacce contro quelli che ne avessero parlato
ancora. Poi si giurò d’impedire che sua figlia e sua moglie avessero mai
notizia di questa orribile voce; ma non era trascorsa un’ora, che già
egli prendeva in disparte mamma Francesca e tremando le confidava
sottovoce: -- Senti, vecchia...
Si curvarono paurosi e muti su questo enorme secreto. La notte non
dormivan più; volevan persuadersi a vicenda che la orrenda cosa non
poteva essere avvenuta in casa loro; ma una voce intima, nel cuore di
ciascuno, sibilava come il serpentello: «Sì, sì, sì...»
Ella non fu più la bianca solerte massaia; egli più non si occupava del
giardino, dell’ortaglia, nè di andare per i campi a sorvegliare i
bifolchi; ma camminava rannuvolato per le stanze; la pipa gli si
spegneva tra i denti.
Maria Dora li osservava con attenta curiosità. «Che mai poteva esserci
di nuovo ancora?»
Sapeva che Novella era andata a trovare il suo amante. Questo pensiero
le faceva un po’ dolere il cuore... Di giorno, per un nonnulla, era
stizzosa, e verso l’alba udiva spesso i galli cantare.
«Cos’era venuto a fare il padre di Maurizio fin lassù? Dopo la sua
visita, che mutamento in quella casa! Anche la Berta da un pezzo era
cambiata; ogni tanto parlava di andarsene e faceva quanto mai la
misteriosa...»
Una sartina del paese, una brunetta graziosa e pettegola, in quei giorni
le stava terminando gli abiti da lutto; qualche volta lavoravan insieme,
sedute a fianco, presso la macchina da cucire. Costei cicalava più in
fretta che non cucisse con l’ago veloce; Maria Dora le dava del tu e
cucivano insieme per lunghe ore. La sartina aveva un brutto nome:
Palmira; ma la chiamavan Miretta, e doveva sposare Lionello dai baffi a
punta -- Lionello Garlanti, parrucchiere, da Rimini... Se appena stava
zitta, le usciva, nel cucire, una puntina di lingua rossa tra le labbra
sottili; ma questo non accadeva quasi mai, perchè parlava di continuo
come un mulino a vento, e di tutti e di tutto parlava con estrema
volubilità.
Finalmente un giorno Maria Dora prese Maurizio alla sprovvista e con
mille astuzie incominciò a farlo discorrere. Maurizio era timido, le
voleva bene; disse qualche parola di troppo, che non voleva dire... poi
si confuse.
Marcuccio scriveva un discorso funebre; ogni giorno scriveva un discorso
funebre...
Ma Dandolo Zappetta frattanto era già tornato in città. Il raccoglitore
di farfalle aveva compiuta l’opera sua con una precisione davvero
scientifica e rincasava portando nella valigia un meticoloso
incartamento, oltre ad alcuni esemplari preziosi di farfalle nostrane,
poichè i due compari non gli avevano mentito affatto e quella fiorita
regione abbondava di vaghissimi papilioni. Dandolo Zappetta sapeva
d’esser stato prodigioso; una soddisfazione legittima gli allargava lo
spazio del cuore, senza tradirsi per altro segno visibile che un allegro
fischiettar pertinace, il quale non gli si era staccato dalle labbra per
tutta la via del ritorno.
Quest’uomo piccolo e mansueto, il quale non ambiva altro regno che la
sua soffitta nè altri sudditi che lo stuolo delle sue morte farfalle,
amava tuttavia la vittoria come l’amano i predatori, e nella sua
piccolezza estrema gli piaceva solo di misurarsi coi più forti.
Allora, quando fu di ritorno, questo piccolo uomo salì agilmente i
cinque piani della sua soffitta, schiuse l’uscio e corse a riveder le
sue farfalle, con la medesima tenerezza d’una madre la quale andasse a
riguardare la cuna del proprio bimbo. Indi si mutò d’abiti, con grande
cura indossò di nuovo il suo logoro giubbino luccicante, si strofinò per
dieci minuti le scarpe senza macchia, scelse nella valigia, tra un
grosso fascicolo, certe carte che gli occorrevano, mise un vecchio
cappello duro di color marrone, che gli calzava fin quasi ai
sopraccigli, e col bocchino di legno fra i denti, tranquillamente uscì.
Tancredo, che gli avvenne d’incontrar per primo, cominciò a tempestarlo
di domande precipitose. In luogo di rispondere, Dandolo non faceva che
affrettare i suoi passettini da lucertola, con tanta rapidità che il
Salvi durava gran fatica nel camminargli di paro.
-- Pazienza, mio buon Tancredo! Io son avvezzo a procedere con ordine in
tutte le mie cose. Fra cinque minuti saremo a casa del Metello e, quando
potete ascoltarmi entrambi, allora parlerò.
-- Almeno tóglimi da questa orribile incertezza! -- lo supplicava
Tancredo.
-- Figúrati, -- gli narrò sorridendo il raccoglitore di farfalle, --
figúrati che ho trovato perfino il solo esemplare di Vanesse ch’io non
possedessi: la -Vanessa Atalanta- con le ali nere vellutate. Non solo,
ma una magnifica -Saturnia Pavonia-, grossa quasi come un pipistrello!
Tancredo grugnì una bestemmia, che fece sorridere l’omino. Allo
scampanellare che fecero, anzi tutto rispose il ringhio asmàtico di
Volapuk, un decrepito can barbone, fegatoso come una zitella ed irsuto
come un istrice; poi Saverio accorse, e ricevette gli ospiti con un
formidabile: Urrà!
-- Dunque? dunque? -- non cessava dal ripetere, facendoli entrare in un
salottino, dove ambedue cominciarono a carezzar l’omino accerchiandolo
d’infinite premure.
Saverio gli avanzò una poltrona, Tancredo ve lo fece sedere a viva
forza, esclamando:
-- Siedi, e parla finalmente!
-- Siamo soli? -- premise Dandolo, quasichè si divertisse ad esasperare la
loro impazienza.
Il Metello andò a chiudere la porta.
-- C’è mia madre; però è sorda; e credo anzi che dorma. Dunque?
-- Ti prego, Tancredo, sièditi, -- fece l’omuncolo. -- Dall’altezza della
tua statura mi pericoli addosso come la Torre di Pisa.
Tancredo gli ubbidì; sedettero entrambi davanti a lui, vicini. Dandolo
introdusse una sigaretta fatta a mano in quel certo suo bocchino d’un
legno introvabile, trasse il portacerini d’argento, cesellato chissà mai
dove con un volo di grù, diede fuoco al fiammifero, accese
meticolosamente la sigaretta, spense, cercò invano con gli occhi un
portacenere ove deporre il cerino.
-- Butta per terra, -- disse nervosamente Saverio, davanti a
quell’indugio.
-- Oh, non importa! -- E alzatosi, lo andò a gettare nel camino.
Poi si volse, guardando quei due che pendevano dalla sua bocca, e, senza
mutar voce nè fisionomia, disse tranquillamente:
-- Ha ucciso.
I due si batteron un pugno scambievolmente su le ginocchia e con impeto
sorsero in piedi.
-- Vivaddio! Ci siamo!
-- Non ci siamo... -- corresse l’omino. -- Anzi non ci siamo affatto.
Una bufera di domande l’avvolse, ond’egli per difendersi protese un
braccio.
-- Piano, piano... Vi prego di lasciarmi parlare.
E si mise a camminar lentamente fra i mobili del salotto.
-- Vi ho comunicata -- riprese -- la mia profondissima convinzione. Ha
ucciso. E lo ripeto: Sì, ha ucciso. A voi non importa conoscere quello
che feci, nè come nè in qual modo giunsi a chiudere affermativamente
un’istruttoria così greve di conseguenze; voi m’avete dato un incarico,
io l’ho assolto. Se poi v’interessa conoscerne i particolari, ve li
racconterò, ma più tardi.
-- Insomma, -- lo interruppe il Metello, -- perchè hai detto che non ci
siamo?
-- Piano, vi ripeto. Fino ad oggi ho lavorato per voi; ma ora, se non vi
dispiace, intenderei di aver lavorato anche per me.
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