La vita comincia domani
Guido da Verona
ROMANZO
-Ottava Edizione -- Dal 106º al 155º Migliaio-
R. BEMPORAD & FIGLIO -- EDITORI -- FIRENZE
--
MCMXX
----
PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi
Stab. Tipo Lit. FED. SACCHETTI & C. -- MILANO -- Via Zecca Vecchia, 7
----
I
Nella grande loggia vetrata che si apriva a pianterreno della villa
verso il giardino fiorito Maria Dora entrò, più fresca e più gioconda
che la primavera, portando sopra un vassoio d’argento le chicchere del
caffè mattutino. Da un braccio le pendeva ripiegata una lunga tovaglia
di colore; coi denti umidi mordeva il gambo d’una rosa, vermiglia come
la sua bocca.
Era mattina di primavera, limpida e gaia, con profumi d’oleandri che si
mettevano in fiore. Stormi di rondini, balenanti nell’azzurrità come
turbini di api nere, assalivan la grondaia sovraccarica di nidi e sì
l’accerchiavano coi loro spessi voli, che l’aria, tra quel saettamento,
pareva tingersi d’un color di nuvolato nella fiamma del mattino.
Maria Dora trascinò verso il mezzo del colonnato una piccola tavola in
vermena di vinco, e, spiegata la tovaglia, cantarellando cominciò ad
apparecchiare. Suo padre, Stefano, in giacca di frustagno, ritto sul
margine d’un’aiuola discuteva gesticolando con il fattore Mattia.
Una doppia scalinata di cinque gradini scendeva da un lato e dall’altro
della veranda pianamente nel giardino; su la duplice balaustrata e lungo
il davanzale invetriato correva una spalliera di geranio rampicante,
che, salito per lo zoccolo del muro, lanciava in alto come un’ondata la
straordinaria sua fioritura, poi, curvandosi, buttava sino a terra un
magnifico mantello di broccato, colmo nelle sue pieghe d’innumerevoli
fiori; leggeri alcuni e tenui come arabeschi di filigrana, che li moveva
il più sommesso vento, altri così grevi e soffici che ricadevano per il
soverchio peso, come fiori tramati in una stoffa o ritagliati a forbici
nella foltezza di un meraviglioso velluto.
Questa grande spalliera di gerani era l’amore e l’orgoglio di papà
Stefano, che vi prodigava tutte le sue cure.
Dallo sterrato innanzi alla casa il viale, sparso di ghiaia, si cacciava
senza nascondersi entro un piccolo bosco di bambù; snodava le sue curve
tortuose per il pendìo dei giardino, poi, rompendo fuori da una macchia
d’alberi e fiancheggiandosi d’un pergolato, scendeva diritto al cancello
verso la strada campestre.
Rapidamente, con le sue mani svelte, la fanciulla ordinò le chicchere
sul tavolino. Da poco erasi levata in quel mattino ilare; aveva indosso
un buon odore d’acqua di lavanda e di cipria fina; i capelli dorati le
splendevano della recente acconciatura; portava una gonnella corta con
sopra un bel grembiule merlettato.
Seduto in un angolo della loggia, il suo fratello più che ventenne,
Marcuccio lo scemo, scriveva a matita velocemente, con una specie di
frenesia, tenendo il quaderno su le ginocchia sollevate e standovi sopra
curvo, in attitudine di gran fatica. Un passo lontano da lui, sovra una
seggiola di paglia, era il suo logoro violino e v’erano i suoi grossi
gomitoli di lana, coi ferri da calza, poichè scrivendo, sonando e
facendo la calza egli occupava la monotonia delle sue lunghe giornate.
-- Uh!... Marcuccio, come lavori!... -- fece Maria Dora, guardandolo. Ma
lo scemo, lunatico, scrollò le spalle e non rispose.
Ora nel giardino papà Stefano redarguiva con voce burbera il fattore;
questi l’ascoltava pieno di rispetto, ma insieme con quella cert’aria
cocciuta e ironica che sanno avere i contadini.
-- Insomma, vi dico, Mattia, che se Giannozzo ha rotto l’aratro, è lui
che se lo deve pagare. Il contratto colonico parla chiaro: danni di
cascinali e d’attrezzi a carico dell’affittuario. Io non so nulla! Ha
firmato... non doveva firmare.
Maria Dora, che l’ascoltava dal loggiato, ruppe in un trillo di riso.
Stefano si volse:
-- Che hai tu, farfallina?
La fanciulla battè insieme le mani, quasi per dileggiarlo, e scappò via.
Stefano concluse:
-- Dunque non voglio saper nulla! Ditelo chiaro e tondo a Giannozzo da
parte mia.
-- Va bene, signor Stefano, lo dirò... solamente...
-- Solamente cosa? Che altro c’è ancora?
-- C’è questo: Giannozzo dice che, se lei rifiuta, vorrebbe allora
parlarne con suo genero, con il signor Giorgio direttamente...
-- Ah, sì? -- l’interruppe Stefano gonfiandosi di sdegno. -- Cosa vuol dire
questo «direttamente?»
Nell’agitarsi diede un calcio all’annaffiatoio, che aveva presso e lo
capovolse. Poi alzò la voce:
-- Chi comanda qui sono io! Lo sappia Giannozzo e sappiatelo anche voi:
chi comanda sono io!
-- Benissimo, signor Stefano, -- costui rispose con molta umiltà.
Dunque andate alla cascina e dite a Giannozzo che se l’aratro è rotto...
in qualche modo si provvederà. Non faccio alcuna promessa,
intendiamoci!... Ma dico soltanto che bene o male si provvederà.
Stefano gli volse le spalle, scese alla vasca, riempì l’annaffiatoio, e
tornato verso la spalliera di gerani, cantarellando ne mondava i fiori.
-- Uh, la la... dormono ancora tutti come talpe stamattina! In questa
casa si dorme come talpe... la... la... come talpe... uh, la la... E
Giorgio sempre peggio! Voglia il cielo ch’io m’inganni, ma vedo che se
ne va... uh, la la...
Maria Dora saltò fuori dai loggiato:
-- Che avevi, papà, da gridar tanto?
-- Ah, sei qui fanfaluca? -- Poi le mostrò l’orologio: -- Sai che ore sono?
-- Quasi le otto, papà.
-- Appunto, -- egli rispose, contraffacendo la sua vocina: -- Quasi le
otto! le otto meno cinque minuti, e non c’è nulla di pronto ancora!
Poi salì verso il loggiato:
-- Ogni giorno ci si leva più tardi, eh? Si prendono tutti i vizi, quando
si esce dal convento!
Maria Dora gli si avvicinò, smorfiosa come una piccola bimba, la quale
non temesse tuttavia quel suo padre accigliato.
-- Benissimo!... vediamo un po’: grembiuli di pizzo, ricciolini...
cipria!... scommetto che ti dai anche la cipria!
Maria Dora gli tese la guancia, ma tenendosi un po’ discosta per non
lasciarsi toccare:
-- No, papà; guarda: è naturale...
Ed egli minaccioso:
-- Bada che se ti scopro, sai!... La cipria è la farina del diavolo. E
poi si diventa curiose anche! Si vuol mettere il nasino dappertutto! Si
vuol sapere perchè gridavo con Mattia... Fra poco la padrona della casa
sarai tu.
-- Oh, io lo so perchè gridavi! Per l’aratro di Giannozzo... Io l’ho
veduto: è tutto guasto. Compragli un altro aratro, papà, al povero
Giannozzo!
-- Tu mischiati de’ tuoi libri e delle tue matasse! Queste cose non sono
per te. Ora chiama Novella e vedi se la mamma s’è levata.
-- La mamma è in cucina che sorveglia il caffè, se no la Berta,
scioccona, lo lascia versare. Novella prendeva il bagno poco fa. Ma c’è
uno che dormirebbe, e come dormirebbe! se non l’avessi svegliato io.
Ella si prese fra le dita i due lembi del grembiulino e fece una piccola
riverenza:
-- Voglio dire Andrea... il professor Andrea!... il signor Andrea, l’uomo
celebre!
-- Ah, e tu l’hai svegliato?
-- Almeno suppongo; perchè sono passata cinque o sei volte nel corridoio,
davanti alla sua camera, cantando a squarciagola. Poi ho anche
picchiato, poi ho anche messo la testa dentro... -- soggiunse con un atto
di pudore.
-- Oh, pettegola e svergognata! -- esclamò il padre, nascondendo nella
minaccia un sorriso. -- Pettegola e svergognata! Dunque tu metti la testa
nelle camere dei giovinotti?
-- Bah... i giovinotti! -- ella interruppe, con una specie di
commiserazione. -- Avrà quarant’anni!
-- Trentasei o trentasette, signorina; non più.
-- Ma è brutto!... non ti sembra, papà, che sia molto brutto? -- interrogò
Maria Dora, con l’aria di non crederlo affatto. Poi, sogguardando con
civetteria dal volto chinato:
-- È vero -- domandò con una voce piena d’insidie, -- è vero che tu e la
mamma vorreste darmelo per marito?
Il padre, con uno scatto, si guardò intorno esclamando:
-- Silenzio! Cosa dici mai!
Seduto in un angolo del loggiato, il suo fratello Marcuccio scriveva,
scriveva.
-- Cosa dici mai? Fa che Andrea ti senta! Non è vero, signorina; non è
affatto vero! Chi può pensare che un uomo come Andrea, un uomo serio,
uno scienziato di così gran nome, voglia sposare una pettegola come te?
Non farti nemmeno sentire a dir queste sciocchezze!
Maria Dora piano piano si carezzava il grembiulino, il bel grembiule
merlettato che le stava così bene.
-- Oh, io, per esser chiari, gliel’ho già detto: sa, signor Andrea?
vogliono che lei mi sposi... Le piaccio?
-- Guarda mo’! -- fece il padre inorridito. E lui?
-- Lui ha riso... con quegli occhiacci di gatto notturno che mi fanno
paura.
-- Ha riso? Bene ti sta!
-- Ha riso, ma non ha detto nè sì, nè no... Del resto chi può vantarsi di
conoscere quell’uomo? Quando mi guarda ho voglia di scappare. Ma non
posso. Anche Mattia dice che ha gli occhi magnetici.
-- Mattia è uno scemo.
-- Poi, -- riprese Maria Dora, senza badargli, -- questo grande scienziato
è anche un asino, mi pare. Séguita a curar Giorgio, e Giorgio deperisce
a vista d’occhio. Novella è rimasta in piedi l’intera notte... povera
Novella!
-- E ti ricordi che uomo era quando sposò tua sorella?
-- Ha sempre tossito, papà; questo me lo ricordo.
-- Basta! -- fece con un sospiro il padre; -- se Dio vuole così...
Poi si volse a guardar lo scemo:
-- E tu, Marcuccio, che fai?
-- Mio fratello è molto occupato! Non lo disturbare.
-- Vespa!... -- le gridò il padre, con un gesto come per iscacciarla.
-- Ora Marcuccio ne ha trovata una fresca, -- riprese Maria Dora. Ogni
volta che vede Novella, si mette a ridere e le canticchia sottovoce: Ti
ricordi? ti ricordi, sorelluccia, com’erano belle le margherite? -- Cosa
voglia poi dire, Dio lo sa!
Papà Stefano scosse il capo con maggiore tristezza e volse uno sguardo
compassionevole sopra il suo figlio scemo.
Era giovinetto, nel pieno vigore dell’adolescenza, ricco di mirabile
ingegno, dedito a studî profondi, appassionato cultore di lettere,
musicista oltremodo virtuoso, quando una malattia cerebrale, repentina e
violenta, lo ridusse in fin di vita. Guaritone, quasi per un triste
prodigio, dell’antico intelletto non gli restò che un barlume fioco, fra
le tenebre dell’idiozia.
Or camminava solitario, di camera in camera, nella casa paterna, sempre
operoso ed inquieto, come se non potesse rubare un attimo alle urgenti
sue fatiche. Era d’alta statura, un po’ sbilenco, e gli pesava sopra le
spalle cadenti un enorme cranio rotondo, coperto d’una specie di vello
rossastro, qua folto e là rado, che lasciava intorno ai padiglioni
dell’orecchie un cerchio di calvizie lucente. Atona e d’un color terreo
la faccia imberbe, con occhi rotondi, senza ciglia, un po’ gonfi, un po’
malvagi, aveva la bocca larga, tumida, che per lo più rideva, d’un riso
privo di giocondità, discorde come la nota falsa d’uno strumento
logorato.
Gli era nella sua demenza rimasto quel desiderio di gloria che accende
alle grandi opere gli intelletti sani, e si reputava per uomo illustre,
invaso com’era da una mania di celebrità.
Filosofo pensatore, poeta, affastellava senza requie l’una su l’altra
grandi pagine cariche di stramberie: aveva nel suo stato demente
conservata la mania del capolavoro. Poi, quando il suo cervello era
stanco di questa operosa fatica, trattosi da una tasca del suo giubbone
il gomitolo di lana, cominciava con una pazienza da monaca ad
intrecciare il punto a calza. E ne faceva di lunghe striscie,
interminabili, disuguali, come se in quella ruvida lana tessuta
raccontasse una storia di sè, una lunga storia tormentosa ed inutile,
senza principio e senza fine, per gli ebeti come lui...
Talvolta, nell’ore di maggior lucentezza, quando una fiamma di lirismo
traversava il suo povero spirito rabbuiato, o quando più forte pulsavan
nella sua carne d’adolescente l’arterie della vita, quando
inconsciamente vedeva succedere intorno a sè qualcosa d’insolito, e gli
altri o goderne o soffrirne, allora una memoria lontana delle sue
musiche dimenticate gli si ridestava nell’attonito cuore, nel vacuo
cervello, come se la sola voce che potesse ancor metterlo in comunione
con le cose fuggenti, con l’enigma dell’anime altrui, fosse la parola
musicata, il trillo della corda sonora, la nota limpida che gli sgorgava
sotto l’archetto, che si rompeva bruscamente in una sciocca risata...
E incominciava, sul logoro violino, standovi sopra quasi convulso, ad
eseguire una Canzone; la sola che rammentasse fra le musiche un tempo a
lui familiari, unica melodia sopravvissuta nella sua morte interiore.
Così pareva che dicesse la sua tetra Canzone:
«Io sono il funerale d’un pover’uomo, -- che è morto di
malinconia;
«non c’è nessuno che dica un requiem per l’anima mia...
«Non c’è nessuno che mi tessa -- una ghirlanda con le sue mani...
«Ahimè!... la campana del Tempo -- non dice che «ieri» e
«domani».
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va?
«Lo scheletro ride e risponde: -- Lontano, lontano, chissà...
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di
morti, portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, -- mi stringe il collo con le
mani:
«Cammina!... -- mi dice ridendo, -- la vita comincia domani.»
«Io sono il funerale d’un pover’uomo, -- che è morto di
nevrastenia;
«non c’è nessuno che mi pianga: neanche l’anima mia...
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va?
«Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome l’inutilità.»
«Io sono il fiume senza sorgente, che scorro solo per
confondermi nel mare, nel mare, inutilmente...
«Se corri, -- mi dice, -- si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!
«-- Sei stato a una festa da ballo, -- mi dice, -- con lei che
ballava
«leggera, frusciante, leggera, -- vestita, pareva, di biondo...
«Perchè, -- se non vuoi che ti picchi, -- mi hai fatto ballare nel
mondo?
«Io sono il funerale d’un pover’uomo, che è morto di
misantropia...
«-- Sei stato in un letto, odoroso, -- con lei che giaceva supina,
«tremante, sperduta, tremante, -- nel solco del letto profondo...
«Perchè, -- se non vuoi che ti picchi, -- mi hai fatto tremare nel
mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di
morti, -- e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli
lontani...
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani...
Così diceva, o pareva dicesse, la Canzone Disperata sul violino
singhiozzante dello scemo.
-- E tu, Marcuccio, che fai? -- domandò il padre, dopo averlo guardato
lungamente. Marcuccio, infastidito levò il capo dal quaderno con un riso
attonito.
-- Ah!... ah!... buon giorno babbo; che vuoi da me?
Parlava con una voce opaca, lenta, come se facesse uno sforzo mentale
per trovare le frasi necessarie; nel parlare non variava mai tono,
cuciva insieme le sillabe senza inflettere la voce, senza mutare lo
sguardo vitreo.
-- Che vuoi da me? Non si può mai aver pace in questa casa! Mi si
disturba. Ed io non posso perder tempo. Il professore Andrea Ferento mi
ha domandato i miei manoscritti per farli pubblicare in città.
Il padre gli battè amichevolmente una mano su la spalla:
-- Da bravo, Marcuccio, vieni a goderti un po’ di sole.
-- Non ho tempo, ti dico; debbo terminare un capitolo.
-- Mettiti almeno più presso alla vetrata; lì, nel tuo cantuccio non v’è
aria. Al mattino fa bene respirare. E tu, -- disse a Maria Dora, --
aiùtalo, zucconcella! Prendi quella sedia senza far cadere nulla.
Non appena la sorella fece per ubbidire, e pose la mano sul violino, lo
scemo si levò di scatto, iracondo:
-- Non toccare, sorellastra! Faccio da me.
-- Càspita!... -- esclamò la fanciulla, per celiare di quella bizza. E si
stropicciò le dita nel grembiulino come se avesse toccato qualcosa di
rovente.
Poi disse al fratello, per divertirsi:
-- Marcuccio, come ti chiami tu?
Egli la fissò un momento, stando ritto su la persona dinoccolata:
-- Io? Mi chiamo il professor Marcuccio; Marcuccio Landi, per bacco!
professore d’Università.
E la sorella:
-- Bravo, Marcuccio; siedi e lavora. To’, lasci cadere il tuo gomitolo...
E perchè fai la calza se sei un professore?
-- Eh!... certo! quando penso... certo! quando medito faccio la calza...
eh!... eh!... Tutti i grandi uomini hanno le proprie fissazioni.
-- Maria Dora, lascialo stare, -- disse il padre, rattristato.
Ed ecco si udì per la sala terrena il passo ancor veloce di mamma
Francesca, la quale apparve sul loggiato, e riparandosi gli occhi dal
sole disse: -- Buon giorno, bambina!
-- Buon dì! -- rispose Maria Dora. Poi le corse in braccio, le saltò al
collo: -- Buon dì!
-- Birichina, -- comandò il padre, -- vammi a prendere la pipa, ora.
Ella corse via con un bel ridere, saltellando.
-- Quella piccina è come una coditremola: non sta ferma un momento! --
esclamò Stefano.
-- Beata lei! Ci mette addosso un poco d’allegria... Che sarebbe la
nostra casa ormai, se non udissimo lei cantare?
-- E Giorgio come sta?
-- Male stamane.
-- Si leva?
-- Ha detto di volersi levare, ma tuttavia sta male.
Allora Stefano s’avvicinò alla moglie con un certo impaccio, e fattosi
grave le domandò sottovoce:
-- Dimmi un po’, Francesca... è una domanda bizzarra che ti faccio, ma
rispondimi con sincerità... Non hai notato nulla, proprio nulla, da
qualche tempo?
-- Di cosa? di Giorgio?
-- No di Novella.
Mamma Francesca s’impaurì di quella domanda, e chinato il viso pallido
sotto la corona dei suoi lisci capelli bianchi, mormorò con un fil di
voce:
-- Che vuoi dire?
-- Non hai notato nulla in questi ultimi tempi... in lei, ne’ suoi modi,
nel suo umore? Un cambiamento? qualcosa di buio, di nascosto... nulla?
-- Ah, vuoi dire... ma, certo, è preoccupata del marito.
-- No, appunto no!... cioè, sì, è preoccupata... certo è preoccupata di
lui anche, ma non solo di lui...
-- E allora?... -- domandò con timidezza la madre.
-- Rifletti bene, Francesca... e specialmente quando viene Andrea... nei
giorni ch’egli abita qui...
-- Stefano! per l’amor di Dio!
-- Non ti spaventare; faccio una domanda; posso bene ingannarmi. Noi
vecchi si osserva molto, e volevo sapere se non hai proprio notato
nulla, anche tu...
-- Ma sì, qualcosa...
-- Sst!.!.. c’è Dora.
-- Ecco la pipa! -- ella esclamò entrando. -- La tua preziosa pipa! È nera
e puzza come concime... Brrh!... adesso vado a sciacquarmi le mani.
E di nuovo scappò via farfalleggiando, vivida come uno zampillo di
fontana. In quel mentre apparve sul loggiato la sua dissimile sorella,
ravvolta nel chiarore del mattino che l’adornava come un bel manto.
Ferma sul limitare, si compresse le due mani al petto esclamando: -- Che
notte! Mio Dio, che notte!
La sua bellezza era turbata e turbava, quasichè nel guardarla, od anche
nel passarle vicino, accadesse per una colpa involontaria di pensare
alla sua nudità. Non era bella soltanto, ma polverosa di lussuria come
di pòlline un fiore, immersa e vivente nel cerchio d’una atmosfera
sensuale, percorsa dalla propria bellezza come da un brivido di piacere
che lentamente le invadesse ogni vena.
Il suo corpo sembrava tendersi naturalmente all’atto voluttuoso
dell’amore; ogni movimento la denudava un poco, il gesto più lieve delle
sue mani pareva incominciasse una carezza: negli occhi aveva quel colore
indefinibile che nasce dal godimento, nella voce soave alcune di quelle
inflessioni torbide che sono il respiro più profondo e più sommesso
della voluttà.
La capigliatura soverchia, d’un colore tra il fulvo ed il castano, le
oscurava e raggiava la fronte, ravvolgendosi poi senz’artificio in un
viluppo voluminoso, che talvolta la costringeva, quasi l’affaticasse, a
piegare indietro la testa, con un moto soavissimo, nel quale appariva
scoperta come una limpida nudità la gola bianca. I suoi capelli eran
pieni d’un’ombra luminosa, d’un foco buio, quasi avessero due luci, come
le foglie dei tralci vendemmiati, quando, asperse di rugiada mattutina,
brillano, d’autunno, al sole.
Ella disse ancora: -- Che notte! Giorgio è stato male. Fino alle quattro
non ha chiuso occhio; poi, nel sonno, delirava. Non sapendo più che
fare, ho chiamato Andrea... Mamma mia, che notte!
Era vestita con eleganza, di tutte cose finissime, che forse, in quella
semplicità campestre, parevano assai ricercate.
-- Figlia mia, -- disse la madre, -- ti stanchi troppo... Finirai con
ammalarti anche tu. Prendiamo dunque una infermiera.
-- No; Giorgio non la vuole. Non vuole altri che me, poi si dispera se mi
vede affaticata. Dice che debbo vivere, perchè son giovine ancora,
mentre a lui non resta che morire... Oh, le cose che dice la notte,
quando siamo soli... -- Fece una pausa, e con un atto quasi religioso
incrociò le mani aperte al sommo del petto, presso la gola, che un
respiro turgido sollevava. -- Ora, -- soggiunse, -- discenderà. Ma non
ditegli nulla, vi prego, perchè non vuole si sappia quando sta male.
Poi camminò verso l’invetriata e si sporse, guardando nel mattino
chiaro, verso le cose libere, che vivevan splendenti nella beatitudine
del sole; tese le braccia con un atto fervido, esclamando: -- Che bel
sole! che bella primavera! Non vai a caccia, papà?
-- Aspetto Maurizio. Stamattina è in ritardo.
Allora ella si volse a Marcuccio:
-- E tu, Marcuccio, lavori?
-- Certo, scrivo. Non sono uno sfaccendato come voi. Lavoro e scrivo
tutto il giorno, come il professore Andrea Ferento.
-- Bravo, Marcuccio, -- disse Novella mansuetamente; -- allora non ti
disturberò.
Lo scemo riprese la pagina interrotta. Ma poi, di sùbito, volse il capo
verso la sorella con un riso ebete:
-- Sorelluccia... -- esclamò.
-- Che vuoi?
-- Ti ricordi?
-- Di che?
Allora egli mise nella voce un’inflessione ambigua:
-- Sorelluccia, ti ricordi... com’erano belle, belle... sorelluccia... le
margherite!
Novella, con un piccolo fremito, guardò rapidamente il padre, la madre,
silenziosi, mentre lo scemo rideva, rideva.
-- Non so cosa vuoi dire con queste tue margherite! -- rispose, un po’
aspra, riaffacciandosi alla vetrata. Poi d’un tratto esclamò:
-- Ecco Maurizio!
-- Le margherite... le margherite... -- cantilenava lo scemo.
Frattanto Maurizio aveva rinchiuso il cancello e saliva per un vialetto,
in giubba da cacciatore, con schioppo e cartuccera, tenendo due bracchi
al guinzaglio. Era un giovine di men che trent’anni, d’alta corporatura,
nodoso, erto, con la faccia riarsa dal sole, bello e ruvido nella sua
forza. Quando giunse a’ piè della scalinata, si tolse il cappello di
feltro:
-- Buon giorno a tutti! Se avete una tazza di caffè la prendo con
piacere.
-- Per voi sempre, -- gli rispose mamma Francesca. -- Ma lasciate fuori i
cani, perchè Marcuccio non li vuol vedere.
-- I cani?... i cani!... dove sono i cani?... -- gridò lo scemo, balzando
in piedi spaventato, poi raccogliendo in fretta quaderni e gomitoli. --
Via i cani!... -- urlava battendo i piedi. -- Non voglio cani! Puzzano,
mordono... Eccoli là... Via i cani! Puzzano, mordono... -- Scappò
timoroso verso la sala: -- Via i cani!
Allora Maurizio, tirando i bracchi per il guinzaglio, mentre abbaiavano,
girò dietro la casa per legarli ad un’inferriata.
-- Ecco, son via, -- disse mamma Francesca. -- Vieni, Marcuccio; càlmati;
non ci sono più: vieni.
Lo scemo si affacciò timoroso al limitare della sala e guatò in giro:
-- Non si può lavorare! Anche i cani!... Son come le iene... Vogliono il
cadavere, i cani... Via i cani!
E scalciava nel vuoto come se lo assalissero per intorno, feroci,
abbaianti; finchè, piano, piano, strisciando a ritroso, di nuovo si
rifugiò nel suo cantuccio.
-- Badate, Maurizio... -- ammonì Francesca, vedendogli posar lo schioppo
in un angolo del loggiato.
-- Non abbiate paura: ho tutte le cariche nella cartuccera, -- egli
rispose, battendosi la mano su l’ampia cintola. -- E Giorgio come va?
-- Lo stesso, o peggio, -- Stefano rispose.
-- Malinconie! -- disse il giovinotto crollando il capo. -- Malinconie! --
Poi si fece animo e riprese il tono gioviale: -- Sono in giro dalle
cinque senza sparare un buon colpo. Ho tirato ad una lepre, ma i cani
l’hanno mancata.
-- Tanto meglio; vuol dire che rimarrà per me.
Entrò Maria Dora come un soffio di vento:
-- Oh, l’indiano!
Lo chiamava così per il suo colorito scuro e per quell’aria di brigante
che gli davan l’uose, la cartuccera, la giubba di frustagno.
-- Servitor suo, signorina, -- mormorò il giovinotto, un po’ confuso.
-- La Berta dice che il caffè bolle, ma non si vedono ancora nè Andrea nè
Giorgio, -- ella disse, facendo una smorfia con il musetto a quel
ragazzone saldo e ruvido come un montanaro, che si era levato in piedi.
-- Non dovevate aspettarmi, -- rispose Giorgio, entrando nel loggiato a
passi un poco barcollanti e con le spalle ravvolte in uno scialle di
lana. -- Ordinate pure il caffè, mia bella cognatina; sono in ritardo e
vi domando scusa.
-- Che scuse! neanche per sogno! -- esclamò Stefano gaiamente. -- Vedo che
l’umore è buono, la cera discreta, e questo è l’essenziale.
Il buon vecchio mentiva pietosamente per infondere in quel triste malato
un poco d’allegria. Giorgio rispose con un gesto vago, e sedette nella
poltrona di vimini foderata di cuscini, che Novella in quel mentre aveva
sospinta verso di lui. Ora, senza farne le viste, ognuno guardava
curiosamente l’infermo. Egli s’accorse di quell’esame dissimulato, ed un
senso di molestia, quasi di pudore, gli alterò i lineamenti. Quel suo
viso era emaciato, ma pieno di chiarore, quasi lo rendesse vivido la
continua febbre. Una rada barba biondiccia gl’incorniciava il mento;
aveva gli occhi dolci e smarriti, una bella capigliatura, dove l’umido
solco della spazzola aveva lasciata una traccia brillante. Il colletto
era troppo largo per il suo collo esile, ridotto a mostrare la sua
tramatura di tendini come un cànapo consunto, e nello sforzo continuo
del reprimere la tosse le vene flaccide si gonfiavano con un livido
colore d’apoplessia.
-- Vuoi un altro scialle? -- disse amorevolmente Francesca.
-- Grazie, sono coperto abbastanza; non ho freddo; grazie.
Gli dava noia che si occupassero di lui, che avessero tante cure della
sua salute; per il che cercava in mille guise di sviare il discorso.
-- Ecco l’ultimo!... -- esclamò, vedendo entrare il Ferento. -- Speriamo
che la Berta non abbia lasciato versare il caffè. Quella Berta è tanto
sciocca!
E rideva, ma d’un riso così artificiale, ch’era pietà udirlo. Andrea gli
battè una mano su la spalla:
-- Come ti senti?
-- Bene; quasi bene.
-- È primavera, -- disse Andrea per dargli animo; -- torna la gioventù!
-- Poeta!... -- esclamò lievemente Maria Dora, con un ironico sospiro.
-- Se lei me lo permette, signorina... -- egli disse ridendo.
Andrea Ferento era tale a vedersi, che il suo primo aspetto muoveva in
chi lo guardasse una subitanea curiosità, un involontario timore. Egli
era d’alta statura, un po’ rigido e ben complesso nelle membra dotate di
virile giustezza: il mento segnato con forza, la bocca aspra, i baffi
corti, precisa la maschera del volto, fermi gli occhi ed accesi d’una
insostenibile fiamma, la bella fronte piena di sovranità. Questa
imperiosa fronte, come soltanto hanno i ribelli e i dominatori, stupendo
segno di forza, pareva che facesse nascere, che spingesse indietro
l’onda maschia della capigliatura, già venata nel mezzo e su le tempie
di qualche filo bianco. Un’eleganza sobria, una singolare nobiltà,
trasparivan da ogni suo gesto; e come se la natura nel foggiare il suo
calco avesse voluto con un segno d’imperiosità predestinarlo al comando,
l’intera sua persona raggiava magnificenza. Nell’espressione del volto,
in tutte le sue membra così pienamente virili, dominava il segno d’una
volontà inflessibile come l’acciaio. Diritta, piombante fra i
sopraccigli, aveva incisa nella fronte una profonda ruga.
Tosto che lo vide, Marcuccio si levò e gli mosse incontro:
-- Vi aspettavo, professore, -- disse con tono declamatorio. -- Sono giunto
alla fine del nono capitolo. Ho scoperto la teoria dell’equilibrio fra
gli uomini e le piante, fra la pietra e l’uomo. Volete che vi legga?
-- Non ora, Marcuccio, -- egli rispose benevolmente; -- mi leggerai più
tardi.
Nel frattempo la Berta entrava, recando sopra un vassoio il caffè
bollente, che spargeva in nuvole di vapore il suo delizioso aroma. Non
appena Marcuccio ebbe veduta la rubiconda fantesca, (poich’egli l’amava
d’un amor voglioso e tutto ne ardeva nel fuoco d’una tardiva pubertà),
scioccamente le si mise intorno a vezzeggiarla e provocarla con insulse
risate. In quel rinascere del tempo di primavera lo scemo sentiva le sue
vene gonfiarsi d’una sensuale gioventù; la florida carne della ragazza
ventenne come una droga selvatica lo riscaldava di bramosie. Nel giorno
l’assaliva per gli angoli della casa, la notte passava lunghe ore dietro
l’uscio della sua camera, guardando per la serratura e picchiando
affinchè gli aprisse; per lei verseggiava con incoerenza e scriveva
lunghe pagine d’amore.
Ed ecco, lo scemo si mise a dondolarle intorno, canticchiando queste
parole che aveva cucite insieme chissà con quale intendimento:
«Quando la Berta scende al villaggio
non ha il coraggio
di guardare in faccia
nè Pippo dritto, nè Pippo storto,
nè il macellaro, nè il beccamorto.
Maria Dora, nel mescere il caffè, ripeteva insieme con Marcuccio:
nè Pippo dritto, nè Pippo storto,
nè il macellaro, nè il beccamorto.
Poi disse a Marcuccio:
-- Non vedi che la fai scappare? La Berta non vuol saperne di te.
-- Sorellastra, non parlare di quello che non sai! Vérsami il caffè.
Maria Dora gli riempì la tazza, ed egli si prese con ingordigia un
grosso pezzo di focaccia.
-- Maria Dora, -- disse Giorgio, mentr’ella se ne andava dall’uno
all’altro mescendo il caffè, -- v’ho intesa cantare tutta la mattinata:
avete una bella voce.
-- Sicuro, e farò la cantante! Perchè io, -- disse con intenzione,
guardando Andrea, -- non son nata per il matrimonio... Affatto! Ecco il
vostro caffè, signor Andrea. E farò la cantante, con dietro uno
strascico di seta lungo due metri...
Così dicendo ne faceva il gesto.
-- Bada che versi il caffè! -- l’interruppe sua madre.
-- ... e una bella parrucca di color stoppa, le labbra dipinte, la faccia
imbellettata, una scollatura fin qui... E voi, signor Andrea, mi
manderete un bel cesto di fiori per la mia serata d’onore... Già, ma
frattanto la mattina russate così forte che vi si ode fin nel corridoio.
-- Vorrei sapere dove hai imparato a discorrere in questa maniera
sconveniente! -- esclamò padre Stefano.
-- In convento, papà... dalle piccole suore! Si parlava così da mattino a
sera, poi si pregava... quanto si pregava dalle piccole suore!
-- Che impertinente!
-- Volete un po’ di crema, signor Andrea? È fresca.
-- Volentieri, -- egli rispose. Intanto le osservò le mani. -- Veh!... che
manine ben curate avete ora! C’è dunque una manicure nel villaggio?
Ella prestamente nascose la mano libera dietro il dosso:
-- Vi burlate sempre di me, signor Andrea...
Ancora un poco discorsero insieme, poi ciascuno se ne andò per le
proprie faccende; mamma Francesca nella guardaroba per curare i bucati,
Maurizio con Stefano a battere la collina in cerca di lepri, Giorgio a
intiepidirsi le spalle freddolose nel bel sole che allietava il
giardino. Novella scese con lui, sorreggendolo mentre poneva il piede su
la scalinata, e, quando furono in mezzo al viale, si volse per
domandare:
-- Voi non venite, Andrea?
-- Finisco la mia sigaretta quassù, discorrendo con Maria Dora, -- egli
rispose, rimanendo ritto su l’ultimo gradino e fissando la bella figura
di lei, che s’allontanava. Lo scemo erasi di nuovo rannicchiato nel suo
cantuccio e rileggeva gravemente le pagine interrotte.
-- A discorrere con me? -- fece Maria Dora. -- Come possono interessarvi le
mie chiacchiere?
-- Molto, forse... Ma, se avete altro a fare, posso anche rimaner solo.
-- Non avrei altro a fare che finire di vestirmi... -- ella disse con
civetteria. -- Sono ancora tutta in disordine.
-- Forse di donne e d’abiti m’intendo assai poco, ma mi sembra, Maria
Dora, che così vestita stiate deliziosamente bene.
-- Ora, -- disse Marcuccio avanzandosi fra i due, -- ora, professore,
mandate via Dora, che vi leggerò qualcosa.
-- Veramente, Marcuccio, -- egli rispose con indulgenza, -- queste letture
si ascoltano meglio la sera. Di giorno c’è troppo svago e troppo rumore.
Attendi fin stasera: verrai nella mia camera e leggeremo. Intanto
lavora.
-- Come volete... -- rispose lo scemo, con malumore. Ma sùbito si arrese a
quel ragionamento: -- Certo la sera è meglio; si è più raccolti. Solo non
posso trovare il titolo per il mio libro: me lo dovreste suggerire voi.
-- Ci penserò, Marcuccio, e stasera lo avrai.
Allora lo scemo si ritrasse, parlando fra sè, con ampi gesti: -- Voglio
divenir celebre, celebre, celebre!... -- Poi, forte: -- Spiegàtemi: come
si fa per diventar professori?
-- Io vi dicevo, Maria Dora... -- E rispose a Marcuccio: -- Si studia e si
lavora.
-- Aouff!... -- esclamò Dora stizzosa.
Ma lo scemo, senza badarle:
-- E quando avrò pubblicato il libro, mi chiameranno professore?
-- Certo, certo!
Marcuccio si allontanò mormorando: -- Celebre! celebre... professore!
-- Dunque vi dicevo, Maria Dora, che nell’abito di questa mattina voi
state deliziosamente bene. Poi vi curate ora con somma attenzione; ogni
volta che torno dalla città, e vi rivedo, mi serbate una sorpresa.
-- Ma sapete, signor Andrea, che non riesco bene a comprendere se
parliate sul serio o per burla! -- esclamò la fanciulla, un po’ confusa.
-- In ogni modo so che vi divertite spesso alle mie spalle... e fate
male!
-- Perchè?
-- Perchè questo, in fondo, mi potrebbe anche dispiacere...
-- Ma io dico sul serio, -- egli fece con pentimento.
Ella sùbito si rasserenò: -- Allora continuate! Fàtemi un po’ la corte...
-- Ecco, dicevo che siete ora una signorina, del tutto signorina, e molto
graziosa, e molto... desiderabile!
-- No... -- ella si schermì con civetteria.
-- Ma sì... molto desiderabile! Vedo anche, per esempio, che avete
cambiato pettinatura; non è forse vero?
-- Sì. Vi piace questa?
-- Molto mi piace; vi sta molto bene: v’invecchia. Ora non sembrate più
la piccola educanda ch’eravate all’uscir dal convento. Vi ricordate? Son
venuto una volta con Giorgio e con Novella a trovarvi nel parlatorio.
Cosa fanno le piccole suore?
-- Vado a visitarle di tempo in tempo e canto ancora nei cori.
-- Infatti, voi avete sempre quella freschissima voce... Anche stamane,
vestendomi, v’ho intesa cantare.
-- Ed anche prima... dormendo! -- lo punse Maria Dora.
-- Già, russando, come voi dite... Ma questo non conta. V’ho intesa, in
ogni modo, e voi eravate, credo, nel giardino.
-- E nel giardino, e nella sala, ed in cucina, in granaio, nel
corridoio... dappertutto!
-- Ma io dico nel giardino perchè è più poetico, vi pare?... Dunque la
vostra voce veniva su limpida e quasi primaverile, come se la portasser
dentro i raggi del sole... È sentimentale questo? Vi piace?
-- Così, così...
-- Allora, non so perchè, ho pensato ch’eravate una signorina, una bella
signorina, e ho deciso di farvi un poco la corte. Ecco, e vi faccio la
corte ora, come desiderate voi...
-- Per ridere? -- ella domandò perplessa.
-- Ma... già! la corte si fa sempre per ridere.
-- Allora siete molto maleducato! -- ella esclamò con dispetto.
-- Davvero?!
-- E non so perchè vi divertiate a farmi del male...
-- Che male vi faccio?
-- Ma... naturalmente! Se io, per esempio, prendessi le vostre parole sul
serio? Mi avete detto che sono una signorina, ben vestita, ben curata,
con le unghie lucide... vedete... -- e gliele mostra; -- che vi piace la
mia pettinatura... -- se la tocca; -- che canto bene... che la mia voce
era come una primavera, mentre vi destavate appena... e tutto questo può
turbare una ragazza, può farle un certo male, può darle quasi una
profonda voglia di piangere... ecco!
-- Oh, no!... Allora vi domando scusa e vi prometto di non farvi mai più,
mai più la corte... Va bene?
-- Chissà se va bene?... chissà... Anzi non va bene affatto!
-- E perchè?
-- Il perchè non ve lo dico. Ma voi siete un uomo crudele: lo si vede dai
vostri occhi!
-- Ohibò! Ditemi una cosa: quanti anni avete ora, Maria Dora?
-- Diciannove anni e mezzo, signor Andrea!... -- ella rispose con un
sospiro.
-- Oh!... e lo dite come se fosser molti!
-- Per me sono molti... -- Poi fece una pausa, una lunga pausa: -- Del
resto lo so bene che non posso interessarvi per nulla... io!
Quante cose in quell’«io», così breve, così profondo!
-- Perchè, Maria Dora? -- egli fece, un po’ confuso.
-- Voi domandate troppi perchè, mio caro!... I quali sono difficili a
dirsi, e non si debbono dire. Credete forse che a diciannove anni e
mezzo non si veda nulla? Invece si vede tutto. E si sa tacere anche...
certo: si sa tacere.
Egli la guardò con un senso timoroso di maraviglia, per quel sùbito
mutamento avvenuto in lei, nella frivola bimba, piena d’allegrezza e di
civetteria. Ora ella parlava gravemente, come se dal volto le fosse
caduta una maschera d’infantilità, e lo sguardo intenso de’ suoi occhi,
l’attitudine amara della bocca, la facevan singolarmente rassomigliare
alla sua triste sorella.
-- Non vi comprendo più, Maria Dora... Quello che voi dite mi sembra
strano.
-- Strano?... Forse. Ma, vedete, non bisogna burlarsi di me; non bisogna
prendermi come un piccolo gioco, perchè io so anche pungere, se voglio.
Solo, non voglio pungere voi, ed il perchè... -- Fece di nuovo una pausa,
nella quale tornò ridente: -- ... il perchè lo so io sola! Non ve lo dirò
mai. E per non dirvelo me ne vado. A rivederci!
S’alzò e corse via come un leggera farfalla, ridendo, e lasciando
nell’aria il suo limpido riso.
II
Egli era nella sua camera, insonne, affacciato al davanzale, quando già
nella casa dormente più non udivasi alcun rumore. Aveva spento il lume,
per abbandonarsi al torpore delle proprie meditazioni; ma la stanza era
1
2
3
4
5
6
7
8
-
-
-
-
9
10
11
12
.
-
-
-
-
13
-
-
14
15
16
-
-
-
-
17
18
19
20
21
22
23
.
.
.
.
-
-
-
-
,
24
25
-
-
-
-
26
27
28
29
30
31
32
,
33
,
’
34
.
35
;
’
,
36
.
37
38
,
,
’
39
.
,
’
40
,
41
’
,
’
,
,
42
’
.
43
44
45
,
,
,
46
.
,
,
,
47
’
’
.
48
49
’
50
;
51
,
52
,
,
’
53
,
,
,
54
,
’
55
;
,
56
,
57
,
58
.
59
60
’
’
61
,
.
62
63
,
,
64
;
65
,
,
66
’
’
,
67
.
68
69
,
,
70
.
;
71
’
;
72
;
73
.
74
75
,
,
76
,
,
77
,
78
,
.
,
79
,
’
80
,
,
,
81
.
82
83
-
-
!
.
.
.
,
!
.
.
.
-
-
,
.
84
,
,
.
85
86
;
87
’
,
’
88
.
89
90
-
-
,
,
,
’
,
91
.
:
92
’
’
.
!
93
.
.
.
.
94
95
,
’
,
.
96
:
97
98
-
-
,
?
99
100
,
,
.
101
:
102
103
-
-
!
104
.
105
106
-
-
,
,
.
.
.
.
.
.
107
108
-
-
?
’
?
109
110
-
-
’
:
,
,
111
,
.
.
.
112
113
-
-
,
?
-
-
’
.
-
-
114
«
?
»
115
116
’
’
,
117
.
:
118
119
-
-
!
:
120
!
121
122
-
-
,
,
-
-
.
123
124
’
.
.
.
125
.
,
126
!
.
.
.
.
127
128
,
,
’
,
129
,
.
130
131
-
-
,
.
.
.
!
132
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
,
.
.
.
133
!
’
’
,
134
.
.
.
,
.
.
.
135
136
:
137
138
-
-
,
,
?
139
140
-
-
,
?
-
-
’
:
-
-
?
141
142
-
-
,
.
143
144
-
-
,
-
-
,
:
-
-
145
!
,
’
!
146
147
:
148
149
-
-
,
?
,
150
!
151
152
,
,
153
.
154
155
-
-
!
.
.
.
’
:
,
.
.
.
156
!
.
.
.
!
157
158
,
’
159
:
160
161
-
-
,
;
:
.
.
.
162
163
:
164
165
-
-
,
!
.
.
.
.
166
!
!
167
.
.
.
168
.
169
170
-
-
,
!
’
.
.
.
’
171
:
.
,
,
172
!
173
174
-
-
’
!
175
.
’
.
176
177
-
-
,
,
178
,
.
.
’
179
,
!
’
.
180
181
182
:
183
184
-
-
.
.
.
!
.
.
.
,
’
185
!
186
187
-
-
,
’
?
188
189
-
-
;
,
190
,
.
191
,
.
.
.
-
-
192
.
193
194
-
-
,
!
-
-
,
195
.
-
-
!
196
?
197
198
-
-
.
.
.
!
-
-
,
199
.
-
-
’
!
200
201
-
-
,
;
.
202
203
-
-
!
.
.
.
,
,
?
-
-
204
,
’
.
,
205
:
206
207
-
-
-
-
’
,
-
-
208
?
209
210
,
,
:
211
212
-
-
!
!
213
214
,
,
215
.
216
217
-
-
?
!
,
;
218
!
,
,
219
,
?
220
!
221
222
,
223
.
224
225
-
-
,
,
,
’
:
,
?
226
.
.
.
?
227
228
-
-
’
!
-
-
.
?
229
230
-
-
.
.
.
231
.
232
233
-
-
?
!
234
235
-
-
,
,
.
.
.
236
’
?
.
237
.
.
238
239
-
-
.
240
241
-
-
,
-
-
,
,
-
-
242
,
.
,
243
’
.
’
.
.
.
244
!
245
246
-
-
?
247
248
-
-
,
;
.
249
250
-
-
!
-
-
;
-
-
.
.
.
251
252
:
253
254
-
-
,
,
?
255
256
-
-
!
.
257
258
-
-
!
.
.
.
-
-
,
.
259
260
-
-
,
-
-
.
261
,
:
262
?
,
,
’
?
-
-
263
,
!
264
265
266
.
267
268
,
’
,
269
,
,
,
270
,
,
271
,
.
,
272
,
’
,
273
’
.
274
275
,
,
,
276
,
277
.
’
,
’
,
278
,
’
279
,
,
280
’
.
’
281
,
,
,
’
,
’
282
,
,
,
,
’
283
,
’
284
.
285
286
287
,
,
288
’
.
289
290
,
,
’
’
291
:
292
.
,
293
,
294
,
295
.
,
296
,
,
297
,
,
298
,
.
.
.
299
300
,
’
,
301
,
302
’
’
,
303
’
,
304
,
305
’
,
306
,
307
,
’
’
,
308
,
,
309
’
,
.
.
.
310
311
,
,
,
312
;
313
,
.
314
315
316
:
317
318
«
’
’
,
-
-
319
;
320
321
«
’
’
.
.
.
322
323
«
’
-
-
.
.
.
324
325
«
!
.
.
.
-
-
«
»
326
«
»
.
327
328
329
«
:
-
-
?
330
331
«
:
-
-
,
,
.
.
.
332
333
334
«
,
335
,
;
336
337
«
,
-
-
338
:
339
340
«
!
.
.
.
-
-
,
-
-
.
»
341
342
343
«
’
’
,
-
-
344
;
345
346
«
’
:
’
.
.
.
347
348
«
:
-
-
?
349
350
«
:
-
-
,
’
.
»
351
352
353
«
,
354
,
,
.
.
.
355
356
357
«
,
-
-
,
-
-
.
.
.
358
359
«
:
-
-
.
.
.
,
,
!
360
361
362
«
-
-
,
-
-
,
-
-
363
364
365
«
,
,
,
-
-
,
,
.
.
.
366
367
«
,
-
-
,
-
-
368
?
369
370
371
«
’
’
,
372
.
.
.
373
374
375
«
-
-
,
,
-
-
,
376
377
«
,
,
,
-
-
.
.
.
378
379
«
,
-
-
,
-
-
380
?
381
382
383
«
,
384
,
-
-
,
385
.
.
.
386
387
«
:
388
,
,
.
.
.
389
390
,
,
391
.
392
393
394
-
-
,
,
?
-
-
,
395
.
,
396
.
397
398
-
-
!
.
.
.
!
.
.
.
;
?
399
400
,
,
401
;
,
402
,
403
.
404
405
-
-
?
!
406
.
.
407
.
408
409
:
410
411
-
-
,
,
’
.
412
413
-
-
,
;
.
414
415
-
-
;
,
’
416
.
.
,
-
-
,
-
-
417
,
!
.
418
419
,
,
420
,
:
421
422
-
-
,
!
.
423
424
-
-
!
.
.
.
-
-
,
.
425
426
.
427
428
,
:
429
430
-
-
,
?
431
432
,
:
433
434
-
-
?
;
,
!
435
’
.
436
437
:
438
439
-
-
,
;
.
’
,
.
.
.
440
?
441
442
-
-
!
.
.
.
!
.
.
.
!
.
.
.
443
!
.
.
.
!
.
.
.
.
444
445
-
-
,
,
-
-
,
.
446
447
448
,
,
449
:
-
-
,
!
450
451
-
-
!
-
-
.
,
452
:
-
-
!
453
454
-
-
,
-
-
,
-
-
,
.
455
456
,
.
457
458
-
-
:
!
-
-
459
.
460
461
-
-
!
’
.
.
.
462
,
?
463
464
-
-
?
465
466
-
-
.
467
468
-
-
?
469
470
-
-
,
.
471
472
’
,
473
:
474
475
-
-
’
,
.
.
.
,
476
.
.
.
,
,
477
?
478
479
-
-
?
?
480
481
-
-
.
482
483
’
,
484
,
485
:
486
487
-
-
?
488
489
-
-
.
.
.
,
’
,
490
?
?
,
.
.
.
?
491
492
-
-
,
.
.
.
,
,
.
493
494
-
-
,
!
.
.
.
,
,
.
.
.
495
,
.
.
.
496
497
-
-
?
.
.
.
-
-
.
498
499
-
-
,
.
.
.
.
.
.
500
’
.
.
.
501
502
-
-
!
’
!
503
504
-
-
;
;
.
505
,
506
,
.
.
.
507
508
-
-
,
.
.
.
509
510
-
-
!
.
!
.
.
’
.
511
512
-
-
!
-
-
.
-
-
!
513
.
.
.
!
.
.
.
.
514
515
,
516
.
,
517
’
.
518
,
:
-
-
519
!
,
!
520
521
,
,
522
,
523
.
,
524
,
’
525
,
526
.
527
528
’
529
’
;
,
530
:
531
,
532
533
.
534
535
,
’
,
536
,
’
537
,
,
’
,
538
,
,
539
.
540
’
’
,
’
,
,
541
,
,
,
542
,
’
,
.
543
544
:
-
-
!
.
545
;
,
,
.
546
,
.
.
.
,
!
547
548
,
,
,
549
,
.
550
551
-
-
,
-
-
,
-
-
.
.
.
552
.
.
553
554
-
-
;
.
,
555
.
,
,
556
.
.
.
,
,
557
.
.
.
-
-
,
558
,
,
559
.
-
-
,
-
-
,
-
-
.
560
,
,
.
561
562
’
,
563
,
,
564
;
,
:
-
-
565
!
!
,
?
566
567
-
-
.
.
568
569
:
570
571
-
-
,
,
?
572
573
-
-
,
.
.
574
,
.
575
576
-
-
,
,
-
-
;
-
-
577
.
578
579
.
,
,
580
:
581
582
-
-
.
.
.
-
-
.
583
584
-
-
?
585
586
-
-
?
587
588
-
-
?
589
590
’
:
591
592
-
-
,
.
.
.
’
,
.
.
.
.
.
.
593
!
594
595
,
,
,
,
596
,
,
.
597
598
-
-
!
-
-
,
’
599
,
.
’
:
600
601
-
-
!
602
603
-
-
.
.
.
.
.
.
-
-
.
604
605
,
606
,
,
607
.
’
,
’
,
608
,
,
,
609
.
’
,
610
:
611
612
-
-
!
613
.
614
615
-
-
,
-
-
.
-
-
616
,
.
617
618
-
-
?
.
.
.
!
.
.
.
?
.
.
.
-
-
,
619
,
.
-
-
620
!
.
.
.
-
-
.
-
-
!
,
621
.
.
.
.
.
.
!
,
.
.
.
-
-
622
:
-
-
!
623
624
,
,
,
625
’
.
626
627
-
-
,
,
-
-
.
-
-
,
;
;
628
:
.
629
630
:
631
632
-
-
!
!
.
.
.
.
.
.
633
,
.
.
.
!
634
635
,
,
636
;
,
,
,
,
637
.
638
639
-
-
,
.
.
.
-
-
,
640
.
641
642
-
-
:
,
-
-
643
,
’
.
-
-
?
644
645
-
-
,
,
-
-
.
646
647
-
-
!
-
-
.
-
-
!
-
-
648
:
-
-
649
.
,
650
’
.
651
652
-
-
;
.
653
654
:
655
656
-
-
,
’
!
657
658
’
659
’
,
,
.
660
661
-
-
,
,
-
-
,
’
.
662
663
-
-
,
664
,
-
-
,
665
,
.
666
667
-
-
,
-
-
,
668
669
.
-
-
,
;
670
.
671
672
-
-
!
!
-
-
.
-
-
673
’
,
,
’
.
674
675
676
’
.
,
677
,
678
.
,
,
679
’
.
’
’
,
680
,
,
.
681
,
,
682
.
’
;
683
,
,
’
684
.
685
,
686
,
687
688
’
.
689
690
-
-
?
-
-
.
691
692
-
-
,
;
;
.
693
694
,
695
;
.
696
697
-
-
’
!
.
.
.
-
-
,
.
-
-
698
.
699
!
700
701
,
’
,
’
.
702
:
703
704
-
-
?
705
706
-
-
;
.
707
708
-
-
,
-
-
;
-
-
!
709
710
-
-
!
.
.
.
-
-
,
.
711
712
-
-
,
.
.
.
-
-
.
713
714
,
715
,
.
716
’
,
’
717
:
,
,
718
,
,
’
719
,
.
720
,
,
721
,
,
722
’
,
723
.
’
,
,
724
;
725
’
,
726
’
.
’
,
727
,
’
728
’
.
,
729
,
.
730
731
,
:
732
733
-
-
,
,
-
-
.
-
-
734
.
’
735
,
’
.
?
736
737
-
-
,
,
-
-
;
-
-
738
.
739
740
,
741
,
.
742
,
(
’
’
743
’
’
)
,
744
745
.
746
’
;
747
.
748
’
,
749
’
,
750
;
751
’
.
752
753
,
,
754
:
755
756
«
757
758
759
,
,
760
,
.
761
762
,
,
:
763
764
,
,
765
,
.
766
767
:
768
769
-
-
?
.
770
771
-
-
,
!
.
772
773
,
774
.
775
776
-
-
,
-
-
,
’
’
777
’
,
-
-
’
:
778
.
779
780
-
-
,
!
,
-
-
,
781
,
-
-
.
.
.
!
782
,
.
,
783
.
.
.
784
785
.
786
787
-
-
!
-
-
’
.
788
789
-
-
.
.
.
,
,
790
,
.
.
.
,
,
791
’
.
.
.
,
792
.
793
794
-
-
795
!
-
-
.
796
797
-
-
,
.
.
.
!
798
,
.
.
.
!
799
800
-
-
!
801
802
-
-
’
,
?
.
803
804
-
-
,
-
-
.
.
-
-
!
.
.
.
805
!
’
?
806
807
:
808
809
-
-
,
.
.
.
810
811
,
812
;
,
813
,
814
815
.
,
816
,
,
,
817
:
818
819
-
-
,
?
820
821
-
-
,
,
-
-
822
,
’
823
,
’
.
824
.
825
826
-
-
?
-
-
.
-
-
827
?
828
829
-
-
,
.
.
.
,
,
.
830
831
-
-
.
.
.
-
-
832
.
-
-
.
833
834
-
-
’
’
,
,
835
,
.
836
837
-
-
,
-
-
,
-
-
,
,
838
,
.
839
840
-
-
,
,
-
-
,
-
-
841
.
’
.
842
:
.
843
.
844
845
-
-
.
.
.
-
-
,
.
846
:
-
-
;
.
847
:
.
848
849
-
-
,
,
.
850
851
,
,
:
-
-
852
,
,
!
.
.
.
-
-
,
:
-
-
:
853
?
854
855
-
-
,
.
.
.
-
-
:
-
-
856
.
857
858
-
-
!
.
.
.
-
-
.
859
860
,
:
861
862
-
-
,
?
863
864
-
-
,
!
865
866
:
-
-
!
.
.
.
!
867
868
-
-
,
,
’
869
.
;
870
,
,
.
871
872
-
-
,
,
873
!
-
-
,
’
.
874
-
-
.
.
.
875
!
876
877
-
-
?
878
879
-
-
,
,
.
.
.
880
881
-
-
,
-
-
.
882
883
:
-
-
!
’
.
.
.
884
885
-
-
,
,
,
886
,
.
.
.
!
887
888
-
-
.
.
.
-
-
.
889
890
-
-
.
.
.
!
,
,
891
;
?
892
893
-
-
.
?
894
895
-
-
;
:
’
.
896
’
’
.
?
897
.
898
?
899
900
-
-
.
901
902
-
-
,
.
.
.
,
903
,
’
.
904
905
-
-
.
.
.
!
-
-
.
906
907
-
-
,
,
.
.
.
.
’
,
908
,
,
,
.
909
910
-
-
,
,
,
,
911
.
.
.
!
912
913
-
-
,
?
.
.
.
914
,
915
.
.
.
?
?
916
917
-
-
,
.
.
.
918
919
-
-
,
,
’
,
920
,
.
,
921
,
.
.
.
922
923
-
-
?
-
-
.
924
925
-
-
.
.
.
!
.
926
927
-
-
!
-
-
.
928
929
-
-
?
!
930
931
-
-
.
.
.
932
933
-
-
?
934
935
-
-
.
.
.
!
,
,
936
?
,
,
,
937
.
.
.
.
.
.
-
-
;
-
-
938
.
.
.
-
-
;
-
-
.
.
.
939
,
.
.
.
940
,
,
941
.
.
.
!
942
943
-
-
,
!
.
.
.
,
944
.
.
.
?
945
946
-
-
?
.
.
.
.
.
.
!
947
948
-
-
?
949
950
-
-
.
:
951
!
952
953
-
-
!
:
,
?
954
955
-
-
,
!
.
.
.
-
-
956
.
957
958
-
-
!
.
.
.
!
959
960
-
-
.
.
.
-
-
,
:
-
-
961
.
.
.
!
962
963
’
«
»
,
,
!
964
965
-
-
,
?
-
-
,
’
.
966
967
-
-
,
!
.
.
.
968
,
.
969
?
.
.
.
.
970
:
.
971
972
,
973
,
,
’
974
.
,
975
’
,
’
,
976
’
,
977
.
978
979
-
-
,
.
.
.
980
.
981
982
-
-
?
.
.
.
.
,
,
;
983
,
,
.
984
,
,
.
.
.
-
-
,
985
:
-
-
.
.
.
!
986
.
.
!
987
988
’
,
,
989
’
.
990
991
992
993
994
995
996
997
,
,
,
998
.
,
999
;
1000