latta, conficcate in una montagna di ghiaccio trito, e con fettine di pane anch’esso grigio, appena rosolate--burro a parte--ed un bicchiere di Vodka, marca Smirnoff, che ne perfeziona il sapore; mentre il caviale nero si può benissimo servire su piattini da antipasto, perch’esso è ormai divenuto una ghiottoneria da Bouillon Duval. Ci ha poi fatto gustare, quel povero Cyprien, un suo certo «Soufflé à la Reine», del quale mi ricorderò sino alla fine de’ miei giorni, tante furono le incongruenze della sua composizione. Ma nessuno può tutto avere su la terra; mangiare deliziosamente, quando si è già con una deliziosa donna, sarebbe come voler andare nel paradiso de’ Cristiani passando per quello di Maometto. Non vi pare? Madlen gli rispose: --Vous avez une âme gastronomique, cher Pepe, et votre appétit a tellement de style, qu’on devine par là toute la finesse de votre esprit. --Oui, c’est ça. Quant à vous, lady Madlen, c’est bien le contraire: vous avez toujours très faim, mais «les entrées» vous effrayent... --Oh, what a horrible men!...--esclamò, arrossendo, questa bellissima «lady Madlen», che un vero pedante avrebbe dovuto chiamare «Miss». E Lord Pepe continuava, imperturbábile: --Il giorno dopo Litzine invitò nella mia automobile Ned l’Americano, Crisópulo il Greco, ed il marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese Capo d’Anno. La mia ottima cinquanta-cavalli, divenuta per tal modo una piccola Babele, ci condusse tutti quanti a San Sebastiano, con la duplice speranza di trovare ancor voi al Maria Cristina e di poter finalmente giocare alla «roulette». Speranze ugualmente vane! L’amore vi aveva già involati verso il dolce Paseo del Arenal, mentre il signor Maura, quando sale al potere, fa chiudere, non dico tutte le roulettes di Spagna, ma per lo meno quelle che usa invece tollerare il Conte di Romanones. E viceversa. I Governi del giorno d’oggi si dividono in Ministeri di roulette, Ministeri di baccarà, e Ministeri di roulette con baccarà. L’uomo di stato che davvero tentasse di sopprimere ambedue queste forme di governo, sarebbe rovesciato in un batter d’occhi e non tornerebbe mai più al potere. Di voi dunque nessuna traccia, come de’ milioni di Thérèse Humbert. Senonchè, nel passeggiare davanti al peristilio dell’albergo dopo la colazione, intravvidi, o così mi parve, un antico ed intimo conoscente. Chi per primo lo scoverse fu appunto il marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese Capo d’Anno, che anzi volle trattenersi a scambiare con lui qualche parola nell’idioma di Confucio. Poichè appunto si trattava del vostro Pechinese, lady Madlen, il quale mi fece una pessima accoglienza. Non si degnò nemmeno di muovere la coda, e seguitò imperturbabile a beneficare di fresche rugiade le aiuole polverose. Poco dopo vidi anche la vostra miss-cameriera, dalla quale seppi ch’eravate a Bilbao, mentr’ella doveva partire quel giorno stesso per le Bagnères de Bigorre, con i vostri bagagli, poichè avevate deciso--nientemeno! che di fare a Lourdes un sacro pellegrinaggio. E Lord Pepe soggiunse: --Madlen e voi a Lourdes? La cosa parve a Litzine tanto fuori dal comune, tanto nuova e straordinaria, che, tornati a Biarritz, ella mi propose di venirvi a rintracciare. Anche mi parlò, in termini molto confusi, d’una cena fatta con voi e con altri nella camera di Madlen, dopo la qual cena vi sareste messi tutti e tre sul balcone a veder nascere l’alba tra le nebbie del fiume Urumea. Dev’essere stata un’alba molto interessante, perchè Litzine, dopo quel giorno così pieno di nuvole, non fa che parlare di Madlen e di voi. E disse ciò senza ombra di malizia; ma le due donne accelerarono il passo. E Lord Pepe riprese: --Quando poi giungemmo ieri alle Bagnères de Bigorre, la vostra cameriera ci disse che di voi ancor nulla sapeva. Le Bagnères de Bigorre non sono divertenti, e già Litzine esprimeva il dubbio che i Bassi Pirenei fossero il Dipartimento più noioso della Repubblica. Per toglierle questa falsa opinione, la condussi a fare un giro in automobile. Strada facendo risolvemmo di fermarci a Lourdes, e il caso volle ch’io vi riconoscessi, mentr’eravate fermi davanti alla vetrina del mercante di paternostri. Ora concluse Lord Pepe,--anche Litzine finirà con ammettere che la bellezza di un Dipartimento non dipende quasi mai dalla sua carta geografica. ---- E il pallido Galileo era entrato nel Tempio della dissoluta Gerusalemme, ed aveva gridato:--Fuori i mercanti! Fuori i simoníaci! Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio! E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le borse degli attoniti Farisei. Nel cerchio delle infinite sue mura Gerusalemme la pazza, Gerusalemme l’ingorda, Gerusalemme la dipinta come una cortigiana, chiudeva tra i suoi palazzi di cedro e di marmo il secolo di tutti i piaceri, la foia di tutte le colpe, la dorata e venale decadenza della sua voluttuosa civiltà. E lungo le sue mura, il Battista, l’Iscariota e gli altri suoi fedeli discepoli andavano ripetendo:--È venuto il Battezzatore che sciacquerà le colpe d’Israele; è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l’Annunziato nelle visioni dei profeti, Quegli che parla co’ doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore nostro, l’Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio. «Levátevi su dai tugurî e portate a Lui tutto quanto è dolore. Sul labbro del Nazareno è avverata la predizione di Elia. Quelli che tutti frustano, Egli chiama suoi fratelli prediletti; chi manca di un denaro, Egli dice possieda la sublime ricchezza; chi non ode, in Lui ode; chi più è stremato, Egli fortifica; dalla sua mano è medicata la piaga insanabile; i ciechi hanno per Lui veggenza; i muti per Lui dissuggellano la voce spenta, dov’è lacrima Egli fa nascere allegrezza; la donna sterile per Lui concepisce; anche i morti, anche i morti, per Lui, se dice:--«Lévati!--risorgono.» E Gerusalemme la turpe, Gerusalemme l’ignava, Gerusalemme la carica d’oro mal guadagnato, Gerusalemme offertasi mancipia de’ centurioni prepotenti, applauditrice di retori, innamorata dei mimi e degli efebi imbellettati, co’ suoi magazzini che straripavano di mercanzie asiatiche, le sue mense che ingaudiavano di vini attici e del Metaponto, le sue cortigiane maestre di lussurie crudeli, le sue case piene d’adulterio, le sue caserme piene di viltà, la sua gente tutta venduta all’amore dell’ozio e del lucro, Gerusalemme sapiente, paurosa, lasciva, da un capo all’altro piena di splendori e di miseria, da un capo all’altro rumorosa di urli e di canzoni, Gerusalemme che possedeva l’Arca Intangibile, ascoltò con una specie di millenaria paura la voce del pallido Viandante, ch’era venuto al suo tempio di marmo dal selvatico paese di Galil, ed ora entrava nei cortili de’ mercanti, e rovesciava le tavole del mercimonio davanti agli occhi degli attoniti Farisei. . . . . . . . . . . . Erano passati duemill’anni, e tutto ciò rinasceva; e questo era di nuovo un sobborgo dell’antica, empia Gerusalemme; una turba immensa di flagellati camminava per le sue strade anguste; una superba dinastia sacerdotale raccoglieva óboli opimi; l’Arca Intangibile faceva scorrere una Fontana Miracolosa; e là fuori, a centinaia di leghe, impazziva la Capitale scintillante, brillava il secolo di tutte le perdizioni: Babilonia e Tebe, Roma e Bisanzio; l’eterna caducità degli uomini e la più eterna speranza in Dio. Nelle botteghe dei rigattieri di religione, ora come allora, si vendeva Cristo. Dagli ospedali rigurgitanti, dalle chiese gremite, dalle sentine, dalle cloache, dai penitenziari della umana carne, ora come allora, la speranza dei miserabili affluiva con tutte le sue piaghe verso il mito intramontabile, cercava di medicare in un rivolo d’acqua le maledizioni della vita. Questa vergine che s’era inginocchiata presso il deserto guado, raccogliendo nello scialle di lana fulva i suoi capelli pieni di vento, era forse un’ultima sorella del pallido Galileo: da entrambi eran nate basiliche, sogni e preghiere, persecuzioni e miracoli, scherni e paradisi. Vergine di Bartrès, tu hai veduta la Madonna del Rosario; e così pure il Divino Folle udiva la voce de’ Profeti nominarlo Figliuolo di Dio; vedeva sul popolo d’Israele, sui popoli di tutte le frontiere, la sua regalità coronata di spine; vedeva sè stesso vivere per sempre nella immensa forza del dolore umano. Ed Egli parlò per uccidere ciò che nel mondo è gioia terrestre, fuoco di amore che passa, urlo di voluttà che si consuma. Tu eri, Vergine di Bartrès, la sorella del più divino e del più dolce uomo che mai abbia traversate le vie della terra; in entrambi voi era l’innocenza dei grandi sollevatori d’uomini, quella forza di fedeltà nel sogno che le razze attendono per secoli e per millenni; era la semplicità universale di que’ pensieri che riescono a divenir eterni, la bellezza del dolore che s’inginocchia e sente in sè discendere l’invisibile Dio. Lévati, Vergine di Bartrès!... Dal monastero dove ti hanno sepolta, lévati ancora una volta, co’ tuoi capelli pieni di vento; vieni alle rupe di Massabielle e guarda l’opera che hai compiuta. Fuori dalla vallata selvaggia urlano le città satániche; il fragore dell’oro maledetto piove sugli asfalti lampeggianti; la forza crudele degli uomini curva metalli e pietre; il secolo è pieno di miscredenti; si adora la nudità, si vende la gioia; si fornica senza pudore, si ruba senza vergogna; i tálami son pieni d’adulterio; i preti mentono, i tribunali mentono, i governatori mentono... Lévati, Vergine di Bartrès! Non c’è nel mondo più luogo per il dolore; la sofferenza diviene ira, diviene speranza di vendetta; quasi nessuno ha tempo di soffrire. Vivere vogliono! urtarsi, calpestarsi vogliono! Le chiese brillano come teatri; anch’esse divengono esibizioni di fasto e di potenza; non si prega nelle chiese; nelle chiese prega soltanto chi ha tempo da perdere. L’umanità sente il bisogno che venga innanzi un nuovo Dio. Forse il medesimo d’una volta, ma che abbia sembianza e spirito d’un Dio del ventesimo secolo. Gli uomini han troppo orgoglio; la potenza del loro ingegno, dei loro eroismi e dei loro delitti, giustifica un tale orgoglio. Si aspetta la nuova Incarnazione, che forse uscirà dal campo, dall’officina o dalla catapecchia. Non senti, vergine di Bartrès, come urlano le città infernali? Non vedi come tutte árdono d’incandescenti fornelli e di bianca elettricità? Non odi come splendendo cantano i loro terribili supplizi? Non vedi che una immensa marea di rivoltosi già viene da tutte le strade, bestemmia da tutte le glebe, ha sete anch’ella dei rossi vini che ubbriacano i pazzi conviti? È la infinita miseria che torna dal fuoco e dalla vanga, dal dolore antico ed inestirpábile verso il miraggio della eterna rinnovazione... Lévati, vergine di Bartrès! Esce la plebe cristiana dalle nere catacombe. Dio cammina. La forza delle moltitudini è immensa come la forza del mare. Hanno vessilli che bruciano come fiamme. Sono i piccoli uomini di tutte le età, che emigrano da un errore verso un altro errore. L’urlo è immenso. L’urto è immenso. Finirà con creare nuove potenze, nuove miserie; forse, per la speranza dei miserabili, un nuovo Dio. Ma si troveranno ancora davanti a due strade: una che va incontro alla gioia, l’altra verso il dolore. Son l’uniche due strade che siano tracciate chiaramente nella polvere della vita: la via pagana, dionisiaca, soleggiata, ilare, invereconda;--la via della rinunzia, del pentimento, dell’attesa, del gelo, dell’estinzione. Due strade, sempre due strade, che dividon gli uomini fra loro, e nell’anima loro. Quella che dice: «Io debbo godere nel tormento;»--quella che dice: «Io debbo umiliarmi nel piacere.» Due strade, che cercano entrambe la bellezza ed il senso della vita, senza forse intendere ch’entrambe conducono alla stessa finale uguaglianza: il cimitero. Due strade: l’ostensorio ed il bicchiere di Sciampagna; Petronio e San Francesco; la Maddalena e Manon Lescaut... Due strade. In entrambe manca il senso definitivo. ---- Erano gli ultimi giorni dei grandi pellegrinaggi che invadono la sacra città nel mezzo dell’estate. Una folla immensa, forse di quaranta o cinquantamila pellegrini, occupava ogni luogo abitabile, si accalcava negli alberghi, negli ospedali, negli ospizi, nelle baracche provvisorie, ne’ corridoi de’ conventi, nei dormitori delle Confraternite: spesso accampava, di notte, per le strade. Venivano a cercare il miracolo da ogni lontananza della terra cristiana; camminavano in lunghi reggimenti, con abiti scuri, con facce devote, a passi lenti, seguendo le insegne dell’Ordine al quale appartenevano. I malati erano stesi nelle barelle, seduti nelle portantine, che a forza d’omeri sorreggevano i penitenti lettighieri; ogni gruppo li custodiva con gelosia, come preziose reliquie, nel compatto nucleo del pellegrinaggio. Queste fanatiche schiere di credenti avevan con sè talvolta il loro Vescovo, talvolta un umile parroco; poi tutto uno stuolo di preti minori, dame della Misericordia, medici, suore di carità, ed ubbidivano a comandanti laici. Solo per mantenere l’ordine tra queste folle promiscue, albergarle, nutrirle, disciplinare la forza dei validi e mitigare le pene degli infermi, occorreva un reale genio di condottiero, sebbene Lourdes fosse tutta preparata a ricevere questi immensi pellegrinaggi. Confraternite possenti, ricche a milioni, vere dinastie sacerdotali che tenevano il potere della sacra città, onnipresenti ma invisibili, attente ma silenziose, governavan tutto quel mare di cristianità, quelle turbe di mistici emigranti, quelle fiumane d’oro e di miseria, stando fuori da esse, dietro le muraglie dei freddi claustri, ov’erano incastellate. Dalla universale povertà, l’avarizia degli Ordini traeva rapine incalcolábili; un pazzo furore di lucro assillava gli abitatori della nuova Gerusalemme; tutte le strade riboccavano di negozi religiosi; i dintorni della grande spianata, ch’è di fronte alla collina del Calvario, davano l’impressione di una terribile fiera. Ciò che si vendeva era la grazia e la misericordia di Cristo; ad ognuno che passava di là dovevasi, per forza o per amore, togliere qualcosa dal borsellino. Lungo tutta la strada si ergevano baracche di legno e di tela, banchi, edicole, cantine, ristori, capannette, friggitoi, tutte le specie di mense adatte a sfamare o dissetare la moltitudine, tutte le specie di malizie adatte a far denaro mungendo la pietà dei credenti. E il rumor dell’argento, il nome delle varie monete, il prezzo de’ mille oggetti che si vendevan per onore della Madre di Dio, era ciò che più si udiva, che unicamente si udiva, in quella immensa marea di cristiani scendenti verso la Grotta del Miracolo. Nulla poteva scampare dal nugolo de’ venditori e delle venditrici ambulanti, che v’imprigionavan nel lor numero, vi tiravan per l’abito, vi mettevano in braccio per forza la loro mercanzia: ceri dipinti, medagliette, statuette, scapolari, libercoli, fasci di fiori, ex-voti, sacre immagini, bottigliette ripiene dell’acqua miracolosa di Lourdes... Mi pareva di ritrovarmi nei vicoli tortuosi dei bazars coloniali, tra la folla degli Arabi, insolente e variopinta, che vi copre di sorridenti ingiurie e di viscide carezze quando passate in mezzo a loro con le tasche ripiene di buoni scellini, e bisogna farsi largo alzando il bastone, se incominciano quelle accanite zuffe, quelle eterne contrattazioni, che altrimenti non finirebbero mai più. E socchiudendo gli occhi sopra una immensa fuga di secoli, mi pareva d’essere, col mio presente spirito, nella vera, nell’antica Gerusalemme, frammezzo alla turba dei mercanti che travolse lo sdegno di Gesù, negli spaziosi cortili del Tempio indistruttibile, un giorno di sagra, sotto l’imperio delle aquile di Roma splendente, quando nella reggia di Erode stava prigioniero il Battista e il turpe amore del Tetrarca perseguiva la figlia di Erodiade... No: ero in una valle religiosa della pagana Repubblica di Francia, e venivo dalle città infernali, ove splendono le vetrine del diavolo, sorgono le case della vita perduta, e la musica dei pazzi violini esalta la nuda voluttà, il folle sperpero, l’eterno piacere... Venivo dai roghi ove arde la torbida fiamma dell’amor profano, ed ero io stesso pieno d’infernalità, sazio d’ogni colpa, uso ad ubbriacare tutto me stesso nei fumi e nelle musiche dei falsi paradisi. Ed una di quelle donne diceva: «Comprate alla Vergine un cero», ed una soggiungeva: «Portate alla Vergine un fiore»; altre vendevano statuette per le quali si era salvi da tutte le epidemie, altre vi davano, con mezzo franco d’acqua miracolosa, la certezza di ottenere una grazia ineffabile, per voi stessi o per i vostri congiunti... E il mare della moltitudine vi spingeva innanzi, vi sbatteva come un rottame, senza che fosse possibile resistere ad essa; vi premeva in sè, dandovi l’impresione, il terrore, d’essere divenuto uno de’ suoi, irremediabilmente uno de’ suoi, una preda lieve della infinita sua miseria, una povera cosa inerte nel potere immenso della cristianità. Questa folla camminava recitando preghiere, vi opprimeva col lezzo de’ suoi corpi devoti e sudici, vi comunicava un poco della sua anima disperatamente accesa di miracolo, e fra quel mare di umana gente che tutta credeva in una sola follìa, voi stesso comprendevate che non era niente affatto assurdo inginocchiarsi davanti ad un simulacro di legno, credere che i morti possano risorgere, le piaghe insanabili sparire, i ciechi riaprire gli occhi al sole perduto. Erano vecchie donne, lente e curve, che non si comprendeva qual forza le reggesse in piedi; uomini gagliardi e barbuti, che non si comprendeva come potessero cincischiar rosari con tanta devozione; dame di carità, giovini e belle, che lenivano con mani bianche i dolori della gente povera; fanciulle di campagna, ristrette in quegli abiti lunghi, rigidi, che taglia e ricuce con solidità la sartina di provincia; bifolchi legnosi come vecchi tronchi d’alberi, adolescenti emaciati, con quell’occhio spaurito e fisso della creatura giovine che sente sfuggirsi la vita; gentiluomini cattolici, con la croce rossa cucita su l’abito nero; povere donne con un bimbo in collo, e sciancati su le grucce, orbi a mano d’un infermiere; qualche figlia scarna che reggeva il suo genitore paralitico, qualche zitella asciutta che teneva per mano i figli rachitici della tabe altrui; famiglie intere, comitive d’interi villaggi, i sani e gli infermi, quelli che mandavano a frotte gli ospedali monastici e le congregazioni di carità; poi, frammezzo a robusti lettighieri, una fila di barelle coperte da lenzuoli o da scialli; e grassi monaci con il parasole aperto, e signorine troppo eleganti, che portavano il velo della penitenza per mettere in luce i lor capelli ben pettinati; qualche devota marchesa paralitica, sotto un ombrellino di raso nero, con grossi diamanti su le dita gibbose di senilità, che faceva spingere la sua sedia a rotelle da un domestico in livrea; cappuccini svelti e súbdoli, medici ch’erano lì come funzionari, a tutela della salute pubblica; ed i Cavalieri di qualche Ordine religioso, in guanti neri, con cravatte del vecchio regime, fedeli a Cristo, alla politica del Vaticano, ai misteri delle congiure monarchiche, destinate a finire nelle canzoni dei cabarets... Ogni tanto passavano gonfaloni e stendardi, bandiere di Congregazioni, emblemi dei vari gruppi d’un solo pellegrinaggio; e chi li portava era l’alfiere d’un grande sogno, il condottiero d’invalidi ai perenni tabernacoli della superstizione umana. Scendevano verso l’immensa Esplanade, ov’era la Collina del Calvario, ov’eran le tre Basiliche, la Grotta e la Fontana. Il sole infiammava le alte finestre del Castello di Lourdes; i bianchi monasteri costellavano le alture della sacra vallata; la città dei mercanti sciorinava i suoi moderni edifici costrutti con gli óboli dei pellegrinaggi, ed il fiume di Bernadette scorreva su le ghiaie bene arginate, non più come quando vi scese in un ventoso giorno dell’inverno la pallida Vergine di Bartrès. Ora ponti maestosi allacciavano il sacro terreno del Calvario alla nuova città dei mercanti; giardini stupendi si aprivano di fronte alle tre Basiliche; dalla visione leggendaria d’una povera figlia del mugnaio Soubirous, laggiù, presso la rupe di Massabielle, era sorto il miracolo del Tempio Universale. Da ogni terra distante veniva il popolo dei Cristiani; l’acqua eterna della speranza fluiva dalla rupe inesausta. Ed io mi lasciavo portare come un freddo peso inerte in quel mare di umiltà; scendevo insieme coi percossi, coi fervidi, con gli esclusi, verso il fiume sacro dove nacque il sogno di Bernadette. Nel mio cuore non cantava la musica della preghiera; ne’ miei sensi era unicamente l’odio contro il peso ed il lezzo della nera moltitudine, contro il pensiero del tristo inganno che adunava tutto quel gregge alla fontana medicatrice. Il mio senso scientifico della vita, il mio doloroso raziocinio di uomo logico e diffidente, non mi permettevan di credere a queste inspiegabili magìe d’un filo d’acqua sorgente, la qual valesse a ripristinare i tessuti distrutti, le ossa disgiunte, le articolazioni spezzate, le piaghe per sempre sanguinanti, le pupille spente. Dal mio cuore di uomo del ventesimo secolo, freddo e beffardo, che sapeva di poter ridurre a formule chimiche tutti i fenomeni della vita, che intendeva l’universo come una specie d’immenso laboratorio chimico e cercava di rinchiudere i confini dello spirito umano entro le serrature anguste della possibilità scientifica, dal mio cuore dove non c’era spazio per l’intendimento religioso dei miti, si alzava una specie di addolorata pietà per questi orrendi e sublimi spettacoli di fanatismo,--cieche rinunzie dell’uomo al coraggio d’intendere la vita come un’avventura transitoria e distruttibile. Ma più andavo, e più il fervor mistico della moltitudine lentamente s’impossessava di me. Quella medesima demenza che portava migliaia di miserabili a purificare la carne maledetta nella sorgente medicatrice, ad esaltare i sogni dell’allucinato spirito nel fuoco della divina comunione, quella medesima demenza entrava sottilmente nel mio cuor di pagano, apriva le porte del miracolo davanti a’ miei freddi e vigili occhi di profanatore. Io sentivo a poco a poco la mia limpida carne invecchiarsi, dolere di tutte le infermità; ero, come quei diecimila, un percosso dai morbi ereditari, un brandello della umana putredine; il dolore dell’antica mia gente pesava nel mio cuore angusto; la moltitudine mi comunicava il bruciore delle sue ferite insanabili, piegava le mie salde ginocchia sotto il peso della immane sua miserabilità. Volevo sottrarmi a quella prigionìa, sfuggire a quella contaminazione, tornare indietro, verso la vita splendente, verso i liberi paradisi, là, dove le donne giovini si profumano di ciprie scintillanti, ove i bicchieri brillano, l’oro sfavilla, i pazzi violini cantano... volevo essere ancora una volta l’uomo di piacere, l’ingaudiatore, l’artefice di voluttà, il pallido e inghirlandato celebratore di tutti i conviti; volevo tornare agli uomini:--e più non potevo. Questa immensa folla di credenti mi stringeva nella sua forza disperata; la preghiera di tutte quelle anime penetrava nel mio freddo spirito; l’eterno dolore dei diseredati inginocchiava, dinanzi alla collina del Calvario, la mia stanchezza di uomo felice. Ad essa giungevo per lunghe strade; il rumore di tutte le onde cantava nel mio cuore di navigante. Stelle senza numero avevano brillato nel cerchio della mia anima infinita; i peccati gloriosi erano stati miei, mia la bellezza d’ogni cosa fuggente, le ghirlande lievi che si colgon dai giardini terrestri, mia l’esclusione di tutti i cilici e mia, con lo splendore d’una gemma, la serena, dolce, inafferrabile vita che passa... Ora entravo nel buio dolore di Cristo. C’era nel mondo un altro mondo, che tu pure imparasti a conoscere, Maria Maddalena. Da tutte le case usciva un grido; nell’anima di tutti gli esclusi era il bisbiglio della insoffocabile preghiera. E il pentimento eri tu, Maria Maddalena. Tu eri la fredda rinunzia, il raggio di sole che diventa ombra; il cimbalo ed il sonaglio della danza nell’orchestra del canto liturgico; eri la ghirlanda sfogliata, il mazzo reciso, la semenza fuor dal granaio, il rosaio spezzato dal vento. E l’ultimo rifugio eri tu, Maria Maddalena. In questa vita rossa e calda come il succo delle rosse melagrane, tu eri la via dell’altra sponda, il passaggio all’altra fedeltà; eri l’addormentata che apre gli occhi e vede il sole nascere nel lontano infinito. Brillasti nei conviti ed umiliasti nella polvere la tua treccia bionda. Su te furono ghirlande, su te gli spini; la tua carne denudata urlò, e pianse di fredda solitudine. Ne’ tuoi capelli profumati si torsero le dita crudeli degli amanti, e la treccia tua si sciolse per avvolgere il sonno del Liberatore. La tua treccia è gonfia di rugiada, le tue mani han l’odore dei mandorli, Maria Maddalena... E tu sei quella che tiene me prigioniero, in questa moltitudine che si raduna davanti al Calvario; tu sei quella che risorgesti nel cuore della pallida Bernadette, musica eterna dell’umano amore, peccatrice di Mágdala, innamorata dell’Uomo di Galil... Egli ti disse:--«Lévati; ora è l’alba. Se nel sonno hai peccato, scendi alla fontana e detérgiti. Hai la veste orlata di brina: la tua treccia è gonfia di rugiada; il sole sta per nascere dietro la neve dell’Hermòn. Lévati; è già tempo di andare.» E così, nella verde Galilea, fecero molta strada insieme. E camminando ella era sempre con lui, spesso a fianco, talora nella sua ombra. E l’amore della cortigiana di Mágdala fu l’amore che seppe andar più lontano traverso la memoria degli uomini: pallido e voluttuoso amore della rinunzia, eterna poesia del mito cristiano. Ma ora tu risorgevi, cortigiana di Mágdala, dalle buie distanze dei secoli; venivi tra quell’immenso gregge di umiltà, e novamente perduta nell’amore di Cristo, me, davanti al Calvario, conducevi per mano. Tu eri stata la povera figlia del mugnaio Soubirous, dai capelli pieni di vento, che andava per vicoli umidi, rasente il muro, alta e pallida, senza guardare alcuno. Tu splendevi, con la tua treccia bionda e buia, nel sogno dei miserabili, e la carne tua che possedettero i centurioni prepotenti, e l’amore tuo fedele che seguiva l’Uomo di Galil, era ciò che nelle favole millenarie ti rendeva, o peccatrice, così umana. Non la moglie vergine del falegname di Nazareth, ma tu sola eri, o peccatrice, la divina bellezza del mito cristiano. E il mare umano scendeva, con me prigioniero, verso il terreno sacro del Calvario, alla Fontana dei Miracoli. Giunto in vicinanza del ponte che varca il fiume di Bernadette, cominciai con veder allargarsi lo spazio della dura vallata, e le montagne ovali scostarsi, chiudendo in sè una specie di fantastico anfiteatro, dove nel fondo si alzava, nuda a solenne, la Collina del Calvario. Pareva che la natura previdente avesse voluto erigere uno scenario da leggenda intorno ai sacri misteri della fede cristiana. E là poteva una gente senza numero trovare spazio per le sue genuflessioni; tutto era costrutto con il senso dell’immensità, quanto era travaglio de’ secoli od opera prodigiosa della fatica umana. Vedevo dall’estremo angolo della vallata scendere il fiume balenante, che pareva urtasse in un rogo di sole contro il macigno della rupe di Massabielle. Lontana, quasi cancellata nell’azzurrità, immersa in un vapor di sole, brillava di guglie d’oro la catena de’ Pirenei. Su per la vallata, nelle alte praterie, nei boschi pieni di odorato silenzio, erano i candidi monasteri delle pallide Carmelitane, gli ospedali colmi di sofferenza inguaribile, gli oratorî delle Confraternite, le piccole chiese bianche di umiltà, inginocchiate anch’esse davanti allo splendore delle tre Basiliche. Ed ecco vidi questo miracolo apparirmi, non appena fui giunto nella immensa Esplanade, oltre il ponte che unisce Lourdes al terreno del Calvario. La folla estatica si fermò davanti all’apparizione splendente. Erano tre cattedrali, costrutte una sovra l’altra, con una immensa duplice scalinata che le abbracciava insieme, salendo sino alla Basilica, l’ultima, la più alta, ch’era sul vertice della collina e pareva il raggiante culmine della potenza cristiana. Percosso in pieno dalla veemenza del sole pomeridiano, il triplice tempio avvampava ne’ suoi marmi e nelle sue vetrate; pareva uno scenario meraviglioso, composto di oro e di fiamma, che tutto rivestisse con la sua pietra incendiata lo sprone della dura montagna. Ed erano tre immense chiese, anzi tre santuari sovrapposti, che sorgevan dalla rupe medesima ove nacque il sogno di Bernadette. Nel pieno sole, davanti a’ miei occhi abbagliati, brillava l’Arca del Divino Amore, splendeva il Tempio verso il quale giunsero, a centinaia di migliaia, con Vescovi e stendardi, con infermieri e parenti, gli storpi di tutta la terra, gli inguaribili di tutte le infermità, i condannati al male perpetuo dalla crudele sapienza delle cliniche infallibili, quei moribondi che prima di spegnersi chiedevano il battesimo dell’acqua santificata, quei maledetti che venivano a cercare in Dio l’ultima folle speranza della miserabilità umana. E il Tempio ardeva, splendeva, nel sole giovine come la vita, con le sue gradinate di marmo spaziose al pari di strade maestre, costrutte nel sasso della montagna, simili a terrazzi aerei d’una reggia incoricábile; il Tempio adunava in sè tutte le ricchezze dei centomila pellegrinaggi, tutto il dolore delle innumerabili agonie; aveva ingoiate la pietà e la speranza degli umili, tramutandole in voti splendenti; era la collana delle infinite miserie, la gemma della universale povertà. Ad esso venivano i cristiani, laceri di piaghe, corrosi dai cancri, gonfi di oscene idropisie, già fetidi e violastri di carni necrotiche, pregni fin nelle midolle dalla tabe dei mali ereditari;--e lasciavano al Tempio splendente il triste oro che i medici e le farmacie non vollero, che la fatica di un parente raccolse, o fu risparmiato giorno per giorno sul pane, su l’olio, sul fuoco:--Dio riceveva quell’oro dalle mani povere de’ suoi figli. E il Tempio era là, davanti al mare della moltitudine, davanti ai giardini dell’Esplanade, ove i mercanti assalivano a torme la folla dei pellegrinaggi, scuotendo mazzi di medagliette miracolose, persuadendo con raggiri e con minacce l’avarizia dei fanatici. E venivano le fioraie co’ lor pieni canestri, le venditrici d’acquasanta con le bottigliette suggellate, i figurinai con le Madonne di cera, i mercanti di paternostri, addobbati solo di scapolari e di rosari; venivano gli smerciatori di sacre immagini, con ogni specie di stampe o di tavolette ov’erano le sembianze della divina Bernadette, mentre alcuno, parlando sottovoce, vi proponeva per un prezzo indecente l’ultima camera mobiliata... Il merciaiuolo vi prendeva per un braccio, costringendovi ad esaminare i suoi astucci pieni di minute gioiellerie, di penne stilografiche, di catenelle d’oro «doublé», mentre v’inseguiva la turba dei falsi miracolati, ossia di coloro che fingevano d’aver ottenuta in passato una guarigione miracolosa, e vi dicevan con qual fervore d’elemosine avevan potuto acquistarsi la benevolenza divina; o tenevan per mano un fanciullino rachitico, del quale andavano mostrando qualche membro cicatrizzato, e si udiva dappertutto, accidiosamente, senza requie, senza un attimo d’interruzione, quella voce lamentosa e monotona dei mercanti di religione, che si attorcigliava intorno ai vostri nervi come la cantilena di una feroce litanìa, e non faceva che ripetere sui vostri passi: «Monsieur, Madame, achetez-moi quelque chose! Monsieur, Madame, ça vous portera bonheur...» E il tempio era nato, pietra su pietra, da questi lamenti; aveva trasportati, a forza di lacrime, i suoi bianchi alabastri, aveva, con il rame dei poveri, comperato l’oro de’ suoi frontoni splendenti, e man mano era divenuto nell’ombra delle sue cripte una selva d’arazzi, un cófano di gioielli, un favoloso corredo nuziale della Sposa Divina. Le sue pareti, all’interno, non eran più che una tappezzeria d’argento; i ricchi ed i poveri di tutte le terre cristiane avevano gareggiato nell’abbellire la Casa del Miracolo. Ed era quella opaca voce dei mercanti di religione, lenta e continua, dolorosa come uno stillicidio, che si alzava da mattino a sera nel cielo di Lourdes nè lasciava partire i pellegrinaggi prima di averli spremuti; era quella voce inesorabile, sotto la quale si nascondeva l’altra, più sommessa, più súbdola, pei monaci asseragliati nei freddi monasteri, l’unica fattrice di tutte le opere, quella che alimentava l’insaziabile fame del Tempio, gremiva i suoi forzieri, tempestava d’oro i suoi marmi, volgeva in tremenda potenza il sogno dell’umile pascolatrice. Così un giorno era entrato il pallido Galileo nel Tempio della dissoluta Gerusalemme, ed aveva gridato:--Fuori i mercanti! Fuori i simoniáci! Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio! E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le borse degli attoniti Farisei. Ma ora chi entrerebbe a disperdere i mercanti della nuova Gerusalemme? Chi apparirebbe su la scena del teatro dove si rappresenta il dramma dell’umano dolore, a dire, come diceva il Battista:--«Uscite fuori dai tuguri, o percossi da tutte le sventure! Adesso è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l’Annunziato nelle visioni dei Profeti, Quegli che parla coi doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore nostro, l’Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio»?... Ed ora giunsi vicino alla rupe di Massabielle, dov’era, nei giorni di Bernadette, la caverna de’ caprifogli e degli spini. Lentamente si avvicinava il principio della sera; una fluente musica d’acqua rupestre cadeva dai monti lontani. I bianchi monasteri, alti nella vallata, parevano confondersi tra il color del cielo. Qualcosa di eterno pioveva su quel sacro anfiteatro di monti: la vera luce dell’ombra, la paurosa elevazione dell’anima verso il pensiero di Dio. Qualche mandria invisibile faceva risuonare i suoi campani per i boschi distanti e la folla sterminata pregava nella grande Esplanade; pregava con una specie d’immobile fervore, curva davanti alla Basilica, nel musicale silenzio del giorno che moriva. E le Chiese di Lourdes cantarono. Questo rumore di bronzi e di anime volò per l’infinito. Era la sofferenza eterna che si alzava dal cuore degli uomini, usciva dalle piaghe della carne, dalle convulsioni dello spirito, cercava il senso del dolore nella musica della eterna poesia. Ciò che poteva parere assurdo, ecco diveniva una sublime possibilità. La luce morente spegneva nelle fisionomie degli uomini la lor vana collera d’incatenati al giogo terrestre; solo ed infinito rimaneva, sopra una grande folla di anime, il senso del dolore. Chiese di Lourdes!... povere chiese degli uomini, poveri templi d’oro e d’alabastro, teatri della speranza, rifugi della umana paura... cantate, o chiese di Lourdes!... ---- Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de’ miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori. Un bel monastero, chiuso nella pace di alte solitudini, mi sarà l’ultimo esilio dalle tentazioni del mondo, la tomba ove seppellirò il mio cuore di navigante. Lontano dal claustro, di là dal cancello sprangato nella bianca muraglia, oltre il silenzio delle buie pinete, ancora sentirò con follìa ridere il mondo, le orchestre cantare, le giovini donne urlare nelle coltri sconvolte, ove uccideranno, sotto il bacio degli amanti, la pallida loro verginità... Ivi sarà la pace, la fredda pace, la perpetua lontananza dai paradisi della vita, il finale oblìo. Sarò un monaco. Ne’ miei timpani rumorosi di lontani tripudii batterà il fragore delle città oceaniche, l’urto infinito, pericoloso, della umana gente, la forza de’ commerci terribili, delle imprese violente, il grido pazzo e formidabile della umana volontà. Nel mio cuore disamorato splenderà la rinunzia, brucerà il dolore della solitudine, come sul giogo altissimo arde il nevaio scintillante. E sarò il vero oltrepassato, il calmo, l’annoiato, il passato al di là, quegli che non dovrà più ardere nei roghi e negli inferni della vita. O donne belle come i vent’anni, profumate come il vizio, voluttuose come l’odor del cínnamo ne’ cálici gonfi d’estate, donne sepolte per sempre nel mio cuore di navigante, la muraglia bianca del claustro mi dividerà dai vostri caldi tálami, e il vento notturno porterà nella mia cella disperata l’odore forte come l’assenzio della vostra nudità perdutissima... Passerò le mie giornate oziose guardando il filo d’acqua scaturire, il seme dare germoglio, la formica diligente ordinare la sua città laboriosa; e conoscerò le stelle, conoscerò le azzurre meditazioni delle veglie davanti all’infinito; una vecchia biblioteca sarà l’universo del mio spirito disumanato; ne’ libri degli antichi solitari cercherà l’esilio definitivo quest’anima fredda in cui pesa la cenere d’ogni fiamma che mi arse. Dopo essere stato lo squassatore di tutte le fiaccole, sarò il monaco delle più nere discipline. Il sole dei rossi desiderii tramonterà nella mia carne spenta. Io, diviso da ogni voluttà che brucia, non sentirò mai più contorcersi nel serpaio di me stesso la gioia infernale di crocifiggere alle infamate gogne del mondo l’anima del mio passante iddio. Sarò un monaco. E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monastico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo del l’inverno, serrato fra le corregge dei sandali d’umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l’inciso pallore del mio volto notturno. E la sera, talvolta, quando le stelle dei mesi d’estate invadon le celle dei claustri, e trema di folle rinunzia nei monaci la deserta solitudine, io, che discinta e nuda possedetti la folle giovinezza, sentirò il peso di tutta la miseria umana affondar nella cenere del mio cuore spento, e sarò con gli offesi, con gli umili, per sempre, in comunione di dolore. Povero monaco, frate minore, spegnerò la carne maledetta nel gelo della vera estinzione. E nell’inverno, e nei mesi del vento, e quando l’autunno trascinerà sui mattoni della mia cella qualche ape morta, io, desolato come la rassegnazione, arido come il ragionamento, povero come il mio capestro, penserò a voi, beate ore che trascorsi nelle perdizioni della vita, giorni luminosi e caldi come il peccato carnale, a voi, divine ingannatrici, che al petto ignude strinsi come fasci di fiori selvaggi... Monaci, e nel mio cuore suonerà la campana del mio De Profundis... Monaci, e se a me chiederete chi ero nel folle mondo, prima di portare come voi la bianca tonsura e l’umile saio, dirò:--Monaci, uno straniero in me stesso, che amava lo stupendo rumore. Un saggio, innamorato della follìa. Un pazzo, un pazzo, che voleva trovare, chissà perchè, nelle fogne della vita il colore delle stelle... ---- «Signore mio Lord Pepe, non posso che darvi ragione. Lourdes è una triste fiera dei miracoli, dove si vende Cristo e si esorcizzano le piaghe de’ cristiani; una bottega di atroce medievalità, ove governan senza pudore il fanatismo e la superstizione. Questa insolente impresa di alberghi e di monasteri, di ceramica sacra e di candele istoriate, ha per sua fondatrice involontaria la figlia d’un povero mugnaio, che disturbò notevolmente, con il rumore de’ suoi miracoli, gli ozî parigini del terzo Napoleone. Signore mio Lord Pepe, voi siete--come io ben conosco--l’ultimo rampollo di una vecchia gente cristianissima, e siete un gagliardo possessore di femmine disoneste, un fino artefice del lieto vivere, un amabile fanatico della religione di Vatel:--questa buia Lourdes, invasa di storpi e di catecúmeni, certo non è il teatro che si conviene ad un giovine hidalgo pari vostro. Sebbene imbevuto di ortodossìa fin dentro le midolle degli ossi, pur, nel cattolico epicureismo del vostro felice -ubi consistam-, non è luogo per l’umano dolore. Il senso del mondo per voi si compendia--unica teologia--nel perfetto piacere. Signore mio Lord Pepe, voi siete un vero credente. Nel passare davanti ai tabernacoli non dimenticate il segno della croce; per istrada lasciate il passo al maestoso clero cattolico; fors’anche recitate il Pater e l’Ave, ogni sera, prima di coricarvi con Litzine. Gesù Cristo vi serve inoltre a formulare qualche sonora e pittoresca bestemmia; la vostra fede, altrettanto superficiale quanto inestirpabile, vi aprirà la via del Paradiso, allorchè, al termine di tutte le gioie della vita, voi pure dovrete comporre la vostra spoglia elegante in un freddo cimitero. I pellegrinaggi, la follìa mistica, il traffico delle mercanzìe religiose, la Fontana dei Miracoli:--ecco, signore mio Lord Pepe, un certo numero di cattoliche seccature, alle quali, voi credente, preferite i miracoli dello scomunicato baccarà. Per avere il capriccio di strofinarsi a que’ mille contaminati, bisognava esser pazzi come la folle Madlen, od essere--voi dicevate Lord Pepe--«un extraño caballero como Usted.» Orbene, in questo gran disordine della fiera umana, quali dovremo noi scegliere, per disciplina dello spirito nostro, fra i sacri ed i profani mercanti di paradisi? Chi è nel giusto? chi è più presso alla vena d’oro, fra questi cercatori di felicità? Gli uni e gli altri méntono; questi e quelli méntono. La vita è una volgare sciocchezza. Mente il dolore, mente il piacere. Lasciate gemere le campane, cantare le orchestre: tutto questo non è in fondo che un po’ di rumore... Si passa, Lord Pepe. La strada è ciò che importa; la polvere della strada è ciò che pesa; voi sarete un uomo giusto quando saprete perdonare al mondo l’infinita sua vanità. Perchè sorridete ora, vedendo migliaia di pellegrini che vanno ad intinger le dita nella Fontana della rupe di Massabielle? Vanno ad ubbriacarsi d’un sogno,--il sogno dell’umile pascolatrice--e tutti camminando cantano: ---Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix...- Si passa, Lord Pepe!... Il sogno è ciò che importa; la delusione d’un sogno è ciò che pesa. Ed io vi dico:--Non ridete; se davanti a noi cammina un vecchio uomo, scarno e gigantesco, tutto vestito di nero, col bracciale dei servi di Gesù e nel pugno un cero enorme che sembra la clava di Ercole... Questo gigante non fa che ripetere con profonda umiltà: ---Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix...- Porta un solino di celluloide, i guanti bianchi, di buio cotone; la sua mascella scarna trema, tagliata nel mezzo dal colore falso de’ suoi lunghi baffi tinti. Non è che un pellegrino fra mille, una vecchia bestia paurosa e docile, un cristiano che regge col suo braccio stanco la pesante fiaccola bene istoriata, e prega, umile, infaticabile, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti. Ha forse una figlia inferma, un parente in agonìa, taluno de’ suoi che marcisce dentro una barella oscillante, sopra una gruccia complicata; forse porta egli stesso un male giallo e nascosto che rode la sua vecchia carne o gli scava l’incurabile anima; forse non è che un devoto, un pio, l’uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con il solino di celluloide, il bracciale dei servi di Gesù... Signore mio Lord Pepe, siamo nel millenovecento dodici; la terra di Francia è una repubblica dove si coltiva il libero pensiero; le sue città infernali bruciano di fredda elettricità; l’oro d’ogni terra fluisce dietro le sue vetrine scintillanti; è il secolo nuovo dello Stato laico e della plebe tiranna; si muovono dalle catene infrante le orgogliose democrazie; gli altari divengono teatri; la giustizia è recitata con sfarzo da magnifici istrioni; è l’ora dei commerci terribili, delle ricchezze brutali, delle cáttedre positive, delle cliniche infallibili, dei laboratori onde forse uscirà, imprigionato nel crogiuolo di un divino alchimista, l’elettrone della vita... e v’è ancora un pellegrino di Cristo, che viene cantando alla Fontana di Lourdes, l’uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti... Sono centomila e centomila; vengono da tutte le chiese, affluiscono dalle corsìe degli incurabili, dalle galere di tutte le infermità; nei loro immobili occhi splende la follìa dei portatori di stígmate; nella loro carne macerata s’incidono le piaghe del Calvario; un paralitico si alza: e il popolo grida; i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi guariscono:--e il popolo grida; entro la piscina fredda e letale il cadavere assiderato riacquista il calore della vita... è il secolo di tutte le irriverenze:--cantate, o chiese di Lourdes!... ---- «Cara Litzine, confidate a me le vostre pene. Vedo che siete questa sera tutta rannuvolata, e si direbbe che la gita a Lourdes vi abbia lasciato sul cuore il peso d’una mistica malinconia. Continuerete ora per un pezzo ad introdurre franchi d’argento nel ventre insaziabile di questa macchina infernale? Persuadétevi, Litzine: è un passatempo disastroso, che ingoierebbe franco per franco il tesoro delle miniere di Golconda. L’ingegneria moderna costruisce con matematica inesorabilità questi balocchi pericolosi che allietano le ore d’ozio nei vestiboli dei grandi alberghi. Non dáteli a questa macchina ingorda; fate una pia elemosina con i vostri lucidi franchi d’argento. Eccoci tornati alle Bagnères de Bigorre; Madlen è ancor sopra che si veste per l’ora di cena; Lord Pepe... dov’è Lord Pepe? Cos’è accaduto fra voi e Lord Pepe? Una piccola scena?... Sì, una piccola scena di gelosia. Nuvole d’estate nel cielo sereno dell’amore; violente irritazioni che si risolvono in bufere di baci. Ed io ne so la causa; Lord Pepe ha ragione. Quando si ama un uomo, bisogna odiare tutti gli altri. La donna che appartiene ad un uomo deve segregarsi dal genere umano. Invece voi siete rimasta non meno di un quarto d’ora a discorrere, a sorridere, a fare insomma la civetta con Joe Wallace. Come dite, Litzine? Che voi conoscevate Joe Wallace prima di Lord Pepe?--Sia pure; non è questa una buona ragione. Lo avete conosciuto probabilmente quando Joe Wallace, il popolare Jo, era un jockey di cartello, ed a Longchamps, per entrare nelle vostre grazie, vi comunicava i suoi favoriti. Ma non è questa una buona ragione. Ora egli ha sposata una donna molto ricca, si è lasciato crescere di peso e fa l’antiquario. Questa è tutt’altro che una buona ragione. L’arte ha i suoi conoscitori, lo sport le sue vere glorie, ma voi potevate contentarvi di fargli un piccolo saluto, e camminare via con quell’aria intangibile delle donne che appartengono ad un amante serio. Invece vi siete fermata, gli avete sorriso, ed io, con l’udito fino che mi distingue, ho benissimo inteso il principio della vostra conversazione. Joe Wallace vi ha detto:--Buona sera, Litzine!--Gli avete risposto:--Buona sera, Jo!--Vi ha domandato:--Siete sola, Litzine?--Gli avete risposto:--Ho un amico, Jo.--Ha insistito:--Siete innamorata, Litzine?--Avete risposto:--Niente affatto, Jo!... In quel momento passava Lord Pepe. Egli, da perfetto gentleman educato a Londra, finse di non dare alcun peso a questo leggero inconveniente ma più tardi, quando fu nella vostra camera, il sangue della Vecchia Castiglia ribollì nelle sue vene britanniche. Si capisce, mia cara Litzine! In quell’uomo c’era un jockey ed un antiquario: due mestieri singolarmente pieni di attrattive, che divengono irresistibili quando il caso li fa convergere in un uomo solo. Io pure amo i fantini e prudentemente vénero gli antiquari; ma debbo confessarvi, Litzine, che al simpatico Lord Pepe non saprei dar torto. Per vedervi così leggermente farfalleggiare col popolare Jo, non valeva la pena che il nobile hidalgo vi contendesse al fior fiore di due continenti, quando a Biarritz dividevate il vostro giorno solare fra le colazioni di Crisópulo il Greco, le cene di Ned l’Americano, e i tè intimi del marchese Sciogatsu, ovverossia il marchese Capo d’Anno. Adesso vi consiglio, cara Litzine, di abbandonare la macchina infernale, perchè in tutto l’albergo non si trova più un solo franco d’argento. Poi, la casella azzurra con la stella d’oro--quella che fa cadere la pioggia di Dánae--uscirà forse una volta su mille, se pur non succede nulla di ancor meno propizio nel regolare calcolo delle probabilità. Il calcolo delle probabilità:--ecco invece, cara Litzine, la suprema e filosofica legge della vita. Nella matematica universale degli avvenimenti umani accade quel tanto che deve accadere: null’altro. Per un uomo felice, mille devono patire; per uno che vince, mille devono perdere. Non è giusto?... Che importa? È giusto matematicamente. Il calcolo delle probabilità insegna che, fra i nostri tentativi, dieci almeno debbono essere infruttuosi ed uno solo può riuscire; che, fra i nostri pensieri, uno soltanto può non essere del tutto falso, fra i nostri amori uno soltanto non del tutto inutile, fra le mille strade che percorriamo una sola chiara ed inevitabile: quella del cimitero. Il calcolo delle probabilità fa intendere che nell’accozzaglia delle vicende umane il caso fortuito è quello che governa tutto quanto avviene, mentre una sola disciplina conta nell’infinito, quella che si riduce ad una espressione, o meglio ad una ipotesi numerica. Noi siamo cifre, cara Litzine. Il tempo ci moltiplica, ci sottrae, fa di noi un’algebra complicata ed apparentemente esatta, ci coinvolge in sottili formule ove la nostra vana spiritualità cerca un senso ulteriore, mentre una sola cifra è quella che in tutto e per tutti ha ragione d’essere:--la cifra «zero». E i biscazzieri, che sono grandi filosofi, come vedete l’hanno tenuta per sè. Non continuate a far cadere i vostri piccoli franchi d’argento nel ventre metallico di questa fiera ingorda; essa, come tutte l’altre soverchierie che dànno la ricchezza nel mondo, ha tenuta per sè la cifra zero. E poichè siamo stati oggi a Lourdes, cara Litzine, lasciátemi dire un’ultima sciocchezza. Il calcolo delle probabilità insegna che su mille condannati a morte ce n’è sempre uno, il quale, come dicono anche i medici, guarisce «miracolosamente»; insegna che uno fra gli aspetti clinici della pazzia religiosa è precisamente quello di rendere il corpo atto a supplizi che parrebbero mortali ed a rinnovazioni organiche tuttora ignote alla scienza, ma dovute senza dubbio a straordinarie possibilità della forza nervosa; ed insegna che l’uomo è un vecchio spettatore di miracoli, un vecchio bimbo attonito, il quale ha sempre amato lasciarsi prendere nelle trappole de’ giocolieri... Infine, cara Litzine, per togliere al prossimo i piccoli franchi d’argento il miglior espediente non è già la costruzione di queste macchine infernali, dove, premendo una leva, il disco gira con velocità e si attende, ma sempre invano, il rumore della pioggia di Dánae... ---- Lord Pepe non aveva sonno; io neppure. Madlen e Litzine erano salite nelle rispettive camere, dove probabilmente, nello scambiarsi una lunga visita prima di andare a letto, avrebbero incominciato a parlare di noi,--come noi di loro. La sala del bigliardo e quella del bar non erano divise che da un’arcata. Lord Pepe--uomo calmo, preciso e logico, era un forte giocatore di carambola. Io, sbadato, nervoso, illogico, perdetti con disonore tre partite. Il bigliardo è geometria; la geometria è logica. Vedevamo il fantino-antiquario, l’illustre Joe Wallace, il popolare Jo, sorbire con lentezza un quinto, poi un sesto, poi un settimo gin-cock-tail. Il gin-cock-tail è alcool a novanta gradi; l’alcool è poesia. Quest’uomo, nato per la velocità e divenuto conoscitore di ruderi, dimenticava nell’ebbrezza del bicchiere le compatte cosce d’una moglie sposata per interesse. Forse vedeva un falso-Rembrandt brillare sul disco del traguardo in un Gran Premio di Longchamps; forse una fisionomia del Velasquez gli si confondeva con quella dello starter, mentre i discepoli del Tiziano entravano a mutarsi la casacca nello spogliatoio de’ fantini... L’alcool distrugge l’esattezza dei confini; per questo l’alcool è superumanazione. Povero Jo!... non era forse meglio guidare alla vittoria un buon polledro di M.r Edmond Blanc, che studiare con la lente una ipotetica Madonna del Beato Angelico? Non era meglio riscuotere gli applausi deliranti o le minacciose bestemmie del pubblico di Longchamps, che tastare con nocche attente la Vecchia Cina ed inventare il romanzo d’un frammento attribuito a Fragonard? Povero Jo!... non vi conosco, eppure mi siete simpatico. Mi siete simpatico, perchè in voi c’è un uomo che deve amare il suo passato, i suoi giorni di quando era povero, di quando la sua bellezza era nella velocità... Tre uomini ed una signora giuocavano al bridge. Prima di risolversi a buttare una carta sul tappeto essi riflettevano con accigliate fisionomie, quasi avessero ponderato un comma del proprio testamento. La loro tetraggine mi faceva pensare ai conciliaboli segreti della Santa Inquisizione, alle congiure notturne del fosco Medio-Evo, ad una fatale partita fra quattro despoti, ove ognuno si giocasse il regno e la vita. No: stavano solo giocando «un contre à sans atout»--avvenimento che, dicono, sia di capitale importanza nel secolo ventesimo. Una cocotte prendeva il tè. Adocchiava un giovinetto biondo. Questi fissava con pudore la punta de’ suoi scarpini da ballo. , , 1 , - - - - 2 , , ; 3 , 4 . 5 , , « » , 6 , 7 . 8 ; , , 9 10 . ? 11 12 : 13 14 - - , , 15 , 16 . 17 18 - - , . , , : 19 , « » . . . 20 21 - - , ! . . . - - , , 22 « » , « » . 23 24 , : 25 26 - - , 27 , , 28 . - , 29 , , 30 31 « » . ! 32 , 33 , , , 34 , 35 . . 36 , , 37 . 38 , 39 . , 40 . , 41 , , , 42 . 43 , , 44 . 45 , , 46 . 47 , 48 . - , 49 , 50 , , 51 - - ! . 52 53 : 54 55 - - ? , 56 , , , 57 . , , 58 , 59 60 . , 61 , , 62 . 63 64 ; 65 . : 66 67 - - , 68 . 69 , 70 . 71 , . 72 , 73 , 74 . , - - 75 76 . 77 78 - - - - 79 80 , 81 : - - ! ! 82 ! 83 84 , , 85 , , 86 . 87 88 , 89 , , 90 , 91 , 92 . 93 94 , , 95 : - - 96 ; , 97 , , 98 , 99 , , . 100 101 « . 102 . 103 , ; , 104 ; , ; 105 , ; 106 ; ; 107 , ; 108 ; , , 109 , : - - « ! - - . » 110 111 , , 112 , 113 , , 114 , 115 , , 116 , 117 , , 118 , , , , 119 , 120 , 121 , 122 , 123 , , 124 125 . 126 127 128 . . . . . . . . . . . 129 130 131 132 , ; 133 , ; 134 ; 135 ; 136 ; , , 137 , : 138 , ; 139 . 140 141 , , 142 . , , 143 , , , 144 , 145 , 146 . 147 148 , 149 , 150 : 151 , , , 152 . 153 154 , ; 155 ; 156 , , 157 ; 158 . 159 , , 160 . 161 162 , , 163 ; 164 , 165 ; 166 , 167 168 . 169 170 , ! . . . , 171 , ; 172 . 173 174 ; 175 ; 176 ; ; 177 , ; , 178 ; ; , 179 , . . . , ! 180 181 ; , 182 ; . 183 ! , ! ; 184 ; 185 ; . 186 . 187 , . 188 ; , 189 , . 190 , , 191 . , , 192 ? 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