chissà mai quali sbalorditive notizie nella prosa declamatoria di quei giornali di provincia. Una matrona forse cinquantenne, rotonda e prepotente come una tinozza, era seduta quasi dirimpetto alla nostra tavola, e, non saprei per quali meriti singolari, tanto la clientela come il proprietario del ristorante -Antiguo- le andavano prodigando continui segni di rispetto. Con la sua mole rubiconda ella opprimeva un minuscolo marito, grigio e piatto come una vecchia sardella, il quale, certo naufragando nella sua pinguedine, le aveva pur dato il legittimo orgoglio di tre orribili maschi e d’una bella bambina. Questa era seduta vicino a lei, e per mancanza d’un seggiolone riusciva di ben poco a superare l’altezza della tovaglia. Invece i tre maschi le stavano di fronte, mentre il generatore di tanta fecondità, seduto a capotavola, ogni tanto sogguardava con occhi timidi la sua gloriosa e tremenda metà, che in questo caso avrebbe dovuto chiamarsi per lo meno il suo doppio. Doña Elvira--(questo era il nome che udivo da tutti pronunziare con ossequio)--si lamentava delle pietanze, delle saliere, delle oliere, del pane, del vino, della senape, della tovaglia, del servizio, del marito, de’ figli, del Regno di Spagna e della città di Bilbao. I camerieri, un po’ altezzosi con tutti, per lei sgambettavano pieni di premura, visibilmente felici di poterla servire. Supposi perfino che fosse la moglie del serenissimo Alcalde, e lui, quell’omiciattolo angusto, con le sue fedine grige, l’Alcalde in persona. Ecco le vere curiosità, cui si ripensa magari dieci anni dopo. Chi era mai quella terribile Doña Elvira, con il suo vecchio abito di raso nero, la sua triplice collana di corallo ed i suoi larghi anelli d’ametista?... Mi ricordo che fece anche abbassare le tende, perchè il riverbero del selciato le dava noia. I suoi occhi porcini, rigonfi e maliziosi, ogni tanto sbirciavano Madlen, e la sua bocca un po’ simile ad un guscio di lumaca non sapeva nascondere un sorriso di riprovazione. Fosse la moglie dell’Alcalde, o la padrona di cinquanta zattere sul fiume, certo era la vecchia Spagna cattolicissima, che guardava con diffidenza e con rancore la forestiera che si dipinge gli occhi e non porta l’abito di raso nero. Dopo essersi empita la bocca d’un copioso boccone, apriva il suo ventaglio d’ebano e ruminava con lenta ingordigia, rinfrescandosi le gote. Doña Elvira, quando penso che anche voi, nelle vostre lontane primavere, vi sentiste battere il cuore all’uscir di messa, con la mantiglia in capo, sotto la profumata ombra, nel Paseo del Arenal!... Madlen voleva ora che andassimo ad una corrida. Per soddisfarla consultai un -periodico-; ma purtroppo in quel mese a Bilbao non si toreava. --Alors donnez-moi une cigarette,--disse Madlen. Avevo una certa paura della potentissima Doña Elvira; nondimeno gliela diedi, e per meglio irritare la forse-moglie dell’Alcalde, l’accesi fra le mie stesse labbra, onde risparmiare a Madlen una oziosa fatica. Doña Elvira guatò la bella forestiera, che stringeva tra le sue labbra dipinte il sottile bocchino d’oro, e vidi gonfiarsi per lo sdegno la sua faccia vendicativa. Non so cosa disse, ma qualcosa tuttavia che fece di colpo volgere i tre maschiacci, figli dell’Alcalde. Osservarono Madlen con insolenza ed anzi le risero in faccia come tre veri babbei. Madlen, impassibile, mandò fuori una larga boccata di fumo, poi disse, con voce molto calma. --Oh, les chameaux!... Essi, purtroppo, non compresero; però si rivolsero alla possente genitrice, per assaporare le delizie di una larga torta istoriata con arabeschi d’amarene. In quel frattempo scoversi nel -periodico- l’annunzio d’un -Circo de gallos-, titolo stampato in carattere minuto sotto i resoconti ed il programma d’un -Fronton de pelota-. Ne feci parte a Madlen, che súbito arse dal desiderio di veder combattere i galli. Io le spiegai ch’era questo un laido e barbaro spettacolo, nè valeva la pena di perdere una così bella giornata per veder due poveri animali spennarsi ed uccidersi a colpi di sperone. Ma non fu possibile toglierle dal capo questa idea, benchè l’onesto -camarero- ci avvertisse che il così detto -Circo de Gallos- era un pessimo luogo e mal frequentato, indegno a parer suo di -tam distinguidos huespetes-. Ed inoltre lo spettacolo non cominciava che verso le quattro. «Buon uomo, per la tua cortesia posso darti una mancia ragguardevole; ma non sperare di convincere con buone ragioni questa curiosa e capricciosa donna, che verso le quattro dovrò condurre in ogni modo a veder combattere i galli.» Nel frattempo feci venire un -coche- e scarrozzammo traverso Bilbao. Passato il Nervión sul ponte Isabella, scendemmo per il lunghissimo rettilineo della Grande via Lopez de Haro, dove ammirammo anche la statua di questo eccellente Signore della Biscaglia, il quale, non saprei con esattezza quanti secoli fa, si prese la briga di mettere al mondo Bilbao. Qualche palazzo e qualche chiesa; chiari negozi aperti su marciapiedi affollati; altre piazze; altre statue--infine un bel giardino. «E voi, Madlen, non guardate la splendente Bilbao?» No, ella guardava in alto, per l’aria colore d’autunno, verso le grondaie che brillavano come fosser d’oro; guardava alle serene finestre delle case più antiche, ove, ogni tanto, qualche treccia nerissima balenava in un raggio di sole. Il suo sguardo sarcastico e freddo radeva con una specie di antipatia que’ marciapiedi popolosi, quella gente verbosa e pigra, che forse non arriverebbe mai a concepire la strada come un semplice luogo di transito, bensì come un ciarliero ed ozioso ritrovo, al quale si affacciano, e ridono dietro vasi di erba cedrina, le fanciulle nascoste nell’ombra del -mirador-, e dove sboccano i pettegolezzi del -patio-, dove si guardano le belle donne, dove si fumano le migliori sigarette, sparlando a voce bassa della gente che s’incontra per via. Ma forse a quell’ora Madlen sentiva la profonda nostalgia d’un mazzo di «trente et quarante». Le aiuole del Jardin Publico, gli alberi dell’Alameda de Mazarredo, non valevano per lei certamente la voce nasale del mazziere, che annunziava brandendo il restello: -Incarnado gaña y la color...-» Tornammo a passare il Nervión, e, salendo al passo per vie scoscese, il vetturino ci condusse all’alta basilica di Begoña, costrutta sovra un poggio dal quale si scopre in tutta la sua vastità Bilbao, divisa nel mezzo dal largo nastro della sua riviera. Immensi e pesanti barconi opprimevano il fiume lampeggiante; qualche officina scagliava nel cielo i suoi cirri di fumo voluminoso; la città ricca e superba diveniva da quell’altura un paziente gioco di rettangoli, una ingloriosa costruzione dell’ingegneria moderna, con dedali di rotaie ne’ pavimenti d’asfalto levigato e piazze elittiche o rettangolari tra uniformi case di cemento armato. Aveva ragione Madlen:--la cosa più bella, più nuova, era tuttavia quel lentissimo fiume. Per contemplare lo spettacolo di Bilbao, Madlen si era poggiata sul muricciuolo del recinto e guardava nel grande spazio come da un balcone soleggiato. Allora d’un tratto io le diedi un bacio, un leggero bacio su la tempia, tra il velluto fulvo de’ suoi capelli nascenti. Non avevamo parlato d’amore, non eravamo forse più nell’amore; questo bacio improvviso ci avvinse. «Madlen, quel che può esser musica nella storia d’un uomo e d’una donna, certo non è amarsi, non è possedersi, non è quel fatto volgarissimo che perfino i geometri e le dattilografe osano chiamar l’amore. No, in questi nostri linguaggi mediterranei, dove si sente la violenza ed il colore della terra calda, le parole che definiscono questa passione sembrano per noi troppo accese di plebea concupiscenza, e non ora, Madlen, nè mai--come diceste una sera--potranno convenire al caso nostro. Invece voi lo definite così bene, così dolcemente, nel vostro idioma nordico: «-To be in love-, essere nell’amore.» Nell’amore come in un profumo: così ero io con voi; nell’amore come in una musica, nell’amore come nel miracolo di un torbido paradiso artificiale: così ero io con voi. Nel mio paese, Madlen, questa piccola grande cosa porta il nome di un verbo riflessivo, che involontariamente fa pensare al triste lezzo dell’amore democratico: «Innamorarsi.» Oh, non sentite voi come questo verbo sentimentale e proletario somigli terribilmente a quelle cartoline illustrate ove sono dipinte viole del pensiero? Ma noi, Madlen,--voi ed io, Madlen,--certo non possiamo abbandonarci a questa grave ineleganza. In verità siamo troppo scettici, troppo raffinati, per rassegnarci a far naufragio in questo melodrammatico luogo comune, che dalle Canzoni del Petrarca fino al libretto del Trovatore ingombra tutta la storia della sentimentalità universale. Quella passione che si trova per solito ne’ romanzi--e particolarmente ne’ romanzi d’autore italiano--è peccato, ma non fa per noi. Se dovessimo intrecciare un dialogo a parolette sospirose, con frasi dolciastre come il rosolio ed appassite come lo zibibbo, chiamandoci ad esempio: «Anima mia... unica mia... tutto mio bene... vita della mia vita...» credo che voi ed io, Madlen, avremmo financo paura delle nostre ben educate ombre. E cosa ne dite voi di quella mezzana insopportabile che i letterati moderni usano chiamar Psicologia? Vi siete mai accorta, Madlen, di possedere, fra l’altre seccature, anche una Psicologia? Come ben sapete, non v’è libro moderno di qualche levatura il quale non ne sia, fin ne’ punti e nelle virgole, tutto pieno e zeppo. Anzi--dicono i sapienti--non v’è letteratura senza Psicologia. Per ben rappresentare l’anima, poniamo, d’un callista, bisogna saper essere, al giorno d’oggi, profondi psicologi. Dunque vuol dire che, dell’universale malanno, anche noi, figli del secolo, dobbiamo posseder quella parte ch’è di ragione; ma il buon senso ed il natural pudore ci vietano di farne, come il secolo vorrebbe, ad ogni piè sospinto esibizione. Anzi è la sola nudità vostra, Madlen, che io non brami conoscere, fra tutte l’altre che invece mi tentano. E con voi non sento affatto il bisogno di adoperare que’ due avverbi terribili e sfiducianti, che nell’amore adempiono all’ufficio dei gendarmi di Offenbach; poichè l’amore dei borghesi, voi sapete, è tutto quanto un rosario di «sempre» e di «mai». No, Madlen, io non desidero affatto ingommarmi su la vostra libera vita come un pezzo di antisettico taffetà, e guai se mi diceste ad esempio che provate il mostruoso bisogno di appartenermi per tutta la vita... No; io sono con voi nell’amore, voi siete con me nell’amore: questa è la cosa più gentile che possa nascere fra due persone di buoni costumi, di elevati sensi e di fina educazione. La storia che noi cominciamo, non si chiuderà tragicamente con due colpi di rivoltella; eviteremo nel modo più risoluto il dramma classico del vetriolo, e per quanto la fisiologia moderna vada scoprendo in ogni segno del carattere qualche prova dell’atavismo, non c’è in noi, questo è ben certo, alcuna tendenza al suicidio ereditario. Siamo due caratteri calmi, due persone prive di ogni drammaticità, che non amano mischiare nelle proprie vicende amorose i ferri del chirurgo nè gli articoli del Codice Penale. Non siete anche voi del mio parere, Madlen? Questi lacrimevoli eccessi plebei appartengono al verbo «innamorarsi»; mentre non tentano affatto chi semplicemente vuol «essere nell’amore». Taluno dirà che non siamo personaggi da romanzo; ed è vero, innegabilmente vero. A noi mancano tutte quelle passioni che dànno da vivere all’armaiolo ed al farmacista. Noi, grazie al cielo, non abbiamo istinti sanguinari. Se per caso vi prendesse la tentazione di essermi, ancor prima del possesso, infedele, certo mi guarderei bene dall’immergere le mie dure dita nella vostra dolcissima gola, bollandovi con il letterario epiteto di «sgualdrina», come si usa nei romanzi eleganti e nelle commedie che appassionano i teatri della buona società. Ma invece vi manderei all’albergo un grande mazzo di fiori da vetrina, magari di bianche violette oppure di costose orchidee, poi, come fece l’amico vostro Lord Pepe, anch’io salirei leggermente su l’ultimo treno della sera, benchè--ve lo confesso, Madlen--con l’anima tutta ravvolta in un velo di sottile malinconia. Poichè--vi ho detto--non sono innamorato di voi come un ricevitore delle imposte, ma sono invece con voi deliziosamente nell’amore. Sì, deliziosamente. Ora che tutti son lontani, ed una città sconosciuta stringe il nostro amore solitario, mi sembra che sia per cominciare la musica di una vera poesia. Senza davvero amarvi, sono con voi nell’amore. Provo con voi quella sensazione che sta intorno all’amore come il paralume sta intorno alla lampada. Con voi cammino su l’orlo di un pericolo che può da un momento all’altro cessare, di una gioia che può da un momento all’altro spegnersi; anzi, tutto questo è più complicato ancora: sto con voi su l’orlo di una voluttà che non desidera continuare nè finire. I romanzi... oh, i romanzi!... che noia dover leggerli sino alla fine! Per uno veramente bello, ve ne son diecimila scritti, ahimè, da uomini che non sono stati mai nell’amore. Noi certo nulla faremo, nulla diremo, di quello che si legge nei romanzi d’amore. È tardi per poter credere a queste piccole vecchie storie, davvero noiosissime. Nel ventesimo secolo, è di gran lunga troppo tardi. Per solito, quando una verità entra nei libri, vuol dire che esce dalla vita. Quel melodrammatico amore, del quale con poca varietà e con molti errori di buon senso, talora di stile, ci intrattengono i romanzatori moderni, se mai ebbe luogo tra l’uomo e la donna, certo al giorno d’oggi è passato di moda. Non c’è più nessuno che prenda sul serio Paolo e Francesca, Paolo e Virginia, Renzo e Lucia. Non saprei dire quando mai gli egregi letterati provvederanno a riformare la lor arte; ma, grazie al cielo, gli uomini e le donne dei tempi nostri hanno già provveduto, per quanto li concerne, ad intendere l’amore con una certa modernità. Madlen Green, ellenica etera del ventesimo secolo, io non so bene come finirà la nostra piccola storia; nondimeno voi m’avete insegnato a comprendere quanta soavità racchiude, nel vostro idioma nordico, la dolce frase indimenticabile:--«-to be in love-, essere nell’amore...» ---- Il luogo dove andammo per assistere al combattimento dei galli era in tutto simile ad una malvagia baracca da fiera. Tra la gente che assiepava il piccolo recinto si vedevano facce veramente patibolari. Durammo grande fatica a scoprire un angolo dove il contatto plebeo fosse meno stringente. Credetti opportuno mettere in una mia tasca la pesante borsetta d’oro che Madlen portava. Non scorderò così presto il ceffo d’un venditore di dolciumi, tutto butterato dal vaiuolo e rôso da un principio di lupus, il quale alzava davanti a noi un suo largo piatto di zinco, dov’erano pezzi di torrone, frutti canditi e semi di zucca salati. Gli gettai qualche moneta perchè se n’andasse. Qua e là, per l’emiciclo, soffocati tra la folla, gli scommettitori agitavano i cappelli gridando parole inafferrabili. Una pedana circolare, chiusa intorno da una rete di fil di ferro, stava nel mezzo del Circo, ed un vecchio la scopava, rasciugando chiazze di sangue, raccogliendo ciuffi di penne. Un banditore, presso l’entrata della gabbia, urlava come un indemoniato. Alcune ragazze del popolo, insieme con giovinastri dal viso bello e temibile, pareva lo dileggiassero. Ciascuna portava nei capelli un nastro di colore. Le aride lor braccia scure, nude fino al gomito, avevano ai polsi braccialetti d’argento. Sotto la stoffa tenue delle camicette variopinte si vedevano i lor seni erti oscillare come robusti grappoli. Qua e là una mantiglia nera. Gli «aficionados», in calzoni di tela bianca e giacca d’alpagà, contavano e scommettevano danaro, tra il fumo delle aspre sigarette. Si giuocava su la vittoria dell’uno o dell’altro competitore, sul numero degli attacchi portati o respinti, su le offese di becco, sui colpi di sprone, su le ferite mortali e su la durata cronometrica delle agonìe. V’era una bilancia, su la quale pesarono dapprima uno stupendo gallo, irsuto e ricciuto, che si dibatteva urlando, nell’impazienza di combattere. Il suo pennaggio era nero e luccicante, con riflessi verdi; aveva una piccola cresta, ritta, scarlatta; una sottilissima lingua scura tra il becco ricurvo e crudelissimo. Lo sprone d’acciaio luccicava come un terribile pugnaletto. Indi pesarono il suo competitore. Più snello, più alto, irto e scarmigliato, con occhi rossastri nel pennaggio fulvo, qua e là spiumato, con il ventaglio della coda mozza per metà, si scuoteva sbattendo il bargiglio, gonfiando le ali, arrotando il becco sul piatto della bilancia, mentre, nel suo pelo tutto a brandelli, ancor rosseggiavano le cicatrici di numerosi combattimenti. Quest’ultimo era, per quanto potei comprendere, il favorito del pubblico; da ogni parte udivo gridare: --Blas! Blas! Blas! E questo grido si ripeteva continuamente, intorno alla gabbia, sui gradini e fra le scranne della baracca, mentre gli scommettitori agitavano i cappelli ripieni di monete. Blas era il nome di questo glorioso gallo; Inglés il nome del suo competitore,--come poi seppi da un vicino compiacente. Infine il banditore diede un lungo ed acutissimo fischio, dopo di che i due furiosi avversari furono scagliati nella gabbia, ove piombarono quasi di volo. Per un istante, abbassate le ali, spazzarono il pavimento; poi s’azzuffarono. Si presero per il becco, ed incominciarono a roteare come intorno ad un perno. D’improvviso Blas dette all’altro una beccata che gli spennò il cranio; Inglés rispose con una speronata che fece volare in aria qualche penna. Un filo di sangue fresco rigò l’assito; gli scommettitori ed i puntatori si misero a fare un baccano indiavolato, a urtarsi, a dimenarsi, cosicchè pareva di assistere al principio d’una rissa della malavita. Blas era ferito leggermente; lasciava pendere un’ala e si piegava su le zampe, tuffando nel filo di sangue il ventaglio della sua coda mozza. Allora tosto Inglés gli balzò addosso, e cominciò a beccare, a speronare, ad infierire su l’avversario con tanto accanimento, che già credevo di veder Blas soccombere. Ma egli si proteggeva aprendo le ali, torcendo il collo, sicchè, d’un tratto, vidi una zampa d’Inglés presa nel becco del suo fulvo avversario, che dovette abbandonarlo e retrocedere per liberarsi da quella crudele morsura. Vi riuscì. Tutti i partigiani di Inglés proruppero in alti clamori; gli altri a lor volta rispondevano con fiere invettive, con lazzi e gesti osceni. Più accanite fra tutti parevano quelle ragazze del popolo, in trecce, con sottanelle nere, che si mettevan braccio sotto braccio e scuotevano con irritata celerità i loro piccoli ventagli variopinti, su le camicette procaci, adorne d’un fiore di camelia. Pareva che da un istante all’altro qualche lama di pugnale dovesse brillare tra quelle facce sinistre. Ma il peggio era quando alcuno tra il pubblico si alzava diritto, in guisa da impedire la vista a chi gli stava dietro le spalle. Allora tutto un gergo vituperevole di orrende contumelie scoppiava tra i mucchi di scranne accatastate sui ripiani della baracca; facce pallide si voltavano per rispondere all’ingiuria ed il vociferìo continuava, sin quando gli altri pure s’alzavano, e tutto il pubblico era in piedi, su l’assito scricchiolante. Era in piedi, e si curvava con frenesìa verso la gabbia circolare, sparsa di penne, di sangue, di polvere. Nulla è paragonabile, fra uomo ed uomo, fra bestia e bestia, al coraggio, al furore, all’implacabilità di due galli che stanno di fronte per togliersi la vita. Nè i circhi di pugilismo nè quelli di tauromachìa nè alcun altro spettacolo di umana barbarie, di umana sanguinarietà, nemmeno le partite di coltello cui usan cimentarsi alcune consorterìe negre del Nord-America, può dare una visione di efferatezza e di odio che superi questi mortali assalti fra due galli da combattimento. È una vita che vuol prendere il cuore d’un’altra vita, e resisterà combattendo fino all’ultimo respiro, pur d’infliggere all’avversario la beccata che lo soffochi, la speronata che l’uccida. Son due formidabili organismi fatti nascere per dare la morte; non sentono il dolore, non le ferite, nessuno strazio, nessuna mutilazione. Pare che il sangue li acciechi, li renda inaccessibili al dolore, sia l’unico ed ultimo senso di tutto ciò che per essi vuol dire il mondo. Seguiterebbero a colpire anche dopo aver data la morte, così profonda è la voluttà che provan nello spegnere un cuore, nel tormentare un’agonìa. Il coraggio de’ nostri eroi più sanguinari è cosa ridicola davanti a questo furore implacabile. Ne ho veduti ch’erano già trafitti, e combattevano, già dilaniati, e combattevano, già percossi a morte più volte, acciecati, sgozzati, con il cranio aperto, i tendini mozzi, orribili fasci di spasimo e d’agonìa, ma che nel freddo sperone d’acciaio radunavano con insania l’ultimo calore della vita, e ferocemente combattevano. Questo è ciò che davvero si chiama uccidere; il resto, in confronto, può sembrare una parodia. Da secoli, coltivando la loro generazione come quella di perfetti assassini, questi animali furono educati ad odiare il proprio simile, anzi a volerlo spegnere; il loro corpo non conta, il proprio dolore non c’è: nel becco robusto, nel sottile sprone d’acciaio, è tutta l’anima sanguinaria di questi animali da combattimento. Son nati per immergersi nel rantolo d’un’altra vita; ciò che amano è trafiggere:--sono crudeli quasi più dell’uomo. Ed ora tutta la gente urlava di nuovo:--Blas! Blas! Blas!... Questo vecchio e prodigioso omicida pareva che intendesse il proprio nome, s’inebbriasse di quegli urli selvaggi. Aveva confitto lo sprone due volte nel corpo d’Inglés; questi perdeva sangue a flotti e combattendo inciampava in un’ala stroncata. Ma vedendo gli occhi rossastri di quei due piccoli animali, noi, robusti uomini, si aveva paura. Paura di vederli com’erano: chiazzati, scarlatti, quasi fosforescenti, aizzati ancor più dal proprio dolore, dal proprio sangue, dalla gioia feroce di quel mortale combattimento. Le lor penne lacere, contorte, impiastricciate di sangue, nascondevan brandelli di carne ed orrende ferite. Ormai non era più possibile, almeno per un profano, intendere quel che accadeva, ossia valutare le fasi del combattimento: era un viluppo mostruoso di due bestie mutilate, che inciampavano, cadevano, si scavalcavano, la prima soggiacente, poi l’altra vittoriosa, poi questa e quella di nuovo sopraffatta; due becchi rossi di sangue, un turbinìo di penne, le creste a brandelli, e tutto ciò frammezzo ad una cloaca di gente che urlava, ridendo, battendo le mani, scagliando improperi, contando monete, premendosi, eccitandosi, nell’infuriata gioia di veder scorrere il sangue. Poi, d’improvviso--e non so bene come ciò accadde,--io vidi lo sprone d’Inglés, vidi chiaramente lo sprone d’Inglés, immergersi nel collo di Blas, rimanervi confitto, anzi per qualche passo trascinare l’animale sgozzato, che cadde, sbattendo furiosamente il capo su la pedana, mentre invano cercava di liberarsi dallo sperone dell’avversario che lo teneva prigioniero. Inglés gli fu sopra con l’altra zampa, e cominciò a beccarlo con tanta furia che gli tolse completamente gli occhi, gli rosicchiò fino all’osso il rimasuglio di cresta, mentre lo sperone dilaniava la ferita e l’altra zampa teneva la strozza di Blas come un ferocissimo artiglio. Tuttavia Blas, cieco d’entrambi gli occhi, de’ quali non v’era più traccia, riuscì a liberarsi da quella stretta ed a rizzarsi ancora, spaventosamente. Mai, per quanto io viva, potrò dimenticare quella insanguinata sembianza d’animale, che brancolava cercando la luce, non per vivere, ma tuttavia per uccidere. Dalla sgozzatura gli pendeva una specie di borsa flaccida, gonfia di sangue, che a poco a poco diveniva più voluminosa, più pesante, più irremediabile. Ad ogni passo egli cadeva giù, incespicando, come un uomo cui manchino i ginocchi, e doveva mordere il pavimento per riuscire a sollevarsi. --Blas es hecho! Blas è ucciso!--gridava, con orrende bestemmie o con forsennati applausi tutto il pubblico della baracca infernale, secondochè avevan scommesso per la sua vittoria o per la sua morte in combattimento. Anche l’altro gallo era quasi cieco, a metà spennato, e saltava su le zampe trafitte, che sembravan due moncherini sanguinolenti. Ora, per incontrarsi e mordersi tra quel velo di sangue, dovevano entrambi cercarsi lungamente, cosicchè andavano alla cieca, brancolavano, starnazzavano qua e là, come anitre su le ali infrante. Ma non appena s’accorgevan d’essere a contatto, la furia d’entrambi e quella dei loro partigiani così fortemente aizzavan la lor vita esausta, che l’uno all’altro s’avvinghiavano, si tenevan disperatamente, quasi tentassero con una presa d’artigli di supplire alla vista perduta. Ma ora Blas moriva. Blas il vittorioso, Blas l’omicida, il gallo fulvo, pieno di cicatrici, Blas l’intrepido, Blas l’incoricabile, ormai cadeva, rantolava, non poteva più reggersi... ancora un passo, due passi, l’ultima beccata, l’ultima speronata nel vuoto, e la vescica di sangue si gonfiava, pesava troppo, lo trascinava giù... Blas moriva. E cadde. Aperse le ali monche, si piegò da un lato, giacque. Inglés lo andava cercando. S’intese un fischio. Le popolane ridevano. I loro ventagli, i loro braccialetti, le belle camelie che avevan nella cintura, le lor trecce così ben pettinate, i lor occhi neri, pieni di limpida crudeltà, tutto si muoveva, si agitava, sollevava una specie di sanguinario palpito intorno a quella formidabile agonìa. Inglés cercava l’avversario morente. Torcendo il collo implume per vedere ancora un po’ di luce, lo andava dappertutto cercando a piccoli salti, qua e là, frammezzo alle penne recise, alle pozze di sangue, perdendo la direzione, come un ubbriaco. Finalmente lo trovò. Blas agonizzava sul pavimento. La vescica di sangue era divenuta enorme; la zampa armata di sprone ogni tanto sferrava un colpo nel vuoto. L’ala infranta gli si era piegata sotto, come un tabarro lacero. E c’eran uomini tutt’intorno alla gabbia, con l’orologio alla mano, che contavan gli attimi della sua agonìa. Ciò voleva dire denaro, molto denaro... Si udiva contare:--Venti seis... trenta y dos... quarenta y ocho... Le popolane ridevano. Il venditore di dolciumi, con il suo ceffo butterato dal vaiolo, rôso da un principio di lupus, ricominciò a camminare tra la gente, alzando il suo largo piatto di zinco dov’erano pezzi di torrone, frutti canditi, semi di zucca salati. Ogni tanto si fermava, per numerare anch’egli, ad alta voce, i minuti ed i secondi dell’agonìa:--Uno y tres... uno y medio... uno y trenta seis... Blas era morto. Ciò voleva dire denaro, molto denaro... ---- Una notte all’Hôtel de Vizcaya. Doveva essere la nostra notte d’amore. Finalmente nulla più ci divideva dal necessario epilogo d’ogni storia d’amore. Un uscio. Un uscio chiuso con la sola maniglia, fra due camere quasi uguali. Pompon dormiva nella sua cuccia di raso celeste. La miss-cameriera, dopo avere lungamente preparata Madlen a questo rito nuziale, indugiava ora nella stanza, riordinando le biancherie, vuotando l’acqua dai catini, e parlava, e camminava con leggerezza;--finalmente uscì. La finestra della mia camera dava sopra un balcone; m’ero affacciato verso la Plaza Nueva. Nel chiaro di luna poche ombre si dileguavano per le vie deserte; la vettura dell’albergo arrivò, carica di bagagli. Scese un pastore anglicano, con sua moglie, con sua figlia, con l’istitutrice di sua figlia, col cane dell’istitutrice di sua figlia; scese un vecchio; scese un ufficiale. Nessun vento muoveva il nastro di fumo della mia sigaretta. Pensavo a me stesso con un poco di commiserazione. Madlen?... Chi era Madlen?... Una donna che fra poco sarebbe mia. Seppellirei tra le sue braccia bianche la stanchezza di un desiderio troppo a lungo inesaudito; soffocherei nelle sue trecce calde, nel profumo della sua carne fino allora vietata, il sogno che le dava bellezza e mi dava tormento; conoscerei quel piccolo grido che i poeti chiamano amore. Io non sono un poeta; ecco, non sono un poeta. La poesia, quando sta per avvenire, mi esaspera e mi stanca. Di ogni desiderio bisogna impadronirsi repentinamente; bisogna godere, possedere, quando il cuore batte. Se un uomo ragiona, si accorge che ogni ragionamento conduce alla fine di esso, alla inevitabile sua distruzione. Guai ad esaminare da presso ciò che desideriamo. Quel che più ci tormenta è sempre una povera cosa, una bellezza vuota e monotona, leggera e dimenticabile. Solo i poveri di spirito hanno desiderî tenaci, apprezzano la durabilità e si appendono al proprio cuore come ad una forca. Ma chi possiede immaginazione, chi può e vuole rinnovare sè stesso, ha sempre il logico timore che un sogno si disperda in cenere quand’esso diviene realtà. Il bello nella vita è giungere al limitare di tutte le gioie; non varcarle, non possederle, non immergere in esse la nostra fugace anima. C’è una parola che mi sembra definisca tutte le bellezze; questa parola è: «altrove». Sì, la vera bellezza--il vero sogno--è sempre altrove. Questa notte all’hôtel de Vizcaya chiuderà la storia mediocre d’un uomo e d’una donna, ravvolgerà sotto una leggera coltre il peso d’infinite illusioni. Guardo le case di Bilbao. Splendono. Dormono. Son case mediocri, ove regna l’abitudine. Anche in esse, come dappertutto, un uomo ha sposata una donna; dalla consuetudine de’ loro amplessi è nato, com’era prevedibile, un figlio. Questo figlio è capriccioso, ingrato, ingordo. Il triste odore della cucina pesa nei loro grevi appartamenti; ogni sera, prima di addormentarsi, contano il denaro guadagnato; lo porteranno alla Cassa di Risparmio; diventeranno vecchi e devoti; per entrare nella grazia di Gesù inviteranno a cena, la domenica sera, il prevosto che maledissero... Buona gente, perchè siete venuti al mondo? Cos’è per voi la fiamma di questa meravigliosa vita?... Qui, come altrove, il terreno vale un prezzo. Vi cresceva l’erba; ora vi sorgono case. Da una, divenner diecimila e formarono questo grande alveare umano che si chiama città. Fra muro e muro avvengono cose le quali sembrano importanti; ma nessuno si accorge che tutta questa fatica, tutto questo rumore, finisce miserabilmente in un piccolo immondezzaio sotterraneo:--il cimitero. Sono passato per mille strade, ho veduto le piazze di mille città, ho inteso parlare tutti i linguaggi, sono entrato nelle case umili, nelle case lucenti, ho mangiato il pane che si cuoce con tutte le farine, sono andato in cerca di qualcosa che potesse dare veramente un senso alla vita... ma tuttavia dovrò cercare più lontano, camminare più lontano:--il senso della vita è altrove. Queste sono le case di Bilbao. Brillano. Dormono. È tardi. Una bella notte passa. Ma io chi sono? Io che faccio? Dove mai sarà la piccola fossa definitiva, il metro quadrato sotterraneo, che fra pochi anni racchiuderà me stesso, il mio cuore spento, il mantello di carne che porto, e con me, per me, l’infinito cerchio dell’universo nella irrevocabile ombra?... Credete voi davvero nelle favole dei taumaturgi che vi promettono il paradiso? Davvero voi credete ne’ paradisi? Cominciamo a parlare seriamente, uomini! Tutte queste favole sono vecchie, vecchie, decrepite... Sì, Madlen, voi avete una bella vestaglia, e siete veramente profumata come il calore di questa notte d’autunno. Le vostre calme braccia sono quasi nude. Guardando voi, penso che vi sono due maniere d’intendere la vita. Sempre due maniere. L’uomo non dovrebbe chiedere alla vita più di quanto essa gli offre. Dovrebbe godere la gioia senza esaminarla, e nel dolore medesimo cercare un poco di poesia. L’uomo, al suo cervello, deve dire:--«Non tormentarmi.» A’ suoi sensi deve dire: «Ubbriacátemi!» Ed all’anima, se pure c’è un’anima, deve dire:--« Sii tranquilla; un giorno riposerai.» Per quanto pensiate, uomini, per quanto voi facciate calcoli assurdi e meravigliosi con la geometrìa de’ vostri alfabeti, l’universo è una prigione della quale non riuscirete mai ad evadere su le ali del vostro pensiero. Ebbene, che importa? I vostri capelli, Madlen, hanno il colore degli abeti quando la sera li veste; mi sembrano--eppure non sono--scuri come le violette. Mandano il profumo dei prati quando è caduta, nelle sere d’estate, la rugiada. Voi siete bella: ecco una limpida verità. Come le prime volte, ora che mi siete presso, desidero il vostro corpo. L’odore che manda il vostro seno così bianco pénetra nelle mie vene, sopraffà il torpore del mio desiderio esausto. Da voi si comunica in me una specie di maravigliosa inquietudine. Penso a quelli che vi ebbero, e vorrei quasi potervi possedere con la fatica di un altro, per custodire in me all’infinito l’ebbrezza che non vorrei disperdere. Più non siete come le altre donne:--ora siete per me la donna che possiede il mio piacere. Sciogliétevi, svestítevi; coricate su molti guanciali, morbidi e alti, le vostre spalle così bianche. Togliete ora da voi tutto ciò che non è vostro; basteranno a vestirvi, nella penombra del paralume, i vostri capelli dolcissimi. Perchè non volete? Oh, che stranissima cosa!... una donna bella come voi, una donna che appartenne a molti uomini, e fu talvolta quasi mia, e parlò con me di tutto quanto il pudore vieta, e mi disse all’orecchio parole torbide, parole che sorpassano la voluttà... una donna come voi, Madlen, la quale ora si confonde, si turba, quasi mi dimostra una specie d’invincibile pudore... Cosa vi trattiene, Madlen? Forse ancora troppe lampade sono accese? Avete paura che la vostra gola bianca sia, tra questa mitigata luce, troppo nuda e troppo giovine?... Parlate! parlate! Non è questa la ragione? Allora dítemi qual’è. Siate sincera. Vi ascolto. Dítemi... Ma perchè piangete? Cos’è mai questa improvvisa commozione? A chi pensate? Cosa debbo fare? Nulla?... Sedere vicino a voi? Sì? volete?... Bene; mi siedo, vi ascolto. Anzi, vi prenderò su le mie ginocchia, vi terrò fra le mie braccia; saremo così più intimi, voi mi parlerete sottovoce... Dátemi la vostra bocca, Mad, e parlate in modo che ogni parola, ogni respiro entri, scenda, nel mio respiro. Ma no!... ma no!... voi dite una cosa che non posso credere! No, Madlen, questo no!... è assurdo! è infinitamente assurdo! Raccontátemi quello che volete; io potrò ascoltarvi, potrò sorriderne... ma non questo! non questo! È davvero una cosa impossibile... non credo, non credo!... via... non credo! Lo giurate?--Sia pure. Non voglio contraddirvi... non voglio essere un uomo scortese ed irritante, sebbene dovrei supporre che vogliate burlarvi di me. Oh, allora, se questa mia supposizione vi offende, non so proprio cosa pensare... Uno scherzo, una pazzia... come devo chiamarla? un caso davvero inimmaginabile, davanti al quale dovrò, per cortesia, rispondere che vi presto fede. Ma, scusatemi... e Lord Pepe? cosa faceva di voi Lord Pepe in questo caso?... Nulla?... Come nulla?... --Questa è la pura verità,--voi rispondete.--Nè Lord Pepe nè altri. --No, vi prego, parliamo seriamente! Questa è una cosa che non può essere, una cosa che voi dite per tormentarmi ancora un poco, per divertirvi ancora un poco di me. Lord Pepe non è uomo da tenersi per otto mesi un’amante, la quale sia stata per lui solamente una sorella... via!... --Non ho detto questo. Vi ho detto che non gli appartenni. È un’altra cosa. --È una cosa peggiore. --Forse. Ma non gli appartenni. --Allora spiegatemi la ragione, Madlen. --Io non amavo Lord Pepe. Questo è molto semplice. --Ma essere fra le braccia d’un uomo, ravviluppata con lui nella medesima coltre, od essere del tutto sua, non vi pare, Madlen, la stessa cosa? --No, affatto; non mi pare la stessa cosa. Ed è un’altra; infinitamente un’altra. Essere nelle braccia d’un uomo vuol dire permettergli d’intingere le labbra nel nostro medesimo bicchiere, quand’egli suppone di aver sete, o magari ha sete... Voleva dire, per me, scegliermi un compagno di cena, un coraggioso guidatore d’automobili, un ragazzo calmo ed elegante che sapeva ballare molto bene il tango argentino, e pregarlo di lasciar credere al mondo ch’io fossi davvero, come invece non fui, la sua amante. Voleva dire abbandonargli qualche volta, per curiosità, o magari per indifferenza, non me stessa, ma la fredda superficie di me stessa, e retribuire, con una specie di odio silenzioso, il denaro che spendeva per me, la pazienza che aveva nel sopportare i miei capricci... voleva dire insomma, che per quanto avessi provato a concedergli tutta me stessa, in me c’era un’altra donna che terribilmente non voleva... Anzi non dovete maravigliarvi: sono già quattro anni che vivo a questo modo, fra donne che vendono e regalano l’amore; appartenni di nome a cinque o sei amanti, ma il mio corpo non si concesse ad alcuno, perchè la gioia, la vera e più forte voluttà, per me consiste nel non appartenere a chi sta per prendermi. Questo vi sembra incomprensibile? Può darsi. Ma è tuttavia molto semplice. Volete sapere perchè piangevo? Volete proprio saperlo? Ebbene piangevo perchè ho sentito per un momento, anzi per la prima volta nella mia vita, il pericolo, quasi la tentazione, di rovesciare indietro la testa, e chiudere gli occhi, e dimenticare tutta me sotto il pallore della vostra faccia che mi guardava, la vostra faccia cattiva ed ironica, sì, come ora, come ora, sotto le vostre dure mani, che mi piegano... così... così... Nella stanza entrava la notte, calda, pesante, a continue folate. In me, in lei, si propagava l’irritazione di queste parole, serpeggiava l’odore della sua bellezza; io sentivo con una specie d’inerte coscienza fisica, sentivo con una tentazione opaca e tormentata, che questa incredibile cosa era esattamente vera, e mille particolari quasi dimenticati risalivano d’improvviso nella mia memoria; sentivo che una creatura non posseduta era nelle mie braccia, si premeva contro il mio desiderio, mi faceva intravvedere una forma nuova dell’amore, una forma inattesa del vizio, quella di passare immacolata su l’orlo d’ogni voluttà e negare ai propri sensi la naturale pacificazione. Pensavo:--«Ecco una donna che può sembrare inammissibile, quando invece mi confessa la sua storia più vera; una donna che io chiamerei, se dovessi darle un nome, l’esasperazione.» La guardai, e mi pareva così lontana dalla purezza, ma nel medesimo tempo così diversa dalle altre peccatrici, ch’io dissi, quasi per deridere il senso delle mie parole: --Dunque voi siete ancora imposseduta, e siete anzi, per me, impossedibile?... --Sì, la parola è questa: io sono veramente impossedibile. Tutto il mio corpo non vuole, forse non può. Mi sono educata al piacere imparando a rinunziarvi. Sano pazza di questo desiderio continuo, che i miei sensi non vogliono esaudire. Ho atteso terribilmente questa grande cosa nuova, che forse è nulla. Voi dovete sapere ch’io lasciai la mia casa molti anni or sono, perchè volevo andare in cerca di un amore che non c’è, di un godimento che non si trova; e sin da quando ero fanciulla sentivo l’attrazione di questa vita notturna, che forse m’invecchierà in pochi anni e mi lascerà il dolore di ricordarmi che sono stata bella, che ho avuta un’anima limpida, e che forse amai questa vita perchè appunto non doveva essere la mia. Infine, benchè la cosa mi sia indifferente, non dovete nemmeno credere ch’io viva con il denaro altrui. Io sono ancora molto ricca, forse più ricca di tutti i miei amanti. Le sue mani, allacciate alle mie spalle, si muovevano con una specie di dolore; ne’ suoi occhi era una luce innaturale, perversa, un’espressione la quale mi faceva pensare alle orribili forme che assume talvolta la sensualità nelle donne mal possedute. Tutto ciò--pensavo--era colpa del primo che non la seppe genuflettere, che male desiderò e male conobbe la sua bellezza tormentata. In fondo era una povera donna, forse una donna malata, che cercava con esasperazione d’immergere i suoi vivi sensi nella gioia della vita. E gli uomini, più ciechi di lei, erano passati accanto alla sua complicata innocenza, nè si erano mai dati la pena di guardare se in lei fosse nascosta un’anima, forse un’anima profondamente offesa da quella fredda e brutale realtà che per ogni fanciulla rappresenta il principio dell’amore. Adesso, in lei, questa parola suonava come il rumore di una moneta falsa; era divenuta, non la beatitudine, ma l’angoscia de’ suoi sensi. Forse il grembo inesaudibile di questa vergine perduta cercava nell’amore una gioia che l’amore per sè stesso non può dare. Una tentazione lenta, calma, piena di novità, gonfia di sperdimento, saliva nel mio turbato spirito, innamorava il mio cuore trepido, mi faceva sentire, confusi nella tentazione delle sue pesanti colpe, il singolare pregio della donna che non fu di nessuno. E volevo domandarle mille cose, che mi parevano anche inutili... Pensavo alla prima sera quando la vidi, quando eravamo seduti presso, nel Casino di San Sebastiano; e ricordavo la fisionomia di Lord Pepe, là, dirimpetto, che apriva e chiudeva con nervosità il suo bellissimo astuccio d’oro scintillante, mentre si pavoneggiava con serietà, con eleganza, davanti agli occhi di tutta la Spagna, orgoglioso di mostrarsi con una donna tanto ammirata, benchè non sapesse nascondere la sua palese inquietudine davanti allo sciupìo di quel denaro che le crudeli mani dell’amante, quasi azzurre come le perle, raddoppiavano sul tavoliere ad ogni messa perduta. Di lei mi ricordavo con esattezza, quasi con dolore. Il suo braccio nudo impolverava leggermente la mia manica nera; una gran folla si muoveva; il denaro pesava sul tappeto, esagitava le convulse anime dei giocatori; dai lampadari d’ottone oscillanti sopra i tavolieri cadeva su noi, su tutti, una opprimente fiamma un alone caldo, una specie di rossa eccitabilità, che alterava le cose, i lineamenti, perfino i pensieri. Dalle finestre aperte verso il terrazzo entravano i densi profumi, la pesante serenità della sera d’autunno; io mi sentivo a disagio, sentivo quasi la tentazione di piegare la bocca sovra la sua spalla così nuda... Perchè mai? Altre donne, forse belle come questa, passavano davanti a’ miei occhi, vicino a’ miei sensi; ed io le guardavo come si guarda un bel quadro, una bella vetrina, un gioiello che abbia valore, ma nel medesimo tempo sia profondamente inutile... Invece sentivo che c’era in lei qualcosa di non afferrabile, una specie di novità funesta, un’attraenza contagiosa e perversa, che mi dava, quasi ubbriacandomi, un senso di confuso dolore. Pensavo a’ suoi movimenti, ch’erano così diversi da quelli delle altre donne, alla sua voce, che rimaneva nei sensi come una ondata di musica, e pensavo alle parole che mi aveva dette con la sua bocca rossa, quella prima sera, mentre stava con i gomiti nudi appoggiati sul tavolino della cena:--«... voi che avete scritto qualche libro, forse qualche libro d’amore, perchè venite così lontano, in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle case da gioco il vostro cuore che ama l’Atlantico?...» Infinite altre cose pensavo; e la voluttà, l’attesa di possederla, svaniva in un desiderio mille volte più profondo, più dolce, più intimo, si alterava in una specie di riconoscenza fisica per questa donna così piena di colpa ed ancor nuova all’amplesso; diveniva una specie di soave dolore, di lenta musica, un’aspettazione vasta e grande, nella quale io stesso riuscivo quasi a nascondere un senso indefinibile di purità. E la notte cadeva su noi, ci avvolgeva nel suo musicale silenzio, ci faceva godere la gioia d’esser tranquilli, d’essere vicini, d’essere veramente giunti su l’orlo dell’amore, nella poesia di questa bella favola eterna e lieve che si chiama l’amore, nella infinita, beata ilarità che prova l’anima quand’essa può svegliarsi, può ridere, può splendere, giovine ancora come una volta e piena di sole, di sole... Nè io volevo essere per lei quello che altri furono. Custodisse ancora il suo vizio indocile, la gelosia dell’ultimo suo peccato; fosse ancora per altri, e non per me, una dispensatrice di tormenti, una perfetta e ingaudibile amante; portasse ancora, illeso dal mio desiderio, quella oscura febbre del suo grembo, quel tesoro di ebbrezza non goduta, dopo il quale, forse, non diverrebbe che una povera donna di piacere, irritata e ingrata, come altre mille che si piegano con la bocca fredda, con gli occhi serrati, sotto la forza nemica di un possessore che le opprime. Sì, è tardi... è tardi... Ora posate il capo su la mia spalla, Madlen; chiudete gli occhi, dormite... L’ora del sonno è bella quando la finestra impallidisce. ---- Ora cominciava il pericolo. Il pericolo di prendere sul serio questa leggera, fragile, inutile cosa, che tutte le donne possiedono, almeno per brevissimo tempo:--una verginità. Pare nulla, ed è quasi la storia del mondo. I popoli sono divisi dalla maniera d’intendere questa fondamentale origine delle famiglie. In Europa, e sopra tutto ne’ paesi latini, si dà un valore certo esagerato a questo velo di purezza, che per la sua tenuità è facilmente soggetto agli strappi. Ma il focolare non arde come dovrebbe ardere, là dove il suo custode non fu quegli che accese la prima vampa. È una sciocchezza voi dite?... Sì, forse. Un pregiudizio medievale, un residuo di barbarie che la letteratura coltiva prodigiosamente?... Sì, forse. A bene pensarvi, la cosa manca di serietà. Ma in ogni caso è un pregiudizio importante, una inciviltà caparbia, un difetto per ora non superabile dalla natura umana. Può darsi venga un giorno in cui le vergini non saranno più di moda e spariranno queste imprecise distinzioni fra donna e donna, tessute molto spesso dalla sola impostura. Io penso che un tal giorno verrà; anzi lo credo e spero fermamente. Oggi nondimeno bisogna riconoscere che la famiglia del ventesimo secolo è tuttora fondata su questi due pregiudizi gravi:--l’obbligo della originaria purezza e della conseguente fedeltà. Quando s’incontra un uomo, il quale dice che può far a meno di entrambe queste cose, noi riteniamo che sia un disonesto. In fondo lo è. Talvolta può essere un semplice millantatore. L’ombra di un altro, che fu prima di noi, è sempre funesta nella donna che si ama, e persino in quella che solamente si desidera. Dunque può darsi che ciò non sia un pregiudizio degli uomini, ma veramente un pregiudizio della natura. Forse, quand’ella stava lavorando a quell’invenzione pratica e geniale che poi nel mondo finì con chiamarsi amore, si accorse che per renderla eterna bisognava coinvolgere in essa il pensiero ed il segno del divieto. La natura fu provvida, e sarebbe davvero peccato se la malizia degli uomini riuscisse a mettere in quarantena questo leggero e dolce inconveniente. Il secolo ventesimo è il secolo dei paradossi; piace a tutti confondere in speciose negazioni le antiche verità. Ma questa è letteratura; provvisoria ed acrobatica letteratura. Quando poi si viene al caso pratico, ognuno di noi s’accorge d’essere nuovo e moderno su per giù come un uomo preistorico. Le teorie passano, i concetti puri sono miraggi che svaporano; l’uomo rivolgerà, sovvertirà in ogni modo possibile i principî della vita;--ma se v’è cosa che mai gli uomini riusciranno ad intendere con altri sensi e con altra immaginazione, questa è certamente l’amore. I seduttori di mestiere, i Don Giovanni da strapazzo, tutti coloro che dispensano la propria irresistibilità come un sovrano munifico dispensa le croci da cavaliere, poi gli annoiati, gli scettici, quelli che vi parlano della donna come se conoscessero prodigiosamente i più solleticabili cantucci della sua dolce anatomìa, tutti costoro appartengono spesso a quel numero d’ingenui che un bel giorno finiscono poi con riabilitare una prostituta o condurre al talamo la propria cameriera. Un solo uomo può non temere il pericolo della donna: ed è quegli cui mancano le tentazioni della virilità. Ma gli altri dovrebbero guardarsi bene dall’esprimere giudizi o teorìe, poichè nell’amore c’è sempre il caso imprevedibile. Questo caso imprevedibile turba l’immaginazione, piace più di tutti gli altri, è insomma il natural fuoco e la buia tristezza dell’amore. Al mondo c’è una sola cosa veramente nuova: ed è la donna della quale ci s’innamora. Ma quando non troverete più, fra mille, una sola che vi piaccia, una che sia per voi bella come la primavera e di sè infiammi con splendore tutto il cerchio del vostro infinito, allora sarete per sempre una fredda cosa inaridita, un fuoco morto sotto la cenere, una fontana esausta, un giardino distrutto, un campo senza fiore, una sorgente senza vita. Ora per me cominciava il pericolo. C’era in lei qualcosa d’innocente, una purità insospettabile, una gioia non ancora posseduta. Questa maravigliosa cortigiana aveva saputo custodire intatto il suo grembo di fanciulla; si era data senza lasciarsi prendere, aveva tormentato senza esaudire. Per quanto ciò paresse incredibile, io sentivo con esattezza che ciò era vero. In questa femmina di piacere, perversa e complicata, c’era un senso di verginità insoffocabile, che le impediva d’essere un’amante. Quelli ch’erano stati vicini a possederla, di lei conoscevano soltanto il vizio, non l’amore. Aveva lasciata la sua famiglia troppo severa, per immergersi nel rumore delle orchestre, per vivere nella soffocante atmosfera delle case da giuoco, per alzare col polso un po’ tremante i cálici che traboccano di vini biondi; aveva cercato nei balli notturni, fra le donne perdute, come una libera cortigiana, l’amore divino ed introvabile che ogni vergine sogna d’incontrare nell’amante al quale si dà. Ma invece il suo freddo cuore dormiva nei sensi terribilmente innamorati; ella si avvolgeva nel vizio con una specie di opaca ira, voleva essere una dura e splendida cortigiana, per avvicinare il suo corpo al fuoco di tutte le tentazioni e salvarlo dal pericolo di gioie troppo lievi. Io compresi perfettamente che una donna potesse custodire la sua purità come un supremo vizio, e non per renderla ad altri, ma solamente a sè stessa, più lenta e più pericolosa. Ella mi raccontava queste cose, io l’ascoltavo; anzi, per meglio dire, indovinavo tra le sue parole confuse una verità complessa e difficile, assurda e verisimile, che solamente in lei, vicino a lei, nel guardare la forma del suo corpo, il colore de’ suoi occhi, trovava una spiegazione del tutto ammissibile. Era--io pensavo--una donna che amava patire, una folle che andava cercando su la terra l’introvabile paradiso, nell’amore una gioia così forte che potesse ucciderla, mentre in lei si nascondeva, forse organicamente, una specie di divieto ad esser femmina, quasi un oscuro ed incancellabile segno di sterilità. Per quanto si usi dire che ogni vera madre è una vera amante, forse un medico potrebbe dimostrare il contrario. Nella vera amante c’è’ spesso il desiderio, più ancora l’intenzione della sterilità. Il suo grembo non vuol sottomettersi al peso, alla deturpazione della fertilità materna. La infinita bellezza ch’ella prova e regala con i suoi sensi non vuole giungere ad assorbire la vita, ma preferisce soffocarla, deluderla, poichè le sembra sia questo un bene superiore alla vita medesima. La perfetta voluttà esclude ogni altro fine; c’è in essa una tendenza verso l’uccisione. Le dispensatrici d’amore, quelle che posero ingegno ed anima nel raffinare la tepida gioia della procreazione, quelle che fecero de’ propri nervi uno strumento complicato e mirabile, quelle che superarono il loro natural destino e patirono la bellezza dell’amore come la bellezza di un’opera d’arte, non sentirono mai, anzi rifiutarono, il bisogno di perdere sè stesse in un’altra vita. Essere madre vuol dire impoverirsi, vuol dire sommergere la propria vita in quella che nasce; la vera madre sopporta il procreatore, non cerca l’amante. Io pensavo:--«E questa non potrà guarire, se non trova chi le dia l’amore inatteso, involontario, per una creatura sua. Forse la fatica materna potrebbe ricondurre alla pace il suo grembo esasperato. Chi fu il primo a baciare la sua bocca, doveva impadronirsi di lei, o con la violenza o con l’amore. Sarebbe divenuta un’altra. Ma quel primo le permise di non abbandonarsi; ed ella da lui si levò come una fanciulla che avesse provato invano ad essere un’amante.» Pensavo:--«Un giorno, dopo tante immaginazioni sterili e dolorose, forse troverà, nel fumo d’una sigaretta oppiata, nella spuma d’un bicchiere troppo colmo, nella fuggitiva illusione d’una parola d’amore, l’uomo che saprà d’un tratto farle terribilmente male, contorcere fino allo spasimo la sua perduta e bianca nudità. Allora sarà di lei quello che doveva essere il primo giorno. Ma troppo tardi. Quando non potrà più incamminarsi per la via naturale, fredda, calma dell’amore; quando i suoi sensi avranno imparato a cercare la gioia sempre più oltre, dove l’esaudimento non può essere, dove non è. Questa bella creatura, che in sè nasconde forse un ideale, andrà cercando fra mille uomini chi le dia l’amore, quell’amore che non è nei sensi, ma è nell’anima, e che l’anima di una creatura così delusa non può nè dare nè conoscere. Invecchierà presso le tavole da giuoco, strofinando i suoi gomiti nudi sui tavolini delle cene, appressando le sue labbra tinte all’orlo dei bicchieri ubbriacanti, riderà, splenderà, come una creatura che per vivere senta il bisogno delle droghe artificiali. Qualche uomo prepotente sarà il suo padrone, di qualche altro sopporterà la lascivia indelebile; e gli anni passeranno, e la vita notturna incaverà i suoi occhi splendenti, e dalla sua carne luminosa uscirà, più cruda, la forma dello scheletro, e sarà vecchia, e sarà povera, e i denti falsi brilleranno di una luce opaca nelle gengive pallide, e la sottile tosse dei tisici tormenterà i suoi polmoni arsi dalle sigarette oppiate; un giorno avrà un deliquio, morrà sopra un divano, la porteranno al cimitero... È triste. Sì, Madlen, questa luccicante Bilbao diventa in breve una città noiosissima; i suoi teatri sono teatri di provincia, le sue strade fanno troppo rumore, i suoi campanili mancano di spiritualità, i suoi abitatori, a ben guardarli, hanno facce plebee, rapaci ed insolenti... La sola bellezza che riposa l’anima del forestiero è questo lento e calmo Rio Nervion, che trascina fra i moli sfavillanti, su ampie zattere, i tronchi delle sue foreste originarie. Ma camminiamo ancora un poco, Madlen; è dolce camminare con voi, mentre l’afa del pomeriggio svanisce tra gli alberi che profumano il verde Paseo del Arenal. Più tardi, quando saremo lontani, voi da me, io da voi, Madlen, e la distanza ed il passato--le due vere musiche del mondo--avvolgeranno le nostre anime di camminanti, questa bella e profumata sera in noi risalirà, come il sogno d’una bellezza perduta, sarà il tormento sottile, divino, di un amore che perdemmo, il fuoco e la tremante memoria di un lontano amore che passò. Camminiamo ancora un poco, Madlen; cerchiamo di essere attenti: le città sono come le anime, non si lasciano indovinare a prima vista. Bisogna guardarle, ascoltarle, trovare in esse la via della lor confidenza. Bilbao non vi piace?... Perchè non vi piace? Probabilmente senza una ragione ben definita. Essa vi annoia. Vi sembra una città ricca e 1 . 2 3 , , 4 , , 5 , 6 - - . 7 8 , 9 , , 10 , 11 . , 12 13 . , 14 , , 15 , 16 . - - ( 17 ) - - 18 , , , , , , 19 , , , , 20 . , , 21 , 22 . , 23 , , , 24 . , . 25 , 26 , 27 ? . . . , 28 . 29 30 , , 31 , 32 . , 33 , 34 , 35 . 36 , 37 , . 38 39 , , , 40 , 41 , , ! . . . 42 43 . 44 - - ; 45 . 46 47 - - - , - - . 48 49 ; 50 , - , 51 , . 52 53 , 54 , 55 . , 56 , . 57 . 58 59 , , , , 60 . 61 62 - - , ! . . . 63 64 , , ; 65 , 66 . 67 68 - - - 69 - , 70 - - . 71 72 , 73 . 74 , 75 . 76 , 77 - - - - 78 , - 79 - . 80 . 81 82 « , ; 83 84 , 85 . » 86 87 - - . 88 , 89 , 90 , , 91 , 92 . 93 94 ; 95 ; ; - - . 96 97 « , , ? » 98 99 , , , 100 ; 101 , , , 102 . 103 , 104 , 105 , 106 , , , 107 - - , 108 - - , , 109 , 110 . 111 112 113 « » . , 114 , 115 , : - 116 . . . - » 117 118 , , , 119 , 120 , 121 . 122 123 ; 124 ; 125 126 , , 127 128 . 129 : - - , , 130 . 131 132 , 133 134 . 135 136 , , 137 . 138 , ; 139 . 140 141 « , , 142 , , 143 . , 144 , 145 , 146 , , 147 , - - - - . 148 , , 149 : « - - , . » 150 151 : ; 152 , 153 : . 154 155 , , 156 , 157 : « . » , 158 159 ? 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