Abitualmente stava seduta in un angolo, a far la chioccia delle sue
pulcine; queste andavano intorno, scodinzolavano, schiccheravano, di qua
e di là, un po’ dappertutto; indi facevano ritorno a lei per
dirle:--Mammina, ho fatto l’ovo!
Con un sorriso quanto mai garbato e con maniere piene di rispetto mi
accostai al suo divano:
--Se digne Usted de excusarme...
--Hable, hable, Señorito!
Il mio gergo ed il suo fiorito linguaggio non si potevano intendere
senza una certa difficoltà; ma siccome la causa del nostro abboccamento
era d’indole alquanto internazionale, giunsi nondimeno a spiegarle ch’io
desideravo conoscere la bella Pastora Imperio.
--¿Pastora Imperio?... Donde està Pastora Imperio?...
Il triplice mento e le rosee guance della venerabile Donna si gonfiarono
di un solenne stupore; poi si levò, andò a vedere di persona qual fosse
la brunissima danzatrice che io le decantavo, e tornò indietro muovendo
le braccia, come se disegnasse nell’aria tanti punti esclamativi.
--No, señorito! no, señorito! La niña que Ud. quiere es Socorrito!...
Socorrito la Sevillana...
E lì un diluvio di parole per illustrare la perfetta rassomiglianza che
tutti riconoscevano alla Sevillana con Pastora Imperio, ed i meriti
assai maggiori di Socorrito in paragone dell’altra, senza contarne la
più fresca età--nove anni di meno, mi giurava doña Beatriz--e poi «la
delicateza» e poi «el desinterès» e poi «la hermosura» e poi tante altre
buone cose intime, per le quali era una fortuna impareggiabile quella di
poter conoscere Socorrito la Sevillana...
Un po’ deluso, le feci tuttavia scorrere nel palmo della benefica mano
un biglietto da cinquanta pesetas, ch’ella nascose nel seno, dopo avario
sbirciato, e mormorò, quasi arrossendo:
--Señorito, Ud. me humilia!...
Che purezza d’animo! che ineffabile candore!... Fatevi coraggio, doña
Beatriz!... Conviene prendere la vita con una certa filosofia. Non
vedete? Io sono innamorato di Madlen, volevo Pastora, e dovrò infine
contentarmi di una semplice Sevillana. Ma perchè dunque non mi avete
lasciato credere nel mio delizioso errore, dicendomi:--«Sì, è Pastora
Imperio,»--e facendo a lei stessa dire:--«Sono Pastora Imperio...»?
Ebbene, accetterò il vostro consiglio, doña Beatriz. Nove anni di
meno... Rassegnamoci. E dunque parlatele voi, doña Beatriz; ditele voi,
trovate il mezzo voi di scavalcare quell’intrepido ufficiale. Io vi
aspetterò sul terrazzo, nel buio, nell’ombra, come un innamorato, come
un reo...
Le donne, in fondo, non sono mai l’amore; sono qualche volta la via
necessaria per giungere all’amore.
Uscita che fu la matrona sul terrazzo, non saprei dire come le cose
andarono, ma forse, ad un certo punto, la Sevillana stessa dovette far
presente all’ufficiale di cavalleria che il giorno appresso, di
buon’ora, egli avrebbe dovuto addestrare al percorso un imbattibile
saltatore,--pensiero che i begli occhi della Sevillana avevano in lui per
un attimo dissipato.
Egli allora tracannò--grave imprudenza!--un ultimo bicchiere di Malaga,
strinse la mano di quella che fu per un momento Pastora Imperio, e se ne
andò facendo risuonare gli speroni.
Ecco,--ed io mi trovai di fronte all’amore.
Una bella ragazza impacciata ed una pingue affabile donna, che il mondo
calunnia di nomi scortesi per l’inoffensivo mestiere che fa...--ecco
l’amore.
Dopo tanti sogni, dopo tante follìe dei sensi e dello spirito nel
desiderare un’altra non ancora posseduta, ch’era lì, quasi a due passi
da noi, dopo le danze di Pastora e la voce di Madlen...--ecco l’amore.
Sì, va bene, va bene, povera Sevillana... se mi attenderete un momento,
giù dalle scale, o fuori, nel giardino... ora, fra poco, verrò.
E Socorrito, fiore di Siviglia, con i suoi occhi neri e calmi, fatti a
mandorla, belli come l’indifferenza, mi guardò, sorrise, disse di sì.
Non volevo mostrarmi a fianco della Sevillana, in quelle sale medesime
ove ogni giorno ero solito venire in compagnia di Madlen Green.
Rientrai. Madlen giocava; era in piena disdetta; Lord Pepe aveva una
faccia lugubre.
--Oh, ditele voi che si fermi un poco!--esclamò Lord Pepe.--Sono mazzi
terribili! Non si riesce a vincere un colpo.
Le avessi pur dato questo ragionevole consiglio, la mia raccomandazione
sarebbe stata inutile. Feci assai meglio. Contai la somma che ancora le
rimaneva sul tappeto, la raddoppiai con altrettanto mio denaro e le
dissi:
--Ora, vi prego, giocate anche per me. Vinceremo. Io torno all’albergo.
Sono stanco; mi duole il capo.
Ella si volse con un movimento veloce, un movimento imprevedibile, che
fece brillare la sua nuca e diede una specie di contrazione alle sue
spalle nude. Mi guardò, sorpresa, offesa, con i suoi bellissimi occhi
dorati, che la maraviglia empiva quasi d’innocenza; poi disse:
--Come? ve ne andate prima di cena? Ma perchè?
--Sono stanco. Poi debbo scrivere molte lettere, molte lettere...
--Dov’eravate finora?
--Là fuori, sul terrazzo.
--Ah?... sul terrazzo?...
E si rivolse, con un movimento più repentino ancora, prese un fascio di
denaro, lo buttò sul tavoliere, attese qualche attimo, vinse.
Io dissi:
--Comincia la fortuna. Continuate. A domani, Madlen. E Lord Pepe rideva.
Ella notò nel cartoncino, col suo lungo spillo, il colpo vinto; poi
disse, quasi fra i denti:
--Tieni, c’est drôle!... je n’aime pas les gens qui ont la migraine!...
----
La Sevillana mi aspettava sul limitare del giardino. Mi aspettava con
indifferenza, con pazienza, ed era già ravvolta nel suo mantello verde.
Camminava nel chiaro di luna, in su, in giù, lungo il porticato. Quel
suo mantello verde non mi piaceva. Era inoltre senza maniche. Non si
poteva darle il braccio.
Talvolta è più facile desiderare una donna che rassegnarsi alla gioia di
averla ottenuta. Nulla è triste come l’andare così--un uomo ed una
donna--meccanicamente a svestirsi. Questo io pensavo, nell’accompagnarmi
con la Sevillana, in quella notte calda e profumata, che illuminava di
stelle i viali della Concha.
Era certo una bella ragazza. Sì, era una bella ragazza. Ma come potevo
io perdonarle di non essere Pastora Imperio? E guardando i suoi occhi
fatti a mandorla pensavo con esasperazione agli occhi di Madlen.
Nord e sud: la distanza infinita.
Le domandai se volesse andare a cena. Ma Socorrito non aveva fame, non
aveva sete, non aveva niente... Le domandai allora se preferisse
camminare; mi rispose di sì.
Scendemmo lungo la riva del mare. L’acqua verde si muoveva come una bene
intramata stoffa di seta. Le acacie stormivano; il chiaro di luna
dormiva su l’acqua orlata di sottili frange. Un lume rosso brillava sul
Castello di Monte Urgull. Le cabine da bagno, addossate le une alle
altre su la bianca riva, sembravano in lontananza un gregge
addormentato.
«Je n’aime pas les gens qui ont la migraine...»--Questa frase mi
picchiava nel cervello, mi esasperava i nervi, volava intorno a me,
saliva, serpeggiava nel rumore delle mie concitate vene. Ogni tratto,
mentre pensavo a cercar materia di conversazione, quelle sue parole
tornavano, aspre, irridenti, con la medesima voce che le aveva
pronunziate, con il profumo stesso della bocca di Madlen... «Je n’aime
pas les gens qui ont la migraine...»
Allora guardai la Sevillana, volli dirle qualcosa di molto intimo, e le
feci questa bella domanda:
--Quanti anni avete, Socorrito?
--Veintecuatro, señor.
--E chi era l’ufficiale con il quale parlavate poco fa?
--El capitano Trebo.
--Di Madrid?
--Sì, de Madrid.
Questa conversazione interessantissima continuò sul medesimo tono sino
in fondo alla passeggiata. Parlammo, credo, anche del mare. Io provai,
di fronte alle bellezze della natura, una scettica e tetra sfiducia.
Così camminando noi cercavamo la via dell’amore. Qualche volta essa è
già fra un uomo ed una donna, forse brilla, e non la si vede. Bisogna
cercare, frugare; mettervi per caso il piede; sbagliando il passo,
inciampare in quel gradino invisibile che porta in alto, verso l’amore.
Qualche gente passava, rada, fra gli alberi, camminando piano. Veramente
non sapevo più cosa dire a questa bella Sivigliana, che portava un
mantello così verde. Presi a domandarle perchè non l’avevo mai veduta
prima di quella sera, e cosa faceva, dove abitava, se avesse un amante,
se fosse mai stata a Parigi, se conosceva qualche Italiano, se amava il
suo Re...
--Bene, torniamo indietro?
--Torniamo.
Davanti alla terrazza d’una birreria sostammo, perchè mi parve di aver
sete.
-«Cerveza de Pilsen--Horchata de chufas--Limon helado»-
Ci sedemmo ad un tavolino, sotto i plátani. Era tardi; nel locale
semivuoto un cameriere scopava, sollevando molta polvere.
--È strana la rassomiglianza che avete con Pastora Imperio! Da principio
credevo che foste proprio lei.
--Doña Beatriz me lo ha detto. Vi piace Pastora Imperio?
--Sì, mi piace.
Bagnò il suo labbro carnoso nella schiuma del bicchiere di birra, poi
disse:
--Allora, forse, vi piaccio un poco anch’io?
--Perchè dite «forse»?
Quando il sorriso illuminava i suoi calmi occhi, pareva che le spuntasse
tra le ciglia un orlo di minutissime scintille. Da principio anch’ella
taciturna, divenne improvvisamente loquace. Il suo mantello verde non
era più così verde; si spegneva. E cominciò a narrarmi una dopo l’altra,
senza pause, con volubilità, un gran numero di cose.
Quando una donna, dopo la mezzanotte, sotto un viale di plátani, ha una
mezz’ora di tempo libero per discorrere con voi, ella comincia molto
spesso con raccontarvi la sua storia.
Questo fu precisamente il caso della Sevillana. Le biografie delle donne
sono molto interessanti, forse perchè mancano di senso comune.
Dunque il padre di Socorrito, a Siviglia, era un maestro di musica; le
aveva insegnato il canto. Ma durante un inverno assai rigido ella prese
la pleurite; guarì, grazie alla Beata Vergine più che al sapere dei
medici. Ma purtroppo non le tornò la voce. Una carriera spezzata!...
Ballare non le piaceva; prender marito non poteva, poichè nel frattempo
si era innamorata di un baritono, il quale, ammogliato e con prole, non
aveva punto esitato a regalarle un figlio. Il bambino se lo presero i
nonni; e morì. Quel baritono, l’anno dopo, era partito per l’Argentina
con un’altra cantante. Ah, i baritoni, che gente poco delicata!... Ed
allora Socorrito, che preferiva la vita onesta, cercò di aprire un
negozio di mode, nel Paseo de la Castellana, a Madrid. Ma nessuno
comperava i suoi cappelli, onde il negozio in poco tempo fallì. E
convien notare che i suoi cappelli costavano poco, non solo, ma erano di
buon gusto, poichè molto spesso li copiava dai modelli autentici della
rivista parigina -L’Art et la Mode-. Allora dovette farsi amica di un
generale in ritiro, molto ricco, il quale aspettava la morte di tutti i
suoi parenti per convolare seco lei a giuste nozze. Glielo aveva
promesso. Leale come un vero soldato, lo avrebbe anche fatto. Ma la
sfortuna volle che Socorrito, ancor prima di recarsi all’altare, si
facesse cogliere in flagrante crimine d’adulterio col nipote del
medesimo generale, un bel ragazzo di vent’anni, senza il becco d’un
quattrino. Laonde rimase vedova. Tutti, anche a Madrid, le parlavano
della sua grande rassomiglianza con Pastora Imperio...
In quel punto la birra finì.
--Camarero, dos otras cervezas.
. . . . e starebbe a San Sebastiano circa un mese ancora, nella speranza
di poter giocare alla «roulette». Il «trente et quarante» non le
piaceva. Si perde sempre!... Però un’amica di lei, Dolores, conosceva un
buon sistema. Quando seppe ch’ero stato a Siviglia, divenne affettuosa.
Poi mi domandò con circospezione se fossi l’amante di Madlen Green. Le
risposi di no, lealmente. Forse non credette. Aveva pure qualche intimo
dubbio su la ricchezza di Lord Pepe. Si udiva mormorare che fosse più
ricca lei... Mi fece sapere che fra tutte le pietre amava i brillanti,
fra le pellicce lo zibellino. Appunto aveva una costosa pelliccia in
deposito a Madrid. Ma non era, purtroppo, di zibellino. Volle sapere se
all’hôtel Maria Cristina c’era quell’anno molta eleganza. Poi mi domandò
se vi abitava un certo Argentino, piantatore di caffè, che le aveva
proposto l’anno prima di condurla seco in America. Gli Argentini,
secondo lei, spendono molto ma son poco educati. Gli Spagnuoli, secondo
lei, son gentili con la donna quando ne sono innamorati. Ma i forestieri
lo sono sempre. Mi raccontò che doña Beatriz aveva il difetto di alzare
un po’ il gomito. Non era cattiva di cuore, ma per cinque pesetas
avrebbe venduto Cristo. Lei, del resto, la conosceva molto poco...
--E in amore?
Oh, in amore, Socorrito fiore di Siviglia non era punto complicata.
Quella soverchia erudizione delle donne francesi le pareva cosa
riprovevole. Non sempre, ma qualche volta, le piaceva naturalmente avere
un bel giovine con sè. Lasciarsi fare:--ecco la sua teoria.
Parlammo anche della castità. Ne parlammo con perifrasi oneste. A lei,
dopo una settimana, veniva il mal di capo. Se le veniva il mal di capo,
era costretta a farselo passare...
Anche la seconda birra, su questo, era finita.
Ci levammo. I plátani avevano tra le foglie qualche lontana stella. Un
buon odore d’autunno saliva dalla terra umida. Il chiaro di luna batteva
su la case addormentate.
Un guaio. La bella Socorrito alloggiava in una pensione di famiglia,
dove la padrona era donna molto seria, che alle sue clienti non dava
licenza di ricevere ospiti. E poi si dice dai pessimisti che non vi sono
più case per bene!...
Laonde suonammo ad un certo albergo del Robinson Crosuè, dove, non
saprei dir come, il famoso viandante si è fatto locandiere.
Una stanza rossa ed un letto bianco; sul marmo del lavabo due catini
sfavillanti; una litografia; qualche seggiola di stoffa; un armadio di
noce; un’altra litografia.
Socorrito si tolse il mantello verde senza maniche, si tolse il
cappello, i guanti, e mi chiese una sigaretta.
Aveva le trecce così nere che parevano immergere tutta la sua persona in
un cerchio d’oscurità. Sedette su l’orlo del letto, con i due gomiti su
le ginocchia. Vedevo le sue ciglia brillare, le sue forcelle di
tartaruga splendere nelle treccie compatte. La gonna tesa, rialzata fin
sopra le caviglie, ben ravvolta contro i fianchi, scopriva la forma del
suo grembo, ch’era d’una sanità schietta come il pane.
Le sue calze traforate sparivano in su, nella profonda ombra. Il suo
mantello verde, buttato sovra una poltrona, era fra noi la sola cosa
estranea. Cominciavamo con esser intimi; la sua bocca, stringendo la
sigaretta, mi sorrideva. Le sue mani un po’ grandi, mani di una bella
Sivigliana che ha dovuto lavorare per vivere, adesso eran lisce,
limpide, intrise di pomate, con l’unghie molto rosse, rigenerate ormai
dalla sapienza dei profumieri di Francia. Quelle mani tuttavia mi
facevano pensare ad una imitazione.
Quando un uomo coltiva un poco la propria sensibilità, riesce facilmente
a scoprire nella donna il quadro falso.
Non importa. Ogni collezione ha le sue tele apocrife.
Socorrito fiore di Siviglia fumava come una zingara, con dispregio e con
voluttà.
Io frattanto pensai di mitigare la luce, ravvolgendo una sciarpa intorno
al lume. La via dell’amore, dicono, è semibuia.
Sedetti anch’io su l’orlo del letto;--e parlammo.
Naturalmente aveva già conosciuto un altr’uomo il quale mi somigliava.
Questo accade molto spesso. Tutte le donne han conosciuto un altr’uomo,
che le fa pensare a noi.
--Benissimo,--le risposi.--E che mestiere faceva?
--L’agente d’assicurazione.
--Dunque un uomo di spirito. E vive ancora?
--Perchè? v’interessa?
--No, affatto. Ma, visto che gli somiglio, m’informo della sua salute.
Socorrito fiore di Siviglia mi parlava in ispagnolo, io le rispondevo in
francese; ogni tanto, una parola che l’uno o l’altra non intendesse
richiedeva cinque minuti di elucidazione.
Allora mi permisi di ridomandarle se avesse in quel momento un amante
che amava. Domanda oziosa. Ella diede una leggera scrollata di spalle.
Socorrito, fiore di Siviglia, da molte settimane--anzi ne fece il conto:
da ben trentasette giorni--era casta.
E perchè no? Le donne galanti sono molto spesso incredibilmente
virtuose.
Que’ trentasette giorni di quaresima ci ricondussero a parlare della
castità. Questa volta con perifrasi un po’ meno letterarie.
La castità: un digiuno dei sensi che fa venire il mal di capo. Checchè
ne dicano i moralisti, è meglio non prendere questa cattiva abitudine.
L’uomo casto è ridicolo. Quanto alle donne, sono talora caste quelle che
non hanno il dovere nè l’ipocrisia di fingersi tali.
Senza volerlo cademmo nella fisiologia, ponendo lì, frammezzo a noi, su
la coltre del letto, qualche problema da risolvere.
Questo, per esempio:
«Come può accadere che le donne, molte volte, troppe volte, si diano
all’uomo senza davvero appartenergli?» Risposta:--«Perchè le donne, per
loro natura, sono diffidenti e sono rassegnate.»
Ciò rappresenta nondimeno una frode fisiologica molto grave. Però
involontaria. La conclusione ch’io le proposi fu la seguente:--Rinunziamo
alla castità.
Socorrito, fiore di Siviglia, parve accondiscendere al mio parere. Anzi
i suoi begli occhi fatti a mandorla divenivan un po’ scuri. Volli sapere
dove arrivava il suo busto. Disse:
--Qui...
Poi disse ancora, colla sua bella bocca umida, un «No...» prolungato e
opaco, il quale inoltre mancava d’ogni ragione palese.
Aveva il sapore d’un frutto maturo e caldo, un sapore di mela tolta via
dal sole. Rovesciata su la coltre, quasi felice di sentirsi, dopo
trentasette giorni, supina, mi carezzava i capelli con le sue mani
profumate, con le sue dita pesanti e calme.
Portava un paio di scarpine molto leggere; nel muovere i piedi, una
cadde. Le sue ciglia troppo nere, curvate, illuminate, ingrandivano le
palpebre quasi violette; un riso fermo le scopriva la dentatura
scintillante; le narici calde si aprivano, quasi palpitassero ansiose di
respirare la voluttà. Nella sua gola senza ombra, nello splendore del
suo largo seno, brillava su la medaglia d’uno scapolare da educanda -La
Virgen del Rosario-, quella buona e timida Vergine che il soave Murillo
dipinse.
--Ti sciupo l’abito, Socorrito?
--Non importa...
Si profumava la pelle con una cipria di gelsomino; quell’odore mi
stordiva; era troppo intenso, impregnava di sè la coltre, i guanciali,
tutta la stanza; dalla sua pelle troppo nuda penetrava in me.
Allora chiuse le palpebre; il suo naso leggermente aquilino si affilò
come una lama, e stordita mi disse con un gentile pudore:
--Spegni il lume...
La via dell’amore, dicono, è buia.
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Piove. Lord Pepe è andato a Biarritz in automobile. È andato a Biarritz
in automobile, con un Russo lungo lungo ed un Belga piccino piccino.
Sono le cinque del pomeriggio; forse non torneranno prima di sera.
Voi, Madlen, siete rimasta, e veramente non oso indovinare il perchè.
Forse perchè piove. Od invece per addestrarmi nell’amabile gioco del
bigliardo inglese?... Quante biglie occorrono e che lunghe stecche per
il gioco del bigliardo inglese! Com’è noioso, nei pomeriggi di
Settembre, il gioco del bigliardo inglese!
Il profumato Pompon, dandy asiatico d’alto lignaggio, animaletto camuso
e petulante, che odio, quanto mi piacete voi, divina Madlen, è seduto
nel bel mezzo d’una comoda poltrona, e, senza muovere i suoi rotondi
occhi umanissimi, ci osserva con albagìa.
Piove. Convien ripeterlo, perchè la pioggia è un elemento essenziale nel
colore, nella poesia di questa lunga giornata. Laggiù, in fondo al
corridoio, nella sala di musica, un gruppo di signorine da marito compie
la propria educazione perfezionandosi nelle insidiose maestrìe del
tango. Non andranno così al talamo del tutto impreparate su quanto al
loro ingegno chiederà l’esigenza d’un marito.
Piove. Il mare fuma di pesante nebbia. Io pure fumo con iracondia queste
saporite sigarette spagnole, fatte con tabacco dalla foglia nera. Quando
vi piegate sul bigliardo per misurare il colpo di stecca, voi, Madlen,
nella succinta gonna che vi dondola sopra le caviglie, siete frivola e
seria come le figurine di certe stampe assai belle che si disegnano
appunto nel vostro paese. Manca il boy, con il suo giubbetto rosso ed il
cestello di vimini per raccogliere le biglie; manca e non fa difetto,
poichè, per fortuna, siamo rimasti soli, voi, Pompon ed io. Pompon, mi
sono accorto, non ama i gentlemen che fanno la corte alla sua padrona; è
un custode assai dignitoso del vostro malagevole onore.
Di grazia, Madlen, vorrete continuare a lungo in questo gioco di
pazienza e di precisione, che riesce per me ineseguibile? Il bigliardo,
come la matematica, è una scienza per la quale bisogna esser nati.
Quelle bianche sfere d’avorio somigliano un poco ai concetti puri della
filosofia; si urtano, s’intrecciano, corrono, brillano, rimbalzano, per
finire--ahimè!--in una buca. È tempo sprecato, Madlen! Io non possiedo il
senso della precisione. Purtroppo non è mai l’esattezza quella che mi
attrae, ma piuttosto l’armonia, che in fondo è molto spesso un
disordine.--Ho ragione? Ho torto?--Non saprei. Ma certo un vostro
movimento mi sembra oggi molto più meditabile che tutta la scienza
d’Euclide. La teoria degli angoli?... Ah, no! La teoria delle curve...
sì, delle vostre curve, Madlen... ecco una bella teoria!
Nel guardarvi, mentre giocate a questo freddo gioco del bigliardo
inglese, penso che davvero voi siete come una bella sciarpa, come un
guinzaglio perfido e sottile, un ramoscello tórtile, una lama
pieghevole, avvelenata.
E vi domando sottovoce:--Madlen, cosa pensate voi dell’amore? dell’amore
nei giorni quando piove? dell’amore nei pomeriggi di Settembre?
dell’amore a Guipuzcoa? dell’amore fra le nebbie di questo grigio lento
fiume Urumea?...
Voi mi rispondete solo che bisogna battere su la biglia rossa. Ecco, ed
io sbaglio tutti i colpi. Avete una superiorità indiscutibile, una
superiorità schiacciante, come dicono i Francesi.
Madlen, a quest’ora senza dubbio non c’è nessuno in camera vostra.
Perchè non vorreste invitarmi a prendere una tazza di tè in camera
vostra, oggi che piove--la buona pioggia del mese di Settembre--e che Lord
Pepe se n’è andato a Biarritz? Tra il suo Russo lungo lungo ed il suo
Belga piccino piccino, chissà mai ch’egli non riválichi la frontiera
dopo aver saccheggiato l’oro degli uomini, e delle donne il cuore, alla
gran tavola del giuoco di baccarà?
A quest’ora la vostra miss-cameriera è scesa, con un finissimo grembiule
di pizzo, nella sala dei corrieri, dove a lei pure servono il tè...
Quando mai avranno anche il lor giorno di ricevimento, le signore
persone di servizio?
Dunque, Madlen, vi dichiaro che il giuoco del bigliardo inglese mi
annoia disperatamente. Basta! vi dò partita vinta, e rifugiamoci presso
la finestra, guardiamo per un istante il mare.
Vedete? Poche onde grigie, sonnolente, che fumano tra la nebbia con
tristezza infinita. Passa un prete maestoso, che lascia nel fango le
larghe impronte de’ suoi piedi apostolici. Passa una bambinaia
spettinata, con due fanciulli disobbedienti, che si trascina dietro come
sacchi. Passa un fabbro, che porta su gli ómeri un pezzo di ringhiera. È
curvo e cicca. I suoi calzoni di velluto scuro, larghissimi, sono tenuti
in cintola da una fascia rossa. Non amate guardare, Madlen, la povera
gente?
Io penso talvolta alla mia vita, se fossi nato in una officina. E non
pensate voi alla vostra vita, se foste nata una povera donna, Madlen?
una di quelle che traversano i ponti di White Chapel, fra il nebbione di
Londra, nelle sere d’inverno?...
Sì, avete ragione: perchè mai si deve perdere il tempo nell’immaginare
quello che non è?
Vi siete messa ora con le spalle contro i vetri; la nebbia ch’è fuori
delinea senza precisione il contorno de’ vostri puri lineamenti, addensa
una specie di chiara oscurità ne’ vostri capelli color di fumo.
Sì, Madlen, nel rumore di questa pioggia calma e profumata io sento
nascere in me l’autunno e la vostra bellezza ed il mio amore come una
sola musica. Non vi dovete offendere se vi desidero; ascoltate bene quel
che dico: non vi dovete offendere se vi desidero, perchè nel mio
desiderio c’è anche un poco di tristezza. La tristezza di sapere che non
intenderete mai, mai, come si possa desiderare una donna, proprio coi
sensi, e ciò senza offenderla. No, forse non intenderete mai. Eppure la
cosa più bella, la cosa più felice, il bene maggiore che la vita possa
concedere all’uomo, appunto è questo: un vero desiderio. Sapete voi
com’è deserta e fredda la vita quando l’anima non ha più desiderî?
quando li uccide in sè, li oltrepassa, prima di averne sentito cantare
tutta l’ubbriachezza, fremere tutto il riso?...
C’è chi pone la sua maggiore poesia nella rinunzia e chi nel prendere
ciò che gli piace; io, Madlen, amo desiderare. Più che possedere, più
che vincere, amo desiderare. In quella musica dei sensi, che si chiama
il desiderio, trovo la gioia più perfetta, il rosso fuoco, la perfetta e
maravigliosa elevazione della vita.
E voi che regalate al mio cuore,--al mio cuore un po’ coperto di
cenere--la fiamma di un vero desiderio, siete come colei che al più
povero fra gli uomini sapesse regalare una ricchezza infinita.
Son ora molte notti che vi attendo, senza dormire: vi attendo fin dopo
l’alba, e non vi odo giungere, non vi odo giungere mai. Talvolta, nello
scrivere, mi sembra di far scorrere la mano su la vostra pelle
incipriata. E le stelle tramontano, e la dolce notte se ne va, lontana,
sul mare che impallidisce. Quando vien su dall’Urumea il fumo bianco del
mattino, allora chiudo la finestra, spengo il lume, per dormire. Qualche
volta ho freddo. Qualche volta ho voglia di piangere. Non per voi,
Madlen; ma invece perchè sono triste, perchè sento che il tempo se ne
va, perchè mi sembra di non avere camminato abbastanza, d’essere, nella
mia gioventù, quasi decrepito, e penso che nulla di durevole ho finora
costrutto nella mia vagante vita, leggera e provvisoria come una
striscia di fumo. Ho sciupato: questo sì; la mia vita e quella di altre
creature: questo sì. Ho sciupato il tempo, il denaro, l’ingegno,
l’anima, le idee, le cose ch’erano mie, le cose delle quali avrei
potuto, se avessi avuta costanza, impadronirmi... questo sì!...
Ecco perchè talvolta, la notte, ho voglia di piangere. Ma non piango.
Non è da uomo--è vero, Madlen?--non è da uomo, nemmeno quando si è soli,
piangere.
Oh, se sapeste come canta, nei mattini del mese di Settembre, il grigio
lento fiume Urumea!...
Dítemi solo una cosa, Madlen:--Non verrete mai?
E voi, con la nuca immersa nel pallido chiarore dell’invetriata, mi fate
segno di sì, leggermente, senza quasi muovere i vostri grandi occhi
pieni di nord, che ora diventano scuri come le violette.
Rabbuia; siamo quasi nell’ombra; piove. Che buon odore manda la terra
sotto la fina pioggia del mese di Settembre! Vedo gli alberi della
Zurriola scuotere, su l’orlo dei rami bui, qualche foglia d’argento. Il
viale deserto scompare nel crepuscolo, si perde nella sera infinita.
Lasciatemi prendere una vostra mano, Madlen... solamente una vostra
mano. È la forma più crudele che abbiate in voi; nel suo disegno c’è
l’attitudine a far male. Invece avete le spalle così morbide, che il
guardarle mi dà gioia, quasi mi fa pensare a quel senso di tepore, di
morbida foltezza, che ben conosce chi ama gli antichi velluti. Ancora
non vi ho dato mai un bacio dal quale possa bene conoscere la forma
della vostra bocca. È singolare, ma le donne amano come baciano, pensano
come baciano, vivono come baciano, e sono in verità innocenti o
colpevoli com’è il loro bacio.
Cosa pensate voi di me? Sarei molto curioso di sapere cosa pensate voi
di me. Forse nulla.
--Cosa penso?... Lo volete sapere?
--Sì, ditelo, Madlen.
--Penso che oggi ho fatto male rifiutando a Lord Pepe di accompagnarlo a
Biarritz.
--E perchè non vi andaste?
--Per rimanere con voi. Che sciocchezza, non è vero?
Dal vestibolo entrava una striscia di luce elettrica, fendeva il panno
del bigliardo, batteva contro i vetri, si frantumava in minute
scintille, avvolgeva di un alone biondo il diffuso colore della pioggia.
E d’improvviso Madlen disse:
--Anche voi amate mentire. Perchè volete farmi credere di avermi attesa
ogni notte, quando non è vero?
--Oh, se lo dite voi...
--Lo dico, infatti, perchè una sera venni--la sera in cui vedemmo danzare
Pastora Imperio--venni, e voi non eravate nella vostra camera.
--Fu semplicemente un caso.
--Vi siete dunque rassegnato a mangiare ancora una volta la cucina
all’olio?
--Cioè?
--Non mi avete forse detto un giorno che le donne spagnole hanno il
sapore della cucina all’olio?
--Sì... ebbene sì; ebbi ancora una volta questo volgare cattivo gusto. Ma
fu solo, Madlen, per dimenticarvi.
--Grazie! E com’era, ditemi, questa cucina all’olio? Saporita? irritante?
--Mancava di sale, ma era in cambio molto genuina, molto semplice.
--Raccontátemi, vi prego, la vostra avventura. Dítemi chi era quella
donna.
--Semplicemente una donna. Ben fatta, un po’ sentimentale, un po’
ignorante, con i capelli molto neri.
--La conosco io?
--L’avrete veduta, suppongo. Mi ha domandato almeno tre volte se io
fossi, come tutti credono, il vostro amante.
--E voi le avete detto di sì, naturalmente.
--Le ho detto di no, Madlen. Ma ho pure soggiunto che la cosa mi era
indifferente.
--Davvero? E perchè?
--Non supporrete per caso ch’io voglia raccontare a tutti la infelice
storia delle notti che veglio nell’attesa d’una donna, la quale
probabilmente non si ricorderà mai di picchiare alla mia porta.
--Ho supposto che fosse Pastora.
--L’ho supposto anch’io. Ma si trattava di una imitazione. Poco male. Del
resto non oso nemmeno credere che siate venuta nella mia camera. Fu
questa una piccola bugìa per costringermi a dire la verità.
--Bene, allora vediamo. Su la vostra tavola c’erano alcune rose, mezzo
appassite, come nella camera di una cocotte; poi un grosso vocabolario,
un piccolo vocabolario, un terzo vocabolario; ed infine un libro, con
questo titolo sacrilego: -Les femmes qui aimèrent Jésus-.
--Non c’è che dire; è vero.
--Madlen Green non mente mai. Dunque, vi prego, raccontátemi con
esattezza, con molta esattezza, la vostra avventura. Quella imitazione
poteva per lo meno ingannare l’occhio di un conoscitore?
--Non ricordo. Ero distratto. Non feci che pensare a voi.
--Oh, come siete gentile!... Ve ne sarei grata, se non fosse una ben
triste maniera per lasciarsi possedere dall’immaginazione d’un uomo.
--Che volete, Madlen?... era involontario! Ma vi confesso che penso a voi
più soavemente quando non c’è nessuno, e meglio ancora quando sono
vicino a voi...
--Parole! tutte parole! State fermo; non mi toccate; siete impuro.
--Non più di voi; certamente non più di voi, che al mattino avete spesso
gli occhi, e la bocca, e perfino la voce colpevole.
--Oh, non ne sapete nulla, in fondo! Chi vi dice che Lord Pepe sia
davvero il mio amante? Potrebbe anche non esserlo, vi pare?
--Francamente Lord Pepe non giustifica una simile calunnia. Però, al
mondo, mai nulla è impossibile.
--Dunque raccontate.
--Cosa?
--I particolari; i più sottili, i più intimi particolari della vostra
avventura. Non rifiutate, vi prego, non ditemi di no. È forse un
capriccio, un cattivo capriccio... ma raccontátemi ogni particolare con
esattezza: mi farete piacere.
--Bene, se mi offrirete una sigaretta nella vostra camera, ve li
racconterò fedelmente. Qui, mi sembra impossibile.
--Dunque andiamo.
Raccolse Pompon, che ascoltava con un orecchio diritto le nostre parole
riprovevoli, e traversammo rapidamente l’atrio affollato. Madlen mi
diede Pompon su le braccia, con mille raccomandazioni, e sparì
nell’ascensore.
Due bambinelle assai leggiadre, con le gambe nude, mi vennero incontro,
curiose dell’arcigno animaletto. Una delle due già sorrideva come una
donna che vuol piacere; l’altra, più timida, era molto bellina.
--¿Caballero, que raza de perro es?
--Un perro de la China, nenita; un perro muy raro.
--Come se llama, caballero?
--Se llama Pompon, chiquita.
Ambedue, quella sfacciata e l’altra bellina, salirono con me su per le
scale, fin davanti all’uscio di Madlen.
Ella venne ad aprirmi con le mani ancor umide, avvolte in un
asciugamano. La stanza era quasi buia solo dal bagno entrava luce.
L’argenteria cesellata, l’avorio de’ suoi molteplici pettini, brillavano
sul vetro; della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo
con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa
nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.
Mi offerse una sigaretta, una delle sue bionde sigarette profumate,
nelle quali c’era forse qualche traccia d’oppio, e mi sgomberò il divano
dicendomi:--Sedete.
Io pensavo che un uomo non si sente mai tanto straniero ad una donna
come presso il letto ov’ella dorme con il suo amante. Invece di
esprimerle questa mia sconsolante sensazione, le dissi vagamente che mi
pareva di aver freddo.
--Freddo?
--Sì, nell’anima.
Era seduta contro la pettiniera; qualche filo de’ suoi capelli pareva
prendesse fuoco. E disse:
--Non muovetevi di lì; finisco di curarmi le mani, poi, se permettete, mi
cambierò d’abito.
--Va bene. Anzi va molto bene.
--Intanto raccontátemi le cose che voglio sapere. Ma dítele con
delicatezza, vi prego, e senza costringermi a provare il desiderio di
arrossire.
--Oh, Madlen! perchè volete ancora tormentarmi con queste memorie delle
quali non mi ricordo più?
Allora mi venne accanto, e si piegò, e si mise a ginocchi fra le mie
ginocchia, e tutto il peso della sua dolce persona, tra quella penombra,
si raccoglieva contro la mia persona. Diceva:
--Non credete voi che nell’amore la cosa più bella, più delicata, sia
forse il parlarne? Immaginare, tormentarsi, avvolgersi nel peccato fino
alla gola, rimanendo quasi puri? Contaminarsi piano piano,
squisitamente, con un po’ di sogno, con un po’ d’esitazione, stando
così, come noi siamo, non proprio nell’amore, nel faticoso amore, nel
pesante amore, ma su l’orlo di esso, quasi nel profumo di esso, ravvolti
nella gioia infinita che il vero abbandono forse non dà?
Ed il suo viso, con tutti i capelli, con tutto il respiro, si empiva di
un terribile pallore; la sua bocca si orlava di vizio; nella sua voce,
in tutta la sua carne, in lei, entrava una voluttà inesprimibile, quasi
un dolore.
Mi pareva d’avere indosso una calda pelliccia, una morbida pelliccia di
zibellino; il colore de’ suoi capelli somigliava molto a questo colore,
la sua pelle mandava il profumo denso, caldo, soffice, che in inverno,
quando si esce dai balli, nelle stanze troppo riscaldate, su le spalle
troppo nude, mandano le pellicce di zibellino. E diceva:
--Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire.
Io cerco un uomo che abbia la pazienza e l’immaginazione d’intendere
l’amore come io l’intendo. Non sono fra quelle che possono far dono de’
propri sensi al primo venuto e che vuotano il bicchiere d’un fiato,
regalando sè stesse all’uomo che per cinque minuti le desidera, poi
s’addormenta, o fuma, e pensa con orgoglio di averci fatto conoscere il
divino paradiso... Oh, voi dovete perdonarmi se io non sono fra queste!
Amo invece l’amore che tormenta i sensi fino all’esasperazione, poi li
esaudisce con lentezza, li addormenta, li avvolge in una specie di
meravigliosità, nella quale si sente la piccola gioia di noi stessi
divenire infinita...
Parlava con un po’ d’angoscia, con un po’ di febbre, come chi
raccontasse la storia d’un suo lungo ed inesaudibile sogno; vedevo
battere piano piano, con insidia, l’orlo delle sue ciglia quasi dorate;
vedevo della sua bocca brillare, in un sorriso pieno di sofferenza, la
rossa umidità; vedevo, sotto la camicetta quasi diafana, correre il
nastro azzurro della sua camicia molto scollata, sbocciare da essa, come
dall’invòlucro d’un fiore calmo e pallido, il disegno voluttuoso della
sua felice nudità.
E diceva:
--Se volete che sia vostra, non cercate di afferrarmi con ruvidità, come
si rovescia e si possiede una piccola cameriera. Invece tormentátemi un
poco, fátemi un poco male, persuadétemi sottovoce, parlátemi sottovoce,
poichè amo, amo infinitamente, la lussuria delle parole... Ora tacete.
Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne
ricordo più... Sì, me ne ricordo. Ascoltate. La prima sera, quando
eravamo seduti presso la tavola da giuoco, e vi domandai un fiammifero
per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere
fra voi e me. Provavo una irritazione singolare nel sentirvi così
vicino, e fu allora, non dopo, ch’ebbi di voi la tentazione più forte.
Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e
sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell’anima, qualcosa di
terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di aspro, di
amaro, d’insensibile... mi piacevate allora, e dopo di allora non più.
Dopo, anche voi, come tutti, non foste altro che un uomo, sì, un comune
uomo, che ubbidisce a’ suoi piccoli vizi. Quand’ero fanciulla, passavo
le notti leggendo libri di voluttà e costringevo i miei nervi disperati
a non sentirne alcun fremito. Certe notti mi addormentavo così, fredda e
bruciante, con i polsi avvinghiati al guanciale, con le ginocchia, le
caviglie irrigidite, come se le stringesse un laccio tormentoso, eppure
senz’avere pacificato il mio corpo nemmeno con la più leggera carezza.
Più tardi, nei giorni d’estate, andavo per i campi e mi piaceva battere
su la loro carne bruna i fanciulli di dodici anni... Anche oggi sono
rimasta, come allora, una donna che teme il piacere, forse perchè non
trova mai nulla che le possa dare una gioia veramente pacificatrice.
Ora, se non vi muovete, se non dite nulla, vi darò un bacio; io sola vi
darò un lungo bacio, e non voi, su la bocca...
Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel
vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto
si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.
Sì, avete ragione, Madlen: «Only as long as we are strangers, can Love
be a sweet spleen...»--solo fin quando si rimane stranieri può essere
l’amore un soave splene...
Se potesse contare il mio solo desiderio vorrei anche spegnere il lume
dell’altra stanza, restare con voi nel buio. Taciturni, e quasi
navigando nel soave splene,--a sweet spleen--ascoltare sui vetri opachi la
pioggia del mese di Settembre, sapere che il vostro bel corpo è mio,
conoscere il vostro respiro, ma non averne bevuto che un sorso, l’ultimo
sorso ancor mai...
Ed ora si faceva tardi; le prime campane dell’ora di cena suonavano per
i corridoi dell’albergo. Madlen si levò e disse:
--Accendete il lume; ora devo spogliarmi; andate via.
--Non ancora; lasciate che v’aiuti a sciogliere i ganci del vostro abito,
le fibbie della vostra cintura.
--Sì, provate.
Nel premere fra le mie due mani l’incavo de’ suoi fianchi, perchè si
slacciassero i ganci, mi pareva di stringere fra le dita il bel collo di
un levriero, focoso e docile. In quella fragilità sentivo scorrere una
grande vita. La sottana cadde, producendo una specie di soffio, che
agitò le frange della gonnella di seta. Portava un busto leggero, quasi
una fascia da educanda, che le teneva i fianchi senza premerli, come una
bella guaina. Poi slacciò e si tolse la camicetta, molto piano,
guardandosi le braccia. Quelle sue braccia splendevano d’impurità, senza
un’ombra, senza una incavatura, perfette. Ma in lei c’era qualcosa
d’indefinibile, che mi fece pensare alla sua vecchiezza; certo una
vecchiezza non d’anni, ma di anima sciupata, ma di carne troppo goduta,
ma di lascivie troppo dolorose. Non so perchè, in quel momento la
immaginai qualora fosse morta, morta nella sua giovinezza, ed immaginai
di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, co’ suoi
capelli ancor segnati dall’ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora
evidenti su la pelle incipriata,--e pensai come sarebbe stato lieve il
peso di quel corpo da mettere nella bara...
Ma era viva, e diventerebbe vecchia--una piccola vecchia gialla, col
mento aguzzo, lo scheletro accartocciato. Il giorno del suo funerale,
quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in
miseria, qualcuno direbbe ch’era stata una prostituta; le darebbero, per
marcire, due metri di terra santa... Era stata un capolavoro, e nessuno
se ne ricorderebbe più. Ebbi una immensa pietà, un immenso dolore di
questa che doveva morire; avrei voluto in quell’istante farle un dono,
dirle qualcosa che la facesse almeno sorridere...
Ma ella d’un colpo sciolse tutti i suoi capelli, e questa magnificenza
la vestì.
Disse:
--Non vi muovete, non parlate; voglio darvi un bacio tutt’intorno alla
bocca... No, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli. Essi mi
fanno così male... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi; tanto
più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh,
lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia; non li toccate, ho
freddo... V’impólvero con la mia cipria?... Sì, v’impólvero. Però amo
arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei
seni... essi mi fanno più male ancora... E poi v’ho detto: mi occorre
lungo tempo, lungo tempo, innanzi d’essere innamorata... Bisogna che
nulla di voi mi dispiaccia, nè di me a voi. Ho sognato tutta la vita di
poter amare un uomo che fosse nel medesimo tempo un maschio veramente
superbo ed un’anima veramente chiara. Ma l’uomo non è mai che una cosa o
l’altra: ecco perchè innamorarsi è difficile. Se vi dicessi «tu»,
sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora
dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca e dire «voi»,
e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...» Ma
ora, vi prego, andate via. È tardi. Quando un uomo parte in automobile
non si sa mai a che ora può essere di ritorno. È meglio non ci trovi
così... vi pare? Forse non darebbe alla cosa una grande importanza, ma
osserverebbe senza dubbio che potrei anche mettere una vestaglia per
ricevere i miei amici... E, del resto, vi prometto che durante la notte
cercherò di salire da voi. Se non potessi, vi scriverò una lunga
lettera... Sapete? scrivo molto bene, anche in francese. Per quasi otto
anni fui chiusa in un educandato vicino a Parigi. Mio padre aveva un
castello; mia madre, prima d’essere la moglie di un Lord, era stata la
più acclamata, certo la più bella, fra le attrici dei teatri
metropolitani. Ma tutto questo non importa, poichè oramai è così
distante... In quell’educandato c’era una maestra, una bella monaca di
ventisei anni, molto bionda, molto pallida, un’Alsaziana, e quand’erano
le fredde sere dell’inverno ella veniva molto spesso a ravvolgersi nella
mia coltre, perchè, diceva, ho la pelle così fina...
E la pioggia cadeva, cadeva, con un rumore continuo, con un piccolo
ridere, con un sottile stridere; là fuori batteva, cantava, sui vetri
opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre...
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Lord Pepe è tornato assai tardi e si è presa la libertà di pranzare in
abito grigio, dopo aver impiegato solamente mezz’ora per lavarsi le mani
e lisciare i suoi brillanti capelli. Ormai son divenuto il loro
commensale d’ogni giorno, ed anzi, da qualche tempo, la più cordiale
intimità regna fra noi.
Ben tornato, Lord Pepe! Se il mio calunnioso intuito non m’inganna, voi
dovete oggi, a Biarritz, aver presa una tazza di tè molto intima nella
camera ospitale d’un’amica di Madlen. Forse Yvonne Le Hannec? forse
Darclea Thibaud, l’attrice del Vaudeville? Forse, Lord Pepe,
l’indiavolata Baldwin?... È ancora quel ch’io vado investigando. Me
l’hanno fatto supporre alcune vostre celie garbatamente ironiche, poi
quello sguardo, affettuoso e compassionevole insieme, con cui l’uomo
suol avvolgere la propria amante dopo averla tradita. Voi siete inoltre
fra quelli che hanno quasi un bisogno fisico di lasciar sospettare le
proprie infedeltà, e dal principio alla fine del pranzo altro non
faceste che cercare sottili espedienti per provocare la gelosia di
Madlen. Invece, Lord Pepe, voi attizzate la mia, nel timore che un
simile gioco possa rinfocolare verso di voi la sua tepidezza.
Il prestigio che vi conferisce in tutta la Repubblica di Francia essere
l’amante, l’unico amante, l’invidiato amante di Madlen Green, è tale,
che certo nessuna, per quanto ben custodita camera di Biarritz può
rimaner chiusa alle vostre nocche irresistibili, quando, Lord Pepe, voi
bussate. Inoltre, per un appassionato e negligente amatore della
bellezza quale voi siete, nulla in amore supera la varietà.
Su le avventure della vostra gita Madlen vi ha chiesto ragguagli con una
voce un po’ sardonica. E voi rispondevate sul medesimo tono, anzi
alludendo senza ombra di rancore all’innocente flirt che noi due, sotto
i vostri benevoli occhi, andiamo intessendo.
Grazie al cielo voi siete un uomo del tutto moderno, e pieno di spirito,
il quale considera come una mancanza di buon gusto la volgare gelosia.
Ma il fatto strano è questo: ch’io sono invece molto geloso di voi.
Dopo il pranzo siamo andati al cinematografo.
Si rappresentava un dramma di oltre duemila metri, dov’erano esibite in
azione le truffe colossali di un finanziere tipo Rochette, con la
bellissima riproduzione dal vero della Borsa di Parigi pervasa dal
pánico, un giorno in cui precipita il Rio Tinto.
Non erano però queste le sole attrattive del ben architettato dramma. Si
vedeva, nella prima parte, un buon numero di vittime innocenti pagare
con le proprie lacrime le ricchezze dell’empio frodatore. Indi si vedeva
un ponte inabissarsi al passaggio d’un treno, e ciò era fatto in modo
che il cuore di tutta la sala per un istante cessava dal battere.
L’ignobile Rochette eseguiva poi un tentativo di stupro su la persona
d’una bella dattilografa, incredibilmente onesta. Nè il denaro nè la
violenza nè la promessa di vestirla da Paquin riuscivano a sedurre
questa fanciulla preistorica. Il finanziere ladro andava, com’è
immaginabile, su tutte le furie. Poich’era un uomo potente, macchinava
orribili vendette. Così assistemmo all’arresto arbitrario del fidanzato
di costei, cassiere onesto con fisionomia del giovine povero.
Si svolgevano in séguito infinite altre peripezie,
poliziesche-drammatico-sentimentali, così ricche di fantasia e di pathos
da potere assai bene reggere al confronto con tutto quanto produce la
fertile romanzatura del nostro secolo;--finchè, un bel giorno, verso gli
ultimi cinquecento metri, l’audace filibustiere vien preso ne’ lacci
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