E come se lo specchio rosso l’avesse in verità abbacinato, ecco,
d’improvviso, con una furia belluina, il toro si avventò. Ma l’uomo non
fece che sollevare il suo piccolo drappo rosso, inflettere un fianco, ed
il lembo del panno strisciò leggermente su la fronte ricciuta
dell’assalitore.
Inginocchiatosi nella vanità dell’urto, l’animale battè il muso nella
polvere; si volse, irruppe contro l’espada, il quale, per schivarlo, non
fece altro che piegare leggermente fino a terra il ginocchio sinistro.
Poi fu tutta una danza serpentina, circoscritta nel raggio di pochi
metri, l’uomo fra le corna del toro, di qua, di là, da tergo, di fianco,
di fronte,--fantastica ridda e maravigliosa: il toro con tutta la sua
forza, l’uomo con tutta la sua temerità.
Poi gli mise una mano su la fronte, quasi per dirgli:--Férmati!--e il
toro, esausto, si fermò.
La folla, da tutte le gradinate, proruppe in un applauso delirante.
L’uomo, il piccolo uomo arcato e snello, sorrideva stringendo le sue
labbra sottili. Poi di nuovo, palleggiando la sua «muleta», si mise a
correre di qua, di là, trascinandosi appresso il toro; e correva con
quel movimento ritmico, tortuoso, al quale si abbandonano i pattinatori
nell’eseguire un «balancé».
Veramente pareva questa una danza leggera e folle su l’orlo di un
pericolo vertiginoso; finchè, dopo mille giri, di colpo l’espada si
fermò. E senza nemmeno volgere il capo, sollevate ambo le braccia,
inquartato il fianco, distaccato il piede, lasciò che le corna
formidabili sfiorassero la sua giubba luccicante.
Ancora una volta, per pochi millimetri, la morte gli era passata vicino,
l’espada ne rideva.
--¡Hombre!--fece Lord Pepe,--que fino!
Madlen ansava leggermente; ma si mise a ridere.
Adesso ancora stavano di fronte, la bestia e l’uomo, proprio davanti a
noi. Tre volte l’animale, fermo su gli appiombi, chinò la testa, e tre
volte Bombita, appoggiando l’elsa della spada fra la bocca e il mento,
prese la mira. Ma invano; poichè l’indocile bestia ogni volta gli
rompeva contro, sferrando cornate. Allora bisognava ch’egli
ricominciasse a giuocar di mantello, a rigirarlo, di qua, di là, per
fargli abbassare la testa e poter riprendere la mira.
Nell’atmosfera dove tanta folla respirava si fece un silenzio trepido e
grande, mentre i fotografi correvan nel corridoio circolare lungo la
palizzata per tramandare ai posteri uno fra que’ mille colpi di spada
che resero celebre il taurómaco Bombita.
L’arte insegna due mezzi per uccidere: o da piè fermo, aspettando
l’animale che nel balzo da sè medesimo s’inferra; o correndogli addosso,
evitandone la cornata e piantandogli per il mezzo della nuca la spada
nel cuore. Il primo de’ due colpi--«matar recibiendo»--è quanto mai
pericoloso nè si può praticare se non di fronte ad alcuni tori che usino
combattere in modo assai regolare. Ma, comunque si uccida, una sola
spada è ben raro che basti. Così le folle gridano d’entusiasmo quando la
prima stoccata spegne istantaneamente la bestia inferocita.
Ora Bombita, scelto l’attimo che gli parve opportuno, fece due passi
avanti, spinse tra le corna lo stocco, diede il colpo, l’abbandonò. Ma
il toro ingannevole s’era di súbito raddrizzato; la spada non penetrò
che di alcuni póllici, e scossa via dall’animale infuriato cadde,
rimbalzò nella polvere.
Bombita si guardò la mano. Si guardò la mano, come se il corno l’avesse
punto. No: aveva perduta l’ovazione.
Un grave silenzio, poi qualche fischio, qualche lazzo. I suoi labbri si
serrarono ancor più; e ricomparve nella sua faccia arida, ne’ suoi
lineamenti contratti, «la paura».
Da capo mantiglie, passi, giri, scambi, ronde.
Il colpo di stocco aveva tuttavia lacerata la cotenna del toro, già
purpurea per lo strazio de’ molti aculei, ed ora ne sgorgava sangue a
fiotti, che pullulava nero e grumoso, macchiando la terra.
L’animale caparbio non voleva abbassare la fronte, anzi non faceva che
scuotere il capo con un muggito lamentoso, torcere il collo, aprire le
fauci, quasi tentasse di leccarsi con la nera lingua le ferite.
Allora, velocemente, Bombita prese la mira, scattò, colpì.
Questa volta la spada rimase confitta, ma solo a mezza lama, e nei
sobbalzi del toro l’elsa tentennava.
Un mormorio di protesta salì, serpeggiò, corse per tutte le gradinate;
dalla irrequieta folla partivano acuti sibili; taluno incominciò per
dileggio a battere mazzi di chiavi dentro latte di petrolio.
I mantellieri frattanto cercavano di far girare il toro, perchè la spada
mal confitta inasprisse la ferita ed il capogiro spegnesse più
celermente la sua tenace vita. Ma il toro non cadde nemmeno a ginocchi,
anzi, con una impetuosa falcata, corse addosso agli uomini. Tre di
questi si appesero alla barriera; il pubblico, indignato, ruppe in
assordanti fischi.
Bombita, nervosamente, afferrò la terza spada.
Sciorinando la sua «muleta» in guisa da ravvolgere come in un laccio
l’elsa tentennante, riuscì a divellere quel ferro che non aveva ucciso.
Poi si mise con rabbia davanti alla bestia ferita, mirò pochi secondi,
scagliò diritto e fulmineo il suo terzo colpo di spada.
Il toro gli spruzzò di sangue la mano ed il viso. Bombita, lentamente,
si avvicinò all’avversario.
Questa volta il colpo era stato profondo, giusto, mortale.
Cominciò la enorme bestia a dare indietro, con certi orribili singhiozzi
agónici che gli empivano la bocca d’un vomito rosso; poi, di schianto,
cadde su le ginocchia, soffiò nella polvere, tentò invano di
risollevarsi, rotolò boccheggiante.
Le trombe, con alti squilli, salutarono la vittoria dell’espada.
Volentieri gli furon perdonate dal pubblico le due lame che non avevan
ucciso. Quel fantastico padiglione di migliaia d’uomini si piegò verso
la lizza come un corpo solo. L’aria fremeva d’applausi, nereggiava di
cappelli e di berretti lanciati come ventole a piè dell’espada. Tre
pariglie di mule impennecchiate entravano a schiocco di frusta
galoppando nell’Arena, per trascinar via le carogne del toro e dei
cavalli, che sparivan torcendo verso il pubblico i loro musi convulsi
dall’orribile agonìa.
Fermo davanti al pretorio, la mano la cappa e la spada su l’agile
fianco, due passi oltre la schiera de’ suoi uomini di mantello e di
pica, Riccardo Torres--Bombita--innalzava il trofeo della vittoria:
l’orecchia recisa del toro.
Tutta quanta la moltitudine stava protesa verso quell’uomo pallido, ed
il clamore dionisiaco della folla in delirio s’attorcigliava intorno
alla sua gagliarda flessibilità, come se il pugno fermo dell’uccisore
sollevasse dinanzi a tutto il popolo una gloriosa bandiera.
Forse non v’è cosa che meglio d’uno spettacolo sanguinario confini e si
confonda con il principio della voluttà. Credo fermamente che l’amore
del Circo, tanto fervido in Roma e non estinto ancora nella Spagna
d’oggidì, abbia la sua profonda radice nella sessualità feroce delle
moltitudini.
Sempre fui curioso degli uomini, curioso di tutto ciò che all’uomo
rimane del suo carattere primitivo. Come tale, non mancai di riconoscere
in tutte le cose vive la loro tendenza pressochè unica verso la voluttà
generatrice.
La grande ansia del far nascere affaccia volentieri l’uomo verso lo
spettacolo della vita che muore. Il sangue rosso e caldo sveglia
naturalmente nelle sue vene l’ebbrezza del poter dare la vita. È
universale nel mondo una immensa e divina lussuria;--per questo la vita
mi piace. Mi piace anche nei giorni di tristezza, e quando è brulla, e
quando è vuota, e quando, nell’inerzia di tutti i miei spiriti, sento
sul mio cuore un po’ freddo la gioia degli altri passare.
Così, camminando per queste libere strade, ove incontro fiori che mi
profumano e pensieri che in me nascendo allietano il mio nascosto iddio,
sento fra tutte le cose, fra tutti gli esseri viventi, e ne’ meandri
stessi della materia unica fluire questo impetuoso torrente di gioia,
che solleva ogni umile vita e con ebbrezza la confonde nel miracolo
della universale fecondità.
Ora, in quell’Arena gremita, io sentivo sopra tutto fremere la
bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione
di tutti quei nervi esasperati dal sangue. Allora solamente, e per la
prima volta, compresi la comunione che può essere tra una efferata
sofferenza ed un’angosciosa voluttà, sebbene si trattasse d’una
comprensione puramente astratta, che scendeva in me senza quasi
toccarmi, senza darmi altro che un senso di ottuso e confuso dolore.
Forse, invece, nei sensi della mia bella compagna forestiera accadeva
precisamente il contrario; ella cioè pativa questo contagio senza
nemmeno intenderne il fondamento, si lasciava possedere dalla tentazione
con una specie di perversità involontaria.
Lentamente, sotto l’angoscia di quello spettacolo, i suoi occhi di color
mutevole, come due magnifici scarabei, si erano fatti grandi e fermi,
cerchiandosi fino al sommo delle palpebre d’una palpitazione di luce
oscura. Nel suo volto scolorato rosseggiava più cruda la macchia del
belletto, l’impronta bruna che allungava il termine de’ sopraccigli;
sotto le narici esigue la bocca fina e calda si accentuava come una
sottile ferita. Guardarla e dover per forza pensare alle attitudini
forti e strane che questa bellissima femmina assumerebbe nell’amore,
guardarla e dover per forza misurare la profondità de’ suoi nascosti
peccati, guardarla e veder vivere tutto il congegno de’ suoi nervi
complessi, fini, esasperati, guardarla insomma e desiderarla,
rappresentava in quel momento una cosa inevitabile.
Il suo corpo chinato in avanti mi nascondeva dagli occhi di Lord Pepe;
un ricciolo de’ suoi capelli vaporosi, aggrovigliandosi fuor dall’orlo
della veletta sollevata, pareva le formasse contro la tempia una specie
di lievissimo fiore biondo. E mi sembrava di amare, non lei, ma quel suo
dolce abito così ben tagliato, quelle sue morbide stoffe così bene
intessute; non lei ma il pizzo leggero che fioriva dalla sua camicetta
di lino, ed i suoi guanti colore di cenere, d’una finissima pelle
odorosa, e tutte quelle materie soffici, rare, delicate, perfette,
ch’ella portava sopra di sè come l’involucro necessario della sua nudità
perdutissima.
C’era nell’aria una vampa calda, una esagitazione voluttuosa, un acre
odore di carne tormentata e ferita. Ella sentiva tutto ciò, e sentiva il
mio desiderio vivere intorno alla sua bellezza come un respiro lento e
caldo che avvolgesse la sua pelle incipriata. Ogni tanto, senza
guardarmi, abbassava il capo e serrava gli angoli delle labbra con un
sorriso pieno di femminile ironia.
Lord Pepe, ritto su la gradinata, si accalorava nel discutere con alcune
sue conoscenze. Lord Pepe non era favorevole--credo--al trionfo di
Bombita.
Ma frattanto era balzato fuori dal «toril» un bellissimo animale bianco
e pezzato, che su l’erta fronte portava due robuste corna dalle punte
quasi verticali. Fermo, si frustava le costole con la coda schioccante;
volgeva intorno il collo possente con l’agilità d’un impetuoso polledro;
guardava gli uomini ed i cavalli quasi per scegliere la sua preda.
Poi con salti e cornate irruppe nella polvere dell’Arena, strappò ai
mantellieri una cappa, che trascinò via su le corna, rovesciò l’uno
appresso l’altro i cavalli de’ due «picadores» e subitamente uccise il
terzo, che a randellate stavano spingendo nel recinto. In breve il suo
bianco mantello portò su gli ómeri una larga fascia di sangue.
Piantatogli nella coppa un triplice mazzo di «banderillas», venne per
dargli la morte un espada che più non rammento se fosse Gaona o
Machaquito. Fu quegli che diede la miglior stoccata; ma il pubblico,
sempre ingiusto, non gli concesse che un applauso distratto, poich’era
venuto quel giorno per applaudire Bombita.
Il toro della quarta corsa era un animale basso e tarchiato, con le
corna spaziose, che mal difendevano la sua vasta cervice. Il pubblico, a
suon di fischi, cercò di protestare il toro, come inetto al
combattimento. Ma Gallo, cui spettava l’onore della quarta corsa,
interruppe le proteste, sollevando invece grandi applausi con tre o
quattro «veronicas» davvero sorprendenti.
Di cavalli ne lasciò quel toro due morti e due pressochè dissanguati,
calpestando anche un «banderillero», che mal pose le banderille e
scivolò sotto le zampe dell’animale infuriato.
Quando suonò lo squillo di morte. Gallo s’avanzò verso Bombita e gli
dedicò il toro.
L’uno di fronte all’altro, magnanimi entrambi, entrambi a capo nudo, con
altera cavalleria que’ due maestri di spada si strinsero la mano.
Erano, l’uno il più compiuto, l’altro il più avveduto, fra gli «espadas»
di primo cartello; rivali nell’arte, avversari fra loro come capi di
opposte fazioni, ma cortesi l’uno all’altro secondo le regole degli
antichi tornei.
L’un d’essi, Riccardo Torres, abbandonava la lizza dopo avere per
quattordici anni gloriosamente combattuto in tutte le «Plazas» di Spagna
e d’oltremare, dato morte a migliaia di tori, sofferte innumerevoli
ferite. L’altro era quel Gallo che sapeva congiungere ad una temerità
qualchevolta pazzesca certi attimi d’incontestabile paura; quel Gallo
che aveva addestrato il suo fratello diciassettenne, Gallo Chico, il
prodigioso Joselito, che doveva nel mese appresso «prendere
l’alternativa», ossia consacrarsi «espada», nella Plaza de Madrid.
Davanti alla scuola di Gallo, davanti alla fama insuperabile del
glorioso adolescente, doveva Bombita, l’eroe di ieri, cedere il campo:
eran così due capitani di parte, due condottieri di fazione, due superbi
e giurati avversari che lealmente si davano la mano.
E la folla, questa eterna spettatrice, che ama i pugnali e le
gualdrappe, la messa ed il libretto d’opera, questa vera femmina,
innocente e crudelissima, per la quale ci si camuffa da istrioni e si
diventa eroi, guardava con un grande silenzio, commossa fin nell’intimo
dalle teatrali cerimonie di questa inorpellata cavalleria.
Gallo combattè con il toro pezzato in maniera degna del suo glorioso
avversario; lo mise a morte con due spade, poi venne a rendere la sua
vittoria nelle mani dell’impassibile Bombita.
Davanti a queste grandezze un po’ coreografiche, la folla proruppe in
tumultuose ovazioni.
Madlen Green, fino allora silenziosa, non seppe tuttavia sottrarsi al
fascino di quella teatralità, mentre invece Lord Pepe, infervorato nel
discutere con quelle certe sue conoscenze, mandava gesticolando un gran
mucchio d’improperi, non saprei dire se all’indirizzo di Gallo o di
Bombita, come non giunsi a bene intendere qual fosse l’origine del suo
declamatorio furore.
Lì, nel gruppo dov’egli stava, eran due giovani donne spagnole, vestite
ugualmente, ugualmente oppresse da un orribile cappellone di paglia, con
il polso carico di braccialetti rumorosi e che portavan agli orecchi,
ciascuna, due larghi e pesanti cerchi d’oro.
Accalorate, piene di brio, con movimenti repentini ed angolosi, tra
bufere di parole pronunziate con incredibile celerità, chiudevano,
aprivano i ventagli di trina, talvolta li battevano sul braccio
dell’interlocutore; le lor mani dorate dal sole avevan l’unghie un po’
scure, la nervatura sottile e mobilissima.
Noi, sottovoce, parlavamo di loro; di queste bellissime donne spagnole,
un po’ insolenti, un po’ indolenti, con certe mosse da ballerine gitane,
avvezze a fasciarsi nelle grandi mantiglie, a inginocchiarsi nelle buie
chiese, a parlare con una voce vibrante, a incipriarsi con una cipria
molto fina. Son donne solite a lasciarsi amare da uomini di cui hanno
paura; nelle case vestono dimesse, in istrada cercano di apparire;
davanti alle Madonne si fanno il segno della croce; ricamano adagio,
parlano in fretta, e sanno pochissime cose. Hanno capelli molto lucenti,
labbra vive, calde, un po’ carnose; nei lor occhi pieni di gelosia ride
il sole. Amano i profumi forti, i colori vivaci, gli uomini prepotenti,
le canzoni d’amore; dicono malignità ridendo sottovoce; oziano e
ciarlano da mattino a sera; molto volentieri stanno alla finestra, e
diventano súbito irrequiete quando passa per istrada un mandolino.
Forse non potranno mai comprendere l’anima d’una donna del Nord...
Io le dicevo tali cose a bassa voce, in modo ch’ella sola potesse
intendere. Questa maniera di parlarle faceva nascere tra noi una specie
di complicità innocente, un primo, sottile, inesprimibile desiderio
d’amore.
Su le sue lunghe ginocchia, raccolte presso le mie, si distendeva, come
una sottile striscia di broccato, un raggio di sole.
Usciva in quel mentre l’ultimo toro della giornata, l’ultimo che avrebbe
morte per mano di Bombita nella Plaza di San Sebastiano.
Era un quadrato animale, corto e ruvido, con la cotenna irsuta come la
crescente criniera d’un lioncello.
Compiutosi di nuovo un grande cerimoniale, ricominciò il torneo di cappa
e di lancia, ove il toro diede prova di furibondo valore. Poi si
presentarono, a banderillare insieme in questa corrida, Gallo ed il
medesimo Bombita.
In una gara insuperabile di maestrìa ne piantaron all’esatto segno due
paia di corto manico per ciascuno.
Quando infine Bombita impugnò la diritta spada e la «muleta»
fiammeggiante per dar morte all’ultimo suo toro, una spettacolosa
ovazione sollevò l’anfiteatro.
Ma di nuovo la sorte gli fu singolarmente avversa. Fosse colpa della sua
manìa d’eccellere o fosse difetto nella guisa di combattere del toro,
Bombita mancò la prima volta quel suo colpo di spada, che, se fosse
stato mortale, mi avrebbe fatto assistere senza dubbio al più grande
spettacolo di delirio popolare, al più caratteristico esempio di trionfo
circense del quale mai potessi conservare la memoria.
Invece due spade furon vane; la terza, con prolungati rantoli, spense
l’animale inginocchiato in una pozza di sangue.
E mentre le gradinate si sfollavano con lentezza, io vidi portar su gli
ómeri dalla ragazzaglia che invase l’emiciclo un uomo irritato e restìo,
che forse in quel pallido giorno di commiato rivedeva la sua prima
levata su gli ómeri nell’Arena di Siviglia, la prima burrasca d’applausi
che innalzò fino al rumore della gloria, fino a quest’ora di perduto
apogeo il suo nome ignoto...
----
Nello scendere per le scale dell’anfiteatro Lord Pepe s’imbattè in una
comitiva di suoi parenti, che gli furono addosso da ogni lato e lo
tennero prigioniero, avvolgendolo in un furioso cicaleccio, in un
turbine di parole che più non finiva.
Quella brutta ricca gente colore della provincia possedeva una villa nei
dintorni di Zaraùz. Quando il calabrone cápita nell’alveare certo non
leva tanto scompiglio quanto ne mise Lord Pepe capitando fra quel nugolo
di cugine.
Una lo tirava per la manica, l’altra gli passava sotto il braccio le sue
lunghe magre dita, use ad intingersi nell’acquasantiera; e tutte quante
insieme volevano condurlo a Zaraùz. Si dava un piccolo ricevimento,
quella sera, nei giardini di Zaraùz. Gli offrirebbero il tè profumato
col fiore d’arancio di Zaraùz.
Adelaida, la cugina milionaria, svenevolmente lo guardava con i suoi
occhi di casta Susanna. Ella era, o doveva essere, colei nella quale
farebbe naufragio questo bel seduttore.
Che malinconia, povero Lord Pepe!...
Ma il figlio del banchiere a Londra pensò terribilmente ai milioni della
vecchia zia, doña Isabel. Non seppe resistere. Guardò noi con occhi
smarriti, mentre in cuor suo malediceva il tè profumato all’arancio che
gli offrirebbero nei giardini di Zaraùz.
Ma doña Isabel da tre anni era inchiodata in una monumentale poltrona,
con un rosario per braccio, due Bibbie sotto mano e il testamento
olografo sigillato nel libro dell’amministrazione. Di là, col suo
confessore, governava un feudo immenso. Nel suo vecchio cuore di donna
rapace e devotissima non aveva che una sola debolezza: l’amore per
l’unico maschio degli Higuera, Lord Pepe.
Gli avrebbe lasciato il feudo--pena: il matrimonio con Adelaida.
Che malinconia, povero Lord Pepe!... Essere stato elegante come un vero
baronetto inglese, per finir sposo legittimo della provinciale di
Zaraùz, che certo portava con severa cattolicità le opache mutande di
cotone! Aver dormito a fianco di Madlen, per slacciare poi, la sera
delle nozze, in una camera fredda, presso un tálamo in cui già
scricchiolava il peso della fedeltà, le dure balene di un busto quasi
verticale!... Avere quaranta soprabiti, trecento cravatte ben assortite,
saper ballare il tango argentino con le ragazze della Pampa, nella sala
del Rat Mort, per seppellire sè stesso all’ombra d’una buia moglie
romantica, sul labbro della quale, col volgere dell’età, comincerebbero
a spuntare i baffi... Oh, che il cielo vi scampi. Lord Pepe, dalle
insidie dei giardini di Zaraùz!...
Tuttavia non seppe liberarsi da quelle premure; disse a noi che verso le
nove e mezzo, non più tardi, sarebbe tornato al Maria Cristina, e
frattanto ci lasciava l’automobile per salire a Monte Igueldo.
Essi erano venuti sul carro a banchi, attaccato con le mule trottatrici.
Mule bionde, con sonagliere, che trottano a schiocco di frusta, nel
sole, senza levar polvere, con le orecchie diritte, il collo teso, la
schiena ossuta percorsa da una lunga striscia nera.
Sì, Lord Pepe, andremo a bere il tè su la terrazza di Monte Igueldo; e
penseremo a doña Isabel, inchiodata nella poltrona monumentale, con un
Rosario per braccio, le due Bibbie sotto mano e il testamento olografo
sigillato nel libro dell’amministrazione...
Come Dio volle giunsi a rintracciare l’automobile di Lord Pepe tra
l’immensa confusione di veicoli d’ogni sorta e le continue fiumane di
gente che invadevano il piazzale dell’anfiteatro. Poi, con estrema
lentezza, dovemmo compiere tutta la discesa di Monte Ulìa, sul quale
sorgono le Arene di San Sebastiano.
Brillavan sotto i nostri occhi le aquile d’oro del ponte di Santa
Catalina, ultima barriera verso l’oceano del grigio lento fiume Urumea.
Di là, fra i curvi promontori, si sciorinava la città regale, messa più
volte a sacco, incendiata, smantellata, or dall’incendio risorta con
bianchissimi edifici e larghe strade scintillanti, adagiata lungo la
maravigliosa baia della Concha, dalle arene morbide come velluto. Monte
Urgull e Monte Igueldo chiudevano, su le opposte rive, l’insenatura del
golfo; nel mezzo era l’isola di Santa Clara, ove, in quell’ora calma,
tornavano dal tremolante oceano le vele dei pescatori.
Ed ecco, in una sera di Settembre, volando per la Concha lungo il mare,
sotto i giardini reali dell’alto Castello di Miramar, imprigionato in
quel cofano di cristallo a fianco d’una donna forestiera, io sentivo di
andare incontro al pericolo d’una grande poesia.
E nel guardarla pensavo:--«Questo è forse l’amore.»
Pensavo:--«Rubare alle cose, alle anime che passano, il loro profumo più
inebbriante, abbandonarle prima che sfioriscano, allontanarsi prima di
conoscerne l’agonìa:--questo è forse l’amore. Portare con sè un
rimpianto, qualcosa di magnifico e di perduto, smarrirsi nei labirinti
della vita portando in sè un desiderio giovine, non ancora disperso in
polvere, pensare con una malinconia profumata a tutto quello che poteva
essere e che non fu:--questo è forse l’amore. Udire lontano,
confusamente, nelle distanze dell’anima, una musica lenta che si
trascina come nell’aria un velo, e credere che là indietro, in quella
musica del nostro cuore disperso, in quel colore d’aria distante v’era
forse, o vi poteva essere la felicità; sognare con occhi pieni d’aurora
l’amante nuova che s’incontrerà nei miracoli della strada più
lontana:--questo, questo è veramente l’amore.
I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.
I leggeri fili della sua piuma di Paradiso tremavano con una specie di
nervosità, come se il delicato grappolo fiorisse da un troppo esile
stelo. Immerso nella calda luce della sera, il suo profilo perfetto
sembrava trasparente; le ciglia troppo scure, la bocca troppo rossa,
tradivan con esattezza il segno dei belletti finissimi. Vedevo il
pesante suggello d’ombra sotto il chiarore de’ suoi occhi dorati; ma
questo visibile artifizio le stava terribilmente bene, rendeva il suo
volto meno puro, gli dava uno splendore più torbido, una bellezza più
tormentata.
In un vasetto d’argento, fra l’orologio ed il portacenere, due lunghi
rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini; qualche petalo
s’era sfogliato; cadendo, affondava bianchissimo nella pelliccia d’orso
nero.
Avrei voluto dirle una parola d’amore, qualche bella parola d’amore, che
inutilmente cercai. E tacendo guardavo le sue mani.
Quella mani mi facevano sentire il dolore delle sue lente carezze.
Guardavo lei, per immaginare la sua maniera d’essere un’amante. Pensavo
a quelli che l’avevano posseduta, alle labbra che si erano immerse nel
respiro della sua viva bocca.
Tra il sole morente le sue trecce divenivano color di fumo. La sua pelle
dorata prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le sue forcelle di
brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli oscuri. Aveva nei
polsi, nelle ginocchia, un non so che di pericoloso, d’inerte, una
specie di musica ferma nelle sue lunghe giunture.
Se chiudevo gli occhi e volevo rivederne la sembianza, non era più lei:
spariva dalla sua immagine bella un po’ di sogno, finiva, quasi
cancellata, una specie di maravigliosità.
Ed allora parlammo.
Era stanca, le dolevan un po’ le reni... Oh, quelle gradinate incomode,
il peso enorme della folla, il rumore, il sole, il sangue...
Adesso la strada correva, libera, nella sera profumata. Monte Igueldo
era davanti a noi, con le sue ville cariche di rosai, co’ suoi terrazzi
pieni di sole.
Quando nella folta pelliccia muoveva i suoi piccoli piedi, la calza
nera, così fina, percorsa da riflessi d’argento, mi faceva indovinare
tra la balza il principio della sua nudità.
Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte
Igueldo!... Eppure anche tu passerai, dimenticato, ne’ miei occhi
d’errante; non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po’ di sogno,
l’azzurra ombra d’una sera d’estate su la bella Concha, davanti al sole
che moriva sul divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla,
un po’ d’anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo
lieve, di troppo azzurro, la memoria d’una sera d’estate, una striscia
di fumo, nulla...
I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.
Voi che avete una casa, ed amate la vostra casa, nè per voi c’è fiamma
che vi scaldi lontano e fuori dalla casa, forse non potrete mai
comprendere quest’anima bella del navigatore, che da noi si alza come
polvere nelle distanze della strada che passò.
Mi piaceva; era funestamente bella; da lei cominciava la sera, brillava
il sole, odoravano i fiori, mandava un tremito nello spazio la bianca
terra di Guipuzcoa.
E nel guardarla pensavo:--Questo è forse l’amore.
La distanza è l’amore. Ciò che per noi fu tale in un’ora di bellezza, e
finì. La donna che passa è l’amore; la donna senza storia, senza nome,
senza il peso inevitabile de’ suoi mediocri peccati. Quelle che andarono
via, scomparvero, travolte nella musica d’un treno. Quelle che a noi
diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle,
quando cantava il maestrale...
Con noi passarono, risero, nel turbine d’una città sconosciuta. Forse un
teatro le portò; un albergo le diede; una strada buia.
Erano molte. Fra molte rimase una.
Aveva negli occhi e nell’anima il colore della terra d’esilio; portava
in sè la primavera e come la primavera passò.
Forse un po’ di sogno, la sera, affacciati ad una bella veranda. Chissà,
forse una canzone, distante, fra gli alberi, che se ne va... Il buon
odore de’ suoi gonfi capelli pesava, opprimeva, cadeva, come cade nelle
sere d’estate il caldo pólline dei gelsomini. E parlava con un po’ di
fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non
conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava
con una voce piana, senza ombra di paura, come una buona sorella...
E fu la vostra amante in una camera d’albergo, dopo una sera troppo
calma od un bicchiere troppo colmo... Chi era?... Forse nessuno; la
donna più bella che vedeste, il colore della terra d’esilio, l’unica
forse che v’innamorò.
Sul vostro guanciale disciolse per qualche notte la sua treccia
profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che
saranno fors’anche vere...
Poi, una sera, d’un tratto, pallida e quasi con paura, vi disse nel
bacio più tremante:--«Domani vado via.»
La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta
di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua fina vestaglia di seta.
Chi era?... Forse nessuno; il colore della terra d’esilio, la musica
dell’amore che passò; nulla, una striscia di fumo, la cenere d’una
fiammata che morì... e troverete ancora di lei, nella coltre, una
forcella dimenticata...
Aveva la infinita bellezza di appartenere ad una patria lontana, di
giungere da un mondo impreciso, di avervi abbandonato con una lacrima,
di avervi scritto con un fiore... Passando, in un giorno d’esilio, vi
diede con vero profumo tutto il bene che poteva dare di sè: la sua bocca
limpida e rossa, le sue treccie pesanti che si sciolsero in una notte di
stupenda follìa;--e sarà una striscia di fumo, nulla, un po’ di anima
dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo
azzurro, la memoria d’una sera d’estate, una striscia di fumo, nulla...
I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.
----
Sì, Madlen, ho capito. L’amore... uno scherzo elegante! Un abito nero ed
una veste molto scollata. Una cravatta bianca ed un filo di perle.
Quattro scarpine da ballo, minuscole, fine come guanti, che sottilmente
calzano il piede. Il mio sparato che brilla d’immacolato ámido, e le
vostre leggere piume di colibrì. Due sartorie, due figurini di moda; Old
Bond Street e Rue de la Paix:--questo è l’amore.
Va bene. Tutto ciò richiede un’occasione, vuole un complice; bisogna
trovare il mezzo, il luogo, la congiuntura, per abbandonarsi a questa
folle poesia. Oh, l’amore del ventesimo secolo, come diventa una cosa
complicata, e, se vogliamo, anche un po’ sconclusionata! Non vi pare,
Madlen? No? A voi non pare?... Meglio così.
È l’alba. Le trasparenti nuvole cominciano ad orlarsi di chiarore; fra
poco il giorno si alzerà nel tremante infinito. Solamente i provinciali
credono che la notte sia fatta per dormire. Di notte si gioca, si balla,
si cena, si ama,--nei casi disperati, si medita. Non vi pare, Madlen?
C’è fra noi tutta l’altezza d’un piano, finestra su finestra, verso la
Zurriola. Un po’ di vento agita le irrequiete stelle. Questo immenso
casolare d’uomini, l’uno per l’altro forestieri, adesso dorme. L’Urumea
bianco di spume passa, canta, si disperde nel mare. Che fate voi ora?
Vedo splendere sotto il mio balcone due finestre illuminate. Certo voi
state ora nel lucente spogliatoio, che divide la camera vostra da quella
ove tra poco si addormenterà il consorte vostro e signore. Ma io, sovra
un tavolino malfermo, a piè del mio letto solitario, coi vetri aperti al
buon odore dei cantàbrici venti, per voi, bella Inglese che vi
spogliate, queste malinconiche riflessioni scrivo.
Sì, ho capito, Madlen; l’occasione è quella che a noi manca. Ma nella
vita è sempre un’occasione, piccola e fortuita, quella che divide gli
uomini dall’avverarsi di tutto quanto è sogno. Centinaia di volte sono
passato accanto alla fortuna, ed essa mi toccò, mi avvolse con la sua
treccia odorosa e lieve, come quella che voi ora pettinate con un bel
pettine di tartaruga... L’occasione mi trattenne il braccio, nè volle
che io la ghermissi. È la nemica degli uomini, questa megera che si
chiama Occasione!
Sono passato rasente i pericoli, rasente le tragedie; amai provarne il
brivido, eppure non vi caddi. Sono passato nell’amore senza un grande
amore, nella felicità senza una vera gioia, nella sventura senza troppe
lacrime; ho avuta la sensazione di tutto ciò, confusa ed inscindibile,
ma veramente non provai che stupore. Sono passato su l’orlo del bene, su
l’orlo del male; ho amata la giustizia con un cuore ingiusto, la
semplicità con artifizio, e con animo pigro la vittoria, e con
intelletto gelido la voluttà; ma d’importante in fondo v’è una sola
cosa: la gioia di ricordarmi che «sono passato».
Madlen, su gli alti scanni del Bar, mentre sorbivamo que’ buoni
cock-tails, generosi e raggelati, che somiglian un poco ai desiderî
delle persone eleganti, noi eravamo così presso l’uno all’altra, che le
nostre ginocchia leggermente si toccavano. Era già tardi, quasi le tre
di notte; a pianterreno vegliavano ancora i più inveterati nottambuli
dell’albergo; nella sala da ballo un pianoforte assonnato, un cattivo
cembalo in sordina, faceva ballare non so chi. Dietro il banco, sotto il
quadruplice ordine delle sue variopinte bottiglie, il barman andava
preparando con celerità, nei bicchieri senza piede, i suoi complicati
miscugli; li dosava, li affatturava, con una pazienza, con un ingegno da
perfetto avvelenatore.
L’Addetto Americano dormiva beatamente in una larga poltrona di cuoio.
Teneva le sue gambe lunghissime appoggiate ad una sedia lontana. Ma in
quella posizione acrobatica un de’ suoi piedi, come quello di
Cenerentola, aveva nel sonno smarrita la sua leggera pianella. Essa gli
era scivolata fuor dal piede; nel fulgore del pavimento brillava
solitaria. La paglia che voi usavate per sorbire l’aspro cock-tail vi
lasciò cadere una fredda goccia su la scollatura incipriata. Doveva
essere così fredda, su quel seno maravigliosamente caldo, ch’io pure ne
rabbrividii.
Tornavamo allora dal Casino; voi avevate perduto, io no. Tenevate il
gomito su la sbarra d’ottone che circondava in alto la ságoma del banco;
fra noi era una ciótola ripiena di mandorle toste, che brillavano di
sale cristallizzato. Al cerchio più basso del mio sgabello si
appendevano i vostri piedi sottili, che parevano due gioielli finissimi
in un astuccio di raso d’oro. Ed anche di splendente oro, ma con sovra
un tulle di color viola-piombo, era la stoffa del vostro abito glorioso,
il quale, invece di vestirvi, dovrei dire che vi spogliava. Ed eravate
così avviluppata nei drappi di quel velo pieno di fiamme, così bella
eravate, con le braccia quasi nude, l’ascelle trasparenti, le trecce, le
dita, i polsi, carichi di gioielli scintillanti, che la vostra infernale
paganità mi faceva pensare alle nicchie ove si custodiscono i tesori
delle Madonne bizantine.
Avete fatto male a non sparire con me nell’ascensore, mentre Lord Pepe
si era lasciato invogliare alla danza dagli assonnati ballabili di quel
pianoforte in sordina.
Sì, avete fatto male, Madlen; perchè mai come in quel momento avrei
saputo prendervi con violenza e con immaginazione; così, d’un tratto,
senza svestirvi, sciupando il vostro bell’abito di tulle color
viola-piombo e di raso d’oro; così, ritrovando su la vostra bocca umida
il forte sapore del cock-tail, premendo su voi, tra i seni malnascosti,
la fredda perla della mia camicia, impolverando con la vostra cipria
tenace il mio rigoroso abito nero.
È quello appunto che io vi dicevo, Madlen. E voi mi rispondeste con una
voce molto serena:--Oh... questo vi è poi talmente necessario, my poor
dear friend?...
In quel beato sonno l’anima semplice dell’Addetto Americano spaziava nei
paradisi artificiali dell’Old Scotch Whisky, paradisi certo superiori a
quelli del divino Baudelaire. Lo si udiva russare con dolcezza, mentre
appoggiava sul cuoio della spalliera la guancia perfettamente sbarbata.
Quelle sue gambe interminabili stendevan un ponte rettilineo fra la
poltrona e la sedia lontana. Lo scarpino lucido e piatto pareva che
avesse camminato da sè; ora brillava, sempre più solitario, nel mezzo
del pavimento. Il pianoforte, nella sala da ballo, ricominciava per la
decima volta l’eterna canzone di Mayol:
Tout le long, le long du Missouri
sous les grands mimosas fleuris,
chaque soir à la brune,
quand au ciel monte la lune...
Ed il barman usciva dalla sala reggendo sopra un vassoio molti bicchieri
colmi, appannati, che tremando si urtavano. Allora sentii le vostre mani
crudelissime toccare leggermente la mia spalla, ove rimase un po’ di
cipria. E con un riso che orlava d’un bacio non dato la vostra bocca
inafferrabile, voi dicevate a me, ch’ero di voi tutto perduto e pallido:
--Ebbene sì, vi dico sottovoce di sì... molto piano... molto forte... Ma
non so quando, forse d’improvviso, una sera... non domandatemi più
nulla... ho detto di sì...
E il ritornello della canzone ripeteva:
Caprice fou!
J’oubliais tout...
Mes parents et mon pays,
tous mes amis...
Quando Lord Pepe fu di ritorno dalle sue danze, ci trovò intenti a
lanciare mandorle toste nello scarpino solitario dell’Addetto Americano.
--Allô! allô! mister Hotkniss!--gridò egli con la sua voce risvegliante.
Il povero mister Hotkniss si destò di soprassalto e balzò in piedi come
un pagliaccio meccanico. Vide Madlen che rideva, e le disse:
--Well! I beg your pardon...
Poi, trovata nella scarpina una mezza mandorla tosta, ch’era l’unica
entrata nel segno a comprovare la destrezza di Madlen, per farsi da lei
perdonare quel sonno poco diplomatico, il rappresentante in Ispagna del
signor Teodoro Roosewelt ebbe con molto garbo la galanteria di
mangiarla.
Ora è venuta l’alba.
L’Urumea tace. I castani di Monte Ulìa scuotono tra una luce vaporosa le
foglie orlate di brina. Entra col rumor delle foglie un senso di freddo
sottile. È l’alba; è l’alba su Monte Ulìa...
Desiderare, non possedere, addormentarsi...--questa è la storia di una
notte, anzi è la storia di tutta la vita.
Così pure diceva, sul pianoforte in sordina, l’eterna Canzone del
Missouri:
Et j’eus souvent
d’autres romans;
j’ai connu d’autres baisers,
trop vite epuisés...
----
Una commedia spagnuola, fatta di chiaccherii, di sussurri, di trilli, di
frizzi, di baci, con molte ragazze da marito, maldicenti e ben
pettinate, che aprivano e chiudevano con volubilità i loro ventagli
vendicativi; molte matrone, stile cattolicissimo, un chierico balordo,
una zitella sorda, che dal principio alla fine della commedia non
cessava un attimo dal rotolare tra le sue lunghe dita gialle, su la
scrivania del fratello parroco, un infinito numero di sigarette. Poi
v’era un primo attor giovine, il quale, per fare l’irresistibile e
sedurre la figlia d’una cugina della cognata del parroco don Vincente,
si era messi perfino gli stivali da cavallerizzo...
Non vi piace, Madlen, questa commediola di Benavente?
Certo, se ripensate agli spettacoli sfarzosi dell’Olympia od alle
squisite finezze dell’His Majesty’s Theatre, non potrete molto
apprezzare questi scenari da teatro di terz’ordine, questi attori un po’
arruffati, un po’ disordinati, che recitan come si vive, agitando le
mani, scompigliandosi i capelli, sempre a scatti, a gesti repentini, a
scrollate di spalle; attori che su la scena vi dànno l’impressione di
riprodurre i cicalecci del «patio», i mille pettegolezzi borghesi che
s’incanalano sotto la Puerta del Sol...
Nondimeno io trovai delizioso il bisticcio fra le ragazze da marito, che
scoppiò in casa del vecchio parroco, tutto a frecciate, a botte
improvvisate, a colpi di ventaglio e di spilli, mentre la vecchia
beghina sorda, con le sue lunghe dita gialle, non faceva che rotolare
sigarette frammezzo a quella pazza gioventù.
Lord Pepe, in fondo al palco, annoiatosi di quell’intreccio troppo
casalingo, si era messo con le spalle al muro e profittava di quel lungo
atto per fare un dolce pisolino.
Ma presto la commediola finì; e siccome nei teatri spagnoli non di rado
si alternano brevi recitazioni con intermezzi di ballo e scene di
zarzuela, così ora si annunziava la parte migliore dello spettacolo: una
famosa danzatrice zingara.
Allora, da quel fino intenditore di danze ch’egli era, venne al
parapetto e prese il canocchiale, assicurandoci che la commedia di
Benavente non valeva la pena d’essere ascoltata.
In tutte le cose, Lord Pepe, c’è una maniera d’aver ragione, come una
d’aver torto: la saggezza vera consiste nel rimanere sempre in dubbio.
La danzatrice che apparve al proscenio portava un bel nome latino,
foggiato con la sampogna e col diadema, bucólico e regale, strano e
forte:--Pastora Imperio.
Questa Venere gitana è forse la più gloriosa fra le danzatrici di
Madrid. Fu moglie, ora divisa, dell’espada Gallo, il quale da lei
dovette apprendere quanto è più facile cosa inginocchiare i tori
formidabili di Veragua e di Miura, che non al proprio amore costringere
una sottile danzatrice zingara.
Le sue danze non erano accompagnate da orchestra; uno scuro adolescente,
seduto al proscenio sovra una seggiola di paglia, suonava per lei
mirabilmente la chitarra.
Questa donna mostrava un ingegno davvero sorprendente nel dimenare le
sue flessibili anche, nel tendere o nello scuotere la perfetta
convessità del suo largo ventre, nell’inflettere la spina dorsale,
formando con tutta la sua curvabilità un arco mirabile, nell’aprire il
bianco ventaglio delle sue braccia perfette, nel far tremare i seni
larghi e seminudi, che le sbocciavano dal petto come grappoli
stupefacenti.
Ella si chiudeva nella rete fittissima dei suoni che mandavan le sue
nácchere, si avviluppava nel rumore, nella gioia della danza, come per
scolpire in fugaci opere d’arte la bellezza del suo corpo inesauribile.
Aveva le anche agili e pesanti, le ginocchia salde, quasi buie, le
caviglie splendenti, aride, però innervate con forza ne’ sottilissimi
piedi, le reni asciutte, magre come il piacere, dolorose come la
voluttà.
Lord Pepe, al colmo dell’entusiasmo, dichiarò in modo perentorio che le
commedie di Benavente, come i drammi «de el malinconioso Ibsen o del
señor Gabriele de Anuncio» (tre autori fra i quali non faceva
distinzione alcuna) son cose che valgono su per giù quanto «un real de
Alonso Doze», allorchè su la scena mette il piede una danzatrice come
Pastora Imperio.
Siccome non protestai con sufficiente vigore, la bella Inglese parve
irritata. Forse una irreprimibile gelosia la pungeva, nel vedere tutti
gli uomini accaldarsi ed applaudire le danze voluttuose della bellissima
zingara. Cominciò con trovarla sguaiata; poi s’accorse che le sue
caviglie avrebbero potuto essere più fine; trovò che il saper scuotere i
seni ed il ventre a quel modo non era già una danza pura, come quelle di
Maud Allan, bensì un’osceno tremito epilettico; per ultimo disse che
Pastora Imperio aveva quel genere d’insolente bellezza la quale può
forse mettere in combustione il temperamento incendiabile di un galante
chauffeur.
--Bueno!--ammise Lord Pepe;--en cada hombre duerme uno chauffeur.
Questo magnifico dispregiatore di tutto ciò che può rodere un cervello
pensante ha sempre l’aria, quando parla, di deridere il suo
interlocutore. Sovra ogni cosa egli possiede un’opinione ben chiara, ben
definita, che non sarà forse la giusta, ma che per lui rappresenta la
categorica verità.
Quando Lord Pepe ammira il figurino di un abito ancor ignoto al volgo,
lo chassis di una macchina ultrapotente, le reni oscure di una
danzatrice zingara, è persuaso d’intendere con elevazione il senso più
lirico della perfetta vita, e certo gode una gioia molto più schietta
ch’io non provi nello scrivere una di quelle noiosissime poesie ritmate,
delle quali--non saprei dire perchè--talora, come poeta, mi vanto. Nel
giudizio di quest’uomo, Little Tich è un artista il quale supera
Eleonora Duse; un campo di corse gli dà maggior brivido che una sala del
Louvre; trova che l’inventore del rasoio Gillette si rese agli uomini
più utile di Emanuele Kant, e senza dubbio venera la cucina di Vatel più
che il teatro di Racine:--cosa nella quale non gli saprei dar torto.
Lord Pepe, dopo aver molto ascoltate le ragioni degli uomini sapienti e
di quelli, che amabilmente come voi se n’infischiano del genere umano,
son venuto a concludere che voi almeno sapete compatire le lor grandi
stoltezze, mentr’essi, con tanta levatura, non sanno e mai sapranno
indulgere alle piccole vostre.
Quel teatro si chiamava Teatro Circo. Ne uscimmo verso le undici, e per
vicoli oscuri, dove i popolani camminavano senza rumore su le lor scarpe
di corda, ci avviammo, come ogni sera, verso il Casino.
Confesso che molto volentieri sarei tornato per quei vicoli ambigui sino
al Teatro Circo, dove un portiere od una fioraia, un venditore di
-chufa- o qualche altro cortese intermediario, mi avrebbe forse indicato
il mezzo più sollecito per far giungere un mio biglietto da visita, con
qualche dichiarazione d’amore scritta in pessimo spagnolo, fin dietro le
quinte ov’era il camerino della bellissima danzatrice Pastora Imperio.
Non già ch’io dividessi l’opinione di Lord Pepe, trascurando affatto
quella di Madlen; senonchè le promesse voluttuose di quest’ultima erano
lente quanto mai ad avverarsi, mentre la «Jota» è una terribile danza,
che certo non persuade gli uomini alla purezza francescana, e più
infernale danza è quella che porta il nome di «Olè».
Ond’io volgevo tra me stesso il pensiero di conoscere Pastora Imperio,
benchè non sapessi come avrei potuto sfuggire alla involontaria
vigilanza de’ miei nuovi compagni. Ormai avevamo presa l’abitudine di
passare tutte le serate insieme; spesso pranzavamo alla medesima tavola,
poi andavamo allo stesso teatro; si cominciava e si finiva il gioco alle
medesime ore; una lieta cena chiudeva le nostre lunghe fatiche, poi,
verso l’alba, tornavamo all’albergo insieme. Lord Pepe, con molto
spirito, non si mostrava punto geloso; anzi aveva l’aria di permettere
ch’io facessi alla sua bella compagna un briciolo di corte. Questo fatto
lo dispensava da una quantità di piccole cure, che forse affaticavano la
sua naturale pigrizia. Ero dunque io che a Madlen ponevo e ritoglievo il
mantello, accendevo le sigarette, offrivo da bere, procuravo i
programmi, le caramelle, i fiori, cambiavo i gettoni, domandavo al
violino di spalla la canzone preferita, ed ero persino io che, talvolta,
conducevo nel giardino dell’albergo il nobile pechinese Pompon. Questa
mi pareva in ogni caso una prova di fiducia, bella e delicata.
Lord Pepe, giovine hidalgo pieno di senno, amava risparmiarsi per le
fatiche maggiori.
Queste ragioni mi tolsero il mezzo di tornare al Teatro Circo in tempo
utile. Poi se n’aggiunse un’altra, non meno decisiva; e questa fu che,
appena giunto presso la tavola da gioco, perdetti senza indugio molte
migliaia di pesetas.
Nulla come un tale rimedio sopisce il fuoco dell’amore; sicchè dovetti
per prima cosa provvedere al ricupero delle involate pesetas, che dopo
lunghe alternative ridivennero mie. Ciò mi permise di ripensare alla
brunissima danzatrice di «Jota».
Madlen e Lord Pepe frattanto erano immersi fino alla gola nelle amarezze
del «trente et quarante». Lord Pepe assisteva con occhi attenti e
fulgentissimi alle pericolose fortune del giuoco di Madlen. L’unico
momento in cui, per nessuna ragione al mondo, egli avrebbe consentito ad
abbandonare la sua compagna, era infatti quand’ella sedeva presso la
tavola da gioco. Il buon senso amministrativo di quest’uomo vestito a
Piccadilly rappresentava per quella pazza Inglese un freno
indispensabile.
Dopo mezzanotte le attrici di tutti i teatri, e così pure quelle che
professan l’arte liberale del piacere al primo che le guarda, usavan
tutte quante radunarsi al Casino, per rischiare un marengo sovra una
serie di «trente et quarante» e bere, secondo i casi, o molte coppe di
freddo Sciampagna od una economica tazza di caffè.
La sala da giuoco apriva le sue belle invetriate sovra un ampio
terrazzo, dal quale tutto il golfo appariva, sino al termine della
incurvata Concha. Era il terrazzo dove si rifugiavano i perseguitati
dalla disdetta o gli accesi dall’amore. Un uomo solitario, il quale dopo
la mezzanotte sedesse ad uno di que’ tavolini e per caso, davanti a quel
mare così calmo, sentisse nell’anima nostalgica un tremante bisogno di
poesia, non rischiava mai di rimanere troppo a lungo in contemplazione
della solitudine.
Or accadde ch’io pure, quella sera, sentissi vagamente il bisogno d’una
boccata d’aria ed uscissi per un momento a passeggiare su quel terrazzo
romantico. La notte profumata e chiara, le stelle, il mare, che so io,
forse la scintillante statua della Reina Maria Cristina, mi facevano
danzare nel sangue la terribile «Jota» di Pastora Imperio.
D’un tratto la buona ventura che assiste gli scapoli ed i sognatori
venne spontaneamente in mio soccorso. O fu per caso un’allucinazione?...
Come potrei dirlo? Fatto sta che improvvisamente vidi Pastora Imperio,
la terribile danzatrice di «Olè», ritta e ferma contro l’invetriata.
Fumava una sigaretta, parlava, rideva con un piccolo ufficiale di
cavalleria, un vincitore di Coppe Reali nel Concorso Ippico.
Non era per me facile cosa riconoscere una donna veduta una sol volta su
la scena, e pressochè nuda, in un’altra che invece portava un abito
leggiadro e ben modellato, con le maniche fino ai polsi, la camicetta
fino al mento, e raccoglieva le sue belle trecce sotto un fino groviglio
di leggere piume. Potevo benissimo ingannarmi, od anche mettere nel mio
raffronto un poco di fantasia. Però, se i miei occhi non eran vittime di
un abbaglio sorprendente, quella era, dalla fronte al piede. Pastora
Imperio.
La medesima statura molto alta, snella, il piede fino, il fianco ben
segnato, le spalle aperte, un po’ rovesciate all’indietro, il collo
nervoso, mobile, due stupendi occhi da Carmen, il profilo da ebrea.
Cominciai a passeggiare in su, in giù, per meglio esaminarla da vicino
ed attrarre i suoi lucenti sguardi sopra la fronte non elevata
dell’ottimo cavalcatore. Questi le raccontava certo qualcosa di molto
gaio, perchè ogni tratto vedevo la sua bocca scintillante ridere. Quando
bene potei osservare le sue labbra, il suo riso, i denti limpidi, gli
occhi fatti a mandorla, più non mi rimase alcun dubbio: quella era
Pastora Imperio.
Ma il giovine ufficiale... perchè non pensava egli dunque a coricarsi di
buon’ora, visto che la mattina dopo i suoi veloci ed agili destrieri lo
avrebbero atteso al primo sole, per compiere il duro percorso volando
sotto lo scudiscio dell’intrepido cavalcatore? E non s’accorgeva
inoltre, il piccolo Ussero di Alfonso XIII, che gli sguardi luminosi
della bella Pastora Imperio non avevano affatto per me quella truce
ombra che ben conobbe a’ suoi tempi l’innamorato espada?
Passeggiai ancora un poco, indi presi una lodabile risoluzione.
Per la fortuna de’ giovini e de’ vecchi scapoli sonvi dappertutto, nei
luoghi ove convengono donne galanti, certe provvide e sapienti matrone
le quali interpongono l’opera della loro saggezza tra il frutto che si
vuol cogliere ed il prezzo che se ne vuol offerire.
A mia conoscenza la sala da gioco ne ospitava una in dimora stabile,
della quale un impiegato belga mi aveva tessuto i più caldi elogi,
dicendola molto accorta nel suo leggiadro mestiere, fidata ne’ servizi e
conosciuta per tutta la penisola come reggitrice d’una prospera casa di
Madrid. Ella era uno sfasciato quintale di rosea carne ribelle ad ogni
busto, con un sorriso da vergine folle. Aveva sempre intorno a sè certe
sue colombette, da lei menate in Cantabria per far fronte alle
occorrenze della stagione.
Doña Beatriz (questo era il dolce suo nome) non di rado mi aveva
sorriso, come a tutti gli uomini soli; ed ora me ne ricordai, perchè il
sorriso d’una donna contiene sempre qualche vaga promessa.
’
,
,
1
’
,
,
.
’
2
,
,
3
4
’
.
5
6
’
,
’
7
;
,
’
,
,
,
8
.
9
10
,
11
,
’
,
,
,
,
,
12
,
-
-
:
13
,
’
.
14
15
,
:
-
-
!
-
-
16
,
,
.
17
18
,
,
.
19
20
’
,
,
21
.
,
«
»
,
22
,
,
;
23
,
,
24
’
«
»
.
25
26
’
27
;
,
,
’
28
.
,
,
29
,
,
30
.
31
32
,
,
,
33
’
.
34
35
-
-
¡
!
-
-
,
-
-
!
36
37
;
.
38
39
,
’
,
40
.
’
,
,
,
41
,
’
,
42
.
;
’
43
,
.
’
44
,
,
,
,
45
.
46
47
’
48
,
49
’
50
.
51
52
’
:
,
53
’
’
;
,
54
55
.
’
-
-
«
»
-
-
56
57
.
,
,
58
.
’
59
.
60
61
,
’
,
62
,
,
,
’
.
63
’
;
64
,
’
,
65
.
66
67
.
,
’
68
.
:
’
.
69
70
,
,
.
71
;
,
’
72
,
«
»
.
73
74
,
,
,
,
.
75
76
,
77
’
,
78
,
,
.
79
80
’
,
81
,
,
82
,
.
83
84
,
,
,
,
.
85
86
,
,
87
’
.
88
89
,
,
;
90
;
91
.
92
93
,
94
95
.
,
96
,
,
.
97
;
,
,
98
.
99
100
,
,
.
101
102
«
»
103
’
,
.
104
,
,
105
.
106
107
.
,
,
108
’
.
109
110
,
,
.
111
112
,
113
’
;
,
,
114
,
,
115
,
.
116
117
,
,
’
.
118
119
120
.
’
121
.
’
’
,
122
’
.
123
124
’
,
125
,
126
’
.
127
128
,
’
129
,
’
130
,
-
-
-
-
:
131
’
.
132
133
’
,
134
’
135
,
’
136
.
137
138
’
’
139
.
’
140
,
141
’
,
142
.
143
144
,
’
145
.
,
146
147
.
148
149
’
150
.
151
’
.
152
;
-
-
153
.
,
,
154
,
,
’
,
155
’
.
156
157
,
,
158
,
159
,
,
’
160
,
161
162
.
163
164
,
’
,
165
,
166
.
,
167
,
168
’
,
’
169
,
170
,
.
171
172
,
,
173
;
174
,
175
.
176
177
,
’
,
178
,
,
,
179
’
180
.
181
,
’
’
;
182
183
.
184
’
,
185
’
186
,
’
187
,
,
,
,
188
.
189
190
;
191
’
,
’
192
,
193
.
,
,
194
,
195
;
196
,
,
’
197
,
,
,
,
,
198
’
’
199
.
200
201
’
’
,
,
202
.
,
203
204
.
,
205
,
206
.
207
208
,
,
209
.
-
-
-
-
210
.
211
212
«
»
213
,
’
214
.
,
;
215
’
’
;
216
.
217
218
’
,
219
,
,
’
220
’
’
«
»
221
,
.
222
.
223
224
«
»
,
225
226
.
;
,
227
,
,
’
228
.
229
230
,
231
,
.
,
232
,
,
233
.
,
’
,
234
,
235
«
»
.
236
237
,
238
«
»
,
239
’
.
240
241
.
’
242
.
243
244
’
’
,
,
,
245
’
.
246
247
,
’
,
’
,
«
»
248
;
’
,
249
,
’
’
250
.
251
252
’
’
,
,
253
«
»
254
’
,
,
255
.
’
256
’
;
257
,
,
258
,
«
259
’
»
,
«
»
,
.
260
261
,
262
,
,
’
,
:
263
,
,
264
.
265
266
,
,
267
,
’
,
,
268
,
269
,
,
’
270
.
271
272
273
;
,
274
’
.
275
276
’
,
277
.
278
279
,
,
280
,
,
281
,
282
’
,
’
283
,
’
284
.
285
286
,
’
,
,
287
,
,
288
,
289
,
’
.
290
291
,
,
,
292
,
,
293
,
294
’
;
’
’
295
,
.
296
297
,
,
;
,
298
’
,
’
,
,
299
,
300
,
,
301
.
302
;
,
;
303
;
,
304
,
.
,
305
,
,
’
;
306
.
,
,
,
307
’
;
;
308
;
,
309
.
310
311
’
’
.
.
.
312
313
,
’
314
.
315
,
,
,
316
’
.
317
318
,
,
,
319
,
.
320
321
’
,
’
322
.
323
324
,
,
325
’
.
326
327
,
328
,
.
329
,
,
330
.
331
332
’
333
.
334
335
«
»
336
’
,
337
’
.
338
339
.
340
’
,
341
,
,
342
,
343
,
344
.
345
346
;
,
,
347
’
.
348
349
,
350
’
,
351
352
’
,
’
353
,
’
354
.
.
.
355
356
-
-
-
-
357
358
’
’
359
,
360
,
,
361
.
362
363
364
.
’
365
366
.
367
368
,
’
369
,
’
;
370
.
,
371
,
.
372
’
.
373
374
,
,
375
.
,
,
376
.
377
378
,
!
.
.
.
379
380
381
,
.
.
382
,
’
383
.
384
385
,
386
,
387
’
.
,
388
,
.
389
:
’
390
’
,
.
391
392
-
-
:
.
393
394
,
!
.
.
.
395
,
396
,
397
!
,
,
398
,
,
399
,
400
!
.
.
.
,
,
401
,
402
,
’
’
403
,
,
’
,
404
.
.
.
,
.
,
405
!
.
.
.
406
407
;
408
,
,
,
409
’
.
410
411
,
.
412
,
,
,
413
,
,
,
,
414
.
415
416
,
,
;
417
,
,
418
,
419
’
.
.
.
420
421
’
422
’
’
423
’
.
,
424
,
,
425
.
426
427
’
428
,
’
.
429
,
,
,
430
,
,
,
’
431
,
432
,
.
433
,
,
’
434
;
’
,
,
’
,
435
.
436
437
,
,
,
438
’
,
439
’
,
440
’
.
441
442
:
-
-
«
’
.
»
443
444
:
-
-
«
,
,
445
,
,
446
’
:
-
-
’
.
447
,
,
448
,
449
,
450
:
-
-
’
.
,
451
,
’
,
452
’
,
,
453
,
’
’
454
,
;
’
455
’
’
456
:
-
-
,
’
.
457
458
.
459
460
461
,
462
.
,
463
;
,
,
464
.
465
’
’
;
466
,
467
,
,
468
.
469
470
’
,
’
,
471
;
472
’
;
,
’
473
.
474
475
’
,
’
,
476
.
.
477
478
.
479
,
’
’
.
480
’
,
481
.
482
483
.
484
.
485
.
486
,
,
,
’
,
487
.
488
489
,
:
490
’
,
,
491
,
.
492
493
.
494
495
,
’
.
.
.
,
,
496
,
,
,
.
.
.
497
498
,
,
.
499
,
,
’
500
.
501
502
,
503
,
,
’
,
504
.
505
506
,
,
507
!
.
.
.
,
,
’
508
’
;
,
,
’
,
509
’
’
’
,
510
.
.
.
,
,
511
’
’
,
512
,
,
’
’
,
513
,
.
.
.
514
515
.
516
517
,
,
’
518
,
519
’
,
520
.
521
522
;
;
,
523
,
,
524
.
525
526
:
-
-
’
.
527
528
’
.
’
,
529
.
’
;
,
,
530
’
.
531
,
,
’
.
532
,
,
,
,
,
533
.
.
.
534
535
,
,
’
.
536
;
;
.
537
538
.
.
539
540
’
’
;
541
.
542
543
’
,
,
.
,
544
,
,
,
.
.
.
545
’
,
,
,
546
’
.
’
547
,
,
,
548
,
;
549
,
,
.
.
.
550
551
’
,
552
.
.
.
?
.
.
.
;
553
,
’
,
’
554
’
.
555
556
557
;
,
,
558
’
.
.
.
559
560
,
,
’
,
,
561
:
-
-
«
.
»
562
563
,
,
,
,
564
,
.
565
566
?
.
.
.
;
’
,
567
’
;
,
,
’
568
.
.
.
,
,
569
.
.
.
570
571
,
572
,
,
573
.
.
.
,
’
,
574
:
575
,
576
;
-
-
,
,
’
577
,
,
578
,
’
’
,
,
.
.
.
579
580
.
581
582
-
-
-
-
583
584
,
,
.
’
.
.
.
!
585
.
.
586
,
,
,
587
.
’
,
588
.
,
;
589
:
-
-
’
.
590
591
.
’
,
;
592
,
,
,
593
.
,
’
,
594
,
,
,
’
!
,
595
?
?
?
.
.
.
.
596
597
’
.
;
598
.
599
.
,
,
600
,
,
-
-
,
.
,
?
601
602
’
’
’
,
,
603
.
’
.
604
’
,
’
’
,
.
’
605
,
,
.
?
606
.
607
,
608
.
,
609
,
,
610
,
,
611
,
.
612
613
,
,
;
’
.
614
’
,
,
615
’
.
616
,
,
617
,
618
.
.
.
’
,
619
.
,
620
!
621
622
,
;
623
,
.
’
624
,
,
625
;
,
,
626
.
’
,
627
’
;
,
628
,
,
629
;
’
’
630
:
«
»
.
631
632
,
,
’
633
-
,
,
634
,
’
’
,
635
.
,
636
;
637
’
;
,
638
,
.
,
639
,
640
,
,
641
;
,
,
,
642
.
643
644
’
.
645
.
646
’
,
647
,
.
648
;
649
.
’
-
650
.
651
,
,
’
652
.
653
654
;
,
.
655
’
;
656
,
657
.
658
,
659
’
.
,
660
-
,
,
661
,
,
.
662
,
663
,
,
’
,
,
664
,
,
,
665
666
.
667
668
’
,
669
670
.
671
672
,
,
;
673
;
,
’
,
674
,
’
675
-
’
;
,
676
-
,
,
,
677
,
678
.
679
680
,
.
681
:
-
-
.
.
.
,
682
?
.
.
.
683
684
’
’
685
’
,
686
.
,
687
.
688
689
.
690
;
,
,
691
.
,
,
692
’
:
693
694
,
695
,
696
,
697
.
.
.
698
699
700
,
,
.
701
,
’
702
.
’
703
,
,
’
:
704
705
-
-
,
.
.
.
.
.
.
.
.
.
706
,
’
,
.
.
.
707
.
.
.
.
.
.
708
709
:
710
711
!
712
’
.
.
.
713
,
714
.
.
.
715
716
,
717
’
.
718
719
-
-
!
!
!
-
-
.
720
721
722
.
,
:
723
724
-
-
!
.
.
.
725
726
,
,
’
’
727
,
728
,
729
730
.
731
732
’
.
733
734
’
.
735
.
736
.
’
;
’
.
.
.
737
738
,
,
.
.
.
-
-
739
,
.
740
741
,
,
’
742
:
743
744
’
745
’
;
746
’
’
,
747
.
.
.
748
749
-
-
-
-
750
751
,
,
,
,
752
,
,
,
753
,
754
;
,
,
,
755
,
756
,
757
,
.
758
’
,
,
’
759
’
,
760
.
.
.
761
762
,
,
?
763
764
,
’
765
’
’
,
766
’
,
’
767
,
’
,
,
768
,
,
,
,
769
;
’
770
«
»
,
771
’
.
.
.
772
773
,
774
,
,
775
,
,
776
,
,
777
.
778
779
,
,
’
780
,
781
.
782
783
;
784
785
,
:
786
.
787
788
,
’
,
789
,
790
’
.
791
792
,
,
’
’
,
793
’
:
.
794
795
,
796
,
,
797
:
-
-
.
798
799
800
.
,
,
’
,
801
802
,
803
.
804
805
;
,
806
,
807
.
808
809
810
,
811
,
’
,
812
,
’
813
,
814
,
815
.
816
817
818
,
,
,
819
’
.
820
,
,
,
821
,
,
’
822
,
,
,
823
.
824
825
,
’
,
826
,
«
827
»
(
828
)
«
829
»
,
830
.
831
832
,
833
.
,
834
835
.
;
’
836
;
837
,
838
,
’
;
839
’
840
841
.
842
843
-
-
!
-
-
;
-
-
.
844
845
846
’
,
,
847
.
’
,
848
,
,
849
.
850
851
,
852
,
853
,
’
854
,
855
’
,
856
-
-
-
-
,
,
.
857
’
,
858
;
859
;
’
860
,
861
:
-
-
.
862
863
,
864
,
’
,
865
866
,
’
,
,
867
.
868
869
.
,
870
,
871
,
,
,
.
872
873
874
,
,
875
-
-
,
876
,
877
’
,
878
’
.
879
’
’
,
880
;
’
881
,
«
»
,
882
,
883
«
»
.
884
885
’
,
886
887
’
.
’
888
;
,
889
;
890
;
,
,
891
’
,
’
.
,
892
,
;
’
893
’
.
894
,
895
.
896
,
,
,
897
,
,
,
,
898
,
,
,
899
’
.
900
,
.
901
902
,
,
903
.
904
905
906
.
’
’
,
;
,
907
,
908
.
909
910
’
;
911
,
912
.
913
«
»
.
914
915
916
«
»
.
917
.
’
918
,
,
919
,
’
920
.
’
921
922
.
923
924
,
925
’
,
926
,
927
«
»
,
,
928
.
929
930
931
,
,
932
.
933
’
.
,
934
’
,
935
,
’
936
,
937
.
938
939
’
,
,
’
940
’
941
.
,
,
,
,
942
,
943
«
»
.
944
945
’
946
.
’
?
.
.
.
947
?
,
948
«
»
,
’
.
949
,
,
950
,
.
951
952
953
,
,
’
954
,
,
955
,
956
.
,
957
.
,
958
,
,
.
959
.
960
961
,
,
,
962
,
,
’
’
,
963
,
,
,
.
964
965
,
,
966
967
’
.
968
,
.
969
,
,
,
970
,
:
971
.
972
973
.
.
.
974
’
,
975
,
976
’
?
’
977
,
,
978
979
’
’
?
980
981
,
.
982
983
’
’
,
984
,
985
’
986
.
987
988
,
989
,
990
,
’
991
’
992
.
993
,
.
994
,
995
.
996
997
(
)
998
,
;
,
999
’
.
1000