E quivi ancora, dove al bivio parevano disgiungersi «le due strade»--quella del terrestre amore si nascondeva nel sogno dei pentiti, bruciava di sole infuriato sotto la polvere dell’ascensione spirituale. Al Cristo che morì per gli uomini, l’uomo eternamente chiedeva il miracolo d’un raggio di sole. ---- La trascinai lontano. Era mia. Sentivo terribilmente il bisogno d’immergere la mia viva bocca nella sua carne bella. Non potevo più tollerare quell’odor di ceri e di umanità maledetta; sentivo il bisogno folle di lei, de’ suoi profumi, della sua fina cipria, della sua bocca giovine, della sua purezza non infranta. Quella che a me non diedero le canzoni dei pazzi violini, la scintillante spuma de’ bicchieri colmi, diveniva or mia presso la Fontana di Lourdes, nel ribrezzo dell’infinito umano dolore. Fuggimmo. I boschi erano verdi, erano fragranti; qualche rosa nasceva, chissà da qual giardino claustrale; il buon odore dell’ultima estate scendeva dagli orti chiusi dei bianchi monasteri. Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano... Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu. Adesso mi si destava nell’anima una grande malinconia, quasi una bontà nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un’anima nel tuo corpo giovine come il sole, e stando così presso alla tua bocca desiderata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu... Vieni; la notte è quasi profumata come la tua gola che intravvedo. E noi passeremo allacciati sotto i portici di questa vecchia Lourdes, cercando una camera scura, un letto angusto, con due guanciali di freddo cotone, sotto un Crocifisso di legno tarlato. Pregni ancora d’incenso, noi discioglieremo in un tetro albergo di pellegrini questi abiti che portano il segno della nostra insolente paganità. Vieni; così ti amo, così ti voglio, contaminata come sei dal respiro di tutti i patimenti, nuda, come fosti nel Tempio, quando eri la danzatrice di Mágdala... E sul guanciale ove discioglierai la tua treccia bionda e buia, dove annoderai le tue braccia nel contorto grido irreprimibile, sentirò salire da me stesso e da te la gioia viva del mondo in mezzo alle piaghe di tutto l’uman genere; mi bacerai con la tua bocca rossa, mi toccherai con l’erto ápice de’ tuoi seni lussuriosi come la sterilità, mi farai sentire, nel dolore gioioso del tuo grembo non ancor dissuggellato, battere quell’unico senso della vita che non può disgiungersi da ogni cosa viva, ma traversa come una eterna divinità la bellezza universale... Vieni; ancora ho voglia d’immergermi sino alla gola nella gioia del mondo, e ridere in mezzo a questo pianto, e vivere in mezzo a questa morte, ove ti condussi per intendere quale musica debba essere la mia. I mistici organi delle basiliche hanno cantata l’apotéosi del divino amore; vieni; ora forse riudiremo trillare da lungi le canzoni vertiginose dei pazzi violini... E questo avverrà per le scale buie d’un locandiere da pellegrinaggi, in una stanza rimasta vuota, forse perchè aveva qualche vassoio di puro cristallo e qualche drappo di bianca trina. Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; un fiume bianco di spuma entra nella sera infinita; per il cielo eterno si alza il respiro di una immensa fatica; un fiume passa; il tuo braccio mi stringe; tutto questo è il rumore di una giornata umana, un po’ di giovinezza finita, un po’ d’amore disperso, Madlen... e la tua bocca è giovine, la tua mano è calda, il fiume passa, passa... Vieni; su noi piove il pagano amore del vivere; in questo immenso tentativo dell’andare più in là, una sola cosa è necessaria: impadronirci della barbara vita. Vieni; troveremo una porta quasi conventuale, con sopra un lume vacillante; se la porta sarà chiusa, noi picchieremo col battente. Scenderà mezzo addormentato una specie di furbo scaccino sessantenne, per vedere chi mai siano, a sì tarda ora, nella buia Lourdes, questi due rumorosi importuni. E guarderà le tue mani accese di brillanti, le tue dita quasi azzurre, con una specie di sdegno avido e scandolezzato, mentr’io gli dirò che siamo due pellegrini del Sacro Cuore di Gesù, rimasti senza tetto e senza giaciglio in questa città così deserta, ove si comprime a stento una immigrazione formidabile. Nella sua casa, ove par che ogni uscio vi chieda il favore di pronunziare un «Amen», troveremo tutto ciò che delicatamente occorre a bene dormire dentro lini di bucato; le mura d’antica pietra, le porte di vecchio noce, le cortine di spesso drappo, ci seppelliranno vivi fra il sonno di questa guelfa città de’ conventi, e lontano, chissà dove, nei profondi nostri occhi pieni di febbre ancora vedremo ardere la Grotta Fiammeggiante sul piazzale dei Miracoli, ridere d’un riso immoto l’enorme idolo di legno dipinto e gli ultimi guizzi della vampa lambire il pergamo dove apparve, con i suoi occhi freddi come l’argento, la tragica ombra del diácono Ralph... Tu ed io guarderemo tacendo il pallore dell’uomo che ti abbandonò. Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino biondo; ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini... Non tutto è rinunzia e buia preghiera; se due sono le strade, forse la nostra è quella che passa nel cuore della vita. Vieni; ora ti spoglierai; la tua pelle nuda mi ricorderà che il mondo è pieno di sole... In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, ove pesa l’ombra della tragica Lourdes, penserò la sera di Settembre, su la bella Concha, quando la strada scintillante correva sotto i gonfi giardini del reale Castello di Miramar... Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte Igueldo!... In un vasetto d’argento, fra l’orologio e il portacenere, due lunghi rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini. Avrei voluto dirti una parola d’amore, qualche bella parola che non trovai. E tacendo guardavo le tue mani. Pensavo a quelli che ti avevano baciata, alle labbra che si erano immerse nel respiro della tua viva bocca. Tra il sole morente le tue trecce divenivan color di fumo. La tua pelle prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le tue forcelle di brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli scuri. I tuoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette. E nel guardarti pensavo:--Questo è forse l’amore. La distanza è l’amore. Ciò che per noi fu tale in un’ora di bellezza e finì. La donna che passa è l’amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile de’ suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica d’un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando canta il maestrale. Con noi passarono, risero, nel turbine d’una città sconosciuta. Forse un teatro le portò, un albergo, una strada buia. Erano molte; fra molte rimase una. Aveva negli occhi e nell’anima il colore della terra d’esilio; portava in sè la primavera, e come la primavera passò. Parlava con un po’ di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di timore, come una buona sorella... E fu la vostra amante in una camera d’albergo, dopo una sera troppo calma od un bicchiere troppo colmo... Chi era? Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra d’esilio, l’unica forse che v’innamorò... Sul vostro guanciale disciolse, per qualche notte, la sua treccia profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che saranno fors’anche vere... La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua bella vestaglia di seta. E troverete forse di lei, nella coltre, una forcella dimenticata... In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, penserò a quel giorno di pioggia sul finire del mese di Settembre, quando entrai la prima volta, Madlen, nella tua stanza quasi buia. Dal bagno filtrava un po’ di luce; l’argenterie cesellate, l’avorio de’ tuoi molteplici pettini, scintillavano sul vetro della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo, con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria. E dicevi:--«Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire. Se volete che sia vostra, tormentátemi un poco, fátemi un poco male, persuadendomi sottovoce, parlandomi sottovoce... poichè amo, amo, amo la lussuria delle parole... Ora tacete. Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più. Sì, me ne ricordo... Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso, alla tavola di giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me; provavo una irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo, ch’ebbi di voi la tentazione più forte. Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell’anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di amaro, di aspro, d’insensibile... Mi piacevate allora, e dopo di allora non più...» Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini. Sì, avevi ragione, Madlen:--«only as long as we are strangers can love be a sweet spleen...» Non so perchè, in quel momento t’immaginai qualora tu fossi morta, morta nella tua giovinezza, ed immaginai di vederti giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, con i tuoi capelli ancor segnati dall’ondulazione, con tutti i tuoi vizi ancor evidenti su la pelle incipriata, e pensai come sarebbe lieve il peso del tuo corpo da mettere nella bara... E dicevi:--«Non vi muovete, non parlate... voglio darvi un bacio tutt’intorno alla bocca... no, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli... essi mi fanno così male!... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi, tanto più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh, lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia, non li toccate, ho freddo... V’impólvero con la mia cipria?... Sì, v’impólvero. Però amo arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei seni... essi mi fanno più male ancora... E poi, v’ho detto: mi occorre lungo tempo, lungo tempo, innanzi d’essere innamorata... Se vi dicessi «tu» sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca, e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...» E la pioggia cadeva, cadeva, con un piccolo ridere con un sottile stridere; batteva, cantava, sui vetri opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre. In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, nel profumo del tuo grembo disciolto, nel calore delle tue braccia innamorate, penserò all’altra peccatrice, quella che in te confusi quando eri la danzatrice di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l’intrisa di tutti i peccati, l’amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il gráppolo delle vigne di Galaad, la femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l’estate, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...» Poi andò con lui, perdutamente, una sera d’estate. E camminaron per la verde Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi, ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera, presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle. Allora, nel popolo di Giuda, stava per nascere oscuramente la rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza delle spade, l’eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe creatrice d’ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di Tiberiade, e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di rosai, si abbigliava come le portatrici d’ánfore per camminare al fianco del pallido Galileo. Poich’Egli aveva con sè la teoria di tutti i miserabili e con sè l’altr’uomo insonne, il ruvido maschio d’Israele quegli che fedelmente lo seguiva dall’alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava, ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere infuori da Lui; e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano dai lontani picchi dell’Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva l’uomo dal tetro amore, il violento che d’un tratto impallidiva nel guardare la danzatrice di Mágdala:--Giuda Iscarioth... In quella camera vecchia, fra quelle mura stinte, mi pareva riudir lontane le canzoni di Tiberiade, e più lungi, con sordi strepiti, rumoreggiare in un mondo piegato sotto la forza delle spade l’eterna rivolta dei miserabili... Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano... Pensavo: --«E domani--forse domani--come venisti partirai da me. Una stazione fredda, ravvolta in un nembo di elettricità, chissà dove, chissà quando, forse in un villaggio di frontiera, vedrà partire lentamente il treno tutto acceso di cristalli, che disperderà per sempre il mio sogno nella musica delle infinite rotaie. Domani--forse domani--ridiverrai per me la forestiera, quella che ha smarrito un fiore nella polvere del mio cuore di viandante. Non so dove, non so quando, una sera, mentre, affollato, rumoroso, il treno del nord cigolerà, suoneranno fra noi le parole che diceste al signore Lord Pepe, calme, su la bocca impassibile, con l’anima forse ravvolta in un velo di grigia malinconia:--Good bye, Friend... Ed io vedrò--tu vedrai--la tua ombra--la mia ombra--sparire. Un fanale rosso, un punto, una striscia di fumo, nulla, diverrà il nostro amore sparente nella notte infinita... Quel treno lungo, sottile, fatto d’acciaio terso e di legno levigato, che trascinerà nel cuore delle montagne ciclopiche una fantasmagorìa di specchi e d’elettricità, quel treno pressochè ingioiellato, carico di belle donne, d’uomini ricchi e di bagagli costosi, trascinerà per sempre nello spazio il suono pesante, indefinibile, della parola: addio... Tornerai nei balli scintillanti, nelle dorate case delle avventure d’una sera; invecchierai presso le tavole da giuoco, strofinando i tuoi gomiti nudi sui tavolini delle cene, appressando le tue labbra tinte all’orlo dei bicchieri che avvelenano; riderai, splenderai, come una creatura che per vivere senta il bisogno dell’eccitazione artificiale; qualche uomo prepotente sarà il tuo padrone, di qualche altro sopporterai la lascivia indelebile; e gli anni passeranno, e la vita notturna incaverà i tuoi occhi splendenti, e nella dolce tua carne coltivata come un fiore da vetrina trasalirà più cruda la forma dello scheletro, e sarai vecchia, e sarai povera, i denti falsi brilleranno d’una luce opaca nelle gengive pallide, la sottile tosse dei tisici tormenterà i tuoi polmoni arsi dal fumo delle sigarette oppiate; un giorno avrai un deliquio, morrai sopra un divano, ti porteranno al cimitero... È triste. Sì, è triste, come il pensiero d’ogni cosa che tramonta, nella fredda vita. Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nei sepolcri vegetali della terra il seme di domani sta per nascere; solo una cosa è bella nel mondo, solo una cosa è giovine intramontabilmente:--la poesia di ciò che va oltre. Nell’alba lontana--io pensavo--anche le stelle muoiono. Qualcosa è laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa avvince tutte le creature all’eterna distruzione, all’eterna aurora... e il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve; nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la creatura e l’infinito, l’ombra e l’alba, tutto finirà, sparirà... Muoiono le stelle. Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano... Nell’alba lontana--io pensavo--una vela è partita sul mare. Va per le onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi, ésula, nella trepidazione dell’alba, da questa povera cosa ch’io sono e porta me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini; e navigando fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole. Nell’alba grigia canta il fiume della divina Bernadette, e suoneranno fra poco le belle campane dorate al Dio mattutino che incendia le splendenti basiliche... Una vela è partita sul mare. Forse un giorno, quando saremo lontani, tu da me, io da te, Madlen, e la distanza ed il passato--le due vere musiche del mondo--avvolgeranno le nostre anime di camminanti, questa lenta e voluttuosa notte in noi risalirà come il sogno d’una bellezza distrutta, sarà il tormento sottile, divino, d’una illusione che perdemmo, il fuoco e la tremante memoria di un lontano amore che finì. Forse, talvolta, la sera, quando i treni si addormentano, quando i bastimenti escono dal porto, quando le città straniere, come lontane isole, diventano buie, tu ridiverrai per me, io per te, Madlen, il colore del sogno che fu nostro; e la distanza ed il passato--le due vere musiche del mondo--avvolgeranno le nostre anime di camminanti nel triste, perduto incantesimo della bellezza d’un amore che finì. Forse, talvolta, la sera, quando la strada passa traverso l’anima di chi va via, quando, nel cuore degli erranti, lontane, brillando si alzano le foglie gialle del passato, qualcosa di noi riudirà, fra le musiche dei pazzi violini, trillare sotto l’archetto dello zingaro le strofe della -Chanson du Missouri-: Et j’eus souvent d’autres romans, j’ai connu d’autres baisers, trop vite épuisés... A quel tempo il signore Lord Pepe sarà il monarca del feudo di Zarauz; la buia cugina Adelaida, or divenuta con severa cattolicità la viscontessa Fernandez de Higuera, lo avrà lentamente attratto nella viscosità della sua carne romantica e provinciale; a governo di tutto il latifondo siederà il Gesuita macilento ed impenetrábile che fu il ministro-confessore della sepolta doña Isabel. E Litzine, la bionda come il sole, con i suoi voluttuosi occhi da educanda, seguiterà nondimeno a far cadere nei tranelli di Dánae i suoi piccoli franchi d’argento; in estate a Deauville, d’autunno a Biarritz, d’inverno a Cannes, di primavera sotto le acacie di Armenonville, seguiterà nondimeno a dividere le sue laboriose giornate fra le colazioni di Crisópulo il Greco, i pranzi di Ned l’Americano e le cene del Marchese Sciogatsu, ovverossia il Marchese Capo d’Anno... E mentre tutti noi consumerà la pesante polvere della strada, ogni anno torneran le rondini su la bianca terra di Guipuzcoa, dove gonfie di maturo pólline le tue rose ubbriacheranno l’estate, o felice Monte Igueldo... E torneranno alle Fontane del Miracolo i greggi degli eterni miserabili, a dimenticare nel sogno d’un’umile pascolatrice il sogghigno freddo e sarcastico dell’uomo che si chiamò Voltaire. Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano... Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino biondo, ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini... Domani--forse domani--ridiverrai la peccatrice di Mágdala, quella che ha smarrito un fiore nella polvere del mio cuore di viandante. E le rondini--pensavo--della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a stormo, e trillano, questa mattina, per andare... Álzati ancora ignuda, com’eri sul drappo d’oro nel mezzo della Basilica scintillante, mentre saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo avvolto in una musica di fiamme, e l’alta chiesa bruciava come un padiglione di sole--di fuoco e di sole--ov’erano tutti i peccati, le gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro della perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più su, in un vórtice di sole--di fuoco e di sole--ubbriaca, nei paradisi terrestri, l’infernalità dionisíaca della vita... Álzati ancora e danza, ignuda, sul cuore del mondo, peccatrice di Magdala!... Nell’alba lontana--io pensavo--una vela è partita sul mare. Álzati ancora e danza, ignuda, sul cuore del mondo, e sii la cortigiana di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l’intrisa di tutti i peccati, l’amica dei centurioni prepotenti, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...» Forse, talvolta, la sera, quando i treni si addormentano, quando la strada passa traverso l’anima di chi va via--tu per me, io per te, Madlen--chissà dove, chissà quando, riudiremo sottovoce cantare la musica dei pazzi violini; e dell’amore che ci portò e del dolore che ci strinse non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po’ di sogno, l’azzurra ombra d’una sera d’estate, su la bella Concha, davanti al sole che moriva nel divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla, un poco d’anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo azzurro, la memoria d’una sera d’estate, una striscia di fumo, nulla... ---- FINEDELLO STESSO AUTORE L’amore che torna--1908 Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio -Romanzo- Colei che non si deve amare--1910 Ultima ediz. dal 131.º al 180.º migliaio -Romanzo- La vita comincia domani--1912 Ultima ediz. dal 106.º al 155.º migliaio -Romanzo- Il Cavaliere dello Spirito Santo--1914 dal 41.º al 70.º migliaio -Storia di una giornata- La donna che inventò l’amore--1915 Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio -Romanzo- Mimi Bluette, fiore del mio giardino--1916 Ultima ediz.: dall’111.º al 160.º migliaio -Romanzo- Il libro del mio sogno errante--1919 Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio Sciogli la treccia, Maria Maddalena--1920 Terza ediz: dal 101.º al 150.º migliaio -Romanzo- -Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta la ristampa-. -Nota degli Editori-. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali, così come le grafie alternative (cofano-cófano, diacono-diácono, ozi-ozî e simili) sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi [tra parentesi il testo originale]: 123--n’ayant pas déjeuné [déjeûné] 125--Allez à présent garer [gârer] 137--préférant [préferant] se promener 144--ma chère [chere] Litzine! 168--dei gendarmi di Offenbach [Offembach] 220--La «Weltanschauung» [Weltanschaung] 229--no de ferrocarriles [ferro cariles] 1 , « 2 » - - , 3 . 4 5 , 6 . 7 8 - - - - 9 10 . 11 12 . 13 14 15 . 16 ; , , 17 , , . 18 19 , 20 , 21 , . 22 23 . 24 25 , ; , 26 ; 27 . 28 29 , , 30 . . . 31 32 , ; 33 , , , 34 , . 35 , 36 , . 37 , 38 , . . . 39 40 ; . 41 , 42 , , , 43 . , 44 45 . ; , 46 , , 47 , , . . . 48 49 , 50 , 51 52 ; , 53 , 54 , , 55 56 , 57 . . . 58 59 ; 60 , , 61 , . 62 63 64 ; ; 65 . . . 66 , , 67 68 . 69 70 ; ; 71 ; 72 ; ; 73 ; , 74 , , . . . 75 , , , . . . 76 77 ; ; 78 , : 79 . 80 81 ; , 82 ; , . 83 , 84 , , , 85 . , 86 , , 87 , 88 , 89 . , 90 « » , 91 92 ; , , 93 , 94 , , , 95 96 , 97 , 98 , 99 . . . 100 101 . 102 103 ; ; 104 ; 105 ; , , . . . 106 107 ; , 108 . 109 110 ; ; 111 . . . 112 113 , , 114 , , , 115 116 . . . 117 118 , , 119 ! . . . 120 121 , , 122 . 123 , . 124 . , 125 . 126 127 . 128 . 129 . 130 131 . 132 133 : - - . 134 135 . 136 . ; , , 137 . 138 , , . 139 , , , , , 140 . 141 142 , , . 143 , , . 144 145 ; . 146 147 ; 148 , . 149 150 , , , 151 , 152 ; , , 153 . . . 154 155 , 156 . . . 157 158 ? 159 160 ; , 161 , . . . 162 163 , , 164 ; , , 165 . . . 166 167 , , , , 168 , . 169 , , . . . 170 171 , , 172 , 173 , , . 174 ; , , 175 . 176 , , ; 177 178 . 179 180 : - - « 181 . , , 182 , , . . . , , 183 . . . . . 184 , . , . . . 185 . , , 186 , , 187 ; 188 , , , 189 . 190 , , 191 , , , 192 , , , . . . 193 , . . . » 194 195 , , 196 . 197 , . 198 199 , , : - - « 200 . . . » 201 202 , , 203 , 204 , , 205 , 206 , 207 . . . 208 209 : - - « , . . . 210 . . . , , , 211 . . . ! . . . , , 212 , . . . 213 . . . , , , , 214 , . . . ? . . . , 215 . . . . , . . . 216 . . . . . . , 217 : , , 218 . . . « » , 219 . « » . 220 , , 221 , « . . . » 222 223 , , 224 ; , , , 225 . 226 227 , , 228 , , 229 , 230 , , 231 , 232 , , 233 , 234 , , 235 : - - « ! ! . . . 236 ; 237 . . . » 238 239 , , . 240 241 , , 242 . , 243 , . 244 245 , , 246 . , 247 , . 248 , , 249 . 250 251 , , 252 , 253 , , 254 , 255 . 256 257 258 , 259 , , 260 261 ; 262 , 263 , , 264 , 265 , 266 : - - . . . 267 268 , , 269 , , , 270 271 . . . 272 273 , , 274 . . . 275 276 : 277 278 - - « - - - - . 279 , , , , 280 , 281 , 282 . 283 284 - - - - , 285 . 286 287 , , , , , , 288 , 289 , , , 290 : - - , . . . 291 292 - - - - - - - - . 293 294 , , , , 295 . . . 296 297 , , , 298 299 , , 300 , , 301 , , : . . . 302 303 , 304 ; , 305 , 306 ; , , 307 ; 308 , 309 ; , 310 , 311 , , 312 , 313 , 314 ; , 315 , . . . . 316 317 , , , 318 . ; 319 ; 320 , 321 : - - . 322 323 - - - - . , 324 , . 325 , . . . 326 , , ; 327 ; ; 328 , , , . . . 329 . 330 331 , , 332 . . . 333 334 - - - - . 335 ; ; , , . 336 , , , 337 , 338 , ; 339 , , . 340 , 341 342 . . . . 343 344 , , , , , 345 - - - - 346 , 347 , 348 , , , 349 . 350 351 , , , , 352 , , 353 , , , , , 354 ; - - 355 - - , 356 . 357 358 , , , 359 , , , , 360 , , 361 , 362 - - : 363 364 365 , 366 , 367 . . . 368 369 ; 370 , 371 , 372 ; 373 374 - . 375 376 , , 377 , 378 ; , , 379 , , 380 381 , 382 , . . . 383 384 , 385 , 386 , 387 . . . 388 389 , 390 391 . 392 393 , , 394 . . . 395 396 ; 397 ; 398 , , , . . . 399 - - - - , 400 . 401 402 - - - - 403 , , , . . . 404 405 , 406 , , , 407 , 408 - - - - 409 , , , 410 , . . . 411 , , - - - - , 412 , . . . 413 414 , , , 415 ! . . . 416 417 - - - - . 418 419 , , , 420 , , 421 , 422 , , 423 : - - « ! ! . . . ; 424 . . . » 425 426 , , , , 427 - - , , 428 - - , , 429 ; 430 , , , 431 , , 432 . . . , , 433 , , 434 , , , 435 . . . 436 437 - - - - 438 439 440 441 442 443 444 - - 445 : . . - - 446 447 - - 448 . . . - - 449 450 - - 451 . . . - - 452 453 - - 454 . . - - 455 456 - - 457 . : . . - - 458 459 , - - 460 . : . . - - 461 462 - - 463 . : . . 464 465 , - - 466 : . . - - 467 468 - . 469 - . 470 471 472 - - . 473 474 475 476 477 , 478 ( - , - , - ) , 479 . 480 [ ] : 481 482 - - [ ] 483 - - [ ] 484 - - [ ] 485 - - [ ] ! 486 - - [ ] 487 - - « » [ ] 488 - - [ ] 489