Sciogli la treccia, Maria Maddalena
Guido da Verona
ROMANZO
TERZA EDIZIONE
(-dal 101º al 150º Migliaio-)
R. BEMPORAD & FIGLIO--EDITORI--FIRENZE
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MCMXX
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PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi
Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C.--Via Zecca Vecchia 7, Milano
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-San Sebastiano, Settembre 1912-.
Fino ad oggi, nella regale città di Maria Cristina, in questa gloriosa
capitale del Nord, sul divino Atlantico, la cosa che più m’interessava
era--lo confesso--l’imbecillissimo gioco del «trente et quarante».
Ma questa sera ho incontrata una donna, che i miei calmi occhi di
navigatore forse non potranno dimenticare mai.
Eravamo seduti così presso, alla tavola del «trente et quarante», che un
sottile velo di cipria, staccandosi dal suo braccio seminudo,
impolverava leggermente la mia manica nera.
Giocava con febbre, giocava con irritazione, spingendo sul tavoliere, ad
ogni colpo, senza nemmeno contarli, grossi mucchi di gettoni e di
denaro. C’era in lei, nella luce della sua carne, forse nel colore de’
suoi lineamenti, un non so che di pericoloso e d’innocente, una bellezza
perfetta e funesta, torbida e scintillante, che formava, tra la luce de’
suoi capelli, un’aureola di splendore, la isolava dalla folla, quasi
cancellava intorno al suo volto la confusione di tutte l’altre
fisionomie.
Poichè la guardavo con fissità, ella d’un tratto si volse; parve
cercasse qualcosa, o volesse chiedermi qualcosa, pur seguendo con occhi
attenti la mano veloce del mazziere, che andava rivolgendo le carte.
Vinse il colpo; le sue ciglia dorate brillarono. Forse le mancava
esattamente un fiammifero per accendere la sigaretta, una piccola fiamma
rossa per mandare la vita in fumo.
Era una bellissima creatura, lunga, snodata, sottile, con una
capigliatura di mogano scintillante, un profilo rettilineo ma soave, le
mani così prive di colore che parevan quasi vecchie nella sua
trasparente gioventù. L’abito che portava, il fino intreccio di piume
del Paradiso che si arruffavano intorno a’ suoi capelli veramente
gloriosi, gli anelli che opprimevano le sue leggere dita, i braccialetti
che le avvolgevano il polso, ed il profumo doloroso, eccessivo,
irritante, che mandava la sua fina cipria, la sua fina seta, il respiro
de’ suoi labbri dipinti, la visibile forma della sua nudità, in quella
sala calda, gremita, nel rumore del gioco, sotto il peso dei lampadari
accecanti, nel brillare del tappeto, nella febbre del vincere, mi
stordivano, mi esasperavano, e quasi mi pareva che in lei sola fosse
l’origine di tutta questa concitazione.
Quando avvicinò alle mie dita le labbra, per accendere la sigaretta, i
suoi occhi risero, tutto il suo volto rise; non mi ringraziò, scosse
indietro la fronte, pose ancora denaro sul mucchio di gettoni che le
appartenevano--ed aspettò.
Aspettò immobile, quasi godesse la voluttà perversa di quel lungo
tormento, l’irritazione meravigliosa che le sue vene proverebbero,
vincendo, perdendo, sopra una carta imprevedibile.
Chi era? Da che luogo era giunta? Chi mai possedeva le sue labbra così
calde e così limpide?
L’elettricità rompeva in mille arcobaleni quasi verdi la sua triplice
collana di perle; perle tutte d’un colore, che pareva tenessero
imprigionato nella loro splendente anima un raggio di sole.
Era--io pensavo--una donna del Nord, nata fra i bianchi silenzi delle
nebbie settentrionali, forse in una casa grigia, in una piccola strada,
in un remoto villaggio delle vecchie contee.
Veniva dal Nord; l’amore le aveva dato que’ gioielli, quel riso, quella
sua bellezza inesorabile. Aveva la mano costrutta per bene immergersi
nelle ricchezze altrui; aveva un corpo fatto per regalare qualche ora di
voluttà costosa e indocile a chi potesse permetterle di giocare sopra
una carta fortuita il denaro che paga per un anno la fatica di numerosi
operai.
Le donne spagnole, dalla carnagione di camelia, stavano ferme
all’intorno e silenziose la guardavano. Di fronte a lei, su l’altro lato
della tavola, era seduto il suo amante: un fino tipo di giovine hidalgo,
sbarbato, liscio, elegantissimo, di quelli che si vestono a Piccadilly e
fischiano le canzonette di Montmartre nei corridoi dell’espresso
Paris-Madrid.
Pareva ch’egli avesse una certa paura di quel denaro ch’ella giocava con
tanta prodigalità, ed invano tentava di nascondere la sua inquietudine
ogni volta ch’ella poneva sul tavoliere una somma troppo forte;
impallidiva un po’ quando la rastrellavano, si rischiarava tutto, le
mandava un complimento in pessimo francese od in pessimo inglese quando
il colpo era vinto. Ma ella faceva esattamente il contrario, sempre il
contrario, di ciò che il suo amante le suggeriva.
Nondimeno questo giovine hidalgo era visibilmente fiero di lei; gli
pareva che tutto quello splendore fosse opera sua e tutto il reame di
Alfonso XIII contemplasse con invidia la sua compagna forestiera.
--Give me a cigarette, please...
Ed egli, traverso il tavoliere, prontamente le porgeva un suo magnifico
astuccio d’oro fiammeggiante, mentre un domestico in livrea gallonata
fendeva la calca, per accenderle in mia vece quel fiammifero,
esattamente, che le mancava.
Entrò nelle sale in quel punto un personaggio veramente illustre, che
fece per curiosità ondeggiare la folla, mentre il suo glorioso nome
volava di bocca in bocca, leggero ed intrepido come l’uomo che lo
portava:--Bombita.
Era la vecchia Spagna, la Spagna superba e fortissima degli antichi
tornei, che poneva l’agile piede nel Tempio dell’Azzardo e della
Prostituzione;--Bombita, il più celebre torero del regno di Alfonso XIII,
quegli che mandava in delirio le selvagge Arene, quegli che di notte
visitava in sogno tutte le vergini di Castiglia e d’Aragona, forse
l’ultimo Cavaliere dell’Ideale in questa vecchia terra cristianissima,
che fece tremare il mondo... Sì, era il perfetto, l’insuperabile
Riccardo Torres--Bombita nel battesimo della spada--ch’era venuto a
toreare in San Sebastiano la sua penultima corrida, giunto al
trentaquattresimo anno d’età con tremila tori uccisi, non so quante
gloriose ferite, oltre un patrimonio di parecchi milioni, che, insieme
con la fama già troppo sonora dell’adolescente Gallito, lo avevan ormai
consigliato a prendere la sua giubilazione.
Lo guardai. Aveva una faccia chiara e simpatica, fra il giocoliere, il
maestro d’armi ed il fantino; certo non era facile riconoscere in questo
amabile gentleman, asciutto, nervoso, forse un po’ timido, il magnifico
primo espada che già vidi, risfavillante nel suo costume d’oro e
chermisì, ora in abito civile, mansueto, quasi modesto, con la sua mano
lorda di tanto sangue che sembrava persino essersi affidata alle sottili
industrie di una manicure diligente.
Bombita mi faceva l’onore di alloggiare al mio medesimo albergo, o per
lo meno di pranzarvi, chè forse trascorreva le notti fra le bianche
braccia di qualche «aficionada», per la quale ogni buon torero
inevitabilmente comincia e finisce.
Questo albergo, dedicato al nome della Reina Maria Cristina, la vera
creatrice di San Sebastiano, e perciò statuata innanzi morte, riboccava,
sopra tutto nei giorni di corride, d’una folla rumorosa e varia, che
all’agilissimo primo espada soleva tributare onori pressochè regali.
Se questo ventesimo secolo non troverà più tardi un nome che meglio lo
definisca, non mi parrebbe irriverenza nè ingiustizia chiamarlo per ora
il secolo degli istrioni.
Ho veduto nel mio dolce paese la folla in delirio acclamare il divino
Enrico Caruso--altrettanto celebre per la sua gola d’oro quanto per il
Giardino delle Scimmie,--innalzando fino alle bianche stelle italiche la
gloria del cantore di melodrammi, come forse tanto alto non volò il nome
del soggiogatore Cesare, quando in Roma imperiale fece ritorno dopo
avere conquistate le Gallie.
Ho veduto--cosa indimenticabile--nell’Arena dei Giuochi Olimpici, a
Londra, l’arrivo di Dorando Petri dal Castello di Windsor, quando, al
giungere del piccolo italiano, che si vedeva rubata la vittoria perchè a
cinquanta metri dal traguardo, poi a venti, poi a dieci, cadeva e
risorgeva, ma piegandosi affranto ancora s’inginocchiava nella tenace
polvere--(allorchè uscì dalla folla un gigantesco policeman, il quale
commise l’imprudenza d’aiutarlo a risollevarsi)--ho veduto non so bene
quante centinaia di migliaia d’uomini sorgere con un impeto solo,
frenetici, urlando, quasichè volessero con tutta la forza de’ lor
muscoli far camminare per que’ pochi metri il piede che non camminava
più, far battere per que’ pochi secondi il cuore che non batteva più,--ed
ho veduto così tributare al piccolo panettiere di Carpi l’omaggio più
meraviglioso di popolo del quale sia forse memoria nell’epoca,
mentr’egli, del tutto allucinato, folle, portato innanzi dal respiro
della moltitudine, si buttava barcollando sul filo della meta e
stramazzava esausto nel lucente stadio, dopo aver rinnovato su la strada
reale di Windsor il prodigio dell’Olimpiade, l’impresa che tramandò nei
secoli la gloria del vincitore Ateniese.
Quella sera in Londra pareva scoppiata la Rivoluzione. Per una settimana
ancora il nome di questo atleta, che aveva bensì percorso quarantadue
chilometri di strada in condizioni eroiche, ma era tuttavia un omúncolo
in cui l’ala non giungeva più su del malleolo, impalvesò tutta Londra,
fu cantato da’ suoi sette milioni di vivi, l’immagine sua portata per i
quadrivi a suon di fanfare, stampata, messa in quadro, cinematografata,
fatta piovere su Londra come un ciclone di cavallette, disseminata con
trofei di bandiere sino ai più remoti angoli della terra.
Non altrimenti avrebbe ora la Spagna onorato il giubileo del taurómaco
Bombita: nella storia del secolo ventesimo questa era, fra mille,
un’altra gloria che passava.
Ma la bella ed insensibile forestiera non sollevò nemmeno gli occhi per
guardare il leggendario massacratore di fiere da combattimento, così
curva era ed intenta sul piccolo cartone a quadretti geometrici, ove,
con un lungo spillo, andava annotando le figure del mazzo di «trente et
quarante».
Invece, fra un colpo e l’altro, mi rivolgeva distrattamente la parola,
forse persuasa nell’intimo del cuor suo ch’io fossi l’autentico
propiziatore della sua tenace fortuna. E mi raccontava storie di giuoco
avvenute nel Casino di Biarritz, e mi domandava ogni tratto se non ci
fosse mezzo di far aprire un’altra finestra, per ricevere qualche soffio
d’aria dal tropicale giardino, che muoveva i suoi dolci carrubi, le sue
fragranti zágare gonfie di umidità notturna, sotto le brezze
dell’addormentato mare.
Ma le finestre infatti erano aperte, e si vedeva, tra gli archi del
loggiato, una specie di tendone azzurro, intessuto di stelle, scendere
sovra una collina buia.
Poichè dunque non era possibile aprire un’altra finestra ella risolse
d’interrompere il gioco, e poich’era già trascorsa di tre quarti la
mezzanotte, voleva riposarsi un momento sul terrazzo, poi scendere al
pian di sotto per la cena. Chiamò allora il suo giovine amico e gli
commise l’incarico di convertirle in carta francese quel ragguardevole
mucchio di gettoni e di banconote spagnole, che formavano il carico del
suo pesante bottino.
L’altero hidalgo raccolse con noncuranza in un apposito paniere quella
ricchezza disordinata, gettò al mazziere una mancia di mille pesetas,
poi, tra l’ammirazione della folla, s’incamminò verso lo sportello del
cambio, dietro il quale attendeva, con ironica e premurosa urbanità, un
ben rasato cassiere.
Quand’egli fu di ritorno, la bella forestiera mi pose familiarmente una
mano sul braccio e disse al giovine hidalgo:
--Vi prego, Lord Pepe: volete usarmi la cortesia di presentare voi e me a
questo giovine signore, che mi ha portata una così grande fortuna?
L’elegantissimo hidalgo mi squadrò velocemente, con uno sguardo non
troppo amichevole; poi, súbito, con la miglior grazia del mondo mi
declinò il suo nome altisonante:--don Josè Fernandez, vizconde de
Higuera.
--Io lo chiamo Lord Pepe,--corresse con un lieve sorriso la bella
forestiera. E Lord Pepe, messo di buon umore senza dubbio dal denaro
vinto, mi presentò con un gesto impercettibilmente ironico alla mia
vicina di tavola,--che si chiamava Madlen Green.
Più tardi, nella sala verso il terrazzo, durante l’ora della cena,
cominciarono fra noi le prime confidenze. Abitavano essi pure al Maria
Cristina ed erano venuti quel giorno stesso da Biarritz, col proposito
di rimanere a San Sebastiano per tutta la durata del Concorso Ippico e
delle grandi Corride. Il giovine hidalgo, don Josè Fernandez vizconde de
Higuera, l’elegantissimo Lord Pepe, súbito mi si rivelò per un uomo di
mondo fino ed assennato, pur tra le rade parole che interrompevano la
sua taciturna fame. Il vin generoso e la buona vivanda gli facevano
considerare la vita sotto un punto di vista ironicamente gaio.
S’affrettò a farmi conoscere che la sua famiglia, d’origine madrilena,
or da molti anni dimorava nella capitale inglese, ove suo padre
esercitava con fortuna l’alto commercio bancario. Per conto suo
l’elegantissimo Lord Pepe non trascorreva in Inghilterra che il breve
tempo della «Season», poichè preferiva negli altri mesi dell’anno gli
svaghi e le incessanti fatiche della vita continentale.
A mia volta gli confidai ch’ero nato nella felice terra d’Italia, dove
praticavo l’efferato e malinconico mestiere dello scriver libri--libri
anzi ove l’amore snuda sè stesso con implacabilità,--e che adesso ero
venuto peregrinando fino alla bianca terra di Guipuzcoa, forse con lo
scopo alquanto evasivo di contemplare il dolce Atlantico...
Madlen Green, co’ suoi dentini lucenti e minuti, non cessava dallo
stritolare un eccessivo numero di morbide crevettes grises, mentre il
violino del maestro zingaro, là fuori, nell’atrio, suonava un tango
lento e pericoloso.
Monte Igueldo brillava di tutte le sue luci, nell’alta notte stellata;
l’immensa baia della Concha, tremolante come uno specchio maraviglioso,
addormentava le sue bianche ville dentro giardini gonfi di soavità.
Ed io non vedevo che lei, ridere con la sua bocca scintillante,
sollevando nella mano inanellata il biondo cálice di Sciampagna.
Quando il bicchiere fu del tutto vuoto, i suoi braccialetti pesanti
fecero un rumore che mi stordì; tremarono, cantarono, come sottili
strumenti vivi, che brillando si attorcigliassero alla sua bianca
nudità.
Poi mi tese un’astuccio:
--Volete una mia sigaretta? Credo vi sia qualche goccia d’oppio. Quando
ne ho fumate molte, incomincio a sentire il paradiso...
Come suonavan bene, maestro zingaro, nella notte calma e profumata i
vostri pazzi violini!... Sì, è la vita che passa, è il tempo che vola, e
noi dobbiamo qualchevolta credere nella musica delle orchestre, nei
bicchieri colmi e vuoti, nelle sigarette sature d’oppio, nel riso d’una
donna che ci sembra la più bella donna della vita...
Ora teneva il mento piegato su le mani congiunte. Ne’ suoi capelli
oscuri, scintillanti, entrava, s’impigliava, come una lieve sciarpa, il
fumo. Era tardi; si udiva dalle sale contigue il rumore ubbriaco d’altre
cene. Scendevano giù dallo scalone, i giocatori, con le tasche ripiene
d’oro; altri, perseguitati dalla disdetta, lugubri, con facce sparute.
Bevevano, arsi, avidi, senza sete. Nel vino affogava l’irritazione, la
vergogna del denaro male usato. Era tardi. Le donne, le prostitute,
ormai stinte, spettinate, accentuavano, vicino all’ora della coltre, la
eccitata loro femminilità. I camerieri, sturando bottiglie, aizzavano
quella voluttà artificiale. Si amerebber, crudelmente, fra poco, uomini
e donne, con la rabbia della disdetta nelle vene, con la febbre del
guadagno nel sangue, maschi e femmine, destinati un giorno
all’elemosina, forse ai più turpi mestieri. Scendevano giù dallo
scalone, le vecchie, un po’ curve, un po’ zoppe, contando, ricontando
monete. Queste, nei letti solitari, stenderebbero le lor membra gialle,
continuerebbero forse nel sonno a giuocare la partita inguadagnábile. Un
po’ di sudore freddo ingrommerebbe le lor fronti calve; dormirebbero
senza dentiere, tossendo, con le ginocchia rattrappite, i ricci e le
mezze parrucche, sconvolte, sui cristalli delle specchiere.
Scendevano giù dallo scalone, i maestri del gioco d’azzardo, asceti e
filosofi della geometria, possessori del calcolo infallibile, avviati a
contrarre un prestito forse col borsellino d’un lacchè.
La guardarobiera del teatro sonnecchiava dietro un mucchio di soprabiti.
Per l’atrio passeggiava il custode notturno, aguzzando gli occhi
abilissimi nello scoprire una mancia probabile. Il violino di spalla
dell’orchestra zingara si avvicinava, suonando, agli ultimi gradini
della scalinata. Era tardi. L’elettricità fredda, quasi verde,
strisciava in mezzo agli alberi, su la ghiaia del giardino. Fra le
mimose, fra le acacie, le stelle orlavano di splendore le delicate
foglie. Dalle invetriate aperte, dal porticato, nelle sale, dappertutto,
entrava un odore di gaggìe, furioso e possente.
La bianca terra di Guipuzcoa nascondeva tra vecchie muraglie i suoi
fragranti gelsomini, le sue pazze tuberose. Qualche vecchio mendicante,
in cenci, aspettava di andar zoppicando a chiamare un «coche». Col suo
bastone frugava la terra per raccogliere le sigarette spente. Si udiva
ogni tanto, sul terrazzo del primo piano, fra il tintinnìo de’
bicchieri, uno scoppio di risa femminili. Dal vecchio porto saliva, nei
vortici d’aria notturna, un greve odore salmastro d’alghe marine. La
città bianchissima di Maria Cristina, piena di finestre azzurre, di
cupole d’oro, tutta color di luna, dormiva come un gregge candido sotto
il reale Castello di Miramar. Nella distanza, nello spazio, non so dove,
da qualche lontana basilica l’ora suonò...
E Madlen diceva:
--Sì, mi sono innamorata di Lord Pepe una sera a Montmartre, per avergli
veduto ballare il tango argentino con una ragazza della Pampa, nella
sala del Rat Mort... Ma ora il tango è una vecchia danza; passerà di
moda, come passa di moda l’amore... Vi prego, vi prego, Lord Pepe,
versatemi ancora un bicchiere di Cliquot!...
Ed il glorioso vino biondo cadde, brillò, fra le sue dita quasi azzurre,
mandando scintille di spuma, lampi dorati che incendiavano il bicchiere.
Io tacendo guardavo, nel fumo, il profilo bianco della forestiera;
vedevo, sotto i lunghi orli delle ciglia quasi d’oro, scintillare,
splendere le sue belle iridi variate, che mandavan colori d’indaco e di
topazio come due magnifici scarabei.
Pensavo alle donne belle che traversano i giorni della vita, e sono
forse il colore, il rumore, la musica dell’ideale che se ne va...
Forse avete ragione voi. Lord Pepe; voi che sapete intendere con poesia
la buona cucina, i cavalli da corsa, la disciplina del volante, la
saggezza del music-hall; voi che avrete, come odo, il buon senso di
rinunziare ad un’amante così bella, dopo la stagione di Biarritz; voi
che non leggete libri, non vi occupate di politica, non addolorate il
mondo con il vostro pesante ingegno, e di tutto ciò che forma divergenza
fra gli uomini solo pensate a discutere il buon taglio d’una stoffa o la
semicancellata marca di un antichissimo «Cru»... Voi siete, Lord Pepe,
un giusto e liberale filosofo; io sento, al vostro cospetto, il peso e
la inutile vergogna della mia fredda cerebralità.
Ora gli avevan acceso con molti riguardi uno smisurato sigaro Avana;
centellinava senza fretta un purissimo Triple Sec; faceva con l’erudito
maggiordomo una grave discussione gastronomica su certe «poulardines
truffées», che gli avevano servite poco dianzi dissertava con molto
umanesimo, comparando l’elegiaca purezza del Sauternes al moderato
lirismo del Château Rotschild...--e questo era per Lord Pepe, giovine
signore del ventesimo secolo, il terrestre paradiso.
--Ma voi,--mi diceva Madlen, con una voce profondamente impura,--voi che
avete scritto qualche libro, forse qualche libro d’amore, perchè venite
così lontano, in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle
case da gioco il vostro cuore che ama l’Atlantico?...
L’orchestra, su tutti gli archi dei violini, suonava «-Die schöne
Risette-»--la canzone di Leo Fall.
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Amo questa maniera di vivere, la quale consiste nell’andar via. Quando
la musica del treno canta nelle mie vene d’esiliato, io sento battere in
me, più fervida, la poesia della vita. Non è la strada maestra quella
che mai conduce verso il dolore. Sono i vicoli tortuosi e bui, le vie di
pochi metri sepolte nelle città definitive.
Amo l’albergo luccicante, rumoroso, babelico, insolente, la casa che a
tutte le frontiere per noi accende un focolare provvisorio.
Amo il segretario d’albergo, azzimato e scrupoloso, che mi designa un
letto bianco del quale non sarò prigioniero. Amo la cameriera d’albergo,
in cuffia e grembiule, pulita e bellina, che mi porta gli asciugamani di
bucato e sfibbia le cinghie de’ miei bauli, tacendo, con una specie di
familiarità. Amo il parrucchiere d’albergo, indiscreto e linguacciuto,
che viene ad offrirmi con buona maniera, o tutto quello che mi occorre,
o solamente un profumo...
Nelle stanze d’albergo, la sera, quando le finestre lentamente rabbuiano
sul vasto rumore d’una città sconosciuta, è bene avere con noi, compagno
della solitudine, il nostro vecchio profumo.
Oh, signori Houbigant, Pinaud, Guerlain, Coty, che grandi poeti voi
siete!... voi che invece di sillabe grammaticali e pesanti, adoperate
nelle vostre poesie l’anima dei fiori...
Amo vivere frammezzo a questa gente forestiera, della quale non so la
storia e che non chiede la mia, gente la quale si rinnova e passa
continuamente, mi vive accanto senza nulla esigere da me, senza
incatenare il mio cuore di vagabondo col peso inutile degli affetti
definitivi.
Amo il portiere d’albergo, funzionario quanto mai solenne ed autorevole,
che mi consegna le lettere d’amore, mi porta i vaglia telegrafici, mi
prenota il palco in teatro e la cabina dello sleeping-car,--personaggio
veramente nuovo nella vita moderna e che i nostri poeti dovrebbero
esaminare un po’ più da vicino, anzichè tediare il secolo spolverando le
mummie della decrepita mitologia. Ed amo la fioraia d’albergo, dalle
bianche dita leggere, che m’infiorano l’occhiello e si lascian talvolta
rubare una carezza profumatissima, la sera, quando gioiose trillano
tutte le orchestre della terra e fin su le rive dei più lontani oceani
persegue noi, poveri ed inutili camminatori, l’ultimo ritornello del
repertorio di Fragson...
Amo l’importante maggiordomo, che mi porge la lista dei vini aperta su
la pagina dello «Champagne», ed amo questa babelica folla dei Palaces
cosmopoliti, ove s’incontrano a decine Ambasciatori senza governo e
Principesse da sempre divorziate, uomini d’affari e ballerini di tango,
qualche famosa nikilista russa e qualche ricco sfondato banchiere ebreo,
cantanti e boxeurs, signorine che si addestrano al marito e clergymen
che giocano al bridge, archeologi e cavalieri d’industria, signore sole
con camere a due letti e principi dell’Almanacco di Gotha che ipotecan
nelle bische d’Europa i dollari d’una fidanzata yankee...
Certo è insomma l’albergo moderno qualcosa che non videro nè concepirono
gli uomini prima di noi, poichè la loro vita lenta ed angusta non
comportava queste grandi aggregazioni precarie, queste dimore tumultuose
del nomade contemporaneo.
Non è una casa che vi ama nè che voi amate, o miei fratelli viandanti
per le lunghe distanze del mondo; ma vi offre nondimeno ciò che più è
necessario dopo la fatica della strada: un letto bianco nel quale
addormentare i vostri calmi sogni, una bella serena finestra, ove al
mattino il sole nuovo incendierà l’eterna magnificenza della vita. Vi
offre la bellezza provvisoria delle sue decorazioni di stucco, il
soffice silenzio de’ suoi falsi tappeti di Smirne, la premura, se non
l’affezione, di gente alla quale basterà prendervi un poco di denaro; vi
offre l’amore d’una notte, l’epilogo d’un’avventura di viaggio,
l’imprevisto che può nascere fra uomini e donne lontani dalle proprie
case, dispersi nella terra d’esilio, nell’infinita libertà.
Poi tutto questo, alla partenza d’un treno, al cantare d’un’elica, si
snoda, si scioglie, finisce: un altro forestiero dormirà nel vostro
letto fresco di bucato, un’altra forestiera traverserà, di notte, in
vestaglia, i lunghi e deserti corridoi dell’albergo, tra due file di
scarpe allineate. Sì, tutto questo è un po’ freddo, un po’ smorto, un
po’ vuoto: il focolare improvvisato si spegne, di esso non resta neppure
la cenere... Ma resta il colore della terra d’esilio, il sogno d’una
notte lontana, il bacio dato col fiore delle labbra sovra una bocca
d’amante che non vedrete mai più...
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Quando, il giorno appresso, nell’atrio dell’albergo rividi la bella
forestiera, ella mi parve una donna improvvisamente mutata. Negli occhi
mi durava l’immagine di una magnifica e scintillante cortigiana, mi
durava nei sensi la memoria della sua crudele bocca dipinta, il suono
qualchevolta insidioso della sua voce soavissima, ed ecco, nell’atrio
dell’albergo, ritta in piedi presso un tavolino di vimini, riconoscevo
d’improvviso una lady veramente perfetta, forse un po’ rigida, bella
d’una più calma bellezza e che portava un abito ammirevole di
semplicità.
Lord Pepe stava neghittosamente sdraiato in una larga poltrona di cuoio,
con un piede accavallato su l’altro ginocchio, in modo che si vedessero
bene le sue finissime calze, colore della paglia di Firenze, con la
freccia ricamata in filo nero. Lord Pepe deliziava inoltre gli occhi del
pubblico indossando con la maggiore naturalezza, in quel pomeriggio
domenicale, un paio di stupendi calzoni quasi perfettamente gialli ed
una giacca da mattina di un tale dernier-cri da oscurare tutto quanto è
immaginabile in materia d’eleganze giovanili. La sua camicia era tutta
freschezza, traversata in lungo dal sottil nastro di una cravatta scura;
non aveva per tutta la persona un fil di polvere che gli facesse
macchia, un sol capello che al pettine disubbidisse nella sua giusta e
voluta piegatura.
Per quanto la sua maniera di vestirsi potesse ai profani od ai
provinciali apparire leggermente ridicola, certo egli rappresentava con
impeccabilità l’eleganza del giovine signore moderno, ciò che gli
artefici di Piccadilly tramanderanno come un figurino classico ai
lontani seguaci di Lord Brummel,--quel magnifico Lord il quale fu, senza
nemmeno averne l’aria, un saggio e sapiente collaboratore
dell’imperialismo inglese.
Dalla bocca di Lord Pepe ora usciva un altro enorme sigaro Avana, che
mandava così larghi vortici di fumo azzurro da ottenebrare tutta l’aria
del salone invetriato.
Un terzo personaggio era fra lui e Madlen, seduto con eleganza in un
angolo del sofà; un piccolo personaggio di pelo color giberna, con due
smisurate orecchie a frangia, mobili e ricciute, due rotondi occhioni
sporgenti, un musetto camuso, la coda lunga ed arruffata in un enorme
fiocco:--era costui l’arrogante nobilissimo Pompon, il pechinese di
Madlen Green.
Pompon era uno di quegli esseri cui la troppa felicità guasta il
carattere. Siccome il freddo cuoio poteva riuscire molesto alle sue
delicate membra posteriori, lo avevan posto sovra un bel cuscino, ed il
suo pelo focato come la tartaruga mandava qualche riflesso di biondezza
che pareva si accordasse mirabilmente con la capigliatura di Madlen. Era
lì, seduto su la coda, con molta distinzione; ogni tanto faceva un
piccolo sternuto, quasi per significare a Lord Pepe che il fumo del suo
grosso Avana gli causava una insopportabile noia. Siccome però Lord Pepe
non se ne dava per inteso, il nobil cane volgeva gli occhi adirati verso
la sua padrona.
E questa venne appunto in suo soccorso, pregando Lord Pepe di volersi
mettere a sedere altrove.
--Hombre!--borbottò questi,--el perrito es muy fino!
Ma non fece alcuna resistenza e docilmente cambiò poltrona. Così la
nuvola di fumo andò a finire proprio nel viso d’una vecchia pinzocchera,
la quale aveva sul labbro quasi giallo due baffetti assai dispettosi e
portava un luccicante abito di raso nero, guardava in giro con un
occhialetto montato in ebano, e, sul culmine delle sue trecce finte,
manteneva in equilibrio un allegro cappellino rococò.
Tutte le belle donne amano sacrificarsi ad un piccolo cane. Ma la
superbia di questo animaletto era in pieno contrasto con la democrazia
dei tempi nei quali viviamo, ed io, nei panni di Lord Pepe, avrei
continuato a mandar fumo sul muso di Pompon,--il profumato, il decadente
Pompon, al quale un Pari del Regno Unito poteva certo invidiare la
purezza della genealogia.
Lord Pepe, satollo e ben riposato, era d’eccellente umore; mi trattò
come un vecchio amico e súbito colse l’occasione per raccontarmi
sottovoce un gran numero di barzellette oscene, delle quali andava
pazzo, e ne sapeva tutto un rosario, d’ogni colore, grado e varietà.
Nel considerare questo epicurèo così ben pasciuto, così attento al suo
corpo, alle delizie facili della sua carne ben coltivata, mi avveniva di
trovare profondamente inutili, anzi dannose, tutte le complicazioni
cerebrali dietro cui si perde il miglior tempo della mia vagante
gioventù. Possedeva un’amante ammirevole, un sarto geniale, un cane
aristocratico; era giovine e doveva certo essere molto ricco; gli
piacevan le buone mense, gli ottimi sigari, l’alcool centellinato a
piccoli sorsi; pareva essere affatto libero da disturbi gastrici come da
mali di nevrastenia, credo fosse incapace di soffrire pensare o dubitare
profondamente:--questi, per vero dire, sono gli uomini che conservano
alla specie umana il suo calmo ed invidiabile retaggio di felicità.
In Ispagna si fa colazione assai tardi, si cena tardissimo; eran quasi
le tre del pomeriggio, e gli eleganti ospiti dell’albergo, sorgendo a
poco a poco dalle mense, traboccavan nell’atrio con un vivace
chiaccherìo. La corrida celebre, quella dove Bombita prenderebbe il suo
congedo estremo dalle Arene del Nord, aveva richiamato nella città
regale una folla enorme di curiosi, accorsi da tutte le villeggiature
del paese Basco e dalle frequentate spiagge di Biarritz.
Nel giardino dell’albergo e per l’ampio viale ch’era intorno alla
cancellata, una ressa d’automobili padronali mandava strepito di motori,
suoni di trombe, nuvole di fumo. Lentamente avanzavano in fila, per
fermarsi a piè della scalinata, ove una folla di bellissime donne, di
signorine loquaci, d’uomini decorati e risfavillanti aspettavano con
pazienza di veder giungere la propria vettura. Un portiere gallonato
chiamava ad alta voce i sonori nomi patrizi dei proprietari di cocchi o
d’automobili, man mano che le vetture s’avvicinavano; poi, scoprendosi
il capo, ne apriva con solennità gli stemmati sportelli.
Tutta l’aristocrazia di Spagna, non immemore del fasto che la fece
risplendere nei secoli della gloria e della preda, quando per ogni mare
della terra navigava il suo naviglio borbónico,--questa bella e fiera
stirpe d’autocrati, ridotti per una serie di colpe o di sventure a
nascondere sotto apparenze teatrali la squallida loro
povertà,--marescialli e governatori, consoli ed ammiragli, ministri,
ufficiali, dignitarî, e tutto quanto nella città di Maria Cristina
rappresentava la gloria del regno di Alfonso XIII, tutto a grado a grado
scendeva, lentamente, con soste, per quella bianca scalinata.
Ciarliere, incipriate, un po’ carnose, le nobildonne di Spagna offrivano
alle minacce del tempo nuvoloso i loro non del tutto novissimi abiti
parigini; le giovinette pettegole, i bruni smilzi adolescenti, facevano
su quel tumulto scoppiare fontane di riso, ma d’un riso così limpido e
gaio come soltanto può mandare l’anima d’una terra spensierata, ove, su
tutte le miserie della vita, splende con immutabile serenità la
magnificenza del sole.
V’eran frammezzo alcune celebri cortigiane di Francia, venute a
trascinare sui ruvidi gradini dell’Arena i loro inestimabili velluti, le
seterie tramate con splendore dalla pazienza di gloriosi telai. Nei lor
occhi scintillanti rimaneva un po’ di fatica notturna; si vedevan, sotto
i sapienti belletti, le tracce delle veglie consumate alle angosciose
tavole di baccarà.
Finalmente anche l’automobile di Lord Pepe giunse davanti alla
scalinata; vi entrammo, ed il nostro meccanico si pose nella
interminabile fila. Ma la ressa dei veicoli era tale, che non fu
possibile giungere all’alto piazzale dell’Arena, se non procedendo per
tutto il percorso a passo d’uomo.
Già dall’immenso anfiteatro scoppiava nell’aria un frenetico battimani.
Guardai l’orologio; erano le quattro e cinque minuti. Nella vecchia
Spagna, ove tutto procede alla mercè di Dio, la sola cosa che davvero
cominci all’ora esatta sono le corse di tori. Può esser festa giorno di
lavoro, che l’Arena comecchessia rigurgita; chi ha denaro, lo spende
volentieri per il suo posto in una gradinata di «sombra» o di «sol»; chi
non ne ha, porta qualche straccio al Monte, oppure ad uno qualsiasi fra
quei cento «montini» privati, che pullulan nelle città spagnole quanto
le rivendite di tabacco. Ma una persona che si rispetti non può far a
meno d’accordarsi ogni tanto lo spettacolo d’un bel colpo di spada.
Tutta la vita civile si ferma quando un torero celebre mette il piede
nell’Arena.
Entrare in uno di questi anfiteatri, allorchè son gremiti e l’entusiasmo
li solleva, significa retrocedere con la memoria verso qualcosa che il
mondo civile non conosce più, significa ritrovare l’uomo affacciato con
voluttà verso il crudele spettacolo della sua barbarie primitiva.
Bisogna tuttavia comprendere questo gioco selvaggio per potersene
lentamente inquinare come d’un malvagio vizio; bisogna che in ciò, come
in tutte l’altre passioni della vita, possa il nostro cuore veder
splendere un poco d’ideale. Quando per la prima volta entrai nell’Arena
di Barcellona e rabbrividendo assistetti a questo inglorioso eccidio, a
questo inumano strazio di miserabili carcasse equine, veramente avrei
voluto poter io solo avventarmi nell’Arena e di mia mano crocifiggere
agli spalti quel branco di forsennati macellai.
Ma dopo quel giorno lontano,--che ancora splende nella mia confusa
memoria, e splendeva, o limpida Barcellona, su te, nell’alta fiamma, la
nera torre di Montjuich--(calmi, con bianche ville, su te fiorendo
splendevano i poggi del bel Tibidado, dolce collina tua)--dopo quel
giorno lontano, quanti e poi quanti caddero sotto i miei occhi un po’
assorti, cavalli e tori senza numero, nella insanguinata polvere!...
A poco a poco il mio cuore di barbaro vinceva ogni misericordia umana,
l’odore voluttuoso del sangue mi esasperava come un vino ubbriacante, il
piacere della carne dilaniata, il rantolo della bestiale agonia, come un
piacere torbido e selvaggio lentamente s’impossessava di me.
Ho finito io pure con rassegnarmi al pensiero che quei poveri animali
seviziati, vecchia carne da randello e da macello, in fondo riuscivano a
comprarsi con un breve supplizio la pace definitiva; ho pensato che in
fondo la mia pietà era quella d’una femminuccia, e che il toro, sia
cadesse nell’Arena fra la schiuma e la gloria del combattimento, sia
d’un colpo d’ascia su la cervice nei recinti dei pubblici ammazzatoi,
era in ogni caso un animale da ingrasso e da mannaia, predestinato alle
cucine dell’uomo...
L’Arena di San Sebastiano appariva quel giorno in tutta la sua
magnificenza, quantunque non presentasse quell’aspetto così
tradizionale, così caratteristico, delle antiche Plazas di Sevilla o di
Madrid.
Eravamo giunti all’Arena mentre già si stava «matando» il primo toro; un
solenne irto animale dalle corna lunate, bianco di mantello, ed or
fasciato su gli ómeri da una vasta gualdrappa di sangue.
Gallo, espada smilzo e calvo, idolo di un grande partito che in Ispagna
giurava su la maestrìa del suo destro pugno invincibile, dopo aver
dedicata la morte del toro a non so chi del pulvinare, si avanzava nel
mezzo dell’Arena, verso il grande e fermo avversario che, ansante, non
più si avventava contro le fallaci cappe dei mantellieri, ma tenendo
basse le corna, gocciolando sangue, ormai sentiva di dover combattere la
sua pugna fino all’ultimo respiro.
E Gallo, venutogli di fronte a men di due passi, con tanta grazia
sciolse la sua «muleta» color di porpora e la sciorinò su la diritta
spada, che, invece di vederlo fermo davanti al pericolo della morte, mi
parve un uomo il quale s’apparecchiasse leggermente a qualche non
drammatica prova di agilità.
La bestia formidabile abbassò le corna ed irruppe contro il panno rosso.
Gallo, senza quasi muovere i suoi minuscoli piedi, se lo fece più volte
rigirare intorno, sotto i gomiti, dietro le spalle, con tanta
precisione, che le corna lunghissime dell’animale pareva sfiorassero gli
arabeschi del suo giubbetto luccicante.
L’uomo pareva combattere servendosi d’un mirabile istinto geometrico,
eludeva l’urto con un gioco di millimetri, schivava la morte, ridendo,
con un prodigio continuo d’esattezza e d’elasticità.
Ma Gallo, che aveva sollevato applausi nella sua lunga giostra col toro,
non ebbe fortuna nel portargli la stoccata. Era un animale restìo a
tener bassa la fronte; quando già pareva esausto e ridotto
all’immobilità, quando l’espada stava per colpirlo nell’insanguinata
cervice, d’improvviso il toro dava un altro balzo e rompeva contro il
panno, sebbene i garretti non lo reggessero quasi più. Il pubblico,
impaziente, strepitava perchè lo mettesse a morte. Gallo scelse male il
momento, peggio colse nel segno, la spada non s’immerse che a mezza
lama, poi, nel furioso dibattersi del toro, tra i suoi muggiti lugubri,
vacillò e ricadde. La bestia ferita vomitava un po’ di sangue; dagli
spalti gremiti cominciò a volare qualche fischio.
Allora, nervosamente, Gallo si fece tendere un’altra spada, sciolse di
nuovo il rosso drappo da combattimento per costringere il toro ad
abbassare la fronte, mirò alla nuca e diede la stoccata. Ma il secondo
colpo non fu migliore del primo. Gemendo, l’animale retrocesse,
gonfiandosi di dolore e di vomito sotto lo strazio della spada mal
confitta. Il soffio delle sue narici umide mandava larghi spruzzi di
sangue, gli occhi dilatati gli scoppiavano dalle orbite già gonfie
d’agonia. Con un boato quasi umile di povera bestia ferita guardò l’uomo
che l’aveva ucciso e tentò ancora di avventarsi. Ma i garretti si
piegarono, e sotto il peso della morte l’animale s’inginocchiò,
lasciando pendere dalle fauci la tumida lingua, bavosa ed insanguinata.
Accadde quel momento di silenzio con cui le folle d’uomini attendono il
rantolo di chi perde la vita.
Ma d’un tratto l’animale risorse, quasi più vivo, e con la spada infitta
nella coppa ricominciò furiosamente a combattere.
Grandi urla proruppero da tutte le gradinate.
Con rabbia l’uccisore prese una terza spada, si buttò contro l’animale,
gliela infisse di colpo nella dura cervice.
Questa volta cominciò il toro con retrocedere, dondolando il capo
enorme, quasi per resistere alla morte che gli entrava nelle vene; si
piegò, risorse, cadde, girando il collo tozzo, come per estirparsi dalla
carne il ferro che l’uccideva. E non moriva, sebbene gli agitassero
davanti agli occhi le rosse cappe, che forse non vedeva più.
Tra i rumori dell’anfiteatro Gallo strappò il ferro dalla piaga, ne
poggiò fra le due corna la punta forbitissima, diede un leggero colpo, e
la testa sollevata ricadde, il duro animale si stecchì.
La fanfara, su gli spalti, salutò a squillo di tromba la vittoria
dell’uomo.
--¡Malo, hombre! Muy malo, hombre!--andava gridando con tutto il suo fiato
l’indignatissimo Lord Pepe.
E Gallo, con un piccolo sorriso malcontento nella faccia segaligna,
compiva il giro dell’Arena, raccogliendo i berretti che forse per
confortarlo gli lanciavano i suoi pochi ammiratori.
Madlen non diceva parola nè dava segno di turbamento alcuno. Seduta
vicino a me, vicino a Lord Pepe, con un gomito poggiato su le ginocchia
sovrapposte, guardava nell’Arena, quasi distrattamente, osservando lo
sgombero delle stecchite carogne, che due mule grige, con sonagli e
pennacchi, trascinavano fuori di galoppo. Era leggermente pallida, e
stavano fermi, fermi sino all’immobilità i suoi grandi occhi lionati,
che variavano sotto il color del sole come due magnifici scarabei. La
caviglia del suo leggero piede quasi mi toccava uno stinco; la calza
fina, d’un nero d’argento, non formava su quel fuso perfetto la più
piccola grinza.
Frattanto, al galoppo di due squallidi ronzini, che a spruzzi perdevano
sangue dalle recenti ferite, i «picadores» compivan nuovamente il giro
dell’Arena, poi si fermavano, con le groppe dei cavalli contro lo
steccato, ad una trentina di metri dall’ingresso del «toril».
Spalancatosi questo al segnale delle trombe, un nero animale formidabile
vi si affacciò con impeto, fece tre balzi e di botto si fermò, come se
lo splendore del giorno l’avesse accecato. Chiuso da molte ore nel buio
del «toril», assillato con uncini pungenti, la sua bestiale furia si
abbacinava davanti allo spettacolo di quella gente infinita. Poi volse
in giro i suoi terribili occhi, vide i cavalli dei «picadores» e con una
galoppata che parve un volo, quasi ruggendo, si avventò nell’Arena. Tra
un nugolo di polvere sollevata precipitò nel mezzo del recinto, e di
colpo ristette. Lo accerchiavano i «capeadores», sventolando larghi
mantelli, provocando con astuzia il possente animale, poi da ogni parte
fuggendo a gambe levate. Il toro si mise a rincorrerne alcuni, ma essi
agilmente saltavano la barriera. La bestia infuriata menava cozzi
terribili contro il solido recinto, e più volte infisse le corna per
almen due póllici nel legno della palizzata. Poi si volse, vide a poca
distanza il tremante cavallo d’uno dei «picadores», con l’omaccio in
sella, pronto e curvo su la sua lunga pica. La gamba sinistra del
cavaliere aveva una solida corazzatura; bendato era l’occhio sinistro
del cavallo; un orribile palafreniere, in giubba rossa e calzoni di tela
greggia, stava dietro il cavallo con un lungo randello, per tempestarlo
di colpi se questo piegava sui garretti o per costringerlo a sostenere
la cornata se atterrito retrocedeva.
Il toro vi andò contro con tanta forza, che, nonostante il colpo di
lancia infittogli nella groppa, uno de’ suoi corni sparì nel ventre del
ronzino, l’altro gli squarciò la spalla, e tutto fu sollevato in aria di
peso, uomo e cavallo, poi rovesciato contro la barriera, schiacciato,
calpesto, mentre il toro non riusciva più a districare le corna dalla
orrenda ferita e scoteva rabbiosamente la cervice, cavando sterco e
viscere dall’addome dilaniato.
Quando infine lo squarcio fu così vasto che il toro potè strapparne le
corna divenute orribilmente rosse, tosto i «capeadores», agitando
mantelli, riuscirono ad allontanarlo dal cavaliere disarcionato.
Allora, nel buttarsi dappertutto alla cieca, il toro improvvisamente
vide contro l’opposta barriera il cavallo dell’altro «picador», che
invano i servi di stalla, bastonando come anime dannate, cercavano di
mettere in buona positura per il colpo di lancia.
Fissarlo, balzare, investirlo, fu questione di pochi attimi. Lo colse in
pieno, da tergo, affondando la cornata frammezzo alle due nátiche. Parve
di vedere la squallida bestia spaccarsi nel mezzo, con un’enorme
fenditura per tutto l’addome, dalla quale cadevan orrendamente le
viscere sgomitolate. Una sua zampa floscia pendeva, rotta
nell’articolazione. Il labbro violastro, sollevato su la dentatura
gialla, esprimeva un dolore straziante, un’agonia piena di terrore,
sotto la tragica maschera di quell’occhio bendato.
Sconciamente ruzzolarono, uomo e cavallo. I mantellieri accorsero,
accerchiando il toro con uno sventolìo di cappe, mentr’esso già stava
ponendo le zampe sul dosso del «picador», ch’era stramazzato vicino al
cavallo. Incapace di rialzarsi, per il fasciame della corazzatura che
gli stringeva un ginocchio, l’inerme «picador» non aveva ormai che una
sola difesa: quella di rotolarsi a terra, con le braccia stecchite lungo
i fianchi, cercando un rifugio sotto il ventre stesso dell’infuriato
animale o tentando d’incastrarsi fra la barriera e la carcassa del
cavallo agonizzante.
Qualche piccolo grido ruppe qua e là, tra il pavido silenzio della
moltitudine.
Fu allora che si vide Bombita leggermente balzare tra il furioso vortice
di mantelli che non riuscivano a distogliere il toro, gettargli proprio
su gli occhi la sua cappa disciolta, sì che il toro v’inciampava, e con
mille astuzie rapidissime, agili, pericolose, trarselo dietro
sorridendo, raccogliendo nella fallace cappa le sue furibonde cornate,
finchè, nel mezzo dell’Arena, battendo il piede imperiosamente, l’espada
lo fermò.
Un grido fantastico e grande sollevò l’anfiteatro. Più nessuno si curava
del «picador» scavalcato, che del resto avevan già rimesso in piedi e
pareva non avesse importanti ferite. Solamente si vedeva una leggera
striscia di sangue scorrergli giù dal polso e gocciolare dall’ápice
delle sue dita.
Il servo di stalla, con un colpo di stiletto, liberò lo squarciato
ronzino dalla sua straziante agonia.
Era stato un cavallo, un povero animale indifeso ed utile fino
all’ultimo giorno della sua vita; ma ora, in quello stato miserando, non
valeva più che il peso della sua carne dilaniata, il prezzo della sua
pelle troppe volte ricucita. Ucciderlo era dunque l’ultimo vantaggio che
si potesse ancor trarre dalla sua frusta affamata carcassa; di lui, come
vivo, nessuno darebbe una peseta; aveva dunque finito logicamente di
servire l’uomo.
Il suo muso giallo, intriso di bava e di polvere, pareva con un riso
tragico ringraziare gli uomini della pietà finale che avevano avuta di
lui.
E dire che il Pretore Urbano amministra tutti i giorni la Giustizia, fra
due libroni che rappresentano la Legge, in questa oscena e miserabile
commedia che si chiama la vita...
Quel toro fu prodigioso: quattro cavalli uccise, altri due ne mandò via
scuciti come tabarri da mendicante.
Infine le trombe suonarono «la suerte de banderillear». Gli furon messe
due paia di «banderille», ma piuttosto male, perchè il toro correndo
scuoteva la testa, onde riusciva pressochè impossibile collocare i
pungiglioni come l’arte classica del torneo prescrive, una per parte, a
qualche pollice dalla nuca. Il toro, messo in furore da quegli aculei
pungentissimi, si avventava di qua, di là, cozzando a vuoto nei
mantelli, stramazzando su le ginocchia e talora fermandosi deluso nel
mezzo dell’Arena, con la fauce spalancata, la lingua pendente, bavosa e
nera di convulsione, gonfia di dolore, con orrendi muggiti.
Le trombe allora suonarono la messa a morte. Bombita, col suo drappo di
porpora e la bellissima spada serrata nel pugno invincibile, si presentò
con brio davanti al pulvinare, si scoverse il capo, tese in alto il
braccio e brindò il toro ad una persona che non vidi nè potei scoprire
chi fosse, ma certo un alto dignitario, forse il presidente medesimo
delle corride, oppure una famosa bella donna. E pronunziò le parole di
rito, con le quali si vota in olocausto il proprio sangue pur di
compiere il sacrifizio del toro.
Con una mossa elegante lanciò verso il pubblico il suo piccolo tricorno,
insegna e nobiltà del torero, poi, con le labbra un po’ serrate, il
celebre scannatore s’avanzò di fronte all’avversario, verso il mezzo
dell’Arena.
Egli non aveva paura del toro:--questo era evidente, poichè da oltre
quindici anni, e senza retrocedere d’un passo, ne aveva messi a morte un
gran numero di migliaia. Ma invece aveva paura della moltitudine, la
fiera più temibile che sia nella creazione, la tiranna delirante,
implacabile, che consacra e sconsacra gli eroi.
Certo in quel momento egli aveva paura della propria fama e paventava
l’idolatria di quella immensa gente, davanti alla quale non gli sarebbe
stato mai lecito dare una botta ingenerosa o fare un passo indietro. Poi
sentiva nell’anfiteatro la presenza di molti suoi avversari, fra quelli
che lo davano per vecchio ed intimidito, mentre sorgevano gli astri
nuovi dei prodigiosi adolescenti Belmonte e Gallito Chico.
Nella terra di Spagna si professa il proprio espada come altrove una
fede politica; ognuno pensa che il bene uccidere dia fortezza di bene
morire; le donne amano i maestri di spada e il popolo canta chi meglio
colpì.
Accerrime fazioni custudiscono la rossa gloria dei più intrepidi, e
battezzato col sangue dei tori da combattimento esce dai selvaggi
anfiteatri l’eroe nazionale. Poi dappertutto si trovano a decine que’
certi «laudatores temporis acti», che a nessuno più, dopo Guerrita e
Fuentes, vollero si attribuisse la gloria della vera tauromachìa. Ed
inoltre, il pubblico di tutte le Arene spagnole, in ciò davvero
cavalleresco, pretende verso il toro la più assoluta e generosa lealtà:
oltre che uccidere, bisogna dare la bella morte, bisogna colpire diritto
e senza inganno, poichè, se i cavalli son materasse da cornate, non si
ammettono invece per il toro le strazianti agonie.
Fossero i nemici alle porte della capitale, un bel colpo di spada,
confitto sino all’elsa nella dura cervice, un colpo dirittamente
piantato nel mezzo del cuore e che in pochi attimi tragga di vita
l’animale, basterebbe a mandare in delirio questo popolo circense, che
perpetua con sè nel mondo l’anima del cavaliere Don Chisciotte.
Nello sfacelo di una immensa grandezza, due sole cose rimangono per la
Spagna inesorabilmente sacre: il Crocifisso e la spada.
Così non v’è fama che basti ad impedire il pubblico dileggio, quando
colui dal quale ci si attende una giostra da Paladino di Francia
combatta per disavventura con lo sgraziato procedere di un domatore da
serraglio. Questo pubblico, il quale fa tanti sacrifizi per recarsi ogni
giorno di corse alla «Plaza de toros», non dimentica il prezzo elevato
che si vuole dagli impresari anche per un’umile «tendido de sol», nè
scorda le sei o settemila pesetas che un buon espada si guadagna
giornalmente per uccidere due quadrati maschi de’ più famosi
allevamenti. Sicchè il presentarsi davanti al toro è sempre un gioco a
prezzo di vita, non tanto per le sue corna crudelissime quanto per lo
spettacolo che convien dare di sè.
Parecchi anni addietro avevo già veduto Bombita combattere nelle Plazas
di Siviglia e di Madrid; ora, nel rivederlo, già più non mi pareva il
medesimo. Su quest’uomo impavido era passato il trionfo; l’applauso lo
aveva logorato come logora il fuoco delle bevande troppo forti. Mi diede
l’impressione d’un uomo il quale ormai si sentisse impari alla propria
grandezza e tuttavia non potesse far a meno del delirio popolare,
dell’ovazione frenetica, del suo nome gridato al cielo, quando la fiera
vinta s’inginocchiava nel rantolo dell’agonìa.
Asciutto, smilzo, pallido, nel costume damaschinato che lo serrava come
un guanto, le calze candide, le sottili scarpe da ballerino, il
fazzoletto di seta che gli usciva dal taschino del bolero, consapevole
in ogni gesto, in ogni mossa, d’una eroica memoria di sè, grazioso,
agile, attento, era sì quel Riccardo Torres che vidi, per così dire,
ballare il minuetto coi terribili tori di Veragua e di Miura; ma in lui
si vedeva ora, sotto la pelle arida e rasa, tutto il fascio dei muscoli
tendersi con nervosità, e negli occhi fermissimi, sotto il cranio ben
pettinato, la paura, sì, la paura della propria gloria, confitta nella
sua temerità come un terribile chiodo.
Là intorno, fra quelle ventimila persone che gremivano l’anfiteatro,
così curvate verso di lui, così protese a vigilarlo, ch’egli forse ne
sentiva battere contro il suo polso le tumultuose vene, là in mezzo, tra
quella bianca voragine di facce umane, v’eran le donne che gli avevano
mandato lettere d’amore, gli uomini che lo avevano portato su le spalle
nei giorni di trionfo, i bimbi che giocavano al toro chiamandosi
Bombita, v’eran gli emuli ed i nemici, v’era infine la storia che lo
guardava.
La sua fatica era quella di scordarsene, di non considerare quegli
spalti gremiti se non come uno sfondo necessario e lontano, quasi come
una specie di formicolante velario, che per lui tornerebbe ad essere
umanità quando le fanfare inneggiassero alla ben data morte.
Ma non poteva; era evidente che non poteva. Un piccolo spasimo, d’ira o
di nervosità, contraeva la sua faccia smorta.
Ed allora mi piacque osservar quest’uomo, che aveva contro sè, non le
corna rosse dell’animale insanguinato, ma il potere, la tirannìa, la
febbre di ventimila uomini che lo volevano applaudire. Mi piacque
l’istante magnifico nel quale dimenticò e si vinse.
Fermo, il toro lo guardava. Col fiocco della coda, simile ad un lungo
scudiscio, si batteva minaccioso i fianchi ansanti. Teneva il muso
basso, con le narici dilatate, quasi volesse fiutare l’espada e misurare
l’attimo della terribile cornata. Non era tra loro più spazio che quello
d’un braccio teso, d’una lama diritta.
Bombita battè col piede la terra, quasi per chiamarlo a sè, poi, con
baldanza, come si srotola una bandiera, sciolse la sua «muleta»
fiammeggiante. Stavano soli, di fronte: l’uomo, sottile come un
serpente, il toro, quadrato e sinistro nella sua poderosa immobilità.
E pareva che l’uomo gli dicesse:--«Chinati e guarda. Vedi questo specchio
rosso? Ha il colore del mio sangue. Uccidimi, se puoi!»
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