diventa lʼafrodisiaco di tutti gli amplessi. Ed ora portava la sua
trasparente anima di ballerina verso la calamitosa bellezza del
tropico, mesceva nel respiro della terra interna il suo leggero e
tenace profumo di Coty.
Quanta poesia nellʼanima di questa lieve creatura, che andava per la
terra dʼAffrica cercando un amante perduto!... Quanto sole vedrebbe con
i suoi occhi dʼinnamorata, la bellissima creatura!...
Ed ecco apparvero con acque repentine lungo la strada balenante i fiumi
della terra interna, lʼOued Sarno e la Mekerra, che si mescevano senza
fragore sotto agili ponti. Ed ecco apparve la piana di Bel–Abbès,
rosata e fertile nel luminoso vespero come una opulenta campagna della
Provenza felice. La Mekerra disegnava traverso le biade fiammeggianti
e gli ulivi azzurri una lunghissima scìa dʼargento. La bianca lontana
diga della città barricava lʼorizzonte.
Ella sentì dʼun tratto il cuore venirle meno. Prese una mano di
Linette, e la strinse, la strinse... Poi con lʼápice della sua fredda
mano toccò lʼómero del meccanico, disse in fretta qualche parola, che
il vento portò via...
Ma egli capì; si volse:
--Oui, Madame, nous arrivons à Bel–Abbès.
Allora ella si rovesciò contro la spalliera, e giacque stupefatta,
immobile, come se non avesse più vita.
Nellʼaria dolce navigava il profumo degli ulivi di Máscara; la porta di
Orano splendeva, incorniciando un corridoio di sole.
--Madame, ne soyez pas si pâle...--disse con un tremante coraggio la
turbata Linette, cameriera dalle calze di voilé.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Fosse in grazia della sua natura premurosa, fosse per la profonda
simpatia che glʼispiravano le trasparenze di Linette, quel meccanico
non volle abbandonare le due viaggiatrici su la soglia dellʼalbergo;
ma quando ebbe sciolto il complicato, se pur succinto, bagaglio della
Parigina, volle aiutare i facchini dellʼalbergo nel portarlo al pian di
sopra e slacciarne le fodere impolverate. Le due camere non mancavano
di un certo «comfort» coloniale; con le zanzariere di bucato e coʼ lor
vecchi mobili di noce, rammentavano la buona locanda francese di mezzo
secolo fa.
Questo arrivo produsse un notevole movimento nel quieto albergo
«dʼOrient et Continental». Il portiere, tedesco naturalmente, perciò
refrattario ad ogni sfumatura, immaginò senzʼaltro che si trattasse
di una sontuosa e ricchissima «cocotte». Il Direttore, francese della
riva di Provenza, un poʼ tinto di sangue levantino, andò subito
col pensiero verso qualche scapestrato ufficiale della caserma di
Cavalleria. Il maggiordomo, che aveva una certa grande aria da Casino
di Deauville, non tardò molto a presentarsi con urbanità su la soglia
della camera, per ricevere il nome della viaggiatrice nel bollettino
dei forestieri. Ella si sciolse il velo, si tolse i guanti, e scrisse
in fretta con la matita:
--Mimi Bluette--Paris.
Questi lesse, poi rilesse, guardò lungamente la bellissima Parigina, ed
in ultimo non seppe frenare la sua naturale stupefazione.
--Pardon, Madame... Est–ce bien Mimi Bluette quʼil faut lire?
--Sans doute. Et pourquoi?
--Mais alors... seriez vous par hasard la vraie, la célèbre M.ᵐᵉ Mimi
Bluette?
--Je ne sais pas si je suis la célèbre, mais en tout cas je suis bien la
seule Mimi Bluette que je connaisse. Faites–moi du thè frappé, si cʼest
possible; et, puisque le chauffeur doit avoir soif, donnez–lui de la
bière, sʼil en veut.
--Merci, Madame, jʼen boirai volontiers,--rispose il meccanico, tutto
intento a disporre le valige sui vari sgabelli.
--Connaissez–vous la ville?--gli domandò allora Bluette, che stava
riannodando il suo lungo velo.
--Ça va sans dire, Madame.
--Vous savez donc où se trouve la caserne du 1ͤ ͬ Régiment Etranger.
--Rue de Tlemcen, Madame. Pas loin dʼici.
--Voulez–vous mʼy conduire?
--A vos ordres, Madame.
--Descendez, je vous prie; nous venons de suite.
Non appena egli uscì, e furono rimaste sole, Bluette con le due mani si
compresse il cuore che le batteva.
--Je le verrai, Linette! Je le verrai tout à lʼheure... Oh, Linette, ma
Linette!...
E con un moto subitaneo dʼintima sopraffazione lʼabbracciò come una
piccola sorella.
--Viens, descendons. Je nʼai le temps ni de me rafraîchir, ni de me
peigner. Sonne pour dire quʼon nous serve ce thè en bas, et très vite.
Le cœur me bat. Chaque parole me coûte un effort; je suffoque. Sois à
côté de moi quand je le reverrai, Linette!... Quand je le reverrai, ce
sera terrible... Oh, tu ne sais pas, tu ne sais pas comme je lʼaime!
A pianterreno tutti gli impiegati dellʼalbergo fecero capolino per
vedere Mimi Bluette. Il Direttore lʼassalì di premure, mentre il
dissetato meccanico di Orano riaccendeva davanti allʼalbergo il suo
fragoroso motore.
Due belle donne, chʼeran visibilmente le dive di qualche provvido
caffè–concerto, prendevano il tè con alcuni ufficiali e con un paio di
notabili del Montmartre algerino. Un giovine arabo, dagli occhi simili
a grosse agate, la pelle color di bulgaro, esibiva le costose inezie
del suo bazar ambulante. Quattro europei discutevano dʼaffari in un
gergo fatto dʼarabo e di spagnuolo.
Senza indugio Bluette uscì. La diritta via Prudhon, fra la porta di
Orano e quella di Daya, aveva lʼaspetto comune ad ogni Sotto–Prefettura
di Francia durante lʼimpero frigio della Terza Repubblica. Qualche
gruppo di legionari camminava su lʼorlo dei marciapiedi, con
lʼaria sfaccendata, stanchi del clima pesante, le mani conficcate
nelle saccocce, adocchiando le ragazze che passavano, aspirando con
ingordigia il fumo soave che produce la bionda foglia del tabacco
dʼAlgeria.
Cadeva sul rettilineo delle case unʼazzurra oscurità; la vita
provinciale del grande accampamento europeo molestava col suo rumore
pomeridiano il profumato silenzio del cielo dʼAffrica. E lʼindigeno
passava, tra quella folla dʼinvasori e di meticci, come un intruso che
ne fosse il recondito padrone.
Quando giunsero davanti alla caserma, tutta la rue de Tlemcen era piena
di soldati. La musica militare camminava tra uno stormo di monelli,
verso il Giardino Pubblico.
Le balie dʼEuropa non si sarebbero dunque annoiate nemmeno a
Sidi–bel–Abbès. La Francia di Mimi Bluette amministra le sue Colonie
come può, ma non trascura in ogni caso di allietarle con musiche
militari. Questa è senza dubbio una ottima determinazione.
Allora ella scese dallʼautomobile con il suo piede leggero, e passò
davanti alla sentinella. Siccome avrebbe camminato chissà fin dove,
tanto era stordita, il caporale di guardia la fermò. Le si mise davanti
con le sue larghe spalle quadrate, portandosi la mano alla visiera:
--On nʼentre pas, Madame. Cʼest défendu.
--Ah...
Le pareva impossibile. Ferma sotto il portico, affondava lo sguardo nel
cortile inazzurrato.
--Est–ce pour voir un officier, Madame? Cʼest quʼil est très tard à
présent...
--Non, un légionnaire.
--Un légionnaire?
--Oui.
--Comment sʼappelle–t–il?
--Laire.
--Laire?... Connais pas.
--Pas possible! Est–ce que ce nʼest pas–ici le 1.ͤ ͬ Régiment Etranger?
--Cʼest bien le 1.ͤ ͬ Etranger, comme vous dites. Mais jʼarrive de
lʼintérieur, moi, et je ne les connais pas tous. Attendez voir, la
dame; nous allons vous faire parler avec lʼofficier de garde.
--Merci, mon brave.
Il caporale si volse, chiamò un legionario:
--Eh, toi, Gouin! va donc appeler le lieutenant Silles. Tu le trouveras
au mess. Y a des dames qui le cherchent. Dépêche–toi, Gouin!--Poi si
rivolse amabilmente alle due visitatrici:--On ne peut pas vous dire de
vous asseoir, car nous manquons de fauteuils, comme vous voyez... mais
nous regrettons. Dʼailleurs le lieutenant Silles a de longues jambes!
In verità il caporale di guardia non aveva esagerato: quel tenente
Silles presentava una strana rassomiglianza con il dromedario da corsa,
e dello stesso animale aveva, nella barba, nei capelli e nel colore del
viso, la rossastra biondezza.
Si presentò con un rigido saluto militare, pronunciando un «Mesdames?»
asciutto e lunatico, mentre non cessava dal masticare con la mandibola
ossuta il boccone del suo pranzo, che aveva interrotto malvolentieri.
Considerò quelle due donne, dallʼaspetto molto singolare per una
caserma di Sidi–bel–Abbès, poi, con un gesto quasi gentile, disse loro
brevemente che si compiacessero di seguirlo. Entrò in una piccola
stanza, dove cʼeran un paio di seggiole, un tavolino ed una specie di
ottomana. Era probabilmente la sala dellʼufficiale di guardia. Puzzava
di rinchiuso e di aspro tabacco.
Egli avanzò due sedie, le invitò a prendervi posto, accese una
sigaretta, e, scovertosi il capo tutto selvoso dʼuna ispida cotenna,
gettò con destrezza il berretto sul pomello dʼun attaccapanni.
--A vos ordres, Mesdames,--disse con una voce rapida e ruvida, che al
pari di tutta la sua persona pareva essa pure combusta dal sole.
--Je suis M.ᵐᵉ Mimi Bluette, et voilà ma femme de chambre. Nous venons
de France, de Paris...--disse Bluette con una timida esitazione.
Egli non mostrò alcuna maraviglia, nè del nome nè della provenienza.
Linette pensava intanto:--«Voilà un grand diable qui doit aimer les
négresses...»
--Eh bien, lieutenant,--concluse Bluette, ritrovando la sua
spigliatezza;--jʼai fait ce long voyage pour revoir un homme que jʼaime.
--Je nʼai pas lʼavantage de le connaître, mais, en tout cas, cʼest
admirable!
--Oui, cʼest admirable en effet, lieutenant. Car je suis Mimi Bluette,
celle qui a dansé pour des rois, et mon amant nʼest quʼun simple
légionnaire.
--Votre amant un simple légionnaire? Bigre! Cʼest tout à fait
kouss–kouss! Excusez, madame Bluette, mais cʼest ainsi quʼon sʼexprime
au Gharb.
--Ecoutez, lieutenant. Il sʼest engagé sous le nom de Laire; vous lʼavez
sans doute à vos ordres, il est probablement dans cette même caserne...
Donc je vous prie, je vous prie de toute mon âme... non? est–ce que
vous ne le connaissez pas?
--Laire? Laire?... Mais oui... attendez un moment. Cʼest quelquʼun de
nouvellement engagé... il y a deux mois peut–être?...
--Oui, oui, lieutenant!
--Attendez: un grand, pâle, aux yeux presque verts, trente huit ans,
quarante ans peut–être?...
--Cʼest lui! cʼest lui, lieutenant! Oh, mon Dieu, quelle émotion
affreuse!... Faites que je le voie sans plus de retard!
--Cʼest quʼil nʼest plus ici, Madame. Et il est même très loin... Je
regrette.
Si era levata, con le due mani protese verso di lui, con la voce
sospesa. Udendo quelle parole, barcollò indietro, piegando la faccia,
come se lʼavessero colpita nel cuore.
Il luogotenente Silles, molto impacciato, si cercò nelle tasche
unʼaltra sigaretta, e quando lʼebbe accesa incominciò a stiracchiarsi
la ruvida barba da stambecco.
--Oui, Madame, cʼest bien malheureux que vous ayez fait ce long voyage
pour rien. Si vous aviez télégraphié par exemple...
--Je ne pouvais pas le faire. Il y a des raisons... Et puis, quʼest–ce
que ça fait? Jʼai assez de courage pour aller nʼimporte où. Dites–moi
où il est, lieutenant, et cʼest tout ce quʼil me faut.
--Il est très loin, à lʼintérieur, tout à fait dans le Guébli, beaucoup
plus loin que Colomb–Béchar... Vous voyez bien que ce serait une folie.
--Pourquoi une folie? Jʼirai quand–même. Colomb–Béchar, vous dites? Où
est–ce que ça se trouve?
--Ah, ma pauvre dame! Je vois bien que cʼest la première fois que vous
mettez le pied en Afrique. Est–ce donc ainsi, avec vos chaussures et
vos jolies toilettes, que vous prétendez aller jusque dans le Gharb?
--Jʼirai, mon lieutenant; jʼirai! Il y a des moments Où une femme vaut
mieux quʼun soldat.
E disse queste parole con una semplicità così tranquilla, che
lʼufficiale dʼAffrica si mise a guardarla, e non seppe cosa rispondere,
poichè sʼaccorse dʼessere davanti ad un amore. Dopo una lunga pausa
domandò con una voce quasi gentile:
--Et vous avez fait ce voyage, et vous irez jusque là–bas pour voir cet
homme, vous, Mimi Bluette?
--Moi, Mimi Bluette, jʼirais au bout du monde pour le revoir une seule
fois de ma vie.
--Ah?... Cʼest quʼil y a des types qui ont de la chance!--borbottò il
luogotenente Silles con un incredibile malumore.--Moi, par exemple,
voilà bientôt neuf ans que je roule ma bosse dans ces bougres de
Colonies, et il nʼy a pas eu lʼombre dʼune Française qui mʼait envoyé
ni un oeuf de Pâques ni une paire de pantoufles brodées! Je mʼen passe
dʼailleurs, car je suis en rupture avec la société humaine.
--Vous aussi?--fece Bluette con stupore.--Cʼest bien ce que Laire
me disait parfois. Et il le disait même dʼune façon très
pittoresque:--«Jʼen ai soupé des hommes qui connaissent leur
cimetière!...»
--Cʼest bien ça, Madame. Cette opinion peut vous paraître obscure; mais
pour nous cʼest clair comme lʼEvangile. Dʼailleurs, je me souviens de
cet homme à présent. Il avait tout ce quʼil faut pour plaire à une
jolie femme telle que vous, mais il avait en même temps ces prunelles
fièvreuses et mornes des hommes qui vont combattre au Gharb Marocain.
Cʼest lui dʼailleurs qui a fait sa demande et qui a voulu sʼen aller au
plus vite. Nous autres, voyez–vous, nous sommes les vrais sans–patrie.
Tout de même on se bat comme si on allait faire la noce, car, à la
place de tout le reste, nous avons un drapeau.
--Chacun de vous est donc un mystère?--domandò Bluette, con una specie di
assorta maraviglia.
--Chacun de nous est un vrai homme, tandis que les autres ne sont que
des pantins dangereux. Bref: quand on est là–bas, cʼest quʼon doit y
être; quand on est là–bas, cʼest quʼon ne veut pas en revenir. Je vous
conseille, Madame, de rebrousser chemin.
--Lieutenant Silles,--dises Bluette con un sorriso,--je ne suis pas la
société humaine et je ne vous ai rien fait de mal. Vous devez être
dʼailleurs moins méchant que vous ne le dites. Je vous prie donc de
mʼaider autant que vous le pourrez, puisque je ne suis quʼune femme et
que je dois aller très loin. Vous aurez deviné, jʼespère, quʼil sʼagit
pour moi dʼune question très grave.
--Si cʼest pour quʼon le rappelle du Sud–Oranais, nʼy songez pas,
Madame. Le Colonel lui–même ne pourrait absolument rien faire.
--Aussi je ne désire pas quʼon le rappelle, ni quʼon le prévienne de
mon arrivée. Je vous demande une chose bien plus simple, lieutenant
Silles. Tracez–moi un itinéraire détaillé du chemin quʼil faut suivre
pour le rejoindre et adressez–moi aux personnes qui pourront mʼêtre
utiles dans cette longue route. Jʼai dʼailleurs un laissez–passer
du Ministère. Voulez–vous mʼaider, lieutenant? Je suis peut–être
indiscrète, mais je crois que nos meilleurs amis sont ceux que
lʼinconnu et le hasard nous présentent.
--Oh, Madame, si ce nʼest que ça, je le ferai de très bon cœur!
Seulement, puisquʼil faut que je vous écrive un petit mémoire, avec
nombre de détails, je vais mʼen occuper ce soir, et je vous remettrai
cela demain matin à votre hôtel, si vous en avez un.
--Oui, lieutenant: hôtel Continental. Et vous aurez pour toujours
lʼamitié de Mimi Bluette.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
E ricominciò la strada.
La strada.
Bisognava tornare ad Orano, prendere la ferrovia di Colomb–Béchar.
Quel giorno il luogotenente Silles fece per lei una cosa molto
gentile. Dopo averla condotta alla stazione di Bel–Abbès e dopo
averla salutata con parole molto laconiche, dʼun tratto, quando già
il treno stava per muoversi, fece un salto sul predellino, entrò
nello scompartimento, non si diede nemmeno la pena di rispondere
allʼimpiegato che chiudeva lo sportello, e sedette fra loro con la
massima tranquillità.
--Après tout je nʼai rien à faire; je peux bien mʼen aller jusquʼà Oran
jeter un coup dʼœil sur la Méditerranée.
Bluette sorrise, come se trovasse ciò del tutto naturale. Invece alla
sospettosa Linette non garbavano affatto le maniere di quel bizzarro
tenente. Aveva detto alla sua padrona:
--Très bien: on va se faire au Sahara, et même au centre de lʼAfrique,
sʼil le faut; mais je crains, Madame, que vous ne soyez trop facile
dans vos liaisons avec ces coloniaux. Ils ont, ma foi, des têtes qui ne
me disent rien de bon.
--Toi, parce que tu tʼes imaginée que cʼest un homme à négresses, tu en
as peur comme de lʼOgre! Moi, au contraire, ce lieutenant Silles, me
fait beaucoup de peine.
Sì; ed a bene guardarlo in fondo agli occhi, nella dura e squallida
faccia, in lui si vedeva, sotto lʼabbronzatura del sole, un colore
dʼinfelicità. Era forse tra quegli uomini che la società respinge aʼ
suoi confini, come verso le rive di un mare deserto i rottami dei
sommersi velieri. Ed ormai Bluette conosceva queste calme tragedie,
anzi era penetrata ella stessa da quellʼatmosfera di pericolo e
dʼirrimediabilità che fascia queste anime dʼavventurieri. Ella stessa
ormai raccoglieva lʼultima sua fedeltà nellʼombra dʼuna lontana
bandiera.
Quando giunsero ad Orano, quandʼella fu nel treno che doveva portarla
verso lʼinterminabile sole, Bluette sʼaccorse che lʼufficiale dʼAffrica
la guardava come una sera lʼavevano guardata gli occhi del taciturno
forestiere, allorchè, per la prima volta, la sua bocca gli sorrise
dietro lʼorlo del bicchiere di Sciampagna.
Ed allora, con le pupille abbacinate nellʼinestinguibile sole di Orano,
ella rivide come in un sogno la remota strada parigina--una piccola
strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno
cancellando a poco a poco.
Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della
Bastiglia.
In verità erano due fratelli, due terribili fratelli, due nomadi per la
grande strada, che lʼAffrica vertiginosa travolgeva nella sua perduta
vampa. Lʼamore che aveva per lʼuno, per quello chʼera più distante, le
diede un piccolo tremito nel volgere a questi che lʼaccompagnava una
parola di riconoscenza e dʼaddio.
Soli e fermi, su lʼasfalto bianchissimo della stazione, lʼufficiale
disse:
--Que Dieu vous garde, Madame Bluette. Avant de vous connaître jʼétais
presque persuadé quʼil nʼy avait pas dans la femme ce quʼon appelle une
âme.
Ella chinò la faccia e non rispose parola. E stette ferma, e sentì che
avrebbe voluto posare un bacio di sorella, un bacio quasi dʼinnamorata,
su quella ruvida fronte che immobilmente le sovrastava.
--Un jour ou lʼautre, Madame Bluette, ce terrible soleil blanchira
quelquepart ma carcasse. Je nʼaurai pas eu pour les hommes plus
dʼimportance quʼun de ces méharis qui ravitaillent le désert.
Pourtant, vous qui êtes si belle, et si fraîche, quand vous serez de
retour là–bas, sur lʼautre rive, au milieu des gens qui connaissent
leur cimetière, envoyez parfois un joli sourire de votre bouche à ce
lointain lieutenant Silles...
--Je vous assure que vous allez me faire pleurer...--disse Bluette con un
filo di voce.--Tenez, le train va bientôt partir; il faut que je monte.
Au revoir, lieutenant Silles! Gardez tout de même ce petit souvenir
de Mimi Bluette: il vous sauvera, là–bas, dans le Gharb... Au revoir,
lieutenant. Et merci, et merci!...
Si era tolto un piccolo anello dal dito e glielo aveva regalato, quasi
di nascosto, nello stringere la sua mano.
Egli guardò con gli occhi adusti quel fino gingillo che veniva dalla
Rue de la Paix; lo strinse fra le dita con avarizia, come lʼarabo
stringe nel palmo la buona moneta; non ebbe nè un sorriso nè una
parola; ma impassibilmente salutò quella donna come avrebbe salutato la
sua bandiera.
Poi si volse con rapidità, quasi per nascondere il suo turbamento; e lo
si vide a lunghi passi traversare lʼobliqua striscia di sole.
Fra poco sarebbe tornato laggiù, dove muoiono tutte le strade,
nellʼinfinito e calmo delirio della bufera di sole...
Anche a lui, su la via del cimitero, Bluette, passando, aveva regalato
un fiore.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Percorse lʼAlgeria. Respirò, traverso le paludi della Macta, quel
sapore di orrenda carneficina che lʼindomito Abd–el–Kader vi profuse.
Vide splendere gli aranci di fuoco lungo le rive dellʼHabra e pendere i
lucenti grappoli dalle robuste vigne del paese di Máscara. Per lunghe
ore lʼaccompagnarono le dorate immobili piantagioni di tabacco; poi,
su la dolce montagna, nellʼarcobaleno del tramonto, vide gonfiarsi di
crepuscolo gli ulivi azzurri di Saïda la felice.
E Saïda passò, con i suoi larghi giardini, con le sue limpide acque di
sorgente, che brillano come impetuosi rivoli fra i terrapieni delle
sue mura smantellate. Saïda passò, come lʼultima terra che feconda
il respiro del gentile Mediterraneo, splendente rocca e gioiello di
principi mauritani, sul limitare della sabbia invarcabile. Ma ora
venivan incontro altipiani aspri e disabitati, simili a sconfinate
petraie, dove soltanto cresce lo squallido albero Thuya. Qualche mazzo
dʼalfa spuntava tra i crepacci della pietra vampante.
Era il principio della terra interna, dellʼAffrica ove muoiono le
strade.
Ed ecco, passato Khalfallah, incominciava la steppa dʼalfa, il
desertico paese di miraggi. Si vedevano laghi e fiumi rutilanti; si
vedevano barriere di fortezze ciclopiche; oasi prodigiose; foreste
ferme, raggianti; lunghissime carovane; mandrie al pascolo su inclinate
praterie: tutto questo appariva, spariva, sul monotono scenario
dellʼorizzonte vuoto.
E la steppa dʼalfa continuava, come un oceano dʼerba che andasse alla
deriva, senza onda, verso la perduta immensità.
Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia... --«Domani
sera--pensava il suo cuore,--domani sera si arriverà.»
Ecco, ed il treno correva per lʼarido avvallo del Chott Chergui, strano
paesaggio di sabbia e di limi dʼargilla, con le rive piatte, fangose,
ovali, che parevano camminanti.
La luna incendiava con un luccicore insostenibile i cristalli di sale
frammisti nellʼarena; pareva di correre in mezzo alla fosforescenza
dʼun mare. Il firmamento accerchiava lʼinfinito con un delirio di
stelle.
Rari e spenti villaggi sʼinseguivano a lunghe distanze, come sentinelle
dellʼuomo verso la terra nomade che non ha più focolari di pietra.
Unica ed altissima la montagna di Antar si alzava nella pianura
scintillante, ove incominciavano a correre le prime dune. Il deserto
invisibile prolungava nellʼOccidente, con lievi onde che appena si
muovevano, le sue maree di sabbia.
La notte era piena di uno spasimo fermo, di una magnetica intensità,
quasi di una polvere azzurra, che traversando lʼaria diventasse luce.
Nelle curve, le accese rotaie balenavano come spade infinite.
Al sorgere dellʼalba--di unʼalba striata, miracolosa, come se il mondo
fosse pieno di lapislazzuli e di berilli--Aïn–Sefra passò, fra i suoi
prati gonfi dʼalfa e di drinn, fra le sue boscaglie dʼalberi di
pistacchi. La stazione di Aïn–Sefra era una piccola fortezza; tutto
il borgo aveva lʼapparenza dʼun accampamento militare; si vedevano
caserme, bastioni, depositi, e dappertutto lʼuniforme dei soldati
coloniali, fra i pochi sud–oranesi dalla testa bella e feroce.
Si era già sui primi lembi della terra mobile, nelle vicinanze del
grande oceano di sabbia, che insidia e seppellisce tutte le opere
dellʼuomo. Lʼoasi artificiale di Aïn–Sefra tentava di opporre un argine
sotterraneo, fatto con i grovigli delle sue radici, al periodico
assalto delle dune. Ma queste correvano a perdita dʼocchio, sin verso
le pendici delle montagne di Ksour, disegnando con la lor forma una
specie dʼimmobilità veloce, che tutta balenava di sprazzi e di lampi
sotto lʼimplacabile fuoco del perpetuo mezzodì.
Sole, sole. Aveva già nellʼanima il barbaglio di questa enorme luce, il
peso di questa terribile materia solare, che in tutto si compénetra,
e può accendersi, come la fiamma che dorme nelle molecole dellʼesca.
Ora comprese chʼella veniva dai paesi dellʼombra, dalle terre
crepuscolari, dove lʼocchio dellʼuomo non è costrutto per vedere il
sole. Qui soltanto le creature sapevano cosʼè questa potenza magnifica
ed infernale, questa bufera immobile che incendia lʼinfinito, questa
luminosità insostenibile che distrugge le forme in un diluvio di
splendore.
Non guardava più, non ascoltava più; era una specie di sogno che la
portava, un rosso e faticoso delirio, nel quale sentiva battere più
forte, più forte, il suo timido cuore dʼinnamorata.
E passavano le belle oasi, le plaghe morte, le koube solitarie, i
profili di lente carovane lungo le tracce carovaniere, le dune rosse
come lʼoro che andavano allʼassalto dellʼAtlante Marocchino, i fiumi
senzʼacqua, i prodigiosi dirupi delle gole di Moghrar, le vallate
colore di solfo, tutte sabbia e macigno, dove soltanto cresce lo
squallido albero Thuya...
Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia...
Sopraffatta, esausta, Linette sonnecchiava lamentandosi; le scendevan
lunghi rigagnoli di sudore dalla fronte spettinata. Il treno bruciava;
lʼaria quasi rossa produceva un senso dʼasfissìa. Da venti ore stavano
rinchiuse in quella prigione infiammata, e non vʼera più ghiaccio nella
dispensa, non era più possibile ristorarsi con un cálice appannato.
Pochi viaggiatori andavano sino al termine di Colomb–Béchar; quasi
tutti erano scesi prima di Aïn–Sefra. Scesero infine anche i notabili
ed i mercanti indigeni che si recavano al mercato di Figuig. Non
rimasero che pochi Europei, qualche soldato, e le due viaggiatrici.
Lʼora pomeridiana infieriva con tutta la sua vampa; il treno stesso
pareva compiere una fatica enorme per avventarsi dentro quel sole.
Verso lʼoccidente splendevano le azzurre montagne dellʼinfido Marocco;
un senso di pericolo e di ostilità gravitava su la regione barbara.
Le piccole stazioni sembravano bivacchi di truppa in un territorio
guerreggiato; alle soste, lʼufficiale di guardia saliva nel treno per
consegnare voluminosi plichi; si udivano i saluti ambigui delle truppe
accampate ai legionari partenti.
Andavano laggiù a combattere, probabilmente a morire, nella rossa terra
dei nomadi ove il sepolcro cammina.
E questa gente non tradiva il più piccolo segno di perplessità, non
volgeva nemmeno gli occhi a riguardare le alte muraglie dei giardini
tropicali, saturi di profumi ubbriacanti.
Era una gente buia, che aveva già perduta lʼanima, chissà dove, chissà
quando, nella precorsa via. La società umana li aveva respinti fuori
dal suo grembo, ed essi andavano, in silenzio, verso il perpetuo sole.
Andavano con gli occhi fermi, terribili soldati di ventura, numeri
prodigiosi nei battaglioni della morte, a conquistare nuovi territori,
a mietere nuove ricchezze, radunando lʼultimo ideale nellʼombra dʼuna
camminante bandiera. Aridi e sobri, taciturni e violenti, lʼodore
della polvere da schioppo era il solo profumo che li potesse veramente
ubbriacare.
A questi uomini la Francia doveva il suo magnifico impero coloniale.
Adesso era tempo di guerra; dalle misteriose zaouie marocchine sparse
per il non soggiogabile territorio del Gharb, i capi religiosi, gli
astuti rappresentanti del Sultano di Fez e gli obliqui emissari dʼaltri
governi dʼEuropa sobillavano ed armavano con ogni mezzo le battagliere
tribù marocchine, perchè si opponessero con insidie continue alla
sanguinosa e paziente fatica della penetrazione francese. Le
residenze militari di Talzaza, di Bou–Anane e di Bou–Denib, a ponente
di Colomb–Béchar, nellʼaspro cuore del territorio marocchino, si
trovavano sotto la minaccia continua dellʼaggressione, mentre, lungo la
valle dellʼoued Zousfana, che scorre a sud di Colomb–Béchar, i posti
militari avanzati di Taghit e di Beni–Abbès con sanguinosa fortuna
combattevano contro lʼinsidia marocchina.
E Bluette guardava con una specie di curiosità ipnotica lʼinsostenibile
tremolìo della terra micidiale, che il treno andava solcando con gli
ultimi rugghi del suo carbone. Guardava là in fondo, là in fondo,
la barriera di fuoco del mezzodì, quelle tremende nuvole solari che
soffocavano il bivacco di Laire...
Ogni tanto consultava le minuziose pagine del luogotenente Silles,
rileggeva le lettere di presentazione chʼegli le aveva date, contava
i chilometri, le ore, i minuti. Ciò che più tormentava quelle due
viaggiatrici era una orribile sete, una sete morbosa, un dolore di
tutte le vene. Lʼacqua minerale, tepida e guasta, non dava alcun
ristoro; gli occhi pesavano; le braccia non avevano più forza; la
opprimente fatica del respiro comunicava un senso di vertigine.
A tutte le fermate gli uomini di macchina, terribili a vedersi,
balzavano giù dal treno e si appendevano sitibondi ai becchi delle
fontanelle.
Nessun rumore più; nessun visibile segno di vita. Un silenzio nefasto
e lucido rotolava con le valanghe di sole per i contrafforti delle
montagne incendiate.
Era già verso lʼora del crepuscolo. Tutto lʼemisfero si andava
inclinando verso il terribile Gharb, la terra dʼOccidente.
Poi videro lʼacqua; lʼacqua viva, saltellante, limpida, rumorosa,--e la
piccola stazione di Colomb–Béchar, in fondo al palmeto.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Lʼarrivo delle due Parigine mise addirittura sossopra quel Comando
Militare e la poco numerosa colonia dʼEuropei. La notizia si sparse
con incredibile rapidità. Messo piede a terra, il capotreno fece le
sue confidenze al capo–stazione; questi ne parlò con il graduato
che ritirava la posta militare; mezzʼora dopo tutta la guarnigione
passeggiava curiosa e rumorosa davanti alla soglia del piccolo albergo
di Colomb.
Era Montmartre che arrivava su lʼorlo del deserto, la Rue de la Paix
che faceva una visita galante agli ambigui vicoli di Béchar.
Il luogotenente Silles le aveva date due lettere: una «pour M.ͬ Abel
Khan, commerçant en gros, qui sʼoccupera de vous former une caravane»;
lʼaltra «pour le capitaine Maylho de Forrest, qui essayera de vous
donner une escorte.»
Monsieur Abel Khan possedeva, nella strada principale di Colomb, un
emporio di mercanzie dʼogni genere, una specie di Louvre coloniale,
dove Mimi Bluette potè provvedersi di tutto quanto le mancava per
viaggiare in carovana. Sidi Abel, come usavano chiamarlo nella
regione, era un degno ebreo di Orano, carico dʼanni e di famiglia,
danaroso, furbo, servizievole. Non fece troppe difficoltà, mise in moto
un nugolo deʼ suoi figli, e promise che, per quanto lo concerneva, in
tre giorni la carovana sarebbe di tutto punto allestita. Quanto al
carovaniere, le parlò súbito di un tale Jossuf–el–Foukani, chʼera la
perla dei capitani di lunga strada.
Questi venne per lʼappunto a farsi conoscere il giorno appresso. Era
un Berbero color dʼoliva, che stando in piedi pareva mancare del
suo cavallo; asciutto, rigido come un albero maestro, bellissimo
uomo di tendini e di muscoli, con gli occhi tanto neri che mandavano
iridescenze come il dorso degli scarabei. Una barbetta rossastra
e ricciuta gli spuntava, simile a muffa, intorno alla mandibola
infossata. Ravvolto nelle pieghe del suo caftano azzurro, le fece un
vero saluto da Primo Console.
--Esselame halikoume, lalla! Que le salut soit sur toi, Madame! Esselame
halikoume, lalla!
Parlava una orrenda miscela di arabo, di berbero, di spagnolo e di
francese; la guardava impassibile, con una specie di rispettoso
dominio. Era stato centinaia di volte a Gourara, a Touat, a Tidi Kelt;
era stato più lontano ancora, di là dal Sahara interminabile, fino alle
grandi foreste sudanesi e fino alle remote carovaniere di Tombouctou.
Il viaggio dunque di Taghit e Beni–Abbès gli pareva una ben facile
impresa. Quanto al prezzo non voleva discutere...
--Sidi Abel, votre ami, fera prix juste, lalla!
Solamente pretendeva per i suoi uomini e per sè stesso una certa
indennità di cavalcatura, su la quale ad ogni modo Bluette non lesinò.
Il capitano Maylho de Forrest, nei quattro giorni chʼella rimase a
Colomb Béchar, fece per lei tutto quello che un gentiluomo francese
può fare per una bella e giovine donna. In primo luogo le fece
sapere che il suo legionario si trovava precisamente a Beni Abbès,
un posto militare a duecentosettanta chilometri di carovaniera oltre
Colomb–Béchar. Le disse che la regione da percorrersi per andare fin là
non era punto agevole nè sicura; le rappresentò i disagi ed i pericoli
ai quali andava incontro, tanto più chʼera cosa difficilissima poterle
dare una scorta. In quei giorni mancavano soldati; si aspettavano
rinforzi da Aïn–Sefra; ma non verrebbero, al più presto, che fra un
paio di settimane. Le consigliava di attenderli, per compiere il
viaggio in loro compagnia.
--Capitaine, quand on vient de si loin, cʼest quʼon ira jusquʼau bout,
coûte que coûte. Je suis prête à me mettre en chemin toute seule, même
sans lʼappui dʼun guide comme Jossuf–el–Foukani, sʼil le fallait. Et
dʼailleurs, ce soir, je vous raconterai mon histoire...
* * * * *
Glielʼaveva raccontata, quella sera, camminando con lui per la frescura
del palmeto, mentre i carrubi nascosti mandavano vampe di buon
odore. Glielʼaveva raccontata con semplicità, con un soffio naturale
di poesia, facendogli sentire chʼella pure, come lui, come tutti
quegli uomini dei Battaglioni dʼAffrica, portava nel cuore la ferita
irremediabile, il destino di andare distante, laggiù, nel sole, ove
muoiono le strade...
Egli era un uomo tutto grigio, immaturamente vecchio, un esiliato nel
quale permaneva il segno gentile della razza. Nel sorriso, nel colore
degli occhi, nel suono della voce, aveva quasi la trasparenza di una
squallida e sciupata bontà.
--Eh bien, oui, capitaine... jʼai été une danseuse, une courtisane,
un bibelot de chair, précieux et fragile, que Paris mettait aux
enchères... Mais, ce soir–là, ce soir terribile, quand je me suis
affaisée sur une chaise dans sa maison vide, il mʼa semblé soudainement
que Mimi Bluette fut ma sœur morte, et pour la première fois de ma vie
jʼai su comprendre lʼamour de Marie Madeleine... Alors ne me dites
pas que la route est longue; dites–moi seulement, comme mon chef de
caravane: «Que le salut soit sur toi, lalla!...» Nous partirons demain,
au coucher du soleil...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
--Balek! Rod balek!--tuonava con la sua voce stupenda il capitano di
lunga strada, mentre picchiava sodo, a colpi di randello, su la
ciurmaglia indigena che ostacolava lʼincedere della carovana.--Balek!
Bara balek!
I cammelli dʼavanguardia già dondolavano su la carovaniera, sorpassando
gli ultimi tugurii di Béchar.
Il Residente aveva concesso dieci uomini di scorta; il Caïd arabo ne
aveva provveduti altri sei. La carovana portava con sè provvigioni,
otri e bagagli numerosi, pieni di tutto ciò che il prudente Sidi Abel
aveva creduto necessario di vendere alla bella Parigina.
Tutto il villaggio era venuto a salutare la partenza di Mimi Bluette.
Gli ufficiali avevano adornato di fiori e di frasche il suo larghissimo
basto a portantina, ove la sollevarono a braccia e lungamente lʼ
acclamarono quando il suo cammello si levò. La stessa cosa fecero i
sergenti per dare animo alla impaurita Linette.
E mentre la carovana si avviava, lunga, lenta, per i tortuosi vicoli
del villaggio di Béchar, un trombettiere galante diede fiato alla
sua rauca tromba e fece risuonare nel cielo dʼAffrica le cadenze
dellʼantico My Blu.
Francia, Francia, divina e forte, che hai regalato al mondo le più
belle canzoni!...
* * * * *
Ed ora la carovana si distendeva, lunga, oscillante, su la via di
Taghit. Dietro la barriera dellʼAlpe Atlantica scendeva negli abissi un
altro giorno di sole.
--«Toi, belle et courageuse, lalla!--diceva il capitano di lunga
strada.--Toi commander, moi serviteur, lalla! Toi jamais parler avec
hommes caravane; moi seul parler avec courbasc! Quand faim, quand
soif, quand fatigue, quand sommeil, toi dire Jossuf–el–Foukani.
Jossuf–el–Foukani veut tout bien pour lalla.»
E i grandi cammelli andavano su la carovaniera lenta. con il loro
dondolìo di animali fatti per la distanza e per il sole. Guardando con
occhi umani la pesta che non finiva mai, addormentavano con la loro
pazienza il ritmo della eterna camminata, simili a grandi velieri, per
la scintillante solitudine di un mare quieto. Seguendo gli ordini di
Jossuf–el–Foukani, la scorta si divise; otto cavalieri si allontanarono
di galoppo su la pesta battuta e guidarono la marcia, tenendosi a circa
un miglio dal primo cammelliere; gli altri seguivano la carovana.
Jossuf–el–Foukani era montato sopra un méhari velocissimo, di pelo
quasi falbo, con la testa bizzosa, caprigna, adunca, ed il collo simile
ad un lungo timone. Quando Jossuf voleva rimontar la carovana, emetteva
un suono gutturale per avvertire il suo méhari, e questi, con uno
strillo dispettoso, prendeva la rincorsa dʼinfilata, piegandosi tutto
in avanti, allungando lʼesile collo, sicchè dava lʼimpressione bizzarra
di un animale che corresse dietro al proprio muso.
A poco a poco la terra diveniva uno sconfinato braciere: ogni traccia
dʼabitazione, ogni vestigio dʼalbero spariva. Tutto, sino allo zenit,
era una immensa fiumana di sole. Il vento infuocato nulla trovava da
scuotere; si camminava in un mondo senza ombre; un silenzio peggiore
che la morte splendeva su quella vampa infinita.
La carovaniera diveniva incerta come un fiumiciattolo che man mano si
andasse disperdendo; qua e là cominciavano a saltare leggeri nugoli di
sabbia; dallʼoriente avanzavan dune cosparse di magnifici colori.
Ella pativa il male della strada, quella ubbriachezza dellʼanima e
dei sensi che nemmeno lʼoceano dà. Le pareva di sentirsi chiudere
nellʼinfinito più strettamente che in unʼangusta prigione. Sola, tra
quegli uomini selvaggi, non provava nemmeno il senso della paura. Si
era data in braccio alla strada, come la vergine ubbriaca se ne va col
primo venuto. Non gli domanda nemmeno:
«Dove mi porterai?..» Pensa che le farà male, stupendamente male;
questo è ciò che le importa.
Così per lei, che voleva solamente camminare.
Con lʼanima sua dʼinnamorata, una sera, nella Parigi Babelica, si era
detta senza un tremito:--Camminerò.
Aveva sempre il suo mazzo di fiordalisi nella cintura fragile di
ballerina, profumati con un profumo di Coty.
Ma era quasi un miracolo: aveva saputo comprendere lʼamore di Maria
Maddalena.
Che lunga, lunga strada...
Si ricordò la prima sera, quando Max la condusse per le vie di Parigi,
e come in sogno rivide splendere neʼ suoi lontani occhi di Transalpina
le girandole di fuoco:--«Maxima Maximum--la Revue de lʼAlhambra--Rouli
Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien...--Le Matin...
Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia...
Ed ora portavano il Sole. In sè, nella propria materia, nei propri
atomi viventi, gli uomini, le cavalcature, le distanze, tutte le cose
dellʼinfinito portavano il Sole. Anche il Tempo non era più che uno
spazio immobile, pieno di Sole.
Qui roteava lʼinfinità senza ombra.
Qui, nellʼincendio, morivano le strade.
--Bon chemin, bon chemin, lalla! Animaux forts, désert calme,
brigands Arabìs rien fusillade. Allah et mon bras droit toujours
protegé Jossuf–el–Foukani. Moi avoir dit: «Pas danger aller Taghit et
Beni–Abbès.» Sidi Abel aussis avoir dit: «Pas danger.» Sidi Abel bon
Yudi; vole un peu, mais très honnête. Officiers Colomb–Béchar très
magnifiques, mais connaître pas Guébli. Jossuf–el–Foukani connaître
Guébli et tous chefs oasis. Chefs oasis un peu brigands, mais très
honnêtes. Pas danger, lalla!
Portava, oltre la carabina le pistole ed il courbasc, anche un lungo
pezzo di fune, attorta e nodosa, che gli serviva per aizzare i cammelli
o per carezzare familiarmente il groppone deʼ cammellieri, quando
sʼaccapigliavan tra loro, picchiandosi ed ingiuriandosi con una serqua
di bestemmie, in liti che duravano per chilometri di strada.
E le diceva:
--«Toi malade, lalla. Jossuf préparer bon tasse thè vert avec menthe
et sucre. Thé marocain très magnifique. Toi goûter boisson Mahomet!
Vin danger, eau danger, whisky anglich très danger; thè marocain pas
danger, lalla! Moi préparer bon tasse thè vert. Boire ensemble avec
Jossuf–el–Foukani.»
E le ore passavano, i giorni passavano, solo interrotti a lunghissime
distanze dalla breve oasi di un magro palmeto. Quando appariva sul più
lontano cerchio dellʼorizzonte la fulva caotica ombra della foresta
che si delineava, gli uomini, oppressi dallʼenorme delirio del sole,
cominciavano ad urlare di gioia, ad urlare di sete, mentre pareva
che gli animali stessi, carichi dʼun mantello di mosche invelenite,
fiutassero nellʼaria morta il sentore dellʼacqua sotterranea.
--Sebala! Sebala!--gridavano i cavalieri della scorta.--La fontana! la
fontana!
E tra una furia di volanti criniere partivano verso lʼoasi, di galoppo.
Il grido liberatore correva, in giù, in giù, per il lungo nastro
della carovana, fino al più tardo mulattiere, che urlava egli pure,
dimenandosi e bastonando la sua logora cavalcatura:
--Aïne! Aïne! La sorgente! la sorgente!
Le scarse tribù che vivono di miseria nelle perdute oasi del Guébli si
adunavano fuori dal palmeto per veder giungere la carovana.
Dalla groppa del suo méhari falbo, Jossuf–el–Foukani, maestoso ed
affabile, parlamentava brevemente con i capi–tribù. Da quelle misere
genti si davano segni quasi di venerazione al potente Foukani, lʼuomo
che parlava il linguaggio dei roumi, il protetto francese, lʼamico del
Pascià di Beni–Ounif.
Le donne del Guébli, scure, con occhi a mandorla, già crespe di
vello sudanese, logore di selvaggia maternità, venivano a guardare
in silenzio la bella Cristiana. I marmocchi arabi le si premevano in
giro, nudi, oblunghi e lucidi come ghiande. Qualche negro spaventoso
rideva con la bocca sino alle orecchie, tenendo la mano incastrata
sotto lʼascella dellʼopposto braccio, e così facendosi croce al petto
cosparso dʼuna fuliggine ricciuta.
Il latte aromatico delle piccole mandrie si offriva da quella misera
gente in larghe ciotole di legno di palma.Le ragazze di nove anni
avevano i seni maturi e protuberanti come nespole. Nel rumore
dellʼacqua sorgente cantava la musica naturale della vita.
Poi le bestie si alzavano, pigre, lʼuna dietro lʼaltra, in fila. E via,
nel sole, nel delirio, nel sole, per lʼaccecante sabbia, verso lʼoasi
più lontana.
* * * * *
Di tratto in tratto qualche carcassa di cammello divincolava dal tenace
deserto le sue costole incenerite; qualche cranio dʼuomo luccicava come
una sfera dʼavorio polito fra le dune ricamate con mille arabeschi dai
lontani turbini del Khâmsyn.
Un giorno, dʼimprovviso, quando i miraggi del Guébli salivano come
torce vorticose nellʼalto infinito, apparve una selva di padiglioni
dʼoro. E questa era, su lo scenario dellʼorizzonte, la confusa macchia
dei palmizi di Taghit.
Vi giunsero al cadere del giorno, quando su lʼalto palmeto
sʼimpigliavano strisce di vapori quasi violetti e nellʼoasi brillavano,
fra le tende sparpagliate, i fuochi serali del bivacco francese.
Non vʼerano che pochi uomini ed un ufficiale infermo; gli altri erano
andati a combattere verso il turbolento Gharb.
Lʼoasi di Taghit era vasta, fertile, felice. In quella orrenda
graticola di sabbia che per intorno lʼaccerchiava, i suoi palmeti
onusti sotto il peso dei datteri maturi, le sue gonfie boscaglie di
giuggioli selvatici, lʼerba soffice che nei pressi delle fontane
sbocciava tutta cosparsa di gocciole, davano allʼesausta fatica dei
nomadi camminatori un senso di beata ombra e di paradisiaca primavera.
La carovana vi riposò fino al crepuscolo del giorno appresso, poi
lentamente riprese la via.
Si entrava ora in un paesaggio di dune instabili, si camminava con
estrema lentezza nella bufera di sole. Verso lʼoccidente, verso il
terribile Gharb, lʼondata estrema del Sahara sʼimpaludava su le
propaggini dellʼaltipiano, seppelliva, soffocava nella sua morta marea
le radici ultime del macigno dʼAtlante. Ma dallʼaltro lato, verso il
Guébli ed il Chergui, sollevando burrasche di luce sotto il curvo
emisfero, si vedeva il deserto nomade avventare le sue procelle di
sabbia contro la diga cerulea dellʼantipodo scintillante. Nessuna
distanza poteva uguagliare, per lʼocchio dellʼuomo, quella sua
formidabile vastità. Su le criniere delle dune tumultuose qua e là si
accendevano i prismi dellʼarcobaleno. Il vento rosso infuriava nella
grande solitudine; la terra mandava ondate; il deserto camminava.
Lente, pavide, quasi respinte, le bestie avanzavano con fatica su la
carovaniera sparente. Sembrava di andare lungo lʼorlo dʼuna marea,
curvi sotto il pericolo del flutto che sta per sopraggiungere. Da
presso e da lontano, come rovesci di pioggia in un prato, la sabbia
vorticando saltava; un tenebrone rosso veniva contro il cielo di
tramontana, infiltrandosi negli occhi e nel respiro, simile quasi ad
una fuliggine di sole.
Si vedevan, nellʼestrema lontananza, in un chiarore obliquo di
cataclisma, le dune perdute andarsene alla deriva.
Ecco, era la via per il deserto, la via del Guébli calamitoso, la
via della terra che non beve mai. Gli animali, assaliti e paurosi,
prendevano terribilmente la forma del loro scheletro; gli uomini,
allucinati, non parlavano più. Si lasciavano portare, non dalla
pesta cancellata, non dalla propria volontà uccisa, ma da una specie
dʼistinto ulteriore: quello di cercare una strada ove non cʼè più
strada.
Camminarono per qualche giorno su lʼorlo di quel prodigioso inferno. Il
capo–carovana era il solo che non dormisse mai. Gli bastava quel suo
mantello bianco perchè la bufera di sabbia non gli facesse alcun male.
Aveva il deserto nellʼanima ed era nato per la via del sud.
Egli si mise a fianco di Bluette, prese la briglia del suo cammello, e
di giorno e di notte mai non lʼabbandonava.
Quandʼera più tramortita, le avvolgeva la fronte con un fazzoletto
umido; quando il vento assaliva con troppa veemenza le tende lacere del
suo baldacchino, egli prendeva la via del vento, e conosceva lʼaria
come se guidasse un veliero.
Tre giorni e tre notti andarono fra i turbini della bufera; poi una
infinita calma si adagiò su quel mondo infinito.
Qualche duna, più agile, ancora volava in lontananza sul brulichìo
della pianura morta; ma lʼoceano di sabbia e di sole andava ricuperando
a perdita dʼocchio la sua luccicante immobilità.
E finalmente ritrovarono la carovaniera; incerta, spesso cancellata,
che andava grado a grado piegando verso il Gharb, verso lʼaspra e
collinosa terra dʼoccidente. Già, lontanissime, riapparivano le
guglie azzurre della montagna dʼAtlante. Là dietro, i nomadi predoni
della Chaouia tendevano agguati e massacravano le colonne francesi,
come rifiutavano lʼimposta e lʼobbedienza militare agli esautorati
funzionari del sultano di Fez.
El Foukani mandò avanti la scorta e diede ordine di far fuoco sul primo
baraccano che fosse veduto strisciare od appiattarsi fra le dune. I
leggeri cavalli berberi, assetati e miserabili, ormai galoppavano senza
velocità. La carovana sprofondava e risaliva per le ondate ferme del
terreno, con un barcollare sfinito, come se le ginocchia degli animali
non reggessero più. I muli erano piagati sotto la greve soma; chiazze
nere di migliaia dʼinsetti li coprivano come croste brulicanti. Più
magri, più alti, più lugubri, solamente i cammelli andavano sempre, con
un passo di bestie perpetue, che possano morire camminando. Lʼuragano
infuocato aveva di quasi due giorni prolungata la marcia; lʼacqua negli
otri stava per venir meno. Il dromedario che portava gli ultimi sorsi
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