sua faccia diventa buia come il buio notturno dei cimiteri; poi se ne
va, cavalcando il ronzino Ideale in cerca, dice, d'un fiume. Quand'è
scomparso la gente si ricorda che c'era; quando viene di ritorno, la
gente ha paura di lui. Per tutta una settimana lo si è veduto girare
nei dedali dei sobborghi, e ripeteva solamente una parola, tenendo gli
occhi fissi: la strada, la strada, la strada.
Col suo ronzino ha visitato mezzo mondo, e nessuno può dir esattamente
chi sia, di dove sia; poich'egli racconta in molte maniere il suo
confuso passato. L'anno scorso commise un altro delitto: bruciò la
bottega d'un mercante d'abiti fatti. Ce l'ha coi mercanti! Lo misero in
prigione, ma egli, solo parlando e senz'avere un centesimo in tasca,
riuscì a corrompere i guardiani. Due settimane dopo era in piazza e
gridava: Qui tutti! venite, venite! che stamattina ho deciso d'assalire
la potenza! -- Quando si fece un assembramento d'uomini pronti a giurare
su la sua spada, egli si mise a ridere come un matto, e scomparve.
Ha detto una volta che voleva regalare alla sua amante qualcosa di
migliore che tre stelle. Sapete cosa le donò? Tre Rose: una bianca, una
rossa, una rosa. «Poichè, disse, queste hanno profumo.» E l'amante sua
ch'era una pazza come lui, andava intorno giurando di aver ricevuto il
più bel dono che si possa ricevere da un uomo.
Ho detto male: «un pazzo»; egli è un delinquente, non un pazzo. La
logica della sua vita è così temibile, che meglio assai varrebbe
tenersene lontani.
Adesso afferma che traverserà il mondo con questo piccolo ronzino,
e certo medita qualche altro delitto perchè lo si ode ripetere senza
variare mai, con il passo e con gli occhi d'un automa: -- la strada, la
strada.
Questo, per far ridere Vostra Eccellenza!...»
Personaggi della Commedia, quel buon diavolo nulla v'ha taciuto, nè su
la tempra della mia lama, nè sul motto, nè su le gentili armi di nomade
che infiorano il mio scudo... Maschere della Commedia, non più potrete
far equivoco sul Cavaliere ch'io sono!
Come io conosca il mondo, e cosa del mondo mi piaccia, vi dirò altrove,
se vorrete ascoltarmi; e dove sarà e contro quanti la mia battaglia
essenziale, -- ovverossia la mia morte più deliziosa, -- vi dirò altrove,
se vorrete ascoltarmi. Qui solo vi ho date le ragioni spicciole per le
quali molte cose importanti mi sembran degne d'esser volte in burla, e
solo vi ho detto con celerità le prime stravaganze che mi spuntarono su
l'orlo della bocca.
Pure un perdono vi chiederò!
Fatemi venia degli errori di grammatica e di sintassi che avrò potuto
commettere improvvisando nella nicchia del suggeritore; a questi
provvederanno alcuni miei critici -- o critichesse -- che vedo con
accademica magnificenza svariare nella platea.
Fatemi venia delle facezie che alcuni miei molto rablesiani, o molto
aristofaneschi amici troveranno cretine, appunto perchè a me paiono
profonde... -- ovvero adorneranno quanto mai d'impreveduti codicilli,
appunto perchè non sono anfibie nè duplici nè tendenziose nè ambigue
di per sè!... -- E fatemi venia per ultimo dell'altre poche onorate
sfacciataggini che ormai, rabbuiandosi l'intelletto, stanco e sfiatato
improvviserà
il Cavaliere dello Spirito Santo.
=«Vale nec parce, spectator!»=
*
* *
(Dice il Compare:
«Mirabilmente nell'ultima ora sua di vita vi apparirà, o taciturni,
la moritura Dama ch'io servo, la Dama dalle Dodici Vesti, la Dama che
simile parve ad un giardino di rosai.
Soltanto la Fragilità è cosa che merita canzone, soltanto ciò che passa
nel mondo come un profumo e nulla più, è cosa che vale per sempre la
tristezza e l'amore d'un uomo.
Io v'ingannai poco dianzi... la dodicesima vesta è breve ad essere
agganciata, poichè, o taciturni, si compone solamente di un velo. Voi
vedeste cose amare, cose turpi, cose avvolte nell'artifizio necessario
della vita; vedrete ora la nudità, la pura e splendida nudità, coverta
solamente da un velo perchè sembri più nuda.
Immaginate che sia la primavera e che al sommo d'una principesca
villa, in altura sul margine del suburbio e quasi finitima con la
campagna, s'apra un terrazzo grande, impergolato, azzurro, sotto la
notte piena di stelle. Immaginate che un possente albero di glicine
tutto lo ricopra nel più impetuoso miracolo della sua fioritura, e che
di fronte, sotto il cielo polveroso d'una rossa vampa, dorma la Città
immensa, la Città maravigliosa come una squadra d'infiniti navigli
fermi su l'ancore nell'anfiteatro d'una rada notturna, ma inghirlandate
per tutti gli alberi con migliaia di lumi!
Immaginate che a questo azzurro terrazzo, come ad un balcone aereo
guardante nell'immensità, s'affacci una donna di cui solo vedrete la
faccia lontana, perchè il suo corpo sarà nascosto, immerso come in
un bagno di grappoli, nella stupefacente fioritura del glicine che la
tiene in sè, che la stringe come un fiore de' suoi fiori...
E poi questa donna si muova, si sciolga dal turchino mantello di
grappoli e venga verso di voi, piano, a poco a poco, movendosi come
il vento nelle biade alte, come la primavera su le fontane, come il
desiderio in noi. E venga sì presso che la vediate nella maggiore
musica del suo corpo nudo, i capelli non sciolti e non serrati, la
ricchezza del seno che paia guardarle verso la bocca voluttuosa, come
se volesse farsi baciare da lei. Nient'altro che un velo nero, avvolto
in quel modo che lo fascerebbe il vento contro una statua nuda, ma
tenuto fermo sovra una spalla da una lunga treccia di brillanti. Che
di brillanti abbia qualche goccia sparsa tra i capelli ombrosi, ma
profonde siano queste gemme come rade lucciole in una siepe gonfia; poi
di brillanti un filo, due fili, tre fili, che brillino su la caviglia
delicata...
Questo velo nero non rimarrà che per alcuni attimi così trasparente;
poi sopra ve ne cadranno altri senza che si veda, sempre altri,
sempre altri, finchè le si faccia una veste d'ombra, ma d'ombra e di
brillanti...
Ecco, o taciturni, quel che vedrete, all'alzarsi della Nuvola, tra poco.
Ed io vi dico inoltre ch'ella vi «racconterà i profumi» vi racconterà
i profumi della Capitale che brucia, lontana, laggiù sotto la cupola
rossa, come un naviglio dondolante...
Ecco, e la Nuvola s'alza.»)
=Entra il Profumo dei Tre Alberi Lontani.=
=Profumo del Glicine:=
Io m'arrampico su le belle ringhiere di ferro battuto, sui poggioli
d'alabastro tepidi e rosei quando nelle primavere tramonta il sole.
Vado su per le facciate rugginose dei palazzi decrepiti a guardare
nelle finestre delle sale ove il tramonto suscita lampi d'oro e
fiammeggia nell'anima dei lampadarii di cristallo. Son l'albero che
guarda giù dalle muraglie dei giardini antichi; tesso nei parchi
silenziosi lunghi padiglioni violetti che dentro il verde vanno a
pergolato, si perdon nell'ombra come una trasparenza quasi glauca
di grappoli in fiore. Più volte fiorisco nell'anno, e nelle sere
d'aprile verso per l'aria santificata un profumo quasi inafferrabile
che somiglia al mio colore. Ho nel grappolo tante ali che invece di
esser pendulo sembro volar via. Quando la mia fioritura soverchia la
fronda rara e seppellisce il tronco, voi vedrete nelle notti d'aprile
vivere tra il quadrangolo dei colonnati una specie di fiume aereo che
si gonfia nella serena ombra e per tutta la corte propaga un miracolo
di fluidità.
Sono allora il ricamo delle cose impossibili a dirsi, e tale sono con
tutto il mio essere: fiore profumo colore; son l'antichità robusta che
lancia dalle ringhiere un arazzo lieve come un soffio di piume; sono la
bellezza delle idee pallide, la poesia della fragilità.
Mi piace sfiorire sul mio tronco spogliandomi da me stesso della
magnificenza che portai, lasciando cadere i grappoli a fiocco a fiocco
in una pioggia che il vento muove, gialla e turchina. Mi piace sentire
il passo d'una ragazza turbata camminar sul tappeto che le faccio con
i miei grappoli caduti e, nei crepuscoli quasi morti, con la mia morta
poesia...
Son l'Albero che fiorisce, sfiorisce, più volte nell'anno,
maravigliosamente.
=Profumo del Tiglio:=
E voi venite a passeggiare sotto i miei rami primaverili, nelle sere
dei giorni di festa, o innamorati poveri della Città. Venite, quando
sui laghetti color di piombo i cigni dondolanti s'addormentano con la
testa sotto l'ala, mentre le bambinaie scordevoli radunano in fretta
i bimbi con iracondo strillare. Per voi, lentissimi innamorati, rendo
soave l'aria della Città che rimane senza maggio, della Città tutta
pietra e ciottolo dove un fil d'erba è primavera. Camminate parlandovi
piano; la vostra obliqua ombra s'insinua fra i miei tronchi e spare.
Mando per voi questo profumo forte che turba i sensi, che avvolge le
cose, anzi le impolvera come d'un polline d'oro. Per ogni finestra
non chiusa lancio su le coltri un brivido insinuante un odore di
voluttà. Se avvolgo fanciulle che sian già quasi donne, insegno loro
a restringersi con fretta e con pudore nelle lunghe camicie da notte,
poi le induco ad affondare la bocca troppo respirante nel guanciale di
piume...
Sono l'odore della colpa che la natura comanda, e brucio nell'aria
delle notti limpide senza lasciar vedere la mia fiamma.
So che talora la mia fragranza è troppo forte: fa chiudere gli occhi,
ubbriaca, fa male...
=Profumo del Cipresso:=
Su gli orli della Città, ove il gran pulsare della vita si addormenta,
ove le case dei morti sono senza finestra, uguali, monotone, su gli
orli dell'opaca muraglia che interrompe tutte le canzoni, là io cresco.
Non sono già fragranza, bensì odore simile a quello d'una resina che
arda sotto la cenere, come arde nell'incensiere il cinnamo sotto la
polvere di gruogo.
Sebbene i distillatori d'essenze non vogliano chiudermi dentr'alcuna
fiala, io vi dico, uomini, ch'è profumo anche la morte.
*
* *
(Dice il Compare:
«Dama di Profumo, Dama che avete una veste d'ombra e di brillanti, le
buone tenere profumate cose che voi diceste fanno piangere, non vedete?
alcuni femminili occhi tra il silenzio dell'Uditorio!... Non tanto le
cose che voi dite quanto la voce vostra che le comunica è forse quella
che fa piangere, ne soltanto la voce, ma quella visione così pura di
bellezza che l'Uditorio vide quando foste nuda... Sì, poichè non sono
femminili soltanto le pupille ch'io vedo rilucere... anche l'uomo
più forte può lacrimare come un bimbo quando scoperta è la strada che
adduce al suo ruvido cuore. E certo le immagini avute con gli occhi son
quelle che più dirittamente scendono al cuore; un cieco può commuoversi
meno spesso e meno facilmente che noi, perchè «ode» solamente il
dolore.
Ma non è il dolore l'unica via d'esser tristi, ve n'è una forse più
grande, che si chiama la Bellezza.
Voi vedeste la Bellezza nuda ed irraggiungibile, che dopo avervi
toccati con l'ala del suo miracolo si allontanò da voi, e quasi
disparve... ecco perchè siete tristi! ecco perchè tanto facili siete
alla commozione!
Dama di Profumo, Dama d'ombra e di brillanti, non parlate più! Lasciate
che un volgare assassino della bellezza, com'io sono, deturpi sfregi
rompa quest'ora di soavità, e faccia ridere l'Uditorio che ha pagato
per ridere, che va nei teatri appunto per dimenticare quel profumo dei
cipressi da voi lodato così bene!
Datemi la mano Dama, che nominerò ancora della Doppia Morte...
lasciatevi prender la mano e venite meco verso il terrazzo a guardare
su la finitima Città. Troveremo ancora un personaggio qualsivoglia che
faccia ridere l'Uditorio, benchè a quest'ora le strade che verso qui
convergono sian quasi del tutto deserte. Guardate con i vostri begli
occhi! Non vedete nulla o nessuno?»
E la Comare dice:
«Ahimè, nulla! nessuno! Qualche ombra lontana, va, si sperde. Fa
quasi buio per queste remote strade, perchè gli archi elettrici sono
rarissimi e stasera chissà mai come, ancora non è passato l'accenditore
di lampioni. Forse non verrà; s'è addormentato, oppure beve.
Pover'uomo! Che può fare un accenditore di lampioni, se non bere?»
Dice il Compare:
«Ma non vedete proprio nulla che sia motivo di svago e di riso per
l'Uditorio taciturno?»
Dice la Comare:
«Proprio nulla! Vedo una piazza grande ma vuota, così grande quanto
è vuota, e i pochi archi ed il chiaro di luna la pavimentano d'una
bianchezza così uguale che par neve. C'è una vettura di piazza, ferma;
il vetturino dorme; nient'altro.»
Dice il Compare:
«Oh, disgrazia! Guardate sempre, Dama! Guardate sempre!»
Dice la Comare:
«Nulla! Una vettura di piazza, ferma; il vetturino dorme; nient'altro.»
Dice il Compare:
«Ebbene, venga un personaggio d'invenzione, almeno fin quando non ne
cápiti un vivo! Guardate sempre, Dama, e fatemi segno se vien gente. Io
frattanto, poichè ho il dono di conoscere il linguaggio degli animali,
racconterò all'Uditorio taciturno i pensieri di quel ronzino che
dondola di sonno fra le stanghe della vettura in quella piazza bianca
di luna, come fosse neve. Non sono proprio i pensieri suoi, perchè non
sono andato a parlargli, -- e il pedante mi potrebbe cogliere in fallo
se non l'avvertissi! -- ma sono confidenze che ho ricevute da un altro
buon ronzino suo simile, certa notte dell'inverno scorso che v'era
mezzo metro di neve.
E voi. Dama, fatemi segno se vien gente.»)
=Il ronzino della vettura di piazza:=
Avevo un amico, un buon diavolo baio, ancora in gambe nonostante
l'età, e che trovava modo di guadagnarsi la vita sebbene avesse avuto
un mezzo colpo d'accidente e zoppicasse dai quattro piedi. Ci si
vedeva in piazza tutte le sere, si facevano quattro chiacchiere alla
buona; quattro chiacchiere su la biada, su la frusta, sui clienti,
così, dondolando sotto la neve. Da quando il suo padrone ha comprata
l'automobile, non lo vedo più.
Ho domandato notizie ai colleghi, ma nessuno sa niente. Mi
dispiacerebbe che gli fosse capitata qualche disgrazia perchè era un
vecchietto simpatico, forse un po' egoista, ma sempre allegro e molto
spiritoso. Non tirava calci neanche a mordergli la coda, però quando
vedeva spuntare un cliente, uno di quelli che non si sa bene dove si
dirigano, lui faceva tutto il possibile per cacciarlo da me. Quando
poi, come diciamo nel nostro dialetto, mi vedeva «rompere il legno»,
rompere cioè quella fatica legnosa e fredda che ristecchisce tutto
il corpo nello star fermi sotto la neve, quando mi vedeva insomma
costretto a fare la corsa, lui, quell'ipocrita, mi diceva magari
una parolina di conforto, ma sotto i baffi rideva. Per questo dico
ch'era un egoista; ma i colleghi son quasi tutti così. Quando c'è di
mezzo l'interesse, l'amicizia è bell'e sciolta; non si deve del resto
giudicare il nostro prossimo da queste piccole cattiverie che sono
perdonabili data la durezza della vita Un buon cavallo è quello che non
vi ruba la biada, che non vi dà uno spintone per farvi andar per terra,
o, quando siete per terra, cade magari anche lui ma non vi cammina
sopra; quello che ha buon cuore insomma e non è superbioso de' suoi
finimenti un poco più fini, un poco più frusti...
Conosco un irlandese aristocratico il quale ha una grande simpatia
per me; tutte le volte che passa mi sorride; se c'incontriamo alla
porta d'un teatro mi dice un mondo di cortesie. Ve ne son altri che
invece non vogliono parlare; si danno certe arie da nababbi e fanno
uno scalpitamento indiavolato che si direbbe siano chissà chi! A me
non importa niente; ormai sono vecchio e prendo le cose con filosofia;
se non vogliono parlare, li lascio ai fatti loro. Avranno la pancia
piena ma sono molto più imbecilli di noi, poveri cavallucci di piazza,
che possediamo l'esperienza della vita. Eh, sì, ne ho visti ben altri
che si davano troppe arie! un giorno poi finiscono anche loro sotto
il tassametro, a mangiar la biada ch'è mezza crusca e mezza polvere!
Allora posson chiamarsi fortunati se trovano un buon diavolo come me
che non serbi rancore.
La cosa più difficile per noi cavalli di piazza è lo stare in piedi.
Con le strade che fanno adesso curve lisce dure, se appena gela
un poco, non si cammina più; si pattina. Io, se sapessi fabbricare
una strada, me la farei tutta dritta, piana morbida, con ogni tanto
qualche sacco di biada Ma le strade le fanno quelli che noi dobbiamo
trascinare in vettura, per modo ch'essi non ci pensano, e bisogna che
noi s'inventi la maniera di tenerci dritti alla bell'e meglio, come si
può.
Io sono andato sempre d'accordo con i miei padroni, forse perchè ho
un carattere dolce, e quando non esigono troppo li contento. Il mio
padrone d'adesso è un vecchietto come me, che tiene la frusta solo
per eleganza ma non l'adopera quasi mai. S'è accorto che tanto non
ne cavava nulla, perchè io, più presto di quel che mi par giusto, non
vado. Vi sono certi cavallini ancor giovini, un po' senza criterio, che
a picchiarli con la frusta vanno più forte, e magari vanno così forte
che si rompono il collo. Questo vizio l'avevo anch'io da polledro, ma
finalmente ho capito il mestiere, e adesso la velocità me la giudico
io, perchè in genere il padrone è un tipo che non si contenta mai:
dopo il trotto vuole il galoppo, dopo il galoppo vuole la carriera, se
gli fate la carriera pretenderebbe di volare! Dunque ho presa questa
risoluzione: -- ogni volta che mi frusti, io faccio un salterello per
non irritarti, ma poi vado più adagio di prima. Così almeno capirai. --
E di fatti ha capito. Questo esempio l'ho preso dagli asini, che sono
cavalli mancati.
Sicuro, la vita bisogna subirla come viene; cercare d'adattarsi al
caldo, al freddo, alla fame, alla frusta, e nel medesimo tempo avere
la rassegnazione di sentirsi magari felici. È un peccato che se ne
vada la gioventù perchè si perde la forza, ma invecchiando viene un
certo buon senso, una certa calma, che fa sorridere su tutte le ubbìe
della gioventù. Io, per esempio, non sono mai stato un cavallo focoso,
ma mi ricordo che anni fa, quand'ero un bel grigio svelto e vivo, non
troppo alto di statura, ma fatto, -- non lo dico per vantarmi, -- fatto
a meraviglia, c'era una certa cavallina, anche lei grigia e tutta
pomellata, con una coda e una criniera come non se ne son viste più,
così carina che al guardarla mi pareva di sentire un certo non so
che... una cosa bella, brutta, inspiegabile... una cosa che non ho mai
potuto capire.
Finalmente una sera, stando in una scuderia di campagna, feci la
conoscenza con un pezzo di stallone grosso e forte che pareva un
selvaggio. Questo cavallone aveva una voce potente, e se appena sentiva
l'odore d'una femmina, eccolo che diventava quasi matto, strappava
tutto, corde cavezza finimenti... nessuno lo teneva più.
Io lo credevo proprio matto, ma invece, prima di addormentarci quel
cavallone si è messo a farmi le sue confidenze d'amore. Non potevo
capir bene, sicchè gli venni a chiedere spiegazioni, e lo stallone che
rideva della mia voce sottile, mi istruì su la faccenda. -- Diavolo! ma
chi mi ha fatto questo?...
Infine, meglio così; meno delusioni, meno grattacapi. Ho dato maggiore
importanza alla biada, e me ne trovo bene.
Ahi! se non m'inganno, quei due clienti mi vengono a rompere...
il legno! Eh, lo dicevo io! mi sbaglio così difficilmente! Animo,
coraggio! su, rompiamolo, e avanti...
*
* *
(Dice la Comare:
«Oh, amico mio, finalmente!... Vedo un giovine uomo che cammina con
insinuazione, guardandosi dietro... Mi pare bello e tormentato, ma ora
si ferma come per attendere alcuno... Si muove bizzarramente, io non
ho punto simpatia per questo giovinetto... Chiamatelo voi, che forse vi
darà maggiore ascolto...»
Dice il Compare, sporgendosi dal terrazzo:
«Olà, buon passeggiatore!... chi andate voi cercando per queste vie
solitarie nel chiaro di luna? Salite in fretta, che v'ho da parlare!»
Eccolo, e sale.)
=L'efebo:=
Io vado cercando un uomo che mi voglia bene; che fortemente mi voglia
bene... che lungamente mi voglia bene... Oh, com'è dolce sentirsi voler
bene! Senonchè l'amore della donna è vuoto... e solo muove in me un
diletto che manca di penetrazione...
Io sono dolce, dolce, dolce... nondimeno amo la marzialità. Oh, gli
scrittori penetranti!...
Conoscete una canzone che si chiama la Vispa Teresa? Essa dice: --
«Vivendo, volando che male vi fo? Tu sì mi fai male...» Ma non importa;
anzi meglio!
*
* *
(Dice il Compare:
«Ahimè, sciagurato! Il Nobile Uditorio protesta! Come potete voi
prediligere canzoni così puerili ed innocenti! Non vedete che la platea
si sbellica dalle risa e fa mille divagazioni sul vostro conto?... Lo
sdegno è grande per la vostra insulsaggine! così grande che la Commedia
pericola di finire tra un diavolìo di fischi! Sciagurato! Non vedete
che per ischerno vi si lanciano fiori? O forse ch'io m'inganno?...
Cos'è mai questo? Veh! Un ramo di giglio! Solamente un ramo di giglio.
Mistero!...
Dame Compiute, Nobili Uomini, ditemi verbigrazia quale fu la irata e
casta mano avventatrice del giglio?!...»
Dalla platea risponde la voce apocalittica d'un uomo assai più tetro
che la morte, il quale si leva in piedi e guata.
«Fu la mia! --
«Chi voi siete, verbigrazia, o grande magnanimo sconosciuto?»
«Io sono il Presidente-Apostolo d'una Lega di Pubblica Moralità, e vi
ammonisco di cessare una Commedia, la quale da capo a fondo vitupera il
buon costume!»
Grande brivido nel Teatro; alcune signore sbigottite per la voce
profetica si fanno il segno della Croce. Un silenzio grande come
l'attesa d'un miracolo invade la sala. Dice il Compare:
-- «O poveri noi, che sciagura! E proprio quando mancano poche battute!
Cadremo sotto i fischi per la colpa di questo giovinetto scellerato,
il quale non seppe scegliere una canzone meno invereconda che la Vispa
Teresa! O poveri noi, che mala sorte! per uno scemerello dolce dolce...
ahimè troppo dolce! Che fare? Che scegliere? O magnanimo Presidente,
ritto nel mezzo della platea come il Fato greco in una tragedia di
Sofocle, vogliate non incrudelire su tutta una povera famiglia di
comici che domani vedrà il suo teatro deserto, se pure non se ne
mischino i tribunali! Venite voi stesso a diffondere dalla ribalta
una parola che riscatti, e mondi l'aria troppo sonora di vituperio!...
Deh, o lanciatore del ramo di giglio, salite quassù come ad un pergamo,
venite celestialmente, o purissimo, ad implorare il perdono sopra di
noi!»
Eccolo, e sale.)
=Entra il Presidente-Apostolo:=
Vade retro, Satana!
Ohimè!... ch'io sono costretto a vivere fra tutte le immondizie
della terra! Perciò mi vedete camminare portando un ramo di giglio;
questo amuleto mi salva e mi fa guardare la vita in bianco. Voi che
non provvedete alla morale pubblica, non sapete, ohimè! quante cose
immorali vi sono! Per non infamare le mie labbra nè ledere i vostri
timpani religiosi, non profferirò il nome dei vizi ch'io, Presidente,
combatto.
Vade retro, Satana!
Io sono il cacciatore indefesso delle cartoline pornografiche, di
tutte le pitture o scritture od ammennicoli osceni che si vendono alla
macchia! Mi tocca, ohimè! occuparmi di quelli scellerati, che per le
strade, per i giardini, -- e specialmente in primavera, -- peccano contro
il buon costume! Sono il lettore necessario di quei libri che fanno
strazio d'ogni castità!
Vade retro, Satana!
O tempora! O mores! Stamane ho denunziato un romanziere al Procuratore
del Re: egli descrive una donna nuda, -- una donna che per di più è la
moglie d'un suo parente!... -- e con una sfrontatezza unica, seguita
per tre pagine a lamentarsi perchè questa donna, -- la moglie d'un suo
parente!... -- pur essendo nuda, scherza in mille modi, e volentieri,
ma gli resiste. È infame! Speriamo questa volta che il Procuratore del
Re non sia di quelli scettici che preferiscono i romanzacci moderni al
soave libro, mondo come l'Eucaristia, che narra i semplici, oh, quanto
semplici amori di «Paul et Virginie!...»
Ieri ho potuto finalmente sorprendere in una libreria che vende roba
clandestina... una copia... brrr!... una copia della «Philosophie
du boudoir» il solo... puah!... il solo che non mi sia capitato mai
sott'occhi tra i libri da capestro di quel famigerato Marquis De Sade!
Puah!... Non c'è neanche una vignetta... brrr!... Meno male.
Vade retro, Satana!
*
* *
(Dice il Compare:
«Per amore di verità, Nobili Uomini e Dame Compiute, mi tocca dirvi
che l'interruzione della voce apocalittica fu ancora una buona celia
preparatavi da questo indiavolato Suggeritore. Stanco e morto non sa
più che personaggi mandarvi, nè vuole venir meno all'intesa fatta con
noi prima che scocchi, almeno su l'oriuolo del suo taschino, il minuto
sessantesimo dell'ora dodicesima della Giornata.
Mancano al compimento, egli dice, minuti esatti ventitrè: non ridete,
l'esattezza è il principio di tutte le buone azioni. Anche delle
cattive talora, ma non importa: gli aforismi son belli per ciò solo che
si possono capovolgere.
A questo punto egli v'ha tenuto in serbo un personaggio, che per essere
addormentato nel sonno ipnotico potrà dire senza dubbio cose migliori
di quelle che dicono i desti e molto vi rischiarerà eziandio, -- se
vorrete por mente, -- sopra il significato e le mire che la licenziosa
o frivola nostra Giornata contenne.
Trattasi di una sonnambula tutta farneticante per aver inteso il nome
di Satana, e che già sarebbe venuta in scena se il buttafuori non
l'avesse impedita. Ella è famosa di molti oracoli venuti a succedere
in men che un anno, e mentre dorme di questo ipnotico sonno dice cose
di tanta profondità che certo non le vengono da' suoi studi, nè dal
misurato intelletto ch'ella possiede quando è desta. Vi sollecito a
non raccapricciarvi nel vedere il suo pallido viso, gli occhi serrati,
le mani brancolanti, la chioma pressochè irta, e sopratutto a non
impazientirvi della estrema lentezza con cui parla.
Dopo la profezia della sonnambula il Cavaliere dello Spirito Santo
prenderà da noi commiato, -- e senza nemmeno salutarci, -- come fin
dall'inizio ci prevenne. Questo barbaro Uomo ha la sua maniera di
vivere che alcun poco differisce dalla nostra, ma poichè non dobbiamo
rivederlo, tanto vale che se ne vada come a lui piace. Gli siano
leggere le strade per le quali condurrà la sua vita vagante, e trovi
egli una casa dolce, buona e casta, che lo riposi prima della morte.
Vada, col suo piccolo ronzino e col suo mantello buio, per assalire
la potenza come a lui piace, ma quando l'avrà per la chioma, Egli è
ben uomo da buttarla indietro, ridendo, come fece quel mattino che in
piazza vollero giurare su la sua spada.
Egli, più che tutto, ha «compreso veramente il riso»: non quello degli
altri, ma quel riso ch'è in noi. Forse, dopo aver camminato vent'anni,
e per tutte le strade, con ira e con libertà, con forza e con pace,
sempre in nimicizia col proprio ideale e sempre in derisione con
gl'ideali altrui, quel giorno che avrà tra l'unghie i cernecchi di
quella scarmigliata potenza, le dirà: -- Vatti a far tingere, perchè sei
vecchia, e mi fai ridere anche tu!
Rimane solamente una bellezza della quale non ha mai riso finora e
forse, egli pensa, non riderà mai: -- le rose.
Egli vi ha detto: -- «Vale nec parce!» -- e lo ripete; ma prima di
andarsene come un'anima dannata nell'inferno, vi getta per tappeto
ai vostri piedi canestri e panieri che straboccano d'una mietitura di
rosai.
Non le vende, ha detto, le sue rose, però le dona; e le dona perchè vi
camminino sopra quei piedi grevi che non sapranno mai far conoscere
ai loro cervelli più grevi quanto sia divina divina divina, tra le
primavere del mondo, la fioritura de' rosai!
Ecco, ed ora mi ricordo ch'egli vi raccontava una favola di due
giardini...
Mancano al compimento, -- egli dice, -- minuti esatti quindici.
Vi saluta per la mia bocca in estremo l'Uomo che parlò tutta una
Giornata e vi rimase buio; vi saluto per me stesso e per quella che
fu la Comare della Commedia, oggimai quasi del tutto ravvolta nella
tenebra dei veli, Dama di sole e d'ombra, bellissima etèra Meridiana.
Vedete: il glicine infoscato non più azzurreggia verso la Città
lontana; il terrazzo magico non è più che una deserta vecchia strada,
come s'incontrano talora nei viluppi delle antiche città morte; strade
che la notte colma d'una perplessità quasi ladresca e dove un gatto che
fugge, un cane che latra, un adultero che scivola, fanno quasi paura
come apparizioni di fantasmi.
Fra poco vi passerà il decrepito illuminatore per accendere una piccola
fiammella rossa nella chiostra dei lampioni...»)
=La sonnambula:=
Chi ha detto Satana?...
Vedo, nel sonno veggente, che l'imprecazione ha ucciso tutti gl'Ideali
e vedo che Satana, fra i Cavalieri, non esiste. Questo arcangelo non ha
combattuto! è menzogna! non ha combattuto nè per sè nè per gli altri,
nè contro sè nè contro gli altri! è stato soltanto il confine... il
confine gelido... il confine spento...
Vedo, nel sonno veggente, che tutte le verità sono doppie, che nessuna
è vera.
Può esservi sole senz'ombra? Ombra senza sole? Mai.
Per l'uomo questa impossibilità è il confine.
Di tutte le parole, poichè le parole sono idee, l'uomo conosce il sole
e l'ombra, nient'altro che il sole e l'ombra, nè può dividerle, nè
può fonderle, perchè il suo cervello non possiede altra facoltà che
d'essere veggente.
Per l'uomo questa facoltà è il confine.
Cercate nelle parole qualche altro senso che non sia nè sole nè ombra,
nè mai nè sempre... che non sia tutto, che non sia niente...
Per ora le parole non son altro che Meridiane, dipinte su la muraglia
d'una infinita prigione. Tutte le Meridiane dicono: Sole, ombra. --
Sempre, mai.
Per l'uomo queste Meridiane sono il confine.
Cercate fuori dall'anima, cercate fuori dai sensi, cercate fuori dalle
Meridiane degli arcangeli che hanno vinto, fuori dalle Meridiane degli
arcangeli che non hanno combattuto...
Invertite: Mai sole -- sempre ombra.
Invertite: Mai ombra -- sempre sole.
Per l'uomo queste inversioni sono il confine.
Vedo, nel sonno veggente, «la terza via...»
Vedo, nel sonno veggente, ridere le umanità lontane...
Vedo, nel sonno veggente, nel sole... nel sole terribile... ahi,
l'ombra... l'ombra!... non vedo più niente... Sì vedo!... come un
fuoco... nel sole... più forte che il sole... più forte che tutto...
la strada incendiata... che si avventa... sì!... sì!... che si avventa
come un'ala... come un'ala rossa nell'infinito... e vola e canta...
sì!... e la morte canta... e le Città camminano... ahi, l'ombra...
l'ombra!... e le Città... camminano!
Pausa.
Nel buio
muore il teatro,
muore
il Sogno del Fato Moderno,
ala e fiamma
elica e musica della Città.
Pausa.
=Entra l'accenditore di lampioni:=
Non è davvero possibile che una notte, per caso...
=Dio:=
No.
=Si chiude la Giornata.=
-Milano, Inverno 1914.-
I centotrentotto Personaggi della Commedia sono:
Il Prologo
Il Fato Moderno
L'Orchestra in sordina
La Città
Il Compare, Cavaliere della Films.
La Comare, bellissima etèra Meridiana.
Lo spegnitore di lampioni -pag.- 27
Il professore d'Università »28
Il maestro di tango »29
L'aviatore »29
Il Dialogo fra Classico ed Avvenirista»30
Il parrucchiere da signora »34
Il filantropo »35
La ragazza da marito »35
La suffragetta »36
Il prete »36
Il giornalista »37
Il banchiere»38
Il cenciaiuolo »39
Il medico»39
Il Coro delle Minorenni Traviate»40
Il deputato »42
La ballerina»42
L'affittacamere»43
L'ufficiale di cavalleria »44
La signora elegante »45
Il Coro dei Cornuti Felici»47
Il conferenziere »50
L'anarchico bombardiere »51
L'impiegato del lotto»52
Il contorsionista »53
La maestrina d'asilo »53
La serva della favorita »54
L'automobilista»54
Il Coro degli Impiegati»55
Il Coro dei Fannulloni »55
L'ex-garibaldino »57
La bustaia »57
L'attore »57
Il giudice »58
L'avvocato »58
Il cantante »59
Il Coro dei Buoni Diavoli »61
L'orologiaio»62
Il ladro »63
La guardia di pubblica sicurezza »63
Il proprietario d'albergo »64
Il pompiere »65
Il lustrascarpe»66
Il mercante girovago di tappeti »66
Il Re »67
Il Giubilato e la Processione delle Amanti »67
La venditrice di sè stessa »71
Il Cruscante»72
La levatrice»73
Il Coro dei Becchini»73
Il sampognaro »76
La padrona d'una casa di tolleranza »76
Il fantino »76
L'imbalsamatore»76
Il maestro di scherma»77
La canzonettista »77
La signora che non ha mai avuto un
amante »78
Il padrone del teatro delle pulci»78
La Coppia degl'Innamorati »80
La zitella »83
Il socio della Lega per la protezione
degli animali»85
Lo spadaccino »86
Il perito»87
L'uomo che centellina il suo settimo
whisky »87
Il giovine marchese »89
Il Coro degl'Incompresi»91
Il Coro dei Critici »94
L'uomo che ha fortuna con le
donne» 97-100
L'uomo che non ha fortuna con le
donne »97
L'uomo che cerca le Chimere»99
L'Ombra dell'Indefinibile » 100
Il parassita» 102
L'uomo che arriva dal giro del mondo» 103
Il caricaturista » 104
L'«Interwiewer»» 104
Il Gran Rabbino» 105
Il bambino che fa le bolle di sapone» 105
La lavandaia» 107
La «cocotte»» 107
La rondinella » 109
Il suonatore d'organetto» 110
Il can barbone » 111
Il Coro dei Commessi Viaggiatori» 112
Il Coro di Quelli ch'ebbero una buona
giornata » 113
Il Coro di Quelli ch'ebbero una cattiva
giornata » 114
L'assessore municipale » 115
L'avventuriero » 116
Il Cavaliere dello Spirito Santo --
Iª parlata » 118
Il Coro delle Signore che han sempre
avuto un amante» 128
L'autore fischiato» 134
L'uomo di governo » 135
Il re in esilio» 136
Il Dialogo fra Calunniatore e Calunniato » 137
Lo studente mondano » 140
L'erudito» 140
L'adulatore » 141
L'astronomo » 141
Il frenologo, medico di nervi » 143
Il Dialogo fra il Mercante d'Afrodisiaci
e il Maestro di Penitenze » 143
Il Coro delle Belle Ragazze Notturne » 148
Il negro che ha il diavolo nei piedi» 152
Il vegetariano » 153
Il bibliotecario » 154
L'uomo che ha la sua concezione del
mondo » 154
Il domestico del signor Principe » 155
Il Cavaliere dello Spirito Santo --
IIª parlata » 157
La Rappresentazione nel Serraglio di
Nouma-Hawa » 166
Il Crotalo Rabda-kamaï » 166
Le cinque Tigri del Bengala» 167
L'Elefante Ahmed-Alì » 169
L'Orso Teddy» 170
L'Ultimo degli Atzechi » 172
Il pedante » 173
Il millantatore» 176
Il Coro dei Pifferi di Montagna » 177
La sartina » 182
La modista » 185
Il nobile povero che ha sposato
l'americana » 186
Il Coro dei Gastronomi » 189
Lo scrittore celebre » 197
L'uomo che fabbrica gli epigrammi» 198
Il Cavaliere dello Spirito Santo --
IIIª parlata» 200
Il Profumo dei Tre Alberi Lontani » 211
Profumo del Glicine » 211
Profumo del Tiglio» 213
Profumo del Cipresso » 214
Il ronzino della vettura di piazza » 217
L'efebo » 222
Il Presidente-Apostolo » 225
La sonnambula » 230
L'accenditore di lampioni » 232
Dio» 232
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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