«Dame Compiute, Nobili Uomini, per far cosa che un poco divarii dalle consuete ammaestranze di fiere, io, -- che per avere trascorsi molti anni nell'Affrica tenebrosa e nella indomita Borneo press'a poco intendo l'uniforme linguaggio delle fiere, -- mentre voi con gli occhi osserverete le bellissime giullerie ch'essi animali fanno, io grado a grado e fin dove comprenda vi tradurrò a puntino le cose che vanno dicendo. Caso mai fossevi taluna celia che rischi di suonare oltraggio per noi cristiani, vogliate vi prego indulgere alle fiere, le quali son use da chissà mai quanti mill'anni a deridere l'uomo, poich'esse, le maligne bestie, a maraviglia intendono il parlar nostro, ma sanno pur troppo che non su millantamila un sol uomo si trova, dal quale venga inteso il conversamento ch'esse fanno. Ora, vedete, la rappresentazione comincia.») =Programma:= =Il Crotalo Rabda-kamaï, serpente a sonagli.= =Le Cinque Tigri del Bengala, presentate in libertà dalla domatrice Nouma-Hawa.= =L'Elefante Ahmed-Alì.= =L'Orso Teddy.= =L'Ultimo degli Atzechi.= =Nouma-Hawa:= Questo Crotalo, o signori, che dal collo mi pende come una doppia formidabile collana, è lungo 3 metri e 40 centimetri, pesa 66 chili a ventre vuoto, e sorpassa i 120 anni d'età. Prima di avvicinare questo serpente velenosissimo al quale ho dato il nome di Rabda-kamaï, che in arabo vuol dire Desiderio dei sensi, devo lungamente stregarlo con la melodia del flauto magico, finchè non lo veda come una chiocciola di spirali, con il capo dritto, rimaner fermo nell'incanto. =Il Crotalo Rabda-kamaï:= Questa madama Nouma-Hawa panciuta come una bufala e paurosa come una gazzella crede di adularmi quando invece mi calunnia. È ben vero che fischio talvolta, nei momenti d'allegria, ma la storiella che mi piaccia la musica è tutta un'invenzione. Se io potessi prendere un uomo e presentarlo in una baracca di serpenti laggiù nel mio paese, direi: «Rispettabile pubblico: questo è l'Uomo! l'animale che inventa tutte le bugie, che rovina tutta la semplicità della vita; un ipocrita pericoloso, un fatuo crudele, che si proclama re del creato perchè sta in piedi su due gambe, esattamente come fanno le gru. È il solo, fra tutti gli animali, che non abbia compreso la vita.» Ecco; ed ora tiriamo fuori la lingua per far piacere a Madama. =Nouma-Hawa:= Avrò adesso l'onore di presentare a questo rispettabile pubblico le mie cinque Tigri del Bengala, catturate nella Jungla or son tre mesi a prezzo della vita di sei cacciatori indigeni, quelle stesse che sbranarono ad Amburgo il celebre domatore giapponese Ito-Matsu. =Le Tigri del Bengala:= Che cosa sia la libertà noi sappiamo ad un incirca, per averlo inteso raccontare da un vecchio Leone cieco e proverbioso il quale sempre ci ripeteva: -- Ragazze, non lasciatevi andare ai vostri nervi! Siate ubbidienti, state al vostro posto, mostrate i denti con un bel sorriso, ma non graffiate mai: è il solo mezzo per far la tigre presso l'uomo. Sì, ragazze mie, l'uomo è una bestia che sente il bisogno di farsi applaudire.» Poi cantava, con la sua vecchia voce, alcune belle canzoni della Jungla che facevano piangere; narrava certe lunghe storie che s'ascoltavan a bocca aperta con l'anima piena di malinconia... Noi non l'abbiamo veduta la Jungla immensa e terribile, perchè siamo nate in gabbia, e questo celebre Ito-Matsu è precisamente il domatore che fece la nostra educazione. Certo non è una bella cosa parlar male dei morti, ma la buon'anima per dirla schietta era tutt'altro che uno stinco di santo! Vecchio e riarso dall'acquavite morì nel suo letto per un colpo d'apoplessia; Madama il giorno dopo s'è precipitata a far stampare dappertutto che l'avessimo sbranato noi! E il buon Leone a raccomandarci: -- Ragazze, lasciatela dire... Che mai v'importa la stima degli uomini? È lecito esser buoni, a condizione di non farlo sapere, altrimenti non si mangia più. =Nouma-Hawa:= Ed ora si produce l'Elefante Ahmed-Alì, sapiente come un uomo. =L'elefante Ahmed-Alì:= Come un uomo?... Grazie del complimento, Madama! Questo, perchè ho la delicatezza di non schiacciarvi quando vi cammino sopra, nè di scaraventarvi contro il soffitto quando con la proboscide vi sollevo sul mio dorso! Ah, burloni! quando voi non capivate ancor niente, io possedevo già quel senno dell'elefante ch'è proverbiale anche fra di voi. Siete piccoli da far pena, e d'una petulanza inconcepibile! Nella vostra vita che dura un soffio, nel vostro cervello microscopico, volete saperne più dell'elefante! Proprio come le scimmie! Saltimbanchi e schiamazzatori! golosi e pettegoli! vendicativi e teatranti! Con tutto ciò, vi voglio bene, mentre non posso vedere le scimmie. Vi voglio bene perchè nella vostra piccolezza e nella vostra boria avete un certo coraggio che le scimmie non hanno. L'elefante vi ha protetti sempre con indulgenza e da buon saggio si è prestato volentieri ai vostri capricci da birichini intelligenti. Perfino quando volete farmi stare in piedi su due zampe o in equilibrio su quattro bottiglie, muovo il mio codino per avvertirvi ch'è stupido, ma nondimeno ci sto. Insomma sentite cari amici: da qualche tempo le scimmie vanno facendovi una gran corte per attrarvi dalla lor parte e convincervi ad imitarle. Volete un consiglio? Disprezzate le scimmie, che sono il solo animale veramente ridicolo, e date retta alla saggezza del buono, vecchio Elefante. =Nouma-Hawa:= Pranzerò davanti al rispettabile pubblico insieme con mio cugino, il celebre Orso Teddy, ricchissimo gentleman oriundo Californese. =L'Orso Teddy:= Inutile, cara Madama, farmi tutte quelle moine, perchè senta, gliel'ho già detto: Lei non sarà mai di mio gusto. Mi versi da bere, oh, questo sì! è la sola cosa buona che hanno gli uomini, il vino! Tracannare un goccio, anche allungato, non mi dispiace punto; poi si balla più volentieri. Ma quanto a moine, le ripeto, perde il suo tempo, cara Madama! Vede, quell'adornarsi di tanta stracceria per riparare alla mancanza del pelo, non è certo un espediente che possa convincere l'Orso Teddy, per quanto galante sia. Ed è un bel pezzo che volevo domandarle una cosa. O perchè, visto che sono un orso, Lei non mi lascia far l'orso, ma vuole a tutti i costi che mi camuffi da uomo, che faccia l'uomo? Io, per sua regola, non ci tengo affatto a parere un uomo! Siccome Lei mi ha messo una catena al collo, io mi presto gentilmente a' suoi desiderii e faccio anche l'uomo, visto ch'è tanto facile; ma per amore di franchezza devo dirle che l'Orso Teddy, ricchissimo gentleman, come lei dice, oriundo Californese, non si dimentica d'essere una persona seria la quale balla soltanto quando ha paura del bastone! E mi usi la cortesia di non scordarselo. =Nouma-Hawa:= Mentre mio cugino l'Orso Teddy va in giro per i primi posti a vendere la sua fotografia, -- la loro buona grazia! obbligo non c'è, -- avrò l'onore di presentare al rispettabile pubblico l'Ultimo degli Atzechi, unico sopravvivente d'una razza nana dell'America centrale che popolava cinque o seimil'anni prima di Gesù Cristo i territori del Messico e del Perù. Voi vedete il suo naso da condor, i suoi baffi gialli e spioventi, la sua nerissima folta capigliatura che finisce con una treccia da indiano; l'età di questo Atzeco è un mistero; egli misura 78 centimetri d'altezza, è tubercoloso e stranuta una settantina di volte al giorno. Parla una lingua incomprensibile, di cui nessuno ha potuto finora decifrare neanche le lettere dell'alfabeto; il professor Lincoln Brownie-Sargent dell'Università di Cincinnati ha offerto diecimila dollari del suo cadavere, per tentarne la mummificazione. =L'Ultimo degli Atzechi:= Farebbero meglio a darmene mille súbito, ed accopparmi fra un paio di mesi. È un bel mestiere anche quello di far l'Ultimo degli Atzechi! Dover prendere dieci volte al giorno la nasalina per starnutire! aver i baffi tinti di giallo e non poter mai mettere la testa in mano d'un parrucchiere! Guai se per caso, davanti al pubblico, mi sfugge una parola che non sia d'atzeco. Se almeno i soldi che guadagno me li potessi goder io, pazienza! Ma l'impresario, che m'ha comprato nell'allevamento di Barnum, se li prende lui... sono un pigmeo, come posso aver ragione contro un gigante? In treno, per non pagare il biglietto, qualchevolta m'avvolge nell'impermeabile e mi porta sotto il braccio; quando mi tira fuori son mezzo asfissiato. Se faccio bene l'Atzeco, cioè se gli affari vanno bene, l'impresario è allegro e si può vivere alla meglio; ma quando s'incassa poco mi dice che nessuno crede più agli Atzechi, sicchè vuol mandarmi alla malora e comprare una di quelle scimmie che sanno andare in bicicletta. Guai se fosse vero che la gente non crede più agli Atzechi! perchè di nani ve ne sono molti e la concorrenza nella statura è la più temibile che vi sia. Dunque ha ragione l'impresario: bisogna che impari correntemente a parlare atzeco. =Il pedante:= Scusi, egregio Cavalier Compare, Lei ha detto di comprendere il linguaggio delle fiere... ma l'Ultimo degli Atzechi, almeno ch'io mi sappia, non è mai stata una fiera! * * * (Davanti a quest'obbiezione precisa e terribile, il Cavalier Compare dopo un lieve indugio risponde: «Se la Signoria Vostra opina per ciò che vi sia fraude nello spettacolo, noi potremo dal camerino dell'Impresario farle restituire il prezzo del suo biglietto; ma io sostengo nondimeno ch'essendo questo Atzeco l'ultimo essere d'una razza spenta, nè potendo egli esprimersi con linguaggio umano, i termini di paragone mancano per decidere in modo assoluto se si tratti d'una fiera o d'un uomo. La cosa certa è questa: che oltre il suo nativo idioma egli parla benissimo anche il linguaggio delle fiere... sicchè l'ho inteso». La cavata piace al pubblico, e vien zittito il pedante che si alza per insistere. Il Cavalier Compare fa un inchino di correttezza impeccabile, dando a comprendere tuttavia che tutte queste celie di cui l'uditorio s'allieta o s'irrita provengono dalla bocca unica del Mascherato Suggeritore, che dentro la sua nicchia improvvisa la Commedia. Perfino il pedante non era che uno spettatore finto mandato lì dal buttafuori per interrompere a bella posta; era semplicemente un buon attore della numerosa Compagnia Comica, ed or fra poco tornerà al proscenio, con mutate sembianze, per farla da millantatore. Frattanto, su la scena, il pubblico sfolla dal serraglio pensando più al denaro speso che al piacere avutone, mentre su l'ingresso la scimmia sbertuccia di bel nuovo sparando il fucile o maltrattando quei calzoncini da bersagliere che le vietano di spulciarsi con libertà, mentre il paonazzo banditore, tra il putiferio delle trombe calamitose, urla di bel nuovo con una convinzione che intenerisce: -- L'Orso Teddy! il Crotalo Rabda-kamaï! Entrino, signori, che subito si comincia! E il Compare dice dal proscenio: «Chi saranno e chi furono fra tutti costoro i più ciurmati? Le povere fiere che vollero mordere e furon chiuse in una tana di ferro?... I bestiarii che vollero vivere da zingari applauditi speculando su quattro zanne logore, su qualche artiglio inoffensivo, e perciò son ridotti a correre le fiere forensi, talvolta senza carne di carogna per la fame dei leopardi e senza companatico per sè?... Il pubblico, millantatore dei pericoli, che con sei soldi vuol vedere un uomo in rischio della propria pelle, vuol pascere di ruggiti africani e di serpenti attorcigliati ad ippopotami la sua casalinga fantasia, onde va, e paga, e torna con un puzzo camaleontico di bestieria legato alle narici, un'idea lacrimevole della ferocia e dell'intrepidezza una compassionevole ironia?... Dame Compiute, Nobili Uomini, vedo per l'appunto che un millantatore scoverto ed una schiera di ciurmati confessi vengono per di qui a narrarvi le loro immutevoli dolenze. Ecco, e la mia Dama frattanto vuole che l'accompagni dalla sarta»). =Il millantatore:= Non sono affatto pericoloso, poichè racconto il più delle volte cose immaginarie ma che si denunziano agli ascoltatori per la loro mancanza di sobrietà. Veri millantatori son quelli che raccontano cose false in maniera di farsi credere; essi hanno la vera eloquenza, mentr'io non sono che facondo; e la pretesa che ho d'aver compiuto imprese illustri è simile molto alla vanagloria d'un bambino che sferraglia per la stanza con in testa un berretto da generale. I falsificatori narrano al pari di me d'essere andati alla guerra: ma vi andarono da sergenti e presero la medaglia di bronzo... Io, generale d'esercito, faccio scappare i sorci; a loro, graduati di bassa forza, il pubblico fa il saluto militare. =Entra il Coro dei Pifferi di montagna:= (-Nell'Orchestra un andar patetico di gente che torna, e -- naturalmente -- pifferi.-) Con rispetto, e con dispetto, vi cantiamo lo strambotto di quell'asino perfetto che, per farla a Fra Culagna, ritornò dalla montagna con le pive nel fagotto. Già; noi siamo divenuti celebri per quella spedizione mal fortunata che ci fece ritornare con lo scorno della pifferata su la montagna. Prendersi gabbo del prossimo non è facile impresa quando gli strumenti per concertare il pezzo d'opera si chiamino pive. Un piffero di montagna è quel desso che volle fare agli altri ciò che gli altri tentano senza tregua di poter fare a lui; solo ebbe il torto immoralissimo di peccare nella riuscita. In questo bel mondo caritatevole dove ognuno può leggere tanti onesti libri che lodano la probità, spalancar la bocca davanti alle parabole dei declamatori che flagellano il vizio, scolpirsi nella mente a lettere d'oro le insegne apocalittiche di tutte le vetrine, il piffero di montagna è colui che da uno spillo invisibile si lasciò bucare la sua turgida sampogna. Il pubblico si beffa di noi chiamandoci scornati, laddove non fummo che gente in rotta con la fortuna; il pubblico ride volentieri del nome che fa ridere, mentre del fatto in sè men che niente si cura. Noi siamo dunque le vittime del portare un nome grottesco, malanno che a molti cápita per accrescere i lor guai. Se i Pifferi di montagna potessero di punto in bianco mutare il loro nome lacrimevole con quello non privo di somiglianze dei Trombettieri di Waterloo, ecco i derisori abbrunarsi di lutto e salutare i Pifferi come sciagurati eroi. Nel nome che si porta è la metà dell'uomo... il resto, signori della platea, è la fortuna o la disgrazia che fa. Con le pive nel fagotto ritornò dalla montagna quei che volle a Fra Culagna fare un piccolo dispetto... Oh, se avesse il poveretto prima letto il mio strambotto! * * * (Quivi dice il Compare: «Con umiltà siamo alteri del buon esito che presso l'onorato pubblico trovò lo strambotto dei Pifferi di Montagna, forse per l'intonazione felice con la quale i nostri attori lo recitarono, forse per la comicità irresistibile delle lor facce compunte. De' vostri applausi una giusta parte vada a quell'invisibile orchestra in sordina che, sommessa e varia, commenta lo svolgersi della Commedia, e quivi ricamò felicemente sui pifferi l'infelicità burlesca dei Pifferi di Montagna. Non siamo noi di quelli altezzosi che dicono «Vale nec parce!» innanzi o dopo la parlata... «Valete super omniaque parcete!» -- ecco il nostro motto. La Dama bellissima ch'io servo in questa per me piacevole Giornata, vuol ora che l'accompagni dalla sarta, essendochè, dice, alcune lievi compere le son di bisogno anch'oggi, sebbene le sue guardarobe armadii e canterani sian così stipati e ricolmi che più non vi starebbe, senz'arricciarsi, un velo. Ordunque, levata la Nuvola che provvede alla disparizione del serraglio, manifesto vi sarà un de' luoghi sacramentali e gloriosi dove la vaghissima Dama Comare ch'io servo adorna con arte paziente il prodigio della sua bellezza. E vedrete su le provatrici le innumeri centinaia d'abiti ch'ella osserva con occhio esperto ma negligente prima di scovrire una veste fatta in guisa che le piaccia, una stoffa che paia tessuta per il colore della sua pelle, un nastro, un pizzo, una cintura, un fronzolo che le paiano adorni d'una qualche insolita fantasia. Queste belle ragazze provatrici, (tutte pronte, se pur già non lo furono, a lasciarsi cogliere dai lor donneatori,) sgranano tanto d'occhi e tremano di ammirazione quando la mia Dama Comare giunge nelle lor sale; madama la direttrice non sa più da che parte voltarsi; la maestra di prova corre per ogni verso perdendo spilli e tutta nevicosa di fili; dagli usci occhieggiano le sartine del cucitorio, mentre il tagliatore cattedratico sfoglia per lei con impazienza qualche grosso fascicolo di figurini. Dame Compiute, Nobili Uomini, osservate che appunto la Nuvola s'alza... Ahimè!... Che avvenne? Le vetrine della sartoria son chiuse; dietro le finestre dell'ammezzato, quali spente, quali già velate con lo schermo delle tendine, si vedono affaccendarsi poche frettolose ombre; per la strada sciama una garrula ed assediata falange di sartine, che in fretta col passo elastico dei lor vent'anni tornano alla libertà... «È tardi, o mia bella Dama, e per oggi non potrete isceglier nulla, cosa tristissima in fede mia!» La Comare dice: «Il male non è poi così grande, quanto per cortesia volete che paia! Mi rassegnerò senza piangere; andremo invece, amico mio, se non vi disturba, dalla modista, per certe piume che ho date a far mettere in opera, le quali devon esser compiute. Mentre voi fate segno all'automobile che s'avanzi, affiderò una commissione per madama Yvette alla piccola Stella, mia sartina preferita, che appunto mi saluta con il suo bel sorriso. Un minuto, amico mio, e sono a voi. -- Sicuro, piccola Stella, sono arrivata un po' tardi stasera, ma non importa; senza che le telefoni, dirai tu a madama Yvette domattina quel che le volevo dire: cioè che sospenda la mia veste da ballo reseda e nero, perchè ho mutato parere, non mi piace più». La sartina si mette le mani tra i capelli, od almeno tra quei capelli che le lascia scappar fuori la sua cuffietta di tulle capriccioso, e dice: «Oh, povere noi! lavoriamo da cinque giorni a questo bell'abito reseda! E bisogna disfar tutto?... -- Sì, tutto, ma non importa, ho un'altra idea. A domani, carina. L'automobile se ne va scornettando; rimane sul marciapiedi la piccola Stella, che alza le spalle poi si mette a ridere). =La sartina:= È un problema da risolvere. Il commendatore m'invita a cena, mi promette un anello con brillanti, un appartamentino mobiliato, una maestra di francese. -- È calvo, ha una pancia da bonzo, i suoi baffi pungono come uno spazzolino da denti. Il bellissimo avvocatino, ch'è stato l'amante di tutte le mie amiche, mi fa gli occhi dolci e mi manda qualche scatola di «marrons glacés». Perchè mi piacciono molto i «marrons glacés» e mi piace anche l'avvocatino, ma sono troppo mal vestita per lasciarmi svestire da lui. Quest'uomo trova naturale ch'io passi per le sue mani... è una bella pretesa! Uno studente del politecnico m'insegue fin su le scale di casa mia; un impiegato viene a prendermi quasi tutte le sere quand'esco dalla sartoria. La domenica mi conduce a ballare, mi paga un vermouth, e dopo il ballo, un caffè. Guadagna centoventi franchi al mese, ride poco, sospira molto, ed è pronto a sposarmi. Io, siccome sono vergine, guadagno al giorno due franchi e cinquanta... È un problema da risolvere. Sul nostro pianerottolo, abita con sua madre uno chauffeur molto elegante che chiamano Toby. Quand'esce col suo pelliccione è bello da morire! Mi ha detto: «Signorina Stella, vorrei proporle una cosa... ma gliela dirò il primo giorno che avremo tempo. Intanto mi permetta d'offrirle questo mazzolino di violette.» E parla come un signore. Toh... by... se dovessi cominciare, comincerei di lì. È un problema da risolvere. * * * (E quivi d'improvviso, per un gioco di scena quasi fulmineo, l'angolo di strada ove sciamano le allegre sartine coi loro inseguitori si muta in una magnifica sala di modisteria con grandi specchiere per intorno, dritte, inclini, ferme, portatili, ad una luce, a due luci, a tre. Dappertutto svariano cappelli piume penne fiori fiocchi nastri velette veli, ed è così grande la profusione di tutte queste leggere cose volanti, che a prima vista pare d'esser avvolti fra un turbine di maravigliose farfalle. «Ma queste farfalle, -- dice il Cavalier Compare, -- sono vecchi struzzi che hanno mandato le lor piume a farsi doppie o triple nonchè a prendere il riccio nei laboratorii di Parigi; sono invisibili colibrì e splendidi paradisi, che stanchi per r inosservanza delle signore selvagge, hanno mandato alle signore d'Europa, con un plebiscito di piume, una prova delicatissima di quei servigi e di quell'amore che gli uccellini di tutto il mondo hanno sempre saputo rendere alle belle signore; sono farfalle che suggono il nettare da un giardino di fiori artificiali e qualchevolta bevono per rugiada l'henné, saturandosi con il polline d'oro che nasce dall'acqua ossigenata. Nobili Uomini dell'uditorio, per una volta mi sia concesso di parlar solo con voi; lasciamo che le Dame nostre Compiute si dilettino a guardare quella scelta che fa la bellissima etèra Meridiana e come lei fanno altre vaghe bellezze nella sala di modisteria. Non è luogo per noi tra questo piumare, tra questo infiorellare minutissimo, e poichè vedo un altro giovine signore di mia conoscenza, il quale, com'io la mia Dama, così del paro la transatlantica sua consorte aspetta, forse preferibil cosa per voi sarà che noi conversiamo un poco insieme, liberi da quella soggezione castigata nella quale il gentil sesso ci tiene. Questo giovine di casato principesco navigava in perfide acque monetarie, allorchè intese dire che di là dall'atlantico mare vivessero alcune prodigiose fidanzate per i principi e duchi latini, le quali avevano tant'oro di recente coniato, che si poteva con quest'oro giovine risollevare tutta una stirpe. Vinse la nequizia del mal di mare, che tanto più affligge i popoli quanto più marinareschi sono, e trasmigrato alle rive leggendarie ove le nuove amazzoni auratamente accolgono i molto nobili cavalieri, s'avventurò sì bene in quella terra democratica e libera, che ne tornò con una sposa di suo genio e senza più conoscere le doloranze del mal di mare. Questo vi confido, Messeri, prima che l'avvicini e lo saluti»). =La modista:= Per fare un cappello occorrono tre cose: una «Maison» che lo mandi, una signora che lo compri, un uomo che lo paghi. Le mie clienti si dividono in tre categorie: quelle che credono di abbellirsi con un cappello; quelle che credono di abbellire un cappello; quelle che trovano a ridire su qualsiasi cappello. I miei cappelli sono di tre generi: serii, stravaganti, serii e stravaganti insieme. Alla donna seria sta bene il cappello un poco stravagante; alla stravagante il serio; per la donna indefinita ci vuole un cappello indefinito. Molte sono le mie disgrazie, ma ne citerò sol una: gli uomini che accompagnan le mie clienti in sala per mettere il loro becco nelle cose di modisteria. =Il nobile povero che ha sposato l'americana:= L'araldica è la soluzione della vita; il dollaro vale cinque lire; il nobile italiano, anche quando è decaduto, vale per lo meno qualche dozzina di «yankees». Negli Stati Uniti d'America si trova ancora, ma ogni anno con maggiori difficoltà, la fidanzata ideale, mentre in Italia cresce di continuo la frequenza dei nobili decaduti. Si chiama fidanzata ideale quella ragazza che, potendo scegliere fra mille pretendenti, s'incapriccia proprio di voi. Questo è il vade-mecum del nobile povero in caccia d'un'americana: 1.º Quattro quarti, lucidi, rinfrescati, assoluti. 2.º Aria vaporosa, misteriosa, dell'uomo ch'ebbe un passato. 3.º Tipo di famiglia. -- Biografia degli antenati. Citazioni storiche. -- Possibilmente, battaglie. 4.º Sapere tanto inglese che basti per dire: -- my dear, good bye, I love You, etc. 5.º Conoscere l'Ambasciatore. 6.º Avere un proprio poeta, musicista, pittore, filosofo, etc, tra quelli che l'America non capisce. 7.º Strimpellare un po' di musica o per lo meno la chitarra. Tener bene in mano la racchetta e non far troppo ridicole figure al gioco del polo e del foot-ball. 8.º Essere fortissimi al bridge. 9.º Compatire con molta finezza l'America, pur chiamandola grande paese. Le americane han voglia dell'Europa come d'uno scandalo che le diverta. Inoltre ci temono, sebbene con ironia, mentre non hanno de' lor uomini rispetto alcuno. Questi uomini sono anche robusti, ma «non sanno guardarle». È lo sguardo nostro che temono, 10.º Avere, se possibile, un castello, anche spossato d'ipoteche o singhiozzante di screpolature. 11.º Divertirle. Scandalizzarle. Essere o troppo allegri o troppo tristi. L'eccesso impensierisce tutte le creature primitive. L'americana è una creatura primitiva. 12.º Cercare i loro sensi dietro la loro apparente insensibilità. Quando si sono trovati, essere virili ma non bruschi, voluttuosi ma non irritanti. La poesia della loro gioventù ascolta volentieri la poesia della nostra vecchiezza. Son donne, ossia femmine, come le nostre, ma non sempre non dappertutto non per l'intera giornata. Talora lo sono troppo a lungo di notte, poi la loro femminilità subisce una pausa, o pare che s'interrompa. 13.º Rimanete oscuri e cauti per non darle il tempo che vi disprezzi, almeno fin dopo il matrimonio. Poichè, vi ho detto, l'americana è una creatura primitiva; la sua morale è tagliata bizzarramente a colpi di scure: mentr'è curiosa di tutto quello che non sa, in morale disprezza le anime che non capisce. 14.º Sono per noi ad un tempo le sorelle più timide, le amanti più fresche, le mogli più «nuove». * * * (Il Compare, Cavaliere della Films, chiama la Nuvola. «O Nuvola che tutto nascondi, fuorchè la mia persona da poco e la persona paradisiaca della Dama che servo, ancora una volta discendi e rannuvola i grandi specchi a molte luci che guardano sul giardino artificiale! Àlzati, e vedansi di lontano come in una visione pantagruelica tutti i lumi e tutti i fumi dei banchetti che verso quest'ora simposica ristorano i millantamila stomaci della sconfinata Città! Vedansi tra fasci di ghirlande elettriche le vetrate gloriose dei ristoranti babelici, con la rossa orchestra che suona a correre d'archetto e l'orda salsifera de' camerieri che sollevano, su le teste chine dei desinatori, la calda ricchezza dell'agape ne' vassoi fumiganti! Vedasi brillar da lungi quella finestra illuminata che nella casa dell'uomo è fra tutte la più gaia, la finestra dietro la quale si mangia, -- soli o poveri, ma si mangia, -- ricchi o nel cuore d'una famiglia prospera, ma si mangia, -- tristi o pensando all'innamorata, ma si mangia... la finestra più gaia e più universale di tutte l'altre dietro le quali nella vita cotidiana l'uomo, animale versatile, medita opera discute balla dorme o fa l'amore! Àlzati, o Nuvola, e giudicate!») =Entra il coro dei Gastronomi.= (-Nell'Orchestra un tinnire gaio, come di porcellane che si urtano, di posaterie che squillano, di coppe toccate nei brindisi. Un bollire, uno sfriggere, un gorgogliare continuo di tutti gli strumenti.-) Ave Primissimo, Pantagruele! Noi siamo i coltivatori dello stomaco, i golosi della rara e fertile vivanda che si trasmuta in sangue più rosso. Nulla conta la trachea, l'uomo vive con l'esofago! I maialini d'India ben ripieni, le trifole del Périgord, gli asparagi d'Argenteuil, il fegato d'oca di Strasburgo, i capponi del Mans, le ostriche di Colchester, e tutte l'altre leccornie che la terra pingue o l'industria paziente produce, sono per noi le cose più sublimi che accadono sotto l'emisfero. Un genio rivelatore non è niente appresso un sopraccuoco prelibato. Ave Primissimo, Pantagruele! I vini delle giaciture più polverose, i liquori decrepiti custoditi con tutta la lor forza entro gelidi cristalli o tepide porcellane, sono per noi veramente il lirismo della vita! Noi adoperiamo lo stomaco per custodire in noi la Bellezza. Non siamo atei: crediamo profondamente nel piacere di quel che si mangia, nell'ambrosia di ciò che si beve. In questo crediamo imperterriti come il fanatico in Dio. Siamo anche filosofi, poichè possiamo dirvi che la digestione è l'unica felicità delle razze. Siamo anche sociologhi e fisiologi perchè v'insegniamo con la sapienza dei secoli che creerete un popolo grande facendolo mangiar bene. La delizia di filtrare attraverso la nostra carne intellettiva una vivanda complicata e squisita, equivale alla delizia di comprendere un difficile pensiero. Noi siamo quelli che nel mondo abbiamo conservato l'appetito intelligente e quella benefica giovialità dello stomaco pagano che il Buon Pastore volle, come un gran vizio, bandita. Nel Cristianesimo non v'è di orrido che il digiuno scellerato e la nefanda eresia degli astemii. Noi dubitiamo in verità che il Nazzareno abbia fatta questa predicazione; dev'essere un'aggiunta postuma di alcuni evangelisti biliosi e mal digerenti. Per chi non fosse del nostro parere, noi faremo notare che i preti la tennero come non detta, e per tutta l'era cristiana, in barba degli uomini e di Dio, con uno splendido appetito mangiarono a quattro ganasce. Il peccato della gola è invero la più nobile azione che l'uomo possa commettere. Lucullo, per vostra norma, era ben lungi dall'essere un maiale come voi lo chiamate. Lucullo è stato un Illuminatore della vita assai più grande che Platone. Non dimenticate questa verità: quasi tutte le tristezze dell'uomo consiston nelle cose che mangia. Noi vorremmo creare un'Accademia di Quaranta Cuochi Immortali! Ave Primissimo, Pantagruele! * * * (Il Compare, Cavaliere della Films, dice: «Questi buoni e panciuti uomini han saputo commuovere la vostra indulgenza, o Nobile Uditorio! Non li avete zittiti come si meriterebbero per aver osato proclamare in vostra presenza cose tanto grossolane o babbuinamente facete; buon per loro che foste clementi! Ma dalle fisionomie vostre mi avvedo che pur nell'ascoltare quei grassi e lucidi babbuini già una forte curiosità vi pungeva, che or si rinnovella: -- Dov'è sparita la Dama Comare, bellissima etèra Meridiana? Perchè il riso e la luce de' suoi occhi non più risplendono verso di noi? Ecco, vi rispondo: -- È l'ora dei teatri; ella s'andò a vestire dell'undecima sua veste. Non siate impazienti, fra poco tornerà in diamanti e strascico, pronta per guardare da un palco verso la scena del teatro che sceglieremo. Così è: quando le città pingui e dilettevoli han saturata la fame che le tormenta, curiose guardano verso i teatri, dove nel canto e nella declamazione l'imperitura famiglia istrionica tesse con artifizio la simulazione di quella commedia sincera e forte che si chiama la vita. Le città sono a quest'ora bambine facili al riso, facili al pianto, che un nulla può commuovere, un nulla divertire. A quest'ora la musica, profumo della vita, diventa necessaria come un afrodisiaco lene, che tutti, anche le fanciulle, si possano impunemente concedere; a quest'ora il dramma la tragedia la commedia, che sono parodie della vita come gli acrobatismi del funambolo e dell'atleta, incurvano le città attente sovra una piccola scena tappezzata di carta pesta, e dove la luna il sole i tramonti sono il giuoco semplice d'una buona lanterna magica. E le città si ascoltano dire da quella scena larga pochi metri, in un linguaggio approssimativo, tutte le parole selvagge o brutali, che là fuori, a cielo aperto batton nel lor cuore veemente, pulsano libere inafferrabili nella loro poderosa immensità. È un gioco il teatro, un gioco simile molto al libro, ma più puerile ancora, più divertente ancora, per la ragione che il dolce, il poetico, il riposante nella vita delle città, si è d'essere appunto come bambine, cioè di possedere un'anima che veda non il terribile del mondo, non la forza e la strage della necessaria vita, non quel riso micidiale che soffia dagli oceani del pensiero, ma il piccolo dramma di fantocci che intenerisce con spontaneità, la piccola burla di parole che allarga la bocca e facilita la digestione... Sicuro, io vi parlo non per altro che per dar tempo alla mia bella Dama di vestire l'undecima sua veste, e faccio un po' di teatro in questo momento anch'io, un po' di libro, se volete, un poco di parole insomma, per farvi passare senza che ve n'accorgiate un quarto d'ora di tempo, attesochè lo scopo della parola non è mai di «creare» bensì di «far passare» un pensiero. La vita ineluttabile cammina da sè contro quel maraviglioso edificio di parole, (certo il più bell'edificio che l'uomo costrusse), e che appunto si chiama teatro, libro, metafisica, religione, filosofia... l'urta e non lo rovescia, anzi vi passa traverso, per la buona ragione che questo edificio miracoloso, al di fuori è fatto d'aria, e dentro è vuoto... Sono un po' scettico, voi dite?... Sì, me ne accorgo infatti, e fischiatemi!... quantunque io non faccia che ripetere con fedeltà le parole che mal mi presceglie questo enigmatico Suggeritore. Senonchè la Nuvola s'alza, e rivedrete Colei che fa comprendere la bellezza del teatro, la musica delle parole!» Infatti la scena rappresenta un teatro; si vede una fila di palchi, e per iscorcio, la ribalta. Vagamente laggiù cresce un giardino, piovono foglie rosse tra l'autunno degli alberi trasparenti, una reggia guarda con finestre balenanti la sua fontana polverosa: due voci cantano l'Amore, favola di tutte le musiche, musica di tutte l'età. Nella fila dei palchi, uno splende così forte che sembran convergere ne' suoi specchi tutti i lampadarii del teatro; vi siede in piena gloria la Dama di Luce, bellissima etèra Meridiana; il profumo del suo ventaglio bianco muove delizia intorno a quelli che sono con lei. V'entra pure il Cavalier Damo, poichè il palco illusorio è posto in modo che sia quasi a confino con la ribalta vera. Da tutto il teatro illusorio si appuntano i canocchiali verso di lei; grandissima è l'inquietudine di quella sala, dove lo spettacolo assai poco si ascolta perchè il guardarla è più bello che udir cantare, come l'essere da lei guardati è maggiore dolcezza che perdersi nella sinfonia. Sono venuti a visitarla signori d'alto lignaggio e tutte le più cospicue persone che per ricchezza o per ingegno godano rinomanza nella Città; vengono ed escono per dar luogo ai sopravvenuti. Ma uno vi rimane assiduo, non di parapetto ma presso lei, quasi nascostamente, per sottrarsi alla curiosità importuna che il solo mormorio del suo nome fa nascere per il teatro. È uno scrittore magnifico e nominato per l'orbe, uno di quegli uomini che morendo invidieranno solo sè stessi. Ed egli ammira la veste gloriosa della etèra Meridiana, poi la corteggia mansuetamente. Or questa veste brucia come fosse un rogo di luce bianca od avesse nelle trame del suo tessuto quel brillare che fa la polvere d'una fontana traverso un raggio di sole. Volerne descrivere il disegno sarebbe troppo difficil cosa, poichè la veste non è che lei stessa ed ella medesima è tutt'una con lo splendore dell'abito che porta. Ella non fece che vestire il suo corpo d'un involucro bianco e fu bella di tutto quell'artificio che può radunare la semplicità; il vestito le si accompagnò alle membra come una musica va insieme con la parola cantata. Ella non deve ora più niente all'artefice della sua veste, perchè l'immagine d'una simil veste nacque all'artefice da lei; questi vi mise dentro la sua bellezza in pensiero, ma nessuno avrebbe mai conosciuto il sogno dell'artefice se la involontaria bellezza di lei non fosse nata nel colore di quel bianco, nel drappeggio di quella seta morta come una viva necessità. Dice il Compare: «Guardatela, poichè la Nuvola è per discendere... fra poco non la vedrete più. La bellezza, voi sapete, si guasta e si logora di chi la guarda; perciò conviene che tra gli uomini passi rapida, lontana. Essa più che tutto ha paura dell'abitudine, vero ed unico vizio dei sensi, malattia che sciupa l'universo. E per tal modo comprenderete come il pudore le sia necessario meglio che alla virtù. Quando avrete per lunghissimo tempo respirato nel profumo e tra un contorno di rose, -- cioè in quel respiro e in quella vista ch'io credo la migliore del mondo, -- sarete vicini ad aver spenta la divinità delle rose e propensi forse a gustare con ebbrezza l'odore noioso d'un cavolaio. Guardatela dunque con intensità, finch'ella è un giardino di bianche rose!») =Lo scrittore celebre:= Ho tanti lauri che ne sono stanco. Io possedetti la Bellezza e la Gloria come veneri nude, gridai nel mondo la parola incorruttibile, brillantata come diamante, materiata quasi d'arcobaleno e di fiamma, che forse potrà separarsi dalla perpetua geminazione delle sue nascite per vivere di bianca solitudine, alta e lontana da quel colore di scordamento che sul fuoco dei più tersi cristalli raduna il tempo dimentichevole. Io sono stato un vandalo, rapace ma grande, che per vestire la mia Statua della Bellezza cento imperatrici e mille schiave impunemente spogliai! Ora la Statua Perfetta è fastosa e luccicante come la gioielleria d'un satrapo orientale, come il tesoro inaccessibile d'una chiesa bizantina. Ho tanti lauri nei mio giardino, Banchieri!... che ne sono stanco. Banchieri!... adesso faccio come voi: speculo con le ricchezze degli altri; è più semplice, molto... più comodo, assai... e talvolta cápita perfino di pescar tra i cocomeri una melagrana più rossa, che quelle, dal riso dionisiaco, melagrane apollinee dell'Albero mio! Ho tanti lauri che ne sono stanco... =L'uomo che fabbrica gli epigrammi:= È giusto: voi siete con magnificenza «il Cavaliere de li Spiriti altrui...» * * * (Dice il Compare: «Sventura vuole che il patto da noi concluso con l'estraneo Cavaliere, libertà gli accordi o licenza di molestarvi tante volte quante a lui piaccia. So che pure nella seconda sua parlata Egli vi fu discaro, sebbene cercasse di trattar cose che più vicine stanno all'anima di chicchessia. Ma il suo torto fu di scegliere una forma nebulosa e di mettere troppo studio nell'armonia delle frasi, le quali armoniosamente ristuccarono. Gli è poi cosa molto infetta di necrofilia quella di pretendere che ogni ben pensante uomo, a guisa di cimiterio ambulante, porti un cadavere in sè, -- sia pur questa una vaga e profumata morta, e ghirlande le si diano quante ne intreccia la primavera. Ma non possiamo rompere il nostro patto; e per di più a quest'ora che le vie son deserte, almeno di personaggi notevoli, non sapremmo in verità quale maschera inviarvi, la quale possa con maggior brio disannoiare il tempo che la Dama di Luce, bellissima etèra Meridiana, si cinga intorno al flessuoso corpo la dodicesima sua veste. Ora e poi, quest'Uomo promette che verrà per farsi conoscere. Non più nel buio perfetto, ma questa volta nella penombra Egli dice che viene per discorrere con voi. Verrà, chiuso fino al mento nel suo mantello buio, con la maschera su gli occhi e un po' lontano dalla ribalta nonostante la fiochissima luce. Ma vedrete almeno la sua figura come un ritaglio buio nell'ombra, vedrete almeno i suoi movimenti, l'altezza della persona, il disegno delle sue membra. Forse vi giungerà un poco più chiara la sua parlata, perchè anche la parola, sebbene muova incontro ai timpani, pur s'agevola e molto si rischiara con la luce. Tutto è oscuro nel buio, anche il suono. Egli vi parlerà prontamente, senza preamboli, da persona che sia per andarsene. Ricordate il suo motto rigido?... Ora e poi, quest'Uomo non chiede applausi.» Eccolo, e viene.») Pausa. Ridono Violini quasi morti. Filtra vapore d'Elettricità quasi morta. Sui tamburi domina un galoppo distante. Volgendo pertanto l'ultim'ora della Giornata concessa per commediare fra di noi, doveroso mi sembra che voi sappiate, o Personaggi della Commedia, chi veramente io mi sono. E poichè, mentre tenevate la scena con bella baldanza, io, nascosto entro la nicchia del suggeritore, sfiatandomi ed improvvisando, soffiavo nelle vostre alterne voci la mia voce dissimulata, giustizia vuole, o Maschere della Commedia, che voi facciate con l'ambiguo Cavaliere, una più libera conoscenza. Non mi piacerebbe in alcun modo ripetere più che due volte un esordio, il qual due volte ripete l'identicissima cosa, e vengo dirittamente a scoprirmi senza raggiri, poichè non vano mi sembra che dell'essere mio con limpidezza ogni mistero sappiate. La ressa dietro le quinte or quasi del tutto scema; il buttafuori non s'affanna più col trovarobe ansimoso e grondante. Quelli de' miei Personaggi che non hanno più parte, ma già struccati e ravvolti nei mantelli da passeggio attendono per i corridoi, -- quando avrò detto chi sono, -- vadano in pace! Può darsi che la platea, sempre distratta e più curiosa di belle donne che del comico nostro cicalare, si vada facendo la stessa domanda: -- Chi è mai questo ambiguo Cavaliere, verbivariato e privo d'ogni buona creanza, il qual fece dire tante cose arrischievoli, che punto nè poco vanno insieme con la sua Cavalleria dello Spirito Santo? Signori sì, ch'io vengo per dirvelo, se pure indugio a bella posta con l'istrionica malizia d'acuire la vostra curiosità. Lunghesso la Commedia molti apparvero al proscenio ed ancor pochi verranno: sappiate or voi, che in tanti quanti furono, e quivi e come nella vita, sempre in ognuno sta il Cavaliere dello Spirito Santo. Cercatelo in voi profondamente al ritorno dalla Commedia verso i placidi vostri focolari; ed anche se non avete un focolare, non una sorella nè un'amante che v'abbia messa la rosa nel bicchiere presso quei letti gelidi e solitarii nei quali v'addormenterete. Sì, o Maschere... nulla è forte come il bisogno che l'uomo prova d'offendere la sua propria sensibilità; e quantunque su la terra sia l'egoismo la più barbara potenza, pur nell'anima dei vivi rugge oscura profonda la voluttà morale della propria uccisione. Vi regalerò uno specchio; miratevi! Se alcun altro vi osserva, cercherete di vedere nello specchio le bellezze che avete. Ma se d'improvviso, quando siete soli del tutto, lo specchio vi rimandi la vostra immagine pressochè inavveduta, voi Maschere, senza riconoscervi, per un primo istinto la troverete brutta. Se non vi garba il mio specchio, rompetelo in frantumi! Vi regalerò adunque uno specillo da chirurgo, per cercare nelle vostre ferite quella invidia piccola o grande, forse non complessiva ma parziale, che sempre l'uomo porta in sè d'un altr'uomo, quand'anche alle volte, o magari sovente, quel medesimo che fa invidia molto inferiore gli sia. Vi darò inoltre una pietra magica per allontanare dal vostro animo, quando siete nel compiere una qualsiasi cosa, la convinzione illecita ma fondamentale che un altro possa compierla meglio di voi. Così del paro allontana, questa pietra magica, il dubbio sottile ma invincibile che tormenta sempre l'uomo su la purità e su la forza dei proprii sentimenti. Maschere, avete mai creduto nell'amore «degli altri» per «gli altri»? -- Mi risponderete: Sì. Maschere, avete mai fatto a voi stesse la domanda: -- È proprio un «vero» amore il «mio amore»? un «vero» sacrificio il «mio sacrificio»? -- Mi risponderete ancora: Sì. Ebbene, la pietra magica sfata l'irrisione sorda, l'ambigua inimicizia, l'antipatia singolare che ogni uomo professa, in modo forse inavvertibile, contro il proprio io. Dunque: uno specchio, uno specillo, una pietra magica. Ma voglio farvi ancora un dono... il corno acustico «per capire il riso», non il riso degli altri, ma quel riso ch'è in noi. Per la mia prodigalità folle, dovrete certo suppormi un ben dovizioso Cavaliere... Affatto, affatto, Maschere! povero sono come Giobbe; senonchè Giobbe era una lumaca, laddove io sono il Cavaliere dello Spirito Santo! Ormai son persuaso che il mio carattere vi sia limpido come quello del Principe di Danimarca, del dottor Fausto, del divino che amò la battaglia cavalier Sancio Pancia, e -- per lasciare in pace Bergson, -- del Monista di Haeckel, profeta immortale sotto il nome di Redentore della coda, filosofo che per troppa evidenza donò al secolo della scimmia volante l'Asino di Buridano! Forse nella letteratura d'oggi non troverei chi mi somigli, perchè la letteratura d'oggi è un poco strana: somiglia più volentieri ai libri degli altri, che agli uomini d'oggidì. Ma io divago terribilmente, o Personaggi della Commedia, e non mi ricordo più che voi soffriate per l'impazienza di conoscere con esattezza chi sono. Quasi avrei voglia di andarmene senza parlare, perchè non debba intraprendere a dirvi tutto il male che penso di me. Ve 'l direbber gli altri con profusione, se alcuno di voi si recasse nel paese dove son conosciuto e laggiù domandasse al primo che capiti: -- Sapete nulla forse mai d'un certo Cavaliere il qual si nomina dello Spirito Santo? E il primo che capiti vi risponderebbe: «-- Sì, per servire Vostra Eccellenza! Quel Cavaliere lo conosco: è un uomo che va in cerca d'assalire la potenza, poichè la potenza gli piace. Un diavolo a quattro che si odia e fracassa tutta la sua vita. Un coltivatore di rosai che non vuol vendere le sue rose. Cavalca su l'Ideale, negl'ippodromi dove si corrono poste favolose; ha incendiato la bottega d'un mercante di paternostri; si dice che sia un assassino... per servire Vostra Eccellenza! Taglia nel sonno le capigliature delle donne che dormono con lui; questo per farne gualdrappe da gettare in groppa del suo ronzino. La sera qualchevolta, per le strade buie, lo si vede camminar solo e piangere. Ma entra nei carnovali e, senza ubbriacarsi, balla come un forsennato; regala tutto il denaro che ha alla prostituta più povera e va in letto con la più ricca, perchè gli piace, non il brillante, ma lo splendore che su la pelle incipriata lasciano i brillanti. È un uomo che si confessa cinque o sei volte al giorno, sopratutto a personaggi che non capiscon niente; ma sempre muta la natura delle confessioni e varia la genesi de' suoi delitti; poi afferma d'essere un santo e fulmina e strepita gridando che odia i confessori. È un mentitore il qual dice la verità, ossia dice la verità del momento; l'unica vera. Prende casa dove trova; non viene quasi mai alla finestra; dappertutto coltiva subito due giardini. Scrive, scrive; qualchevolta ne fa un gran fuoco e dice al suo domestico: Vedi, ho bruciato la Bellezza. Dice agli ospiti: -- Non state in piedi, mettetevi a sedere; se volete che me ne vada, la casa è vostra. -- Vi sono alcuni giorni dell'anno che la « , , 1 , , - - 2 ' ' 3 ' , - - 4 ' , 5 6 . 7 , , 8 ' ' , ' , 9 , , 10 , 11 ' . 12 13 , , . » ) 14 15 16 = : = 17 18 = - , . = 19 20 = , 21 - . = 22 23 = ' - . = 24 25 = ' . = 26 27 = ' . = 28 29 30 = - : = 31 32 , , 33 , , 34 , ' . 35 - , 36 , 37 , 38 , , ' . 39 40 41 = - : = 42 43 - 44 . 45 , ' , 46 ' . 47 , : 48 49 « : ' ! ' 50 , ; 51 , , 52 , . , 53 , . » 54 55 ; . 56 57 58 = - : = 59 60 ' 61 , 62 , 63 - . 64 65 66 = : = 67 68 , 69 70 : - - , ! 71 , , , 72 : ' . 73 , , ' 74 . » 75 76 , , 77 ; ' 78 ' . . . ' 79 , , 80 - 81 . 82 83 , ' 84 ' ! 85 ' ' ; 86 ' ' 87 ! 88 89 : - - , . . . 90 ' ? , 91 , . 92 93 94 = - : = 95 96 ' - , . 97 98 99 = ' - : = 100 101 ? . . . , ! , 102 , 103 104 ! , ! , 105 ' ' 106 . , ' ! 107 , , 108 ' ! ! 109 ! ! ! 110 , , . 111 112 . ' 113 114 . 115 , 116 ' , . 117 118 : 119 . 120 ? , 121 , , 122 . 123 124 125 = - : = 126 127 , 128 , . 129 130 131 = ' : = 132 133 , , , , ' 134 : . , , 135 ! , ! 136 , , ; 137 . , , , 138 ! , ' 139 , 140 ' , . 141 142 . , 143 , ' , 144 , ' ? , , 145 ! 146 , ' 147 ' , ' ; 148 ' , , , 149 , ' 150 ! 151 152 . 153 154 155 = - : = 156 157 ' 158 , - - ! ' , - - 159 ' ' , 160 ' ' 161 ' 162 . 163 164 , , 165 166 ; ' ; 167 ' , . 168 , 169 ' ; 170 - ' 171 , . 172 173 174 = ' : = 175 176 , 177 . ' ! 178 ! 179 180 ' ! , , 181 ' . 182 , ! ' , ' 183 ' , . . . , 184 ? 185 186 , , ' 187 ' ; 188 . ' , 189 , ' ; 190 ' , 191 192 . 193 ! 194 . 195 196 ' : 197 . 198 199 200 = : = 201 202 , , 203 . . . ' , ' 204 , ! 205 206 * 207 * * 208 209 ( ' , 210 : 211 212 « 213 , ' 214 ; ' 215 ' ' , 216 , 217 ' ' . 218 : 219 . . . ' » . 220 221 , 222 . 223 , 224 ' ' ' 225 , 226 . 227 ; 228 , 229 , , . 230 231 , , 232 , ' 233 234 , 235 , , 236 : - - ' ! 237 - ! , , ! 238 239 : 240 241 « ? 242 ? . . . 243 244 , , 245 , 246 ? . . . , 247 , 248 , 249 , 250 , , 251 , ' ' 252 ? . . . 253 254 , , ' 255 256 . 257 258 , ' » ) . 259 260 261 = : = 262 263 , 264 265 . 266 ; , ' 267 ; ' 268 ' 269 . 270 ' : 271 . . . 272 273 , ' , ; , 274 , . 275 276 277 = : = 278 279 ( - ' , - - 280 - - . - ) 281 282 , , 283 284 ' 285 , , 286 287 . 288 289 ; 290 . 291 292 ' . 293 294 ; 295 . 296 297 , 298 , ' 299 , 300 . 301 , 302 ; 303 , . 304 , 305 . 306 307 308 309 , 310 . 311 312 ' . . . , 313 , . 314 315 316 317 318 . . . 319 , 320 ! 321 322 * 323 * * 324 325 ( : 326 327 « ' 328 , ' 329 , 330 . ' 331 ' , 332 , , 333 ' . 334 « ! » 335 . . . « ! » - - 336 . 337 338 ' , 339 ' , , , 340 ' , 341 , 342 ' , . 343 344 , 345 , ' 346 ' 347 . 348 ' ' 349 , 350 , , , 351 , ' 352 . , ( , 353 , , ) 354 ' 355 ; ; 356 357 ; , 358 359 . 360 361 , , ' . . . 362 363 ! . . . ? ; 364 ' , , 365 , ; 366 , 367 ' . . . « 368 , , , 369 ! » 370 371 : 372 373 « , ! 374 ; , , 375 , , 376 , . 377 ' ' , 378 , , 379 . , , . 380 381 - - , , ' , 382 ; , 383 : 384 , , » . 385 386 , 387 , 388 : « , ! ' 389 ! ? . . . 390 391 - - , , , ' . , . 392 393 ' ; 394 , ) . 395 396 397 = : = 398 399 . 400 401 ' , , 402 , . - - , 403 , . 404 405 , ' ' , 406 « » . 407 « » 408 ' , . 409 ' ' . . . 410 ! 411 412 ' ; 413 ' 414 . , , 415 , . , , 416 , . 417 418 , , . . . 419 420 . 421 422 , 423 . ' 424 ! : « , . . . 425 . 426 ' . » 427 428 . 429 430 . . . . . . , . 431 432 . 433 434 * 435 * * 436 437 ( ' , , ' 438 439 440 , , , , , , , 441 . 442 , 443 , ' 444 . 445 446 « , - - , - - 447 448 ; 449 , 450 , ' , 451 , ' 452 453 ; 454 ' , 455 ' ' . 456 457 ' , 458 ; 459 460 . 461 , , 462 , , ' 463 , , 464 , 465 466 . 467 468 469 , ' 470 , 471 ' , ' 472 . 473 474 , 475 , 476 , 477 ' , 478 479 . 480 481 , , ' » ) . 482 483 484 = : = 485 486 : « » , 487 , . 488 489 : 490 ; 491 ; . 492 493 : , , 494 . 495 ; ; 496 . 497 498 , : 499 500 . 501 502 503 = ' : = 504 505 ' ; ; 506 , , 507 « » . 508 509 ' , 510 , , 511 . 512 , , ' 513 . 514 515 - ' ' : 516 517 . , , , . 518 519 . , , ' ' . 520 521 . . - - . . 522 - - , . 523 524 . : - - , , 525 , . 526 527 . ' . 528 529 . , , , , , 530 ' . 531 532 . ' . 533 534 - . 535 536 . . 537 538 . ' , 539 . ' ' 540 . , , ' 541 . , « 542 » . , 543 544 . , , , ' 545 . 546 547 . . . 548 . ' . 549 ' . 550 551 . . 552 , , 553 . 554 . , , , 555 ' . 556 , , 557 ' . 558 559 . , 560 . , , ' 561 ; 562 : ' , 563 . 564 565 . , 566 , « » . 567 568 * 569 * * 570 571 ( , , . 572 573 « , 574 , 575 576 ! 577 578 , 579 ' 580 ! 581 582 , ' 583 ' ' , 584 , ' ' ! 585 ' 586 , , - - 587 , , - - ' , 588 , - - ' , . . . 589 ' 590 ' , , 591 ' ! 592 593 , , ! » ) 594 595 596 = . = 597 598 ( - ' , , 599 , . , 600 , . - ) 601 602 , ! 603 604 , 605 . , 606 ' ' ! 607 608 ' , , 609 ' , ' , , 610 , ' 611 ' , 612 ' . 613 . 614 615 , ! 616 617 , 618 , 619 ! 620 . : 621 , ' . 622 . 623 , ' 624 . ' 625 626 . 627 628 629 , 630 . 631 632 ' 633 634 , , . 635 ' 636 . 637 638 639 ; ' ' 640 . , 641 , ' 642 , , 643 . 644 645 ' 646 . , , ' 647 . 648 . : 649 ' . 650 651 ' ! 652 653 , ! 654 655 * 656 * * 657 658 ( , , : 659 660 « 661 , ! 662 663 ; ! 664 665 ' 666 , 667 : - - ' , ? 668 ' 669 ? 670 671 , : - - ' ; ' 672 ' . , 673 , 674 . 675 676 : 677 , , 678 ' 679 680 . ' , 681 , , . ' 682 , , 683 , , , ; 684 ' , 685 ' , 686 , 687 ' 688 . 689 , , 690 , , , 691 . 692 , , , 693 , , , 694 , ' , 695 ' , 696 , 697 , 698 , 699 . . . 700 701 , 702 ' , ' 703 ' , ' , , , 704 ' ' , 705 « » « 706 » . 707 708 709 , ( ' ' ) , 710 , , , , . . . 711 ' , , 712 , ' , 713 . . . 714 715 ' , ? . . . , , 716 ! . . . 717 . 718 719 ' , 720 , ! » 721 722 ; , 723 , . , 724 ' , 725 : 726 ' , , ' . 727 728 , 729 ' ; 730 , ; 731 . 732 ' , 733 . 734 735 ; 736 ' , 737 , 738 ' 739 . 740 741 ' 742 743 ; . 744 , , , 745 746 . 747 ' , 748 . , 749 . 750 751 752 ' 753 . 754 , 755 ' ' . 756 ' 757 ' ; 758 759 . ' , 760 ' ' ' ; 761 , 762 ' 763 , 764 . 765 766 : 767 768 « , . . . 769 . , , 770 ; , . 771 ' , 772 , ' . 773 . 774 , 775 - - ' 776 , - - 777 ' ' . 778 779 , ' 780 ! » ) 781 782 783 = : = 784 785 . 786 787 , 788 , , 789 ' , 790 , 791 792 . 793 794 , , 795 796 ! 797 ' , ' 798 . 799 800 , ! . . . . 801 802 ! . . . : 803 ; , . . . , . . . 804 , , 805 , ' ! 806 807 . . . 808 809 810 = ' : = 811 812 : « 813 . . . » 814 815 * 816 * * 817 818 ( : 819 820 « ' , 821 822 . , 823 ' 824 . 825 ' , 826 . 827 , , 828 , - - , 829 . 830 831 ; ' 832 , , 833 , 834 , , 835 . 836 837 , ' . 838 , 839 . , 840 , ' 841 . 842 ' , , ' 843 , . 844 , , 845 , ' . 846 , . , 847 , . 848 ? . . . 849 850 , ' . » 851 852 , . » ) 853 854 855 . 856 . 857 ' 858 . 859 860 . 861 862 ' ' 863 , , 864 , . , 865 , , , 866 , 867 , , , 868 ' , . 869 870 , 871 ' , 872 , ' 873 . 874 875 ; 876 ' . ' 877 , 878 , - - 879 , - - ! 880 881 , 882 , : - - 883 , ' 884 , , 885 ? 886 887 , ' , 888 ' ' . 889 890 891 : , , 892 , 893 894 . 895 896 897 ; , 898 ' ' 899 ' . 900 901 , . . . ' 902 ' ; 903 ' , ' 904 . 905 906 ; ! , 907 . 908 909 ' , , 910 , , 911 , . 912 913 , ! 914 915 , 916 , 917 , ' ' ' , ' 918 , , 919 . 920 921 , 922 , 923 . 924 , , 925 ' 926 . 927 928 , ' « » « » ? 929 - - : . 930 931 , : - - 932 « » « » ? « » « » ? 933 - - : . 934 935 , ' , ' 936 , ' , 937 , . 938 939 : , , . 940 . . . « » , 941 , ' . 942 943 , 944 . . . , , ! ; 945 , 946 947 ! 948 949 950 , , 951 , - - , - - 952 , 953 , 954 ' ! 955 956 ' , 957 ' : 958 , ' . 959 960 , , 961 ' 962 . 963 964 , 965 . ' 966 , 967 : - - 968 ' ? 969 970 : 971 972 « - - , ! 973 974 : ' 975 , . 976 . 977 . ' , ' 978 ; ' 979 ; . . . 980 ! 981 982 ; 983 . 984 , , 985 . , , 986 ; 987 , , , 988 . 989 , 990 ; 991 ' ; ' 992 . 993 , ; ' . 994 995 ; ; 996 . , ; 997 : , . 998 : - - , ; 999 , . - - ' 1000