E poi molti mi parlarono del sacrificio, molti mi lodarono
l'evangelismo di questa o di quella fra le passioni che possono
allettare lo spirito umano; molti mi dipinsero come sommo bene
l'ignoranza e la semplicità.
Io li ascoltai tutti ma non potei credere ad alcuno.
Allora supposi che nei libri vi fosse la vita, e trascorsi ad un
incirca tutti que' libri per dove il pensiero dell'uomo fece strada
innanzi di giungere sino a me.
Ho trovato che il primo, qualunque fosse, fu il migliore. Aveva se non
altro il dono di pensare, falsamente come gli altri, ma con una falsità
semplice. Da quando si credeva che il cielo fosse un tendone azzurro
curvo sopra la terra e che nel suo ragnare il buono spirito notturno
v'appendesse le luminarie delle stelle, da quel tempo, dico, infino
ad oggi, se il pensiero ha strappato la tenda non ha rinunziato al
notturno spirito nè ad alcun'altra leggenda, e non fece che mutare i
termini od ampliare le distanze.
Sicchè mi scelsi un poeta per cercare la verità nel lirismo e per
credere almeno, se il falso è inevitabile, in una falsità musicale.
Omero mi parve un po' greco; Virgilio mi venne a tedio per opera
di Dante; l'Allighieri, trovai che da cinque secoli troppa gente lo
deificava, il Petrarca mi parve una meravigliosa canzonetta napoletana.
Baudelaire, l'avevano sciupato già tutti coloro che di professione
fanno il decadente; Shelley, che avrei potuto amare se fossi stato un
inglese, in Italia patì l'oltraggio d'una soverchia voga.
Non mi rimaneva che abbracciar Heine; l'abbracciai. Sorpresi nel suo
spirito fustigante qualche segno terribile della potenza d'un uomo;
trovai bellissimo questo cavaliere solitario che crociava contro tutti.
Ma un giorno venni a sapere che il Tedesco flagellatore della Germania
viveva con la pensione pagatagli da un ministro Francese.
Per me non aveva più scritto l'«Idillio di Montagna»; non era più
crociato libero il poeta di Atta Troll! Non pensai che avesse peccato,
il povero e grande Heine, poichè «il perdono verso tutti» è la prima
rosa che mi sboccia ne' rosai; ma non era più il Don Chisciotte senza
Ideale, quegli che ride per ridere o che ferisce per ferire!
Ancor qui debbo dirvi che «il perdono verso tutti» non è punto il
fior soave delle parabole galilee, ma il perdono forte, il perdono che
ride, il perdono che si avventa fin su l'orlo della vendetta... poi la
regala!
E nuovamente nomade, con il mio spirito e co' miei passi, fra i dedali
di questa bella terra ove soltanto per nascere nascono primavere,
vado in cerca dell'uomo che sappia essere quel che Heine non fu: -- il
Cavaliere dello Spirito Santo.
Poichè ad ognuno piace parlare per la bocca degli altri nonchè darsi un
bel nome, in voi parlo dietro la maschera, o Personaggi della Commedia,
e con voi ride su la storia d'un giorno
il Cavaliere dello Spirito Santo!
=Vale nec parce, spectator!=
PAUSA.
TRA LA FIAMMA DEGLI ARCHI
NEREGGIA SPARENDO IL SUO MANTELLO
BUIO.
*
* *
(Nel frattempo avrà mutata veste la bellissima etèra Meridiana; ed ella
torna, piacevolmente conversando con quei sorrisi e quelle cortesie che
si pratican nei saloni di ricevimento, -- fra molto numero di signore
allettevoli e dolci, le quali nella sceltezza degli abiti e nelle
delicate sembianze quasi gareggiano, benchè non tutte, con lei. Ma la
scena, in luogo di raffigurare una sala, rappresenta un bel giardino
di parco signorile, ove nel fondo tra l'imboschire degli annosi alberi
s'intravvede lontanamente il palazzo.
Quivi è la scena tutta una fioritura di maravigliose ortensie che son
di colori variati e soavissimi, da quelle tutte d'un bianconeve, quasi
enormi piumini per la cipria, a quelle che son d'un roseo nativo come
i più pallidi coralli o d'un cilestre tenue che par soffiato su la
bianchezza dei petali come polvere di turchese.
L'ora è dolce, piove tra gli alberi una rarefazione d'aria che par
risplendere, cammina un ruscello tortuosamente fra l'erbe dei prati.
La Comare, bellissima etèra Meridiana, porta un abito che va con il
tempo e riluce senza possedere in sè alcuna visibile cosa che brilli.
È una stoffa d'un color malva con drappeggi e seterie che si tingono
di viola, ma forse nelle cuciture, forse nelle bottoniere, forse tra
i fronzoli della seta corre una invisibile trama di fili d'oro che
lampeggiano. Camminando trascina con negligenza un mantello di viverra
o di martora, che tra il bruno e il vaio manda un colore quasi rosso,
ed ella seco lo porta caso mai nascesse vento.
Son queste le signore amorevoli, che in tutta la lor vita sempre
peccarono d'amore).
=Il Coro delle Signore che han sempre avuto un amante:=
(-Nell'Orchestra una musica di dedizione, voluttuosa e varia; tutti gli
strumenti.-)
Dicono i Quattro Evangeli:
«Molto le sarà perdonato
perchè ha molto amato».
In attesa del pentimento, noi ci chiamiamo tutte Marie Maddalene; donne
povere di virtù ma ricche di sentimento, che demmo gran filo da torcere
alla gelosia dei nostri mariti. Abbiamo avuto un amante non appena ci
fu possibile; tralasceremo solo di avere un amante quando proprio non
ci riesca più.
Fummo curiose, questa è la definizione; ma curiose di noi stesse,
cioè di «conoscere» il nostro corpo attraverso molteplici carezze.
Poichè fermandoci alla prima si può anche ignorarlo, ed il profumo
della nostra carne può tormentarci come l'odore d'un cofano chiuso;
anzi, -- e non ascoltino le ragazze da marito, -- anzi è molto probabile
che s'ignori... Curiose fummo di sapere se potevamo anche noi, col
nostro semplice corpo, provare quel che provano le eroine dei romanzi
francesi.
Ora, dopo una lunga esperienza, possiamo dirvi che s'arriva tutt'al
più, col nostro semplice corpo, a quello che provano le eroine dei
romanzi italiani...
Fra la letteratura e la vita c'è una sproporzione spaventosa. Ve ne
possiamo accertare noi, che siamo vittime di questa letteratura.
Oh, non saprete mai quante ragazze, un po' turbate sotto il velo di
spose, pensino già involontariamente a un nome, -- il nome della Rue
de la Paix, che vuol dire Parigi, -- o al nome d'una di quelle tante
strade, un po' antiche, un po' morte, ove s'annidano i quartierini
dell'adulterio, dove si consumano tutte le disgrazie o tutte le fortune
dei mariti di Francia, dove si può dire che «avvenga l'amore», in
quell'ora grigia sottile nascosta che piove su l'inverno parigino,
fra le quattro e le sei... Sì, non c'è bisogno d'aver letto molto; il
romanzo francese ormai s'è sciolto nell'aria, fluttua per l'atmosfera
di tutto il mondo civile; ogni ragazza lo respira quando cominci a
sentirsi donna, ogni sposa lo vive leggermente quando si spoglia, e
la signora onesta lo subisce ogni volta che vede il marito uscir di
casa con tranquillità. La sua potenza è tanto straordinaria, che noi
cerchiamo per anni l'amante il quale ci dica una tal cosa letta in un
tal libro, forse una cosa da nulla, ma che piace come piace un profumo
insolito, come piace un fiore strano...
Non si trova quasi mai l'uomo che ce la dica, e sarebbe così facile
suggerirla... ma come nessuna di noi vorrebbe sciupare una musica
delicata, così nessuna di noi vuol suggerirla... -- e si tace. Se per
caso accade che su le labbra d'un amante fluttui quel profumo insolito,
sbocci quel fiore strano... oh, allora si aprono gli occhi grandi
grandi, e questa volta... è l'amore!
Purtroppo non è quasi mai l'amore, per la ragione semplice che
ridiventiamo curiose. Il nostro peccato fondamentale vince il
sentimento, e siamo ancora quelle che si chiameranno per sempre Marie
Maddalene.
Non dovete credere che questo peccato c'impedisca d'essere madri
ottime dei nostri bambini, talvolta buone mogli per i nostri mariti.
Vi racconteremo d'alcune fra noi che si sono spogliate, sacrificate,
sottomesse da martiri al bene d'un ragazzo cattivo o d'un marito
ingiusto, e che pure non sapevano impedirsi, verso quell'ora grigia e
nascosta, la loro piccola curiosità...
Nel matrimonio v'è qualcosa che non è ben risolto ancora, qualcosa
di forse irrimediabile, che noi stesse non sappiamo riconoscere nè
definire con esattezza. Ma certo il matrimonio del giorno d'oggi non è
ancor tale che risponda pienamente allo spirito ed ai sensi della donna
qual essa è venuta formandosi nella nuova società. Come si guarda in
una lontananza, così a noi pare confusamente che la vita possa essere
più bella di così, più viva per i nostri sensi femminili e per la
nostra mente che si apre. Su dieci donne venute al loro tramonto, ve
ne son nove che si fanno buie con il cuore insoddisfatto, con la carne
persuasa d'aver sciupata una grande voluttà.
Ora, vedete, questo indefinibile rimedio, questa vaga lontananza, è la
cosa che noi cerchiamo nell'Amante.
Egli può non comprenderlo; infatti non lo comprende quasi mai. Succede
allora che si muti, e si muti sempre con una curiosità più acre,
con una fiducia meno forte, finchè il bisogno d'un amante assume per
noi qualcosa di molto simile al bisogno che abbiamo di andare dalla
sarta, o forse, -- quando gli anni passano, -- al bisogno di trovare
sempre un uomo che sappia col suo fresco desiderio coltivare la nostra
femminilità.
Egli non è più l'Amante; è «un amante», ossia nient'altro che la
derivazione, la complicazione, della parola: marito.
Dunque in noi, fra molto peccato, v'è pure un piccolo senso di dolore;
per questo, anche prima del pentimento, chiamateci sempre con il bel
nome di Marie Maddalene.
*
* *
(In questo vago giardino, così di belle ortensie come di belle donne
fiorito, il Cavalier Damo ritorna con molti uomini di sua conoscenza, i
quali vengono per discorrere del più e del meno in compagnia di queste
amorevoli signore che, per non fare le lucrezie, sono appunto le più
dilettose agli uomini.
Ed è il Cavalier Compare in abito a dorso moltissimo attillato e chiuso
in cintola da un sol bottone, cosicchè la bianchezza prodigiosa del
panciotto gli forma tra i rovesci un'apertura ovale, dove scorre il
nodo esiguo della cravatta scura. La tuba lucente, la mazza in legno
di malacca, gli stivalini a ghetta, l'occhialetto arguto, il capzioso
fiore d'orchidea, il ciuffo del fazzoletto che gli traspare dal
taschino, tutto questo insieme conferisce alla sua pieghevole persona
il vero brio, la genuina compiutezza del cavaliere moderno. Con lui
vengono l'autore drammatico più fortunato nelle alcove comitali che su
le ribalte infide; lo studentello che fa le sue prime armi con qualche
filosofo nubiloso e con qualche dama svaporata; l'uomo di mondo che non
neglesse fra le cure galanti una sua cavillosa erudizione; l'uomo di
governo che protegge con il suo portafogli qualche marito indulgente;
il principe o re in esilio, che i fornitori citano per via d'usciere
ma le nobildonne ossequiose chiamano ancora Maestà; lo scienziato non
del tutto austero, che rivela con affabilità le sorprese mirifiche de'
suoi laboratori, o trascina per i divani delle sale qualche ossigenata
chioma di cometa; il medico di nervi bello e grigio, carezzato assai
dalle signore, cui si compiace di scoprire, nonchè di mettere a nudo
prima o poi, la fonte recondita d'ogni nevrastenia... l'uomo garbato,
ch'essendo poco, adula molto; l'uomo che arriva con le tasche imbottite
d'episodii gustosi, e quello che n'è vittima; colui che nel mondo si
ama per la sua virtù d'eccitatore, d'ingaudiatore, d'abbellitore della
vita, e colui che agli spossati nel desiderio, come alle anime ancor
prese di paura, vende una voluttà più rara, che si chiama penitenza.
Ecco, entrano.)
=L'autore fischiato:=
Il pubblico dei teatri non è la folla passiva che assiepa le arene
gl'ippodromi le assemblee le piazze le chiese; il pubblico dei teatri
diventa un personaggio attivo che nessun autore drammatico ha mai
saputo conoscere a fondo.
Decidere qual'è il cavallo che tagli per primo il traguardo, non è --
almeno in massima, -- un'opinione; decidere invece qual sia la commedia
che meriti applausi e quale fischi è nettamente un caso di suggestione
collettiva, d'arbitrio veloce, d'istantanea psicologia.
Il buon successo, è la commedia che dispiace ad uno contro due;
il cattivo successo, è la commedia che dispiace a due su tre;
le commedie che mandano in delirio sono con indifferenza capolavori
d'astuzia o di poesia;
le commedie che fischiano tutti, sono -- certamente -- irreparabili
asinità.
Osservando bene la sala d'un teatro nelle sere di prime
rappresentazioni ci si accorge che l'autore si dà l'aria d'un
giudice, il pubblico l'aria d'un giudicato. Mi spiego: l'autore cita
il pubblico, giuria pagante, a risolvere un dramma; l'autore, solo e
terribile nella sua toga declamatoria, sta su la scena per vedere cosa
ognuno sappia rispondere alle sue domande stringenti. Lo spettatore ha
paura di compromettersi, tentenna, tergiversa, guarda volentieri quel
che fa il vicino, ripete volentieri quel che affermano i commentatori
più loquaci.
Benchè la faccia complessiva del pubblico sia truccata e mobile come
quella del comico, su questa faccia corrono momenti vivi di rossore,
d'angustia, di vergogna, di perplessione, finchè per un fenomeno oscuro
la forza dei più numerosi vince, la lacrima diviene pianto, il riso
ilarità.
Se fossi un pittore vorrei dipingere la faccia delle platee.
Ma non sono che un povero autor fischiato, e non ho ancor veduta, se
non per il buco del telone, la faccia delle platee.
=L'uomo di governo:=
L'uomo viene al mondo con la mania di salire al governo, perchè il
piacere della vita è di stare sopra gli altri.
Nel sistema metrico decimale vi sono due numeri importanti: Uno e
centomila.
Dai giorni di Babele sino a quelli di Bebel tutta la cronistoria
del genere umano si riduce alla perpetua contesa dell'Uno contro i
centomila, dei centomila contr'Uno.
Molti han parlato d'anarchia come d'una efferata e nuova bellezza
del pensiero moderno. Ma Bruto, -- sebbene la storia gli abbia dato un
altro nome, -- Bruto era più nudo anarchico di Caserio, e nell'esercito
d'Alessandro il Grande conquistatore dell'Asia militavano tanti
anarchici petrolieri quanti oggi non ne raduna la santa Moscovia di
Niccolò.
Assourbanipal, autocrate di tutte le Assirie, questo grandioso
plagiario padrone del mondo conosciuto che fece copiare le Piramidi
e il Tempio di Rhâ da' suoi architetti decadenti, questo magnifico e
dolce Nerone ch'ebbe tutta la vita l'ossessione di somigliare a Ramsete
II, poche leghe fuori dalla vertiginosa Ninive, per la bassa valle
del Tigri, aveva nel riottoso Elam i suoi filosofi nichilisti e la sua
piccola Patterson.
Dunque l'anarchia non distruggerà i Governi.
=Il re in esilio:=
La piccola valigia che porto è piena di calze rattoppate; cammino come
Diogene con una lanterna in mano; però non cerco l'uomo, io cerco il
Diritto Divino.
=Entra il Dialogo fra Calunniatore e Calunniato.=
-- O Egesippo, che male ti feci mai, perchè tu vada spargendo ai quattro
venti la mia diffamazione? Tu racconti ch'io trovo da vivere vendendo
agli amici danarosi l'onestà della mia legittima consorte: questo è
sì poco vero che, se un uomo le facesse affronto, io gli sparerei nel
petto a bruciapelo!
-- Buon Demetrio, giuro sui Sette Sacramenti che questa chiacchiera
non l'ho bandita io per le strade. Apollione, truffatore impenitente,
figlio di falliti e marito d'una ragazza che gli andò al talamo come
si esce da un lupanare, Apollione il quale oggi vive coi denari che
il suocero guadagna esercitando in anonimo una bisca, Apollione tuo
concorrente in commercio è forse una delle fontane onde scorrono le tue
calamità. Fammi la grazia di non tradire questa confidenza perchè sono
padre di famiglia.
-- O Egesippo, non dirò nulla, stanne certo. Sono troppi anni che mi
dibatto contro la calunnia; citarmi un nome di più significa solo
accrescere il mio dolore. Qualsiasi cosa io faccia non uscirò dalla mia
veste di calunniato perpetuo, come tu, qualsiasi cosa tu faccia, non
potrai toglierti la fama d'essere un calunniatore. Nasce la calunnia
intorno all'uomo incolpevole come il bozzolo in torno al baco da seta;
quando il bozzolo è fatto, come si potrà mai ritrovare il bandolo del
primo filo?
-- Buon Demetrio, la calunnia, quest'arma forte e sicura che uccide gli
uomini a distanza, non fu mia ne' tuoi riguardi, e mi puoi credere per
quello che ti dirò. Me ne sono infatti armato parecchie volte, quindi
la conosco. M'hai creduto l'origine della maldicenza che ti tormenta
perchè a tutti son noto come un terribile calunniatore. Infatti lo
sono; mi piace avere in mia mano l'onestà degli altri, nella quale
non credo; ma su te, buon Demetrio, forse per avventura non apersi
bocca. Inoltre senti: non c'è mai nessuno che inventi una calunnia, le
calunnie volano in giro da sè. Guarda, io cammino per le strade con
un fiore all'occhiello, con la sigaretta in bocca, e nel camminare
ascolto. Ascolto; l'aria mi viene a dire: quella tale è l'amante del
tale; Tizio truffa Sempronio; Caio sodomizza Martino. L'aria mi viene a
dire che c'è un sotterfugio nella tal faccenda, un'ambiguità nel tale
testamento, un ricatto nella tal lettera d'amore... Non puoi credere
come l'aria conosca tutti i segreti della sua città! Mi osserverai che
i tre quarti, se vogliamo, di questi episodii non sono cose vere? E sia
pure, te lo accordo; ma corrono, volano, l'aria li sa. Puoi chiudere
tutte le finestre all'aria? Puoi soffocare la sua voce volubile, vasta,
che filtra per ogni serratura? E chi le inventa queste calunnie?
Altro mistero. Non io certo, buon Demetrio, non io che faccio il
calunniatore!
-- O Egesippo, e dunque perchè lo fai?
-- Buon Demetrio, per molte ragioni. Talora per inavvertenza. L'aria
m'ha soffiato nei timpani una favoletta graziosa, ed io senza troppo
esaminarla, così, tra il fumo d'una sigaretta, la ripeto. Altre volte
perchè non conosco la persona designata nè mi preoccupo del male che
possa venirle; oppure perchè appunto la conosco, non è di quelle che
amo, e calcolo fumando la mia piccola vendetta. Se bene osservi, o buon
Demetrio, ti accorgerai che due persone le quali parlan insieme oltre
i cinque minuti van sempre calunniando qualcosa o qualcuno, perchè
nella vita c'è un istinto di sopraffare gli altri che non dorme quasi
neanche nel sonno e, secondo le battaglie, afferra l'arma che può.
Nelle conversazioni degli uomini l'argomento è sempre uno solo: parlare
«di sè» o parlare «per sè», quindi, rovesciare gli altri. Esamina la
tua coscienza, buon Demetrio, e vedrai che forse, tu vittima, sei stato
sovente il sacrificatore.
-- O Egesippo, talvolta mi son difeso con impeto, e per difendermi
dovetti assalire.
-- Buon Demetrio, hai fatto bene; hai fatto solamente quel che faccio
anch'io.
=Lo studente mondano:=
Mi mette in un grave imbarazzo, bella signora! Trovarle un aforisma,
una sentenza, un pensiero d'uomo celebre per il suo album d'autografi?
Ne so tanti che non saprei quale scegliere... ecco, le scriverò un
motto di Niszche: -- l'imperativo categorico sono Io!
=L'erudito:=
Questo motto non è di Federico Nietzsche, ma di Federico Hebbel un
genio appena scoperto e che pare abbia creata la Germania.
Tanto per mettere le cose a posto, Nietzsche si scrive con
ti-zeta-esse-ci-acca (ovverossia: tzsch).
«Niet», in russo, vuol dire: no; «zsche», non vuol dir niente.
Sono sicuro che non vuol dir niente in nessuna lingua, (viva nè morta),
salvo forse in esquimese, idioma che mi dolgo d'ignorare.
NB. Per me l'ignoranza è un dolore, per altri una beatitudine; non
credo quindi ozioso aggiungere che Federico Hebbel (-- con due b --) è
nato a Wesselburen nell'Holstein, il giorno 11 di Febbraio dell'anno
1813; verso -- (pare) -- le nove di sera. Quel giorno -- (anzi quella
sera) -- nevicava.
=L'adulatore:=
Il signore di La Rochefoucauld ha detto: «L'amor proprio è il più
grande di tutti gli adulatori.»
Io sono dunque «l'amor proprio» degli altri. Quando mi vedete adulare
il mio prossimo, voi credete sempre che vada chiedendogli qualcosa
per me. Non sempre. L'adulazione è anche una gentilezza dell'animo,
una gentilezza servile, ma gentile. Io vedo con molta evidenza i
meriti del mio prossimo, anche i più piccoli, anche quelli che sono
solamente un desiderio, -- e li lodo. Fra il pessimista che vi critica
a tutt'oltranza e me che scopro il vostro valore più insignificante,
non son forse nella vita un compagno più benefico io? Sì credetemi, c'è
nell'adulatore uno spirito servidoresco e da ruffiano ma v'è anche un
segno impercettibile di nascosta bontà.
=L'astronomo:=
Più che una scienza, l'astronomia è un istinto della razza umana,
perchè non v'è creatura che passi nel mondo senza chiedersi cosa mai
sono le stelle.
Sono i vertici dell'infinito, lo spazio che non finisce mai. Ma v'è
qualcosa che va più lontano, che giunge anche al di là dall'essere:
il nostro pensiero; e forse le stelle brillano solamente nel nostro
pensiero.
Lo Zodiaco nell'Almagesto era un disegno semplice, ora è diventato un
labirinto come la nostra vita perchè noi complichiamo anche il cielo.
Tolomeo Copernico Keplero Newton sono le spinte per cui l'Universo da
immobile divenne roteante; può darsi che a furia di moto si stanchi e
si torni a fermare.
Bisogna che l'astronomo possieda molta rettitudine per non diventare
un astrologo; noi vediamo infatti succedere cose tanto sublimi ed
inverosimili che siamo tratti ad immaginarne di più inverosimili
ancora. L'universo è appena microscopico per l'uomo che non conosce
l'astronomia; nel cervello d'un uranologo v'è tanto infinito quanto
non ne contenne il sogno d'un popolo morto, l'anima d'una età spenta;
eppure viviamo anche noi delle vostre cotidiane miserie, vicini,
assidui, senza che questo si veda.
=Il frenologo, medicatore di nervi:=
In tutti gli uomini c'è un pazzo; badate che non si svegli. Quando
l'uomo sano fa un ragionamento il suo pazzo interiore cerca di capirlo,
poi gli dice: -- Non è vero. Quando l'uomo sano è molto triste il suo
pazzo interiore scoppia dal ridere. Il pazzo interiore ha una grande
ammirazione per l'uomo sano e cerca d'imitarlo, però se questi non
si sorveglia prende il sopravvento ed è il pazzo che crede d'essere
diventato l'uomo sano.
Vi avverto che il ragionamento è un segno di pazzia; l'uomo sano agisce
con istinti ragionativi ma riflette poco. L'amore della gloria è anche
una pazzia.
Vi avverto che la mancanza di ragionamento è anche segno di pazzia; la
donna sana agisce con istinti irragionevoli, ma riflette molto. L'amore
della donna per il sacrificio è anche una pazzia.
=Entra il Dialogo fra il Mercante d'afrodisiaci ed il Maestro di
penitenze.=
Cantaride! fosforo! zenzero!
Cilicio... preghiera... pietà...
-- Dioniso ardente, rosso celebratore della vita, ghirlanda barbara e
folle della vittoria primordiale, io Antonio re della Tebaide, re dei
taciturni, ti saluto.
-- Antonio angoscioso, nemico acerrimo della parola Voluttà, squallido
epicureo, satrapo della rinunzia, ti saluto.
-- Dioniso ardente, forse tu vieni dal Convito che uccide nutrendo, che
ubbriaca i sensi di torpore; lo spirito dell'orgia ti vive nella carne
come la fiamma nei tulipani rossi. Hai sentito gemere la nudità nelle
tue braccia con un grido che non ti parve mai forte, hai voluto che la
gioia ti desse con delirio il suo dolore più vuoto.
-- E tu, angoscioso Antonio, forse vieni dall'Astinenza che nutre
spossando, che ubbriaca i sensi di tentazione. Forse vieni da un
sacrario pieno di silenzio, dove il profumo che arde negl'incensieri
è il profumo della colpa, dove la grande ombra dei colonnati è sonora
di musica, dove la parola più casta è gonfia di voluttà. Hai messo
i tuoi nervi nudi a contatto con le frenesie della vita e mentre li
recidi quel gemito che ne sgorga è gioia. Vieni forse dal predicare
che la colpa sia nel desiderio, affinchè nella ricerca dei desiderii da
uccidere la diligenza iscopra fin quelli che non sarebbero stati mai.
Salutami, o suo profeta lontano, il Cavaliere Cristo!
-- E tu, suo pertinace coribante, salutami Pan!
-- Pan, -- forse non lo ignori, -- è morto. «Parce sepulto quibusque
cecinerunt!» Io, Voluttà dionisiaca, vivevo prima della sua nascita,
come tu. Voluttà rinunziatrice, prima di Colui che cantò nel mondo i
poemi della tentazione. Noi siamo, l'uno e l'altro, i due fondamentali
colori della vita; l'uomo non può chiamarsi che Antonio o Dioniso,
Dioniso l'inebbriato oppure Antonio il santo. Alle cose del mondo
bisogna ministrare lo zenzero o infliggere il cilicio, altrimenti
sono la morte. Chi di noi sia più voluttuoso, nessuno, mio squallido
avversario, ben sa. E nemmeno chi vi metta più cerebro e chi più
sensi. L'uomo vivendo cerca l'eccitazione, perchè nelle sue midolle
v'è qualcosa che perpetuamente si spegne. Ad alimentare la fiamma
vacillante vi son due materie che brucian come resine: lo zenzero e
quella che tu inghiottivi nel deserto polvere di locuste.
-- L'una e l'altra, o Dioniso ardente, le son droghe terribili che
affrettano la morte.
-- Ma regalano agli uomini, o Santo, la delizia del piacere artificiale.
I nostri sensi, ahimè, come natura li fece sono povera cosa, quando
il cerebro in essi non scenda e con divini malefizî non li esalti. O
Santo, e la gioia dell'uomo è una finestra pallida che s'apre davanti
all'incendio... l'anima è l'ala dei sensi, il volo di tutto l'essere
verso un impossibile godimento. Noi siamo appunto i Maestri che al
bivio insegnano le Due Strade. Il parossismo è ciò che seduce gli
uomini; ma siccome la natura foggia esseri calmi, per giungere al
parossismo è necessaria, come ti dissi, la droga; i folli son coloro
che in addietro, dal sangue atavico, ricevettero troppa droga. Epoche
intere vanno per la tua sparsa di rovi, o per la mia ricca di pampini
e vendemmiata strada; ma la meta che invano si cerca è sempre una,
chiamala se vuoi salvazione, se vuoi felicità.
-- Ben dici, o Dioniso ardente; ambedue traversiamo la Fiera umana,
la rumorosa ondeggiante Fiera ove s'ergono di contro la Basilica ed
il Teatro, dicendo agli uomini dubitosi: «Volete voi vivere con più
respiro e con più sete?» Noi diciamo: «Ecco la droga!» Tu vendi,
o Dioniso, il tuo zenzero caldo, muscoso, profumato, che provoca
delirii fosforici e spossa come l'uccisione; io vendo i miei cilici
freddi aridi aspri, che ognuno da prima respinge finchè l'abuso del
tuo zenzero non gli scopra come il dolore possa divenir gioia. Noi
siamo, hai detto con evidenza, i due colori della vita: perchè una
bellezza sia bellezza, una passione passione, un vizio vizio, bisogna,
o Dioniso ardente, che s'accenda nel colore d'uno di noi. Se l'Umanità
ci mettesse a morte, avrebbe rinunziato a vivere o scoperto Dio.
Cantaride! fosforo! zenzero!
Cilicio... preghiera... pietà.
*
* *
(Ma d'improvviso, mentre nel giardino delle ortensie, di così
variate amenità si conversa, un leggero velario di nuvole scende su
la bocca d'opera ed al proscenio rimangono soli presso la nicchia
del Suggeritore il Compar Damo, Cavaliere della Films, e la Comare,
bellissima etèra Meridiana. Costei dice:
«Fra un attimo il giardino sarà distrutto e su gli sterri delle vaghe
ortensie vedrete correre il marciapiede, il marciapiede formicolante
frettoloso e tardo, pieno di forza e d'indecisione, che serpeggia come
un cavo d'acciaio nel cuore delle capitali camminanti. Sarà verso
quell'ora della sera, quando le vetrine lanciano a gara su l'ombra
della folla su gli asfalti neri la loro luce violenta e livida, mentre
infuria sotto il telaio dei fili elettrici l'ira dei campanelli fra
lo stridore delle cigolanti rotaie, l'ansia delle cornette rauche, lo
schiocco e il sibilo delle fruste, il rumore ondoso delle moltitudini,
lo strillo monotono de' giornalai. E vedrete passare in questa
fantasmagoria di vita crepuscolare, le povere mercantesse di voluttà
che per la strada vendono l'amore. Il marciapiede formidabile come un
torrente in piena le ha prese nella sua corsa torbida, e finchè non
vacillino tramortite, finchè non cadano morte, il marciapiede non le
lascerà.
Dietro queste donne imbellettate, o troppo giovini o troppo vecchie,
derise ma forti, percosse ma brutali, che al volgere di quest'ora fosca
intraprendono la giornata, vedrete alcune maschere del marciapiede
camminar d'un passo frettoloso per inseguirle, o timidamente rispondere
alle lor occhiate procaci.
Ecco, e la Nuvola s'alza.»)
=Entra il Coro delle Belle Ragazze Notturne:=
(-Nell'Orchestra in sordina il rumore della strada, cupo e forte.-)
Fernanda Smeralda e Mimì
sono fioraie della via,
vendon ad ogni manigoldo
il fior d'amore per un soldo.
Sciaman fuori all'Avemmaria,
rincasan ch'è già chiaro il dì,
e dicono: -- «Bravo signore,
comprate il mio piccolo fiore
che sa odore di pacciulì!»
Un crespo di capelli finti,
un'occhiataccia d'occhi tinti,
fan: psst! al cagnetto Buby...
e son fioraie della via
Fernanda Smeralda Mimì.
Avevamo un protettore: Francesco Crispi. Per sciagura dell'Italia
Francesco Crispi è morto.
Adesso i nostri protettori ci prendono a legnate, vogliono vestirsi
come il Principe di Galles, fumare come il Gran Turco. La squadra
del buon costume ogni tanto ci sfratta in branco ed in malo modo come
bestie contagiose, ma siamo farfalle notturne avvezze a quei trenta
lampioni e torniamo ad una ad una sul nostro marciapiede perchè ci
soffoca tetramente la nostalgia della città.
Abitiamo, ai quarti piani delle case ambigue, certe camerette sinistre
dove c'è una catinella che dondola nel suo cerchio di ferro, un
asciugamano giallo, un canterano mezzo vuoto che scricchiola, con
sopra una boccia di cristallo appannato, un ferro per farsi i ricci,
qualche spillone rotto, una fotografia. Si sente l'odore della
povertà e l'odore tenace dei visitatori che vi rimangono venti minuti.
Qualchevolta sul davanzale della finestra nasce un geranio tisico,
spuntano da un piccolo vaso le foglioline dell'erba ruta. Il nostro
scendiletto, su l'ammattonato ruvido, rappresenta quasi sempre un
geroglifico di pomi od un intreccio di grappoli d'uva.
Quando si muore, i preti hanno schifo di toccare il nostro letto, i
medici guardano attenti se qualche moneta ultima luccichi sul tavolino,
tintinni ancora nelle tasche della borsetta vuota. Così è.
Nei sifilicomî si vede la miseria del mondo, la disperazione del mondo,
assai più che in galera. Così è.
E lo scopo della nostra vita è di salire quante più volte si possa in
una notte quelle nostre scale buie fredde anguste, con un cerino fra
le dita, mentre un uomo silenzioso vien dietro e nel salire ci tasta i
polpacci.
E il difficile della nostra vita è quello di soffermare sul
marciapiede, all'angolo d'un vico deserto, il nottambulo di buona
volontà. Fin che abbiamo venticinque anni ci lasciamo vedere di faccia,
sotto un lampione; poi di profilo, a testa bassa, dove la strada è
buia.
E la bellezza della nostra vita è d'avere un amante anche noi, che ci
faccia male ma che ci faccia piangere, che muova nelle nostre amiche
più giovini qualche gelosia, che abiti per più di venti minuti la
nostra vita deserta.
Bere con lui verso il mattino, dietro l'invetriata fumosa d'una
bottiglieria notturna, -- quando già le strade cominciano a popolarsi
d'ombre veloci, e quando fra poco avremo sonno, -- bere con lui che
bestemmia una tazza di caffè bruciante, un bicchierino di mistrà forte,
questa è la gioia che possediamo noi, malvagie creature senz'amici nel
mondo.
Portiamo, quando son arrivate fino alle nostre piccole sarte, le mode
faticose delle signore parigine, che non lasciano camminare come Dio
volle o che nelle notti d'inverno ci fanno rabbrividire dal freddo.
Se un piccolissimo cane bizzarro diventi nostro e qualcuno gli faccia
male, siamo pronte a batterci ferocemente per lui. Dove c'è da rubare
si ruba, o talvolta, se un uomo vuole, si ammazza. Siamo già così piene
d'infamia nella stima degli altri, che fra il delitto e noi c'è ben
poca distanza.
Il giorno più triste dell'anno è la sera di Natale; a messa, quando
l'organo canta, si piange di malinconia.
Noi siamo fuori dalla legge, il nostro diritto non esiste: mentre
di tutte le colpe la società studia un perdono, a noi, se anche siam
timide, nessuno parla mai di perdono.
Del resto non lo vogliamo! è un torto credere che si diventi a poco a
poco la Bella Ragazza Notturna, è un torto pensare che siamo colpevoli:
si nasce così...
E son fioraie della via
Fernanda Smeralda e Mimì.
=Il Negro che ha il diavolo nei piedi:=
I poveri negri sono la gente migliore del mondo: sanno fare tutte le
musiche più difficili con la suola delle scarpe, sanno dare coi pugni
certi «swings» così terribili che nessun bianco può sopportare; ma i
negri sono buoni e picchiano soltanto quando son ubbriachi.
Noi vogliamo bene ai bianchi, non troppo in verità, ma quel tanto che
possiamo, perchè hanno molti buoni dollari e molte belle donne tutte
bianche; loro invece vogliono farci andar via dalla terra dicendo che
beviamo troppo gin.
All right! Bisognerebbe dunque picchiarli di santa ragione anche prima
d'aver bevuto il buonissimo gin!
Oh, guarda che bella ragazza! e mi chiama biondo!?... Biondo io?...
veh! non me n'ero mai accorto!
=Il vegetariano:=
Come avrei potuto far parlare di me le mie conoscenze qualora non
avessi fatto il vegetariano? Si dice d'un uomo che vegeti quando mangia
ogni sera la sua fetta di manzo e vi tracanna sopra un quartuccio di
vino. È un controsenso: quel mangiatore di cadaveri fa la iena, mentre
chi vegeta sono io.
La carne offre già bastevoli tentazioni senza che la si mangi, e co'
prezzi attuali di questa merce sanguinolenta l'idea vegetariana farà
passare qualche brutto quarto d'ora a quegli scannatori cotidiani che
si chiamano macellai.
Nel regno vegetale sta l'avvenire dell'uomo; il Codice Napoleonico
potrà essere venduto all'asta quando tutti si nutriranno di bietole
o di spinaci; vivremo certo meglio, forse più a lungo, e faranno
fallimento i dentisti.
Per capire la civiltà bisogna crearsi una pancia moderna.
Oh, guarda che bella ragazza! E mi chiama: giovinotto! Vado per i
quarantasette... ma ecco i vantaggi della mia dieta! Vegetariano sì,
tuttavia la carne in letto mi piace, anzi me ne piace molta.
=Il bibliotecario:=
Il libro è ciò che rende vere per sempre le cose non vere del mondo.
Oh, guarda la bella edizione! rilegatura di lusso! Olà! se non costasse
troppo caro per la mia borsa... E mi dice: moretto!... Moretto io? se
non ho un pelo?...
=L'uomo che ha «la sua» concezione del mondo:=
In principio v'era un circolo di fuoco.
In questo circolo cadde un granello di materia ch'era il Nulla e parve
Materia perchè il fuoco non aveva mai conosciuto in sè nè all'infuori
di sè, altro che fuoco.
Ma il granello era incombustibile e in dodici milioni di quadrisecoli,
col vento che faceva roteando, spense una gran parte del fuoco.
Il granello era il Centro; nel Centro v'era l'Immobilità; l'Immobilità
roteava; il movimento fu Dio.
Allora il granello divenne un pugno di materia, il pugno divenne la
montagna, la montagna divenne l'astro, l'astro divenne l'Infinito.
Dopo settecentotredici bilioni di quadrimillennii, uscendo l'elissi
mondiale dalla sua decima fase risolutiva, nella materia entrò il
Soffio, cioè il movimento non più roteante bensì verticale, e quindi
capace di generare la Vita.
Fu allora che apparve su la Terra già decrepita, l'animale Anteuomo,
grande come una sovrapposizione di almeno quattro mammuts, con
un occhio solo su la sommità del cranio ed una barba tale che,
incendiandosi, bruciava per oltre ventiquattr'ore.
Il resto ve lo spiega Darwin.
Oh, guarda che bel fossile! Cosa dice? se vogliamo andare a
divertirci?... peuh... peuh... e perchè no?!
=Il domestico del signor Principe:=
Voglio permettermi di dire una sentenza del tutto nuova, ed in
francese, lingua che pronunzio molto bene:
«Il n'y a pas de grand homme pour son valet de chambre.»
Oh, guarda che tipetto chic! Per stasera che son libero non mi andrebbe
neanche male... Come dice?... comment, comment? vous êtes Française?...
oh, mademoiselle!...
*
* *
(Quivi s'avanza verso la ribalta il Compare, Cavaliere della Films, che
volge all'uditorio queste affabili parole:
«La cura somma che ho di non offendere con equivoche argomentazioni o
con evidenza di cose non timorate i fini timpani e i verecondi occhi
delle Nobili quivi convenute Patronesse nostre, mi vieta che la Nuvola
tardi oltre nello scendere su queste ambiguità stradaiuole. E scenda la
Nuvola con ispessore, più rapida che non salì!
Volge nonpertanto la decima ora della Commedia, nè potrebbe la
Dama ch'io servo rimanere oltre senza mutarsi d'abiti. Le strade a
quest'ora, Messeri e Nobildonne, sono pressochè deserte in vicinanza
del teatro; a vero dire non saprei qual personaggio mandarvi alla
ribalta, che non vi sia causa di sbadigli, bensì vi disannoi nel tempo
come sapete non fulmineo che la bellissima etèra Meridiana disporrà per
il suo decimo vestimento.
Noi sappiamo che il Cavaliere dello Spirito Santo, nella prima parlata
che fece, non riuscì molto gradito al pubblico, il quale assai più
cose voleva da un tale fattosi annunziare con tanto buio. Lo s'incolpa
d'aver dette improvvisazioni alquanto saltuarie, poi con una forma
or di parabola or di satira che non parve nè limpida nè gustosa.
D'acritudine sopratutto e d'orgoglio lo si accusa per il suo motto:
«Vale nec parce», che modesto infatti non è.
Ma se troppo tedio non vi lasciò negli spiriti questo nomade Cavaliere
dell'Oscurità, ecco Egli mi prega d'annunziare che fra poco tornerà
su la scena, per parlarvi di cose che non saranno l'amore bensì molto
vicine all'amore, e parlarvene chiaramente, sì che alfine possiate
comprendere questo Cavaliere chi sia.
Poichè aveste la buona grazia di ridere a la celia del negro che
s'intese chiamar biondo, vogliate, amabili Patroni e Patronesse, ridere
con altrettanta schiettezza delle cose ch'Egli vi dirà dall'ombra, con
l'intendimento particolare che la seconda sua parlata sia triste.
Ecco, Egli viene.»)
Pausa.
Gli Archi elettrici di colpo
sono spenti.
Un Violino canta solitario
lontano.
Buoni e piccoli amici miei, sparsi per la terra grande che ho
traversata sognando, immaginate ancora una volta la malinconia del mio
cuore nomade, che viaggia dentro di me senza morire nè vivere, cullando
una profumata morta nel suo letto più voluttuoso, nella coltre fatta
con il mio spirito per lasciarla dormire, nel vuoto sacrario d'una
tomba che soltanto è rovina, ma che a volte per lei s'inazzurra come un
bel cerchio di paradiso!
Talvolta per divertire costei che dorme, bella tra le sue fasce morbide
com'era bella in vita, io l'adagio in una stellata vetrina di limpidi
cristalli, pieni di rogo e di sole come se ancora chiudessero in sè
l'anima della fiamma che li produsse; con paura l'adagio in questa
vetrina stellata al pari d'una bella morta nella sua veste nuziale,
con il capo alto su tre guancialetti morbidi così che senza fatica
possa chiaramente guardare nel mondo. E vado in giro di lei scotendo
incensieri di profumo, adunando a' suoi piccoli piedi le ghirlande più
voluttuose che manda la primavera.
Io l'amo, questa piccola morta; è il mio cimitero nascosto; è la donna
che amai.
Talvolta nei giorni d'estate, quando l'ora scende tra una fiamma
di nuvole dagli orli di fuoco ed il colore dell'ombra pénetra per
l'emisfero dondolante come le ventate immense di profumi che dalle
praterie di montagna salgono per invadere l'azzurrità, quando
l'ebbrezza del polline ubbriaca i giardini e dalle case degli uomini
cominciano i frastuoni a volar via, quando la sera come una voce senza
limiti porta verso le vertigini del sentimento i sogni che non possono
dormire... talvolta io siedo presso il capezzale della mia piccola
morta, e guardandola nel suo profilo perfetto incomincio a parlare con
lei.
Non le parlo con parole definite, poichè, sia pure nel lirismo, la
parola è troppo rozza per esprimere alcune malinconie; ma come da un
violino invisibile, di cui le corde fossero i miei sogni ed archetto
l'amore, a questa morta lontana e prossima suono le canzoni più
inverosimili che musicista compose mai.
La morta che dorme nel mio cuore come la bella nel bosco addormentata,
per un prodigio di musica e d'evocazione lentamente rinasce dalla
morte, muove come da un letargo vinto il collo soavissimo, dischiude
le labbra respiranti, apre gli occhi d'una volta, i calmi occhi d'una
volta, e nel suo miracolo mi guarda.
Sapete voi chi sia questa bella nel mio cuore addormentata? Volete voi
conoscere la sua storia, o nomadi amici dispersi per la terra distante?
Camminava. Era una Bellezza venuta per traversare il mondo, per dare
a qualche anima tetra la pace ch'ella portava con sè. Camminava con
una forza disperata, con un viso di sfinge, mascherata e limpida,
senza peccato ma forse crudele; camminava con voluttà e con sperpero,
incomprensibile, accanita, come portasse nel cuore la tempesta ma nel
colore degli occhi una infinita serenità...
Un giorno di sua mano si spense.
Morì nella primavera della città più grande, morì sola, senza gettare
un grido, come si esce da un giardino.
Aveva buttato in faccia alla vita la sua bellezza terribile, come
una donna irata lancia un mazzo di violette fragranti su la bocca
abominevole dell'offensore. Aveva detto di no al destino che la voleva
sottomettere, s'era uccisa con enigma e con splendore, come da sè,
prima di lasciarsi vincere, s'uccidono i veri Ideali.
Ecco perchè le canto canzoni tra un profumo d'incensieri e di
ghirlande, nei crepuscoli dei giorni d'estate.
Personaggi della Commedia, Maschere in cerca del carnovale per la terra
distante, non avete forse ancor voi «una morta che vi dorme nel cuore
come la bella nel bosco addormentata?»
Cercatela e datele fiori, ch'ella dev'essere in voi, perchè nessuno può
viverne senza, come senza di lei non vive
il Cavaliere dello Spirito Santo.
=Vale nec parce, spectator!=
Pausa.
Tra la fiamma degli Archi
nereggia sparendo il suo mantello
buio.
*
* *
(Quivi, riaccesi gli archi elettrici, vedesi che la scena rappresenta
un serraglio di bestie feroci durante la rappresentazione di gala,
in una di quelle fiere suburbane che il nobil fiore della città per
tradizione ama di visitare. Così, rimpetto al gabbione centrale tutto
inghirlandato di lampadine elettriche, sta raccolto un pubblico assai
raffinato e ciarliero: giovini ufficiali e giovini di mondo con le
loro amanti, signorine con istitutrici, dame in crocchio ed operosi
cavalieri che le salvaguardano in quei paraggi fuor di mano dalle
insidie molteplici dei contatti plebei. Su l'impalcature a tribuna dei
secondi e terzi posti fa ressa un gran popolo che svillaneggia le dolci
fiere sbadiglianti nelle lor gabbie anguste. Una maledetta orchestra
di flauti e tromboni fa più male ai timpani che la risata malvagia del
giaguaro, il pianto canino dello sciacallo ed il singhiozzo famelico
della iena, mentre il banditore che su l'ingresso fa sbertucciare una
scimmia, grida con iraconda raucedine che lo spettacolo incomincia! Un
bambino, che ha l'imprudenza d'allungare la mano verso le barre contro
le quali sonnecchia un leone accidentato e polveroso, vien redarguito
con una burrasca di «teufel! teufel!» da una specie di bestiario
alemanno che porta un mezzo camicione blu e va rovistando le gabbie con
un lungo arnese di ferro terminato a bidente; tutta la scala cromatica
delle bestemmie ferine lo accompagna man mano ch'egli s'avanza di tana
in tana. L'orso passeggia nel corridoio a braccetto del suo custode,
si dondola e guarda le belle donne; la zebra mangia nel palmo d'un
sergente di cavalleria; il canguro batte le sue manine facendo un salto
avanti un altro indietro, per la tirannia dello spazio; l'elefante ha
un grande successo personale con la furberia della sua proboscide; il
gabbione delle scimmie attira il maggior numero di curiosi, forse per
la speranza inconfessabile di vederle abbandonarsi ad alcuna delle loro
preferite oscenità.
Ma quasi più che le prodezze o gli stiracchiamenti dei feroci animali,
occupa di curiosità il pubblico la straordinaria eleganza della Comare,
bellissima etèra Meridiana, che pare a bella posta essersi adornata
di tutto quanto il regno animale fornisce con rassegnazione alla
civetteria della donna. Piume d'uccellini microscopici che in duecento
non fanno un pennacchio, pelurie di sott'ala strappate vive ai marabù
perchè sien più soffici, oppure quella pelliccia della doppia morte che
fa uccidere la madre onusta con il suo pargolo non nato, affinchè la
pelle che non vide il sole possieda la tenuità d'una carta velina e di
pelo sia così docile che sembri temere un soffio.
Questo costoso e molle «breitschwanz», pelliccia della doppia morte,
raso dell'agnelletto di Siberia, che traluce e svaria da sè, pieno
d'iridi e pieno di fiori simili nel disegno a quelli che fa il gelo su
le vetrate, questo è il mantello che trascina sopra una rude scranna da
serraglio la bellissima etèra Meridiana, lasciando che ne piova sino a
mezzo il dorso un collo d'ermellino così dovizioso e nitido che sarebbe
impossibile non guardare a lei, per quanto spalanchino fauci sanguigne
le splenetiche pantere.
Una pioggia di paradisi le rabbuia la nuca, tenuti fermi nel feltro
del cappello da fibbie in filigrana di diamanti; i suoi stivaletti
a bottoniera han l'asole cucite con filo d'argento e i bottoni
son diaspri o topazî varianti che accompagnano il colore pressochè
indicibile del cuoio, del cuoio ch'è fatto come d'una composizione di
materie soavi, nelle quali entrino a far parte viole di Parma e rose
tea, quel viola e quel giallo dell'indaco sciupato e dell'oro spento.
Ciò che della sua veste apparisce è una specie di damasco arricciato
e mutevole, con trame di fiori che paiono abbracciarle il busto. La
borsetta a maglia d'oro che regge al polso è un lavoro d'oreficeria
fino come un pizzo, e la mano sua non inguantata risfavilla di tanta
luce che forse il pitone se ne incanta.
Il Cavalier Damo è severamente abbottonato in un soprabito scuro, dal
quale il sarto del re d'Inghilterra volentieri prenderebbe ispirazione;
la sua cravatta è di quelle che si fanno a gala, punteggiata ma
pressochè invisibilmente; il cappello tondo ha quella giusta piegatura
d'ala che conviene all'anno in cui viviamo, e la tondezza precisa che
dettò l'arbitro cappellaio londinese. Portar fiori dinanzi alle fiere
non sarebbe cosa gran che designata, e vedremo che all'occhiello il
Cavaliere della Films ha messo il piccolo nastrino rosso della sua
decorazione, come si usa in Francia.
La scena è collocata in modo ch'egli si trovi presso all'etèra
bellissima, Dama della Doppia Morte, ma poco lontano altresì dal
proscenio, e trascorso appena il tempo sufficiente perchè il pubblico
del teatro si diletti con il piacere degli occhi, egli s'avanza e dice:
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