-- Cosa ti potrei dire? -- Buona notte, allora. -- Buona notte. Me ne andai nella mia camera, indispettito per quelle sue risposte brevi, per l’impassibilità del suo viso. Mi gettai sul letto vestito e mi posi a meditare. La mia vita non era gaia. La donna che amavo, e nella quale avevo riposta una fiducia così grande, si allontanava da me irrimediabilmente; gli amici, la tranquillità, la ricchezza, tutto era perduto. Il pensiero corse, corse via sbrigliatamente, e fece un epilogo sommario di tutto quanto il passato. Pensando, il sonno mi gravò su le palpebre e nel dormiveglia ebbi una visione confusa. Mi vidi in Roma, nel mio palazzo ripristinato con il denaro dei Laurenzano, ancor padrone di cocchi stemmati, e, fra le belle adunanze dei principi romani, un’altra volta re dei conviti, signore delle alcove, maestro di tutte le eleganze... Fu, nel dormiveglia, un sogno; null’altro che un sogno. Sparve; mi destai con la testa greve, le membra indolenzite. Scesi dal letto, e sospingendo l’uscio vidi Elena che stava sempre nella medesima positura, con gli occhi fissi all’alto, fumando. -- Che fai? -- le dissi. Elena si turbò ed ebbe un tremito per tutta la persona, come se avesse anch’ella sognato. -- Hai dunque deciso di non dormire questa notte? Non mi rispose, ma vidi che gli occhi le si empivano di lacrime. Le andai vicino e mi sedetti. -- Che hai? -- le dissi ancora, con un accento più amorevole. Ella mi tese una mano, piegando la faccia sul petto. -- Perdonami... -- bisbigliò. -- Nulla devo perdonarti, Elena. Mi hai fatto male; ma non importa; passerà. -- Non fu per ingannarti, non fu nemmeno per vergogna... -- E perchè allora? -- Due lunghe lacrime le rigarono la faccia. -- La mia natura è così, -- disse. -- Non sono mai stata sincera, con nessuno. Vi sono certe anime che provano una riluttanza invincibile a farsi conoscere, come altre ne sentono invece il bisogno. -- Sì, va bene... tu mi hai già ripetute molte volte queste bellissime cose!... Ma un uomo che ama davvero non può ragionare a questo modo. -- Mi vuoi bene ancora? -- ella fece, afferrandomi le due mani, un po’ ansante. -- Non so. -- Rispondimi! -- Vorrei non volertene più. Tu non comprendi nemmeno la dolcezza della confidenza, il più soave abbandono che vi sia nell’amore. Quale fiducia posso avere in te? -- Senti, Germano; quando io t’ho conosciuto, c’era nella mia vita ormai tutto un passato di avvenimenti, che ad ogni modo non si possono mutare. Ma tu per il primo e per il solo mi hai avuta come un’amante vera... Cosa t’importa il resto? Poi, credi forse che io stessa, per un solo momento, abbia riposto qualche fiducia in te? -- Che vuoi dire con questo, Elena? -- La stessa domanda che tu mi fai, la stessa ti faccio. Non sono che la tua amante, e come tale, cosa puoi rimproverarmi? Forse mi hai voluto anche bene, ma come puoi amarmi tu, che sei stato sempre un uomo felice. Io ti conosco troppo, Germano; il tuo non è che l’amore degli uomini avventurosi ed eleganti, l’amore che consiste nel veder piangere. Tu non hai desiderato altro che di vedere me innamorata... Ed è vero, lo fui, lo sono ancora lo sarò sempre. Ora dimmi: ti ho mai domandato qualcosa io? Ti ho mai domandato, per esempio, cosa farai del nostro amore quando non avrai più denaro, nè alcun mezzo per trovarne? Io sono preparata a tutto, appunto perchè non ho fiducia nel tuo amore, e perchè mi piaci così come sei. Ed ecco, ella tornava ad essere la donna perpetuamente oscura, non afferrabile da nessun potere, in continua discordia con sè stessa, o forse padrona della sua volontà in un modo stupefacente. -- Elena, -- le dissi, -- tu trovi un modo molto abile per ritorcere contro di me le mie stesse parole, ma il rimedio pur troppo non serve. Mi chiudi in faccia la porta del tuo passato con una ostinatezza irritante e non comprendi come la gelosia del passato sia quella che un amante non perdona mai. -- Ebbene, senti: se fino dal primo giorno tu non mi avessi tanto affaticata con questa indagine qualche volta umiliante per me, forse t’avrei raccontato spontaneamente ogni cosa, perchè nessuna ragione in fondo -- e lo sai bene! -- m’induce a fartene un mistero. Ma ti ho nascosta una parte della verità quasi per vendicarmi della tua crudele insistenza, ed anche perchè il mio passato era la sola cosa che potessi non abbandonarti. -- E come non hai pensato che un giorno l’avrei potuto scoprire? -- Sì, forse l’ho pensato; ma questo mi era indifferente. Nè ora mi conoscerai meglio. Potrai forse immaginare che t’abbia mentito in ogni cosa e che mi proponga di mentirti ancora, quindi non val la pena di parlarne: dimentica e perdonami, se puoi. -- Perdonare è facile, dimenticare lo è meno. Vi sono troppe figure che mi si affollano alla mente quando penso a te: la tua bocca, ora, sa di troppi baci. -- Questo, Germano, è ingiusto! Devi per lo meno aver compreso che i primi baci veri li ho dati a te. Si alzò, mi venne a sedere su le ginocchia, mi nascose la faccia contro una spalla, si mise a piangere. Le sue lacrime erano la sola cosa al mondo che non potessi vedere senza commuovermi. -- Ora non mi vuoi più bene... -- mormorava pianamente, sorridendo fra i singhiozzi. -- Taci, taci.... Almeno fosse così! -- Lo desideri proprio? -- mi domandò, stringendomi le tempie fra le sue mani calde, mentre le nostre bocche si congiunsero. -- No, -- risposi -- questo no! Ella sorrise fra le lacrime, in una pausa di silenzio. -- Dove sei stato questa sera? -- Te l’ho detto. -- È vero? -- Sì. -- Hai voluto essere veramente un uomo senza cuore. Mi hai lasciata sola. Ho tanto sofferto io, tu nulla. E t’aspettavo, e non giungevi mai! -- Dimmi, -- la interruppi subitamente: -- perchè sei stata l’amante di quell’uomo? Ti piaceva? -- Non parliamone più, sii buono... -- Ti piaceva? Rispondimi! -- feci, un po’ ruvidamente. -- M’era indifferentissimo. Lui, come un altro qualsiasi... -- E allora? -- Allora, lo sai, volevo essere attrice, cominciare una vita libera, pensavo che un giorno o l’altro sarebbe accaduto lo stesso... Quindi, poco m’importava. Ma chi te lo ha detto? Lui stesso? Certo, certo, non può essere stato che lui. -- No. -- Guardami in faccia! -- Ebbene, sì, è stato lui. Lo sono andato a cercare apposta per sapere la verità. Sai come ho fatto?... E presi a raccontar l’accaduto. Ella con i denti si prese il labbro inferiore e rimase ad ascoltarmi, tenendo gli occhi fissi ne’ miei, tranquilla, immobile. Dopo averle tutto narrato, soggiunsi: -- Una sola frase mi ha fatto veramente male. Quando gli domandai, quasi per ischerzo: «Ebbene ditemi, che donna è come amante?» egli davvero ti ha dipinta con una frase incisiva. -- Ah? -- Sì, mi ha detto: «Una ungherese, caro conte; crudele e triste, lasciva ed ingenua... Quel sangue magiaro insomma, pieno di contraddizioni e d’ardori!» Ella si mise a ridere, d’un riso nervoso, alzando le spalle. -- Oh, questo poi!... -- esclamò con disprezzo; -- è una vigliaccheria maggiore delle altre. No, ti giuro, quel tuo amico ha una grande fantasia!... oppure una grande presunzione!... Io l’ho semplicemente subìto, credendo fosse necessario, e nulla più. Ma gli uomini, questo, non lo confessano mai. -- Come posso crederti, Elena? Tanto più che la sua definizione... è così vera! -- Sì, è proprio vera?... Ebbene, ti ripeto, avrà forse una grande fantasia! E ridendo mi dette un lungo bacio. -- Poi, senti, -- prosegui; -- ho ancora, se non isbaglio, alcune lettere sue, nelle quali appunto mi rimprovera la mia grande insensibilità. -- Non le hai bruciate quelle? -- chiesi con ironia. -- Perchè me lo domandi? -- So che ne hai bruciate molte altre... -- Forse; ma non tutte. Ho ancora quelle di Mathias, alcune di mio marito, e ce ne devono essere anche altre. -- Vuoi che andiamo a vedere? -- Sì, -- ella fece con un poco d’esitazione. Andammo nella sua camera; da un baule chiuso ella trasse una scatola di pelle a rilievi, ch’era piena di lettere e di fotografie. -- Non toccare tu... non voglio! mi disse. Cercò fra le lettere, ne scorse alcune rapidamente. Ve n’era un pacchetto ingiallito, stretto da una cordicella sfilacciata. -- Di chi sono queste? -- Di Miller, -- rispose, corrugando la fronte. Lasciale stare. -- E queste? -- Di Mathias; ma non leggere, ti prego. Ecco leggi questa; l’ho trovata! Era straordinariamente pallida, tremava un poco. Rinchiuse in fretta la scatola e mi trasse per un braccio. -- Perchè sei così agitata? -- Vieni via, vieni via. Mi fa sempre male ripensare a quei due morti. -- E si strinse al mio braccio quasi con paura. -- Torniamo di là, -- disse. La lettera infatti confermava le sue parole. -- Mi credi ora, Germano? -- ella chiese, offrendomi la bocca. Io mi strinsi nelle spalle irresoluto e non volli rispondere; ma sentivo come per incanto la gelosia placarsi, finire. Dietro le imposte chiuse nasceva l’alba, il fumo azzurro di una bella giornata; i carri degli erbivendoli, passando, empivano di strepito la contrada. Impallidita per la veglia, con gli occhi cerchiati di nero, i capelli un po’ disfatti, ella mi stava presso, innamorata e bella, portando su le labbra umide la promessa di un torbido amore. Sentii che nonostante ogni tortura il mio mondo incominciava e finiva con lei. -- Mi credi ora? -- domandò un’altra volta, quando già le mie braccia la serravano. -- Ti amo! ti amo!... non domandare altro... La sua gola riversa palpitava come un seno gonfio di piacere; tutte le tentazioni più ardenti traboccavano dalla sua calda persona. -- Voglio che tu mi creda! -- esclamò imperiosamente con ira. -- Ebbene sì! Dopo tutto non puoi, non devi, essere stata d’altri che mia! -- Lo senti, lo senti ora? Come un soffio, su la bocca, le risposi di sì. -- Mi perdoni dunque? -- Sì, ti perdono; ma dovrai, dopo, raccontarmi ogni cosa. -- Non c’è più nulla che tu non sappia. Il resto è vero è tutto vero, fuorchè una sola bugia... -- Quale? -- Sì: quel certo Schillenheim, quell’ufficiale austriaco... ti ricordi? -- Sì. -- Bene: quello non è stato mio amante... -- Ah? E perchè me lo hai detto allora? -- Chissà? Forse perchè c’è andato vicino... E siccome uno ci voleva, ho preferito questo a quello. Per te in fondo era lo stesso, e per me... anche! La fissai negli occhi attentamente, come per scrutarla fin nell’anima oscura; ma quegli occhi erano troppo splendenti perchè si potesse guardarvi nel fondo. Poi, che importava? Era così dolce il crederle, così angoscioso il dubitare... -- Vieni... -- le dissi traendola. -- No, aspetta. -- Che fai? -- Apriamo la finestra: è l’aurora! Nell’aria fresca del mattino un raggio di pallido sole dorava i suoi capelli disciolti. V Come sdebitarmi ora con Yvonne Tellier? Il denaro vinto a quel modo mi dava una specie di molestia, e, nonostante il suo divieto, provavo da un lato il bisogno di renderlo sotto una forma qualsiasi, dall’altro il rincrescimento di privarmene in quell’ora di penosissima carestia. Pensai ad un ripiego elegante: un gran cesto d’orchidee, che potesse costare mille lire almeno... Le orchidee, per fortuna, costano quanto si vuole. Uscii prima del mezzogiorno per andare dal fioraio. Ma, strada facendo, nel meditare tristemente ai casi miei, venni a concludere che mille lire d’orchidee per una Yvonne qualsiasi erano forse troppe... In questo pensiero la mia decadenza era palese. -- In fondo, -- ragionai per consolarmi, -- questa liberalità potrebbe anche parere una ostentazione di pessimo gusto. Così, vestendo l’idea del risparmio con pretesti eleganti, allorchè giunsi al negozio, invece di mille lire ne spesi quattrocento, e mi parve che a Parigi le orchidee si pagassero care assai. Pur troppo mi sentivo già orrendamente borghese: avevo sempre la mente piena di cifre, ed il lusso che vedevo intorno mi dava una stretta al cuore. Nonostante la nostra vita di parsimonie, molte spese andavano accumulandosi, facilitate assai dal credito dei negozianti, che memori del mio tempo migliore non dubitavano affatto della mia solvibilità. In fondo non ne dubitavo io stesso, parendomi oltremodo impossibile che la buona stella non volesse un’altra volta splendere tra le confuse ombre del mio cammino. Per tutto il pomeriggio restai nel dubbio se andare o non andare da Yvonne; poi mi parve scortesia mancare la visita promessa, e vinto insieme dalla curiosità risolsi di andarvi. M’accolse in una stanza ingombra di molti oggetti femminili, libri e ninnoli, ritratti e cesti da lavoro, una stanza che pur essendo arredata con i mobili di uno studiolo aveva in sè qualcosa di più intimo, poichè filtrava in essa il profumo dello spogliatoio vicino. Le mie grandi orchidee, poste in un angolo, trascoloravano in mille tinte irreali, variando nella luce tenue. Yvonne portava una vestaglia scollata, quasi fluida per la delicatezza del colore. -- Siete sola? -- domandai, entrando. -- Sola e vi aspettavo. Vi aspettavo guardando i vostri bellissimi fiori. Amo le orchidee perchè sembrano il fiore del tormento, il fiore dell’impossibilità. Vi ringrazio. E senza levarsi dalla poltrona mi tese una mano bianchissima, che si era come liberata dal suo carico d’anelli e portava solo, nell’anulare, un rubino di straordinaria bellezza. -- Credevo, -- mi disse con una indolenza studiata, -- credevo che non sareste venuto. -- Oh, perchè? -- So che non siete libero... -- Ma questo non importa! Non sono libero per tutte le altre; per voi sì. -- Ditemi una cosa, -- ella domandò improvvisamente. -- Come avete conosciuto Elia d’Hermòs? Certo la sua domanda non era oziosa. -- Lo conobbi, -- risposi -- alcuni anni or sono, a Chantilly, fra una corsa e l’altra. Si avevano molti amici comuni. Poi lo rividi a Nizza ed ora soltanto siamo entrati in maggiore intimità. -- Elia d’Hermòs ha una predilezione per voi. -- Si direbbe. Od almeno vuol farmelo credere. Ella sorrise in un suo modo finissimo, e parve cercare una risposta. -- E’ un uomo -- disse -- che non fa mai nulla per nulla. -- Me ne sono accorto. Ma questo non mi turba. E’ un uomo che mi diverte: non voglio sapere altro. -- Allora vi confesserò che sono più curiosa di voi, forse perchè conosco tanto bene il d’Hermòs da non poter supporre ch’egli si dia la pena di divertire alcuno... impunemente. -- Bah!... -- feci; impunemente o no, sono convinto ch’egli non mi possa nuocere in alcun modo. -- Allora perdonate la mia curiosità. -- Anzi, la trovo naturale. Mi sembra tuttavia che il d’Hermòs non sia troppo nelle vostre grazie... -- Infatti egli ebbe il torto di credersi un padrone con me, come si crede con tutte. Questo non glielo perdonerò mai. Un sorriso pieno d’ironia crudele orlava la sua bocca; e soggiunse: -- Gli avete parlato già di questa visita? -- No davvero! Non mi è sembrato necessario. -- Di fatti non lo è. -- Ma dite, Yvonne: continueremo per un pezzo a discorrere di lui? Non mi sembra che ne valga la pena. E sapete pure che non sono venuto per questo. -- Per cosa dunque? -- mi domandò con un sorriso pieno d’innocenza. -- Piuttosto per parlare di voi... per dirvi che dall’altra sera mi perseguitate... -- Oh... che stranezza! Sappiate una cosa: io detesto gli uomini gentili. -- Non lo sono affatto: vi dico la verità. -- Allora, se volete farmi una dichiarazione d’amore, fatela sùbito, e non pensiamoci più! -- Volentieri, piccola Yvonne. Sono venuto per questo. -- Per parlarmi d’amore? -- Ma certo. È forse ancora ciò che rimane di meglio a fare tra l’uomo e la donna. -- Cosa? il parlarne? -- Bisogna pur sempre cominciare così... È il preludio necessario. Ella intrecciò le dita insieme, stirando le braccia pigre come per scuotersi da un torpore. -- Ma non siete un uomo fedele voi? -- Fedeltà, infedeltà... cosa vogliono mai dire queste due parole troppo letterarie, che gli amanti ripetono senza tregua per riuscire a darsi qualche tormento. Appartenere ad una sola quando un’altra vi piaccia, non vuol dire, mi sembra, esser fedele. È più turpe confondere due donne insieme in uno stesso desiderio che domandare a ciascuna, separatamente, una diversa gioia. La nostra sensibilità è come un’arpa, estesa e delicata: non si può con una mano sola farne vibrare tutte le corde... -- Oh, l’arpa!... -- ella esclamò ridendo, -- lasciatela stare! -- Vi pare che la mia similitudine non regga? -- Non regge. -- Peccato! Cerchiamone un’altra. -- No, non importa: ho capito già. Una pausa lunga, ridendo entrambi a fior di labbro. -- Ebbene, cosa dite? -- ella fece, un po’ distratta. -- Cosa dico? Nulla. Pensavo. -- A che? -- Pensavo che la mia dichiarazione si è troncata nel mezzo. -- Ebbene, credevate forse di farmene una con quell’arpa delicata e con la mano che non può... -- Visto che si deve parlare, una cosa val l’altra, non vi pare? -- No, vi sono cose che valgono meglio. -- Sì, un bacio, per esempio, se volete lasciarvelo dare. Per piegarmi verso la sua bocca m’inginocchiai sul tappeto. -- Andiamo... -- ella esclamo torcendo il capo; -- non fate sciocchezze! -- Sarebbe una sciocchezza non farlo, vi pare? -- No, affatto! -- Avete un profumo che mi turba... -- Sì? Lo compero da Houbigant; venti lire la boccetta. Come vedete il prezzo è ragionevole. -- Per carità! Non è di quel profumo che parlo. -- Davvero? Allora non saprei... E più che il profumo ancora, mi turbava il contatto del suo corpo fragile. -- Ma sì, ne avete un altro, un altro senza nome, indefinibile... Perchè non portate il busto? -- Non lo porto mai; forse non mi è necessario... su, lasciatemi stare! E mi puntò le due braccia contro le spalle, per tentare di respingermi. Le maniche ampie della vestaglia scoprivano le sue braccia venate; s’indovinava il buio tepore dell’ascelle, ov’io spinsi d’improvviso, e con un brivido, la mano irrequieta. -- Ah, no, via... mi solleticate!... Le sue fine guance si coversero di un turbato rossore. Un fermaglio antico le teneva chiusa la vestaglia sul petto, ed io l’apersi. -- Oh, ma come siete insolente... -- Datemi un bacio, piccola Yvonne! -- No! -- Uno solo... -- E poi?... -- fece, scoprendo nel sorridere i denti bianchissimi. Sentivo la sua morbida persona, sotto la vestaglia tenue, aderirmi come una carezza sola. -- Poi... -- dissi -- mi piaci! mi piaci! Aveva negli occhi profondi una specie di stupefazione, le narici finissime le tremavano appena, come se aspirassero un profumo forte. -- Mi sei piaciuta sùbito, -- continuai; -- l’altra sera, quando giocavi, provavo terribilmente la tentazione di mordere la tua bocca... Ella piegò il mento sul petto; una grande ombra le ravvolse il viso immobile. -- Guardavo i tuoi polsi, e mi pareva di sentirmeli passare su le tempie, forti e fragili. Guardavo, per la scollatura, la tua schiena divisa da un solco profondo, i tuoi seni malnascosti, e mi sentivo male. Incrociò le braccia sul petto, quasi per vietarlo alla mia tentazione, piegò il mento e non rispose. Ma ogni tanto un piccolo fremito correva per tutta la sua persona, le sue ginocchia tremavano appena. -- Mi sembri una creatura piena di malefizio, piena di crudeltà, e ti desidero per questo. Se non ti potessi avere, credo che ti batterei! -- Perchè mi dite queste cose?... -- ella domandò con la voce un po’ tremula, tendendomi la bocca. E i denti piccoli, minuti, le brillavano fra le labbra scarlatte. -- Perchè ti amo! Perchè ti voglio! Mi sembri una cosa del tutta sconosciuta e nuova. -- Tu ami un’altra... -- ella profferì sommessamente. -- No, te! -- risposi con rabbia. Ella rovesciò il capo su la spalliera, con una specie di ubbriacata gioia, offrendomi la gola solcata di vene sottili. I capelli, tratti all’indietro dal lor peso, le scoversero la fronte; sui rossi labbri un velo di umidità brillava, e, leggera come fosse una cosa di piume, io, con impeto, la sollevai nelle braccia... Le orchidee ci videro passare. VI Era il 14 Luglio, grande anniversario della festa repubblicana. Trofei su le case, giostre nelle piazze; ad ogni angolo, ad ogni attimo, la Marsigliese e la Matchiche, la Matchiche e la Marsigliese. Tutte le miserie, tutte le ciurmerie nella strada; pareva che gli ospedali e le galere avessero per quel giorno dato lo sfratto alle lor sordide clientele. Il popolaccio menava un carnevale sconcio in memoria del prodigio compiuto: quello di aver sfrattato il monarca dal più bel trono del mondo. Una calura insoffribile si mesceva al lezzo di quel fango democratico, e non potendo far meglio che starmene quietamente in casa, l’idea mi venne di scrivere a Fabio Capuano. Gli mandai questa lettera, la prima dopo un silenzio di molti mesi. «-Fabio caro-, Per aver così a lungo taciuto, penserai forse che l’amico tuo di tanti anni abbia mutato affetti mutando paese. Non sei nel vero se pensi così. Tutto può significare il mio silenzio, tranne che tu mi sia men vivo nella memoria. Un sentimento quasi di disagio m’ha impedito finora di riprendere con te, a cuore aperto, l’antica nostra confidenza. Ma ora, il desiderio di conoscere come vivi e dirti come son vissuto, è maggiore di ogni altra considerazione. Dopo la mia breve lettera da Torre Guelfa, con la quale ti avvertivo che avrei lasciata l’Italia per vivere qualche tempo in questa bella Parigi, ecco le cose come andarono. Elena ed io si venne ad abitare una piccola casa, deliziosamente nostra, nella rue de l’Arc de Triomphe, in vicinanza del Bosco. Entrambi si aveva in mente, oltre che il nostro amore, qualche proposito serio per la vita futura, poichè non ti nascondo che verso in condizioni abbastanza precarie. Partendo, anzi, (cosa che ti ho taciuta) fui costretto a vendere alcuni altri campi delle mie ultime terre. Ma il mio proposito era quello di lavorare... Tu certo ne riderai! «Se continui così, la tua vita folle si chiuderà con un colpo di pistola» -- mi dicevi sempre. Io, finora, quantunque navighi per acque procellose, non vi penso affatto. Volevo imprendere un commercio, o trafficare in Borsa, ma l’una e l’altra cosa per ora non sono avanzate d’un passo. Confido molto in Gualtiero Alessi, che tu pure devi conoscere, il quale vive a Parigi, da molti anni ed è notissimo nel ceto bancario. Così attendo; e l’attendere, come sai, vuol dire starsene con le mani in mano alla mercè del caso. Elena invece si è mostrata piena di energia; frequenta con assiduità una scuola d’arte drammatica e sarà presto attrice, poichè si dice che debba riuscire a meraviglia. Non potrò mai abbastanza dipingerti quanto la natura di questa donna sia bella ed ammirabile. Mi ha dato giorni d’intensa felicità. Ma l’uomo che hanno invidiato, che fu maestro nell’arte del vivere, oggi, mio buon Fabio, è vicino a compiere la sua parabola di decadenza. È deplorevole, ma non lo posso tacere. Il denaro è finito; e non certo il denaro io rimpiango, ma la bella padronanza ch’esso mi dava di me stesso e d’altrui; non il denaro, ti dico, ma tutte le sovranità che mi attribuiva questo scettro perduto. Se di me ti domandano di Roma, di’ solamente che vivo una vita tranquilla. E tu, se non mi serbi rancore, scrivimi qualche volta, chè troppo il tuo silenzio mi lascia il cuore deserto. Scrivimi anzitutto se ora sei lieto per le cose tue, poi dammi ogni notizia la quale mi possa concernere: dimmi che avvenne dopo la mia partenza, quali furono i giudizi degli amici nostri e -- per la pace della mia coscienza -- dimmi anche se la tranquillità è tornata in quella triste anima che ho fatta soffrire. Serba nel cuore l’amicizia ch’io ti mantengo immutata e volgimi qualchevolta un pensiero d’affettuoso ricordo. -Guelfo-». Alcuni giorni dopo aver scritta questa lettera mi recai senz’altro da Gualtiero Alessi, dicendogli che mi ero finalmente deciso a praticar la Borsa, premendomi d’incominciar subito alcune speculazioni che m’avevano consigliate. L’Alessi cercò di spiegarmi come il venir dell’estate portasse un rallentamento notevole in tutti gli affari e come sarebbe stata miglior cosa indugiare fino all’autunno. Ma io con molte ragioni tanto lo convinsi, che accettò di aprirmi credito nella sua banca ed acquistare a mio nome una certa quantità di titoli minerari, sui quali la speculazione era vivissima in quei giorni. La cosa non era onesta, perchè gli avevo dovuto mentire su molte circostanze; non solo, ma se la speculazione fosse fallita, non avrei potuto risponderne altrimenti che vendendo Torre Guelfa, e ciò con indugio, con vergogna e con rimpianto. Ma non era più tempo di scegliere la strada migliore: le mie strettezze crescevano; le rendite delle mie campagne, affidate ad un amministratore in Roma, non bastavano per pagare gli interessi ai molti creditori, e, finito l’ultimo denaro, non avrei saputo a qual rimedio appigliarmi. Dunque non potevo contare che sopra una salvezza disperata. Forse da me solo non avrei osato; ma il d’Hermòs, scaltro e cauto consigliere, m’insegnava che gli scrupoli sono timidezze in un cuor virile. Presi allora l’abitudine di passare ogni mattina qualche ora in Borsa; la sera di quando in quando mi recavo con Elia dalla contessa di Clairval, a tentare la fortuna delle carte in quella casa equivoca, non osando mostrarmi nei Circoli dei quali ero socio, per non rendere palese la mia decadenza. Vi rivedevo la piccola Yvonne, che al giuoco era per me una specie di talismano, ma che talora mi metteva in angustie per il suo modo inopportuno d’ostentare la nostra familiarità. Una sera Elia, prendendomi a parte, mi disse a bruciapelo: -- È chiaro che sei divenuto l’amante d’Yvonne Tellier. -- Da qualche giorno ci davamo del tu. Io risi e non volli rispondere. -- Andiamo! non vorrai farne un mistero con me? Poi, se anche tu neghi, non sembra che Yvonne si dia la pena di farne alcun mistero. -- Ebbene lo fui per una volta, se proprio t’interessa. Un capriccio, un obbligo anzi... La cosa ti pare poi tanto grave? -- No; ma ti credevo innamorato di Elena. -- Eh, via, questo non c’entra! Che sciocchezze mi vai dicendo? Si giocò insieme la prima sera, si vinse, come sai; le dovevo pur qualcosa, ti pare? -- Bada! Io ti dico solamente: bada!... -- Oh, e perchè? -- È una donna perfida. -- Questo non m’impensierisce; anzi, un’attrattiva di più! -- Senti, Guelfo; può darsi che tu le sia piaciuto; forse come uomo, forse perchè ha inteso dire che hai un’amante straordinariamente bella. In ogni modo, ti ripeto: sta in guardia! Risi di nuovo e scrollai le spalle: -- Bah!... tu parli così perchè vi odiate a vicenda. -- Io non la odio; lei forse. -- Ma per qual motivo? Non me lo ha voluto dire. -- È una storia piuttosto complicata. Intanto ha creduto che io volessi farle perdere il suo amante, il senatore Vautrier, quello che possiede le grandi fabbriche di velluti... Mentre si trattava di ben altra cosa. -- E precisamente? -- Oh... inezie! Te lo racconterò un’altra volta. Mi odia poi per un’altra ragione, più delicata... -- Sei stato il suo amante? -- No; lo fui di sua madre, che morì giovane, lasciandola in condizioni da poter divenire una donna onesta. Ebbi il torto di non abusarne allora... Sono delicatezze, queste, che una donna intelligente non perdona mai. E se ne andò ridendo. Quest’uomo, in alcuni momenti, esasperava i miei nervi, e quanto più mi sentivo divenire la sua preda necessaria, tanto più la mia fierezza lo respingeva con una specie di sorda ostilità. Era vicino -- e lo intuivo -- lo scioglimento del lungo nostro equivoco: le sue parole di giorno in giorno si erano fatte più esplicite; mi pareva che ogni volta, quando ci si vedeva, egli stesse per farmi una proposta, e non sapevo qual fosse nè sapevo se l’avrei accettata o respinta. Ciò che più m’irritava era la chiarezza delle sue intuizioni, era quell’indagine cauta e sicura che gli avevo lasciata compiere sul mio spirito e sui casi miei. Certo io potevo servirgli a qualcosa; ma poichè nel medesimo tempo egli conosceva i miei dissesti, doveva solo contare su quanto ancora possedevo d’intatto, e cioè il mio nome, le ottime conoscenze, il grande prestigio della mia perduta signorilità. Voleva che andassimo a passar l’estate insieme. -- Non penserai -- mi diceva, -- di cuocerti a lungo sui deserti marciapiedi parigini, o di correre avanti e indietro sui battelletti della Senna, che rappresentano la villeggiatura degli impiegati municipali. -- Difatti la prospettiva non mi attrae. -- Io vado a Trouville, poi a Biarritz, come tutti gli anni: vieni con me. -- Lasciami riflettere qualche giorno; ti risponderò prima che tu parta. I miei titoli salgono; per ora non vorrei liquidare. -- Bah!... i titoli! Vendi, Guelfo. Ti seguito a dire: vendi! -- Va bene, va bene. E la contessa di Clairval dove passa l’estate? -- Ha una casa di campagna in Provenza. Verso l’autunno viene a Biarritz. Ricòrdati ch’entro la settimana prossima io me ne vado. -- È inteso. -- Ora senti, Guelfo: se tu, -- siamo abbastanza amici per poterne parlare, -- se tu avessi bisogno di qualsiasi cosa... non fare complimenti con me. -- Di nulla ho bisogno, grazie, -- risposi arrossendo. -- Tanto meglio. Due giorni dopo feci vendere i titoli con un guadagno di quindicimila lire, che, con altre seimila ricavate la settimana antecedente, provvidero a sollevarmi dal disagio. Credetti per un momento alla resurrezione: molto spesso il giuoco mi aveva dal nulla procacciato guadagni assai notevoli. Per prima cosa mi recai da un gioielliere, il quale aveva nella vetrina un anello, che un giorno Elena, passando, aveva tanto ammirato. Entrai, me lo feci mostrare. Era un brillante bianchissimo, tagliato a forma di cuore, con l’incastonatura di smalto azzurro. -- Quanto costa? -- Per lei quattromila lire, signor conte. -- Pagai senza mercanteggiare, ed in quell’atto mi pareva di rinascere. Tornando verso casa, tutte le vie di Parigi mi sembravano belle come non mai. Quando Elena mi venne incontro, presi una sua mano, le passai l’anello in dito, poi tenni la sua mano prigioniera. -- Non guardare! È un regalo che ti faccio. Ho guadagnato molto denaro. Ella svincolò la mano ridendo; guardò l’anello, mi fissò con aria stupita e riprese a considerare il brillante. -- Oh, ma sei pazzo! -- esclamò. -- Lo sai bene che non voglio regali! -- Perchè, Elena? Mi fa un piacere infinito regalarti una cosa che ti piaccia. -- Ma tu non puoi, non devi, spendere il denaro a questo modo. Che magnifica pietra. -- Ti ripeto. Elena: ho guadagnato molto. -- Molto? -- Sì, quindicimila lire ancora. -- Ed hai comprato questo? Ma sei pazzo, ti dico! No, riprendilo, non voglio. -- Oh, questo poi!... Lasciami almeno il diritto di farti un piccolo regalo. -- Mi chissà quanto l’avrai pagato! -- Che importa? L’anello ti piace o no? -- È una maraviglia. Ma tu non devi spendere, Germano. E mi buttò le braccia al collo. -- Del resto, -- le dissi, -- non avere scrupoli: se il bisogno tornasse, un brillante è sempre un brillante. -- Questo sì; ma ti ripeto che sei pazzo. -- Guarda come ti sta bene! Poi si parlò della campagna: -- Andremo al mare, od in montagna, come vorrai. Passeremo un’altra estate, noi due soli, in un luogo tranquillo, come a Torre Guelfa l’anno scorso... Vuoi? Ma due giorni dopo, mentre passeggiavo prima del pranzo m’incontrai con il segretario dell’Ambasciata Italiana, il conte Vigna, che volle a tutti i costi condurmi al Circolo della «rue Volnay». Si giocava una partita violenta; mi venne la tentazione di prendere un banco. Pensai che nella vita un nonnulla produce talvolta le grandi cose; poi mi sentivo allegro: tentai. Perdetti, e me ne volli andare. Ma per abitudine il cassiere, come faceva una volta, mi portò alcuni gettoni da mille lire. In due mazzi sparirono. Me ne feci portare altri: li perdetti. Questa volta uscii, triste, umiliato, con il pensiero di aver commessa una cattiva azione. Avevo perduto mille e cinquecento lire, in più ne dovevo seimila alla cassa. Pensai alla tristezza di Elena, a tutte le speranze che riposavano su quel denaro sfumato ed ebbi voglia di piangerne io stesso. La strada era lunga per giungere alla mia casa e la percorsi a piedi. -- Infine, -- mi dissi, -- poco male. Ora non c’è rimedio. Bisognava non andarvi. Ma su la porta di casa mi venne un’altra idea: -- Perchè rattristarla? Non le dirò nulla. Dopo pranzo andrò a pagare; tenterò con altre mille lire. Chissà mai?... E il pranzo passò giocondo. La sera tornai al Circolo, pagai sùbito il mio debito; ritentai con altre mille lire: perdetti. Ben deciso a non giocar oltre, me ne stetti a guardare i giocatori; oziai per le sale discorrendo con alcuni amici; si bevve un poco, si parlò di cose gaie. Sul tardi entrai di nuovo nelle sale da giuoco, dicendo al domestico di portarmi cappello e soprabito, perchè volevo andarmene. In quel momento si metteva un banco all’asta, e, non so come, un’offerta m’uscì di bocca: -- Mille e cinquecento! -- dissi. Il banco fu mio. Domandai pochi gettoni al cassiere, deciso ad abbandonare sùbito il banco, ma per avventura cominciai vincendo. Alle tre del mattino dovevo alla cassa dodicimila lire. Il Vigna, venendomi vicino, mi consigliò in italiano: -- Vattene, Guelfo! Questa sera non c’è verso che tu vinca. -- Già, è vero. Vuotai d’un fiato il mio calice di whisky e me ne andai. Presi una carrozza del Circolo per giungere più in fretta: volevo raccontare tutto ad Elena, sùbito, sùbito. Ella pianse un poco, ma non mi fece alcun rimprovero. Aveva in dito l’anello; si levò a sedere sul letto, se lo tolse e me lo diede. -- Prendi; ne avrai forse bisogno. -- No, amore: questo no: -- E mi sentii due lacrime scendere giù dalle ciglia, caderle sul braccio nudo. -- Allora, come farai? -- Non so, che importa? Elia forse... oppure scriverò a Roma. Il giorno dopo non andai a pagare. Mi conoscevano, avrebbero atteso. Non potevo rassegnarmi a rendere quel denaro guadagnato in Borsa poichè mi era tanto necessario. Il domani Elia mi scrisse dicendomi che gli urgeva parlarmi, sicchè mi pregava di passare da lui nel pomeriggio. Abitava un pianterreno elegantissimo, con sale spaziose, adorne di oggetti esotici raccolti ne’ suoi viaggi. Quando entrai nello studio, egli stava scrivendo una lettera di molte pagine, che interruppe a mezzo. La scrivania, vasta come una cattedra, era ingombra di libri, manuali, vocabolari, codici e scartafacci. -- Che fai tra questo disordine? Mi sembri un ministro nel suo gabinetto di lavoro. -- Ho sempre sottomano i libri che mi hanno insegnato a vivere. Questi per esempio. E mi segnò con la mano Spencer, Schopenhauer, Kant. Girando lo sguardo a caso, vidi una Storia di Francia, un Codice di Diritto Marittimo, le Odi di Orazio, un opuscolo su l’estradizione, un manuale delle pietre preziose, le Epistole di Seneca, le Memorie di Casanova, ed un libro che portava questo nome: «Storia dell’America prima dell’invasione latina». -- È la vernice -- diss’egli, seguendo il mio sguardo e designandomi quei libri con un gesto riassuntivo. Bisogna sapere un po’ di tutto; molto sarebbe inutile. Ho l’ambizione di credere che nessuno possa farmi un discorso al quale io non sappia rispondere. Gli uomini ti ameranno quando saprai tenerti al loro livello, mostrando sempre di esserne un poco al disotto, almeno in quelle materie nelle quali si credono più ferrati. -- Senti, lasciamo i soliti aforismi e dimmi perchè mi hai chiamato. Prevedevo un esordio ampolloso e mi premeva di andar sùbito alla meta. -- Ecco qua. È inutile essere amici quando l’amicizia non reca nessun vantaggio a chi la professa; ti pare? -- Tu hai sempre ragione; continua, -- feci, stendendomi nella poltrona con l’attitudine di chi deve apparecchiarsi ad una lunga pazienza. -- Dunque, -- riprese, -- mi son risolto ad uscire un poco dal riserbo che mi è parso necessario di usare con te. -- Bene! Questo mi fa piacere, perchè infatti era una condizione di cose molto ambigua. -- Non cominciare a prender ombra, mio caro amico, e stammi a sentire. La colpa di quest’ambiguità è tutta tua, perchè finora ti sei nascosto. -- Può darsi. Quand’io non vedo chiaro... -- Precisiamo le cose. Tu, Guelfo, sei un irresoluto; null’altro. E il nasconderti poi non ti è servito a nulla, perchè io conosco le tue condizioni, oserei dire, meglio che non le conosca tu stesso. -- Lo so. -- Dunque non ne val la pena; tanto più che io sono un buon confessore, e nel mio confessionale sono venute ad inchinarsi alcune fronti più altere che la tua. Sii franco: tu sapevi benissimo che l’amicizia nostra doveva, in un modo o nell’altro, giungere ad un fine determinato, poichè avresti avute mille occasioni per interromperla, se veramente fossi stato alieno da questa eventualità. -- Non capisco le tue parole, -- dissi duramente. -- Via!... sono certo che le comprendi benissimo. Non occorre per ciò una grande immaginazione. Ma, se desideri che si parli con maggior chiarezza, lo farò volentieri. Senti, Guelfo, lasciamo le vie trasverse: tu potresti essermi utile, come potrei a mia volta esserlo per te; lo abbiamo compreso entrambi, e si deve, tra uomini, decidere apertamente: o sì, o no. -- Ricòrdati anzitutto, -- gli dissi -- che finora io sono sempre stato un uomo onesto. -- Ne sei ben certo? -- egli fece ambiguamente. -- Non m’importa che tu lo creda; faccio questa premessa perchè mi sembra opportuna. -- Ebbene, se a te pare un gran merito, ammettiamolo pure. Tu sei dunque un onest’uomo: questo però non vuol dire che io mi creda un briccone, o che, nella sua ragione filosofica, la mia morale valga meno della tua. Ma non si tratta per ora di mettere il nostro io sovra una bilancia. Senti, mio buon amico, tu mi sembri oggi un re senza terre il quale cerchi di riafferrare disperatamente il suo dominio perduto; ma, da solo, ti affermo, è impossibile che tu riesca. Non nasconderti più a’ miei occhi; è inutile. Conosco troppo gli uomini e troppi ne ho veduti giungere al tuo segno. Quello che tu sei oggi, sono stato più volte io stesso, nella mia vita: ma non avevo i pregiudizi e per questo mi risollevai sempre. -- Cosa chiami tu un pregiudizio? -- feci, per un desiderio di laconismo. -- Chiamo pregiudizio tutto quello che l’uomo non fa per timore dell’opinione altrui, ma che farebbe, quando avesse la certezza della impunità. Da questo immagina quanto la serie dei pregiudizi è grande. Io, vedi, li ho tutti esclusi: vi sono passato sopra, calpestandoli come fango; ciò nonostante -- e forse ne stupirai -- la coscienza non mi rimorde per nessuna fra le azioni che ho compiute in vita mia. -- Si vede, -- osservai ridendo -- che nella tua casa la coscienza è un’inquilina poco importuna! -- Non ho ancor fatto visita alla tua, però mi augurerei di trovarla così ben educata com’è la mia. -- Dunque veniamo al fatto. - - ? 1 2 - - , . 3 4 - - . 5 6 , 7 , . 8 . . , 9 , 10 ; , , , 11 . , , 12 . , 13 . , 14 , 15 , , , 16 , , 17 . . . , , ; . 18 ; , . 19 , 20 , , . 21 22 - - ? - - . 23 , . 24 25 - - ? 26 27 , . 28 . 29 30 - - ? - - , . 31 32 , . 33 34 - - . . . - - . 35 36 - - , . ; ; 37 . 38 39 - - , . . . 40 41 - - ? - - . 42 43 - - , - - . - - , 44 . 45 , . 46 47 - - , . . . 48 ! . . . . 49 50 - - ? - - , , 51 . 52 53 - - . 54 55 - - ! 56 57 - - . 58 , . 59 ? 60 61 - - , ; , 62 , . 63 . . . 64 ? , , 65 , ? 66 67 - - , ? 68 69 - - , . 70 , , ? 71 , , . 72 , ; 73 , . 74 . . . , , 75 . : 76 ? 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