-- Che brava donnina sei! -- -le dissi gaiamente.
-- Perchè?
-- Vedo che prepari le mie cose con una cura tutta particolare.
-- Non lo faccio dunque ogni giorno?
-- Sì: ma questa sera ti osservo con maggior tenerezza. Non tutti hanno
per valletto una personcina come te!
-- Guarda, -- ella fece, mostrandomi una piccola sfilacciatura del
polsino, -- questa lavandaia ti rovina tutta la biancheria. Dovrò
cercarne un’altra.
-- È vero; le mie camìce sono tutte sciupate.
-- Bene, la settimana ventura manderò la biancheria da Charvet. Sta
lontano, ma saremo serviti meglio. Solamente Charvet è così caro!
-- Non bisogna essere avari nelle piccole spese.
-- Ma, vedi, noi spendiamo già molto, anzi moltissimo per i nostri averi.
Mi sono accorta per esempio che anche la domestica non fa i conti
esatti.
-- E non le hai detto nulla?
-- Sì, le ho detto che d’ora innanzi andrò a fare le provviste io stessa.
-- Tu? Ma ti pare! Cambiamo la domestica.
-- Perchè? Ruba un pochino, come fanno tutte, ma del rimanente è una
brava donna.
-- Tu non sarai capace di fare le compere.
-- Io? Perchè no?
-- Non mi sembri adatta a far da massaia, a tenere una casa, tu che sei
sempre stata un po’ zingara....
-- Bene, vedrai.
-- Forse ne avresti già fatta la prova?
-- Non ancora, ma sono certa che riuscirò.
-- Invece io non ti vedo sotto le spoglie di una piccola borghese, che
vada al mercato a comprar cipolle, o si bisticci con il pizzicagnolo per
un etto di burro!... Sai per esempio cosa costa un pollo?
-- E tu lo sai?
-- Io sì.
-- Dillo dunque.
-- No, dillo tu.
-- Oh, Dio!... due e cinquanta, tre lire, secondo le stagioni, -- disse
ridendo.
-- E lo zucchero al chilo?
-- Lo zucchero è caro; costa due e quaranta.
-- E le uova? Scommetto che non sai quanto costano le uova, la dozzina.
-- Bene, le uova, in questi mesi, non costano più di tre soldi l’uno.
-- Per bacco! Ma tu mi sorprendi!... -- E mutando voce: -- Non credevo che
avessi potuto imparar tante cose in pochi mesi di matrimonio!
E detti in uno scoppio di riso, come per uno scherzo innocentissimo.
Ella, che stava seduta presso il letto, con i due gomiti su la coltre,
il mento raccolto nel palmo delle mani, fu presa da un tremito e
impallidì. Gli occhi suoi, che mi fissavano, parvero smisuratamente
grandi nella faccia imbiancata!
-- Che vuoi dire? -- balbettò, dopo un silenzio.
Invece di rispondere, continuai:
-- È vero che nella casa d’un pastore le cure domestiche s’imparano assai
bene!
E risi ancora, con più ironica freddezza.
-- Allora tu sai... -- ella osò profferire, guardandomi esterrefatta.
Diedi una scrollata di spalle e mi posi davanti allo specchio per fare
il nodo della cravatta. Nello specchio la potevo guardare senz’aver
l’aria d’interessarmi a lei. Si era levata in piedi, e con le mani
contratte, rigida, muta, mi fissava. Su la sua faccia era di nuovo scesa
quella fredda e crudele maschera che la faceva parer simile ad un’erma.
Poi, d’un tratto, mordendosi con l’orlo dei denti le labbra pallide:
-- Ecco! per la prima volta ti odio! -- inveì con asprezza.
Io, non volendo venir meno a quella ironica indifferenza che mi ero
prefissa, la guardai con un sorriso leggero, e dissi:
-- Almeno, tu, che sei tanto falsa nell’amore, sarai sincera nell’odio! --
E soggiunsi: -- Che ne dite, signora Miller?
Ella barcollò un poco, serrando le labbra, quasi avesse una rabida
voglia di buttarmisi contro, ma si contenne e rispose:
-- Tutto questo non ti riguarda! È affar mio. Non ho conti da rendere a
te.
In quel momento cercavo un fazzoletto bianco, da sera, in una scatola
trapunta con ricami verdi e fiori d’oro, -- una memoria di Edoarda, che
avevo conservata per abitudine. Scelsi un fazzoletto e l’inumidii con
alcune gocce di profumo; trassi di tasca l’astuccio delle sigarette, lo
riempii. Facevo queste cose lentamente, ostentatamente, per darmi
un’apparenza tranquilla. Stetti a pensare qualche attimo, poi dissi:
-- Allora, se non hai conti da rendermi, lasciamo andare, non parliamone
più!
-- Chi ti ha raccontato questo? -- ella domandò bruscamente, dopo una
pausa.
-- Oh, mia cara... ecco, a mia volta, un particolare che non ti riguarda!
-- Bene: qualsiasi cosa tu abbia fatto per saperlo, debbo dirti che non
fu certo un’azione da gentiluomo!
-- Mah!... qualchevolta bisogna pur combattere ad armi uguali, non ti
pare? -- esclamai con sarcasmo. -- Occhio per occhio, dente per dente...
-- Questa è una grossolanità.
-- Non faccio che risponderti. Poi, vediamo: il fatto è vero o non è
vero?
-- Verissimo! -- ella confermò con forza.
-- Dunque, perchè dovevo ignorare io quello che altri sanno? Per sembrar
ridicolo? No, via, non mi piace!
-- Ma chi te lo ha detto infine?
-- Non domandarlo, Elena, perchè sarebbe inutile. Tu hai voluto che fra
noi rimanesse un malinteso, un ostacolo perpetuo, e sia. Cerchiamo
solamente di non darci noia; rimani tranquilla... Vedi come sono
tranquillo io?
-- Tu simuli! Tu mi vuoi esasperare con la tua indifferenza.
-- Oh, no! Ci tenevo a dirtelo, te l’ho detto, basta. La sola cosa che
rimpiango è di averti lasciato credere, anche per un giorno solo, che le
tue menzogne mi avessero convinto.
Ora sceglievo attentamente un paio di guanti bianchi e ne scomponevo un
gran mazzo, non trovando quelli che mi andassero bene.
-- Quali menzogne? -- ella interrogò.
-- Quali? Ma tutte, mia cara! Tutte, dalla prima all’ultima, senza una
parola di verità!
Ella si fece ancor più pallida: forse nella sua mente aveva già
immaginato un ripiego, ed ora questi miei avvertimenti ne dimostravano
l’inutilità.
-- Ma non devi credermi uno sciocco per questo, -- continuai. -- Forse ho
avuto un torto solo: quello di volerti collocar più in alto che non lo
permettesse la tua anima di avventuriera.
-- È troppo facile insultare una donna, -- ella osservò freddamente.
-- Insultare? Ma no, Elena, mi comprendi male! Voglio dire che tu hai
bisogno di mentire, d’ingannare, anche senza uno scopo, così, per
trastullo, forse per difesa, perchè hai nel sangue la paura del dominio
altrui. Ma, guarda... -- e mi volsi allo specchio per ravviarmi i baffi,
-- guarda: se anche a Roma tu avevi un amante!...
-- A Roma?
-- Sì, quel certo Duval... Duval... come si chiamava? Duvally, ecco! So
benissimo che sei stata l’amante sua, in un camerino da cena, per un
bicchiere di «Champagne!»
-- Non è vero! È tutto falso! È tutto falso! -- gridò con rabbia.
-- Non affaticarti a negare. Smetti questa commedia inutile!
-- Chi te lo ha detto? Lui stesso?
-- Macchè lui! Non lo conosco nemmeno.
-- Il d’Hermòs, allora?
-- Cosa vuoi che ne sappia il d’Hermòs? Lascialo in pace.
-- Allora che pensi di me? -- domandò repentinamente, fissandomi con gli
occhi pieni di un’ira contenuta e splendente.
-- Che penso? Nulla. Solamente, quello che sei, quello che fai, quello
che hai fatto, non m’interessa più. Hai avuto il torto di mentirmi...
Ecco tutto.
In quel momento la domestica picchiò all’uscio per dire che il pranzo
era in tavola.
-- Oh, sentite, Clara, -- io feci; -- ho scordato di avvertirvi che
pranzerò fuori.
Vidi Elena fare un gesto repentino di sorpresa.
-- Ma il pranzo è già servito, signore, -- obbiettò la domestica.
-- Non importa, poichè debbo uscire. Sentite anzi una cosa, Clara. Più
tardi, se venisse il signor d’Hermòs, ditegli che mi potrà incontrare
verso le nove al «Café de Paris».
-- Va bene, signor conte.
Quand’ella si fu allontanata, feci atto d’indossare il soprabito.
-- Esci? -- domandò Elena con una voce fredda, gelida.
-- Sì, lo vedi.
-- E perchè mi lasci sola?
-- Non so; preferisco non rimanere a casa. Ho i nervi un po’ scossi.
Cercavo il mio cappello con una specie di concitazione. Ella tese un
braccio verso di me, come per trattenermi e disse:
-- Rimani, ti prego....
V’era nella sua voce una preghiera sommessa; io stetti un poco incerto,
mentre abbottonavo il soprabito.
-- Ebbene, che vuoi?
-- Nulla, ma non lasciarmi sola.
-- Oh, che idee!...
-- Rimani, ti prego. Vorrei parlarti.
-- Parlarmi? Ah, no! Per dirmi altre menzogne? No, grazie. No, grazie!
Addio.
-- Germano, senti!...
Ma era tardi; avevo già sospinto l’uscio, ed un attimo dopo ero fuor di
casa, tra la folla estranea, sul marciapiede.
III
-- Caro conte, voi non avete vizi! -- mi diceva quella sera medesima il
d’Hermòs, standomi seduto accanto, a un tavolino del «Café de Paris». --
Mangiate poco, bevete pochissimo e siete fedele sempre alla medesima
donna, fatto che non cápita spesso, anche se per caso questa donna lo
merita. Non cercate la società, non amate troppo il teatro, quasi non
frequentate gli ippodromi, non giocate: infine, mi sembra che al mondo
vi dobbiate annoiare.
-- Può darsi che m’annoi, difatti. Ma tutte queste, ormai, son cose che
ho già provate ad usura.
-- Lo credo; però tutti gli uomini hanno, se non altro, una passione
della quale non si stancano mai. E in fondo una passione ci vuole; siano
i cavalli od il giuoco, la donna o l’arte, qualcosa infine che rinnovi
ogni giorno la gioia di vivere. Voi mi sembrate invece così deluso di
tutto! Eppure siete giovine. All’età vostra, io mi domanderei ancora se
Parigi fosse da vendere!
-- Oh, voi, caro d’Hermòs, voi siete fatto per non invecchiare mai! In
voi c’è la stoffa d’un uomo straordinario, ed io vi ammiro, credetemi,
vi ammiro e v’invidio. Siete un maestro sommo in quell’arte che si
chiama il vivere. Invece io, che volete? mi stanco. Vi sono molte cose,
troppe cose, che non mi divertono più. Fors’anche perchè ho forzata un
poco la misura in tutto.
-- Non per farmene un vanto, ma certo non mi sono risparmiato neppure io.
No, credetemi, ciò che v’ingombra è ruggine. Ora, non bisogna lasciarsi
prendere dalla ruggine. Ho l’occhio esperto, e vedo in voi le tracce
d’un uomo diverso da quello che ora siete. Se aveste vent’anni, direi: --
Pazienza! Sono le ubbìe dell’amore. -- Ma dopo i trent’anni non si ama
più come i colleggiali, perchè infatti l’amore è simile all’assenzio: le
prime volte dà il capogiro, poi man mano ci si avvezza, e diventa
un’abitudine gaia. Quindi, nel caso vostro, non è l’amore.
-- Certo: non è l’amore.
-- E che mai potrebb’essere dunque? Siete sano...
-- Come uno stinco!
-- Siete ricco?...
Ed i suoi occhi acuti mi fissavano con una penetrazione singolare.
-- Già, sono ricco! -- ammisi ridendo.
-- Siete amato e potete esserlo da chi vi piaccia... Perchè dunque non
sfruttare questi doni che la natura vi ha concessi?
-- Ecco, mio caro d’Hermòs. Voi siete certo un uomo pieno di spirito, ma
avete un gran difetto: quello di esser troppo teorico e poco pratico,
almeno per gli altri. Quante cose vi sono, che in teoria sembran giuste,
ma nella pratica vanno a cozzare contro l’impossibilità!
Egli aveva sorriso di queste mie parole con un’aria d’intendimento.
-- Non dite così. Dite piuttosto che voi mi conoscete solo per un verso;
quanto al lato pratico, se vorrete, sarò ben lieto di mettermi alla
prova.
-- Come sarebbe a dire?
-- Ahimè! Bisognerebbe intenderci a volo... Siate anche voi un uomo di
spirito, caro conte!
-- Vi ripeto che non comprendo.
-- Vuol dire che non è necessario, per ora. Quando sarà il momento credo
che mi comprenderete.
-- Parlate come una sibilla.
-- No, come un prudente. E sapete perchè? Perchè voi siete un uomo
sospettoso. Io vi diverto qualche volta, ma non v’ispiro fiducia. Ed è
peccato, perchè noi potremmo esserci molto utili a vicenda!... --
esclamò, accentuando singolarmente le parole.
-- Non vedo in cosa, e vi pregherei di spiegarmelo.
-- Bah... non ora! Un’altra volta.
E con quella volubilità che gli era solita mutò discorso. Mi raccontò
qualche aneddoto su persone che sedevano all’intorno, mi diede il nome
del cavallo che avrebbe certamente vinto l’«handicap» del domani, mi
narrò che la sera prima era stato a pranzo dalla Contessa di Clairval,
una signora della quale mi parlava spesso, ed anzi mi offerse di
condurmi una sera a farle visita.
-- Là scaccerete la noia, -- disse, -- questa mortale nemica degli uomini
che han troppo goduta la vita. Non è certo una casa della grande
società, ma nemmeno della società equivoca. Vi si dànno accademie di
musica, musica ottima qualche volta, si mangia bene, si beve meglio,
alcuni anzi bevono troppo, si giuoca e vi si fa la corte a chi si vuole,
senz’avere al fianco lo spettro d’un marito importuno. Que’ mariti poi
che vi s’incontrano, somiglian pochissimo al terribile Otello... han
tutti un carattere indulgente... Insomma, ciò che avviene press’a poco
al Faubourg Saint-Germain, con la sola differenza che nessuno in
anticamera vi domanda il passaporto.
-- Il mio è in regola, dunque non me ne preoccupo.
-- Oh, lo conosco da lungo tempo il vostro passaporto! E, in ogni caso,
non dubitavo delle sue perfette vidimazioni.
E mi guardò con un candore di fanciulla.
-- Dunque, -- ripresi -- ditemi chi è mai questa Contessa di Clairval,
della quale mi parlate ogni giorno?
-- Potrei raccontarvene tutto un romanzo, ma vi basti un particolare
solo: è una donna che spende almeno duecento mila franchi all’anno,
avendo per tutto patrimonio un reddito vitalizio che tocca sì o no gli
ottomila.
-- E come ricava il resto? Ha un amante ricco?
-- Ah, mio caro conte, non bisogna mai badare a queste inezie! Sono
sfumature, sono piccolissimi episodi nella grande commedia parigina.
Come li ricava? Ma che importa, dal momento che li spende?
-- Questo è vero. Però dev’essere una donna intelligente, se riesce a
questo prodigio.
-- Oh, la cosa non è poi tanto difficile, come vi può sembrare! Non lo
sarebbe neanche a voi, per esempio, se lo voleste. Naturalmente non
bisogna starsene con le mani in mano. Ci vuole un po’ di tatto, un colpo
d’occhio sicuro, del brio, della spavalderia, dell’agilità... E un’altra
cosa ci vuole, che forse non sospettate: una donna che vi faccia strada;
perchè questa Parigi, regno della femminilità, è ancora quella che al
tempo dei Re governavano le favorite. Qui c’è un turbine, un vortice che
prende tutti, e bisogna fare in modo ch’esso non vi travolga, non si
rovesci come un peso morto. Ma ditemi: perchè noi, che stiamo dietro le
quinte, vediamo per esempio la duchessa tale vendersi ad un banchiere
ebreo, visto che il marito non può darle, poveretto! più di centomila
franchi all’anno per i suoi abiti, e, senza questi aiuti morganatici,
non si avrebbero quei balli favolosi al palazzo dell’Avenue Friedland?
Vediamo l’ultimo rampollo della maggiore famiglia di Francia prendere in
moglie un’Americana stile «Liberty» -- che magari ha già patita qualche
avarìa durante la traversata? Vediamo un marchese, che non vi nomino,
mischiare le carte a modo suo nel Circolo della «Rue Royale» ed un
principe che ha qualche parentela nelle case regnanti esercitar l’usura
dietro le spalle d’un uomo di paglia? Perchè? Ma è semplice! Perchè il
turbine di questa vita lo esige come una necessità. D’altronde, queste
cose non hanno importanza... Il secreto è di aver sempre denaro, di
elevarsi tra la folla e di rappresentare una parte sfarzosa in questo
grande spettacolo coreografico.
-- E voi -- dissi piacevolmente, -- l’avete dunque trovata questa pietra
filosofale dell’alchimia moderna, questo secreto per aver sempre denaro?
Prima di rispondermi egli mi guardò a lungo, nascondendo sotto le ciglia
una specie d’irrisione velata e carezzandosi la barba con un gesto
blando.
-- Io -- mi rispose tranquillo, -- sono stato dieci volte ricco al pari
d’un Creso e povero come un Giobbe; ma vi dirò insieme che la ricchezza
non mi ha mai data la felicità, come la miseria non ha mai potuto
intimidirmi.
-- È una risposta vaga, -- osservai. -- Non mi avete ancor detto se questa
pietra filosofale si trovi o non si trovi nel vostro forziere.
-- Avreste per caso l’intenzione di rubarmela? -- egli obbiettò con un
riso perfido.
-- Può darsi. E perchè no? -- feci con noncuranza.
-- Ebbene, io non desidero di meglio, caro amico!... Ma, chiacchierando,
si fa tardi. Sono le dieci e mezzo. Ho promesso alla Contessa di
Clairval di andare da lei anche stasera. Voi che fate?
-- Non saprei; tornerò a casa fra poco.
-- Venite con me allora; vedo che avete la fronte buia; forse vi
divertirete.
La curiosità ed il desiderio d’inasprir Elena col mio contegno,
m’indussero ad accettare.
-- Bene, -- risposi, -- vi accompagno.
----
Questa Contessa di Clairval era una donna d’aspetto assai attraente,
benchè ormai dovesse avere oltrepassata la soglia dei quarant’anni. Ma
col tempo lottava utilmente, come con tutte le cose difficili della
vita, e forse doveva molto alla sua figura snella ed agile se in
istrada, quand’usciva con la figlia, la contessina Amelia, la deliziosa
contessina Amy, molti potevano ancora ingannarsi e prenderle per due
sorelle. Aveva un po’ quel tipo di creola che tanto piacque ai francesi
del Primo Impero in Giuseppina di Beauharnais, e, forse perchè le
avevano fatto questo complimento, ella si compiaceva spesso di
affettarne le maniere. Solo, nell’espressione del viso, nel guardare,
nel sorridere, non era più giovine; qualcosa di estremamente vissuto, di
estremamente corrotto, le traspariva da ogni linea, direi quasi da ogni
gesto. Si narrava che avesse un tempo frequentata la migliore società,
vivendovi con molto brio e con molte avventure, senza però infastidirne
il signore di Clairval, assorto com’egli fu sino alla vigilia della sua
morte in altri facili amori e clandestine lussurie.
Avevo già dubitato ch’Elia fosse l’amante della Contessa, e più che
l’amante il complice, ma non tardai quella sera, per molte osservazioni,
ad acquistarne la certezza. Nella casa egli agiva da padrone, pur non
facendone le viste; usava con tutti una dimestichezza cortese ma
imperativa, e con alcuni un sorriso fuggevole di acquiescenza. Mi fecero
conoscere molte persone, mi parlarono di varie cose, in modo
superficiale; persone e cose che nulla avevano di ragguardevole, tranne
una comune, indefinibile aria di ambiguità.
-- Ebbene, -- mi domandò Elia passandomi vicino, -- cosa ne dite?
In quel momento l’uomo, le sue parole, i suoi gesti, mi parvero
singolarmente odiosi ed ebbi la tentazione di rispondergli con una
sgarberia. Gli dissi:
-- Vi ringrazio di avermi fatta conoscere una casa dove potrei divertirmi
se fossi un uomo di spirito.
Egli rimase un attimo perplesso, come per studiar il valore della mia
risposta, poi si mise a ridere.
-- Belle donne! -- esclamò. -- Non è vero?
-- Alcune anzi bellissime, -- risposi.
-- Quale v’è maggiormente piaciuta?
-- Oh, Dio... nessuna e tutte. Ho passata ormai quell’età nella quale si
preferisce una donna... oltre la propria, beninteso. Tutte quelle mi
piacciono che possono ancora serbarmi un’attitudine od un capriccio
nuovo.
-- Olà, mio caro, lo snobismo italiano è di una raffinatezza incredibile!
Ma in tal caso non siete caduto male. Qui si trovano i frutti proibiti,
le rarità, i valori che non sono quotati nel commercio parigino.
-- Ed è qui allora che si mettono all’incanto?
-- Oh, no! vi assicuro di no! -- egli rispose con un certo risentimento.
Poi, tornando salace: -- Non è che una mostra, -- soggiunse.
-- Già: di articoli fuori concorso.
-- Benissimo! E cosa ne dite, per esempio, di Suzanne Bondy, quella che
sta mescendo lo Sciampagna? o della deliziosa Yvonne Tellier, colei che
parla ora, presso il cembalo, con quella pergamena logora che si chiama
il Marchese Chasnay?
-- È fine, molto fine; le fui presentato poco dianzi ed il mio nome la
divertì sommamente. Non poteva riuscire a pronunziarlo bene: Germano
Guelfo di Materdomini... le pareva un logogrifo! Mi disse: -- Alla
buon’ora! per essere imparentato con la madre di Nostro Signore, non
avete l’aria abbastanza venerabile, mio caro conte!
-- Non c’è male! Una donna di mondo, interessante a conoscersi, vi
assicuro. Posso offrirvi un sigaro?
-- Grazie.
Egli mi accese il sigaro, poi mi domandò sottovoce:
-- Siete stato di là, dove si gioca?
-- Si.
-- Avete giocato?
-- Non ancora; ho l’intenzione di andarmene presto.
-- Bene, un consiglio; ma rimanga fra noi. Vi sono alcuni banchieri
contro i quali è meglio non tentare la sorte... Guardatemi sempre con la
coda dell’occhio, ed al caso vi farò un piccolo segno. Ma, vi prego:
silenzio.
-- Va bene, -- risposi, -- e grazie. -- D’altronde me l’ero immaginato, e
ricordavo, passeggiando per queste sale, quel vostro famoso apologo su
le pecore e sui leoni...
Egli si mise a ridere di un buon riso contento, e stropicciandosi le
mani soggiunse:
-- Ricordatevi sempre quello che vi dico io. Mi piacerebbe fare di voi un
gran leone!
-- Perchè? -- esclamai, arrossendo a mio malgrado.
-- Perchè forse, come pecora, non valete più nulla!
E se ne andò, continuando a ridere allegramente. Fui certo allora che
questo avventuriero cauto e simpatico doveva necessariamente aver nel
pugno le redini del comando in quella casa gioconda e piena d’agguati.
-- Voi non giocate, conte? -- mi domandò la signora di Clairval,
avvicinandosi, mentr’io stavo discorrendo con alcuni uomini.
-- Qualche volta gioco; ma più per sbadataggine che per vizio.
-- Allora tenetemi un poco di compagnia, se non siete un arrabbiato come
gli altri. Vedete? Mi lasciano sola.
Ci andammo a sedere in un angolo, vicini.
-- Oh, finalmente mi riposo! -- ella esclamò. -- Quanta gente!
Si sdraiò con indolenza nella poltrona, accese una sigaretta e trasse un
grande sospiro.
-- Il d’Hermòs mi ha tanto parlato di voi, -- disse.
-- Certo il d’Hermòs mi avrà un poco diffamato! Egli mi trova un uomo
senza vizi, e questo, agli occhi di quel terribile uomo, sembra essere
il peccato maggiore.
-- Ma sarà poi vero quello ch’egli dice? Il nostro Elia è sopra tutto un
grande imbastitore di frasi.
-- Veramente con lui non ho protestato, ma con voi, con una signora che
certo è in grado di apprezzare tutta la delicata eleganza che può essere
nei vizi d’un uomo, non voglio subire una simile taccia d’insulsaggine.
-- Poi vi assicuro che ogni vostra difesa mi parrebbe superflua! Siete un
italiano, e sopra tutto un romano, avvezzo a vivere in quella vostra
bella città piena di spasimi, fra quelle donne dai grandi occhi neri,
entro quei palazzi così profondi, un po’ tetri, che turbano
l’immaginazione di chi ne varca la soglia... Per questo solo non potete
essere un insensibile.
-- Vedo che amate molto Roma.
-- Sì, vi ho passato un inverno: è la sola città dove amerei vivere
lasciando Parigi.
-- Ma temo che a lungo andare il cambio desterebbe qualche rimpianto nel
vostro cuore di Parigina.
-- Certo rimpiangerei questi buoni amici, che sono in fondo la mia vita,
ora specialmente che ho passata l’età nella quale un viaggio in Italia,
un viaggio d’amore, s’intende, compensa di tutto ciò che si abbandona.
-- Già, perchè voi siete ancora fra quelli che considerano la nostra
Italia come un giardino d’Armida, una specie di -buen retiro-
cosmopolita per tutti gli innamorati del globo, una terra d’Arcadia dove
non si faccia che amare o cantare...
-- Non dite questo con ironia! È un gran vanto per il vostro paese!
-- Ma è un grande pregiudizio in fondo. Io ricordo lo sdegno di molte
signorine, in Germania, quando confessavo candidamente di non saper
cantare e di non aver mai composto un verso in vita mia. Credetemi,
contessa, l’Italia d’oggi è un paese molto positivo, che lavora e suda
per far denaro, senza ricordarsi d’aver un cielo più azzurro che altrove
od i giardini più fioriti. E le nostre donne... bah!... le nostre donne
aspettano il figurino di Parigi, il romanzo di Parigi, lo scandalo di
Parigi... Oh, voi avete insegnato molto alle signore italiane!
Yvonne Tellier, sopravvenendo in quel momento, interruppe i nostri
discorsi così candidamente generici. Ella usciva dalle sale di giuoco,
facendo tintinnire nella borsetta una certa quantità d’oro guadagnato,
ed i suoi bellissimi occhi risplendevano.
-- Oh, conte, perchè non giocate anche voi? C’è un banchiere che perde a
rotta di collo. Sapete: il grosso Aranda, un italiano come voi. Non c’è
che mettere il denaro sul tappeto.
-- Io sono sfortunatissimo al giuoco: arrivo sempre troppo tardi. Ora
certo vincerà.
-- Ma no! ma no! Ha una disdetta orribile questa sera!
La signora di Clairval intanto si era levata. L’altra mi sedette vicino.
-- Ecco, giuocheremo insieme, se volete, -- mi disse. -- Io metto
venticinque luigi e venticinque li mettete voi. Mi sento in fortuna:
fidatevi. Non perderemo più di queste mille lire; volete?
-- Con molto piacere.
-- A proposito, sentite una cosa: io vi chiamerò Domini, Domini
semplicemente, perchè il resto non me lo posso rammentare.
-- Ve ne dispenso.
-- Domini, che in latino credo voglia dire «signore». Cosicchè sarete per
un momento «il mio signore...» E rise di un bel riso limpido.
-- Magari lo fossi! -- esclamai, curvandomi un poco su le sue spalle nude.
-- Oh, credo che non ci teniate affatto!
-- Questo poi... lo dite senza saperlo.
-- Invece lo dico sapendolo, perchè voi avete di meglio.
-- Ecco: volevo quasi farvi la corte; ora con questa frase, me lo
impedite, -- risposi con galanteria, sorridendole.
-- Ah, gli uomini! Credevo che in Italia fossero più serii.
-- Oh, no affatto!
-- Andiamo dunque a giuocare. Vinceremo un patrimonio questa sera!
-- Sia pure! Intanto eccovi la mia parte.
-- No, no, mettete via quel denaro; me lo darete se perderemo.
-- Siete molto cortese ma non posso accettare.
-- Sentite, io sono superstiziosa, e voglio giocare con questo denaro che
ho vinto. Porterà fortuna. Venite.
Andammo verso la tavola da giuoco, ed io facevo intanto qualche
riflessione amaramente piccina. Pensavo che si sarebbero certo perdute
quelle mille, forse molte altre migliaia di lire, senza ch’io potessi
esimermi dal dividere la sua sorte o dal confessare le mie strettezze.
Così, dalle più piccole cose alle più grandi, la mia decadenza mi
appariva manifesta, dandomi al cuore un senso di vergogna e di
commiserazione.
Guardavo e tacevo. Intorno al tavoliere stavano facce di uomini, torve o
ridenti, eran visi di donne, affannate per l’ansia della sorte o
soddisfatte per il suo favore. L’oro, e le carte, e la voce monotona del
banchiere che annunziava un punto, e quelle mani che tutte parevano
ghermitrici ed avare, mettendo o raccogliendo le poste, l’ansia di chi
giocava e la placida ironia degli spettatori, la luce delle lampade
basse, il fumo dei sigari, gli scoppi di risa repentini, le imprecazioni
frequenti, la pausa di silenzio che precedeva ogni colpo e quella specie
di rallentamento che ne seguiva l’annunzio, tutto questo insieme, per la
prima volta mi dava una sensazione acre d’immoralità e di bassezza, come
la visione di una grande crapula in cui fossero palesi tutti gl’istinti
più perversi della bestia umana.
Ora che il denaro non mi apparteneva più come un facile retaggio, ne
vedevo con altri occhi tutte le orride, le occulte vie di conquista e
ripensavo alle parole del d’Hermòs con una specie d’interiore brivido.
Intanto la sorte favoriva la mia bella compagna. Ella poneva le poste ad
ogni colpo, allungando sul tappeto la mano bianchissima, carica d’anelli
che la facevano splendere. Il d’Hermòs, che stava dall’altro lato e
giocava con noncuranza, aveva esclamato vedendoci:
-- Oh, finalmente vi siete lasciato tentare anche voi!
-- Non però dalle carte! -- risposi, accennando alla piccola Yvonne.
-- La donna e il giuoco vanno insieme come il diavolo e l’acqua santa --
egli disse per celia.
-- E voi siete un insolente! -- ella gli rimandò su lo stesso tono.
In piedi, presso di lei, stavo considerando la mia compagna. Smorta in
viso, di un pallor carico e torbido come il colore dell’ambra, due vasti
occhi le splendevano sotto la fronte piana, una fronte di statua greca,
dalle sopracciglia troppo lontane. Aveva un profilo dolcissimo, come i
cammei del Cinquecento, ma su la bocca fredda e arida un sorriso di
donna crudele. I capelli nerissimi le si partivano dal mezzo della
fronte, spartiti da una scriminatura fina, in due gonfie ali compatte,
lucide come due stole di lontra, che ondeggiavano intorno alle tempie
facendole su la nuca un nodo così voluminoso da parer soverchio per la
sua fragilità. Era veramente un gingillo da principe, una cosa tenue ma
temibile, una figura di malefizio. E forse dai capelli troppo neri, dal
seno troppo scollato, le usciva un profumo intenso, quasi un’evanescenza
della sua pelle, che sotto il velo della cipria sembrava soffusa di un
color d’oriente, come hanno talora le donne arabe a vent’anni. Le sue
braccia ignude, passando in un raggio di luce, riscintillavano d’una
invisibile vellatatura bionda.
Ella doveva possedere il secreto di qualche lussuria strana.
Sovente si volgeva, con una mossa rapida, per domandarmi consiglio
intorno al giuoco, ed i suoi occhi parevano compiacersi di quella
suggestione torbida che si accorgevano di suscitare in me. Ora, spesso,
e come per inavvertenza, mi posava le mani su le ginocchia, e nel
piegarsi, o nel volgersi, tutta la sua persona carezzava leggermente la
mia. M’accostai ancor più; le stetti con la faccia così vicino che le
mie labbra quasi toccavano il suo orecchio minuscolo, il quale pareva
spuntare dalla foltezza dei capelli come il delicato bòcciolo di un
fiore.
A un certo punto ella raccolse quasi tutto il denaro che aveva dinanzi e
me lo diede.
-- Mettete questo a parte, -- mi disse. -- Bisogna essere prudenti. È il
guadagno. Ed ora cominciamo da capo con le mille lire che mi rimangono.
Se si perde, poco male.
-- Avete fiducia nella mia scrupolosità? -- domandai scherzando, mentre
intascavo la somma.
-- Niente affatto! -- rispose ridendo. -- Anzi datemi per garanzia una
vostra mano; così non potrete rubare.
-- Ma ho sempre l’altra... -- feci, stringendo la sua piccola mano. Ella
intrecciò le dita nervosamente nelle mie, mentre, con l’altro gomito
puntato su la tavola, tendeva il collo innanzi per attendere l’esito di
un raddoppio audace. Fu perduto: ella fece un piccolo gesto d’ira.
Giuocò di nuovo e perdette; allora si rovesciò all’indietro, sopra la
spalliera della seggiola ed un po’ contro la mia spalla. Su l’abito mi
restò il segno bianco della cipria che aveva su la scollatura.
Una signora molto dipinta, che le sedeva presso, tutta ricciuta di
capelli rimessi, con le labbra sovraccariche di rossetto, e che ogni
tanto ci guardava sorridendo, le disse, con una smorfia di malcontento
che fece tremolare la sua faccia pingue:
-- Ora il banchiere si mette ad aver fortuna; non giocate più.
Ella scosse le spalle senza risponderle: giocò un’altra volta e
perdette. Allora chinandosi un poco, mi confidò sottovoce:
-- Questa vecchia è una terribile iettatrice!
Io risi; ella pure. Le rimanevano davanti alcune centinaia di lire. Mi
propose:
-- Ora gioco tutto e lascio tre volte, se non si perde prima. Poi ce ne
andremo in ogni modo; volete?
-- Benissimo, fate così.
Con un gesto largo ella spinse innanzi tutto il denaro. L’uomo che
teneva il banco si volse a guardarla con un sorriso irritante nel volto
che splendeva di obesità, e le disse:
-- Adagio, bella Yvonne! Volete proprio colarmi a fondo questa sera?
-- Impossibile! -- ella rispose con insolenza. -- Siete talmente grasso che
tornerete sempre a galla!
L’uomo trovò la celia di suo garbo e ne rise insieme con altri.
-- Stiamo a vedere, -- ella mi disse piano, mentre il banchiere
distribuiva le carte.
Congiunse le mani e sopra vi tenne il mento. Poi trasse un respiro, mi
fece un piccolo cenno: il colpo era vinto.
-- Non ritirate, piccola Yvonne? -- le domandò il banchiere, pagando la
sua posta.
-- No, amico mio, non ritiro. Anzi lascerò due colpi ancora.
Ed a me, sottovoce:
-- Aranda non ama che le donne vincano il suo denaro.
Le carte furono distribuite una seconda volta ed ella si rannicchiò in
sè medesima, come per farsi più piccina.
Colui che aveva la mano guardò Yvonne con un sorriso ed annunziò forte:
-- -Nove!
-- Bravo! -- gli rispose Yvonne, battendo i palmi.
-- E due, -- contò il banchiere, raddoppiando la somma. Ella guardò il
mucchio con incertezza, puntandosi l’indice inanellato contro il labbro
sottile.
-- Avrei quasi la tentazione di ritirare... -- mi disse.
-- No, lasciate, -- le consigliai. -- Non bisogna mai recedere dalla prima
decisione. Poi sento che vinceremo.
-- Credete?
-- Lo credo.
L’uomo che si chiamava Aranda ammiccava con un sorriso un po’ ebete
verso la posta d’Yvonne, distribuendo le carte. Ella sorse in piedi,
sporgendo il busto sul tavoliere, con le mani appoggiate sul panno
verde, le braccia tese.
-- Ancora nove... -- disse lentamente quegli che aveva la mano, aprendo le
carte.
-- Alla buon’ora! E tre! -- esclamò Yvonne con allegrezza.
-- Non è possibile vincervi un colpo questa sera! -- le disse il banchiere
con una smorfia sorridente.
-- E per questo me ne vado, -- ella rispose, raccogliendo la vincita. --
Bisogna fermarsi a tempo. -- Ed a me:
-- Venite.
Mi condusse in una piccola sala piena di ninnoli, di fiori, di
cristallerie; si pose tutto il denaro in grembo ed esclamò lietamente:
-- Vi ho pur detto che avremmo vinto! Lo sentivo. Ora facciamo i conti.
-- Giocate meravigliosamente, non c’è che dire.
-- Ma ora brucio di sete. Vi prego, andate a prendermi un bicchiere di
«Champagne».
Quando tornai, stava ritta davanti ad uno specchio per accomodarsi i
capelli. Prese la coppa e bevve d’un fiato; poi si portò una mano al
petto, esclamando:
-- Che sete! -- La bocca umida le scintillava di piccole gocce, come un
frutto rorido, e mi dette la tentazione di baciarla. Mi curvai un poco,
senza osare, ma ella sentì quel bacio non dato e se ne schermì ridendo.
-- Venite: facciamo i conti.
Tornò a sedere; le deposi nel grembo la somma che tenevo in serbo,
dicendole:
-- I conti sono già fatti; ponete questo denaro nella vostra borsetta; a
me non spetta e non voglio assolutamente nulla.
-- Mio buon amico, spero che lo diciate per ridere!
-- Ma neanche per sogno! Voi avete giuocato, voi avete vinto...
-- Ah, no, e poi no! -- fece, profondamente offesa. -- Mi considerate
dunque per una di quelle donne con le quali un uomo perde sempre
qualcosa?
-- Per carità, non dite questo! -- esclamai, stringendole un polso. -- Ma
davvero mi sembrerebbe indiscreto accettare. Facciamo così piuttosto:
con la parte che voi credete mi spetti comprerete domani un gingillo
qualsiasi, tenendolo come se ve lo avessi regalato io... Va bene?
-- Assolutamente no! Abbiamo giuocato insieme, come fra uomini; se si
avesse perduto, voi avreste pagata la vostra parte; abbiamo vinto e, se
non volete offendermi, vi prego di non insistere più.
-- Tutto, piuttosto che offendervi! Solo permettete che vi preghi
ancora...
-- Non più, non più! Contiamo.
La sua fiera delicatezza non impedì ch’io provassi un certo rossore
nell’accettare quella somma, la quale ammontava, per mia parte, a quasi
tremila lire. Pensai che il domani avrei tutto reso inviandole un dono.
-- Allora, -- la pregai, -- permettete che vi domandi anche il vostro
indirizzo, per mandarvi almeno un fiore.
-- Fiori sì, ma non altro; -- ella minacciò, sdraiandosi nella poltrona e
sollevando pigramente le braccia dietro il capo. Aveva le maniche
trasparenti, corte fin sopra il gomito; vedevo le sue braccia modellate
con una finezza squisita, e la conca delle ascelle appena segnata da
un’ombra scura.
-- Voi siete molto severa!... -- le dissi, protendendomi un poco.
-- No, ma voglio serbarmi il piacere di giocare altre volte con voi, se
c’incontreremo, senza il bisogno di ringraziarvi, od il timore d’essere
considerata per meno di quello ch’io stessa mi consideri... Non credete
che una donna possa avere qualche volta un simile desiderio?
-- Certo lo credo, e se voi lo avete per me, ne sono lusingatissimo.
-- Dunque, siamo intesi: null’altro che un fiore.
-- Come volete. Però, concedetemi di portarvelo io stesso.
-- Ah?... perchè? -- fece con uno sguardo pieno di femminilità insidiosa e
reticente.
-- È una domanda oziosa, vi pare? O almeno, con essa, mi mettete nella
impossibilità di rispondervi come vorrei.
-- Datemi una sigaretta... via! -- disse, facendo con la mano un gesto
frivolo.
E rise. I suoi occhi perversi mi guardavano, grandi e fermi. Aveva in sè
una forza irresistibile di seduzione, pareva un fiore bello e velenoso.
Mentre le accendevo la sigaretta, le feci scorrere una mano sul braccio,
irrequietamente.
-- Cos’avete su la pelle? -- domandai; -- è di una morbidezza
incredibile!...
-- Vi pare?... -- E ritrasse il braccio quasi con un gesto pudico, ma
ridendo di un riso che non lo era.
-- Credo vi piaccia tormentare, piccola Yvonne!...
-- Perchè?...
-- Non saprei dirvi... È la mia opinione.
-- Sedete lì... -- E mi segnava una poltrona più discosta.
Per un momento si stette in silenzio, guardandoci entrambi, io turbato,
ella curiosa. Poi le dissi:
-- Allora, questo indirizzo?
-- Oh, me ne dimenticavo... 110, Boulevard Malesherbes. Dopo le quattro.
Ma non domani: dopodomani.
E tutte le cose lucide, nella piccola sala, brillavano come i suoi
grandi occhi neri.
IV
Avevo solamente voluto stordirmi. Appena uscito nella strada un grande
disamore mi strinse, di quella casa, di quella donna, di me stesso.
Lungo e sordo mi ronzava nelle orecchie un rumore non ben comprensibile,
forse l’eco delle parole che avevo dette, udite; mi serpeggiava nelle
vene indolenti una specie di malsana ebbrietà.
Rincasai verso le quattro del mattino; un lume acceso dietro una
finestra mi avvertì ch’Elena vegliava tuttora. Quando entrai, ella
sedeva infatti nella sala da pranzo, con un libro aperto su le
ginocchia, le mani sovr’esso congiunte.
-- Dove sei stato finora? -- mi domandò con un suono di voce opaco e
lento.
-- In casa della contessa di Clairval, con Elia.
-- Ah!... Si riceve sino a quest’ora in quella casa?
-- Si giuoca. Ma tu, perchè non ti sei coricata?
-- Non avevo sonno. Ho atteso che ti risolvessi a tornare.
-- Ed ora che son tornato?
-- Nulla; va bene.
-- Ti coricherai ora?
-- Forse.
-- Non hai altro da dirmi?
1
-
-
!
-
-
-
.
2
3
-
-
?
4
5
-
-
.
6
7
-
-
?
8
9
-
-
:
.
10
!
11
12
-
-
,
-
-
,
13
,
-
-
.
14
’
.
15
16
-
-
;
.
17
18
-
-
,
.
19
,
.
!
20
21
-
-
.
22
23
-
-
,
,
,
.
24
25
.
26
27
-
-
?
28
29
-
-
,
’
.
30
31
-
-
?
!
.
32
33
-
-
?
,
,
34
.
35
36
-
-
.
37
38
-
-
?
?
39
40
-
-
,
,
41
’
.
.
.
.
42
43
-
-
,
.
44
45
-
-
?
46
47
-
-
,
.
48
49
-
-
,
50
,
51
!
.
.
.
?
52
53
-
-
?
54
55
-
-
.
56
57
-
-
.
58
59
-
-
,
.
60
61
-
-
,
!
.
.
.
,
,
,
-
-
62
.
63
64
-
-
?
65
66
-
-
;
.
67
68
-
-
?
,
.
69
70
-
-
,
,
,
’
.
71
72
-
-
!
!
.
.
.
-
-
:
-
-
73
!
74
75
,
.
76
,
,
,
77
,
78
.
,
,
79
!
80
81
-
-
?
-
-
,
.
82
83
,
:
84
85
-
-
’
’
86
!
87
88
,
.
89
90
-
-
.
.
.
-
-
,
.
91
92
93
.
’
94
’
’
.
,
95
,
,
,
.
96
’
.
97
98
,
’
,
’
:
99
100
-
-
!
!
-
-
.
101
102
,
103
,
,
:
104
105
-
-
,
,
’
,
’
!
-
-
106
:
-
-
,
?
107
108
,
,
109
,
:
110
111
-
-
!
.
112
.
113
114
,
,
115
’
,
-
-
,
116
.
’
117
;
’
,
118
.
,
,
119
’
.
,
:
120
121
-
-
,
,
,
122
!
123
124
-
-
?
-
-
,
125
.
126
127
-
-
,
.
.
.
,
,
!
128
129
-
-
:
,
130
’
!
131
132
-
-
!
.
.
.
,
133
?
-
-
.
-
-
,
.
.
.
134
135
-
-
.
136
137
-
-
.
,
:
138
?
139
140
-
-
!
-
-
.
141
142
-
-
,
?
143
?
,
,
!
144
145
-
-
?
146
147
-
-
,
,
.
148
,
,
.
149
;
.
.
.
150
?
151
152
-
-
!
.
153
154
-
-
,
!
,
’
,
.
155
,
,
156
.
157
158
159
,
.
160
161
-
-
?
-
-
.
162
163
-
-
?
,
!
,
’
,
164
!
165
166
:
167
,
168
’
.
169
170
-
-
,
-
-
.
-
-
171
:
172
.
173
174
-
-
,
-
-
.
175
176
-
-
?
,
,
!
177
,
’
,
,
,
178
,
,
179
.
,
.
.
.
-
-
,
180
-
-
:
!
.
.
.
181
182
-
-
?
183
184
-
-
,
.
.
.
.
.
.
?
,
!
185
’
,
,
186
«
!
»
187
188
-
-
!
!
!
-
-
.
189
190
-
-
.
!
191
192
-
-
?
?
193
194
-
-
!
.
195
196
-
-
’
,
?
197
198
-
-
’
?
.
199
200
-
-
?
-
-
,
201
’
.
202
203
-
-
?
.
,
,
,
204
,
’
.
.
.
.
205
.
206
207
’
208
.
209
210
-
-
,
,
,
-
-
;
-
-
211
.
212
213
.
214
215
-
-
,
,
-
-
.
216
217
-
-
,
.
,
.
218
,
’
,
219
«
»
.
220
221
-
-
,
.
222
223
’
,
’
.
224
225
-
-
?
-
-
,
.
226
227
-
-
,
.
228
229
-
-
?
230
231
-
-
;
.
’
.
232
233
.
234
,
:
235
236
-
-
,
.
.
.
.
237
238
’
;
,
239
.
240
241
-
-
,
?
242
243
-
-
,
.
244
245
-
-
,
!
.
.
.
246
247
-
-
,
.
.
248
249
-
-
?
,
!
?
,
.
,
!
250
.
251
252
-
-
,
!
.
.
.
253
254
;
’
,
255
,
,
.
256
257
258
259
260
261
262
263
-
-
,
!
-
-
264
’
,
,
«
»
.
-
-
265
,
266
,
,
267
.
,
,
268
,
:
,
269
.
270
271
-
-
’
,
.
,
,
272
.
273
274
-
-
;
,
,
275
.
;
276
,
’
,
277
.
278
!
.
’
,
279
!
280
281
-
-
,
,
’
,
!
282
’
’
,
,
,
283
’
.
’
284
.
,
?
.
,
285
,
.
’
286
.
287
288
-
-
,
.
289
,
,
’
.
,
290
.
’
,
291
’
.
’
,
:
-
-
292
!
’
.
-
-
’
293
,
’
’
:
294
,
,
295
’
.
,
,
’
.
296
297
-
-
:
’
.
298
299
-
-
’
?
.
.
.
300
301
-
-
!
302
303
-
-
?
.
.
.
304
305
.
306
307
-
-
,
!
-
-
.
308
309
-
-
.
.
.
310
?
311
312
-
-
,
’
.
,
313
:
,
314
.
,
,
315
’
!
316
317
’
’
.
318
319
-
-
.
;
320
,
,
321
.
322
323
-
-
?
324
325
-
-
!
.
.
.
326
,
!
327
328
-
-
.
329
330
-
-
,
.
331
.
332
333
-
-
.
334
335
-
-
,
.
?
336
.
,
’
.
337
,
!
.
.
.
-
-
338
,
.
339
340
-
-
,
.
341
342
-
-
.
.
.
!
’
.
343
344
.
345
’
,
346
’
«
»
,
347
,
348
,
349
.
350
351
-
-
,
-
-
,
-
-
352
.
353
,
.
354
,
,
,
,
355
,
,
356
’
’
.
’
357
’
,
.
.
.
358
.
.
.
,
’
359
-
,
360
.
361
362
-
-
,
.
363
364
-
-
,
!
,
,
365
.
366
367
.
368
369
-
-
,
-
-
-
-
,
370
?
371
372
-
-
,
373
:
’
,
374
375
.
376
377
-
-
?
?
378
379
-
-
,
,
!
380
,
.
381
?
,
?
382
383
-
-
.
’
,
384
.
385
386
-
-
,
,
!
387
,
,
.
388
.
’
,
389
’
,
,
,
’
.
.
.
’
390
,
:
;
391
,
,
392
.
’
,
393
,
’
,
394
.
:
,
395
,
396
,
,
!
397
’
,
,
,
398
’
?
399
’
400
’
«
»
-
-
401
?
,
,
402
«
»
403
’
404
’
?
?
!
405
.
’
,
406
.
.
.
,
407
408
.
409
410
-
-
-
-
,
-
-
’
411
’
,
?
412
413
,
414
’
415
.
416
417
-
-
-
-
,
-
-
418
’
;
419
,
420
.
421
422
-
-
,
-
-
.
-
-
423
.
424
425
-
-
’
?
-
-
426
.
427
428
-
-
.
?
-
-
.
429
430
-
-
,
,
!
.
.
.
,
,
431
.
.
432
.
?
433
434
-
-
;
.
435
436
-
-
;
;
437
.
438
439
’
,
440
’
.
441
442
-
-
,
-
-
,
-
-
.
443
444
-
-
-
-
445
446
’
,
447
’
.
448
,
449
,
450
,
’
,
,
451
,
452
.
’
453
,
,
454
,
455
.
,
’
,
,
456
,
;
,
457
,
,
458
.
,
459
,
460
,
’
461
.
462
463
’
’
,
464
’
,
,
,
465
.
,
466
;
467
,
.
468
,
,
469
;
,
470
,
.
471
472
-
-
,
-
-
,
-
-
?
473
474
’
,
,
,
475
476
.
:
477
478
-
-
479
.
480
481
,
482
,
.
483
484
-
-
!
-
-
.
-
-
?
485
486
-
-
,
-
-
.
487
488
-
-
’
?
489
490
-
-
,
.
.
.
.
’
491
.
.
.
,
.
492
’
493
.
494
495
-
-
,
,
!
496
.
,
497
,
.
498
499
-
-
’
?
500
501
-
-
,
!
!
-
-
.
502
,
:
-
-
,
-
-
.
503
504
-
-
:
.
505
506
-
-
!
,
,
,
507
?
,
508
,
,
509
?
510
511
-
-
,
;
512
.
:
513
.
.
.
!
:
-
-
514
’
!
,
515
’
,
!
516
517
-
-
’
!
,
,
518
.
?
519
520
-
-
.
521
522
,
:
523
524
-
-
,
?
525
526
-
-
.
527
528
-
-
?
529
530
-
-
;
’
.
531
532
-
-
,
;
.
533
.
.
.
534
’
,
.
,
:
535
.
536
537
-
-
,
-
-
,
-
-
.
-
-
’
’
,
538
,
,
539
.
.
.
540
541
,
542
:
543
544
-
-
.
545
!
546
547
-
-
?
-
-
,
.
548
549
-
-
,
,
!
550
551
,
.
552
553
’
.
554
555
-
-
,
?
-
-
,
556
,
’
.
557
558
-
-
;
.
559
560
-
-
,
561
.
?
.
562
563
,
.
564
565
-
-
,
!
-
-
.
-
-
!
566
567
,
568
.
569
570
-
-
’
,
-
-
.
571
572
-
-
’
!
573
,
,
,
574
.
575
576
-
-
’
?
577
.
578
579
-
-
,
,
580
581
’
,
’
.
582
583
-
-
!
584
,
,
585
,
,
586
,
’
,
587
’
.
.
.
588
.
589
590
-
-
.
591
592
-
-
,
:
593
.
594
595
-
-
596
.
597
598
-
-
,
,
599
’
,
600
’
,
’
,
.
601
602
-
-
,
603
’
,
-
-
604
,
’
605
.
.
.
606
607
-
-
!
!
608
609
-
-
.
610
,
,
611
.
,
612
,
’
’
,
613
,
’
614
.
.
.
.
!
.
.
.
615
,
,
616
.
.
.
,
!
617
618
,
,
619
.
,
620
’
,
621
.
622
623
-
-
,
,
?
’
624
.
:
,
.
’
625
.
626
627
-
-
:
.
628
.
629
630
-
-
!
!
!
631
632
.
’
.
633
634
-
-
,
,
,
-
-
.
-
-
635
.
:
636
.
;
?
637
638
-
-
.
639
640
-
-
,
:
,
641
,
.
642
643
-
-
.
644
645
-
-
,
«
»
.
646
«
.
.
.
»
.
647
648
-
-
!
-
-
,
.
649
650
-
-
,
!
651
652
-
-
.
.
.
.
653
654
-
-
,
.
655
656
-
-
:
;
,
657
,
-
-
,
.
658
659
-
-
,
!
.
660
661
-
-
,
!
662
663
-
-
.
!
664
665
-
-
!
.
666
667
-
-
,
,
;
.
668
669
-
-
.
670
671
-
-
,
,
672
.
.
.
673
674
,
675
.
676
,
,
’
677
.
678
,
,
679
,
680
.
681
682
.
,
683
,
,
’
684
.
’
,
,
685
,
686
,
,
’
687
,
688
,
,
,
689
,
690
’
,
,
691
’
,
692
’
693
.
694
695
,
696
,
697
’
’
.
698
699
.
700
,
,
’
701
.
’
,
’
702
,
:
703
704
-
-
,
!
705
706
-
-
!
-
-
,
.
707
708
-
-
’
-
-
709
.
710
711
-
-
!
-
-
.
712
713
,
,
.
714
,
’
,
715
,
,
716
.
,
717
,
718
.
719
,
,
,
720
,
721
722
.
,
723
,
.
,
724
,
,
’
725
,
726
’
,
’
.
727
,
,
’
728
.
729
730
.
731
732
,
,
733
,
734
.
,
,
735
,
,
736
,
,
737
.
’
;
738
,
739
740
.
741
742
743
.
744
745
-
-
,
-
-
.
-
-
.
746
.
.
747
,
.
748
749
-
-
?
-
-
,
750
.
751
752
-
-
!
-
-
.
-
-
753
;
.
754
755
-
-
’
.
.
.
-
-
,
.
756
,
,
’
757
,
’
758
.
:
’
.
759
;
’
,
760
’
.
’
761
.
762
763
,
,
764
,
,
765
,
,
766
:
767
768
-
-
;
.
769
770
:
’
771
.
,
:
772
773
-
-
!
774
775
;
.
.
776
:
777
778
-
-
,
.
779
;
?
780
781
-
-
,
.
782
783
.
’
784
785
,
:
786
787
-
-
,
!
?
788
789
-
-
!
-
-
.
-
-
790
!
791
792
’
.
793
794
-
-
,
-
-
,
795
.
796
797
.
,
798
:
.
799
800
-
-
,
?
-
-
,
801
.
802
803
-
-
,
,
.
.
804
805
,
:
806
807
-
-
.
808
809
810
,
.
811
812
:
813
-
-
-
!
814
815
-
-
!
-
-
,
.
816
817
-
-
,
-
-
,
.
818
,
’
819
.
820
821
-
-
.
.
.
-
-
.
822
823
-
-
,
,
-
-
.
-
-
824
.
.
825
826
-
-
?
827
828
-
-
.
829
830
’
’
831
’
,
.
,
832
,
833
,
.
834
835
-
-
.
.
.
-
-
,
836
.
837
838
-
-
’
!
!
-
-
.
839
840
-
-
!
-
-
841
.
842
843
-
-
,
-
-
,
.
-
-
844
.
-
-
:
845
846
-
-
.
847
848
,
,
849
;
:
850
851
-
-
!
.
.
852
853
-
-
,
’
.
854
855
-
-
.
,
856
«
»
.
857
858
,
859
.
’
;
860
,
:
861
862
-
-
!
-
-
,
863
,
.
,
864
,
.
865
866
-
-
:
.
867
868
;
,
869
:
870
871
-
-
;
;
872
.
873
874
-
-
,
!
875
876
-
-
!
,
.
.
.
877
878
-
-
,
,
!
-
-
,
.
-
-
879
880
?
881
882
-
-
,
!
-
-
,
.
-
-
883
.
:
884
885
,
.
.
.
?
886
887
-
-
!
,
;
888
,
;
,
889
,
.
890
891
-
-
,
!
892
.
.
.
893
894
-
-
,
!
.
895
896
’
897
’
,
,
,
898
.
.
899
900
-
-
,
-
-
,
-
-
901
,
.
902
903
-
-
,
;
-
-
,
904
.
905
,
;
906
,
907
’
.
908
909
-
-
!
.
.
.
-
-
,
.
910
911
-
-
,
,
912
’
,
,
’
913
’
.
.
.
914
?
915
916
-
-
,
,
.
917
918
-
-
,
:
’
.
919
920
-
-
.
,
.
921
922
-
-
?
.
.
.
?
-
-
923
.
924
925
-
-
,
?
,
,
926
.
927
928
-
-
.
.
.
!
-
-
,
929
.
930
931
.
,
.
932
,
.
933
934
,
,
935
.
936
937
-
-
’
?
-
-
;
-
-
938
!
.
.
.
939
940
-
-
?
.
.
.
-
-
,
941
.
942
943
-
-
,
!
.
.
.
944
945
-
-
?
.
.
.
946
947
-
-
.
.
.
.
948
949
-
-
.
.
.
-
-
.
950
951
,
,
,
952
.
:
953
954
-
-
,
?
955
956
-
-
,
.
.
.
,
.
.
957
:
.
958
959
,
,
960
.
961
962
963
964
965
966
967
968
.
969
,
,
,
.
970
,
971
’
,
;
972
.
973
974
;
975
’
.
,
976
,
977
,
’
.
978
979
-
-
?
-
-
980
.
981
982
-
-
,
.
983
984
-
-
!
.
.
.
’
?
985
986
-
-
.
,
?
987
988
-
-
.
.
989
990
-
-
?
991
992
-
-
;
.
993
994
-
-
?
995
996
-
-
.
997
998
-
-
?
999
1000