avvallature, e ciascuno di quella moltitudine recando i fiori del suo giardino, i boccioli delle sue pasture, i mazzi più recenti e le ghirlande più fresche della sua nativa montagna. Era un popolo che si moveva, portando in braccio gli Dei Lari della sua terra verso il Tempio georgico della originaria stirpe, compiendo con rinnovellato sfarzo di paganesimo un rito augurale della sua vita cristiana. Essi andavano a pregare per il solco della zolla generatrice, dal cui grembo scaturivano le biade fluenti, ricchezza ed allegrezza dei raccolti futuri; andavano a genuflettersi per ottenere propizia l’estate, irrigua la possa fluviale, benedetta la natività di ogni seme. Con le mani callose per la fatica dell’aratro e della falce portavano i mazzi come si porta un cero in processione, e le donne facevano con i grembiuli un grembo, per entro adunarvi l’offerta; ovvero, con arte quasi primordiale, avevan intrecciati que’ fiori e quelle frasche in modo che si potessero appendere come doni votivi, e foggiati li avevano a somiglianza degli utensili campestri, per l’augurio della messe copiosa. Altre comitive, le più ricche, o forse i parentadi, reggevano canestri colmi di fiori coltivati, offrendo così alla Vergine primaverile una donazione più rara; i lor panieri traboccavano di ogni ricchezza profumata, sorretti per lo più da due giovanette, che in abito uguale camminavano a lato, cantando. Da un poggio eminente sopra Torre Guelfa, nella prima ora dopo il mezzodì, vedevamo ancora sopraggiungere le compagnie dei borghi alpestri, alle quali una più lunga strada ritardava il pellegrinaggio. Ora venivano, accelerando il passo, e chi era sui carri battendo i cavalli con sferze infiorate, mentre stornellavano a voce spiegata, sicchè per l’aria limpida era un gran ridere di canzoni, confuso e misurato insieme col tintinnio delle sonagliere gioconde. Alcune fanciulle reggevano le canestre sul capo, altre avevano le braccia cariche di ghirlande, altre, coronate in fronte, portavano rami d’ulivo. Un bellissimo trofeo, rosseggiante di bacche vermiglie, che al sommo aveva una grande foglia di palma distesa, era portato a spalle da quattro uomini succinti nel costume della terra d’Aquino: molte fanciulle, vestite in abito candido e guidate da una suora, camminavano dietro uno stendardo, avendo ciascuna la faccia velata e le braccia ricolme di bianchissimi fiori. Di quando in quando sopravveniva un’altra schiera e si udivano altre canzoni. Un pastore spingeva la sua pecora lanosa, che aveva tra le corna un ornamento vaghissimo di fiori montanini; la mazza del mandriano era un lungo ramo nodoso avviluppato con rosai selvatici. Così erano scesi dalla montagna, si erano mossi dalle rive del fiume, dalle case dei villaggi, dalle fattorie disperse nella campagna, od anche dalle più povere catapecchie, se pur davanti al limitare avevano un sol palmo di terra dal quale potesse nascere un fiore. Noi pure vi andammo, sul barroccio di Lazzaro, per assistere alla celebrazione del rito gentilissimo. La strada che seguivamo svoltava, dopo un lungo pendìo, su la via Appia; là incontrava una traccia di fiori sfogliati su le recenti orme dei pellegrinaggi, mentre ancora talune comitive dei più lontani contadi sbucavano per i sentieri della campagna volgendo gli occhi ansiosi verso la meta imminente. Fondi appariva dinanzi a noi, nel mezzo del suo «Caecubus acer» che dette i prelibati vini ai circensi ozii di Cicerone, di Attico e di Tiberio, e fin lungi mandava esultanti clamori fuor dai ruderi della cinta romana, ove un popolo rimasto fedele ai geni ed alle consuetudini della sua razza tenace rinnovava i simboli dei padri venerando la secolare divinità della Terra. E la gioia di quella turba semplice, che andava per offrire le sue ghirlande alla Cerere cristiana, si comunicava in noi, aprendo le nostre anime all’allegrezza del simbolo primaverile. Così densa era la moltitudine all’entrar del paese, che, non potendo proceder oltre, dovemmo cercare una rimessa per la cavalla di Lazzaro e procedere a piedi. La via Appia, guernita di bandiere, di palvesi, di giostre aeree, di gonfaloni e di stendardi, continuava in mezzo alle case, verso il Tempio di Santa Maria, dov’era il convegno della festa floreale. Agilissimi festoni d’edera si appendevano da un tetto all’altro, curvi nel mezzo come i tralci delle viti cariche, in guisa da comporre sopra la strada una specie di pergola trionfale, un telaio di gloriose ghirlande, in gradazione dolcissima di colori. Gualdrappe sfarzose pendevano dalle finestre, addobbavano i terrazzi ed i poggioli, cui stavano affacciate le donne procaci che amò Silvestro de’ Buoni e che un tempo salirono, adorne di lunghi veli, al convento dei Frati Domenicani per ascoltar le prediche di San Tomaso d’Aquino. Quel giorno, esse ridevano dai poggioli, come da un «mirador» di Siviglia, pettinate alcune alla guisa castigliana, con il bianchissimo collo ignudo e carico di monili. A piene mani gettavano mazzi nella strada, poi si schermivano dietro le stuoie quando una brigata di corteggiatori le assaliva da ogni parte rispondendo alla loro provocazione. Una pioggia di fiori ci accolse al nostro passaggio. Elena, vestita di bianco, alta fra la moltitudine, attraeva lo sguardo dei lanciatori di mazzi, che da lungi la investivano vuotando a gara i canestri pieni. Per un momento la battaglia della strada si rivolse tutta contro di lei, e dovemmo sostare per ripararci da quell’accanimento. Ella rideva, un po’ smarrita, serrandosi al mio braccio, fra quel giocondo piovere di ramoscelli fioriti, che oscillavano volubilmente nell’aria prima di caderle ai piedi. Poi fummo liberati per il sopraggiungere di due fanciulle, che, attraversando la strada, con una risata, distolsero da noi l’infuriare della leggiadra battaglia. Erano di ugual statura, brune ambedue di colorito e di capelli, col petto ampio e florido, la bocca invermigliata. Sui lor capelli era profusa una gran copia di petali e di foglie, come accade al passar d’autunno sotto una pergola che sfiorisce; le lor caviglie, costrette da un’allacciatura incrociata più volte, uscivano agili ed esilissime dalle gonnelle succinte. Ma ecco, entrando nella piazza grande, mutata in improvviso anfiteatro, fummo sorpresi da una magnificenza impreveduta. I banchi orticoli, adorni di muschi o di glebe divelte ancor umide dalla terra tenace, componevano in semicerchio un bellissimo cuscino di zolle verdi, che s’interrompeva tra due pali avviluppati d’edere allo sbocco d’ogni contrada, poi saliva ad arco su la gradinata e sul terrazzo della chiesa. I fiori vi giacevano sopra, a mazzi, a ghirlande, a fasci, o disseminati, giuncando l’intero anfiteatro. Pareva così di entrare, per una conca verde, nel recesso di un tempio leggendario, dove i colori ed i profumi componessero insieme un’apoteosi della primavera. Un antico salice, ch’era sorto a fianco della chiesa, con le radici sotto la pietra, era naturalmente investito e soffocato quasi dai viluppi di un glicine, che, due volte abbracciandone il tronco, s’arrampicava nella foltezza dell’albero ed emergendo fin sopra la vetta, sciorinava giù per la curva dei rami le sue lunghe propaggini fiorite, spiovendo come il salice, con indolenza magnifica, sin quasi a toccare la terra. E nessuna composizione di tinte appariva così mirabile a guardarsi, come, sul verde acquatico del salice, la delicatezza di quelle fioriture turchine, simili ad un’aggregazione di piccole ali, o forse ad un alveare d’api raccolte in grappoli. Intorno tutti i colori sfoggiavano, componendo in una maraviglia unica la loro molteplice diversità. Pareva che una schiera di uomini scorazzanti avesse invasi tutti i giardini, disfatte le aiuole, vuotate le serre, depredati gli orti, mietuto nelle campagne, tagliato nelle selve, divelto dall’argine dei fiumi, nel grembo delle valli e su l’aprica montagna per raccogliere in quella piazza tutto ciò che la primavera ed il sole avevano saputo esprimere di colorito e di olezzante dalla instancabile generazione della terra. Era come un risorgere di que’ giochi floreali che un lascito di cortigiana aveva elargito al popolo di Roma, nel giorno di Calendimaggio e che venivano celebrati nel più leggiadro fra gli otto circhi, al di là dalle mura, in una valletta oziosa tra il Viminale e il Colle dei Giardini. Seminude, le danzatrici s’inghirlandavano e tessevano danze dionisiache alla concorde musica dei flauti e delle arpe; le attrici simulavano drammi floreali; poi, di notte, al chiarore delle fiaccole, sovra un palco addobbato, le mime figuravano scene di sfrenata licenza, mentre dai parapetti si curvavano, accesi di voluttà negli occhi dipinti, i giovini patrizi decadenti, e saliva su le labbra delle matrone un languido sorriso d’impudicizia. Davanti alla chiesa, come in un giorno di grande sagra, tutta la piazza era ingombra di giuncature primaverili; fiori ed aiuole d’ogni varietà l’abbellivano e la colmavano di magnificenza. Amico ai pascoli rideva il pandicúculo cavalleresco per l’elmo ch’esso porta e per lo sprone, là dove i mirti bianchi e l’aralda porporina socchiudevano lentamente i cálici delle lor campanule stanche. Bocche di lupo e bocche di leone, prímule, biancospini, fior di primavera, marruche, arse dalla gran vampa, si addormentavano, sognando forse l’ombra delle lor siepi natie. Dai fiori si conosceva l’origine dell’offerta. Il boscaiolo era venuto con i mughetti, le cesarelle, i gigari, gli allori, l’abbracciabosco, i gerani di bosco e la barba di bosco; il falciatore con l’erba cipressina, l’erba di vinca, l’erba trinità; le seminatrici coi fiordalisi, le spadacciole, i cinquefogli, e dalla montagna erano scese le pastorelle, dai paschi le pascolatrici, portando, insieme coi bucaneve solitari, le genziane di tutti i colori, le belledonne dei semplici e le araldiche insegne dei gigli fiorentini. Tutti questi fiori, e gli altri mille cui non era possibile riconoscere un nome, parevano irradiare nell’aria circostante i riflessi dei loro infiniti colori, aspirando ad essere più belli della loro bellezza ed avendo singolarmente una diversa guisa di vivere e di morire. Nel tripudio e nel sole di quella piazza invasa un’anima vasta e quasi umana pareva espandersi da quelle innumerevoli agonìe, dicendo con una suprema estasi di profumo l’ansia che i fiori avevano di suggere le linfe della terra, di accogliere più sole, più rugiada, più vento, per palpitare, per aprirsi e ridere, per generare un seme fecondo. E quel profumo, ch’era quasi una voce, quel profumo di corolle moriture, dilagava in alto per l’azzurrità immensa come una suprema invocazione alla vita, come una bella ed inutile volontà di fiorire. Anime anch’essi, avevano il loro attimo di smarrimento presagendo l’orrore del perpetuo silenzio, della irrevocabile ombra; e, forse per non conoscere quello spavento, gettavano a fiamme di colore, a turíboli di profumo, le ultime giocondità vitali, e morivano sperduti nell’ebbrezza della fine, sublimando il colore come un’anima in uno sforzo eroico verso la luce. Nella chiesa lo spettacolo cresceva di bellezza. Non v’era più marmo, non v’erano più altari, nè seggi nè cori nè pulpiti nè colonne: tutto scompariva sotto un ammanto unico di fiori, lasciando solo una via diritta e sgombra che si partiva dalla soglia fino ai gradini dell’altar maggiore. Filtrava per le vaste invetriate una chiarità contemplativa nel tempio, e tra i vapori degli incensi aromatici una lama di sole fendeva obliquamente lo spazio come un’evangelica spada. La turba, genuflessa tra i fiori, elevava un sommesso mormorìo di preghiere. «Beato colui che ha l’Iddio dei Fiori in suo aiuto -- la cui speranza è nell’Iddio dei Fiori. «Il suo Regno è un Regno di tutti i secoli -- la sua Signoria vive per ogni età. «Deh, apri la tua mano e spanda la tua mano il seme abbondevole su la terra pingue; -- e il frutto rida in allegrezza sul ramo fortificato. «Alleluia Vergine Maria! Immacolata Vergine dei Fiori!» -- cantava il sacerdote officiando, mentre il chierico agitava i turiboli e la turba ripeteva «Alleluia!» Ed ecco il sacerdote, apprestandosi a compiere il rito, coglieva dalle più vicine offerte alcuni fiori e li deponeva sopra un vassoio d’argento, trattando le corolle con delicatezza, quasi fosser ostie benedette. E con un gesto abbracciando tutte le ghirlande che ammantavano la chiesa: «Ogni fiore è fiore, su questo vassoio ch’io porto!» -- disse, alzando il bacile ricolmo. Allora tutti gli occhi dell’ansiosa moltitudine si rivolsero alle mani del celebratore. L’immagine della Madonna sorrideva nella nicchia inaccessibile, adorna de’ suoi ori antichissimi, la veste intessuta di gemme, i polsi carichi di braccialetti, la fronte serrata in una mitria, dove all’apice splendeva un rubino di favolosa bellezza. Due cori di vergini biancovestite, con le braccia incrociate al seno, eran genuflesse ai fianchi dell’altare, immobili, con una rigidezza di statue. Fra i due cori una monaca penitente stava quasi bocconi sul primo gradino dell’altare, le due braccia protese innanzi, come per intercedere supremamente. Pareva morta, uccisa dal soverchio profumo. «Il fiore è simile a vanità; i suoi giorni son come ombra che passa,» -- ammoniva il sacerdote dall’alto dell’altare, fra il fumo ceruleo dell’incenso che vaporava per l’aria santificata. «Fa che i semi si diffondano al vento numerosi, i granelli dell’arena, o Maria che conosci da lungi!» E sollevava il vassoio di fiori davanti al tabernacolo scintillante. «Non abbassare i tuoi cieli; non toccare i monti perchè fumino di nubi; non avventare saette; non mandare la grandine che smiete i raccolti come una spada scellerata.» E, nella turba, le mani dei coltivatori, aduste, incallite nella fatica di guidare il vómero per il solco profondo facevano scorrere concitatamente i rosari, perchè la Vergine della primavera e dell’estate li preservasse da tanti flagelli. -- «Fa che i nostri greggi moltiplichino a migliaia nelle fertili campagne. «Fa che non venga la secchezza sopra la terra e sopra i monti e sopra il frumento e sopra il mosto e sopra l’olio e sopra tutto ciò che la terra produce; e sopra gli uomini e sopra le bestie e sopra tutta la fatica delle mani.» E coloro che avevano seminato a piene ciòtole nei solchi fervidi e nei prati maggesi, coloro che avevano potate le viti, mondata la canape, veduto mignolar gli ulivi, coloro che avevano una vacca sterile, od il frutteto invaso dal mal del verde, od i prati aridi, od i virgulti restii dal germogliare, tutti coloro che vivevano la vita semplice del pascolo, della semina e della mietitura, tesero le braccia concordi alla soave immagine di Maria, perchè degnasse accogliere le invocazioni della sua grande georgica famiglia. Ed ecco, il sacerdote asperse tre volte i fiori con l’acqua lustrale, mentre nell’atto della benedizione tutto il popolo della gleba s’inginocchiava, e pareva che veramente qualcosa d’indefinibile, quasi una luce di redenzione, piovesse dall’alto su quelle migliaia di fronti, su quelle migliaia di anime, arse dal bisogno di credere, come un terreno asciutto ànsima nell’attesa della rugiada. Allora i due cori di vergini, sorgendo in piedi, presero a cantare. I loro polsi gracili erano allacciati da una catena di fiori nivali ed i loro occhi splendevano come nell’ebbrezza d’un’estasi religiosa. Cantavano con voci squillanti una dolcissima lenta preghiera; su le pause d’ogni salmo tutto il popolo ripeteva in coro: «Beata Vergine Maria, fate la grazia ai fiori!» Subitamente la voce dell’organo si elevò per l’ampiezza del tempio, come una preghiera sovrumana, la quale parve per un momento raccogliere in sè stessa l’adorazione di tutte le cose che riconoscevano un Dio. Modulata nel suo primo sorgere in tono fioco e lamentevole, man mano si espandeva, cresceva, dilagava per l’aria sonora, cullando tutte le tribolazioni, medicando tutte le sventure, persuadendo gli sconsolati alla speranza, i dubitosi alla fede, i poveri alla miseria del loro destino. La voce cantava sola, nel tempio solenne, piena di eloquenze mistiche, fluida e profonda, mesta e giubilante, come un alito, come un’onda, come un grido, irrompendo con tutto il fiato delle sue dieci canne, per dilagare pianamente verso le altezze immateriali della fede, verso le ineffabili armonie dei paradisi cristiani. E quando l’organo tacque, una preghiera di vergine fu cantata nel coro, da una bocca invisibile, da una voce che pareva sapesse attingere nei più profondi enigmi dell’amore, del sogno e del dolore le sue divine ispirazioni. Ed era trillante come una squilla d’oro, liquida e limpida più che non sia la musica di una polla d’acque scaturienti, morbida come una piuma che vola. Dopo avere distesamente spiegata la impareggiabile virtù del suo canto, dolcemente moriva in un succedersi di note vanevoli, come un’aria che scivoli tra le corde di una cetra sospesa, come una foglia che finisca di scorrere sopra l’arena, come una fontana che cessi di piovere dentro una profondità. E i fiori anch’essi morivano, bevendo l’ultima goccia di rugiada serbata nel càlice come una perla; morivano profumando col supremo loro effluvio la imminente sera del tempio, al chiaror scialbo de’ cerei, essi, che adoravano il sole. E v’era, nell’agonìa di quelle anime floreali, la tristezza inconsolabile delle cose che hanno avuta una magnificenza caduca, la disperazione delle creature che sono vissute inutilmente, senza perpetuare la vita. Una grande malinconìa ci serrò il cuore; i nostri sensi, ebbri di profumo, provarono un lento spasimo, che ci fece d’un tratto impallidir entrambi, Elena ed io, guardandoci. All’ombra di una colonna ella si strinse tutta contro di me, cercandomi nascostamente le mani. Allora, davanti ai fiori che morivano, agli incensi che fumavano, al bisbigliar delle preghiere sommesse, cauti e paurosi ci baciammo, sentendo per tutte le vene correre il brivido di quel peccato soave. V Fabio era partito due giorni dopo, con la promessa di compiere la sua missione e di darmene tosto notizia. Che sarebbe avvenuto? Nè io volevo domandarlo a me stesso, nè, pur volendo, l’avrei saputo immaginare. Eravamo assai turbati, Elena ed io, nell’attesa del triste avvenimento. La consueta lettera di Edoarda giunse anche il giorno appresso, e poichè sapevo che sarebbe stata l’ultima, ebbi nel leggerla un turbamento insolito, quasi una indefinibile paura. Sembrava che, per una intuizione vaga, Edoarda presentisse la imminente sciagura, e le sue parole tradivano la mortale ansietà di quelle ore, nelle quali ci si attende ad un male certo, benchè ignoto, e si sente sopraggiungere il passo della persona che ci dovrà colpire. ---- «Fra due mesi o poco più, -- scriveva Edoarda -- il mio lutto finisce. Mancano esattamente ottanta giorni -- (ella contava i giorni!...) -- al tempo da noi fissato per le nostre nozze. Io, per quel giorno, vorrei essere morta. Le nostre nozze... che crudele ironia! Come mai ho potuto una volta credere alla possibilità di questo sogno assurdo? E però mi ricordo ancora, come in una visione che non appartenga più alla mia vita, la sera in cui fu data questa promessa, e ti rivedo ancora, intento a sfogliare un calendario, un piccolo calendario di pelle rossa, con sopra, in miniatura, una caccia inglese. Era dell’anno passato e mi sembra che fosse di vent’anni fa. Tu hai voluto scegliere il 18 Luglio... un anniversario. Ti ricordi. Germano?... già: un anniversario! Tu, che sei un uomo ragionevole, dimmi: perchè vi sono cose al mondo che non si possono dimenticare? Perchè un’anima prende un’altra, la stritola come in una morsa e poi la butta via? Perchè vi sono coloro che amano sempre e coloro che non amano più?... «Il primo giorno che ti ho veduto, circa tre anni or sono, tu guidavi al Pincio due cavalli, due morelli, che si chiamavano Bab e Nabab. Avevano le collane bianche, un mazzo di viole ai paraocchi. Non ti conoscevo allora, non sapevo chi fossi. Ma tu mi hai guardata, e, forse pensando ad altro, hai sorriso. Non so perchè, mi è rimasto sempre nella mente il sorriso che avevi quel giorno: freddo, cattivo, e però pieno di fascino. Eri, quel giorno, crudele come oggi, crudele senza volerlo, perchè nascondi nell’anima una crudeltà involontaria, che sente il bisogno di godere delle sofferenze altrui. «A quel tempo ero bella io pure: adesso non lo sono più; mi hai consumata; e, forse per questo, non posso come una volta illudermi di piacerti ancora. Mi cadono i capelli. Quando vi passo il pettine, la mattina, vi rimangono a ciuffi... Che importa? Se non debbo essere tua, perchè mi piacerebbe rimaner bella? Mi hanno detto che la donna per la quale ti sei battuto è di una bellezza maravigliosa. Certamente, se io fossi come lei, mi avresti amata sempre. Germano, come la vorrei vedere? M’hai scritto che ha lasciato Roma, che non l’hai più incontrata.... Dimmi: è vero? è proprio vero? Ho sognato questa notte ch’ella fosse teco a Torre Guelfa. Non conosco la tua casa; ma l’ho veduta come tu me l’hai descritta: dev’essere così. Perchè ho fatto un simile sogno? Dio!... non è possibile! Dimmi, Germano, dimmi che almeno questo non è vero! «Eppure mi ricordo sempre una tua frase, che certo hai dimenticata. Fu nei primi tempi, una sera, in casa della contessa Falconieri; e tu le facevi la corte, anzi dicevano che tu ne fossi l’amante. Ella ti pregò di scrivere un motto in un suo libro d’ore. Tu hai scritto così: «Passare, passare passare... ineffabile vita!» E la contessa leggendo rise, poi ti disse qualcosa a bassa voce, nascondendo la bocca dietro il ventaglio. «Passare, passare!...» Tu hai fatto questo, Germano, ed io mi sono lasciata travolgere dalla tua fuga. «Poi mi ricordo anche un’altra tua frase, che hai scritta in un mio libro. Diceva: «L’anima è qualche volta come la primavera: essa ritorna, e ritorna con tutti i suoi fiori.» «Io non credo più a nessuna primavera; dentro me tutto finisce. Ormai non sono che la tua tristezza, povero amore.... «Quando lascerai Torre Guelfa? Mi sembra che tu non debba ritornare mai più, almeno per me. «Mai.» Che orribile parola è questa! Com’è piena di vuoto! Perchè vi sono alcune parole che fanno tanto male all’anima di chi soffre, ed appunto sono queste parole, che dicono «mai», che dicono «sempre», che dicono «addio?» Perchè? Io mi sforzo d’immaginare cosa potrà essere la mia vita il giorno che verrai per dirmi: «È finito... », il giorno in cui ti vedrò uscire dalla mia casa per l’ultima volta. Sempre, quando esco e torno, su l’uscio faccio questo pensiero. Mi sei così visibile, che vorrei tendere la mano per trattenerti. Quel giorno, credo che diverrò pazza. Mi domando qualche volta come ti ho potuto amare così. Ne rimango atterrita e non so comprendere la ragione. Talora, quando sento parlare di altre persone che amano, quando leggo nei libri le favole di altri amori, quando vedo l’abuso e la profanazione che si fa ogni giorno di questa parola, mi vien quasi una voglia di ridere... oh sì, di ridere disperatamente! Chiamano amore i loro capricci, amano e possono ridere, amano e possono vivere lontani, amano e possono pensare a mille altre cose nello stesso tempo! Ma chi di loro conosce veramente cosa sia questa orribile disperazione, l’amore?... «Senti: ho paura. Mi sembra che fra qualche giorno debba succedermi qualcosa di orrendo. La notte ho visioni angosciose. Vorrei sapere, sapere... tante cose che la mia povera testa non coordina più. «Domenica è la festa della zia: non dimenticarlo. Manda il solito mazzo di fiori. Mi scrivi che ve ne sono tanti a Torre Guelfa, è vero? M’avevi promesso di condurmi un giorno a visitare la tua casa e la gran Torre.... Invece, se non vi sono andata finora, non la vedrò forse mai, quella tua casa dalle stanze antiche, «dove si dorme come in un monastero.» Oh, se potessi giungere inattesa e sorprendere la tua vita! Essere la tua compagna, nella tua casa, per sempre!... Povero amore, come devi sorridere di queste mie parole! Tu hai ben altri pensieri. Mi scrivi che fra pochi giorni la maggior parte delle tue terre cadrà sotto sequestro. Ti rimarrà solo Torre Guelfa ed un piccolo pezzo di campagna «che si vede intero stando alla finestra». Povero amore! Perchè sono tanto ricca io, che non ho bisogno della ricchezza? E perchè non vuoi che t’aiuti? Ho il mezzo di farlo, almeno in parte, senza che nessuno lo sappia. Senti: anche se non dovessi mai più vederti, perchè non accetteresti? In qualsiasi giorno della vita, e comunque tu voglia, io sarò sempre tua.... Perchè non concedermi questa gioia? Tu hai bisogno del denaro, io ne possiedo molto e non so che farne. Era per te solo che mi piaceva esser ricca; ma ora, se non ti avrò... a che serve? Come tutto il resto: a che serve?... » ---- A questa lettera non risposi: pensai che prima di sera, Fabio, recandosi a parlarle, avrebbe resa inutile una mia risposta. VI Seduta sotto la pergola di vite americana, Elena guarniva di fiori un suo cappello primaverile; io leggevo ad alta voce un libro del Taine, il suo -Voyage en Italie-, dov’erano pagine deliziose intorno al Convento di Montecassino. -- Come vorrei visitare quel convento! -- Elena mi disse allora. -- Vi andremo, se lo desideri. Anzi vi resteremo qualche giorno. Quei frati sono albergatori squisiti e tengono un’ottima foresterìa. -- Si può anche abitarvi? -- Certo. Io vi sono stato già una volta. -- E con chi? -- Solo. -- Via... non lo credo! In mezzo ai frati, e solo? -- Di fatti avevo una compagna. Venne con me un’amica d’allora, una tedesca bionda come la birra. -- E i frati? -- Oh, i frati ne hanno l’abitudine ormai! In quel momento la domestica venne ad annunziare che Michele Rossengo era salito alla villa e domandava di parlarmi. -- Fallo entrare in sala e digli che ora vengo sùbito. Michele Rossengo era un pingue villano, arricchitosi con mezzadrìe di terreni e con usure nei mercati. Ritiratosi dalle faccende coloniche, ambiva ora le cariche cittadine, pronto a qualsiasi espediente pur di giungere a’ suoi fini. Era più che cinquantenne, alto, corpulento, con un viso abbronzato in cui scintillano due malvagi occhi ambigui, e sorrideva di continuo come un uomo intimamente soddisfatto di sè. Quando entrai nella sala, mi venne incontro tendendomi la mano. Si tradiva dal suo contegno l’insolenza ingenerosa dell’uomo di volgo il quale, per un suo diritto, si senta forte contro il padrone. -- Dunque, signor conte, bisognerà intenderci una buona volta! -- egli disse, entrando sùbito nell’argomento e piantandosi a gambe larghe dinanzi a me, con le mani in tasca, mentre vi faceva tintinnire un mazzo di chiavi ed alcune monete. Uso a comandare nella sua casa e nelle osterie dove lo corteggiavano i suoi loschi faccendieri, egli parlava in tono altezzoso, facendo con le labbra un atto ch’era singolarmente ironico. -- Sono pronto a ragionare con voi, caro Michele, -- gli risposi con voce lusinghevole, avanzandogli una poltrona. -- Ah?... ragionare? Sempre ragionare e pagare mai! -- esclamò l’uomo, sedendo. E rise d’un riso villano che gli gonfiava la bocca e le vene del collo. -- Mi sembra, caro Michele, che siate oggi di cattivo umore. Prima d’incominciare la discussione vi offrirò un bicchierino di quell’acquavite vecchia d’ottant’anni, alla quale non fate mai cattiva cera quando venite quassù. -- Ci vuol altro che acquavite ormai! Buoni da mille ci vogliono, signor conte! -- m’interruppe il Rossengo, fra il serio e il faceto, mentre io gli mettevo davanti la bottiglia preziosa e ne versavo due bicchierini colmi. Intanto, soffiando e bofonchiando, egli traeva da una tasca recondita un grosso fascio di cambiali, avvolte in un rogito notarile, e se lo batteva sul palmo della mano. -- Che fate ora? Mettete via quelle porcherie! -- lo esortai ridendo. -- Non dátemi altre seccature, chè ne ho già troppe in questi giorni! Egli posò le cambiali su la tavola, vi diede sopra un gran pugno e tracannò l’acquavite d’un sorso. -- Ah, le chiama porcherie, lei? Questa è buona! -- diss’egli facendo schioccare la lingua contro il palato esperto. -- Buona anche l’acquavite, non c’è che dire! Ma insomma, lasciando le chiacchere, me le paga o non me le paga, stavolta? Perchè ormai siamo vicini alla scadenza e non si tratta più che di pochi giorni. E bevve un altro sorso dal bicchierino che gli avevo riempito. -- Sentite, Michele, -- risposi con voce persuasiva, -- mi conoscete ormai da un pezzo e proprio non sarebbe il caso di farmi un’angheria. Vi ho pagato sempre, vi pagherò anche stavolta, per bacco! -- Bah, ci sono due settimane ancora... Veda un po’ lei, si regoli per quel giorno, -- replicò il Rossengo, scotendo la sua testa caparbia. -- Via, non fate minaccie inutili! Fosse una cifra da poco, lo capirei; ma una somma simile non la si mette insieme in quindici giorni, lo sapete bene. -- L’ho pur dovuta mettere io quando gliel’ho data, mio buon signore! Adesso me la faccio rendere; non sono che nel mio diritto. -- Oh, voi, si capisce! Siete un uomo che tenete i vostri affari molto in ordine, avete il denaro facile, così facile che a Terracina tutti quanti vi salutano come un piccolo re. Mentr’io sono, viceversa, il disordine in persona. Quando si avvicinano le scadenze, devo sobbarcarmi ad una fatica sovrumana per far tacere i più esosi. Con voi, Dio buono, ci si conosce da tanti anni, e, vi dico la verità, finora non ci avevo neanche pensato. -- Sì, sì, a maraviglia! Lei parla bene; ha la parola facile. Se le cambiali si pagassero così, con un bel discorso fatto a quattr’occhi, non ci sarebbe che dire! Ma io, vede, non la penso a questo modo. Io, questa volta, signor conte, per quanto mi dispiaccia, e sappia che lei è un buon giovine, questa volta, le dico, se non mi paga il giorno preciso, vado difilato in città e gliele protesto l’una dietro l’altra, tante quante sono! -- Caro Michele, voi avete troppo cuore per usarmi una sgarberia simile! Oggi siete lunatico e sarebbe stato meglio se foste venuto un altro giorno. -- Eh, no, sa! -- egli rispose ironico. -- In queste cose la penso tutti i giorni allo stesso modo. Non lo faccio per cattiveria, mi creda. Ma in questo momento, su la mia coscienza, ne ho bisogno e non potrei davvero transigere nemmeno con un figlio. Resteremo amici lo stesso, ma preferisco mettere le cose in regola. Era dunque inutile che gli continuassi a versare bicchierino su bicchierino dalla caraffa già vuota per metà; i suoi occhi brillavano, ma la sua mente restava implacabilmente lucida. Pensai di tergiversare. -- So che state coltivando un progetto magnifico... almeno se devo credere alle voci che corrono, -- dissi con noncuranza, non mostrandomi affatto sorpreso dalle sue parole. -- Progetti se ne hanno sempre, -- egli rispose con ambiguità. -- Ho l’intenzione di liquidare tutto: questo è vero. Sono vecchio e non ho più voglia di vivere in continue tribolazioni. Anche i figli crescono, e vanno accampando esigenze di troppo superiori al loro stato... Bisogna finalmente tirare le reti in barca. -- Meno male che le chiamate reti anche voi! Poveretti, que’ pesci che vi caddero dentro alla cieca! Voi non volete nemmeno usare un poco di carità nell’aiutarli a trarsi fuori dalla rete. -- Per bacco! -- egli rispose agitandosi: -- un po’ ancora e si direbbe ch’io vengo qui per saltarle al collo! -- Eh, quasi, mio buon Michele! Se dovessi raccontarvi tutte le mie disgrazie, avreste certo un poco di tolleranza! -- Ma se non posso, le dico! Vuole che mi trovi a mal partito io per lasciarle fare i suoi comodi? -- Oh... voi! Siete una volpe fina, voi! Il vostro pozzo non ha fondo e volete farmi credere d’essere a secco. Dite piuttosto che, per il vostro egoismo, non vi importa nulla di sacrificare i vecchi amici. -- Ma che parole son queste! Glieli ho dati o no questi denari? Ho diritto o no di farmeli rendere? Uno che viene a farsi pagare, lei lo chiama un egoista? Ma sa che lei ha certe trovate straordinarie! -- Là, là... non fingete di non comprendermi! So quel che dico e mi risulta che state per entrare in Municipio. Allora, naturalmente... -- Ma chi le ha detto questo? -- fece l’uomo, animandosi, con una smorfia di compiacimento. -- Oh Dio, ne discorron tutti; è una cosa che tutti sanno; me ne avran parlato in cento. Ed io, che avevo il torto di credervi un buon amico, mi ero già prefisso di sostenere a spada tratta la vostra candidatura. Voi che fate invece? Mentre state per conoscere il peso degli onori pubblici, siccome può seccarvi che qualcuno dica: «Sì, è un uomo di polso, lo si potrebbe mandare in alto... però ha in giro qualche affaretto così e così...» voi preferite evitare sùbito le chiacchiere, senza riguardi per nessuno. Ecco perchè vi dicevo che siete un egoista. -- Ma tutto questo cosa c’entra? Sono fantasie, caro signor conte! Che in Municipio ci sia forse un posticino anche per me, può darsi, e credo anzi che starebbe tanto bene a me come ad un altro... -- Non dico di no. -- Ma questo non ha niente a che vedere con gli affari miei propri. Se domani mi eleggono, mi fanno un piacere; se non mi eleggono me ne fanno due, perchè sono tanti grattacapi di meno... Le pare? -- Via, Michele, rispetto all’elezione, se le voci sono vere, non v’è più alcun dubbio. Per conto mio seguiterò ad aiutarvi con tutte le mie forze e voi, per venire ad una conclusione, mi farete il piacere di rinnovarmi questa ipoteca per tre anni ancora. -- Impossibile! Impossibile. Non parliamone più. -- Lasciatemi dire... per tre anni ancora. E se a quel termine non vi pagherò tutto, siamo intesi che voi farete il protesto e vi prenderete la terra. -- Nemmeno per sogno! -- interruppe il Rossengo eccitandosi. -- Ma, Dio buono, lasciatemi dire un momento! Cosa rischiate facendomi questo favore? L’ipoteca non muore, la terra è lì, nessuno la tocca ed è una garanzia che non corre pericolo. Se si tratta degli interessi, aggiungeremo anche quelli, e nel frattempo io saprò mettere le cose a posto con tutta mia pace. Andiamo, Rossengo! Se rifiutaste, dovrei credere proprio che mi vogliate portar via la terra oggi, che ne avete il mezzo, per il timore che un’occasione simile non vi càpiti più! -- Non è questo, non è questo! Gli è... -- spiegò Michele con una lieve titubanza -- gli è che fra un anno, fra due, fra tre, si tornerebbe sempre alla stessa canzone. -- Ma se vi dico di no! -- Caro signor conte, io so benissimo come stanno le cose. Non le vorrei far torto, mi creda, ma noi ci teniamo al corrente per forza... -- Dunque mi credete un uomo rovinato? È questo che volete dire? -- Oh, questo, perdoni sa, lo si dice da un gran pezzo! Ma non è tutto lì. -- Ah, non è tutto? Cosa c’è di nuovo? Se vi affermo che alla nuova scadenza potrò pagare, vuol dire che so press’a poco dove procurarmi la somma necessaria. -- Ecco il punto grave! -- diss’egli con un ridere grossolano, esaminando traverso la luce un altro bicchierino d’acquavite. -- Sembra che non vogliate credermi, caro Michele! -- feci, senza mostrare di adontarmene. -- Oh, Dio, signor conte, sono cose delicate, cose che non mi riguardano... -- egli osservò perplessamente. -- Non fa nulla; dite pure. -- Ma poi non se ne avrà per male, signor conte? -- Perchè avermene a male? Dite, dite pure. -- Ecco... -- egli spiegò, cercando le parole. -- Noi sapevamo da molto tempo, anzi lei stesso me ne aveva parlato... che il signor conte, a Roma, era fidanzato con una signorina ricchissima, e noi, naturalmente, conoscendo come stanno le cose, si contava molto su questo, perchè la terra insomma è sempre terra, e con le crisi agricole... Egli fece una pausa, mi guardò con i suoi occhi penetranti e riprese: -- Invece ora è corsa voce che il matrimonio non si faccia più. In paese ne parlano come di cosa certa, ed allora, mi capisce, siccome fra noi si può parlar chiaro... -- Ah, si dice questo? -- esclamai, simulando una grande maraviglia. -- Toh, questa mi piace! Compresi di non aver salvezza fuori dalla menzogna, e seguitai con sarcasmo: -- Vorreste dirmi chi è quell’anima pietosa la quale avrebbe raccontata questa buona favola? E comica, sapete! Ma, già che siamo in argomento, parliamone pure a viso aperto. Ditemi per lo meno da che parte giunse fino a voi questa notizia sorprendente. -- Un po’ da tutte le parti, signor conte. Il mondo mormora, si finisce con saper tutto e non si ricorda mai da che bocca sia venuto il primo pettegolezzo. Il fatto è questo: dicono che per molte ragioni il matrimonio non si faccia più. -- Sentiamo allora queste ragioni. In fede mia ne sono curioso. L’uomo tentennò il capo, si grattò la fronte, poi disse: -- Chi ne racconta una, chi un’altra. La ragione prima sarebbe quella bella signora che lei ha condotta qui da Roma. Bella davvero! È francese, dica un po’? -- È ungherese, ma fa lo stesso. -- Per Dio, che creatura! che occhi! -- Quando l’avete veduta voi? -- A Fondi, alla Festa dei Fiori. -- Bene, ma vediamo un po’, Michele, e sia detto in confidenza, fra noi uomini... Quand’eravate fidanzato, voi, non vi siete permesso proprio nessun capriccio? Siate sincero, veh! -- Oh, certo, prima e dopo, quanto a questo! -- Dunque, non vorreste permettere anche a me la stessa cosa? Quand’un uomo è alla vigilia di prender moglie, talvolta si sente opprimere da una certa malinconìa... Bisogna farla passare. Insomma, lasciando gli scherzi, dite pure in città che la notizia è falsa. Non voglio darvene la prova, naturalmente, quantunque potrei anche sùbito mostrarvi le ultime sue lettere. Ma informàtevi meglio. Ed inoltre, sia detto fra noi, mettendo a parte ogni questione di amore o di non amore, vi sembra mai possibile che un uomo ridotto a mal partito come son io trascuri per un capriccio tutti quei milioni, con insieme una brava, una bella ragazza che domanda solo di offrirmeli? Bisognerebbe esser pazzi, vi pare? -- Mah... questo l’ho sempre detto anch’io! -- rispose il Rossengo, alzando le spalle. -- No, credétemi -- proseguii, battendogli una mano su la spalla, -- queste sono malignità e gelosie di gente cattiva. Sentite: non fra un mese o due, ma domani se volessi! Ed io, lo dico a voi, Michele, già che ne parliamo, io vado un poco per le lunghe, perchè il matrimonio, come vi dicevo, è sempre una catena. Fosse la convinzione o l’effetto dell’acquavite che diminuiva sempre più nella caraffa, l’uomo parve man mano arrendersi a’ miei ragionamenti. -- Lei con tutto il rispetto, è sempre stato un gran briccone, signor Germano! -- esclamò egli con allegra familiarità. -- Se fossi certo che lei sposa la Laurenzano... eh, allora!... Ed i suoi occhi brilli splendevano di un luccicore intenso. -- Lo credo io! con quel po’ po’ d’interesse a cui mi avete prestato il denaro... Bel mobile! Sopra una pietra da mulino, in vent’anni vi divorereste anche Roma! -- Ah, si vuol lamentare adesso? -- egli ribattè, vedendo le cose ora sotto una luce più gaia. -- Metta insieme il rischio.... -- Che rischio! -- La paura.... -- Che paura! -- La pazienza... -- Eh, via!... di pazienza ne ho dovuto aver io, e molta, per ottenere questa miserabile proroga! Se foste un uomo generoso, direste sùbito: Che mai! Al conte Guelfo tre anni farebbe schifo... Dieci gliene accordo, se vuole. -- Ma io non ho promesso neanche un giorno! -- egli esclamò con un riso triviale, battendo i due grossi pugni su la tavola, che traballò. -- Su, Michele: chi ride consente. -- No: chi tace, -- egli corresse, un po’ ebro. -- Chi beve, dico io! Su bevétene ancora un goccio! È acquavite sincera. -- Caro conte, lei vuol vedermi brillo perchè io rimetta le cambiali a dormire. Ma ho la testa divisa in due parti, io! Se m’ubbriaco da una, tutti i pensieri passano dall’altra. Il fatto è questo: se lei mi dà la prova che il matrimonio non è andato a monte, le concedo un anno, se no.... -- Tre anni, ho detto. -- Impossibile; allora niente. -- Due? -- Mettiamo pure due, ma ci vuole questa prova. -- Sono più che disposto a darvela, però non saprei quale. -- Ecco: non ci sarebbe il mezzo di ottenere una riga solamente, sia pure in carta semplice, ma di proprio pugno della fidanzata? Una specie di garanzia privatissima da mettere insieme con le cambiali? -- Ma cosa dite mai, caro Michele? Dov’è il vostro buon senso, per Bacco! -- Ebbene, allora mi lasci far due righe di conti, -- egli disse, traendosi di tasca un taccuino. -- Io le rispondo ben chiaro: se nel prezzo dell’ipoteca ci stanno anche gli interessi, le concedo i due anni, altrimenti non parliamone più. -- Ma, se non altro per pudore, non dovreste nemmeno pronunziare questa parola «interessi» davanti a me! Vi ricordate la somma che ho avuta per quelle cambiali? Egli fece con le spalle un movimento ruvido. -- Non ricordo nulla, -- disse. -- La somma che conta è quella scritta qui. -- Va bene, va bene: continuate pure i vostri calcoli. E per cinque minuti egli non fece che scarabocchiare cifre sbilenche. -- A stretto rigore, -- concluse infine -- mancherebbe qualcosa; ma fingerò di non essermene accorto, perchè, non si sa mai, al mondo si può aver bisogno di tutti ed un servigio reso al prossimo non è mai perduto. -- Ah, per Iddio! avete un coraggio sublime! -- gli gridai ridendo. -- In ogni modo non importa, e vi ringrazio lo stesso. Dunque siamo intesi: parola di Rossengo... -- Parola di re! -- proclamò l’usuraio, tendendomi la mano un po’ tremula. -- Ancora un ultimo sorso, -- proposi, ricolmando i bicchierini. -- Volentieri: quest’acquavite mi facilita la digestione. -- Allora ve ne manderò qualche bottiglia a casa, e intanto alla salute vostra, Michele! -- Grazie; alla sua, signor conte! Bevve, poi gli venne un pensiero. -- E alla sposa di Roma! -- soggiunse. -- Alla sposa di Roma! -- ripetei senza esitare, con una incoscienza che stupiva me stesso. Finalmente il Rossengo si levò; era quasi del tutto brillo, aveva le guance rosse, il fiato greve. Ancora, su la soglia, si volse per ripetermi: -- Dica, signor conte, non si dimentichi poi quelle certe bottiglie... -- Sì, le bottiglie d’acquavite? Siamo intesi, le avrete. A rivederci, Michele. E uscì. VII. Una lettera di Fabio mi giunse alcuni giorni dopo, in termini brevi, senza un qualsiasi accenno intorno all’accaduto. ---- «Io ti rendo la parola di Edoarda Laurenzano, -- egli scriveva. -- Prego il cielo che non ti faccia mai conoscere il rimorso dell’azione compiuta, e per il male che hai dato possa venirti una lunga felicità. È questo forse il voto e la speranza della donna che abbandoni, è questo l’augurio più sincero dell’amico di tanti anni, che non ti dimentica in quest’ora tristissima della tua vita... Conserva una memoria indulgente per la creatura che ti ha troppo amato e sconterà in silenzio il suo destino irreparabile; fa del bene a molte anime per quella che hai dovuto sacrificare. Noi ti seguiremo col pensiero, dovunque tu vada e qualsiasi cosa tu faccia, come una volta e sempre, desiderosi anche di soccorrerti se mai ti sorprenda un pericolo contro il quale tu non possa lottare. Resta lontano da Roma, per qualche tempo almeno, e ricordami e scrivimi sempre.» ---- Questa lettera mi parve un’umiliazione, e nell’attimo stesso in cui finalmente mi vedevo libero, un senso quasi di sgomento, di solitudine m’invase. Mi parve per un istante che mi avessero lasciato solo, di fronte ad un precipizio, a mille precipizi continui, dove sarei caduto inevitabilmente come una preda oscura. Una immagine fissa mi teneva la mente. Il portone, quel gran portone marmoreo del palazzo Laurenzano, casa di principi una volta, ove nella corte scalpitavano i cavalli e facevano ala i domestici gallonati, quel portone che tante volte avevo passato quasi ormai da padrone, ora mi si chiudeva in faccia ostinatamente, come ad un servo scacciato. E insieme tutte l’altre soglie ch’ero solito varcare si chiudevano a lor volta, quasi per dividermi da una gente alla quale non appartenessi più. In quella società ov’ero entrato splendidamente, sotto l’auge del mio gran nome e del mio denaro, nessuno ignorava i miei dissesti, le noie che mi davano i creditori e i pesi che si andavano accumulando sui pochi avanzi delle mie campagne. Ciò che mi salvava dalla decadenza e dal disprezzo altrui non era infatti che il mio fidanzamento con Edoarda. Anzi al pubblico piaceva, come in genere piacciono, tutte le cose teatralmente immortali, questa mia figura di scialacquatore spensierato, che, al termine delle sue scioperatezze, trovava una ereditiera innamorata e otteneva di sposarla per ricominciare il suo fasto. Insomma dovevo solamente alla mia sposa futura se ancora le belle dame romane mi serbavano qualche sorriso procace nell’iniziarmi alle intimità profumate dei loro salotti, se gli usurai mi davano denaro, se i negozi mi vendevano a credito, se alle caccie potevo cavalcare i migliori cavalli, giocare spensieratamente al Circolo, e persino fra le donne galanti godere di molte predilezioni; il che sembrerebbe forse paradossale, se anche in questo, come in tutti gli altri rami dell’eleganza e del piacere, non dominasse una divinità molto frivola, molto capricciosa: la moda. Nella così detta «grande società» v’è un numero infinito d’intrusi: quelli che vennero dal nulla e quelli che si ridussero al nulla. Io stavo per contare tra questi ultimi e v’ero tollerato nel modo più cortese, perchè possedevo il mezzo di ripristinare al mio nome la sua necessaria grandezza. Invece, da un momento all’altro e per mia volontà, il che forse appariva più grave -- rinunziavo a questo mezzo, lanciavo quasi una sfida od un rifiuto alla mia casta e mi ritraevo in disparte da essa, disdegnandone le ambizioni per l’amore d’una donna straniera. Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono. L’usuraio di Terracina non sarebbe stato in ciò per nulla diverso dalle dame di Roma, le quali sognavano a palazzo Materdomini una sala di più dove danzare, dove amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei Circoli e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate le mie liberalità di un tempo. E costoro, indistintamente, oltrechè non perdonarmi, avrebbero anche vendicate le loro speranze deluse, insieme con le antiche invidie. Essi certo non avrebbero giudicata l’azione mia secondo il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto. Costoro avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte bocche ridere, mi pareva di udire i maligni commenti. Oh, mai come in quell’ora mi sembrò di conoscere il mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere, lembo a lembo, fra le gioie più sterili!... Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento questo che non avevo conosciuto ancora. Edoarda invece mi appariva come una immagine del tutto lontana, perduta fra le memorie di un’altra vita, pressochè scomparsa. I miei nervi si erano talmente avvezzi a ribellarsi contro di lei, che ora, d’un tratto, si sentivano come rappacificati. Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco, senza imprimervi una memoria, senza condannarmi ad un qualsiasi rimpianto. Elena invece m’inebbriava del suo fresco amore. Ogni giorno mi pareva di , 1 , , 2 . 3 , 4 , 5 . 6 , 7 , ; 8 , 9 , . 10 11 12 , 13 , ; , 14 , 15 , 16 , 17 . 18 19 , , , 20 , 21 ; 22 , , 23 , . 24 25 , 26 , 27 , . 28 29 , , 30 , , 31 , 32 . 33 34 , 35 , , , 36 . , , 37 , 38 : 39 , , 40 , 41 . 42 . 43 , 44 ; 45 . 46 47 , , 48 , , 49 , 50 . 51 52 , , 53 . 54 55 , , ; 56 57 , 58 59 . 60 61 , « » 62 , 63 , 64 , 65 66 . , 67 , 68 , . 69 70 , , 71 , 72 . 73 74 , , , , 75 , , 76 , . 77 , 78 , 79 , , 80 . 81 , , 82 , 83 , 84 . 85 86 , , « » 87 , , 88 . 89 , 90 91 . 92 93 . , 94 , , 95 , . 96 , 97 . , 98 , , 99 , 100 . 101 , , , , 102 . 103 104 , , 105 , . 106 , 107 ; , 108 , 109 . 110 111 , , , 112 . 113 114 , 115 , 116 , 117 , 118 . , , , , 119 , . 120 121 , , 122 , 123 . 124 125 , , 126 , 127 , , , 128 129 , 130 , , , 131 . 132 , , , 133 , , 134 . 135 136 , 137 . 138 , , 139 , , , 140 , , 141 142 143 . 144 145 146 , 147 , 148 , 149 . , 150 ; 151 ; , , , 152 , , 153 , 154 , , 155 . 156 157 , , 158 ; 159 . 160 161 162 , 163 . 164 , , , , 165 , , , 166 . 167 168 . 169 , , , , , 170 ; 171 , , ; 172 , , , 173 , , , 174 , , 175 . 176 177 , 178 , 179 , 180 . 181 182 183 , 184 185 , , , , 186 , , . 187 , , , 188 189 , . 190 191 , 192 , ; , 193 , , 194 , , 195 , 196 . 197 198 . , 199 , : 200 , 201 202 . 203 204 , 205 206 . 207 208 , , 209 . 210 211 « - - 212 . 213 214 « - - 215 . 216 217 « , 218 ; - - . 219 220 « ! ! » - - 221 , 222 « ! » 223 224 , , 225 226 , , 227 . 228 : 229 230 « , ! » - - , 231 . 232 233 234 . 235 , , 236 , , , 237 . 238 239 , , 240 , , 241 . 242 243 244 , , 245 . , . 246 247 « ; , » - - 248 , 249 . 250 251 « , , 252 ! » 253 254 . 255 256 « ; ; 257 ; 258 . » 259 260 , , , , 261 262 , 263 . 264 265 - - « 266 . 267 268 « 269 270 ; 271 . » 272 273 274 , , , 275 , , 276 , , 277 , 278 , , 279 , 280 . 281 282 , , 283 284 , , 285 , , 286 , , 287 . 288 289 , , . 290 291 . 292 293 ; 294 : 295 296 « , ! » 297 298 , 299 , 300 . 301 , 302 , , , 303 , , 304 , , 305 . , , 306 , , , , 307 , , 308 , , 309 . 310 311 , , 312 , 313 , 314 . , 315 , 316 . 317 , 318 , , 319 , 320 . 321 322 , 323 ; 324 , , , 325 . 326 327 , , 328 , 329 , 330 . 331 332 ; , 333 , , 334 , , . 335 336 , 337 . , , 338 , , 339 , 340 . 341 342 343 344 345 346 347 348 , 349 . ? 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