avvallature, e ciascuno di quella moltitudine recando i fiori del suo
giardino, i boccioli delle sue pasture, i mazzi più recenti e le
ghirlande più fresche della sua nativa montagna. Era un popolo che si
moveva, portando in braccio gli Dei Lari della sua terra verso il Tempio
georgico della originaria stirpe, compiendo con rinnovellato sfarzo di
paganesimo un rito augurale della sua vita cristiana. Essi andavano a
pregare per il solco della zolla generatrice, dal cui grembo scaturivano
le biade fluenti, ricchezza ed allegrezza dei raccolti futuri; andavano
a genuflettersi per ottenere propizia l’estate, irrigua la possa
fluviale, benedetta la natività di ogni seme.
Con le mani callose per la fatica dell’aratro e della falce portavano i
mazzi come si porta un cero in processione, e le donne facevano con i
grembiuli un grembo, per entro adunarvi l’offerta; ovvero, con arte
quasi primordiale, avevan intrecciati que’ fiori e quelle frasche in
modo che si potessero appendere come doni votivi, e foggiati li avevano
a somiglianza degli utensili campestri, per l’augurio della messe
copiosa.
Altre comitive, le più ricche, o forse i parentadi, reggevano canestri
colmi di fiori coltivati, offrendo così alla Vergine primaverile una
donazione più rara; i lor panieri traboccavano di ogni ricchezza
profumata, sorretti per lo più da due giovanette, che in abito uguale
camminavano a lato, cantando.
Da un poggio eminente sopra Torre Guelfa, nella prima ora dopo il
mezzodì, vedevamo ancora sopraggiungere le compagnie dei borghi
alpestri, alle quali una più lunga strada ritardava il pellegrinaggio.
Ora venivano, accelerando il passo, e chi era sui carri battendo i
cavalli con sferze infiorate, mentre stornellavano a voce spiegata,
sicchè per l’aria limpida era un gran ridere di canzoni, confuso e
misurato insieme col tintinnio delle sonagliere gioconde.
Alcune fanciulle reggevano le canestre sul capo, altre avevano le
braccia cariche di ghirlande, altre, coronate in fronte, portavano rami
d’ulivo. Un bellissimo trofeo, rosseggiante di bacche vermiglie, che al
sommo aveva una grande foglia di palma distesa, era portato a spalle da
quattro uomini succinti nel costume della terra d’Aquino: molte
fanciulle, vestite in abito candido e guidate da una suora, camminavano
dietro uno stendardo, avendo ciascuna la faccia velata e le braccia
ricolme di bianchissimi fiori. Di quando in quando sopravveniva un’altra
schiera e si udivano altre canzoni. Un pastore spingeva la sua pecora
lanosa, che aveva tra le corna un ornamento vaghissimo di fiori
montanini; la mazza del mandriano era un lungo ramo nodoso avviluppato
con rosai selvatici.
Così erano scesi dalla montagna, si erano mossi dalle rive del fiume,
dalle case dei villaggi, dalle fattorie disperse nella campagna, od
anche dalle più povere catapecchie, se pur davanti al limitare avevano
un sol palmo di terra dal quale potesse nascere un fiore.
Noi pure vi andammo, sul barroccio di Lazzaro, per assistere alla
celebrazione del rito gentilissimo.
La strada che seguivamo svoltava, dopo un lungo pendìo, su la via Appia;
là incontrava una traccia di fiori sfogliati su le recenti orme dei
pellegrinaggi, mentre ancora talune comitive dei più lontani contadi
sbucavano per i sentieri della campagna volgendo gli occhi ansiosi verso
la meta imminente.
Fondi appariva dinanzi a noi, nel mezzo del suo «Caecubus acer» che
dette i prelibati vini ai circensi ozii di Cicerone, di Attico e di
Tiberio, e fin lungi mandava esultanti clamori fuor dai ruderi della
cinta romana, ove un popolo rimasto fedele ai geni ed alle consuetudini
della sua razza tenace rinnovava i simboli dei padri venerando la
secolare divinità della Terra. E la gioia di quella turba semplice, che
andava per offrire le sue ghirlande alla Cerere cristiana, si comunicava
in noi, aprendo le nostre anime all’allegrezza del simbolo primaverile.
Così densa era la moltitudine all’entrar del paese, che, non potendo
proceder oltre, dovemmo cercare una rimessa per la cavalla di Lazzaro e
procedere a piedi.
La via Appia, guernita di bandiere, di palvesi, di giostre aeree, di
gonfaloni e di stendardi, continuava in mezzo alle case, verso il Tempio
di Santa Maria, dov’era il convegno della festa floreale. Agilissimi
festoni d’edera si appendevano da un tetto all’altro, curvi nel mezzo
come i tralci delle viti cariche, in guisa da comporre sopra la strada
una specie di pergola trionfale, un telaio di gloriose ghirlande, in
gradazione dolcissima di colori. Gualdrappe sfarzose pendevano dalle
finestre, addobbavano i terrazzi ed i poggioli, cui stavano affacciate
le donne procaci che amò Silvestro de’ Buoni e che un tempo salirono,
adorne di lunghi veli, al convento dei Frati Domenicani per ascoltar le
prediche di San Tomaso d’Aquino.
Quel giorno, esse ridevano dai poggioli, come da un «mirador» di
Siviglia, pettinate alcune alla guisa castigliana, con il bianchissimo
collo ignudo e carico di monili. A piene mani gettavano mazzi nella
strada, poi si schermivano dietro le stuoie quando una brigata di
corteggiatori le assaliva da ogni parte rispondendo alla loro
provocazione.
Una pioggia di fiori ci accolse al nostro passaggio. Elena, vestita di
bianco, alta fra la moltitudine, attraeva lo sguardo dei lanciatori di
mazzi, che da lungi la investivano vuotando a gara i canestri pieni. Per
un momento la battaglia della strada si rivolse tutta contro di lei, e
dovemmo sostare per ripararci da quell’accanimento. Ella rideva, un po’
smarrita, serrandosi al mio braccio, fra quel giocondo piovere di
ramoscelli fioriti, che oscillavano volubilmente nell’aria prima di
caderle ai piedi. Poi fummo liberati per il sopraggiungere di due
fanciulle, che, attraversando la strada, con una risata, distolsero da
noi l’infuriare della leggiadra battaglia.
Erano di ugual statura, brune ambedue di colorito e di capelli, col
petto ampio e florido, la bocca invermigliata. Sui lor capelli era
profusa una gran copia di petali e di foglie, come accade al passar
d’autunno sotto una pergola che sfiorisce; le lor caviglie, costrette da
un’allacciatura incrociata più volte, uscivano agili ed esilissime dalle
gonnelle succinte.
Ma ecco, entrando nella piazza grande, mutata in improvviso anfiteatro,
fummo sorpresi da una magnificenza impreveduta.
I banchi orticoli, adorni di muschi o di glebe divelte ancor umide dalla
terra tenace, componevano in semicerchio un bellissimo cuscino di zolle
verdi, che s’interrompeva tra due pali avviluppati d’edere allo sbocco
d’ogni contrada, poi saliva ad arco su la gradinata e sul terrazzo della
chiesa. I fiori vi giacevano sopra, a mazzi, a ghirlande, a fasci, o
disseminati, giuncando l’intero anfiteatro.
Pareva così di entrare, per una conca verde, nel recesso di un tempio
leggendario, dove i colori ed i profumi componessero insieme un’apoteosi
della primavera.
Un antico salice, ch’era sorto a fianco della chiesa, con le radici
sotto la pietra, era naturalmente investito e soffocato quasi dai
viluppi di un glicine, che, due volte abbracciandone il tronco,
s’arrampicava nella foltezza dell’albero ed emergendo fin sopra la
vetta, sciorinava giù per la curva dei rami le sue lunghe propaggini
fiorite, spiovendo come il salice, con indolenza magnifica, sin quasi a
toccare la terra. E nessuna composizione di tinte appariva così mirabile
a guardarsi, come, sul verde acquatico del salice, la delicatezza di
quelle fioriture turchine, simili ad un’aggregazione di piccole ali, o
forse ad un alveare d’api raccolte in grappoli.
Intorno tutti i colori sfoggiavano, componendo in una maraviglia unica
la loro molteplice diversità. Pareva che una schiera di uomini
scorazzanti avesse invasi tutti i giardini, disfatte le aiuole, vuotate
le serre, depredati gli orti, mietuto nelle campagne, tagliato nelle
selve, divelto dall’argine dei fiumi, nel grembo delle valli e su
l’aprica montagna per raccogliere in quella piazza tutto ciò che la
primavera ed il sole avevano saputo esprimere di colorito e di olezzante
dalla instancabile generazione della terra.
Era come un risorgere di que’ giochi floreali che un lascito di
cortigiana aveva elargito al popolo di Roma, nel giorno di Calendimaggio
e che venivano celebrati nel più leggiadro fra gli otto circhi, al di là
dalle mura, in una valletta oziosa tra il Viminale e il Colle dei
Giardini. Seminude, le danzatrici s’inghirlandavano e tessevano danze
dionisiache alla concorde musica dei flauti e delle arpe; le attrici
simulavano drammi floreali; poi, di notte, al chiarore delle fiaccole,
sovra un palco addobbato, le mime figuravano scene di sfrenata licenza,
mentre dai parapetti si curvavano, accesi di voluttà negli occhi
dipinti, i giovini patrizi decadenti, e saliva su le labbra delle
matrone un languido sorriso d’impudicizia.
Davanti alla chiesa, come in un giorno di grande sagra, tutta la piazza
era ingombra di giuncature primaverili; fiori ed aiuole d’ogni varietà
l’abbellivano e la colmavano di magnificenza.
Amico ai pascoli rideva il pandicúculo cavalleresco per l’elmo ch’esso
porta e per lo sprone, là dove i mirti bianchi e l’aralda porporina
socchiudevano lentamente i cálici delle lor campanule stanche. Bocche di
lupo e bocche di leone, prímule, biancospini, fior di primavera,
marruche, arse dalla gran vampa, si addormentavano, sognando forse
l’ombra delle lor siepi natie.
Dai fiori si conosceva l’origine dell’offerta. Il boscaiolo era venuto
con i mughetti, le cesarelle, i gigari, gli allori, l’abbracciabosco, i
gerani di bosco e la barba di bosco; il falciatore con l’erba
cipressina, l’erba di vinca, l’erba trinità; le seminatrici coi
fiordalisi, le spadacciole, i cinquefogli, e dalla montagna erano scese
le pastorelle, dai paschi le pascolatrici, portando, insieme coi
bucaneve solitari, le genziane di tutti i colori, le belledonne dei
semplici e le araldiche insegne dei gigli fiorentini.
Tutti questi fiori, e gli altri mille cui non era possibile riconoscere
un nome, parevano irradiare nell’aria circostante i riflessi dei loro
infiniti colori, aspirando ad essere più belli della loro bellezza ed
avendo singolarmente una diversa guisa di vivere e di morire.
Nel tripudio e nel sole di quella piazza invasa un’anima vasta e quasi
umana pareva espandersi da quelle innumerevoli agonìe, dicendo con una
suprema estasi di profumo l’ansia che i fiori avevano di suggere le
linfe della terra, di accogliere più sole, più rugiada, più vento, per
palpitare, per aprirsi e ridere, per generare un seme fecondo. E quel
profumo, ch’era quasi una voce, quel profumo di corolle moriture,
dilagava in alto per l’azzurrità immensa come una suprema invocazione
alla vita, come una bella ed inutile volontà di fiorire.
Anime anch’essi, avevano il loro attimo di smarrimento presagendo
l’orrore del perpetuo silenzio, della irrevocabile ombra; e, forse per
non conoscere quello spavento, gettavano a fiamme di colore, a turíboli
di profumo, le ultime giocondità vitali, e morivano sperduti
nell’ebbrezza della fine, sublimando il colore come un’anima in uno
sforzo eroico verso la luce.
Nella chiesa lo spettacolo cresceva di bellezza. Non v’era più marmo,
non v’erano più altari, nè seggi nè cori nè pulpiti nè colonne: tutto
scompariva sotto un ammanto unico di fiori, lasciando solo una via
diritta e sgombra che si partiva dalla soglia fino ai gradini dell’altar
maggiore.
Filtrava per le vaste invetriate una chiarità contemplativa nel tempio,
e tra i vapori degli incensi aromatici una lama di sole fendeva
obliquamente lo spazio come un’evangelica spada.
La turba, genuflessa tra i fiori, elevava un sommesso mormorìo di
preghiere.
«Beato colui che ha l’Iddio dei Fiori in suo aiuto -- la cui speranza è
nell’Iddio dei Fiori.
«Il suo Regno è un Regno di tutti i secoli -- la sua Signoria vive per
ogni età.
«Deh, apri la tua mano e spanda la tua mano il seme abbondevole su la
terra pingue; -- e il frutto rida in allegrezza sul ramo fortificato.
«Alleluia Vergine Maria! Immacolata Vergine dei Fiori!» -- cantava il
sacerdote officiando, mentre il chierico agitava i turiboli e la turba
ripeteva «Alleluia!»
Ed ecco il sacerdote, apprestandosi a compiere il rito, coglieva dalle
più vicine offerte alcuni fiori e li deponeva sopra un vassoio
d’argento, trattando le corolle con delicatezza, quasi fosser ostie
benedette. E con un gesto abbracciando tutte le ghirlande che
ammantavano la chiesa:
«Ogni fiore è fiore, su questo vassoio ch’io porto!» -- disse, alzando il
bacile ricolmo.
Allora tutti gli occhi dell’ansiosa moltitudine si rivolsero alle mani
del celebratore. L’immagine della Madonna sorrideva nella nicchia
inaccessibile, adorna de’ suoi ori antichissimi, la veste intessuta di
gemme, i polsi carichi di braccialetti, la fronte serrata in una mitria,
dove all’apice splendeva un rubino di favolosa bellezza.
Due cori di vergini biancovestite, con le braccia incrociate al seno,
eran genuflesse ai fianchi dell’altare, immobili, con una rigidezza di
statue.
Fra i due cori una monaca penitente stava quasi bocconi sul primo
gradino dell’altare, le due braccia protese innanzi, come per
intercedere supremamente. Pareva morta, uccisa dal soverchio profumo.
«Il fiore è simile a vanità; i suoi giorni son come ombra che passa,» --
ammoniva il sacerdote dall’alto dell’altare, fra il fumo ceruleo
dell’incenso che vaporava per l’aria santificata.
«Fa che i semi si diffondano al vento numerosi, i granelli dell’arena, o
Maria che conosci da lungi!»
E sollevava il vassoio di fiori davanti al tabernacolo scintillante.
«Non abbassare i tuoi cieli; non toccare i monti perchè fumino di nubi;
non avventare saette; non mandare la grandine che smiete i raccolti come
una spada scellerata.»
E, nella turba, le mani dei coltivatori, aduste, incallite nella fatica
di guidare il vómero per il solco profondo facevano scorrere
concitatamente i rosari, perchè la Vergine della primavera e dell’estate
li preservasse da tanti flagelli.
-- «Fa che i nostri greggi moltiplichino a migliaia nelle fertili
campagne.
«Fa che non venga la secchezza sopra la terra e sopra i monti e sopra il
frumento e sopra il mosto e sopra l’olio e sopra tutto ciò che la terra
produce; e sopra gli uomini e sopra le bestie e sopra tutta la fatica
delle mani.»
E coloro che avevano seminato a piene ciòtole nei solchi fervidi e nei
prati maggesi, coloro che avevano potate le viti, mondata la canape,
veduto mignolar gli ulivi, coloro che avevano una vacca sterile, od il
frutteto invaso dal mal del verde, od i prati aridi, od i virgulti
restii dal germogliare, tutti coloro che vivevano la vita semplice del
pascolo, della semina e della mietitura, tesero le braccia concordi alla
soave immagine di Maria, perchè degnasse accogliere le invocazioni della
sua grande georgica famiglia.
Ed ecco, il sacerdote asperse tre volte i fiori con l’acqua lustrale,
mentre nell’atto della benedizione tutto il popolo della gleba
s’inginocchiava, e pareva che veramente qualcosa d’indefinibile, quasi
una luce di redenzione, piovesse dall’alto su quelle migliaia di fronti,
su quelle migliaia di anime, arse dal bisogno di credere, come un
terreno asciutto ànsima nell’attesa della rugiada.
Allora i due cori di vergini, sorgendo in piedi, presero a cantare. I
loro polsi gracili erano allacciati da una catena di fiori nivali ed i
loro occhi splendevano come nell’ebbrezza d’un’estasi religiosa.
Cantavano con voci squillanti una dolcissima lenta preghiera; su le
pause d’ogni salmo tutto il popolo ripeteva in coro:
«Beata Vergine Maria, fate la grazia ai fiori!»
Subitamente la voce dell’organo si elevò per l’ampiezza del tempio, come
una preghiera sovrumana, la quale parve per un momento raccogliere in sè
stessa l’adorazione di tutte le cose che riconoscevano un Dio. Modulata
nel suo primo sorgere in tono fioco e lamentevole, man mano si
espandeva, cresceva, dilagava per l’aria sonora, cullando tutte le
tribolazioni, medicando tutte le sventure, persuadendo gli sconsolati
alla speranza, i dubitosi alla fede, i poveri alla miseria del loro
destino. La voce cantava sola, nel tempio solenne, piena di eloquenze
mistiche, fluida e profonda, mesta e giubilante, come un alito, come
un’onda, come un grido, irrompendo con tutto il fiato delle sue dieci
canne, per dilagare pianamente verso le altezze immateriali della fede,
verso le ineffabili armonie dei paradisi cristiani.
E quando l’organo tacque, una preghiera di vergine fu cantata nel coro,
da una bocca invisibile, da una voce che pareva sapesse attingere nei
più profondi enigmi dell’amore, del sogno e del dolore le sue divine
ispirazioni. Ed era trillante come una squilla d’oro, liquida e limpida
più che non sia la musica di una polla d’acque scaturienti, morbida come
una piuma che vola. Dopo avere distesamente spiegata la impareggiabile
virtù del suo canto, dolcemente moriva in un succedersi di note
vanevoli, come un’aria che scivoli tra le corde di una cetra sospesa,
come una foglia che finisca di scorrere sopra l’arena, come una fontana
che cessi di piovere dentro una profondità.
E i fiori anch’essi morivano, bevendo l’ultima goccia di rugiada serbata
nel càlice come una perla; morivano profumando col supremo loro effluvio
la imminente sera del tempio, al chiaror scialbo de’ cerei, essi, che
adoravano il sole.
E v’era, nell’agonìa di quelle anime floreali, la tristezza
inconsolabile delle cose che hanno avuta una magnificenza caduca, la
disperazione delle creature che sono vissute inutilmente, senza
perpetuare la vita.
Una grande malinconìa ci serrò il cuore; i nostri sensi, ebbri di
profumo, provarono un lento spasimo, che ci fece d’un tratto impallidir
entrambi, Elena ed io, guardandoci.
All’ombra di una colonna ella si strinse tutta contro di me, cercandomi
nascostamente le mani. Allora, davanti ai fiori che morivano, agli
incensi che fumavano, al bisbigliar delle preghiere sommesse, cauti e
paurosi ci baciammo, sentendo per tutte le vene correre il brivido di
quel peccato soave.
V
Fabio era partito due giorni dopo, con la promessa di compiere la sua
missione e di darmene tosto notizia. Che sarebbe avvenuto? Nè io volevo
domandarlo a me stesso, nè, pur volendo, l’avrei saputo immaginare.
Eravamo assai turbati, Elena ed io, nell’attesa del triste avvenimento.
La consueta lettera di Edoarda giunse anche il giorno appresso, e poichè
sapevo che sarebbe stata l’ultima, ebbi nel leggerla un turbamento
insolito, quasi una indefinibile paura.
Sembrava che, per una intuizione vaga, Edoarda presentisse la imminente
sciagura, e le sue parole tradivano la mortale ansietà di quelle ore,
nelle quali ci si attende ad un male certo, benchè ignoto, e si sente
sopraggiungere il passo della persona che ci dovrà colpire.
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«Fra due mesi o poco più, -- scriveva Edoarda -- il mio lutto finisce.
Mancano esattamente ottanta giorni -- (ella contava i giorni!...) -- al
tempo da noi fissato per le nostre nozze. Io, per quel giorno, vorrei
essere morta. Le nostre nozze... che crudele ironia! Come mai ho potuto
una volta credere alla possibilità di questo sogno assurdo? E però mi
ricordo ancora, come in una visione che non appartenga più alla mia
vita, la sera in cui fu data questa promessa, e ti rivedo ancora,
intento a sfogliare un calendario, un piccolo calendario di pelle rossa,
con sopra, in miniatura, una caccia inglese. Era dell’anno passato e mi
sembra che fosse di vent’anni fa. Tu hai voluto scegliere il 18
Luglio... un anniversario. Ti ricordi. Germano?... già: un anniversario!
Tu, che sei un uomo ragionevole, dimmi: perchè vi sono cose al mondo che
non si possono dimenticare? Perchè un’anima prende un’altra, la stritola
come in una morsa e poi la butta via? Perchè vi sono coloro che amano
sempre e coloro che non amano più?...
«Il primo giorno che ti ho veduto, circa tre anni or sono, tu guidavi al
Pincio due cavalli, due morelli, che si chiamavano Bab e Nabab. Avevano
le collane bianche, un mazzo di viole ai paraocchi. Non ti conoscevo
allora, non sapevo chi fossi. Ma tu mi hai guardata, e, forse pensando
ad altro, hai sorriso. Non so perchè, mi è rimasto sempre nella mente il
sorriso che avevi quel giorno: freddo, cattivo, e però pieno di fascino.
Eri, quel giorno, crudele come oggi, crudele senza volerlo, perchè
nascondi nell’anima una crudeltà involontaria, che sente il bisogno di
godere delle sofferenze altrui.
«A quel tempo ero bella io pure: adesso non lo sono più; mi hai
consumata; e, forse per questo, non posso come una volta illudermi di
piacerti ancora. Mi cadono i capelli. Quando vi passo il pettine, la
mattina, vi rimangono a ciuffi... Che importa? Se non debbo essere tua,
perchè mi piacerebbe rimaner bella? Mi hanno detto che la donna per la
quale ti sei battuto è di una bellezza maravigliosa. Certamente, se io
fossi come lei, mi avresti amata sempre. Germano, come la vorrei vedere?
M’hai scritto che ha lasciato Roma, che non l’hai più incontrata....
Dimmi: è vero? è proprio vero? Ho sognato questa notte ch’ella fosse
teco a Torre Guelfa. Non conosco la tua casa; ma l’ho veduta come tu me
l’hai descritta: dev’essere così. Perchè ho fatto un simile sogno?
Dio!... non è possibile! Dimmi, Germano, dimmi che almeno questo non è
vero!
«Eppure mi ricordo sempre una tua frase, che certo hai dimenticata. Fu
nei primi tempi, una sera, in casa della contessa Falconieri; e tu le
facevi la corte, anzi dicevano che tu ne fossi l’amante. Ella ti pregò
di scrivere un motto in un suo libro d’ore. Tu hai scritto così:
«Passare, passare passare... ineffabile vita!» E la contessa leggendo
rise, poi ti disse qualcosa a bassa voce, nascondendo la bocca dietro il
ventaglio.
«Passare, passare!...» Tu hai fatto questo, Germano, ed io mi sono
lasciata travolgere dalla tua fuga.
«Poi mi ricordo anche un’altra tua frase, che hai scritta in un mio
libro. Diceva:
«L’anima è qualche volta come la primavera: essa ritorna, e ritorna con
tutti i suoi fiori.»
«Io non credo più a nessuna primavera; dentro me tutto finisce. Ormai
non sono che la tua tristezza, povero amore....
«Quando lascerai Torre Guelfa? Mi sembra che tu non debba ritornare mai
più, almeno per me.
«Mai.» Che orribile parola è questa! Com’è piena di vuoto! Perchè vi
sono alcune parole che fanno tanto male all’anima di chi soffre, ed
appunto sono queste parole, che dicono «mai», che dicono «sempre», che
dicono «addio?» Perchè? Io mi sforzo d’immaginare cosa potrà essere la
mia vita il giorno che verrai per dirmi: «È finito... », il giorno in
cui ti vedrò uscire dalla mia casa per l’ultima volta. Sempre, quando
esco e torno, su l’uscio faccio questo pensiero. Mi sei così visibile,
che vorrei tendere la mano per trattenerti. Quel giorno, credo che
diverrò pazza. Mi domando qualche volta come ti ho potuto amare così. Ne
rimango atterrita e non so comprendere la ragione. Talora, quando sento
parlare di altre persone che amano, quando leggo nei libri le favole di
altri amori, quando vedo l’abuso e la profanazione che si fa ogni giorno
di questa parola, mi vien quasi una voglia di ridere... oh sì, di ridere
disperatamente! Chiamano amore i loro capricci, amano e possono ridere,
amano e possono vivere lontani, amano e possono pensare a mille altre
cose nello stesso tempo! Ma chi di loro conosce veramente cosa sia
questa orribile disperazione, l’amore?...
«Senti: ho paura. Mi sembra che fra qualche giorno debba succedermi
qualcosa di orrendo. La notte ho visioni angosciose. Vorrei sapere,
sapere... tante cose che la mia povera testa non coordina più.
«Domenica è la festa della zia: non dimenticarlo. Manda il solito mazzo
di fiori. Mi scrivi che ve ne sono tanti a Torre Guelfa, è vero? M’avevi
promesso di condurmi un giorno a visitare la tua casa e la gran
Torre.... Invece, se non vi sono andata finora, non la vedrò forse mai,
quella tua casa dalle stanze antiche, «dove si dorme come in un
monastero.» Oh, se potessi giungere inattesa e sorprendere la tua vita!
Essere la tua compagna, nella tua casa, per sempre!... Povero amore,
come devi sorridere di queste mie parole! Tu hai ben altri pensieri. Mi
scrivi che fra pochi giorni la maggior parte delle tue terre cadrà sotto
sequestro. Ti rimarrà solo Torre Guelfa ed un piccolo pezzo di campagna
«che si vede intero stando alla finestra». Povero amore! Perchè sono
tanto ricca io, che non ho bisogno della ricchezza? E perchè non vuoi
che t’aiuti? Ho il mezzo di farlo, almeno in parte, senza che nessuno lo
sappia. Senti: anche se non dovessi mai più vederti, perchè non
accetteresti? In qualsiasi giorno della vita, e comunque tu voglia, io
sarò sempre tua.... Perchè non concedermi questa gioia? Tu hai bisogno
del denaro, io ne possiedo molto e non so che farne. Era per te solo che
mi piaceva esser ricca; ma ora, se non ti avrò... a che serve? Come
tutto il resto: a che serve?... »
----
A questa lettera non risposi: pensai che prima di sera, Fabio, recandosi
a parlarle, avrebbe resa inutile una mia risposta.
VI
Seduta sotto la pergola di vite americana, Elena guarniva di fiori un
suo cappello primaverile; io leggevo ad alta voce un libro del Taine, il
suo -Voyage en Italie-, dov’erano pagine deliziose intorno al Convento
di Montecassino.
-- Come vorrei visitare quel convento! -- Elena mi disse allora.
-- Vi andremo, se lo desideri. Anzi vi resteremo qualche giorno. Quei
frati sono albergatori squisiti e tengono un’ottima foresterìa.
-- Si può anche abitarvi?
-- Certo. Io vi sono stato già una volta.
-- E con chi?
-- Solo.
-- Via... non lo credo! In mezzo ai frati, e solo?
-- Di fatti avevo una compagna. Venne con me un’amica d’allora, una
tedesca bionda come la birra.
-- E i frati?
-- Oh, i frati ne hanno l’abitudine ormai!
In quel momento la domestica venne ad annunziare che Michele Rossengo
era salito alla villa e domandava di parlarmi.
-- Fallo entrare in sala e digli che ora vengo sùbito.
Michele Rossengo era un pingue villano, arricchitosi con mezzadrìe di
terreni e con usure nei mercati. Ritiratosi dalle faccende coloniche,
ambiva ora le cariche cittadine, pronto a qualsiasi espediente pur di
giungere a’ suoi fini. Era più che cinquantenne, alto, corpulento, con
un viso abbronzato in cui scintillano due malvagi occhi ambigui, e
sorrideva di continuo come un uomo intimamente soddisfatto di sè.
Quando entrai nella sala, mi venne incontro tendendomi la mano. Si
tradiva dal suo contegno l’insolenza ingenerosa dell’uomo di volgo il
quale, per un suo diritto, si senta forte contro il padrone.
-- Dunque, signor conte, bisognerà intenderci una buona volta! -- egli
disse, entrando sùbito nell’argomento e piantandosi a gambe larghe
dinanzi a me, con le mani in tasca, mentre vi faceva tintinnire un mazzo
di chiavi ed alcune monete. Uso a comandare nella sua casa e nelle
osterie dove lo corteggiavano i suoi loschi faccendieri, egli parlava in
tono altezzoso, facendo con le labbra un atto ch’era singolarmente
ironico.
-- Sono pronto a ragionare con voi, caro Michele, -- gli risposi con voce
lusinghevole, avanzandogli una poltrona.
-- Ah?... ragionare? Sempre ragionare e pagare mai! -- esclamò l’uomo,
sedendo. E rise d’un riso villano che gli gonfiava la bocca e le vene
del collo.
-- Mi sembra, caro Michele, che siate oggi di cattivo umore. Prima
d’incominciare la discussione vi offrirò un bicchierino di
quell’acquavite vecchia d’ottant’anni, alla quale non fate mai cattiva
cera quando venite quassù.
-- Ci vuol altro che acquavite ormai! Buoni da mille ci vogliono, signor
conte! -- m’interruppe il Rossengo, fra il serio e il faceto, mentre io
gli mettevo davanti la bottiglia preziosa e ne versavo due bicchierini
colmi. Intanto, soffiando e bofonchiando, egli traeva da una tasca
recondita un grosso fascio di cambiali, avvolte in un rogito notarile, e
se lo batteva sul palmo della mano.
-- Che fate ora? Mettete via quelle porcherie! -- lo esortai ridendo. --
Non dátemi altre seccature, chè ne ho già troppe in questi giorni!
Egli posò le cambiali su la tavola, vi diede sopra un gran pugno e
tracannò l’acquavite d’un sorso.
-- Ah, le chiama porcherie, lei? Questa è buona! -- diss’egli facendo
schioccare la lingua contro il palato esperto. -- Buona anche
l’acquavite, non c’è che dire! Ma insomma, lasciando le chiacchere, me
le paga o non me le paga, stavolta? Perchè ormai siamo vicini alla
scadenza e non si tratta più che di pochi giorni.
E bevve un altro sorso dal bicchierino che gli avevo riempito.
-- Sentite, Michele, -- risposi con voce persuasiva, -- mi conoscete ormai
da un pezzo e proprio non sarebbe il caso di farmi un’angheria. Vi ho
pagato sempre, vi pagherò anche stavolta, per bacco!
-- Bah, ci sono due settimane ancora... Veda un po’ lei, si regoli per
quel giorno, -- replicò il Rossengo, scotendo la sua testa caparbia.
-- Via, non fate minaccie inutili! Fosse una cifra da poco, lo capirei;
ma una somma simile non la si mette insieme in quindici giorni, lo
sapete bene.
-- L’ho pur dovuta mettere io quando gliel’ho data, mio buon signore!
Adesso me la faccio rendere; non sono che nel mio diritto.
-- Oh, voi, si capisce! Siete un uomo che tenete i vostri affari molto in
ordine, avete il denaro facile, così facile che a Terracina tutti quanti
vi salutano come un piccolo re. Mentr’io sono, viceversa, il disordine
in persona. Quando si avvicinano le scadenze, devo sobbarcarmi ad una
fatica sovrumana per far tacere i più esosi. Con voi, Dio buono, ci si
conosce da tanti anni, e, vi dico la verità, finora non ci avevo neanche
pensato.
-- Sì, sì, a maraviglia! Lei parla bene; ha la parola facile. Se le
cambiali si pagassero così, con un bel discorso fatto a quattr’occhi,
non ci sarebbe che dire! Ma io, vede, non la penso a questo modo. Io,
questa volta, signor conte, per quanto mi dispiaccia, e sappia che lei è
un buon giovine, questa volta, le dico, se non mi paga il giorno
preciso, vado difilato in città e gliele protesto l’una dietro l’altra,
tante quante sono!
-- Caro Michele, voi avete troppo cuore per usarmi una sgarberia simile!
Oggi siete lunatico e sarebbe stato meglio se foste venuto un altro
giorno.
-- Eh, no, sa! -- egli rispose ironico. -- In queste cose la penso tutti i
giorni allo stesso modo. Non lo faccio per cattiveria, mi creda. Ma in
questo momento, su la mia coscienza, ne ho bisogno e non potrei davvero
transigere nemmeno con un figlio. Resteremo amici lo stesso, ma
preferisco mettere le cose in regola.
Era dunque inutile che gli continuassi a versare bicchierino su
bicchierino dalla caraffa già vuota per metà; i suoi occhi brillavano,
ma la sua mente restava implacabilmente lucida. Pensai di tergiversare.
-- So che state coltivando un progetto magnifico... almeno se devo
credere alle voci che corrono, -- dissi con noncuranza, non mostrandomi
affatto sorpreso dalle sue parole.
-- Progetti se ne hanno sempre, -- egli rispose con ambiguità. -- Ho
l’intenzione di liquidare tutto: questo è vero. Sono vecchio e non ho
più voglia di vivere in continue tribolazioni. Anche i figli crescono, e
vanno accampando esigenze di troppo superiori al loro stato... Bisogna
finalmente tirare le reti in barca.
-- Meno male che le chiamate reti anche voi! Poveretti, que’ pesci che vi
caddero dentro alla cieca! Voi non volete nemmeno usare un poco di
carità nell’aiutarli a trarsi fuori dalla rete.
-- Per bacco! -- egli rispose agitandosi: -- un po’ ancora e si direbbe
ch’io vengo qui per saltarle al collo!
-- Eh, quasi, mio buon Michele! Se dovessi raccontarvi tutte le mie
disgrazie, avreste certo un poco di tolleranza!
-- Ma se non posso, le dico! Vuole che mi trovi a mal partito io per
lasciarle fare i suoi comodi?
-- Oh... voi! Siete una volpe fina, voi! Il vostro pozzo non ha fondo e
volete farmi credere d’essere a secco. Dite piuttosto che, per il vostro
egoismo, non vi importa nulla di sacrificare i vecchi amici.
-- Ma che parole son queste! Glieli ho dati o no questi denari? Ho
diritto o no di farmeli rendere? Uno che viene a farsi pagare, lei lo
chiama un egoista? Ma sa che lei ha certe trovate straordinarie!
-- Là, là... non fingete di non comprendermi! So quel che dico e mi
risulta che state per entrare in Municipio. Allora, naturalmente...
-- Ma chi le ha detto questo? -- fece l’uomo, animandosi, con una smorfia
di compiacimento.
-- Oh Dio, ne discorron tutti; è una cosa che tutti sanno; me ne avran
parlato in cento. Ed io, che avevo il torto di credervi un buon amico,
mi ero già prefisso di sostenere a spada tratta la vostra candidatura.
Voi che fate invece? Mentre state per conoscere il peso degli onori
pubblici, siccome può seccarvi che qualcuno dica: «Sì, è un uomo di
polso, lo si potrebbe mandare in alto... però ha in giro qualche
affaretto così e così...» voi preferite evitare sùbito le chiacchiere,
senza riguardi per nessuno. Ecco perchè vi dicevo che siete un egoista.
-- Ma tutto questo cosa c’entra? Sono fantasie, caro signor conte! Che in
Municipio ci sia forse un posticino anche per me, può darsi, e credo
anzi che starebbe tanto bene a me come ad un altro...
-- Non dico di no.
-- Ma questo non ha niente a che vedere con gli affari miei propri. Se
domani mi eleggono, mi fanno un piacere; se non mi eleggono me ne fanno
due, perchè sono tanti grattacapi di meno... Le pare?
-- Via, Michele, rispetto all’elezione, se le voci sono vere, non v’è più
alcun dubbio. Per conto mio seguiterò ad aiutarvi con tutte le mie forze
e voi, per venire ad una conclusione, mi farete il piacere di rinnovarmi
questa ipoteca per tre anni ancora.
-- Impossibile! Impossibile. Non parliamone più.
-- Lasciatemi dire... per tre anni ancora. E se a quel termine non vi
pagherò tutto, siamo intesi che voi farete il protesto e vi prenderete
la terra.
-- Nemmeno per sogno! -- interruppe il Rossengo eccitandosi.
-- Ma, Dio buono, lasciatemi dire un momento! Cosa rischiate facendomi
questo favore? L’ipoteca non muore, la terra è lì, nessuno la tocca ed è
una garanzia che non corre pericolo. Se si tratta degli interessi,
aggiungeremo anche quelli, e nel frattempo io saprò mettere le cose a
posto con tutta mia pace. Andiamo, Rossengo! Se rifiutaste, dovrei
credere proprio che mi vogliate portar via la terra oggi, che ne avete
il mezzo, per il timore che un’occasione simile non vi càpiti più!
-- Non è questo, non è questo! Gli è... -- spiegò Michele con una lieve
titubanza -- gli è che fra un anno, fra due, fra tre, si tornerebbe
sempre alla stessa canzone.
-- Ma se vi dico di no!
-- Caro signor conte, io so benissimo come stanno le cose. Non le vorrei
far torto, mi creda, ma noi ci teniamo al corrente per forza...
-- Dunque mi credete un uomo rovinato? È questo che volete dire?
-- Oh, questo, perdoni sa, lo si dice da un gran pezzo! Ma non è tutto
lì.
-- Ah, non è tutto? Cosa c’è di nuovo? Se vi affermo che alla nuova
scadenza potrò pagare, vuol dire che so press’a poco dove procurarmi la
somma necessaria.
-- Ecco il punto grave! -- diss’egli con un ridere grossolano, esaminando
traverso la luce un altro bicchierino d’acquavite.
-- Sembra che non vogliate credermi, caro Michele! -- feci, senza mostrare
di adontarmene.
-- Oh, Dio, signor conte, sono cose delicate, cose che non mi
riguardano... -- egli osservò perplessamente.
-- Non fa nulla; dite pure.
-- Ma poi non se ne avrà per male, signor conte?
-- Perchè avermene a male? Dite, dite pure.
-- Ecco... -- egli spiegò, cercando le parole. -- Noi sapevamo da molto
tempo, anzi lei stesso me ne aveva parlato... che il signor conte, a
Roma, era fidanzato con una signorina ricchissima, e noi, naturalmente,
conoscendo come stanno le cose, si contava molto su questo, perchè la
terra insomma è sempre terra, e con le crisi agricole...
Egli fece una pausa, mi guardò con i suoi occhi penetranti e riprese:
-- Invece ora è corsa voce che il matrimonio non si faccia più. In paese
ne parlano come di cosa certa, ed allora, mi capisce, siccome fra noi si
può parlar chiaro...
-- Ah, si dice questo? -- esclamai, simulando una grande maraviglia. --
Toh, questa mi piace!
Compresi di non aver salvezza fuori dalla menzogna, e seguitai con
sarcasmo:
-- Vorreste dirmi chi è quell’anima pietosa la quale avrebbe raccontata
questa buona favola? E comica, sapete! Ma, già che siamo in argomento,
parliamone pure a viso aperto. Ditemi per lo meno da che parte giunse
fino a voi questa notizia sorprendente.
-- Un po’ da tutte le parti, signor conte. Il mondo mormora, si finisce
con saper tutto e non si ricorda mai da che bocca sia venuto il primo
pettegolezzo. Il fatto è questo: dicono che per molte ragioni il
matrimonio non si faccia più.
-- Sentiamo allora queste ragioni. In fede mia ne sono curioso.
L’uomo tentennò il capo, si grattò la fronte, poi disse:
-- Chi ne racconta una, chi un’altra. La ragione prima sarebbe quella
bella signora che lei ha condotta qui da Roma. Bella davvero! È
francese, dica un po’?
-- È ungherese, ma fa lo stesso.
-- Per Dio, che creatura! che occhi!
-- Quando l’avete veduta voi?
-- A Fondi, alla Festa dei Fiori.
-- Bene, ma vediamo un po’, Michele, e sia detto in confidenza, fra noi
uomini... Quand’eravate fidanzato, voi, non vi siete permesso proprio
nessun capriccio? Siate sincero, veh!
-- Oh, certo, prima e dopo, quanto a questo!
-- Dunque, non vorreste permettere anche a me la stessa cosa? Quand’un
uomo è alla vigilia di prender moglie, talvolta si sente opprimere da
una certa malinconìa... Bisogna farla passare. Insomma, lasciando gli
scherzi, dite pure in città che la notizia è falsa. Non voglio darvene
la prova, naturalmente, quantunque potrei anche sùbito mostrarvi le
ultime sue lettere. Ma informàtevi meglio. Ed inoltre, sia detto fra
noi, mettendo a parte ogni questione di amore o di non amore, vi sembra
mai possibile che un uomo ridotto a mal partito come son io trascuri per
un capriccio tutti quei milioni, con insieme una brava, una bella
ragazza che domanda solo di offrirmeli? Bisognerebbe esser pazzi, vi
pare?
-- Mah... questo l’ho sempre detto anch’io! -- rispose il Rossengo,
alzando le spalle.
-- No, credétemi -- proseguii, battendogli una mano su la spalla, -- queste
sono malignità e gelosie di gente cattiva. Sentite: non fra un mese o
due, ma domani se volessi! Ed io, lo dico a voi, Michele, già che ne
parliamo, io vado un poco per le lunghe, perchè il matrimonio, come vi
dicevo, è sempre una catena.
Fosse la convinzione o l’effetto dell’acquavite che diminuiva sempre più
nella caraffa, l’uomo parve man mano arrendersi a’ miei ragionamenti.
-- Lei con tutto il rispetto, è sempre stato un gran briccone, signor
Germano! -- esclamò egli con allegra familiarità. -- Se fossi certo che
lei sposa la Laurenzano... eh, allora!...
Ed i suoi occhi brilli splendevano di un luccicore intenso.
-- Lo credo io! con quel po’ po’ d’interesse a cui mi avete prestato il
denaro... Bel mobile! Sopra una pietra da mulino, in vent’anni vi
divorereste anche Roma!
-- Ah, si vuol lamentare adesso? -- egli ribattè, vedendo le cose ora
sotto una luce più gaia. -- Metta insieme il rischio....
-- Che rischio!
-- La paura....
-- Che paura!
-- La pazienza...
-- Eh, via!... di pazienza ne ho dovuto aver io, e molta, per ottenere
questa miserabile proroga! Se foste un uomo generoso, direste sùbito:
Che mai! Al conte Guelfo tre anni farebbe schifo... Dieci gliene
accordo, se vuole.
-- Ma io non ho promesso neanche un giorno! -- egli esclamò con un riso
triviale, battendo i due grossi pugni su la tavola, che traballò.
-- Su, Michele: chi ride consente.
-- No: chi tace, -- egli corresse, un po’ ebro.
-- Chi beve, dico io! Su bevétene ancora un goccio! È acquavite sincera.
-- Caro conte, lei vuol vedermi brillo perchè io rimetta le cambiali a
dormire. Ma ho la testa divisa in due parti, io! Se m’ubbriaco da una,
tutti i pensieri passano dall’altra. Il fatto è questo: se lei mi dà la
prova che il matrimonio non è andato a monte, le concedo un anno, se
no....
-- Tre anni, ho detto.
-- Impossibile; allora niente.
-- Due?
-- Mettiamo pure due, ma ci vuole questa prova.
-- Sono più che disposto a darvela, però non saprei quale.
-- Ecco: non ci sarebbe il mezzo di ottenere una riga solamente, sia pure
in carta semplice, ma di proprio pugno della fidanzata? Una specie di
garanzia privatissima da mettere insieme con le cambiali?
-- Ma cosa dite mai, caro Michele? Dov’è il vostro buon senso, per Bacco!
-- Ebbene, allora mi lasci far due righe di conti, -- egli disse,
traendosi di tasca un taccuino. -- Io le rispondo ben chiaro: se nel
prezzo dell’ipoteca ci stanno anche gli interessi, le concedo i due
anni, altrimenti non parliamone più.
-- Ma, se non altro per pudore, non dovreste nemmeno pronunziare questa
parola «interessi» davanti a me! Vi ricordate la somma che ho avuta per
quelle cambiali?
Egli fece con le spalle un movimento ruvido.
-- Non ricordo nulla, -- disse. -- La somma che conta è quella scritta qui.
-- Va bene, va bene: continuate pure i vostri calcoli.
E per cinque minuti egli non fece che scarabocchiare cifre sbilenche.
-- A stretto rigore, -- concluse infine -- mancherebbe qualcosa; ma fingerò
di non essermene accorto, perchè, non si sa mai, al mondo si può aver
bisogno di tutti ed un servigio reso al prossimo non è mai perduto.
-- Ah, per Iddio! avete un coraggio sublime! -- gli gridai ridendo. -- In
ogni modo non importa, e vi ringrazio lo stesso. Dunque siamo intesi:
parola di Rossengo...
-- Parola di re! -- proclamò l’usuraio, tendendomi la mano un po’ tremula.
-- Ancora un ultimo sorso, -- proposi, ricolmando i bicchierini.
-- Volentieri: quest’acquavite mi facilita la digestione.
-- Allora ve ne manderò qualche bottiglia a casa, e intanto alla salute
vostra, Michele!
-- Grazie; alla sua, signor conte!
Bevve, poi gli venne un pensiero.
-- E alla sposa di Roma! -- soggiunse.
-- Alla sposa di Roma! -- ripetei senza esitare, con una incoscienza che
stupiva me stesso.
Finalmente il Rossengo si levò; era quasi del tutto brillo, aveva le
guance rosse, il fiato greve. Ancora, su la soglia, si volse per
ripetermi:
-- Dica, signor conte, non si dimentichi poi quelle certe bottiglie...
-- Sì, le bottiglie d’acquavite? Siamo intesi, le avrete. A rivederci,
Michele.
E uscì.
VII.
Una lettera di Fabio mi giunse alcuni giorni dopo, in termini brevi,
senza un qualsiasi accenno intorno all’accaduto.
----
«Io ti rendo la parola di Edoarda Laurenzano, -- egli scriveva. -- Prego
il cielo che non ti faccia mai conoscere il rimorso dell’azione
compiuta, e per il male che hai dato possa venirti una lunga felicità. È
questo forse il voto e la speranza della donna che abbandoni, è questo
l’augurio più sincero dell’amico di tanti anni, che non ti dimentica in
quest’ora tristissima della tua vita... Conserva una memoria indulgente
per la creatura che ti ha troppo amato e sconterà in silenzio il suo
destino irreparabile; fa del bene a molte anime per quella che hai
dovuto sacrificare. Noi ti seguiremo col pensiero, dovunque tu vada e
qualsiasi cosa tu faccia, come una volta e sempre, desiderosi anche di
soccorrerti se mai ti sorprenda un pericolo contro il quale tu non possa
lottare.
Resta lontano da Roma, per qualche tempo almeno, e ricordami e scrivimi
sempre.»
----
Questa lettera mi parve un’umiliazione, e nell’attimo stesso in cui
finalmente mi vedevo libero, un senso quasi di sgomento, di solitudine
m’invase. Mi parve per un istante che mi avessero lasciato solo, di
fronte ad un precipizio, a mille precipizi continui, dove sarei caduto
inevitabilmente come una preda oscura.
Una immagine fissa mi teneva la mente.
Il portone, quel gran portone marmoreo del palazzo Laurenzano, casa di
principi una volta, ove nella corte scalpitavano i cavalli e facevano
ala i domestici gallonati, quel portone che tante volte avevo passato
quasi ormai da padrone, ora mi si chiudeva in faccia ostinatamente, come
ad un servo scacciato. E insieme tutte l’altre soglie ch’ero solito
varcare si chiudevano a lor volta, quasi per dividermi da una gente alla
quale non appartenessi più. In quella società ov’ero entrato
splendidamente, sotto l’auge del mio gran nome e del mio denaro, nessuno
ignorava i miei dissesti, le noie che mi davano i creditori e i pesi che
si andavano accumulando sui pochi avanzi delle mie campagne. Ciò che mi
salvava dalla decadenza e dal disprezzo altrui non era infatti che il
mio fidanzamento con Edoarda. Anzi al pubblico piaceva, come in genere
piacciono, tutte le cose teatralmente immortali, questa mia figura di
scialacquatore spensierato, che, al termine delle sue scioperatezze,
trovava una ereditiera innamorata e otteneva di sposarla per
ricominciare il suo fasto. Insomma dovevo solamente alla mia sposa
futura se ancora le belle dame romane mi serbavano qualche sorriso
procace nell’iniziarmi alle intimità profumate dei loro salotti, se gli
usurai mi davano denaro, se i negozi mi vendevano a credito, se alle
caccie potevo cavalcare i migliori cavalli, giocare spensieratamente al
Circolo, e persino fra le donne galanti godere di molte predilezioni; il
che sembrerebbe forse paradossale, se anche in questo, come in tutti gli
altri rami dell’eleganza e del piacere, non dominasse una divinità molto
frivola, molto capricciosa: la moda.
Nella così detta «grande società» v’è un numero infinito d’intrusi:
quelli che vennero dal nulla e quelli che si ridussero al nulla. Io
stavo per contare tra questi ultimi e v’ero tollerato nel modo più
cortese, perchè possedevo il mezzo di ripristinare al mio nome la sua
necessaria grandezza. Invece, da un momento all’altro e per mia volontà,
il che forse appariva più grave -- rinunziavo a questo mezzo, lanciavo
quasi una sfida od un rifiuto alla mia casta e mi ritraevo in disparte
da essa, disdegnandone le ambizioni per l’amore d’una donna straniera.
Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono. L’usuraio di
Terracina non sarebbe stato in ciò per nulla diverso dalle dame di Roma,
le quali sognavano a palazzo Materdomini una sala di più dove danzare,
dove amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei Circoli
e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate le mie liberalità
di un tempo. E costoro, indistintamente, oltrechè non perdonarmi,
avrebbero anche vendicate le loro speranze deluse, insieme con le
antiche invidie. Essi certo non avrebbero giudicata l’azione mia secondo
il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto. Costoro
avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte bocche ridere, mi pareva di
udire i maligni commenti. Oh, mai come in quell’ora mi sembrò di
conoscere il mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza
rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere, lembo a
lembo, fra le gioie più sterili!...
Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento questo che non
avevo conosciuto ancora.
Edoarda invece mi appariva come una immagine del tutto lontana, perduta
fra le memorie di un’altra vita, pressochè scomparsa. I miei nervi si
erano talmente avvezzi a ribellarsi contro di lei, che ora, d’un tratto,
si sentivano come rappacificati.
Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco, senza imprimervi
una memoria, senza condannarmi ad un qualsiasi rimpianto.
Elena invece m’inebbriava del suo fresco amore. Ogni giorno mi pareva di
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