difficile far intendere a Edoarda come tu, «da uomo dignitoso», non
possa permettere che la rovina ed il matrimonio, due avvenimenti così
opposti -- o, se vuoi, così rassomiglianti -- vengano proprio a
coincidere. È un tema che si può svolgere con molto vantaggio e con
molta elasticità.... Chiedi allora una lunga dilazione; rendi la
promessa che hai ricevuta, senza ridomandare la tua.
Il gesto è meno ruvido, e il rimanente verrà da sè. Partirai da Roma per
qualche tempo, e guarirai se ti piacerà guarire.... Io penso che questa
cura farà molto bene alla tua salute.»
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Questa lettera di Fabio mi aveva irritato assai. Gli risposi, ammettendo
in parte le sue considerazioni di opportunità, ma dichiarandogli che non
intendevo affatto scegliere una strada obliqua nè frapporre un ulteriore
indugio. Lo pregavo inoltre di non ritogliermi l’aiuto promesso, ed anzi
di venire a Torre Guelfa, onde potessimo concertare insieme un piano
definitivo. Egli rispose che sarebbe giunto alcuni giorni più tardi.
La nostra vita scorreva intanto in un soave oblìo. Ella era insieme la
più delicata e la più incomprensibile amante. Il suo fresco viso empiva
le stanze del castello taciturno e pareva, tra quel silenzio di cose
decrepite, suscitare improvvise giovinezze.
Torre Guelfa, la rocca dei Materdomini, difesa un tempo con molta rupe e
molto ferro, non era più che una confortevole casa di campagna, sorgente
in mezzo a prospere fattorie, sovra un alto colle, presso le cascatelle
del fiume. Corridoi profondi e stanze vaste, con tapezzerie sbiadite,
con vasti mobili tutelari, foggiati alla guisa che amarono gli uomini
rudi, usi alle fatiche delle armi, per gli ozi dei loro ben custoditi
castelli; v’erano tendami grevi, che parevano spiovere assecondando
quasi un desiderio di silenzio, e camini alti, pavimenti a mosaico,
letti profondi, e per tutto quell’odor diffuso del buon legno antico,
della immateriale polvere che lascia il tempo nelle abitazioni chiuse.
Elena ed io spesso non osavamo interrompere quella specie di
raccoglimento che piegava sotto il peso delle memorie la solenne anima
della casa, e, taciturni, stavamo ad ascoltare lo scricchiolìo delle
porte sui cardini o quel tremore inesplicabile che assaliva talvolta i
vetri degli armadi monumentali, percorrendo anche le racchiuse
argenterie, le porcellane, i vasi di cristallo. Amavamo che le serrature
fossero un poco arruginite e gli scaffali avessero accolta nelle
invisibili tarlature quasi una polvere divenute colore, ed alcuni
specchi rimanessero velati dietro una cortina di mussola, ed anche le
cornici dei quadri mostrassero, fra le dorature offuscate, qualche
macchia verdognola, come licheni su le rupi asciutte.
V’era, per esempio, nella sala grande, legato all’intarsio d’uno stipo
con un nastro senza più colore, un calendario di vent’anni addietro, il
quale, sopra un foglio giallo, segnava il giorno ventidue di Novembre --
Santa Cecilia Vergine -- un venerdì.
Oh, com’era pieno di mistero quel calendario vecchio di vent’anni,
fermatosi ad una estate di San Martino! E, chissà mai per qual motivo,
dopo quel giorno così remoto la mano calma dell’abitatrice non aveva
potuto sfogliarlo più....
Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una statua moresca
d’ebano dipinto, pendeva una borsa da lavoro, fatta di una stoffa che
pareva broccato, a fiorami verdi e oro, con molta polvere nelle sue
pieghe. Di fianco al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati
negli scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di
maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne di pavone. Tutte
queste cose parevano essere le abitatrici del luogo taciturno e
maravigliarsi della luce, infastidirsi del rumore.
Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano a rinnovar questa
dimora, in cui facevo per il consueto brevi e radi soggiorni al tempo
dei raccolti.
Il giardino era vasto, invaso dall’esuberanza dei fiori selvatici, tra
le piante coltivate che ornavano le serre, i prati, le aiuole. Un ponte
di legno rustico varcava un torrentello sotto l’arco d’un padiglione
arboreo, ed il giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita
foresta. Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo
continuo sotto le dense capigliature dei rami; l’acqua corrente
alimentava le molteplici fontane. Dall’altro lato era il frutteto,
chiuso per intorno da una folta siepe, nella quale s’arrampicava il
caprifoglio selvatico.
E i galli, dall’uno all’altro pollaio, prolungavano il loro canto con
impetuosa emulazione.
I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi una leggenda su la
bellezza di Elena, e tutte le fanciulle, passando, si affacciavano ai
cancelli, parlavano e ridevano forte per farsi guardare, quand’ella
usciva nel giardino.
La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia; talora non
conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva di riavvicinarmi alla
terra, di ritrovare una poesia nuova ne’ miracoli della primavera, e
spesso mi pervadeva con esaltazione il bisogno di ammirare, di
ringraziare, di accogliere più sensi dentro l’anima, di espandere tutte
le mie forze fino all’esaurimento. I giorni passavano per noi con una
rapidità incredibile, così da farci perdere la nozione del tempo.
Avevamo quasi paura di guardar lontano, ed entrambi, come per una
concordia pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia
dell’ora fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi, prostrandoci
a volte sotto l’eccesso della sua violenza e rendendoci soavemente
neghittosi ad ogni sforzo morale.
Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente affinate: un
gesto di Elena mi faceva comprendere il suo pensiero, come una mia
parola sapeva esprimerle tutto il mio mondo interiore. La sua vita
intima cadeva sotto il dominio vigile de’ miei sensi, ed il mio spirito
non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo desiderio di lei.
Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi la mia
giovinezza, come un fresco dono, e tutto il mio sopito essere in lei si
rigenerava.
Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile nostalgia
della sua vita vagabonda, un bisogno intimo di tornare all’avventura, di
riaffrontare il pericolo, e paventavo il giorno in cui avrebbe
ricominciato il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile,
considerando anche l’amore come un episodio del suo viaggio, come un
incontro necessario fatto per via.
Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a cucire o leggere
sotto la pergola di vite americana, che si partiva da un fianco della
casa e radendo il muro di confine scendeva sino al cancello con un lento
pendìo. Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare
per la breve collina verso le case del villaggio, che si raggruppavano
adagiate su la falda.
L’aria della campagna inebbriava Elena; le forze della natura si
comunicavano entro il suo corpo vibrante, aumentavano i battiti delle
sue vene, moltiplicavano le vibrazioni del suo pensiero.
-- Tu non sai quanto sono felice qui! -- mi diceva talora, con un atto
fervido, come per abbracciare in sè tutta la gioia che le rideva
intorno. Ed in quell’atto ella pareva comprendere la libertà, la luce, i
fiori, le canzoni che venivano per l’aria, le musiche delle fontane
pullulanti da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il belar
delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le gorgheggiate, i
frulli che animavano il verde, il sapore di biade giovini e di polle
feraci che si esprimeva dalla potenza originaria della terra, e più
lontano, più in alto, nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco
di trionfo che formavano all’orizzonte le torme di nubi fuggiasche,
raggiando l’apoteosi d’un incendio su la invisibile magnificenza del
mare.
In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per un’arte
inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la foggia ed il colore
degli abiti che vestiva, la guisa di allacciarsi un nastro intorno alla
gola o di mettersi un fiore nei capelli, tutte le cose infine che
appartenevano a lei, non eran che segni diversi d’un’armonia sola, e la
sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un solco nell’aria
dov’era passata.
Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice alla fioritura
di un melo possente che prosperava nel mezzo del frutteto, parendo
esaudire un sogno di eterna dionisiaca primavera.
Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del prato sopra un
quadrivio di sentieri, ed all’altezza d’una fronte d’uomo si fendeva in
due bracci minori, che poi divergevano alquanto e s’innalzavano,
prolificando una alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole,
dando quasi l’immagine di un serpaio gigantesco pervaso da una follìa di
contorsione.
Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare delle foglie
novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su la vetta dei rami e nel
loro spessore, a ciuffi, a pennacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a
ghirlande, con una profusione inverosimile, con una densità più folta
che non sia l’erba nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea
fioritura del melo esercitava su la pianta madre una specie di
soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo,
ch’esso pareva comunicarsi anche all’aria circostante, all’ombra
delineata sul terreno, a tutte le cose che poi si guardavano,
ritogliendo le pupille un po’ ebbre da quella magnificenza floreale.
Avevano per l’aria, quelle innumerevoli corolle, un’apparenza di
filigrane delicatissime, una leggerezza d’ali di farfalle, che il vento
faceva palpitare con frequenza mettendo in quel roseo fiorire una specie
di scolorimento, un’improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una
zona intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori. Cadendo,
ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture dei rami, si
addensavano entro le cavità del tronco, ne aderivano alla corteccia
muscosa, oscillavano sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la
terra, l’erba, le siepi, spandendo nell’aria soave una balsamica
fragranza di miele.
II
Finalmente venne il giorno dell’arrivo di Fabio. Per incontrarlo noi
dovevamo scendere alla stazione di Terracina ed Elena era impaziente di
conoscere questo mio vecchio amico del quale sovente le avevo parlato.
Di buon mattino feci chiamare Lazzaro, il gastaldo, e gli dissi:
-- Tu mi farai condurre verso un’ora del mezzodì quel tuo barroccio
grande, attaccato con la cavalla migliore, la balzana; e spòlvera bene i
cuscini, e lustra la briglia, perchè la signora scende con me a
Terracina.
Un’ora scoccava, quando la cavalla balzana scalpitò su lo sterrato, di
fronte alla casa.
Lazzaro non ristava dall’ammirarla e dal girarle intorno, mentre un
ragazzotto robusto la reggeva per il morso, a due mani.
-- Guardate un po’, signore, la groppa e l’arcatura del collo! -- mi
diceva, inorgoglito. -- Sta su le zampe così d’appiombo che pare voglia
dire a tutti: La strada è mia. Non ha quattr’anni, signore. La dentatura
parla. Io l’ho pagata quaranta marenghi d’oro, ma non la vorrei dare per
il doppio. E la briglia, vedete, rispecchia come nuova.
La balzana, stelleggiata in fronte, annaspava con nervosità la terra,
facendo sonare le campanelle. Portava una briglia bellissima, con la
guardia lustra, i fiori adorni ed i voltoi bruniti. Lazzaro continuava:
-- Mi raccomando, signore: la cavalla è fresca di scuderia: non l’attacco
da molti giorni e forse potrebbe farvi qualche volata.
-- Non darti pensiero, Lazzaro; n’ho portati altri ch’erano ben più
focosi.
-- Eh, lo credo, signore! Ma i vostri cavalli hanno sempre una certa
educazione; i nostri sono più rustici e qualche volta prendono la mano.
Elena intanto sopraggiungeva, fresca e magnifica sotto l’ala di un
grande cappello primaverile. Teneva qualche gran di zucchero nel palmo
della mano inguantata e li voleva porgere alla cavalla.
-- Piano a guardarla negli occhi, signora mia! -- esclamò Lazzaro,
interponendosi. -- Poi è tutta schiuma e vi sbaverà sui guanti. Date a
me, signora.
Elena, che non poteva ben intendere quel parlare di Lazzaro, mi guardò
sorridendo; poi si tolse il guanto e porse il palmo nudo alla froge
della balzana, che allungava il collo golosamente.
-- Ecco, signore, -- disse il gastaldo; -- se voi salite, io la tengo ben
forte. Quando avrete in mano le redini, salirà la signora vostra.
Diede un urto al ragazzotto e prese la briglia in sua vece, continuando
a scuotere il morso e parlar sottovoce per ammansire la cavalla
impaziente.
-- Brava, la bella! Non le fate vedere la frusta, signore. Brava, la
bella! Oh, la bella!...
Quando fui salito, lasciò la briglia, si tolse il cappello di feltro
piumato e porse la mano ad Elena perchè vi si appoggiasse nel mettere il
piede sul montatoio.
-- A rivederci, Lazzaro! -- salutai, quand’ella fu seduta.
-- Buon viaggio, signore. Andrete come il vento. Non le fate vedere la
frusta. Buon viaggio!
E scendemmo verso il cancello aperto, per il viale a pergolato. Il
barroccio era senza freno, la strada molto ripida sul declivio della
collina; dovevo tendere tutti i muscoli delle braccia per contenere la
foga della cavalla, che sentiva il veicolo troppo leggero per la sua
possa impetuosa.
Quando fummo nella pianura, oltre il villaggio, e la strada comparve
sgombra per una lunga dirittura fra le campagne abbondevoli di frumento
ancor verde, le concessi le redini, e la cavalla, con la testa al vento,
la criniera ondeggiante, prese una corsa immoderata, fendendo l’aria
sonora e comunicando al barroccio i suoi trabalzi.
-- Hai paura? -- domandai ad Elena, guardandola sotto il vento che
fischiava.
-- No, no, -- ella fece, posandomi una mano su le ginocchia, mentre con
l’altra si teneva l’ala del cappello. -- Mi piace volare così! -- E
gentilmente sorrideva dalla faccia china.
Non si udiva intorno alcun altro rumore che lo scalpitar precipitoso
delle zampe gagliarde sul terreno battuto e l’ansito della cavalla che
scattava inebbriandosi di rapidità. Passavano via le campagne vedute a
volo; i pioppi equidistanti parevano inseguirsi l’un l’altro in una fuga
opposta, come sbarre di un enorme cancello.
-- Gesummaria! -- udimmo gridare da tre donne, che sbigottite insieparono.
Più oltre, nell’incrociare un immenso carro di erbe falciate, gli uomini
che v’eran sopra coricati gridarono e risero. Fu, nel vento, un’eco.
Giunti ad una svolta, rattenni e dominai forte la cavalla, che prese
un’andatura meno veloce, mandando fumo dalle narici e dal pelo
trasudato.
-- Che fuga! -- esclamò Elena, traendo un lungo respiro. E si volse a
guardare indietro.
La strada passava ora per mezzo ad un terreno alluvionale, onduloso da
un lato di leggerissime colline, che infinitamente si perdevano allo
sguardo, laggiù, verso il promontorio di Monte Circello, dove un lontano
semaforo si delineava nella trasparenza del cielo.
Poi comparve, tra i due canali di Torre Sant’Anastasia e di Torre
Canneto, il paludoso eremitico lago di Fondi, memore delle materne
Pontine, e dietro il lago vedevamo le gole selvose delle montagne
addossarsi, per scendere parallelamente incontro al mare. Poi comparve,
sul versante d’una collina bianca di sole, il convento francescano dei
Frati Zoccolanti, e d’un tratto, all’uscir da una folta cortina di
boscaglie, il Tirreno indolente, che oscillava davanti a noi, radioso e
glauco sotto la curva del cielo.
Di fronte si apriva l’anfiteatro delle isole di Palmarola Ponza e
Ventotene, constellate all’intorno da un navigar lentissimo di vele,
che, adagiando il fianco su la brezza, ad una ad una si perdevano verso
i remoti valichi dell’orizzonte.
Magnifica e piena di sole, su la roccia calcarea che Orazio vide
«brillar da lunge», Terracina di San Cesareo dalle dieci colonne sedeva
sotto il poggio falciato, soreggendo i rovinosi archi del suo Tempio a
Venere, dove, nella cella votiva, rimane un piedestallo senza dea.
La città marmorea, sotto la luce del pomeriggio primaverile, splendeva
sollevata nella gloria di un incendio immateriale, come se la sua pietra
esalasse un respiro fatto di luce, un vapore impalpabile, quasi un velo
pieno di scintillamenti, che andasse man mano rarefacendosi,
attenuandosi, diventando azzurro come l’aria o verde come l’acqua, in
lenti circoli spaziosi verso il cielo e verso il mare.
-- Guarda, -- io dissi ad Elena, segnando nella distante onda l’apparir
confuso di Ventotene, -- vedi quella piccola isola, nel fondo, laggiù?
-- Vedo, -- ella rispose, facendo schermo della mano agli occhi per meglio
discernere.
-- Quello scoglio -- ripresi, -- è sorto dal mare con un tragico destino.
Divenuto ai nostri tempi un’isola di ergastolani, fu, nella storia di
Roma, l’esilio e la tomba delle Imperatrici.
-- Raccòntami, -- ella fece, tornando a guardare verso la raggiante isola.
-- La più bella Imperatrice di Roma, ed anche la più dissoluta fra le
cortigiane, Giulia, figlia d’Augusto, vi è morta di fame. Agrippina
d’esilio, e più tardi Nerone, invaghitosi di Poppea, vi rinchiuse la
moglie Ottavia e la fece pugnalare, a vent’anni...
-- Che sorte! -- profferì Elena, contemplando l’isola maledetta.
-- Immàgina, -- esclamai, -- immàgina l’agonia di quelle tre anime
imperiali, quando, nell’ultima sera, videro forse, o credettero vedere,
oltre i vapori del Tirreno, lo spettacolo di Roma signora del mondo, che
celebrava le orgie de’ suoi Cesari ed assisteva nei circhi ai
combattimenti delle fiere, dimentica delle Imperatrici come di schiave
barbare, mentre qui, davanti ai lor occhi, su quel terrazzo che tu vedi,
l’ultimo sole incendiava i marmi del Tempio di Venere, splendeva sui
mosaici del Tempio d’Augusto e raggiava su le pietre milliari della
fatale via Appia, la via di Roma...
-- Che grande storia possiedono tutte le pietre del tuo paese! -- ella
esclamò, volgendo intorno lo sguardo un poco trasognato.
La vecchia città vescovile ora si spiegava intera dinanzi a noi, sul
pendio della montagna, mentre passavamo per la zona dei canali,
attraverso una specie di villaggio primitivo, composto da un
aggruppamento di catapecchie, ove in taluni mesi dell’anno scendono dal
lor Abruzzo selvoso i contadini aquilani per intendere alle fatiche
della terra.
-- Eccoci arrivati ormai, -- dissi ad Elena, sorpassando gli ultimi
abituri e toccando le prime case di Terracina.
-- Ti ricordi quando venimmo? -- ella domandò con tenerezza.
La guardai, sorrisi, e mi sentii felice.
-- Ecco, -- ella riprese; -- io mi ricordo ancora tutto, fin le più piccole
cose. Le parole che mi dicesti alla stazione di Roma, il viaggio, le
persone ch’erano con noi nel treno, dove scesero, e quando rimanemmo
soli. Poi quello strano spettacolo delle paludi, la sera; l’arrivo, il
chiasso dei vetturini per offrirci le loro vetture, e Lazzaro alla
stazione, che mi guardò attonito. Indi la salita un po’ lenta, per la
strada oscura: il vetturino, che faceva schioccare la frusta emettendo
un suo bizzarro grido per eccitare il cavallo, io che ridevo, tu anche.
Poi quelle foreste paurose, quel magnifico lago, immobile sotto la luna,
e più oltre i villaggi addormentati, senza una luce, senza un rumore,
come in un paese di morti, con davanti la Montagna delle Fate, bianca,
limpida, sola. E intorno, quel passare invisibile del vento nelle siepi,
che dava una impressione singolare, come se alcuno ci venisse dietro,
continuamente; io che mi stringevo contro di te, avevo quasi paura, e tu
che mi baciavi, piano, perchè l’uomo non udisse.... Poi, d’improvviso,
in alto, la torre di Torre Guelfa nel cielo, e finalmente l’ultima
salita, il cancello, il giardino, la grande casa con le finestre
illuminate, quella ragazza con un grembiule bianco, ferma su la
scalinata, e poco dopo Lazzaro che sopraggiungeva coi nostri bauli....
Vedi come rammento bene?
Io l’avvolsi d’uno sguardo innamorato e riconoscente.
-- Pare già così lontano, -- dissi, -- ed invece....
-- Ma il tempo vola, e non si può nulla contro il tempo.
-- Sì, una cosa... -- osservai.
-- Quale?
-- Amarsi, amarsi. Elena!
Eravamo giunti. Tre o quattro vagabondi che oziavano accorsero insieme,
ingiuriandosi, per tenere la briglia.
Siccome a Terracina era giorno di mercato, molte persone, quasi tutti
mercanti e sensali, ingombravano l’atrio della stazione. Alcuni d’essi
mi salutarono, guardandoci maravigliati. Una comitiva d’Inglesi
accampava tra i suoi molteplici bagagli, di ritorno forse da una gita a
Monte Circello.
-- Quanti giorni rimarrà quel tuo amico? -- Elena mi domandò,
appoggiandosi al mio braccio.
-- Due giorni al massimo, -- risposi. -- Almeno lo spero; è un uomo
discreto.
Un campanello squillò, senza interrompersi, tra i viluppi dei fili
elettrici, sotto la tettoia; l’arrivo del treno era imminente.
In quel mentre un giovine alto, bruno, vestito con una giubba di
frustagno, passò davanti a noi, salutandomi con un sorriso dal quale
traspariva una specie di sottile derisione.
-- Buon giorno, signor conte, -- egli disse fermandosi e buttando via il
sigaro che masticava tra i denti. -- Le annunzio la visita di mio padre
per dopodomani.
-- Che vuole vostro padre? -- gli domandai, un po’ tediato.
-- Non so. Credo sia per la solita faccenda... l’ipoteca.
-- Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì, perchè aspetto un
amico e non sarò libero fino allora.
-- Glielo dirò, signor conte, -- rispose il giovine con una ironia
garbata.
Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i mercanti.
-- È uno dei Rossengo, -- spiegai ad Elena sottovoce.
-- In quell’abito? -- ella esclamò, incredula.
-- Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna; il vecchio è
milionario.
Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei campagnoli, con il
Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava di noi curiosamente.
Immaginavo le parole ch’essi dicevano fra quello strepito di risa
grossolane, mi pareva di udirli ragionare de’ miei dissesti e della
donna ch’era meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra
qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame, i quali
avevano un nonno ciabattino ed una madre guattera, sarebbero divenuti
padroni delle terre che da tanti secoli appartenevano alla mia famiglia.
E per la prima volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio
nome, sentii quasi l’imperioso bisogno di nascondermi davanti a quei
servi.
Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio, tra i primi,
saltò giù da una vettura, bestemmiando contro i ritardi dei treni e la
canzonatura degli orari. Portava una borsa foderata d’una tela greggia,
di colore identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo
presentai ad Elena.
-- Veramente, signora, -- egli disse con un leggero inchino, -- io vi
conosco e voi conoscete me da lungo tempo. Siamo due stranieri, amici
d’un comune amico intimo.
E sorrise di quel sorriso arguto, che illuminava simpaticamente la sua
faccia un po’ rude.
Usciti su la piazza, ci serrammo tutti e tre nel barroccio angusto;
quando la borsa fu legata dietro, diedi un colpo di frusta e la cavalla
partì di buon trotto.
-- Che delizia poter fumare! -- esclamò Fabio, accendendo una sigaretta. E
spiegò:
-- A Cisterna è salita una signora la quale non poteva sopportare il
fumo. Poverina! Ed era uno scompartimento per fumatori.
-- Fumate molto anche voi? Come Germano? -- Elena gli domandò.
-- Più di Germano, signora. Io possiedo tutti i vizi al massimo grado.
Fumo enormemente, bevo molto vino, molti liquori, amo le rarità
gastronomiche tanto quanto le rarità femminili, giuoco a tutti i
giuochi, bestemmio per abitudine come ogni buon napoletano, son pigro,
maligno, dispettoso, impaziente... una vera persona insopportabile,
signora mia!
-- E null’altro? -- esclamò Elena, ridendo.
-- Sì, ancora una cosa, -- io dissi. -- E un cuore da monachella sotto le
spoglie d’un tiranno da commedia.
-- Ahimè!... -- egli fece traendo un gran sospiro, -- come sono triste qui!
Terracina mi evoca tante belle memorie! Non vi accorgete, signora, della
mia tristezza?
-- Me ne accorgo adesso che voi me lo dite, -- ella rispose con allegria.
-- Lassù, in alto, sopra il Taglio di Prisco Montano, c’è un eremo che io
ben conosco, il quale mi ricorda un mio grande amore... -- disse Fabio
pateticamente, accennando con una mano al valico della via Appia.
-- Ma quando sei stato qui? -- gli domandai.
-- Sette anni or sono, ai tempi di Emilia Gonzales; ti ricordi?
-- Oh, mi ricordo! È stata forse la più seria delle sue molte avventure,
-- spiegai ad Elena. -- Era un’attrice, bellissima.
-- Povera Emilia, com’è finita male! -- esclamò il Capuano.
-- L’hanno uccisa, è vero?
-- Sì, al Messico, un primo attore, per gelosia.
-- E come mai siete capitati a Terracina?
-- Dopo la sua malattia girammo un po’ dappertutto, alla ventura. Diceva
di avere la nostalgia dell’antico, del rovinoso, la nostalgia delle cose
cadenti....
-- Era una buona compagna, -- io rammentai, -- quantunque avesse il difetto
di essere troppo sentimentale e troppo intellettuale.
-- Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi anche. Non posso mai
dimenticare la sua voce: pareva un suono d’arpa, delizioso. Parlava un
dolcissimo fiorentino, per quanto fosse padovana; quando non discuteva
di belle arti era una donna incantevole.
-- E quell’altra sua manìa... te ne ricordi?
-- Già, la manìa dell’isterismo. Si era fatta uno sguardo isterico, dava
la mano, camminava, baciava, con una languidezza di moribonda... e mi
faceva spendere il denaro con un furore veramente isterico!
Elena dette una risata per questa imprevedibile sua conclusione.
-- Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri amori, -- disse al
Capuano.
-- Che volete mai? Sto diventando bianco.
Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese, per mezzo
inselvate, per mezzo scabre. Nell’aria color di cenere passavano i primi
brividi della sera.
-- Pensa! -- io dissi a Fabio; -- più di duemil’anni or sono, fra queste
gole di monte, un uomo che portava il tuo nome sbarrò il passo al grande
Annibale. Tu non sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore.
Egli sorrise dell’allusione velata, ma cercò di eludere il discorso.
-- Duemil’anni di storia!... -- esclamò. -- E noi qualche volta troviamo
lunga un’ora!
Immobile, fra la corona delle sue folte boscaglie, apparve il lago di
Fondi, cupo e taciturno come una palude stregata, che alitava in
quell’ora d’innumerevoli sciami. E finalmente la Torre del Canneto, la
Torre dell’Epitaffio, la Torre dei Confini, il villaggio di Monte San
Biagio, e di fronte, con la vetta in gloria per un’apoteosi di sole,
unica, possente, splendida, la Montagna delle Fate.
-- Guardate ora! -- esclamò Elena, tendendo il braccio verso il declivio
della montagna. -- Guardate: Torre Guelfa è là!
III
Elena, semivestita, versava gocce d’essenza di rosa nei catini pieni;
poi si passava il pettine nei capelli sciolti, e andava, trascinando le
pianelle, a comporre in leggiadrissime gale i nastri delle biancherie
che aveva preparate sul letto. Portava una vestaglia di color roseo,
quasi trasparente, ornata di trine; le finestre erano aperte, ella era
fresca come la primavera.
Camminava per la camera, qua e là, facendo mille cose minute; ogni
volta, nel passarmi accanto, mi dava un bacio su la bocca.
-- Senti, -- mi disse piano, abbracciandomi, -- vorrei che di nuovo
rimanessimo qui soli, noi due.
-- Forse domani Fabio partirà, -- le risposi.
-- Te lo ha detto?
No, ma lo immàgino: ha portato solamente una borsa.
-- Eh!... non hai veduto com’è grande?
Io risi; ella si raccolse in ciascuna mano una grossa treccia dei
capelli che le cadevano partitamente sul petto, e me ne ricinse il
collo, in tal guisa, che le sue braccia ed i suoi capelli profumati
formavano insieme una sola catena. Rideva, con le labbra rosse, la gola
turgida, gli occhi pieni di chiarità; la sua persona tutta non era che
morbidezza e profumo.
Dai poggioli aperti entrava un sole giocondo; i glicini assalivano le
ringhiere, il letto pareva riscintillasse d’aurora, i suoi capelli
splendevano, la sua pelle sapeva d’essenza di rose.
Ed ecco, dal giardino, la voce di Fabio mi chiamò:
-- Eh, lassù!... buongiorno! Ancora non sei pronto?
-- Buon dì, -- gli risposi affacciandomi. -- Ora scendo sùbito. Come hai
dormito?
-- Magnificamente. Oh, questi letti antichi!... -- egli fece, stirandosi
con voluttà.
Appena fui pronto scesi, e lo trovai occupato a discorrere con Lazzaro,
che lì presso, con un paio di forbici, coglieva tutti i fiori delle
aiuole gettandoli dentro un paniere.
-- Che fai, Lazzaro? Mi devasti il giardino?
-- Oggi è la Festa. Bisogna coglierli, signore.
-- Che santo è oggi?
-- Tutti i santi, signore. A Fondi è la Festa dei Fiori. Si fa un
apparato grande per la benedizione dei raccolti. La costumanza è nuova
di qualche anno. Quando è in pieno la stagione dei fiori, si fanno mazzi
a centinaia e si portano in voto alla Chiesa per la intercessione dei
frutti. Le donne vengono da tutti i dintorni, e molte scendono anche
dalla montagna, recando i canestri pieni, che poi rovesciano davanti
all’altare. Danno alla Vergine la primavera per chiedere l’estate. Voi
dovreste condurvi la signora vostra, perchè la chiesa è come un giardino
quando le donne hanno rovesciati i canestri.
-- Dura parecchi giorni? -- domandai.
-- Un solo giorno, signore. Questa sera la Festa finisce con musiche e
luminarie. Di qui se ne vedranno i fuochi. Domani poi rimarranno su la
piazza solo i giardinieri ed i mercanti per vendere i fiori fini, le
pianticelle di serra e le semenze nuove. Andátevi, signore; vedrete
quante maraviglie produce la terra nostra.
-- Bene, -- risposi; -- tieni pronta la cavalla.
E prendendo Fabio sottobraccio, m’inoltrai per i viali profondi.
-- Dunque, -- gli domandai, -- cosa pensi di Elena?
-- È una stupenda creatura e penso che ti voglia bene.
-- Sì; è l’amante più perfetta che possa desiderare un uomo.
-- E tu l’ami?
-- È il primo, il solo sentimento della mia vita.
Egli mi sogguardò con una espressione particolare, avvolgendomi d’uno
sguardo che pareva insieme incredulo indulgente e beffardo. Poi si
chiuse in un freddo silenzio, aspettando ch’io parlassi.
Ora costeggiavamo il fiumicello, camminando sotto volte arboree che
stormivano sommessamente. Un’erma biancheggiava tra un viluppo di folta
edera; Fabio, con un ramoscello divelto, fustigava l’alta erba selvatica
su l’orlo del sentiero.
-- Come sembri diffidare di me! -- gli dissi. -- . Non ne capisco la
ragione. Speravo invece che ti rallegreresti nel vedermi così felice.
-- Non devi badare alle idee che mi frullano per il capo, senza, in
fondo, una causa ben definita. Io penso al dopo, amico mio... e questo
mi fa paura.
-- Chi mai comincerebbe un amore se dovesse pensare al dopo? Del resto,
non vorrei farti ridere, ma Elena mi è divenuta necessaria, e sento che
l’amerò per sempre.
Fabio si allontanò di qualche passo, fischiettando il motivo d’una gaia
canzone di Piedigrotta.
-- Poi, -- ripresi, -- non la devi giudicare come si giudicano tutte le
altre: è una donna fuori dal comune. Anche a me pare talvolta una donna
incomprensibile.
Il fiumicello con allegre spume precipitava per quattro gradini, simili
ad un frammento di scalinata sepolta sott’acqua, e scivolando fra le due
rive tortuose piegava nel suo decorrere la lunga erba selvatica,
pettinandola come una criniera. Qua e là, per i meandri degli alberi, si
vedeva il sole tessere un gioco molteplice sui tappeti muscosi, quando
il vento s’inoltrava nei rami con folate improvvise.
-- Vedi, -- riprese Fabio, -- non la giudico affatto; anzi l’ammiro, e
t’inganni se credi ch’io non sappia essere imparziale verso di lei. Però
la considero, forse ingiustamente, per la donna che impedisce a te, mio
amico, di riparare a’ tuoi disordini e rimanere in quella società ove
sei nato, vissuto finora, ed alla quale devi appartenere. Dinne quello
che vuoi, ma tu avresti finito con sposar Edoarda. Invece ti ficchi a
fronte bassa nella rovina. Poichè, se finora trovavi da ogni parte il
denaro che ti bastava per vivere di ripieghi, ciò accadeva in grazia del
tuo fidanzamento. La prova è questa: che ora, corsa intorno la voce il
dubbio che il matrimonio non si faccia più, tutto il tuo credito è
cessato e non ti rimane che attendere gli uscieri al primo protesto.
-- Bah! -- risposi con millanteria, -- la vita è una avventura di tutti i
giorni: qualche santo provvederà!
-- Bene, spera nei santi, se hai fede. Quello che intanto non so capire,
è come mai Elena abbia potuto accettare di unirsi a te, conoscendo i
legami che ti stringevano.
-- Ma non li conosceva, o per lo meno ha saputa la cosa quando già era
troppo tardi per rimediare.
-- Non è mai troppo tardi: basta volere.
-- Ebbene, se preferisci, non avrà voluto. I sacrifizi di questo genere
si compiono piuttosto nei romanzi che nella vita.
Fabio fece un atto singolarissimo con le labbra, poi subitamente mi
prese per un braccio.
-- Lo credi? -- esclamò, con voce ambigua.
-- Certo, lo credo.
-- Ebbene, senti... -- egli proseguì, ridendo di un riso ambiguo. -- Voglio
farti una confessione, proprio ora, per dimostrarti come t’inganni.
Anzi, una confessione grave.
Fece una pausa e d’un tratto si fermò. Le sue pupille splendevano, la
sua faccia era di sùbito impallidita.
-- Io, -- disse, battendosi le due mani sul petto, -- io stesso, vedi, ho
amata un giorno Edoarda....
-- Tu? -- esclamai, pieno di stupore. -- Via!... non è possibile!
-- Si, l’ho amata, -- egli rispose, ridendo di un riso beffardo. -- Certo
non lo avrai nemmeno sospettato, e questa è la mia fierezza.
-- Oh, Fabio, che strana cosa mi dici...
E chinai la faccia, sentendomi quasi umiliato. Egli si avvicinò di
nuovo, sorridente:
-- Vedi che questi sacrifizi, alle volte, si fanno anche nella vita. -- E,
dopo una pausa, con voce tranquilla:
-- Ma ormai è cosa passata. Non fu che una sciocca mia debolezza... Ora
ne sono guarito interamente. Via non prendere quell’aria tragica! Ridi!
Ne rido io stesso!
-- Perchè non me ne hai parlato prima? -- gli domandai dopo un silenzio.
-- Mi parve inutile, com’era inutile in fondo che te lo dicessi ora.
-- Ma quando avvenne?
-- Oh, fu nei primi tempi... -- egli accennò quasi con vergogna. -- Ti
ricordi il mio viaggio al Cairo, quel mio viaggio misterioso?
-- Me ne ricordo. E fu per questo?
-- Già: per guarirne. Il proverbio dice: Lontan dagli occhi...
E scoppiò in una risata piena d’amarezza.
Afferrai una sua mano e la strinsi con vera commozione.
-- Ora, -- egli soggiunse, -- non parliamone più.
Colse un fiore, lo sfogliò sbadatamente.
-- È stato un episodio ridicolo! -- ripetè, alzando le spalle.
-- No. Conosco la delicatezza del tuo sentimento e indovino quel che non
dici. Forse hai sofferto, e chissà... forse ne soffri ancora.
-- Ho dovuto lottare un poco... è tutto! Adesso non ci penso più.
Fra le sue sopracciglia virili s’incideva un solco profondo. Per qualche
minuto camminammo in silenzio, turbati, assorti ambedue.
-- Certo -- egli riprese, -- ho fatto male a parlartene. Ma tu promettimi,
Germano, che fingerai di non saperlo nemmeno. Te lo chiedo come un
favore. Me lo prometti?
-- Se vuoi, -- risposi tristemente.
-- Sì, te ne prego: altrimenti mi farei quasi uno scrupolo di pronunziare
con te il nome d’Edoarda. Oh, se tu vedessi com’è ora! Sono stato a
trovarla pochi giorni or sono... Distrutta, povera figliuola! Che pietà
mi fece!
Una lenta e fredda paura corse per le mie vene. Chiusi gli occhi e
rividi come in sogno la piccola sala di Edoarda, quale mi apparve
nell’ultimo giorno, con quella striscia di sole che pertugiava dalle
cortine, movendo la sua palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai
mobili ed ai cuscini, ch’erano foderati d’una stoffa delicatissima dal
colore un po’ languido della rosa di gruogo. Rividi quel caminetto, con
gli alari di bronzo, così minuscolo da parere costrutto per i piedi
minuscoli d’una bambola di Norimberga, ed i bagliori delle coppe
fiorentine che traboccavano di lilla profumato, e quel divano dov’ella
era stesa, inerte, come per un supremo desiderio di pace. Mi parve
ancora che dalle sue labbra uscisse il tremore di quell’ultima domanda:
«Mi scriverai da Torre Guelfa?...»
E scossi il capo con violenza per allontanare quel pensiero molesto.
-- Ti ha parlato di me? -- domandai a Fabio.
-- Sì, vagamente.
-- Cosa ti ha detto?
-- Mi ha detto: Germano è malato. Lo sapete anche voi?
-- Sì, -- risposi per consolarla. -- Da qualche tempo si è fatto scontroso,
pare alla ricerca di sè medesimo, soffre.
-- E che diceva Edoarda?
-- Edoarda scoteva il capo, forse indovinando la mia compassione. Si
torceva le dita e pareva che avesse pianto ormai tutte le sue lagrime.
Poi mi raccontò che le scrivevi quasi ogni giorno, che le parlavi molto
a lungo della campagna... e non saresti ritornato per qualche tempo.
-- Infatti, non potrò tornare... -- profferii a bassa voce, quasi
arrendendomi ad una certezza intima.
Lì presso era un sedile di corrosa pietra che i licheni macchiavano di
segni bizzarri, simili a fiori verdastri. Fabio vi sedette con indolenza
e volse lo sguardo in alto, per entro le foglie. Poi, dopo una lunga
meditazione, prese a dirmi:
-- Tu m’hai chiesto un aiuto, che io non ti seppi rifiutare. Tuttavia,
quando mi giunse a Roma la tua prima lettera, il coraggio mi venne meno.
Pensai di frapporre ancora un indugio, nella speranza che dopo qualche
tempo di convivenza con Elena, la tua passione fosse un poco scemata e
forse tu potessi ragionare più freddamente. Sono partito da Roma, te lo
confesso, cullandomi ancora in una vaga speranza. Invece ti ritrovo
immutato, più pazzo che mai di questa donna, e vedo come finora tu non
abbia rimediato a nulla, ma invece ti sii perduto nell’irriflessione di
un amore che ti rovinerà.
-- Che vuoi? -- gli risposi; -- la mia volontà non può mutare; il resto non
mi spaventa affatto.
-- Insomma cosa decidi? -- egli domandò, guardandomi con una specie di
affettuosa paura.
-- Quello che ti ho detto, Fabio. Se vuoi salvarmi non c’è che una
strada.
-- Ma Edoarda potrebbe anche morirne! -- egli mi suggerì, con la voce
piena d’angoscia.
Mi coversi la faccia istintivamente, e tacqui, parendomi che ogni
risposta in quel momento fosse troppo crudele.
-- Tu non hai pensato a questo! -- egli esclamò nervosamente.
-- L’amore, -- balbettai dopo una pausa, -- l’amore ha qualche volta fatto
vivere, non credo abbia ucciso mai. Sono cose che si dicono!
Egli mi fissò con uno sguardo lungo, senza rispondere.
-- Poi non c’è rimedio, ti ho detto. Non c’è rimedio! -- ribattei con
eccitazione. -- Ecco: immagina di aver sete, una sete rabbiosa, e di
vedere una bella fontana, limpida, là, dinanzi a te. E che tu voglia
corrervi, ma ci sia frammezzo un campo di sterpi tenaci, i quali
s’aggroviglino al tuo piede, t’inceppino e non ti lascino camminare,
mentre la tua sete cresce, diventa un’angoscia, un furore... Ecco, mi
trovo appunto così, non riesco a muovermi, vorrei con una falce farmi
strada e passare.
-- Povero amico! -- egli esclamò tristemente. -- Anche tu mi fai pena.
-- Vedi, -- continuai, ansimando forte, -- io non sono un eroe: sono anzi
un uomo comune, volgare, se preferisci. Queste rinunzie, questi grandi
sacrifizi sono maggiori di me. Poi, si può commettere un errore nella
vita, e portarne anche la pena; ma che si debba scontarlo con un
supplizio di tutte le ore, senza rimedio e senza fine, questo non è
ammissibile, non è neanche umano!...
Un riso amaro gli contrasse la bocca sardonica, la sua fronte si
rabbuiò, ma non rispose.
-- Ascoltami, -- gli dissi andandogli più presso e parlandogli con voce
affettuosa; -- tu sei troppo sensibile, hai l’anima d’una suora di
carità. Eppure, dimmi: se l’amore vero è quello che sa compiere un vero
sacrifizio, perchè mai Edoarda non avrebbe questo coraggio per me? Quale
gioia potrebbe ormai darle un amore ottenuto come un’elemosina?
-- Io credo infatti che avrà il coraggio di perderti, -- rispose Fabio; --
ma forse non troverà poi la forza per sopportare questo abbandono.
-- Ma no, Fabio: non credere! Io la conosco bene. L’amore di Edoarda è
semplicemente una specie di manìa sentimentale. Io non sono per lei un
amante, nè un fidanzato, nè un amico: sono semplicemente l’essere che la
sua fantasia, per una scelta incomprensibile, ha voluto collocare al di
sopra di tutte le cose. Edoarda non mi desidera nè coi sensi nè forse
col cuore: mi desidera con l’immaginazione. Tutto il suo grande amore
non è che una specie di ostinata e gelosa immaginazione. Tu la ritieni
capace di compiere per me un vero sacrifizio? No, Fabio! Mai, se non
costretta. Edoarda sa benissimo che non l’amo più. Mi conosce troppo e
non s’inganna; credimi, non si può ingannare. Vede con esattezza quello
che soffro da molti mesi e legge qualche volta nell’animo mio con una
penetrazione che mi spaventa. L’amore che avevo per lei, Edoarda lo ha
veduto spegnersi ora per ora. Ebbene, che farebbe un’altra donna, più
fiera ed anche, lasciamelo dire, più generosa di lei? Certo si
vergognerebbe d’accettare questa mia fredda pietà e, forse per
ribellione, mi saprebbe odiare. Ma Edoarda no. Il suo tormento e la sua
gioia son quelli di potermi dire ogni giorno: «Tu non mi ami più!...» e
costringermi a contare le sue lacrime, od opprimermi con una infinità di
cose meschine, o sedersi ancora su le mie ginocchia, per parlarmi di una
volta, di una volta, di una volta... come si recita una tediosa litania.
No, Fabio! Che l’amore possa talvolta essere crudele, brutale, iniquo,
lo ammetto; ma che l’amore debba mostrarsi vile, mai!
-- E più crudele, secondo me, quest’analisi che ora tu fai, -- rispose
Fabio. -- Del resto è naturale: contro il rimorso non v’è che l’ironia.
Nessuno ha il coraggio di dire a sè medesimo: «Io sto compiendo
un’azione davvero disonesta.»
Su la faccia dell’erma lontana un occhio di sole rideva mutevolmente; un
canto spiegato volava e trillava nel verde, mentre, vicini all’ora di
mezzodì, gli sciami addensavano i loro turbinii su l’acqua iridata. Un
lungo silenzio cadde fra noi, mentre tutto il mio mondo interiore pareva
sopirsi e lentamente sperdersi nella grande pace meridiana.
-- Germano, -- egli mi disse infine, con una voce in cui pareva tremasse
il dolore di occulte lacrime, -- tornerò domani a Roma per dire a Edoarda
Laurenzano che non ti aspetti più. Le cose, gli uomini ed i sentimenti
hanno tutti un loro inevitabile destino.
-- Grazie, Fabio, -- gli risposi, tendendogli la mano.
-- Non ringraziarmi. Germano. Vado a portare la tua condanna e forse a
distruggere un’anima. Pensa che nella vita potrebbe venire un’ora simile
anche per te....
Per la prima volta sentii nella mia mano tremar la mano di quest’uomo
forte, e vidi cadere una lacrima dalle sue ciglia ferme.
Lì, nell’antica ombra di quella foresta, nel solenne patto concluso,
finiva certamente un tempo irrevocabile della mia vita, e sentii con
paura, nel recesso dell’anima, tremare vagamente il presagio di una
sventura lontana. Camminammo ancora qualche tempo senza levare gli
occhi, tacendo. Poi tornammo indietro, verso il coltivato bosco nel
quale si promulgava il giardino. Allora Fabio si scosse, raddrizzò la
bella persona e di nuovo il suo dolore si nascose dietro la maschera
della sua costante ironia.
-- E tu che farai? -- mi domandò, fermandosi ad un bivio di sentieri, ove
con grande impeto il caprifoglio fioriva.
-- Chissà mai?... E del resto cosa importa? Non ho paura, Fabio! Non ho
avuta mai paura della vita, io!
-- Sarai felice almeno? -- egli domandò ancora, mentre con attenzione
attorcigliava un ramo d’edera che aveva strappato camminando.
-- Sì! -- esclamai con ardore. -- Ne sono certo. I miei desideri sono ormai
tanto semplici; Elena sola mi colma di una totale felicità.
In quel mentre, di là dai cedri che nascondevano la casa, una voce
chiamò più volte:
-- Germano! Germano, dove sei?
E subitamente, fra le aiuole che ostentavano al meriggio le meraviglie
dei lor mille colori, vidi Elena venirci incontro, simile ad una
creatura che portasse, nella sua limpida voce, ne’ suoi chiari occhi
d’amante, nell’anima sua d’innamorata, un divino soffio della splendente
primavera.
IV
Le campane della gotica Santa Maria di Fondi squillavano a distesa per
l’aria solatìa, cantando il mistico inno che celebrava la Festa dei
Fiori.
Fin dalle primissime ore del mattino le compagnie dei villaggi, di valle
o di monte, si erano date convegno su la via di Appia, ed erano andate
in gran corteggio portando i fiori all’auspice benedizione.
Giungevano. Alcune vestite con abiti dalla foggia gaia, cavalcando asine
impennacchiate o cavalli aquilani dalla criniera barbarica intrecciata
di spighe verdi, con un mazzo di papaveri ad ogni borchia de’ finimenti;
altre cantavano in coro, sedendo sopra carretti fragorosi, adorni d’un
drappeggio di stuoie rosse; altre compivano il viaggio a piedi, come un
gregge in emigrazione, ondeggiando su gli altipiani o scomparendo nelle
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