Per la prima volta Elena lo guardò come si guarda un uomo. Il pastore si
chiamava Miller; forse non aveva più di venticinque anni. I suoi capelli
spiovevano biondi e ben pettinati fino alla piegatura della nuca,
facendo come uno scalino sopra le spalle, un po’ esili nella solennità
dell’abito nero. Due chiari occhi morbidi gli splendevano sotto la
fronte vasta, mitigando l’ardore della sua bocca troppo sensuale, che in
alcuni sorrisi tradiva i segni di una forte volontà repressa.
D’un tratto il pastore, fermandosi davanti a lei, rigido, con il capo
scoperto, mentre il sole gli dorava la fronte, ripetè la sua domanda:
-- Non vorreste voi, Elena, dividere con me, nella mia casa e nella mia
vita, quella missione di carità umana che mi è concessa da Dio?
Era un pomeriggio di sole; tutte le finestre del convento splendevano
come raggiere; dal vivaio, le rose inclaustrate mandavano per l’aria
dorata un profumo inebbriante.
Ed ella, forse perchè il turbamento di quella voce la invase, forse
perchè il giovine era bello così, con la fronte nel sole, forse perchè
il luogo, l’autunno, le foglie cadute, le infondevano un senso di
commozione mistica, ella, senza riflettere un momento, promise di sì....
Ma tre giorni dopo lasciava l’asilo e la città ed il fidanzato, per
correre lontano, in cerca d’altri destini. Ella compiva queste crudeltà
involontariamente, senza più ripensarvi, perchè nella sua vita si era
fatta un’anima di avventuriera e non sapeva bene intendere nè definire
cosa mai fosse quel comune desiderio degli uomini, che li spingeva tutti
a volerla, fosser anche d’animo puro e dolce come il pastore Miller o
come l’amico Mathias, del quale aveva ora migliori notizie. Non era più
così povero; un quadro esposto l’anno prima lo aveva reso noto, ed anzi,
nei giornali parigini, aveva letti grandi elogi su di lui. Nell’ultima
sua lettera egli le scriveva che si sarebbe recato presto a Berlino,
perchè gli avevano data la commissione di un ritratto, e sperava di
rivederla, dopo così lungo tempo. Rivedere Mathias!... Oh, certo,
anch’ella vi sarebbe andata!
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Quando arrivò il suo treno, egli l’attendeva sotto l’atrio della
stazione. Dopo tre anni, com’erano entrambi mutati! Ma parve ad entrambi
che non fosse trascorso nemmeno un giorno. Si abbracciarono e non
osarono baciarsi.
Mathias non vestiva più quegli abiti così dimessi; era più elegante
assai, ma conservava sempre la medesima fronte pensierosa e quegli occhi
un po’ esaltati, quel suo triste pallore. Anzi era più pallido, e,
camminando, una invincibile stanchezza gli traspariva da tutte le
membra. Elena ebbe quasi vergogna di ritrovarsi così piena di forze,
accanto a quel giovine che pareva estremamente sfiorito. Abitarono
vicino; egli prese in affitto uno studio vasto, luminoso; ella, due
piccolissime stanze ad un terzo piano. Elena in quei giorni non aveva
denaro e non voleva certo vendere i pochi gioielli della madre. Allora
Mathias gliene prestò; ma ella poi lo costrinse a riprenderlo quando
appena potè ottenere alcune lezioni di lingue straniere. Mathias le
disse tristemente: -- Voi non mi considerate più come il vostro amico....
Gli altri uomini vi hanno insegnato a diffidare anche di me.
Qualche volta egli si atterriva nell’udirla parlare; allora la guardava
con un lungo rimprovero silenzioso ed una specie di affanno contraeva la
sua faccia dimagrata. Passò l’inverno. Egli andava ogni giorno a
prenderla, quando moriva la luce su le tele de’ suoi quadri, ed uscivano
insieme per la città rumorosa, per i viali dei grandi parchi, simili a
foreste addormentate, ove la primavera destava tra il verde il canto
nuovo delle fontane.
Mathias non le parlava quasi mai; solamente l’ascoltava, camminandole a
fianco un po’ curvo, e qualche volta scuotendo il capo, quando Elena
faceva ad alta voce un sogno d’avvenire.
-- Se io facessi un quadro di voi? -- le disse un giorno.
-- Si? Volete? -- Elena rispose.
Ed una felicità subitanea splendette nella faccia del pittore.
Tosto vi si accinse. Tutta l’anima del giovine si trasfuse nel quadro,
l’anima che voleva tutta esprimere quella pura bellezza in una luminosa
magnificenza di colori. Elena non poteva concedergli molte ore della sua
giornata e l’opera si compiva lentamente.
Dopo alcuni mesi dall’arrivo, un giorno ella si recò a visitare
l’Hohenfels, al quale aveva scritto di quando in quando lungo le sue
peregrinazioni. Un sentimento strano la guidava ora verso di lui, verso
quell’uomo del quale aveva sempre avuta una irragionevole paura. Ed era
il desiderio di apparirgli davanti, nel fiore della sua bellezza, un po’
altera, un po’ beffarda, ora che si sentiva sicura della propria forza e
sapeva di non tremare davanti a quegli occhi. Voleva quasi dirgli con
uno sguardo:
-- Ecco, vedete: sono qui. Non ho avuto bisogno di voi, non vi debbo
nulla!
Egli era forse un po’ invecchiato, ma conservava sempre una grande
vivacità nella fisionomia, nei gesti, ed un sorriso leggermente
sardonico su l’orlo della bocca fine. Al vederla, ne rimase attonito;
s’informò dove abitasse, che facesse, quali fossero i suoi disegni. Una
settimana dopo l’andò a visitare nelle sue piccole stanze, e giudicando
il luogo inadatto, disse che per il medesimo prezzo avrebbe potuto
trovare assai meglio a Berlino, se gli concedeva di far ricerche per
lei. Ella se ne schermì più volte, ma le sue preghiere la vinsero,
perch’egli sapeva essere persuasivo, cortese, discreto.
Tornò, dicendole di aver trovato per lo stesso prezzo una grande camera,
quasi elegante, presso una famiglia borghese che teneva pigione; insieme
andarono a visitarla. Una donna piacevole d’aspetto, con una sola figlia
quattordicenne, governava la casa, ed il luogo era davvero lindo, messo
con leggiadria. Elena quasi non poteva credere di avere una così bella
camera per un prezzo così mite; allo scader del mese vi si trasferì.
Solo, per una specie di delicatezza, non disse a Mathias ch’era stato il
suo tutore a trovarle questa camera.
Egli si rammaricò perchè andava più lontana, e le disse:
-- Le vostre lezioni vi prendono quasi tutta la giornata; avete così
poche ore per me!
Ella, per fargli piacere, si levava la mattina di buon’ora e vi andava
quando la luce era più limpida.
Ma egli sfioriva ogni giorno, intento sopra quella tela che assorbiva la
sua vita. La tosse lo martoriava con maggior insistenza e gli occhi suoi
parevano sempre più accendersi di una fiamma latente.
-- Dove andrete mai, Elena, quando sarete stanca di vivere qui? -- Mathias
le domandò una volta.
-- Ora ho fatto un sogno, -- ella rispose. -- Voglio diventare attrice.
Quando avrò denaro, tornerò a Parigi per studiare.
Gli occhi di Mathias ebbero uno sguardo di smarrimento, il suo pallore
divenne più cereo, ma non disse parola.
Questo infatti era il suo grande sogno. Divenire attrice, interpretare
le anime, apparire su la scena, ella sola, davanti a mille, dire una
frase, inebbriare una platea! Quante volte, nei giorni più neri della
sua vita, si era cullata in questo sogno, si era sentita la virtù di
esprimere, di raffigurare, di commuovere!... Perchè Mathias non ammirava
questa idea? Non l’ammirava, eppure le aveva detto:
-- Tutto quello che possiedo ve l’offro, se vi può servire.
Ma ella naturalmente aveva rifiutato, commossa dalla sua bontà. Per un
momento ebbe l’idea di parlarne all’Hohenfels, ma sùbito l’abbandonò.
Sebbene paresse mutato, pure a lei non garbava di avere un debito con
quell’uomo. Seguitò invece a lavorare, con la speranza secreta.
La signora Gräfe, la sua padrona di casa, era una donna estremamente
cortese. Non più giovane, un po’ manierata, con due grosse trecce di
capelli finti, doveva essere stata molto bella in gioventù. A lei
mostrava una tenerezza quasi materna e si accapparrava la sua fiducia
dandole molti ottimi consigli. La sera, quando pranzavano insieme, le
teneva certi discorsi allegri ed un po’ salaci.... Veniva spesso a
visitarla un uomo di mezza età, un sottufficiale in congedo, ch’era il
suo amante. Ella parlava di ciò con naturalezza; un giorno anzi, nel
mezzo d’un discorso, le aveva domandato:
-- E tu, non hai ancora avuto un amante?
-- Io no, signora Gräfe, -- le aveva risposto Elena, chinando gli occhi.
Dopo tre giorni appena la sua padrona di casa le aveva dato sùbito del
tu.
-- Ebbene sei una scioccherella! -- rispose costei. -- Quando sarai vecchia
e brutta non ti servirà davvero a nulla d’essere stata più o meno
onesta, mentre ti pentirai amaramente d’aver sciupata la tua giovinezza.
Perchè siamo al mondo noi? Par gli uomini. E gli uomini? Per noi.
-- Ma io non l’ho mai desiderato, -- Elena disse, confusa.
-- Non c’è bisogno di desiderarlo, anzi, non si deve. Tu aspetti l’amore,
piccina mia?... Bada a te! Questo è il grande pericolo. Invece si prende
un amante perch’è necessario, è utile, qualche volta è anche piacevole.
Ma, dimmi: tu che sei bella come un fiore, quale vantaggio ricavi
dall’aver fatta la vita che fai e dal lavorare tutto il giorno per pochi
centesimi, quando, con un bacio che tu volessi dare, potresti esser
vestita di seta e coperta di gioielli da capo a piedi, potresti pagarti
ogni capriccio e menar la vita che più ti conviene? Perchè ti
sacrifichi? per rimanere onesta? Bel merito! Se ci ragioni sopra un
momento, vedrai che questa è una parola, null’altro che una parola. Poi,
chi ti crede? Pensi forse che una sola persona, vedendoti così bella,
s’immagini che tu sia una ragazza tuttora illibata? Macchè! nemmeno per
sogno! E la persona che lo potesse credere, se fosse una donna ti
direbbe quello che ti dico io, se poi fosse un uomo penserebbe sùbito:
«Via, non è possibile che lo faccia per onestà.... Si vede che aspetta
il suo tipo, che aspetta me: proviamo!» Questa è la vita, bambina mia.
Ti parlo così, come parlerei ad una figlia.
E tali discorsi ogni giorno si ripetevano con maggiore frequenza. Elena
da prima se n’era offesa, poi vi si era assuefatta, finchè, da ultimo,
quelle cose madornali che diceva la signora Gräfe riuscirono a
divertirla.
Di tutto questo ella non fe’ cenno a Mathias, perchè ne avrebbe sentita
troppa vergogna davanti a quell’anima così lontana dalla vita. E nemmeno
gli raccontò come un giorno la signora Gräfe le avesse fatta
un’allusione anche più precisa.
«Perchè mai, -- diceva, -- Elena eviterebbe di accordare qualche favore a
quel ricchissimo von Hohenfels che le usava tante cortesie? Non aveva
ella compreso che l’uomo avrebbe commessa per lei qualsiasi follìa? Non
avrebbe certo esitato a prenderle una villetta verso il Thiergarten, o
forse intorno al Wannsee, donandole abiti, gioie, carrozze, cavalli.
Certo ella non aveva che una parola a dire... Credesse a lei:
l’esperienza sua di donna pratica non la poteva ingannare!...»
Fu invece Mathias che osò per primo fare un accenno a questo argomento.
-- Cosa pensate voi di quell’Hohenfels? -- le domandò un giorno. Elena,
subitamente, si fece rossa.
-- È stato il mio tutore, -- rispose. -- Ora cerca d’aiutarmi perchè si
pente forse d’avermi sempre abbandonata.
-- Lo credete sincero?
-- Chissà? E d’altronde che me ne importa?
Egli non insistette oltre; la dolcezza di quell’anima era il silenzio.
Intanto le sue mani scarne suscitavano un miracolo di colori. Egli
poteva ora veder Elena meno sovente, perchè aveva un’altra Elena, più
sua, e l’adorava creandola. In lui si compiva una rinunzia suprema; il
tacito sogno della sua vita moriva.
L’Hohenfels aveva presa l’abitudine di venire ogni giorno in casa della
signora Gräfe e talvolta vi rimaneva per il pranzo, dicendo ch’era solo
e s’annoiava. I discorsi più frequenti cadevano su l’avvenire di Elena,
poichè non gli sembrava possibile ch’ella volesse continuare una vita
simile.
Dopo aver molto meditato, Elena gli confessò che la sua speranza era
quella di essere un giorno attrice.
L’Hohenfels accolse l’idea con calore, la felicitò, si offerse di
rendere la cosa possibile. Occorrevano studi molto ben guidati, ed egli
poteva, nella sua qualità di vecchio amico, farle un prestito, che poi
la ricca e fortunatissima attrice gli avrebbe rimborsato. Ma non
bisognava tardare oltre. La via dell’arte è faticosa e lunga. Egli era
da molti anni amico d’un impresario parigino, il quale avrebbe
semplificate le cose con la grande autorità di cui godeva fra persone di
teatro. Quest’uomo sarebbe anzi venuto a Berlino qualche settimana più
tardi: l’occasione era dunque propizia.
Elena ormai non si dissimulava più le intenzioni palesi dell’Hohenfels,
ma questo le riusciva indifferente, fin quando almeno la sua cortesia
non eccedesse i limiti onesti.
Una sera, ch’egli aveva pranzato in casa della signora Gräfe, curiosità
lo prese di accompagnar Elena fino alla soglia della sua camera «per
vedere -- disse -- con qual gusto ell’avesse ordinato il suo mobilio e
dove si potessero meglio collocare certe stampe inglesi ch’egli voleva
donarle». Dalla soglia, come per inavvertenza, entrò; e poi ch’Elena gli
diceva un po’ turbata: -- Ma, non vedete? c’è un gran disordine...
lasciatemi, signor Franz!... -- egli, con somma naturalezza, si diede ad
osservar minutamente ogni cosa, a toccar gli oggetti ch’erano sui
tavolini, a carezzar le gonne che pendevano dagli attaccapanni, e passò
vicino al letto, facendo scorrere una mano sul cuscino, su la coltre;
poi disse:
-- Mi ricordo ancora quand’eravate piccina e dormivate in un lettuccio da
bambola. I vostri piedini allora non sarebbero arrivati fin qui... --
Soggiunse: -- Ora che grande letto avete!
Infatti nella casa della provvida signora Gräfe i letti erano vasti
assai.
L’Hohenfels, con la fronte accesa, le venne vicino e cominciò a parlare
ambiguamente, carezzandole un braccio. Intimidita, ella fece un
movimento brusco, si ritrasse fino alla soglia ed uscì.
-- Che avete? Vi faccio paura? -- egli domandò ridendo.
-- No... ma, sapete, sono gelosissima della mia camera; non mi piace che
nessuno vi entri.
E fu tutto per quella sera.
Dopo alcune settimane l’Hohenfels le annunziò che l’amico parigino, un
certo Ernest Duvally, era giunto, ch’era informato già d’ogni cosa e
desiderava solamente conoscerla. Per questo era opportuno ch’ell’andasse
a pranzo da lui, dove lo avrebbe incontrato quella sera stessa.
Il Duvally approvò con fervore l’idea di farne un’attrice; spiegò ad
Elena qual fosse la più rapida via per iniziarsi a quell’arte, anzi
promise di guidarla egli stesso nei difficili esordi parigini, mentre si
riprometteva di farle ottenere un’ammissione immediata su le scene,
tosto che avesse compiuti gli studi necessari.
La repentina felicità tratteneva Elena da ulteriori considerazioni.
D’altronde non temeva l’uomo, e l’ebbrezza di poter riuscire valeva ogni
rischio. Con Mathias tenne secreta la sua decisione per non affliggerlo
sino all’ora della partenza. Egli non era venuto una sola volta nella
sua casa, e quand’Elena gli domandò la ragione di questo suo riserbo
egli rispose in modo evasivo, cercando pretesti, poi confessandole che
tutta quella casa, ed in particolar modo la signora Gräfe, non gli
piacevano affatto. Ma Elena ormai non viveva più che per la sua nuova
speranza.
Quel Duvally era un uomo giocondo, garbato, salace, ricco di aneddoti;
la corteggiava in modo amabile, con quella galanteria francese che piace
alla donna, poichè la lusinga nella sua femminilità. Era inoltre un
bell’uomo, con la bocca fresca, il labbro raso, i denti minuti e
bianchissimi.
-- Sapete, -- le aveva detto un giorno, parlandole dell’Hohenfels, --
questo Gambrinus è buono per cominciare. Ma poi ci vuole di meglio!
D’altronde che bisogno avete di lui? Quando vi sarete risolta, basterà
scrivermi una parola.
E con lui non era possibile offendersi, perchè aveva sempre una trovata
spiritosa, una celia bizzarra, e pareva non ammettere alcun valore a
coteste sue frasi. Egli diceva inoltre:
-- Avete anche un pittore che vi fa il ritratto? Nulla di più opportuno.
Bisognerà farvelo dare, perchè un bel quadro non è l’ultimo argomento di
buon successo per un’attrice bella. Solo, mi raccomando, non troppo
vestito, per Parigi... I pittori, qui, amano la stoffa; noi amiamo il
nudo. Contraddizioni di razza, diversità di scuola: ecco tutto!
E partì su questa mezza intesa, mentre l’Hohenfels per proprio conto
credeva prossimo il trionfo della sua laboriosa pazienza.
Fu la signora Gräfe ad annunziarle una sera, di punto in bianco, che
l’Hohenfels le aveva dato incarico di condurla da una buona sarta,
perch’ella si comandasse in tempo tutti gli abiti che occorrevano prima
della imminente loro partenza.
Elena fece le sue maggiori maraviglie.
-- Capirai, -- le spiegò la Gräfe, -- dovendo vivere a Parigi con un
signore come l’Hohenfels, i tuoi abiti non sono abbastanza eleganti.
-- Dovendo vivere?... con chi? -- Elena interruppe, dando in uno scoppio
di riso. -- No, no! Ringraziatelo pure, ma ditegli che alla sarta
provvedo io stessa! Credo, in verità, che ci siamo intesi male...
Questa volta la signora Gräfe perdette la pazienza.
-- Ma senti, bambina mia, -- le disse, -- che intenzioni hai finalmente?
Perchè qui si tratta di venirne in chiaro!
E nel suo gergo fiorito prese a magnificarle tutte le delicate cortesie
dell’Hohenfels, i sacrifizi, anche di denaro, ch’egli faceva per lei,
non volendo che «la si andasse a rovinar la salute nelle stamberghe
umide, tra i filosofi ed i cenciaiuoli dei quarti piani».
-- Te ne faccio la confidenza, ma non lo dire a lui, per l’amore di
Dio!... per l’amore di Dio! -- le andava ripetendo ad ogni tratto.
Allora Elena ebbe uno scatto di vergogna e d’ira, dolendosi per quel
denaro che non poteva sùbito rendere all’obliquo insidiatore.
La mattina seguente lasciava quella casa, prima che l’Hohenfels avesse
il tempo di rivederla. Qualche giorno dopo, recandosi a visitare
Mathias, egli, che ormai le parlava con un triste riserbo, le porse una
lettera dicendo: -- È venuto ieri da me un domestico e mi ha lasciata
questa lettera per voi. Diceva di non conoscere il vostro nuovo
indirizzo, ed anzi me lo domandò. Io credetti bene di rispondere che non
lo sapevo.
E si rivolse alla sua tela, in silenzio.
Povero Mathias!... Com’egli la guardò, quand’ella gli ebbe raccontata
quella storia! Perchè non avergliene parlato prima? Egli vedeva il male,
ma non osava darle consigli, poichè gli sembrava ch’ella non volesse più
considerarsi come una vera sorella per lui. E sùbito le offerse il
denaro da rendere a quell’uomo.
-- Grazie, Mathias, ma non voglio. Egli è ricco, voi no.
-- Che importa, visto che ve lo posso dare?
-- Ve ne ringrazio di tutto cuore, ma non voglio. Lo renderò io stessa
quando potrò. D’altronde il piacere che egli ebbe nel desiderarmi vale
assai più di quanto ha speso.
Mathias non potè trattenersi dall’osservarle che questa frase non era
degna di lei.
-- Che volete mai? Fra queste indegnità s’impara finalmente cosa la
nostra bellezza vale!
Il quadro intanto appariva ogni giorno più maraviglioso, ed il pittore
si dimenticava davanti alla sua tela. Una volta Elena gli domandò:
-- Quando sarà finito il mio quadro?
-- Mai, -- rispose Mathias, con tristezza. -- Questi quadri non si
finiscono mai. Ogni giorno viene un pensiero nuovo, perchè ad essi manca
sempre qualcosa.
-- E cosa?
-- Non so, -- egli disse, turbandosi; -- la vita, forse, per essere come
voi.
Elena chinò la faccia.
-- Non lo esporrete, Mathias?
-- No. Il quadro mi appartiene. Vi ho dipinta per avervi con me quando
andrete via.
-- Credete ch’io partirò di nuovo?
-- Lo credo; sì, lo credo. Anzi m’immagino che vi pensiate ogni giorno.
Voi avete il destino degli erranti e non potete far altro che passare.
-- È così, Mathias. Forse andrò via di fatti...
Aveva pochissime lezioni a quel tempo. Era il finir dell’estate; molte
allieve indugiavano ancora nei luoghi di cura e di campagna. Faceva un
calore insopportabile nelle vie di Berlino ed Elena si annoiava
mortalmente.
Un giorno, con una risoluzione subitanea, scrisse al Duvally. Scrisse
una lettera evasiva, raccontandogli ad un dipresso com’erano andate le
cose con l’Hohenfels. Questi non tardò a rispondere, dicendo fra l’altro
che, tempo addietro, egli pure le aveva scritto, ma senza ottener
risposta. Ed Elena comprese che la lettera doveva essere caduta nelle
mani dell’Hohenfels per mezzo della signora Gräfe. Il Duvally la
incitava inoltre a perseverare ne’ suoi propositi, e soggiungeva che
presto avrebbe avuta occasione di recarsi a Francoforte. Perchè dunque
non si vedrebbero? S’ella consentisse, avrebbe allungato il viaggio fino
a Berlino per venirla a prendere, poi sarebbero tornati a Parigi
insieme. -- Ora, come rispondergli?
Certo nelle parole della ineffabile signora Gräfe c’era qualcosa di
estremamente logico, di estremamente vero... Perchè sprecare la vita
così? Era giovine, bella, desiderosa di vivere, l’avvenire poteva
serbare per lei molte fortune imprevedibili. Tutta una sera ella rimase
nella sua camera a sognare. Si guardò le mani: erano piccole, delicate,
bianche... Certo si sarebbero sciupate, fra qualche anno, a forza di
scribacchiar manoscritti e dover talvolta prepararsi la cucina da sè.
Peccato! Si guardò anche nello specchio, attentamente, come non si era
guardata mai. Sorrise a quel sorriso che dallo specchio la guardava. Si
sciolse i capelli, e vide scendere una pioggia d’oro, di quell’oro delle
medaglie antiche, trovate negli scavi, simile quasi al bronzo. Vi passò
dentro le mani, a lungo, indugiandovi con voluttà. Si scoverse la gola,
e rovesciando la testa all’indietro, le parve di sognare la bocca d’un
amante che l’avesse baciata, lì, su la sua turgida gola... Di fatti era
bella, bella come il quadro di Mathias! Le venne un pensiero fatuo, per
la prima volta: «Perchè nessun uomo l’avrebbe mai veduta così, nessuno,
tranne Mathias, ch’era per lei un fratello?» Ecco: la giovinezza passerà
vanamente nell’insegnare le parole straniere ai bimbi cocciuti, le sue
mani non saranno più così bianche, la sua bocca non più così fresca,
nemmeno la gola così limpida... e tutto finirà senz’avere avuta un’ora
di trionfo, come una rosa inutile che sfiorisse nell’eremo, dietro una
rupe.
E di contro, la scena, il teatro, l’applauso, l’ora in cui tutti si
leverebbero verso lei per gridarle ancora: «Parla!» Invece di pensare
ogni giorno faticosamente al pane, d’improvviso, ecco l’ammirazione, il
fasto, quasi la potenza; invece di andar nomade per tutte le strade,
come in fuga davanti a sè stessa, ecco la possibilità di ascendere per
una via trionfale...
Da ultimo non seppe che risolvere; scrisse al Duvally poche parole,
dicendogli che lo avrebbe riveduto con piacere.
Ma quando fu la vigilia della partenza, poichè il Duvally sarebbe
arrivato il domani o il doman l’altro, ella non potè più mantenere il
secreto verso Mathias, e risolse di narrargli finalmente ogni cosa.
Andavano, camminando a lato, verso le consuete solitudini. Era la prima
sera di Settembre. Per l’aria quasi bionda navigavano larghe strisce di
vapori turchini, d’una tenuità luminosa, che lentamente mutavano colore,
salendo nel bianco firmamento, lassù, dove la festa del novilunio
autunnale stava per essere celebrata con una magnificenza di stelle.
-- Questa è l’ultima sera, Mathias... -- ella disse lentamente,
appoggiandosi al braccio dell’amico. -- Domani vado via.
Erano per un grande viale deserto e nelle oscure lontananze del parco si
udiva cantare una voce solitaria. Mathias non rispose nulla, non potè
rispondere; solo accelerò il passo con un’andatura insaccata. Poi d’un
tratto, senza ragione, dette in una grande risata convulsa, che risonò
sinistramente nell’ombra delle volte arboree. Ella n’ebbe un senso di
fastidio e di paura.
-- Mathias, -- domandò con una voce umile, -- mi volete ancora bene?
Egli si fermò a fissarla, con uno sguardo fra il disprezzo e la
commiserazione, poi rise di nuovo, con maggiore asprezza, scotendo le
spalle.
Ora, nel verde, si udivano correre alcuni brividi prolungati, come un
respiro di foglie nel refrigerio della notte imminente. Passando sotto
un lampione Elena guardò il viso dell’amico e n’ebbe un’impressione
indicibile, ma non potè commuoversi; fu piuttosto un moto di collera
contro la debolezza di quell’uomo, che aveva per lei un sentimento così
umile, così tacito, così folle. Per lei Mathias era un delicato
inseguitore, anzi un tiranno mansueto, che invece di usarle violenza si
vestiva d’un’apparenza miserrima per commuovere la sua pietà. Allora non
ebbe compassione; provò quasi un piacere crudele nel raccontare a quel
triste innamorato i pensieri che da qualche tempo l’assediavano, le
decisioni estreme cui s’era man mano risolta, per giungere alla fine de’
suoi tormenti.
Prima ch’egli potesse interromperla, e volendo piuttosto convincere sè
stessa che l’ascoltatore, gli svolse le teorie speciose della signora
Gräfe, opponendosi tutte le contraddizioni e discutendole a priori, come
se facesse dinanzi al giudice una impeccabile arringa.
-- Oh, Elena! -- egli balbettò, contorcendosi le dita fino al dolore, --
Elena, io non credevo ancora che un simile momento potesse giungere per
noi!...
E si chiuse nel silenzio del suo dolore, ch’era il più rassegnato, il
più soave, tra i martirii delle anime innamorate.
Ma ne divenne ancor più malato; la tosse convulsa lo soffocò giorno e
notte; il suo petto parve interiormente schiantarsi per la furia del
male.
-- Elena, -- diceva sommessamente a lei che lo andava curando, -- se
partirete con quell’uomo, sento che non mi alzerò più.
Ella non ebbe l’animo di abbandonarlo, ed ancora una volta il Duvally
dovette ripartir solo.
Ma quando egli fu lontano, ed ella pensò che avrebbe dovuta ricominciare
la sua lotta inutile, dall’alba fino alla sera, un senso inenarrabile
d’angoscia le strinse il cuore, come se avesse compiuta la rinunzia
maggiore al più bel sogno della sua vita.
E v’era in quella tristezza un piccolo rancore contro Mathias, che
l’aveva costretta, pur senza chiederlo, a ricadere sotto il giogo della
perpetua mediocrità.
Verso l’autunno le si offerse l’occasione di accompagnare la vedova
baronessa von Ritzner, che soffriva di un latente mal di cuore, in
lunghi viaggi di svago attraverso l’Europa. Era una signora di
quarant’anni, ricca e senza figli, già presso allo sfiorire di
un’avventurosissima vita, condotta nei circoli della Corte Imperiale. In
tutto gran dama, ed ancor ricercata per il suo brio, per la sua
raffinata eleganza, la baronessa von Ritzner non poteva trovare in Elena
miglior compagna, nè Elena in lei.
Il commiato da Berlino fu triste.
Mathias aveva il presentimento di non rivederla più, e quell’ultimo
giorno la sua povera faccia devastata dal male ispirò anche ad Elena
questo vago timore.
Mathias era venuto a salutarla nella sua camera, si era seduto curvo e
tacito in un angolo, sopra un baule chiuso, appoggiandosi col dosso al
muro. E pareva che di lì stesse immobilmente a guardare la visione della
propria morte. I suoi occhi non abbandonavano mai Elena, ma parevano
inseguire con una specie d’ansia ogni suo piccolo gesto, mentr’ella si
affaccendava intorno, raccogliendo i vari oggetti e riponendoli ad uno
ad uno, anch’ella tacendo, anch’ella impallidita, compiendo ciascun atto
con una lentezza grave, senza volgere gli occhi verso di lui. Mathias
guardava le singole cose ch’ella deponeva entro le valige, come si
guarda una persona estremamente cara che sparisce per sempre, e andava
curvandosi ancor più sul petto esausto, non potendo alle volte frenare
un lievissimo tremito, che gli appariva negli angoli delle labbra o nel
segno profondo che aveva in mezzo ai sopraccigli.
Egli le aveva portato un mazzo di fiori; Elena prese i fiori, li avvolse
con infinita cura e li posò vicino al suo mantello. Quando la camera fu
sguarnita, Mathias si levò, chiuse le borse, la cesta di vimini,
camminando dall’una all’altra con un passo affranto; poi le dette le
chiavi.
Un guanto di Elena, ch’era sul letto, cadde a terra; Mathias lo
raccolse, lo tenne a lungo fra le sue mani, lo guardò, vi fece scorrere
sopra le dita. Poi lo ripose sul letto e volse per la camera uno sguardo
quasi attonito, come volesse accogliere negli occhi e nell’anima tutto
quello che vi rimaneva di lei, per sempre.
Andò verso la finestra; esausto, inerte, si accasciò contro il
davanzale, guardando fuori, mentre la signora Bergmann, la padrona della
casa, faceva trasportare i bauli. Egli l’intese domandare ad Elena:
-- Tornerà, signorina?
Senz’ascoltare la risposta, egli fece col capo un movimento brusco, e si
cacciò le mani entro i capelli.
Di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla
finestra, e cantava. Un gran sole giocondo invadeva le contrade, le
verande, i tetti delle case, le chiese lontane, le foreste più lontane,
l’aria, il cielo, infinitamente... Allora si volse. Davanti allo
specchio, Elena ritta si appuntava il cappello: teneva uno spillone fra
i denti, un velo sul braccio e le due mani alzate dietro la nuca. Egli
fece qualche passo, barcollando, fin contro uno stipite, poi, con un
movimento macchinale, guardò l’ora. Forse non vide le sfere; ma intese
negli orecchi solamente un ronzìo, lungo, inscindibile, come un rombar
d’ali nel buio, un crescere d’acque nascoste, qualcosa che venga, poi
vada, poi torni, e sia come il nulla: un dolore. Gli occhi gli si
oscurarono per quella chiarità che avevano guardata, là fuori, a lungo;
rivide il sole, i tetti, le chiese, le foreste, il cielo, confusamente,
come in un barbaglio d’ombra e di luce; poi, quando potè discernere,
vide Elena, in piedi, che si annodava il velo. Osservò nello specchio il
dorso della sua mano bianchissima, ch’ella si passava su gli occhi
ripetutamente, come per tergersi una lacrima, e rimase lì, trasognato, a
guardarla, quasi non vedesse più lei, ma il fantasma di lei, partita.
Allora ella si volse, gli tese ambe le mani, e pronunziò il suo nome,
pianissimo, quasi con paura:
-- Mathias...
Egli si battè la fronte, volle sorridere ma non potè, volle parlare ma
non ebbe voce: prese quelle due mani e se le portò congiunte sul cuore.
Le due mani fecero una croce, come sopra una cosa morta. E restò a lungo
in tal guisa, mentre un nodo gli saliva entro la gola, irresistibile.
-- Addio, Elena... addio... -- balbettò, premendosi quelle due mani sul
cuore, che martellava impetuosamente, producendo la strana impressione
di un organo troppo vitale in quel petto così fragile.
-- Addio! addio!... Ricòrdati di me, Elena... Forse non ci rivedremo mai
più...
E rise e pianse, ed ella chinò la fronte, con la faccia solcata di
lacrime, sotto il lungo velo. Dopo un attimo di perplessità
s’abbracciarono, confondendo le anime fraterne, quella rosa che se
n’andava, tutta in fiore, e quel povero sterpo che rimaneva per
intisichire.
Veniva un gran sole da quel pomeriggio d’autunno, e lì, nella camera
sgombrata, i mobili di noce mandavano luccicori fermi; la coltre
disfatta era traversata in lungo da una striscia di sole, che sopra vi
poltriva come una pigra e scintillante nudità. Tutte le cose lucenti, la
specchiera, le maniglie delle porte, l’acqua in una brocca piena, e,
sovra tutto, come una fiamma oscura, la foltezza de’ suoi capelli
biondi, si accendevano di bagliori continui, quasi avessero dentro di sè
una viva gioia e volessero comunicarla, per offendere lui, quel buio,
doloroso innamorato.
Tacitamente allora egli si tolse un anello, adorno d’una pietra pallida,
che portava sempre in un dito della mano femminea, e lo passò in dito ad
Elena, prendendola per il polso, dove il colore delle sue vene minute
somigliava un poco alla trasparenza turchina di quella pietra.
Ella fece una mossa di rifiuto, e Mathias le chiuse la mano perchè non
si potesse togliere l’anello.
-- Conservalo, ti prego; l’ho portato io per tanti anni, anche tu pórtalo
per tanti anni, sempre, se puoi....
E rise. Gli venne su dal petto una gran risata, simile ad un urlo
convulso. Le disse:
-- Va... sii felice. Io non ti rivedrò più. Che la vita per te sia buona,
quanto è stata perfida con me....
Poi guardò in alto: gli occhi del giovine s’illuminarono; sorrise.
-- Mi rimane ancora il mio quadro... -- mormorò. E tremava.
Ella cercò di baciargli una mano, volle promettergli sommessamente:
-- Ma tornerò presto, Mathias....
Egli ebbe un gesto come d’incredulità, poi rimase a fissarla, toccando
le piume del suo cappello, i pizzi che aveva intorno ai polsi, e disse,
con un’altra voce:
-- Per me sarà sempre troppo tardi, anima mia....
E soggiunse:
-- Promettimi solo una cosa....
-- Parla Mathias.
-- Se ti facessi chiamare... dovunque tu sia, promettimi che verrai.
Ella comprese; chinò la faccia sul petto, gli rispose con un alito:
-- Sì....
Allora egli ebbe negli occhi un sorriso di morte, poi vide trascolorare
ogni cosa all’intorno, tutto si confuse: la stanza, la luce, quel viso
di donna ch’egli aveva dipinto, ch’egli aveva amato, per tanti anni,
senza nulla sperare, in silenzio... Ancora una volta la cercò
supremamente, con le labbra, con le mani, con l’anima... ebbe nella
faccia il suo respiro, le sue lacrime, udì la sua voce ancora, come in
un sogno, gridargli: -- Addio! addio!... -- poi non comprese più nulla,
non vide più nulla, non sentì che l’enorme rombo del vuoto, e in sè,
fuori di sè, la tenebra, la distruzione.
Quando si ridestò, la stanza era deserta, e di fronte, nella casa di
fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra e cantava.
----
La baronessa von Ritzner si era tosto presa di una caldissima simpatia
per Elena e la considerava come un’amica. Viaggiarono insieme da
Franzenbad a Ginevra, da Ginevra ad Aix les Bains, a Luchon, a Biarritz,
a Pau, finchè, al sopraggiungere dell’inverno, andarono ad abitare una
leggiadrissima villa su la Riviera di Cannes.
La baronessa le parlava spesso d’uomini e d’amanti, e non si dava
nessuna pena per nascondere ad Elena le proprie avventure. Solo era
gelosissima di lei; ne allontanava i corteggiatori con maggior severità
che una madre ed era molto curiosa di conoscere le sue trascorse
vicende.
Una volta le disse anzi, per celia:
-- Bisognerà trovarvi un marito, Elena, perchè, la mia vigilanza non
basta più a difendervi dall’assalto!
Ed Elena rise. Un marito? Ecco una cosa cui non aveva pensato ancora
nella sua vita di zingara. E, meditandovi sopra, le tornava nella mente
il buon pastore Miller, co’ suoi capelli biondi e ben lisciati, con la
sua bocca un po’ femminea, che parlava così gravemente. Allora si
figurava la propria vita, s’ella fosse divenuta la moglie di quel
pastore luterano, e si vedeva in una linda casa tedesca, con indosso un
bel grembiule bianco, non sapendo come nascondere l’abbondanza eccessiva
de’ suoi capelli per parere più semplice; e si vedeva intenta nel
rammendare il bucato, nel badare alle cose della cucina, mentre, davanti
al fuoco, il pastore leggerebbe ad alta voce la Bibbia e due o tre
marmocchi evangelici ascolterebbero attoniti, senza comprendervi nulla.
Povero pastore Miller!... Egli era così dolce, ma questo pensiero la
faceva nondimeno ridere!
La baronessa aveva ora presa l’abitudine di tenerla sempre sotto
braccio, la trovava bella e glielo diceva, con una voce strana,
carezzandola.
S’era innamorata de’ suoi capelli; entrava la mattina nella sua camera
per guardarla quando si pettinava, e, standole presso, le faceva
scorrere le dita gioiosamente nella capigliatura, come un fino pettine;
poi ne formava un grosso nodo involuto, pieno di luccicori, e vi tuffava
dentro la gola ignuda, poi la bocca, poi l’intera faccia, con voluttà.
Elena tuttavia non sapeva rendersi conto di queste ambiguità e vi si
prestava a malincuore, fra stupita e lusingata, con un senso insieme di
curiosa paura.
Avevano le camere uscio ad uscio e la baronessa entrava la sera in
quella di Elena mentr’ella stava spogliandosi; con bizzarri pretesti
voleva ella stessa fare la sua treccia, legarle i nastri della camicia;
toccava con un specie di insidia i lini ch’ella andava smettendo, le
parlava di cose d’amore come il più delicato amante...
E allora, simulando capricci repentini, le baciava la gola scoperta, la
fronte, i capelli, narrandole con parole accese la sua tristezza di
rimaner sola, in quelle notti così lunghe...
Trascorsero in tal modo il mite inverno, e Febbraio venne, che, tra quel
sole, odorava di primavera.
Mathias le scriveva sovente, ma le sue lettere suscitavano in lei un
senso di grande malinconia. Erano parole sfiduciate, pensieri pieni di
una stanchezza estrema, riflessioni amare di un’anima che sente ogni
giorno impallidire il fuoco della vita.
A poco a poco le sue notizie diradarono; ella rimase varie settimane
senza ricevere alcun cenno, finchè, da una lettera della signora
Bergmann, seppe che Mathias versava in condizioni gravissime, e che, non
avendo alcuno per assisterlo, si era fatto ricoverare all’ospedale.
Pochi giorni dopo un telegramma di firma ignota la pregava d’accorrere
tosto a Berlino per salutare un’ultima volta il pittore morente.
Sentì nel cuore che lo avrebbe trovato spento, pure senza indugio si
mise in viaggio.
Povero Mathias! Povero triste amico! Le parve a tutta prima impossibile
di non rivederlo più, di non ascoltare più la sua voce un poco lenta e
pure così dolce. Per la prima volta, dopo la morte della madre, conobbe
un dolore profondo, e dietro il velo delle sue lacrime rivide come in un
lontano sogno quell’ultima scena del loro commiato, nella camera
disadorna, che il sole giocondamente incendiava. E rivide la pallida
sembianza, in un angolo, accasciata sopra un baule, con gli occhi
sperduti, che la inseguivano senza posa, come per esprimerle in un
disperato silenzio tutta l’angoscia che passava nell’anima del morituro.
Poi se lo figurò morto, immobile sopra una coltre, senza lacrime accanto
nè ghirlande, solo nel trapasso come in vita fu solo, con le labbra
suggellate nello sforzo di chiamarla per nome. Immaginò il dramma di
quell’ultima ora, quando il rantolo affannò la sua gola e negli occhi
evadenti fu adunata in perpetuo la visione finale del mondo, come un
baleno inconoscibile di sole, mentre l’anima varcava nell’assoluto
nulla, verso la pace inconsumabile di tutte le miserie umane. Allora le
parve che in quel punto egli avesse dovuto maledirla, e ne tremò. Volle
correre, correre, per salvarlo ancora...
Oh, quel viaggio lungo, per giornate senza sole e notti senza sonno,
avvolta in una ridda spaventosa d’ombre, come nell’incubo di una vigilia
funebre... Poi quell’arrivo, nella mattinata piovigginosa, con la
visione man mano più certa, più prossima del cadavere; la corsa per le
strade, la facciata impassibile dell’ospedale, il domandar concitato ai
medici, e la risposta breve, recisa... il passaggio per lunghi anditi
ove i malati gemevano confusi, e per ultimo, in una stanza paurosa, fra
il vacillar de’ cerei, un grande lenzuolo bianco sopra una forma
irrigidita, e lo scoprirsi di un volto che più nulla conservava di
umano, tranne l’orribile segno dell’agonìa.
Povero Mathias!... La sua tragedia era finita: in quel morto cuore ella
non palpitava più. E lo baciò su la fronte raggelata, e camminò dietro
il suo feretro quando lo portarono a riposare per sempre, a scomparire
per sempre, a distruggersi per sempre nella tacita solennità della
terra.
Le diedero una lettera, ch’egli aveva scritta per lei negli ultimi
giorni, quando fu conscio della sua fine. Era quasi un poema d’amore
dall’oltrevita, nelle ultime pagine diceva:
«Tu non puoi figurarti, Elena, la dolcezza che io proverò nel chiudere
gli occhi per sempre; poichè nella morte finiscono i desiderii assurdi,
finisce la necessità umana di credere, di pensare, di amare... Viene un
riposo per il quale non si è fatta la parola, e sembra che si godrà in
perpetuo quella gioia che nel mondo consiste in un solo attimo
incosciente: la gioia del dimenticare. Ma vorrei, se mi fosse lecito,
portare con me il quadro dove ti ho dipinta. Elena, per guardarti ancora
e sempre, anche dopo la vita. È la sola felicità che mi venne concessa,
e morendo mi rammento come in un sogno tutte le ore così dolci nelle
quali ti ho potuta guardare. La mia memoria umana comincia e finisce con
te...»
Elena chiuse gli occhi e non potè legger oltre. Ora il morto le stava
presso, a ripeterle con una voce lenta il suo triste poema d’amore.
In un’altra lettera Mathias le lasciava in eredità i suoi quadri ed il
suo piccolo avere, pregandola di vender ogni cosa, tranne il suo
ritratto, perchè potesse imprendere finalmente la via sognata e nulla
dovesse ad alcuno, fuorchè all’amico scomparso.
Per molti giorni ella rimase in balìa d’una sconsolatezza profonda, e
passò lunghe ore in lacrime su la tomba dov’egli dormiva. Solamente
allora si accorse di averlo veramente amato, come un fratello, più che
un fratello, ed il rimorso non le dette mai pace.
Da ultimo Elena fece donare i quadri ad un Museo, tornò ad abitare
presso la signora Bergmann, ed appese il gran ritratto che le aveva
dipinto Mathias alla parete della camera ove s’erano abbracciati per
l’ultima volta, rifiutando le somme vistose che i mercanti offrivano per
quella tela, mentre i giornali, encomiando la donatrice dell’altre
opere, parlavano assai dell’artista ch’era morto su l’inizio della
celebrità.
Verso quel tempo il Duvally venne a Berlino, e l’andò a trovare. Sempre
gaio, frivolo, sicuro di sè, diceva di non averla mai dimenticata un
momento, e gli pareva «di ritrovarla più bella ancora, più matura per i
trionfi della scena».
Raccontò ch’era in discordia con l’Hohenfels appunto per causa di lei;
tessè molti epigrammi, ne risero insieme.
Da Berlino egli doveva recarsi a Vienna, indi a Roma ed altrove, per
essere di ritorno a Parigi sul principio della nuova stagione teatrale.
Voleva, per quel tempo, che vi andasse ella pure.
-- Non tardate oltre, -- soggiunse, -- perchè un mese di gioventù perduto è
più difficile a ricuperarsi che molti anni di vecchiaia.
E partì. Veniva l’estate. L’Hohenfels andò in campagna, dopo averla
invitata seco più volte; la baronessa von Ritzner era su le montagne
dell’Engadina, malata di cuore: le scriveva le sue sofferenze,
pregandola di tornare con lei. Allora Elena si comandò molti abiti,
rifece i bauli, coperse gelosamente il quadro di Mathias, lasciandolo in
custodia della signora Bergmann, e partì per l’Alta Engadina.
La baronessa era deperita molto; le crisi al cuore in pochi mesi
l’avevano sensibilmente invecchiata. Il riveder Elena le dette una
grande gioia, e parve che traverso il dolore nascesse nel suo sentimento
una purità quasi materna.
Fra gli amici della baronessa era un giovane ufficiale austriaco, Max
von Schillenheim, ch’era il più temerario alpinista ed il più famoso
guidatore di quadriglie che annoverasse in quella stagione la società
cosmopolita di Saint-Moritz-Bad. Poco più che ventiquattrenne, alto,
smilzo, con i capelli d’un biondo brunito, gli occhi limpidi, piaceva
subitamente per la grazia del sorridere e per la spigliatezza de’ suoi
modi. Parlava con brio, corteggiava molto le signore, i suoi modi eran
fini ed attraenti, aveva nella sua maschia bellezza quasi un’ingenuità
di fanciullo.
Anche ad Elena faceva la corte, in modo piacevole. Da prima ella ne
rise, poi se ne compiacque. Non era nè irriverente nè sciocco; le
parlava d’amore fra un discorso e l’altro, facendola molte volte
arrossire.
Poi avvennero varie cose.
Avvenne ch’egli entrava sempre nella sala di lettura quand’ella scriveva
o leggeva; ch’ella prese amore al tennis, ed ogni mattina per lunghe ore
giocarono insieme; che v’eran nel giardino molti viali profondi, e
pinete di là dal giardino, dove ci si perdeva... che ogni giorno egli
era più timido e più ardente insieme; che avevano le camere, quelle
pericolose camere d’albergo, sul medesimo piano, ed eran quasi di
fronte...
E molte cose avvennero inoltre, anche nel cuore di questa errante
fanciulla, cui troppi desiderii altrui, torbidi e tenaci, avevano già
irritato i sensi; ed avvenne che le due bocche giovini, più volte, con
stordimento, s’incontrarono, ed una notte che il cielo terso dell’alta
montagna brillava d’infinite stelle, nell’ombra, nell’oblìo d’un’ora,
ella imparò paurosamente l’amore.
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La stagione finì. Max von Schillenheim tornò al suo reggimento; Elena e
la baronessa, che peggiorava sempre, andarono a Bad-Homburg, dove i
medici le consigliarono di tornare a Berlino per affidarsi ad uno
scienziato di grande fama, che le avrebbe forse dato ricovero nel
proprio Istituto. Così fecero. Per un mese ancora Elena l’assistette,
indi, poichè le sue cure non bastavano più, medici ed infermiere presero
il suo posto, e la baronessa si risolse a lasciarla partire, colmandola
di benefici e di doni.
Allora Elena decise finalmente d’essere attrice. L’Hohenfels le offerse
di patrocinar la sua carriera, però a patto che non dovesse mai, per
alcun motivo, rivolgersi al Duvally; ed ella, senz’accettare nè
rifiutare, partì frattanto per Parigi; dicendogli che in séguito gli
avrebbe scritto.
I luoghi della sua giovinezza le dettero al cuore una commozione
profonda; ma ora vedeva sotto una luce nuova questa libera e splendida
città del piacere, dove nell’aria stessa trema una vibrazione di vita
che assilla i desiderii ed esalta i sogni fino al tormento. Cercò, sola
dapprima, d’iniziarsi al teatro; ma tosto vide quanto la cosa era
difficile, impossibile forse.
Allora si ricordò dell’uomo che poteva, egli solo, prestarle un aiuto
molteplice o divenirle il più forte nemico, e presa l’ultima
risoluzione, un giorno l’andò a cercare.
Le fu risposto che il Duvally erasi di nuovo recato a Roma, la settimana
innanzi, e che vi sarebbe rimasto alcuni mesi, per faccende che aveva
laggiù.
Ella non conosceva Roma: il nome stesso d’una città ignota
rappresentava, per il suo cuore di errante, una bellezza più luminosa
della vita, una più grande anima da indovinare.
Allora una mattina partì col treno che di Francia vàlica le gloriose
Alpi, e scese verso Roma incoricabile, Roma dalle cento basiliche, Roma
la regina dei secoli, che brilla e canta sul divino Tevere...
----
L’alba era già bianca dietro i vetri, quand’ella finiva di raccontare.
I.
Ogni mattina, con una puntualità irritante, giungeva a Torre Guelfa il
procaccia, portando una lettera di Edoarda, e tutti i giorni, alla
stessa ora, con lo stesso tono di voce, Marta, la figlia di Lazzaro,
battendo all’uscio della nostra camera mi annunziava dalla soglia:
-- Una lettera per il signore.
-- Bene: méttila nel mio studio.
I giornali e l’altra corrispondenza venivan per consueto nel pomeriggio;
ma essa, quella busta cinerina, con un suggello di ceralacca violetta,
con l’indirizzo che pareva sempre ricalcato sul medesimo stampo, metteva
quasi uno studio particolare nel giunger sola, immancabilmente sola,
come se mai non la ferissero i disguidi postali nè le traversìe del
viaggio. Di quella lettera tutto mi affliggeva: la forma, la scrittura,
lo stile, il senso, la monotona tristezza.
Prima di leggerla, quasi ne sapevo a mente il contenuto, e l’odiavo
sopra tutto per quella oscurità che, al suo giungere, si diffondeva nel
viso di Elena, l’odiavo per quella tristezza momentanea ch’essa faceva
scendere sul nostro amore.
Frattanto, per giustificare il mio lungo soggiorno a Torre Guelfa, avevo
intessuta una storia così complessa di menzogne, ch’io stesso non mi
raccapezzavo più. Qualche volta i pretesti erano grossolani ed in ogni
mia lettera non v’era che lo sforzo continuo, man mano più palese, di
preparare all’imminente risoluzione l’animo ed il pensiero di Edoarda.
Già da qualche tempo avevo scritto al Capuano la lettera concertata ed
egli s’era più volte recato a visitar Edoarda, senz’avere a sua volta il
coraggio di affrontare quel temibile discorso.
«Ho meglio riflettuto, -- egli mi rispose, -- e sempre più credo che tu
agisca sotto l’impulso d’una esaltazione momentanea, dopo la quale il
pentimento non tarderebbe a sopraggiungere. Vorrei farti ancora un
ultimo ragionamento, prima di mantenere la triste promessa che ti ho
data. Ecco: e parliamo di te solo, consideriamo la cosa dal lato della
tua sola utilità. L’amore finisce in tutte le anime; ciò che non finisce
mai, in uno spirito come il tuo, è il bisogno della ricchezza, del
piacere, la smania di soddisfare la tua grande ambizione, poichè non
riesco a figurarmi quale uomo saresti nella miseria. Ora, il gesto che
vuoi compiere su l’orlo del precipizio è straordinariamente assurdo.
Siamo pratici, siamo brutali! C è una fanciulla che ti può rendere il
denaro disperso in tanti anni, che ti può d’un colpo ricollocare in quel
patriziato dal quale decadi per necessità; ebbene, fa una cosa: prendi
tempo, rifletti, esaurisci prima questo nuovo amore. Hai trovata una
simulazione felice: la nevrastenìa. Non sarai forse creduto, ma in ogni
modo insisti. Poi cerca un altro argomento specioso, per esempio: la
dignità. Secondo quanto mi scrivi, non hai trovato ancora il modo di
prorogar l’ipoteca su le terre di Monte S. Biagio. Lo stesso Piero
Capponi, quel mansueto cannibale, subodorando il vento infido, non ne ha
voluto sapere. Io non sono tanto ricco da poterti aiutare in questa
contingenza, quindi, fra poco tempo, la tua rovina sarà pubblica e
l’asta delle tue terre solleverà grande rumore in Roma. Fatte queste
premesse, credo che, a forza di cavilli e di sofismi, non ti sarebbe
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