La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d’amore, porta l’abito che le avete ammirato, il cappello che vi piace di più: ha paura, si sente male, ha fretta, deve andar via. Gira, si siede irrequieta su tutte le poltrone; tocca ogni cosa, guarda i quadri, la mobilia, le fotografie, se ve ne sono, poi vi dice: «Dio!... Chissà quante sono venute qui!» Naturalmente le assicurate ch’ella è la prima, però in modo da lasciarle credere che ve ne furon altre, molte altre, assai più che non sia vero... Allora le date un bacio su la bocca, traverso il velo; d’inverno la veletta è umida; quell’umidore vi piace, sa di fresco e di buon profumo. È il primo bacio su la bocca nella casa del peccato, il primo sapore della colpa, dopo quel bacio casto e compunto che le fu dato quando mise il piede oltre la soglia, in segno di rispettosa ospitalità. Bisogna conoscere le gradazioni. E sùbito ella se ne schermisce; tutto le sembra nuovo e pericoloso; quel bacio la fa timida, quantunque molti altri ve n’abbia già dati, nelle sale ove l’incontraste, ne’ corridoi, tra due porte, fra due siepi, ai balli od in campagna, al mare o dovunque potè. Ma quel giorno ha paura, sta male, ha fretta, deve andar via. Intanto vi osserva: le pare strano di vedervi lì, nella casa vostra o non vostra, diverso dagli altri giorni, svestito di quelle apparenze che imponeva la mondanità; vi osserva con occhi attenti, senza dirvi nulla, e quello è spesso il momento in cui si decide la simpatia o la diffidenza d’una donna, la quale, sino a quel punto, non ebbe di voi che una semplice curiosità. Non bisogna allora essere nè troppo timidi nè troppo audaci. Credo che in quell’istante i sensi della donna si fascino quasi d’una vigile inerzia, urtati da quel tanto di comune o di fittizio che non manca mai ne’ primi convegni d’amore. Poichè, nonostante l’esperienza, ci si trova sempre un po’ comici l’uno di fronte all’altra, ed il pensiero di tutti quelli che hanno fatto e faranno la stessa cosa, in un appartamentino press’a poco simile, ed alla medesima ora, con le stesse precauzioni, con le stesse parole, riesce a smorzare d’improvviso la trepida impazienza che ci ha condotti fino a quel punto. È, talvolta, una cosa futilissima che salva, che piace, che dà un’improvvisa freschezza, ed in ogni modo bisogna saper vincere quel torpore, ma dolcemente, con persuasione. Se può, ella vi dice allora una piccola sgarberia, con gioia, ridendo. Ma è lo stato dell’animo suo che lo richiede; un poco forse la vergogna, un poco il timore di piacervi meno che non vorrebbe. Intanto, con l’ansia più distratta e più naturale del mondo, s’è lasciata prendere il manicotto e l’ombrellino, il boa od il mantello, i guanti, la borsetta, la veletta, ed affinchè voi possiate levarle quest’ultima difesa del suo onore senza strapparle i capelli, (oh, gli uomini, quanto sono maldestri!...) si va togliendo ad uno ad uno gli spilloni dal cappello. Poi siede in un angolo, ed ha una immensa vergogna subitanea, come se fosse in camicia. Allora l’amante consumato e scaltro le s’inginocchia ai piedi per dirle con voce commossa una frase dolce, persuadente, quasi lasciva... per slacciarle una scarpina senza che se n’avveda o insinuar le dita fra gli uncini della camicetta, che vela, senza nasconderla, una soave nudità... Poi, quando per forza se ne deve accorgere, ecco vi dice: «Ma... che fate?» oppure: «Che fai?» secondo i casi. E se, tra gli uncini ed i pizzi v’impacciate un poco, allora esclama sorridendo: «Oh! come non sai far nulla!» E li sgancia da sè. Ad un certo punto finge di veder il pericolo e si alza bruscamente. Cammina, apre un libro, vi domanda una sigaretta, carezza un fiore, si dà una pettinata, o, se c’è il fuoco, va davanti al camino e si riscalda le mani. Voi la prendete allora per le spalle, con un po’ di veemenza, costringendola a lasciarsi baciare... Ella ride, rovescia il capo all’indietro ed offre la bocca. C’è uno specchio, là di fronte, ove si guarda. Ci si guarda entrambi; ella dice: «Dio, come sono rossa!...». Fate, o cauti amanti, che le specchiere nella vostra casa d’amore siano benevole, poichè la donna in quel momento ha bisogno di sentirsi bella. Poi, fra le mille carezze, fra le insidie lente, si parla di cose lontane; si dice: «Pensa, amore mio, quando ci siamo conosciuti la prima sera... ed io ti facevo già la corte, con gli occhi, da molti mesi... avresti mai pensato che un giorno ci troveremmo qui, soli, nelle braccia l’una dell’altro... del tutto soli... come ora?...» Ed ella risponderà: «Oh, Dio buono... che pazzie che mi fai fare! Dimmi... non è forse vero?... non è questa una pazzia?» «Forse... ma così dolce!» «No... sta fermo...» «Làsciami fare. Voglio baciarti su la gola... solamente su la gola... Oh, come hai la pelle bianca!» La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d’amore, viene per lo più perchè s’annoia della sua vita giornaliera, e l’adulterio la tenta; o per curiosità momentanea della vostra persona, o perchè potrete giovarle in qualcosa, o perchè i sensi le fanno sperare da voi gioie che non conosce ancora. Qualche volta viene per la buona ragione che le avete fatta la corte, qualche volta per poterlo raccontare ad un’amica, o perchè lo dicano ad un vostro predecessore, o perchè da voi non venga un’altra in sua vece: per capriccio insomma, per calcolo, per istinto, per gelosia, per frivolezza, e talora, infine, benchè assai di rado, perchè vi ama. Pure v’è una donna che a nessuna di queste assomiglia, che nessuno di tali sentimenti a voi conduce: ed è la donna che torna dopo avervi amato, quando fra voi passarono la lontananza e l’oblìo; la donna che torna per ricominciare l’amore. Queste cose pensavo confusamente, aspettando Edoarda in un appartamentino situato nei quartieri eccentrici di Roma, durante un pomeriggio del mese d’Aprile. Le finestre erano aperte, un’aria tepida e profumata gonfiava le tende, muovendo riverberi su gli specchi e suscitando qua e là un crepitìo sommesso dai vecchi mobili gonfi di sole. Vedevo le sfere d’una pendola di bronzo camminar lente sul quadrante acceso; il sole, picchiando sul terso metallo, tutta la inquadrava d’un’aureola multicolore. Mi sentivo un poco stordito; nell’allucinazione del mio sogno vedevo passare continuamente sorrisi e fisionomie di donne che avevo altre volte aspettate in una camera come quella, contando i minuti lenti e sobbalzando ad improvvisi rumori. Poi due grandi occhi m’apparvero, da tutti gli altri dissimili che nella vita guardai, limpidi e pure incomprensibili, che avevano l’irrealità delle cose lontane, e, leggeri come farfalle, mutando luogo, da tutt’intorno mi guardavano, venivano fin vicino alla mia bocca, socchiudendo le oscure palpebre, per lasciarsi baciare. E colei che mi seguiva invisibile, dovunque andassi, quella ch’era nell’aria del mio respiro e nel pane di cui mi nutrivo, quella ch’era chiusa nel mio cuore come in un sepolcro suggellato, si venne a distendere in silenzio sul vasto letto ricoperto, e disfece i suoi capelli color dell’oro e del bronzo, mi guardò e mi sorrise, chiamandomi con la sua voce d’una volta, la sua voce piena d’incanto, che suonava da una distanza irrevocabile. Poi vicino mi passò la bionda immagine di una piccola creatura dal capo ricciuto, con le innocenti labbra color de’ bòccioli, ma gli occhi già profondi e consapevoli... Evelyn si chiamava la bimba: io sapevo il suo nome, non ella il mio. Allora, per cacciare que’ fantasmi, sorsi in piedi, feci nervosamente il giro della camera, m’affacciai alla finestra, guardando fuori. Di là dalla strada, dietro un muro alto di pochi metri, v’era un piccolo giardino, tutto in fiore. Una bimba vestita di rosso, con i capelli annodati in un gran ciuffo su la fronte, si dondolava sopra un’altalena che pendeva da un grosso ramo ritorto. C’era per terra, vicino a lei, un piccolo annaffiatoio rovesciato, e v’era una bambola con le vesti all’aria, buttata sul margine del sentiero, che impigliava tra i fili d’erba i suoi capelli di stoppa. Più in là, nel mezzo d’una corte, briaco di sole di forza e di fatica, un fabbro scamiciato accanto alla sua fucina picchiava e cantava con ira, levando il maglio formidabile sopra il metallo rovente. E il cielo pieno di luminosità, curvo come la volta di una basilica, si appoggiava con nuvole d’oro sui vertici delle colline lontanissime. D’un tratto, in fondo alla strada, su l’angolo del crocicchio, intesi una vettura fermarsi, e, sporgendomi dal davanzale, ne vidi scendere una signora, che guardatasi d’attorno sospettosa, pagò in fretta il vetturino ed imboccò la strada, a viso basso, rasente il muro. Camminava tenendosi la gonna raccolta contro un fianco, l’ombrellino serrato sotto il braccio; portava un abito color di primavera, fra l’azzurro ed il verde oltremarino, con una frangia di pizzi sul petto, un cappello a fiori. Aveva una grossa catena d’oro girata intorno al collo, pendente a collana, per reggere un piccolo ventaglio ed un grosso mazzo di ciondoli, che in guisa d’una frivola bubboliera mandavan chiarori e tintinni al ritmo frettoloso del passo. Anche le fibbie delle sue scarpine luccicavano fuor dalla balza della gonna chiara. Quando fu sotto la finestra da cui guardavo, si fermò impauritamente, come per riconoscere la porta... E la bimba si dondolava su l’altalena, ridendo con la bambola dei capelli di stoppa; e il fabbro, nel pieno sole, con iraconda forza picchiava, picchiava. VII Una mattina, verso la metà del mese di Maggio, Ludovico venne a destarmi ad un’ora insolita. Ero tornato dal Circolo verso le sei e stavo dormendo il primo sonno, con quello spossamento opaco ed esausto che lascia in tutte le vene l’agitazione del gioco, il fumo addensatosi nelle sale chiuse, verso l’alba, quando i carri degli erbivendoli già percorrono con fragore le strade che si risvegliano. -- Che novità, Ludovico? -- gli domandai, cercando di spalancare gli occhi assonnati. -- C’è di là un signore che insiste per parlarle. -- Diavolo! a quest’ora? -- Sono quasi le dieci, signor conte. -- Bene, chi è? che vuole? Non gli hai detto che stavo ancora dormendo? -- L’ho detto, signore, ma insiste. È un forestiero; dice che ha bisogno di vederla. Poi non lo comprendo bene, parla in un certo modo l’italiano! -- Ti ha detto il suo nome almeno? -- M’ha dato il suo biglietto da visita. -- Accendi la luce e fammi vedere. Accese una lampadina e sul biglietto lessi il nome di Elia d’Hermòs. -- Elia?... -- borbottai. -- A Roma? Che può volere? Su, Ludovico, apri la finestra e fallo entrare. Alcuni minuti dopo intesi dietro l’uscio la voce di Elia che mi diceva giocondamente: -- Buon giorno! Ancora dormi? Con questo bel sole? Beato poltrone! Venne presso il letto, mi tese la mano, si guardò intorno: -- Come stai? Come va? -- esclamava. -- Dio sa cosa pensi, vedendomi capitare così alla sprovvista! -- Caro Elia, mi rallegro di rivederti! Sono sorpreso infatti, ma una bella sorpresa! Vieni, siéditi. Portava un soprabito da viaggio; nel suo volto simpatico era la consueta espressione gaia, penetrante, ambigua. -- E comincio con domandarti scusa se ti ricevo qui, -- proseguii. -- Mi sono coricato all’alba, dunque perdonami se sbadiglio. -- Lo sbadiglio è la conclusione logica di tutte le passioni umane, -- sentenziò Elia, sdraiandosi in una poltrona vicino al mio letto. -- Solo me lo comunichi, per Bacco! Ho viaggiato l’intera notte senza trovare uno «sleeping»; lo scompartimento era pieno zeppo, cosicchè non ho potuto chiuder occhio. Pazienza! Ora ti spiegherò lo scopo della mia visita. Vorresti frattanto farmi dare una tazza di caffè? Sarà la terza, stamattina. -- Ma certo, e con piacere! -- Chiamai Ludovico, detti l’ordine. -- Hai una splendida casa. Mi pare che te la passi molto bene ora. -- Oh, non lasciarti illudere dalle apparenze! Sono i vestigi delle glorie antiche. Va male, invece, molto male! Ho avuto un periodo favorevole, ma ora il vento si è messo a fortunale. Questo non importa; parliamo d’altro. Cosa fai a Roma, e dove sei stato, uomo misteriosissimo, in tutto questo tempo? -- Sono spiegazioni che non si possono dare così rapidamente. A Roma vengo per affari, ed anche un poco per rivederti, per Bacco! Quanto all’itinerario ed allo scopo dei miei lunghi viaggi, te ne discorrerò poi. -- Non arrivi da Parigi ora? -- Sì, da Parigi; ero tornato in Francia da circa due mesi. E quante novità sul tuo conto!... Non volevo credere. Io, che pensavo di ritrovarti, sereno e beato, con la tua superba Elena, e magari con un piccolo erede maschio, al quale, per farmi piacere, avresti dato senza dubbio il profetico nome di Elia! -- Mah!... che vuoi? la vita!... -- feci con simulata indifferenza, pur sentendomi rimescolare. -- Sai bene... tutto passa! -- Già, è la canzonetta che lo dice. Le canzonette hanno sempre ragione. -- L’hai veduta? -- Sì, ma da lontano. So di non essere nelle sue buone grazie e l’ho lasciata in pace. D’altronde ha finto di non riconoscermi... ed io son uomo assai discreto. Poi, adesso è la sua grande ora. Ha avuto ultimamente un trionfo nel -Drame d’autrefois-, la «pièce» che fa furore. -- Ah, sì, ho letto infatti... -- Ed è sempre più bella! -- Più bella?... -- Entrò Ludovico, portando sopra un vassoio due chicchere fumanti. -- Ma tu devi aver sonno! -- esclamò Elia, trangugiando il caffè. -- Se vuoi tornerò più tardi. -- No, rimani, rimani; ormai sono desto e fra poco mi leverò. Dimmi: a che albergo sei sceso? -- Al -Quirinale-. Vado sempre lì. -- E ti trattieni a Roma? -- Una quindicina di giorni forse. -- Bravo, ne son contento. Potremo raccontarci molte cose. Anch’io ne ho tante, che mi pesano sul cuore. Non con tutti gli amici si può essere sinceri come con te, gentile e mansueta canaglia! -- Dio buono! Il sentire l’amicizia è forse la sola virtù che posseggo, e ti giuro che, anche senza l’altre mie ragioni particolari, avrei fatto un viaggio tre volte più lungo, solo per la gioia di rivederti. Che vuoi? quanto più invecchio, tanto più m’avvedo che c’era in me, sotto il mio cuore di nemico degli uomini, un vecchio babbeo sentimentale. Poi mi prendono certe manìe... Per esempio questa: ora che sono a Roma, voglio andare a farmi benedir dal Papa... E gli bacierò la pantofola, se occorre. -- Buffone! Prendi una sigaretta e raccontami lo scopo vero della tua visita. -- Ah, scusa... tutto quello che vuoi, ma il vostro tabacco italiano, proprio non lo posso tollerare! Ho altre sigarette con me, ti ringrazio. Ne accese una, ed appoggiando il gomito sul piumino trasse uno sbadiglio enorme. -- Dunque, -- riprese, -- io son venuto in primo luogo per pagarti un debito. -- Un debito? Non credo che tu ne abbia con me. -- Oh, oh!... sei un creditore molto smemorato, ma io son anche un debitore molto scrupoloso... Tieni. Si aperse la giacchetta, trasse dal portafogli una busta gonfia e me la diede. -- Questo è denaro che ti spetta; non te l’ho mandato prima, sapendo che sarei venuto a Roma. Son novemila franchi: la tua parte esattamente. -- Ma, scusa, non capisco... -- risposi, girando e rigirando la busta in ogni verso, senz’aprirla. -- Come non capisci? Hai scordato l’affare dell’ultima collana, a Londra? Fu venduta circa un mese fa per centodiecimila lire; ne valeva un buon terzo di più, ma non si è potuto far meglio. -- Ah, sì... Ora mi rammento. Però, senti: la parte che ho presa in questo affare, se ti ricordi, è stata così piccola, così trascurabile, che veramente una ricompensa mi parrebbe soverchia per la mia fatica... Poi, vedi, a queste cose ormai ho rinunziato. -- Sarà benissimo, -- egli fece stoicamente; -- ma per questa volta fa il sacrifizio di accettarli ancora, poichè ti appartengono. E se proprio ti bruciano le dita, o se le tue condizioni sono così prospere da poterli disprezzare... fa una cosa: dalli in beneficenza. Qualche volta bisogna pensare anche all’anima! Io son divenuto un uomo pio e ti dò questo consiglio. Feci una bella risata, gettai la busta sopra un tavolino, con l’aria dell’uomo che butta in un canto un vecchio avanzo della propria coscienza. -- Insomma, grazie, grazie di cuore, -- gli dissi tendendogli la mano. -- Accetto, e non li darò in beneficenza, ti assicuro, perchè sono ben lontano da quella prosperità che mi attribuisci. Ho avuto un momento favorevole ma, ora la Borsa va a rotoli, il giuoco peggio che mai, il credito è quasi nullo... bah!... tristezze, tristezze, mio buon Elia! -- Se m’avessi dato retta! -- egli osservò tranquillamente. -- In cosa? -- Oh, in molte cose, in qualsiasi cosa che tu avessi preferita. Partire con me, per esempio, o almeno prendere una buona volta una risoluzione decisiva. Ti consigliavo anche di ammogliarti; era la cosa più ragionevole che tu potessi fare. -- Infatti m’ero alla fine risolto. Ma giunsi troppo tardi. Quella che sai, s’era già fidanzata e stava per maritarsi. -- Ah sì? Qui a Roma? -- A Roma. -- E la vedi? -- Se la vedo?... Sì... qualche volta. -- Pazienza, mio caro! Ma non c’è poi quella sola. Le ragazze da marito spuntano come i funghi. Solamente bisognerebbe che ti sbrigassi un pochino, perchè anche tu cominci a non esser più tanto giovine. -- Non solo è vero quello che dici, ma mi sento ancora più vecchio della mia età. Poi è troppo tardi in ogni modo, troppo tardi per mille ragioni. -- Vedo, mio caro, che ti ha ripreso un’altra volta la ruggine. Bisogna ch’io ti galvanizzi un poco lo spirito. -- Eh, mio buon Elia, temo che non sia soltanto ruggine!... Questa volta ci dev’essere qualcosa che si è definitivamente spezzato. -- Oh, come sei tragico! -- Di’ piuttosto: rassegnato. Vedi, la vita non è tutta una burla; v’è pur qualcosa che si deve scontare, o tosto o tardi, e temo di essere proprio giunto a quel segno. -- Via! tu hai sonno adesso, e non v’è nulla che faccia considerare la vita sotto un colore buio come l’aver dormito male. Riposa ora; più tardi ne riparleremo. Io me ne vado. -- No, férmati ancora un poco; non ho più sonno, ti assicuro. -- Ma vorrei prendere un bagno, cambiarmi d’abiti. -- Bene: ancora un momento e te n’andrai. Per l’ora di colazione ti verrò a prendere all’albergo. -- È inteso, -- egli fece, tornando a sedere. -- Orsù, raccóntami qualcosa. -- Di che? -- Di Elena. Come vive? Cosa fa? -- Trionfa e splende. A Parigi non si parla che di lei; mena un lusso iperbolico, la si vide qualche volta al Bosco, ha la sua carrozza, i suoi domestici, uno splendido appartamento, «rue la Chaussèe d’Antin, 19», se t’interessa. -- E poi? -- E poi recita, e miete applausi, e sono in cento che si contendono i suoi favori. Ah... dimenticavo! Ha una bellissima bimba: una cosina piena di riccioli... Credevo che fosse tua, ma invece m’hanno assicurato di no. -- Non è mia! non è mia! -- esclamai con impeto; -- ma vorrei sapere a chi l’attribuiscono. -- Inutile che tu prenda quel tono geloso! Dev’essere un grande mistero... E poi chi si occupa di questo? In apparenza ti è rimasta fedele. Ha un amante, certo, ma non lo si conosce. -- Perchè «certo»? Come puoi affermarlo così? -- Oh, per Bacco! lo si comprende. In che altro modo si procurerebbe il denaro per condurre la vita che fa? -- Se recita, può darsi che guadagni abbastanza... -- Eh sì! Ci vuol altro! I soli abiti che portava in quest’ultimo dramma costavano più di quello che può guadagnare in sei mesi. Dunque fa i tuoi conti. Ma è tardi ora, -- soggiunse guardando l’orologio, -- e bisogna che ti lasci. Una buona doccia, e mi ritroverai fresco, nonostante l’orribile viaggio. A rivederci, Guelfo. -- A rivederci, Elia! Non appena fui solo, nascosi la faccia nelle coltri e disperatamente piansi. Ma da quel giorno l’amore mio si ravvolse d’un velo funebre, si addormentò nel mio cuore profondo come sotto la pietra tombale di un sepolcro dimenticato. VIII Talvolta il denaro inatteso porta fortuna e vi son uomini che arrecano con sè la buona ventura. Giunto Elia, la sorte mutò improvvisamente. Come per incanto la Borsa mi fece riacquistare il perduto, ed al giuoco mi assistette una fortuna così tenace che il rubicondo e calvo marchese della Pergola, dondolando la sua buona testa di vecchio fanciullone, perduto il colpo, non ristava dall’esclamare: «Inutile! inutile! contro di te non si può spuntarla! Sei tornato in pieno calore!» Così la mia vita era tutta un’alternativa d’aurore e di tramonti; nell’attimo stesso in cui stavo per cadere, una mano invisibile scendeva, pronta, per soccorrermi ancora. Nasce in tal guisa una spavalda sicurezza di sè stessi e quasi ci si rimprovera d’aver dubitato della fortuna. In quei momenti d’auge, l’operoso, l’ape umana, par quasi un piccolo insetto previdente e sciocco, poich’esso costruisce piano piano l’alveare, con stenti e con amore, sviscerandosi ogni giorno un poco, mentre noi, nella nostra vita, ne facciamo e distruggiamo a decine, alveari grandi e piccoli, con una facilità stupefacente. La fortuna infatti è soltanto nemica dei pusillanimi; ai forti ed agli avventurieri essa ritorna sempre. Di questi ultimi Elia d’Hermòs era un esempio singolarissimo. Pochi avevano la sua risolutezza e pochi fors’anche la sua bontà. Non potei ben comprendere s’egli avesse ancora su me qualche intenzione occulta; sapeva così ben nascondere i suoi disegni ch’egli rimaneva perpetuamente un attraente ma incomprensibile enigma. Fin verso la metà del pomeriggio non era lecito sapere ove andasse nè cosa facesse; alle mie domande rispondeva sempre con una risata sibillina, poi diceva con intendimento: -- Bah... visito Roma! C’è sempre qualcosa di nuovo in questa città inesauribile. Io l’invitai al nostro Circolo e fu comicissimo l’incontro di lui con Fabio Capuano. Fisicamente si rassomigliavano un poco, ed entrambi avevano inteso parlare l’un dell’altro molto spesso da me. Si studiarono ambedue con grande cautela, poi Fabio mi confidò in gran segreto: -- Sai: quel tuo buon amico di Parigi mi ha l’aria d’un birbante matricolato. -- Ma cosa dici, Fabio? Tu hai le traveggole da qualche tempo! Vedi tutto a rovescio. L’altro si limitò a dirmi: -- Dev’essere un po’ bisbetico quella tua specie di tutore... Agli altri amici Elia riuscì prontamente simpatico: era bizzarro e gaio, conosceva il cuore dell’uomo. In quel tempo invece le relazioni mie con il Capuano si erano alquanto inasprite. Credo che avesse intuita la verità su quanto concerneva Edoarda, e, torturato dal dubbio, mi circuiva di domande tendenziose o di scaltre inquisizioni, mentre, nel medesimo tempo esercitava la stessa indagine sopra Edoarda. Un giorno tutto questo era finito con una discussione piuttosto vivace, durante la quale mi erano sfuggite contro di lui alcune parole acerbe. Ma il brav’uomo, vedendo inutile ogni scaltrezza, s’era preso ad un partito estremo e pedinava Edoarda o me continuamente, per venirne in chiaro. Verso mezzogiorno me lo vedevo capitare in casa, con mille pretesti futili; voleva che si facesse colazione insieme, poi mi si metteva ai fianchi, risoluto a non lasciarmi finchè l’ora di qualsiasi convegno fosse necessariamente passata. Oppure appostava Edoarda all’uscir dal suo palazzo, e, talvolta con la pretesa d’esserle utile non si scuciva da’ suoi panni, tal’altra nascostamente inseguiva le sue tracce. Così, non di rado, mancavamo per sua colpa i nostri convegni. Vi sono purtroppo moltissime persone, le quali, anche senza vantare le ragioni di Fabio, si assumono gratuitamente il delicato incarico di vegliare su la fedeltà delle mogli altrui. Allora dovetti sobbarcarmi ad una vita oltremodo incomoda per sfuggire alle sue ricerche; uscir di casa prestissimo, simular escursioni fuori di Roma, dare ogni giorno pretesti nuovi, e talvolta, invece di dormire a casa mia, passar la notte nel quartierino, dove più tardi Edoarda sarebbe venuta, se pure avesse potuto sfuggir di mano al suo tenace inseguitore. Per non tradirci, dovevamo sottometterci a queste servitù. Ma infine mi stancai. Una mattina ch’era venuto a sorprendermi appena uscivo dal bagno, rassegnatamente lo feci assistere a tutta la mia vestitura, cercando intanto, con livor nascosto, il mezzo d’imbastire con lui qualche litigio. -- Bada, -- cominciai, -- che stamane non potremo far colazione insieme. -- Oh, perchè? -- Perchè sono invitato da Elia d’Hermòs. -- Ah?... quel tuo personaggio equivoco, il quale non sa parlare nessuna lingua correttamente? Faresti assai meglio se gli dessi un po’ di lungo. -- Tu, mio caro, hai presa l’abitudine di criticare tutto quello ch’io faccio, in un modo che finirà con esasperarmi. Credo avere un’età, nella quale posso finalmente far a meno del precettore! -- Oh, non bisogna toccarti su questa corda! Tientelo ben stretto il tuo caro d’Hermòs! Per conto mio ti ripeto che mi ha tutta l’aria d’un personaggio equivoco. -- In ogni modo ti prego di non propalare al Circolo queste tue impressioni affatto arbitrarie. -- Oh, quanto a questo, potevi anche tralasciare di presentarlo al Circolo! -- Toh! per farti piacere forse? A Parigi, sappilo, è socio dell’«Agricole» e della «Rue Royale». -- Tutte le canaglie fanno parte dei migliori circoli; questa è regola corrente. -- Insomma, pensane quello che vuoi: è mio amico, e ti prego, almeno con me, di evitare questi grossolani apprezzamenti. -- Se stamane sei di malumore, me ne vado. -- Oh... lo dici, ma tanto non lo fai! Da qualche tempo ti ha preso di me un amore sviscerato; non mi abbandoni d’un passo! E non che mi secchi, sai... tutt’altro! ma te lo faccio notare semplicemente. -- Per voler bene a te occorre una buona dose di rassegnazione! Tu, gli amici, li tratti come tuoi servi. -- Allora ti dirò che gli amici li ho sempre coltivati ed amati; ma tu -- inutile nasconderlo! -- per una bizzarrissima idea che ti sei fitta in capo, mi fai da poliziotto, e questo annoierebbe chicchessia. -- Da poliziotto? Veh!... questa è nuova! Sei liberissimo di fare o disfare quel che ti pare e piace. Anzi ti chiederò perdono se, dopo quindici anni d’amicizia, mi sono talvolta permesso d’entrare in argomenti, come direi?... troppo delicati. -- Ma se questi argomenti, -- e te lo ripeto per la millesima volta! -- sono una tua pura e semplice invenzione? -- Bah... bah!... padronissimo di nascondere i fatti tuoi, ma non volermi anche abbindolare, perchè questo non serve! Io, bada bene, per tanti anni ho avuta la stoltezza di crederti un uomo di buon cuore, un animo nobile, e mi son fatto paladino ad oltranza di tutte le tue scapigliatezze; ma oggi, parola mia, se muovo un passo, non è più per te; -- è per lei, poverina, che mi fa pena. Tu scherzi con le anime come un giocoliere coi bossoli, e, poichè mi dai del poliziotto, io te lo dico recisamente: Se oggi Edoarda è di nuovo la tua amante, hai commessa una vera indegnità! -- Ma sei pazzo! pazzo! -- esclamai alzando le spalle, e chinandomi verso la pettiniera, perchè non mi vedesse in faccia. -- E poi mi secchi! e poi mi tedii! e poi sono stanco di sopportare queste inverosimili accuse! -- aggiunsi vibratamente -- -Non lo è! Non lo è! te lo affermo ancora una volta! Non lo è stata, non lo sarà mai! Ti basta? E se poi lo fosse, -- mettiamo il caso come assurdo -- se poi lo fosse, mi domando cosa può importarne a te? In nome di Dio, questa è una persecuzione che non ha senso comune! Forse che sei geloso di questa donna e vedi lucciole per lanterne? Oppure te ne hanno affidata la custodia? Fa dunque una bella cosa! Va dal marito, mettigli questa idea nel capo e sarai soddisfatto! Se tu divieni bisbetico io non ne ho colpa! Toh! -- Bene, bene, cálmati, -- egli rispose freddamente. -- Le ingiurie che mi lanci, le metto con le altre, in disparte; verrà il giorno in cui ne riparleremo. Quanto al resto mi limito a darti un avvertimento, e cioè che la custodia d’Edoarda non me l’ha confidata nessuno; ma io me l’arrogo, nel senso che chiunque voglia tenderle un’insidia, prima che con altri dovrà fare i conti con me. Siamo intesi? Ed ora, a rivederci. E uscì senza tendermi la mano. -- A rivederci, Fabio! -- gli gridai dietro ridendo. -- E non fare troppo il sostenuto perchè io non sono affatto in collera!... Da quel giorno le persecuzioni cessarono, o per meglio dire si fecero più discrete. Quanta maggiore libertà mi diede, tanta ne tolse a Edoarda, sfogando sopra lei sola i malumori che adesso era costretto a risparmiarmi. Edoarda me lo raccontava con indulgenza, pregandomi di non volerne a quel povero amico, geloso e fedele come un vecchio cane. Egli le aveva fatte le medesime scene, in un modo più dolce ma non meno accanito. Vivendole accanto quasi ogni giorno, egli aveva potuto studiare, più sopra di lei che sopra di me, le alternative del nostro amore, fin dai primissimi segni, ed era difficile ingannare quel cuore attento. La sua certezza ormai era indiscussa, e ne soffriva profondamente, come d’una propria sventura. Gli uomini, anche i migliori, hanno sempre una parte del loro innato egoismo che non riescono del tutto a soffocare. Fabio, il quale si era sentito capace di rinunziare alla sola donna che avesse davvero amata, per ottenere la sua felicità dandomela in isposa, Fabio ch’era stato il suo consolatore con la dolcezza di un fratello, e che aveva sopportato quel matrimonio con il De Luca pur di saperla finalmente accasata e tranquilla, Fabio, che nel seno della famiglia nuova si era serbato il posto del consigliere, del confidente, come colui che conosceva tutti i segreti antichi, ora non poteva rassegnarsi a veder tornare verso di me, per la via del peccato, questa donna intangibile, quest’anima pura ch’egli aveva collocata al di sopra d’ogni altra, in un paradiso d’idealità. Egli si ostinava sempre a rivedere in lei la fanciulla di un tempo, quella soave incarnazione di sentimento e di fragilità, senz’accorgersi che una donna era fiorita vicino all’altra, viva e trepida, piena di desiderii forti e di sensualità nuove. E non perdonava nè a me nè a lei quel passo che avevamo compiuto, senza chiedere -- per così dire -- il suo consenso, mostrando invece che, dopo averlo tenuto per indispensabile, ora lo consideravamo quasi per il nostro primo nemico. In fatti eravamo forse un poco ingiusti: quell’anima buona era tanto vissuta per noi. Senza volerlo, egli contribuì alle ciarle che di quest’avventura si fecero, poichè purtroppo le precauzioni e le scaltrezze a ben poco servono. In Roma se ne parlò, anzi se ne parlò assai; ma c’è una specie di solidarietà mondana che salva sempre i mariti dal conoscere queste cose. I begli spiriti concludevano, -- come in séguito mi venne riferito: «È naturale: doveva inevitabilmente finire così!» Infatti le cose illogiche paion sempre naturalissime al mondo. Edoarda era un’amante squisita; pareva che fosse nata apposta per ingannare un marito, e nessuno avrebbe mai potuto supporre che tanta scaltrezza si annidasse in quella sua testolina di bimba delicata e sentimentale. Vi sono molti fiori che, quando si aprono, sono assai diversi dal bòcciolo che li nascose. Ella sapeva eludere tutte le sorveglianze con una maestria veramente ammirevole; aveva trovato vari modi per potermi scrivere quando non era lecito vederci, e gli avvenimenti più disparati le offrivano il mezzo di preparare un nostro incontro. Non le feci mai visita in casa, per un certo rispetto verso noi stessi, ed anche verso il marito, il quale mi usava moltissime cortesie. Ma non evitavo di andarli a trovare in palco nè di sedere alla lor tavola, quando c’incontravamo ai tè del pomeriggio. Il De Luca del resto non apparteneva punto alla stirpe dei mariti bisbetici od importuni; subiva molto il fascino della moglie e non avrebbe saputo concepire su di lei un benchè minimo sospetto. Fabio ci dava più molestie assai. D’altra parte il barone passava le sue giornate in mezzo ai cavalli e sui terreni d’allenamento; spesso lasciava Roma per seguire le diverse riunioni ippiche. Quei giorni d’assenza erano la nostra felicità. Una volta, alla vigilia d’una di queste partenze, ricevetti da Edoarda un biglietto, in cui m’avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata libera fin dal mattino, e voleva che si facesse una gita fuor di Roma, per visitare una certa locanda di campagna dove ci eravamo incontrati una volta, molti anni addietro. Mi dava tutte le indicazioni opportune; dovevo prendere un treno del mattino, poi attenderla alla stazione d’arrivo. Questa era certo una temerità, sebbene in vicinanza di quel paesello vivesse un’amica sua, la stessa che ci aveva servito di pretesto la prima volta. D’altronde si era verso la metà di Giugno e pochi si sarebbero avventurati a far escursioni per quella calura. Una gioia fanciullesca empì le anime nostre quando c’incontrammo, ed a noi parve di trovare le delizie insolite nelle cose più semplici, come ad esempio quella di mangiar abbastanza male ad una tavola rusticamente imbandita, e passeggiare sotto un sole di canicola cercando affannosamente la frescura dei boschi e il refrigerio delle fontane, andandoci poi a rinchiudere in una camera di locanda, ove c’era un immenso letto di noce rôso dai tarli, con sopra, sulla parete, il quadro della Vergine Addolorata, che aveva tutto il seno aperto per ostentare un cuore d’inverosimile grandezza, cinto d’un’aureola e trafitto da una spada. Era una camera linda, non senza un’ostentazione di lusso campagnolo, vasta, con mobili grandi, e v’erano -- cosa orribile! -- sul caminetto, ai lati d’una pendola ferma, due vasi di fiori modellati nella cera e protetti da una polverosa campana di vetro. C’era in quella camera l’odor indefinibile del disabitato, dell’antico, l’odore dei quadri che ingialliscono su vecchi muri, dei mobili che scricchiolano quando appena si cammina, delle tende che hanno lasciato il lor colore ai venti di molte primavere, e quel silenzio che fa pensare agli amori dei tempi andati, agli imeni celebratisi nelle braccia di quel letto possente, -- pensiero che potrebbe forse dar noia se fosse cosa recente, ma sollecita ed esalta invece, come tutte le cose che vengono da lontano. Poi avevamo portato grandi mazzi di fiori selvatici, côlti nella foresta; Edoarda, buttandoli sul letto, rideva di un riso fresco e giovine. Portava un abito leggero come una sciarpa di velo, un’alta cintura di pelle color dell’indaco, la gonna succinta, le calze traforate, le scarpine bianche. Aveva le maniche della camicetta corte fino al gomito ed un paio di guanti che le calzavan alto, inverditi nel palmo dall’umor vegetale dei fiori strappati. Portava un cappello semplicissimo, ch’era di paglia fiorentina, con le falde spioventi a mo’ di campana, ed un largo nastro lo fasciava, colore anch’esso dell’indaco, facendole sopra la fronte un bel nodo, a somiglianza di due grandi ali aperte. Le scendeva sino a mezzo il petto una doppia fila di perle, ch’entravano a nascondersi nell’abbottonatura, ed ogni tanto scintillavano, tra la sua pelle ed i fori della camicetta. Era più fresca d’una fontana in quella torrida estate. Mi gettò le braccia intorno al collo, mi coverse di baci: -- Germano, ti ricordi? Fu qui! fu qui!... La sua padronanza era sorprendente; aveva detto ella stessa all’albergatrice: -- Conosco una camera della vostra locanda: voglio quella. Si rammentava il numero, e lo disse. -- Ma, signora, -- obbiettò la vecchietta -- l’albergo adesso è rinnovato; ve ne sono altre assai migliori. -- Non conta, non conta! Vogliamo quella. E coi fiori sulle braccia, saltellando per le scale, vi andò con gioia. Riconosceva il cammino. Lenta lenta, la vecchietta, che cicalava noiosamente, cambiò l’acqua nelle brocche, mostrò che i lenzuoli, un po’ ruvidi eran freschi di bucato, aperse le finestre, calò una tendina, domandò se volessimo caricar la pendola... poi scese. I suoi zoccoli facevano su l’ammattonato un picchierellar distinto, che s’allontanava. Edoarda mi scoccò su la bocca due forti baci, ridendo. Impaziente le circondai con un braccio la vita, e, per attendere che la vecchierella tornasse, andammo a guardar fuori dalla finestra, sul cortiletto che meriggiava. Una gallina, tutta gonfia, si strofinava le ali contro un covone di paglia; c’era un barroccio staccato, con le stanghe all’aria, davanti alla stalla; le innamorate colombe tubavano con soavità, nascoste dentro le celle dell’appaiatoio. Poi la vecchierella tornò, portandoci due bicchieri di caffè ghiacciato e un tale suo vinetto chiaro chiaro, che ad ogni costo voleva lo si provasse. E domandò se volessimo un bel vaso per i nostri fiori, e se fossimo signori di Roma, e quando fossimo giunti, e se avesse da prepararci una buona cena per l’imbrunire; e parlava e parlava, con la sua vocina stridula come il gridìo delle cicale che là fuori strillavano, finchè Edoarda si buttò sul letto e finse d’aver sonno, perchè la vecchierella se n’andasse con Dio. Allora chiusi l’uscio a chiave, la strinsi nelle mie braccia e scoppiammo a ridere di felicità, in un bacio che ad entrambi gonfiava la gola. Il calor del giorno le accendeva il sommo del viso; i suoi capelli nerissimi luccicavano come un ebano polito. Aveva un gesto suo, fin da quando era fanciulla: nel baciarmi, con una mano mi copriva gli occhi; un gesto che poteva essere pudore nella fanciulla ed era nella donna un desiderio di maggiore voluttà. La svestii; nella sua camicia diafana pareva una rosa ravvolta in un velo; serrava, tra le labbra aperte, i denti minuti; gli occhi desiosi le brillavano al sommo delle guancie scolorate. Ma fuori, che cantar di cicale, che tubar di colombe nascoste, che incantamento! che pace!... Oh, amori nella calda estate, mentre il sole avvampa l’arsa campagna e le cortine fan buia la camera, in un decrepito letto, con un’amante giovine!... ---- Un po’ ebbra, scese dal letto e andò verso il canterano, a cercar qualcosa fra gli anelli e la catene che vi aveva deposti confusamente. Nella penombra i suoi piedi scalzi biancheggiavan sul tappeto senza colore. -- Che fai? -- Nulla... -- E tornò d’un balzo. Le sue braccia mi avviluppavan come giunchi, eran forti e fragili, di una bianchezza straordinaria. -- Dammi la mano sinistra e non guardare, -- mi disse. Le diedi la mano e guardai. -- No, chiudi gli occhi! E mi passò nel dito un anello. -- Che fai? -- Nulla: un capriccio mio. -- E mi chiuse il pugno, nascondendolo contro di sè. I suoi capelli sciolti ingombravano tutto il guanciale; aveva il ventre polito come una tonda porcellana. -- Lasciami vedere... -- le dissi; e nonostante il divieto, guardai. -- Ah, no, Edoarda! questo non voglio! sai bene che non voglio! -- E feci per togliermi l’anello che mi aveva dato. Ma ella, sollevatasi alquanto sul gomito, mi serrò la mano e mi costrinse a piegare il dito. Era un brillante nitidissimo, che nel buio risfavillava. -- Insomma, no! -- esclamai. -- Silenzio!... -- E con un bacio mi chiuse la bocca; poi soggiunse: -- Vuoi rendermi triste? -- No, ma vedi, non posso accettare tutti questi regali che mi fai... -- E tu, allora? -- Io?... Ma è tutt’altra cosa! Invece i tuoi regali mi offendono! Sii buona; ripréndilo. -- Allora mi farai piangere... Una volta non facevi così. -- Una volta era cosa ben diversa, Edoarda. -- E perchè poi? Risi e non volli rispondere. -- Dimmi dunque il perchè? La sua pelle odorava di fresca Lavanda e forse d’una cipria tenuissima che la copriva come un pòlline. -- Prima di tutto -- risposi, -- questi non sono regali che si possono accettare. L’avrei rifiutato anche allora. Del resto, eravamo fidanzati; e poi, una volta... ma Dio buono, perchè me lo vuoi far dire?... è una sciocchezza! -- Bene, dilla. -- Una volta, insomma, ero più ricco! Adesso mi pare... -- Oh, come sei ruvido! Perchè dici queste cose? Vedi, sei tu che mi offendi! Lasciò cadere il gomito che la reggeva e nascose la fronte contro la mia spalla. Dagli interstizi delle tendine filtravano lame di sole, polverose. -- Sei sempre lo stesso! -- continuò. -- Chi pensa a queste cose facendo un regalo? Certo non te l’avrei potuto comperare, perchè se ne sarebbero forse avveduti; ma lo avevo; era un gioiello che tenevo caro, e per questo appunto mi piace che lo abbi tu. Te l’ho fatto solamente rilegare. Vedi, e sapevo bene la misura del tuo dito. Hai l’anulare appena un poco più grosso del mio póllice... Senti: rimane mio, se vuoi, ma pórtalo tu, sii buono! E le sue labbra mi passavano sotto la gola, su la bocca, su la fronte, con soavità. Una sottana di seta, su la spalliera d’una seggiola, percossa da una freccia di sole mandava sprazzi irridescenti, come fosse d’oro. -- Che bimba! che bimba! -- esclamai, carezzandole i capelli. -- Ecco, -- ella disse con voce addolorata, -- invece di farti piacere, ti ho reso triste... Che brutto carattere hai! Non si può dunque farti un regalo? E sono certa che se domani, per esempio, tu avessi un fastidio qualsiasi, andresti chissà da chi piuttosto che dirlo a me. -- Oh, questo poi è naturale! -- esclamai ridendo. -- Ecco: è naturale!... Vedi come parli tu! Mi ricinse con le braccia, si fece piccola piccola, vicina vicina, e mi disse: -- Purtroppo tu non riesci a comprendere ch’io voglio confondere la mia vita nella tua, quasi non esistesse fra noi alcuna differenza. Non devi per me avere secreti! Tu ed io, io e te, fa lo stesso; nessuna paura ci deve mai dividere. Qualsiasi cosa m’accada, io te la racconto, e te la racconterò sempre; tu invece ti nascondi. Perchè? Certo perchè mi consideri come tutte le altre amanti che hai avute; non come l’amante unica, vera, quella che può sapere tutto. Ed il sole era venuto fin sul letto, le dorava una gamba ignuda, guizzando sul raso del copripiedi. -- Ma non ti nascondo nulla, -- osservai. -- Non mi è possibile amarti più intensamente. -- Allora, poniamo un caso. Se tu, domani, avessi bisogno di denaro -- via, non irritarti, perchè ho detto poniamo un caso... -- dunque, se domani tu avessi bisogno di denaro, lo diresti a me? permetteresti a me di aiutarti?... No, è vero? -- Certamente no, -- feci con un sorriso. -- Ecco, ed invece io non voglio! Pretendo che tu me lo dica sùbito, perchè, se domani, per esempio, ne avessi bisogno io, te lo direi sùbito. -- Ma è un’altra cosa. -- Come un’altra? No, è la stessa, identicamente la stessa! Tu, vedi, non arrivi a pensare come penso io, a volermi bene come te ne voglio io. Tutto è lecito fra noi, perchè io sono la stessa cosa di te, tu di me... comprendi? -- Sì, amore, però non bisogna che io dimentichi... -- Invece bisogna dimenticare tutto! Quello che gli altri fanno, o pensano, è fuori di noi. Dobbiamo essere al di là da tutte le convenzioni, e solo amandomi come ti amo lo potrai comprendere. La mia gioia più grande è quella di poter indovinare un tuo desiderio: se me la neghi mi fai male. -- Dunque non parliamone più! Tengo l’anello e vi farò incidere la data di questo giorno. -- Sì, mio amore... E si abbandonò sul letto, impudica ed innocente, nel tremore dei sensi che riaccendeva la sua giovinezza. Il copripiedi soffice, di bella seta chermisi, spiumava da invisibili scuciture ad ogni moto che si facesse, e tanti piccoli fili, colore della luce, lievi come una polvere di seta, navigavano via, piano piano, salendo nel raggio di sole. -- Mi sento così felice... -- mormorò, -- troppo felice!... -- Oh, se la vita potesse tutta somigliare a queste ore che fuggono!... -- Forse non dipende che da noi, -- le risposi. -- Da noi, e da troppe altre cose. Io, vedi, non ho ancora provata la gioia di vivere con te un intero giorno, da un’alba fino all’altra. E poi un giorno è poco! Un mese, vorrei, un anno... sempre! Come invidio le donne che son libere, che possono darsi al proprio amore senza nessun impedimento! Qualche volta sogno che tu potresti portarmi via, con te, in un altro paese, dove nessuno riuscisse mai a ritrovarci... Dopo tutto, che importa il resto? Non ho che te, amo te solo. E non puoi credere com’io senta il bisogno di occupare tutta la tua vita, d’investigare, di conoscere... Le cose meno importanti son quelle che più mi fanno sentire questa mancanza di libertà. -- Ed aggrappandosi a me con un fervido impeto: -- Rispóndimi dunque: mi vuoi bene davvero? -- Sì, amore lo sai. -- Molto? -- Infinitamente. -- Sino a quando? -- Fino a sempre. -- E, dimmi, dimmi una cosa! Non pensi più a... nessuno? 1 , 2 , : 3 , , , . , 4 ; , , 5 , , , : « ! . . . 6 ! » 7 8 , 9 , , 10 . . . , ; 11 ; , 12 . 13 14 , 15 , 16 , . 17 . ; 18 ; , 19 , , , 20 , , , . 21 22 , , , . 23 : , , 24 , 25 ; , , 26 27 , , , 28 . . 29 30 31 , 32 . , , 33 , 34 , 35 , , 36 , , 37 . , , 38 , , 39 , , 40 , . 41 42 , , , . 43 ; , 44 . 45 46 , , 47 , , 48 , , , 49 , ( , 50 , ! . . . ) 51 . , 52 , . 53 54 55 , , . . . 56 57 , , , . . . 58 , , : « . . . 59 ? » : « ? » . 60 61 , , 62 : « ! ! » . 63 . , 64 , , , 65 , , , 66 . , , 67 . . . , 68 . , , 69 . ; : « , ! . . . » . 70 71 , , 72 , . 73 74 , , , 75 ; : 76 77 « , , . . . 78 , , . . . 79 , , . . . 80 . . . ? . . . » : 81 82 « , . . . ! . . . 83 ? . . . ? » 84 85 « . . . ! » 86 87 « . . . . . . » 88 89 « . . . . . . . 90 , ! » 91 92 , 93 , 94 ; , 95 , 96 . 97 , , 98 , 99 : , , , 100 , , , , , 101 . 102 103 , 104 : 105 , ; 106 . 107 108 , 109 , 110 . 111 112 , , 113 114 . 115 ; , 116 , . 117 118 ; 119 120 , 121 . 122 123 , 124 , , 125 , , , , 126 , , 127 , . 128 , , 129 , 130 , 131 , 132 , , , 133 , . 134 135 136 , , 137 . . . : 138 , . 139 140 , , , 141 , , . 142 143 , , 144 , . , 145 , 146 . , , 147 , 148 , , 149 . , , 150 , 151 , 152 . , 153 , 154 . 155 156 , , , 157 , , , 158 , , 159 , , . 160 , 161 ; , 162 , , 163 . , 164 , 165 , 166 . 167 . 168 169 , , 170 . . . 171 172 , 173 ; , , 174 , . 175 176 177 178 179 180 181 182 , , 183 . 184 , 185 , 186 , , 187 . 188 189 - - , ? 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