La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d’amore, porta
l’abito che le avete ammirato, il cappello che vi piace di più: ha
paura, si sente male, ha fretta, deve andar via. Gira, si siede
irrequieta su tutte le poltrone; tocca ogni cosa, guarda i quadri, la
mobilia, le fotografie, se ve ne sono, poi vi dice: «Dio!... Chissà
quante sono venute qui!»
Naturalmente le assicurate ch’ella è la prima, però in modo da lasciarle
credere che ve ne furon altre, molte altre, assai più che non sia
vero... Allora le date un bacio su la bocca, traverso il velo; d’inverno
la veletta è umida; quell’umidore vi piace, sa di fresco e di buon
profumo.
È il primo bacio su la bocca nella casa del peccato, il primo sapore
della colpa, dopo quel bacio casto e compunto che le fu dato quando mise
il piede oltre la soglia, in segno di rispettosa ospitalità. Bisogna
conoscere le gradazioni. E sùbito ella se ne schermisce; tutto le sembra
nuovo e pericoloso; quel bacio la fa timida, quantunque molti altri ve
n’abbia già dati, nelle sale ove l’incontraste, ne’ corridoi, tra due
porte, fra due siepi, ai balli od in campagna, al mare o dovunque potè.
Ma quel giorno ha paura, sta male, ha fretta, deve andar via. Intanto vi
osserva: le pare strano di vedervi lì, nella casa vostra o non vostra,
diverso dagli altri giorni, svestito di quelle apparenze che imponeva la
mondanità; vi osserva con occhi attenti, senza dirvi nulla, e quello è
spesso il momento in cui si decide la simpatia o la diffidenza d’una
donna, la quale, sino a quel punto, non ebbe di voi che una semplice
curiosità. Non bisogna allora essere nè troppo timidi nè troppo audaci.
Credo che in quell’istante i sensi della donna si fascino quasi d’una
vigile inerzia, urtati da quel tanto di comune o di fittizio che non
manca mai ne’ primi convegni d’amore. Poichè, nonostante l’esperienza,
ci si trova sempre un po’ comici l’uno di fronte all’altra, ed il
pensiero di tutti quelli che hanno fatto e faranno la stessa cosa, in un
appartamentino press’a poco simile, ed alla medesima ora, con le stesse
precauzioni, con le stesse parole, riesce a smorzare d’improvviso la
trepida impazienza che ci ha condotti fino a quel punto. È, talvolta,
una cosa futilissima che salva, che piace, che dà un’improvvisa
freschezza, ed in ogni modo bisogna saper vincere quel torpore, ma
dolcemente, con persuasione.
Se può, ella vi dice allora una piccola sgarberia, con gioia, ridendo.
Ma è lo stato dell’animo suo che lo richiede; un poco forse la vergogna,
un poco il timore di piacervi meno che non vorrebbe.
Intanto, con l’ansia più distratta e più naturale del mondo, s’è
lasciata prendere il manicotto e l’ombrellino, il boa od il mantello, i
guanti, la borsetta, la veletta, ed affinchè voi possiate levarle
quest’ultima difesa del suo onore senza strapparle i capelli, (oh, gli
uomini, quanto sono maldestri!...) si va togliendo ad uno ad uno gli
spilloni dal cappello. Poi siede in un angolo, ed ha una immensa
vergogna subitanea, come se fosse in camicia.
Allora l’amante consumato e scaltro le s’inginocchia ai piedi per dirle
con voce commossa una frase dolce, persuadente, quasi lasciva... per
slacciarle una scarpina senza che se n’avveda o insinuar le dita fra gli
uncini della camicetta, che vela, senza nasconderla, una soave nudità...
Poi, quando per forza se ne deve accorgere, ecco vi dice: «Ma... che
fate?» oppure: «Che fai?» secondo i casi.
E se, tra gli uncini ed i pizzi v’impacciate un poco, allora esclama
sorridendo: «Oh! come non sai far nulla!» E li sgancia da sè. Ad un
certo punto finge di veder il pericolo e si alza bruscamente. Cammina,
apre un libro, vi domanda una sigaretta, carezza un fiore, si dà una
pettinata, o, se c’è il fuoco, va davanti al camino e si riscalda le
mani. Voi la prendete allora per le spalle, con un po’ di veemenza,
costringendola a lasciarsi baciare... Ella ride, rovescia il capo
all’indietro ed offre la bocca. C’è uno specchio, là di fronte, ove si
guarda. Ci si guarda entrambi; ella dice: «Dio, come sono rossa!...».
Fate, o cauti amanti, che le specchiere nella vostra casa d’amore siano
benevole, poichè la donna in quel momento ha bisogno di sentirsi bella.
Poi, fra le mille carezze, fra le insidie lente, si parla di cose
lontane; si dice:
«Pensa, amore mio, quando ci siamo conosciuti la prima sera... ed io ti
facevo già la corte, con gli occhi, da molti mesi... avresti mai pensato
che un giorno ci troveremmo qui, soli, nelle braccia l’una dell’altro...
del tutto soli... come ora?...» Ed ella risponderà:
«Oh, Dio buono... che pazzie che mi fai fare! Dimmi... non è forse
vero?... non è questa una pazzia?»
«Forse... ma così dolce!»
«No... sta fermo...»
«Làsciami fare. Voglio baciarti su la gola... solamente su la gola...
Oh, come hai la pelle bianca!»
La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d’amore, viene
per lo più perchè s’annoia della sua vita giornaliera, e l’adulterio la
tenta; o per curiosità momentanea della vostra persona, o perchè potrete
giovarle in qualcosa, o perchè i sensi le fanno sperare da voi gioie che
non conosce ancora. Qualche volta viene per la buona ragione che le
avete fatta la corte, qualche volta per poterlo raccontare ad un’amica,
o perchè lo dicano ad un vostro predecessore, o perchè da voi non venga
un’altra in sua vece: per capriccio insomma, per calcolo, per istinto,
per gelosia, per frivolezza, e talora, infine, benchè assai di rado,
perchè vi ama.
Pure v’è una donna che a nessuna di queste assomiglia, che nessuno di
tali sentimenti a voi conduce: ed è la donna che torna dopo avervi
amato, quando fra voi passarono la lontananza e l’oblìo; la donna che
torna per ricominciare l’amore.
Queste cose pensavo confusamente, aspettando Edoarda in un
appartamentino situato nei quartieri eccentrici di Roma, durante un
pomeriggio del mese d’Aprile.
Le finestre erano aperte, un’aria tepida e profumata gonfiava le tende,
muovendo riverberi su gli specchi e suscitando qua e là un crepitìo
sommesso dai vecchi mobili gonfi di sole. Vedevo le sfere d’una pendola
di bronzo camminar lente sul quadrante acceso; il sole, picchiando sul
terso metallo, tutta la inquadrava d’un’aureola multicolore.
Mi sentivo un poco stordito; nell’allucinazione del mio sogno vedevo
passare continuamente sorrisi e fisionomie di donne che avevo altre
volte aspettate in una camera come quella, contando i minuti lenti e
sobbalzando ad improvvisi rumori.
Poi due grandi occhi m’apparvero, da tutti gli altri dissimili che nella
vita guardai, limpidi e pure incomprensibili, che avevano l’irrealità
delle cose lontane, e, leggeri come farfalle, mutando luogo, da
tutt’intorno mi guardavano, venivano fin vicino alla mia bocca,
socchiudendo le oscure palpebre, per lasciarsi baciare. E colei che mi
seguiva invisibile, dovunque andassi, quella ch’era nell’aria del mio
respiro e nel pane di cui mi nutrivo, quella ch’era chiusa nel mio cuore
come in un sepolcro suggellato, si venne a distendere in silenzio sul
vasto letto ricoperto, e disfece i suoi capelli color dell’oro e del
bronzo, mi guardò e mi sorrise, chiamandomi con la sua voce d’una volta,
la sua voce piena d’incanto, che suonava da una distanza irrevocabile.
Poi vicino mi passò la bionda immagine di una piccola creatura dal capo
ricciuto, con le innocenti labbra color de’ bòccioli, ma gli occhi già
profondi e consapevoli... Evelyn si chiamava la bimba: io sapevo il suo
nome, non ella il mio.
Allora, per cacciare que’ fantasmi, sorsi in piedi, feci nervosamente il
giro della camera, m’affacciai alla finestra, guardando fuori.
Di là dalla strada, dietro un muro alto di pochi metri, v’era un piccolo
giardino, tutto in fiore. Una bimba vestita di rosso, con i capelli
annodati in un gran ciuffo su la fronte, si dondolava sopra un’altalena
che pendeva da un grosso ramo ritorto. C’era per terra, vicino a lei, un
piccolo annaffiatoio rovesciato, e v’era una bambola con le vesti
all’aria, buttata sul margine del sentiero, che impigliava tra i fili
d’erba i suoi capelli di stoppa. Più in là, nel mezzo d’una corte,
briaco di sole di forza e di fatica, un fabbro scamiciato accanto alla
sua fucina picchiava e cantava con ira, levando il maglio formidabile
sopra il metallo rovente. E il cielo pieno di luminosità, curvo come la
volta di una basilica, si appoggiava con nuvole d’oro sui vertici delle
colline lontanissime.
D’un tratto, in fondo alla strada, su l’angolo del crocicchio, intesi
una vettura fermarsi, e, sporgendomi dal davanzale, ne vidi scendere una
signora, che guardatasi d’attorno sospettosa, pagò in fretta il
vetturino ed imboccò la strada, a viso basso, rasente il muro. Camminava
tenendosi la gonna raccolta contro un fianco, l’ombrellino serrato sotto
il braccio; portava un abito color di primavera, fra l’azzurro ed il
verde oltremarino, con una frangia di pizzi sul petto, un cappello a
fiori. Aveva una grossa catena d’oro girata intorno al collo, pendente a
collana, per reggere un piccolo ventaglio ed un grosso mazzo di
ciondoli, che in guisa d’una frivola bubboliera mandavan chiarori e
tintinni al ritmo frettoloso del passo. Anche le fibbie delle sue
scarpine luccicavano fuor dalla balza della gonna chiara.
Quando fu sotto la finestra da cui guardavo, si fermò impauritamente,
come per riconoscere la porta...
E la bimba si dondolava su l’altalena, ridendo con la bambola dei
capelli di stoppa; e il fabbro, nel pieno sole, con iraconda forza
picchiava, picchiava.
VII
Una mattina, verso la metà del mese di Maggio, Ludovico venne a destarmi
ad un’ora insolita. Ero tornato dal Circolo verso le sei e stavo
dormendo il primo sonno, con quello spossamento opaco ed esausto che
lascia in tutte le vene l’agitazione del gioco, il fumo addensatosi
nelle sale chiuse, verso l’alba, quando i carri degli erbivendoli già
percorrono con fragore le strade che si risvegliano.
-- Che novità, Ludovico? -- gli domandai, cercando di spalancare gli occhi
assonnati.
-- C’è di là un signore che insiste per parlarle.
-- Diavolo! a quest’ora?
-- Sono quasi le dieci, signor conte.
-- Bene, chi è? che vuole? Non gli hai detto che stavo ancora dormendo?
-- L’ho detto, signore, ma insiste. È un forestiero; dice che ha bisogno
di vederla. Poi non lo comprendo bene, parla in un certo modo
l’italiano!
-- Ti ha detto il suo nome almeno?
-- M’ha dato il suo biglietto da visita.
-- Accendi la luce e fammi vedere.
Accese una lampadina e sul biglietto lessi il nome di Elia d’Hermòs.
-- Elia?... -- borbottai. -- A Roma? Che può volere? Su, Ludovico, apri la
finestra e fallo entrare.
Alcuni minuti dopo intesi dietro l’uscio la voce di Elia che mi diceva
giocondamente:
-- Buon giorno! Ancora dormi? Con questo bel sole? Beato poltrone!
Venne presso il letto, mi tese la mano, si guardò intorno:
-- Come stai? Come va? -- esclamava. -- Dio sa cosa pensi, vedendomi
capitare così alla sprovvista!
-- Caro Elia, mi rallegro di rivederti! Sono sorpreso infatti, ma una
bella sorpresa! Vieni, siéditi.
Portava un soprabito da viaggio; nel suo volto simpatico era la consueta
espressione gaia, penetrante, ambigua.
-- E comincio con domandarti scusa se ti ricevo qui, -- proseguii. -- Mi
sono coricato all’alba, dunque perdonami se sbadiglio.
-- Lo sbadiglio è la conclusione logica di tutte le passioni umane, --
sentenziò Elia, sdraiandosi in una poltrona vicino al mio letto. -- Solo
me lo comunichi, per Bacco! Ho viaggiato l’intera notte senza trovare
uno «sleeping»; lo scompartimento era pieno zeppo, cosicchè non ho
potuto chiuder occhio. Pazienza! Ora ti spiegherò lo scopo della mia
visita. Vorresti frattanto farmi dare una tazza di caffè? Sarà la terza,
stamattina.
-- Ma certo, e con piacere! -- Chiamai Ludovico, detti l’ordine.
-- Hai una splendida casa. Mi pare che te la passi molto bene ora.
-- Oh, non lasciarti illudere dalle apparenze! Sono i vestigi delle
glorie antiche. Va male, invece, molto male! Ho avuto un periodo
favorevole, ma ora il vento si è messo a fortunale. Questo non importa;
parliamo d’altro. Cosa fai a Roma, e dove sei stato, uomo
misteriosissimo, in tutto questo tempo?
-- Sono spiegazioni che non si possono dare così rapidamente. A Roma
vengo per affari, ed anche un poco per rivederti, per Bacco! Quanto
all’itinerario ed allo scopo dei miei lunghi viaggi, te ne discorrerò
poi.
-- Non arrivi da Parigi ora?
-- Sì, da Parigi; ero tornato in Francia da circa due mesi. E quante
novità sul tuo conto!... Non volevo credere. Io, che pensavo di
ritrovarti, sereno e beato, con la tua superba Elena, e magari con un
piccolo erede maschio, al quale, per farmi piacere, avresti dato senza
dubbio il profetico nome di Elia!
-- Mah!... che vuoi? la vita!... -- feci con simulata indifferenza, pur
sentendomi rimescolare. -- Sai bene... tutto passa!
-- Già, è la canzonetta che lo dice. Le canzonette hanno sempre ragione.
-- L’hai veduta?
-- Sì, ma da lontano. So di non essere nelle sue buone grazie e l’ho
lasciata in pace. D’altronde ha finto di non riconoscermi... ed io son
uomo assai discreto. Poi, adesso è la sua grande ora. Ha avuto
ultimamente un trionfo nel -Drame d’autrefois-, la «pièce» che fa
furore.
-- Ah, sì, ho letto infatti...
-- Ed è sempre più bella!
-- Più bella?... -- Entrò Ludovico, portando sopra un vassoio due
chicchere fumanti.
-- Ma tu devi aver sonno! -- esclamò Elia, trangugiando il caffè. -- Se
vuoi tornerò più tardi.
-- No, rimani, rimani; ormai sono desto e fra poco mi leverò. Dimmi: a
che albergo sei sceso?
-- Al -Quirinale-. Vado sempre lì.
-- E ti trattieni a Roma?
-- Una quindicina di giorni forse.
-- Bravo, ne son contento. Potremo raccontarci molte cose. Anch’io ne ho
tante, che mi pesano sul cuore. Non con tutti gli amici si può essere
sinceri come con te, gentile e mansueta canaglia!
-- Dio buono! Il sentire l’amicizia è forse la sola virtù che posseggo, e
ti giuro che, anche senza l’altre mie ragioni particolari, avrei fatto
un viaggio tre volte più lungo, solo per la gioia di rivederti. Che
vuoi? quanto più invecchio, tanto più m’avvedo che c’era in me, sotto il
mio cuore di nemico degli uomini, un vecchio babbeo sentimentale. Poi mi
prendono certe manìe... Per esempio questa: ora che sono a Roma, voglio
andare a farmi benedir dal Papa... E gli bacierò la pantofola, se
occorre.
-- Buffone! Prendi una sigaretta e raccontami lo scopo vero della tua
visita.
-- Ah, scusa... tutto quello che vuoi, ma il vostro tabacco italiano,
proprio non lo posso tollerare! Ho altre sigarette con me, ti ringrazio.
Ne accese una, ed appoggiando il gomito sul piumino trasse uno sbadiglio
enorme.
-- Dunque, -- riprese, -- io son venuto in primo luogo per pagarti un
debito.
-- Un debito? Non credo che tu ne abbia con me.
-- Oh, oh!... sei un creditore molto smemorato, ma io son anche un
debitore molto scrupoloso... Tieni.
Si aperse la giacchetta, trasse dal portafogli una busta gonfia e me la
diede.
-- Questo è denaro che ti spetta; non te l’ho mandato prima, sapendo che
sarei venuto a Roma. Son novemila franchi: la tua parte esattamente.
-- Ma, scusa, non capisco... -- risposi, girando e rigirando la busta in
ogni verso, senz’aprirla.
-- Come non capisci? Hai scordato l’affare dell’ultima collana, a Londra?
Fu venduta circa un mese fa per centodiecimila lire; ne valeva un buon
terzo di più, ma non si è potuto far meglio.
-- Ah, sì... Ora mi rammento. Però, senti: la parte che ho presa in
questo affare, se ti ricordi, è stata così piccola, così trascurabile,
che veramente una ricompensa mi parrebbe soverchia per la mia fatica...
Poi, vedi, a queste cose ormai ho rinunziato.
-- Sarà benissimo, -- egli fece stoicamente; -- ma per questa volta fa il
sacrifizio di accettarli ancora, poichè ti appartengono. E se proprio ti
bruciano le dita, o se le tue condizioni sono così prospere da poterli
disprezzare... fa una cosa: dalli in beneficenza. Qualche volta bisogna
pensare anche all’anima! Io son divenuto un uomo pio e ti dò questo
consiglio.
Feci una bella risata, gettai la busta sopra un tavolino, con l’aria
dell’uomo che butta in un canto un vecchio avanzo della propria
coscienza.
-- Insomma, grazie, grazie di cuore, -- gli dissi tendendogli la mano. --
Accetto, e non li darò in beneficenza, ti assicuro, perchè sono ben
lontano da quella prosperità che mi attribuisci. Ho avuto un momento
favorevole ma, ora la Borsa va a rotoli, il giuoco peggio che mai, il
credito è quasi nullo... bah!... tristezze, tristezze, mio buon Elia!
-- Se m’avessi dato retta! -- egli osservò tranquillamente.
-- In cosa?
-- Oh, in molte cose, in qualsiasi cosa che tu avessi preferita. Partire
con me, per esempio, o almeno prendere una buona volta una risoluzione
decisiva. Ti consigliavo anche di ammogliarti; era la cosa più
ragionevole che tu potessi fare.
-- Infatti m’ero alla fine risolto. Ma giunsi troppo tardi. Quella che
sai, s’era già fidanzata e stava per maritarsi.
-- Ah sì? Qui a Roma?
-- A Roma.
-- E la vedi?
-- Se la vedo?... Sì... qualche volta.
-- Pazienza, mio caro! Ma non c’è poi quella sola. Le ragazze da marito
spuntano come i funghi. Solamente bisognerebbe che ti sbrigassi un
pochino, perchè anche tu cominci a non esser più tanto giovine.
-- Non solo è vero quello che dici, ma mi sento ancora più vecchio della
mia età. Poi è troppo tardi in ogni modo, troppo tardi per mille
ragioni.
-- Vedo, mio caro, che ti ha ripreso un’altra volta la ruggine. Bisogna
ch’io ti galvanizzi un poco lo spirito.
-- Eh, mio buon Elia, temo che non sia soltanto ruggine!... Questa volta
ci dev’essere qualcosa che si è definitivamente spezzato.
-- Oh, come sei tragico!
-- Di’ piuttosto: rassegnato. Vedi, la vita non è tutta una burla; v’è
pur qualcosa che si deve scontare, o tosto o tardi, e temo di essere
proprio giunto a quel segno.
-- Via! tu hai sonno adesso, e non v’è nulla che faccia considerare la
vita sotto un colore buio come l’aver dormito male. Riposa ora; più
tardi ne riparleremo. Io me ne vado.
-- No, férmati ancora un poco; non ho più sonno, ti assicuro.
-- Ma vorrei prendere un bagno, cambiarmi d’abiti.
-- Bene: ancora un momento e te n’andrai. Per l’ora di colazione ti verrò
a prendere all’albergo.
-- È inteso, -- egli fece, tornando a sedere.
-- Orsù, raccóntami qualcosa.
-- Di che?
-- Di Elena. Come vive? Cosa fa?
-- Trionfa e splende. A Parigi non si parla che di lei; mena un lusso
iperbolico, la si vide qualche volta al Bosco, ha la sua carrozza, i
suoi domestici, uno splendido appartamento, «rue la Chaussèe d’Antin,
19», se t’interessa.
-- E poi?
-- E poi recita, e miete applausi, e sono in cento che si contendono i
suoi favori. Ah... dimenticavo! Ha una bellissima bimba: una cosina
piena di riccioli... Credevo che fosse tua, ma invece m’hanno assicurato
di no.
-- Non è mia! non è mia! -- esclamai con impeto; -- ma vorrei sapere a chi
l’attribuiscono.
-- Inutile che tu prenda quel tono geloso! Dev’essere un grande
mistero... E poi chi si occupa di questo? In apparenza ti è rimasta
fedele. Ha un amante, certo, ma non lo si conosce.
-- Perchè «certo»? Come puoi affermarlo così?
-- Oh, per Bacco! lo si comprende. In che altro modo si procurerebbe il
denaro per condurre la vita che fa?
-- Se recita, può darsi che guadagni abbastanza...
-- Eh sì! Ci vuol altro! I soli abiti che portava in quest’ultimo dramma
costavano più di quello che può guadagnare in sei mesi. Dunque fa i tuoi
conti. Ma è tardi ora, -- soggiunse guardando l’orologio, -- e bisogna che
ti lasci. Una buona doccia, e mi ritroverai fresco, nonostante
l’orribile viaggio. A rivederci, Guelfo.
-- A rivederci, Elia!
Non appena fui solo, nascosi la faccia nelle coltri e disperatamente
piansi. Ma da quel giorno l’amore mio si ravvolse d’un velo funebre, si
addormentò nel mio cuore profondo come sotto la pietra tombale di un
sepolcro dimenticato.
VIII
Talvolta il denaro inatteso porta fortuna e vi son uomini che arrecano
con sè la buona ventura.
Giunto Elia, la sorte mutò improvvisamente. Come per incanto la Borsa mi
fece riacquistare il perduto, ed al giuoco mi assistette una fortuna
così tenace che il rubicondo e calvo marchese della Pergola, dondolando
la sua buona testa di vecchio fanciullone, perduto il colpo, non ristava
dall’esclamare: «Inutile! inutile! contro di te non si può spuntarla!
Sei tornato in pieno calore!»
Così la mia vita era tutta un’alternativa d’aurore e di tramonti;
nell’attimo stesso in cui stavo per cadere, una mano invisibile
scendeva, pronta, per soccorrermi ancora. Nasce in tal guisa una
spavalda sicurezza di sè stessi e quasi ci si rimprovera d’aver dubitato
della fortuna. In quei momenti d’auge, l’operoso, l’ape umana, par quasi
un piccolo insetto previdente e sciocco, poich’esso costruisce piano
piano l’alveare, con stenti e con amore, sviscerandosi ogni giorno un
poco, mentre noi, nella nostra vita, ne facciamo e distruggiamo a
decine, alveari grandi e piccoli, con una facilità stupefacente.
La fortuna infatti è soltanto nemica dei pusillanimi; ai forti ed agli
avventurieri essa ritorna sempre.
Di questi ultimi Elia d’Hermòs era un esempio singolarissimo. Pochi
avevano la sua risolutezza e pochi fors’anche la sua bontà. Non potei
ben comprendere s’egli avesse ancora su me qualche intenzione occulta;
sapeva così ben nascondere i suoi disegni ch’egli rimaneva perpetuamente
un attraente ma incomprensibile enigma. Fin verso la metà del pomeriggio
non era lecito sapere ove andasse nè cosa facesse; alle mie domande
rispondeva sempre con una risata sibillina, poi diceva con intendimento:
-- Bah... visito Roma! C’è sempre qualcosa di nuovo in questa città
inesauribile.
Io l’invitai al nostro Circolo e fu comicissimo l’incontro di lui con
Fabio Capuano. Fisicamente si rassomigliavano un poco, ed entrambi
avevano inteso parlare l’un dell’altro molto spesso da me. Si studiarono
ambedue con grande cautela, poi Fabio mi confidò in gran segreto:
-- Sai: quel tuo buon amico di Parigi mi ha l’aria d’un birbante
matricolato.
-- Ma cosa dici, Fabio? Tu hai le traveggole da qualche tempo! Vedi tutto
a rovescio.
L’altro si limitò a dirmi:
-- Dev’essere un po’ bisbetico quella tua specie di tutore...
Agli altri amici Elia riuscì prontamente simpatico: era bizzarro e gaio,
conosceva il cuore dell’uomo. In quel tempo invece le relazioni mie con
il Capuano si erano alquanto inasprite. Credo che avesse intuita la
verità su quanto concerneva Edoarda, e, torturato dal dubbio, mi
circuiva di domande tendenziose o di scaltre inquisizioni, mentre, nel
medesimo tempo esercitava la stessa indagine sopra Edoarda.
Un giorno tutto questo era finito con una discussione piuttosto vivace,
durante la quale mi erano sfuggite contro di lui alcune parole acerbe.
Ma il brav’uomo, vedendo inutile ogni scaltrezza, s’era preso ad un
partito estremo e pedinava Edoarda o me continuamente, per venirne in
chiaro.
Verso mezzogiorno me lo vedevo capitare in casa, con mille pretesti
futili; voleva che si facesse colazione insieme, poi mi si metteva ai
fianchi, risoluto a non lasciarmi finchè l’ora di qualsiasi convegno
fosse necessariamente passata. Oppure appostava Edoarda all’uscir dal
suo palazzo, e, talvolta con la pretesa d’esserle utile non si scuciva
da’ suoi panni, tal’altra nascostamente inseguiva le sue tracce.
Così, non di rado, mancavamo per sua colpa i nostri convegni. Vi sono
purtroppo moltissime persone, le quali, anche senza vantare le ragioni
di Fabio, si assumono gratuitamente il delicato incarico di vegliare su
la fedeltà delle mogli altrui.
Allora dovetti sobbarcarmi ad una vita oltremodo incomoda per sfuggire
alle sue ricerche; uscir di casa prestissimo, simular escursioni fuori
di Roma, dare ogni giorno pretesti nuovi, e talvolta, invece di dormire
a casa mia, passar la notte nel quartierino, dove più tardi Edoarda
sarebbe venuta, se pure avesse potuto sfuggir di mano al suo tenace
inseguitore. Per non tradirci, dovevamo sottometterci a queste servitù.
Ma infine mi stancai. Una mattina ch’era venuto a sorprendermi appena
uscivo dal bagno, rassegnatamente lo feci assistere a tutta la mia
vestitura, cercando intanto, con livor nascosto, il mezzo d’imbastire
con lui qualche litigio.
-- Bada, -- cominciai, -- che stamane non potremo far colazione insieme.
-- Oh, perchè?
-- Perchè sono invitato da Elia d’Hermòs.
-- Ah?... quel tuo personaggio equivoco, il quale non sa parlare nessuna
lingua correttamente? Faresti assai meglio se gli dessi un po’ di lungo.
-- Tu, mio caro, hai presa l’abitudine di criticare tutto quello ch’io
faccio, in un modo che finirà con esasperarmi. Credo avere un’età, nella
quale posso finalmente far a meno del precettore!
-- Oh, non bisogna toccarti su questa corda! Tientelo ben stretto il tuo
caro d’Hermòs! Per conto mio ti ripeto che mi ha tutta l’aria d’un
personaggio equivoco.
-- In ogni modo ti prego di non propalare al Circolo queste tue
impressioni affatto arbitrarie.
-- Oh, quanto a questo, potevi anche tralasciare di presentarlo al
Circolo!
-- Toh! per farti piacere forse? A Parigi, sappilo, è socio
dell’«Agricole» e della «Rue Royale».
-- Tutte le canaglie fanno parte dei migliori circoli; questa è regola
corrente.
-- Insomma, pensane quello che vuoi: è mio amico, e ti prego, almeno con
me, di evitare questi grossolani apprezzamenti.
-- Se stamane sei di malumore, me ne vado.
-- Oh... lo dici, ma tanto non lo fai! Da qualche tempo ti ha preso di me
un amore sviscerato; non mi abbandoni d’un passo! E non che mi secchi,
sai... tutt’altro! ma te lo faccio notare semplicemente.
-- Per voler bene a te occorre una buona dose di rassegnazione! Tu, gli
amici, li tratti come tuoi servi.
-- Allora ti dirò che gli amici li ho sempre coltivati ed amati; ma tu --
inutile nasconderlo! -- per una bizzarrissima idea che ti sei fitta in
capo, mi fai da poliziotto, e questo annoierebbe chicchessia.
-- Da poliziotto? Veh!... questa è nuova! Sei liberissimo di fare o
disfare quel che ti pare e piace. Anzi ti chiederò perdono se, dopo
quindici anni d’amicizia, mi sono talvolta permesso d’entrare in
argomenti, come direi?... troppo delicati.
-- Ma se questi argomenti, -- e te lo ripeto per la millesima volta! --
sono una tua pura e semplice invenzione?
-- Bah... bah!... padronissimo di nascondere i fatti tuoi, ma non volermi
anche abbindolare, perchè questo non serve! Io, bada bene, per tanti
anni ho avuta la stoltezza di crederti un uomo di buon cuore, un animo
nobile, e mi son fatto paladino ad oltranza di tutte le tue
scapigliatezze; ma oggi, parola mia, se muovo un passo, non è più per
te; -- è per lei, poverina, che mi fa pena. Tu scherzi con le anime come
un giocoliere coi bossoli, e, poichè mi dai del poliziotto, io te lo
dico recisamente: Se oggi Edoarda è di nuovo la tua amante, hai commessa
una vera indegnità!
-- Ma sei pazzo! pazzo! -- esclamai alzando le spalle, e chinandomi verso
la pettiniera, perchè non mi vedesse in faccia. -- E poi mi secchi! e poi
mi tedii! e poi sono stanco di sopportare queste inverosimili accuse! --
aggiunsi vibratamente -- -Non lo è! Non lo è! te lo affermo ancora una
volta! Non lo è stata, non lo sarà mai! Ti basta? E se poi lo fosse, --
mettiamo il caso come assurdo -- se poi lo fosse, mi domando cosa può
importarne a te? In nome di Dio, questa è una persecuzione che non ha
senso comune! Forse che sei geloso di questa donna e vedi lucciole per
lanterne? Oppure te ne hanno affidata la custodia? Fa dunque una bella
cosa! Va dal marito, mettigli questa idea nel capo e sarai soddisfatto!
Se tu divieni bisbetico io non ne ho colpa! Toh!
-- Bene, bene, cálmati, -- egli rispose freddamente. -- Le ingiurie che mi
lanci, le metto con le altre, in disparte; verrà il giorno in cui ne
riparleremo. Quanto al resto mi limito a darti un avvertimento, e cioè
che la custodia d’Edoarda non me l’ha confidata nessuno; ma io me
l’arrogo, nel senso che chiunque voglia tenderle un’insidia, prima che
con altri dovrà fare i conti con me. Siamo intesi? Ed ora, a rivederci.
E uscì senza tendermi la mano.
-- A rivederci, Fabio! -- gli gridai dietro ridendo. -- E non fare troppo
il sostenuto perchè io non sono affatto in collera!...
Da quel giorno le persecuzioni cessarono, o per meglio dire si fecero
più discrete. Quanta maggiore libertà mi diede, tanta ne tolse a
Edoarda, sfogando sopra lei sola i malumori che adesso era costretto a
risparmiarmi.
Edoarda me lo raccontava con indulgenza, pregandomi di non volerne a
quel povero amico, geloso e fedele come un vecchio cane. Egli le aveva
fatte le medesime scene, in un modo più dolce ma non meno accanito.
Vivendole accanto quasi ogni giorno, egli aveva potuto studiare, più
sopra di lei che sopra di me, le alternative del nostro amore, fin dai
primissimi segni, ed era difficile ingannare quel cuore attento. La sua
certezza ormai era indiscussa, e ne soffriva profondamente, come d’una
propria sventura. Gli uomini, anche i migliori, hanno sempre una parte
del loro innato egoismo che non riescono del tutto a soffocare.
Fabio, il quale si era sentito capace di rinunziare alla sola donna che
avesse davvero amata, per ottenere la sua felicità dandomela in isposa,
Fabio ch’era stato il suo consolatore con la dolcezza di un fratello, e
che aveva sopportato quel matrimonio con il De Luca pur di saperla
finalmente accasata e tranquilla, Fabio, che nel seno della famiglia
nuova si era serbato il posto del consigliere, del confidente, come
colui che conosceva tutti i segreti antichi, ora non poteva rassegnarsi
a veder tornare verso di me, per la via del peccato, questa donna
intangibile, quest’anima pura ch’egli aveva collocata al di sopra d’ogni
altra, in un paradiso d’idealità.
Egli si ostinava sempre a rivedere in lei la fanciulla di un tempo,
quella soave incarnazione di sentimento e di fragilità, senz’accorgersi
che una donna era fiorita vicino all’altra, viva e trepida, piena di
desiderii forti e di sensualità nuove. E non perdonava nè a me nè a lei
quel passo che avevamo compiuto, senza chiedere -- per così dire -- il suo
consenso, mostrando invece che, dopo averlo tenuto per indispensabile,
ora lo consideravamo quasi per il nostro primo nemico. In fatti eravamo
forse un poco ingiusti: quell’anima buona era tanto vissuta per noi.
Senza volerlo, egli contribuì alle ciarle che di quest’avventura si
fecero, poichè purtroppo le precauzioni e le scaltrezze a ben poco
servono.
In Roma se ne parlò, anzi se ne parlò assai; ma c’è una specie di
solidarietà mondana che salva sempre i mariti dal conoscere queste cose.
I begli spiriti concludevano, -- come in séguito mi venne riferito:
«È naturale: doveva inevitabilmente finire così!»
Infatti le cose illogiche paion sempre naturalissime al mondo. Edoarda
era un’amante squisita; pareva che fosse nata apposta per ingannare un
marito, e nessuno avrebbe mai potuto supporre che tanta scaltrezza si
annidasse in quella sua testolina di bimba delicata e sentimentale. Vi
sono molti fiori che, quando si aprono, sono assai diversi dal bòcciolo
che li nascose.
Ella sapeva eludere tutte le sorveglianze con una maestria veramente
ammirevole; aveva trovato vari modi per potermi scrivere quando non era
lecito vederci, e gli avvenimenti più disparati le offrivano il mezzo di
preparare un nostro incontro. Non le feci mai visita in casa, per un
certo rispetto verso noi stessi, ed anche verso il marito, il quale mi
usava moltissime cortesie. Ma non evitavo di andarli a trovare in palco
nè di sedere alla lor tavola, quando c’incontravamo ai tè del
pomeriggio. Il De Luca del resto non apparteneva punto alla stirpe dei
mariti bisbetici od importuni; subiva molto il fascino della moglie e
non avrebbe saputo concepire su di lei un benchè minimo sospetto. Fabio
ci dava più molestie assai. D’altra parte il barone passava le sue
giornate in mezzo ai cavalli e sui terreni d’allenamento; spesso
lasciava Roma per seguire le diverse riunioni ippiche. Quei giorni
d’assenza erano la nostra felicità.
Una volta, alla vigilia d’una di queste partenze, ricevetti da Edoarda
un biglietto, in cui m’avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata libera
fin dal mattino, e voleva che si facesse una gita fuor di Roma, per
visitare una certa locanda di campagna dove ci eravamo incontrati una
volta, molti anni addietro. Mi dava tutte le indicazioni opportune;
dovevo prendere un treno del mattino, poi attenderla alla stazione
d’arrivo. Questa era certo una temerità, sebbene in vicinanza di quel
paesello vivesse un’amica sua, la stessa che ci aveva servito di
pretesto la prima volta.
D’altronde si era verso la metà di Giugno e pochi si sarebbero
avventurati a far escursioni per quella calura.
Una gioia fanciullesca empì le anime nostre quando c’incontrammo, ed a
noi parve di trovare le delizie insolite nelle cose più semplici, come
ad esempio quella di mangiar abbastanza male ad una tavola rusticamente
imbandita, e passeggiare sotto un sole di canicola cercando
affannosamente la frescura dei boschi e il refrigerio delle fontane,
andandoci poi a rinchiudere in una camera di locanda, ove c’era un
immenso letto di noce rôso dai tarli, con sopra, sulla parete, il quadro
della Vergine Addolorata, che aveva tutto il seno aperto per ostentare
un cuore d’inverosimile grandezza, cinto d’un’aureola e trafitto da una
spada. Era una camera linda, non senza un’ostentazione di lusso
campagnolo, vasta, con mobili grandi, e v’erano -- cosa orribile! -- sul
caminetto, ai lati d’una pendola ferma, due vasi di fiori modellati
nella cera e protetti da una polverosa campana di vetro.
C’era in quella camera l’odor indefinibile del disabitato, dell’antico,
l’odore dei quadri che ingialliscono su vecchi muri, dei mobili che
scricchiolano quando appena si cammina, delle tende che hanno lasciato
il lor colore ai venti di molte primavere, e quel silenzio che fa
pensare agli amori dei tempi andati, agli imeni celebratisi nelle
braccia di quel letto possente, -- pensiero che potrebbe forse dar noia
se fosse cosa recente, ma sollecita ed esalta invece, come tutte le cose
che vengono da lontano. Poi avevamo portato grandi mazzi di fiori
selvatici, côlti nella foresta; Edoarda, buttandoli sul letto, rideva di
un riso fresco e giovine.
Portava un abito leggero come una sciarpa di velo, un’alta cintura di
pelle color dell’indaco, la gonna succinta, le calze traforate, le
scarpine bianche. Aveva le maniche della camicetta corte fino al gomito
ed un paio di guanti che le calzavan alto, inverditi nel palmo dall’umor
vegetale dei fiori strappati. Portava un cappello semplicissimo, ch’era
di paglia fiorentina, con le falde spioventi a mo’ di campana, ed un
largo nastro lo fasciava, colore anch’esso dell’indaco, facendole sopra
la fronte un bel nodo, a somiglianza di due grandi ali aperte. Le
scendeva sino a mezzo il petto una doppia fila di perle, ch’entravano a
nascondersi nell’abbottonatura, ed ogni tanto scintillavano, tra la sua
pelle ed i fori della camicetta. Era più fresca d’una fontana in quella
torrida estate.
Mi gettò le braccia intorno al collo, mi coverse di baci:
-- Germano, ti ricordi? Fu qui! fu qui!...
La sua padronanza era sorprendente; aveva detto ella stessa
all’albergatrice:
-- Conosco una camera della vostra locanda: voglio quella.
Si rammentava il numero, e lo disse.
-- Ma, signora, -- obbiettò la vecchietta -- l’albergo adesso è rinnovato;
ve ne sono altre assai migliori.
-- Non conta, non conta! Vogliamo quella.
E coi fiori sulle braccia, saltellando per le scale, vi andò con gioia.
Riconosceva il cammino.
Lenta lenta, la vecchietta, che cicalava noiosamente, cambiò l’acqua
nelle brocche, mostrò che i lenzuoli, un po’ ruvidi eran freschi di
bucato, aperse le finestre, calò una tendina, domandò se volessimo
caricar la pendola... poi scese. I suoi zoccoli facevano su
l’ammattonato un picchierellar distinto, che s’allontanava. Edoarda mi
scoccò su la bocca due forti baci, ridendo. Impaziente le circondai con
un braccio la vita, e, per attendere che la vecchierella tornasse,
andammo a guardar fuori dalla finestra, sul cortiletto che meriggiava.
Una gallina, tutta gonfia, si strofinava le ali contro un covone di
paglia; c’era un barroccio staccato, con le stanghe all’aria, davanti
alla stalla; le innamorate colombe tubavano con soavità, nascoste dentro
le celle dell’appaiatoio.
Poi la vecchierella tornò, portandoci due bicchieri di caffè ghiacciato
e un tale suo vinetto chiaro chiaro, che ad ogni costo voleva lo si
provasse.
E domandò se volessimo un bel vaso per i nostri fiori, e se fossimo
signori di Roma, e quando fossimo giunti, e se avesse da prepararci una
buona cena per l’imbrunire; e parlava e parlava, con la sua vocina
stridula come il gridìo delle cicale che là fuori strillavano, finchè
Edoarda si buttò sul letto e finse d’aver sonno, perchè la vecchierella
se n’andasse con Dio. Allora chiusi l’uscio a chiave, la strinsi nelle
mie braccia e scoppiammo a ridere di felicità, in un bacio che ad
entrambi gonfiava la gola.
Il calor del giorno le accendeva il sommo del viso; i suoi capelli
nerissimi luccicavano come un ebano polito.
Aveva un gesto suo, fin da quando era fanciulla: nel baciarmi, con una
mano mi copriva gli occhi; un gesto che poteva essere pudore nella
fanciulla ed era nella donna un desiderio di maggiore voluttà.
La svestii; nella sua camicia diafana pareva una rosa ravvolta in un
velo; serrava, tra le labbra aperte, i denti minuti; gli occhi desiosi
le brillavano al sommo delle guancie scolorate.
Ma fuori, che cantar di cicale, che tubar di colombe nascoste, che
incantamento! che pace!... Oh, amori nella calda estate, mentre il sole
avvampa l’arsa campagna e le cortine fan buia la camera, in un decrepito
letto, con un’amante giovine!...
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Un po’ ebbra, scese dal letto e andò verso il canterano, a cercar
qualcosa fra gli anelli e la catene che vi aveva deposti confusamente.
Nella penombra i suoi piedi scalzi biancheggiavan sul tappeto senza
colore.
-- Che fai?
-- Nulla... -- E tornò d’un balzo. Le sue braccia mi avviluppavan come
giunchi, eran forti e fragili, di una bianchezza straordinaria.
-- Dammi la mano sinistra e non guardare, -- mi disse. Le diedi la mano e
guardai.
-- No, chiudi gli occhi!
E mi passò nel dito un anello.
-- Che fai?
-- Nulla: un capriccio mio. -- E mi chiuse il pugno, nascondendolo contro
di sè. I suoi capelli sciolti ingombravano tutto il guanciale; aveva il
ventre polito come una tonda porcellana.
-- Lasciami vedere... -- le dissi; e nonostante il divieto, guardai. -- Ah,
no, Edoarda! questo non voglio! sai bene che non voglio! -- E feci per
togliermi l’anello che mi aveva dato. Ma ella, sollevatasi alquanto sul
gomito, mi serrò la mano e mi costrinse a piegare il dito. Era un
brillante nitidissimo, che nel buio risfavillava.
-- Insomma, no! -- esclamai.
-- Silenzio!... -- E con un bacio mi chiuse la bocca; poi soggiunse:
-- Vuoi rendermi triste?
-- No, ma vedi, non posso accettare tutti questi regali che mi fai...
-- E tu, allora?
-- Io?... Ma è tutt’altra cosa! Invece i tuoi regali mi offendono! Sii
buona; ripréndilo.
-- Allora mi farai piangere... Una volta non facevi così.
-- Una volta era cosa ben diversa, Edoarda.
-- E perchè poi?
Risi e non volli rispondere.
-- Dimmi dunque il perchè?
La sua pelle odorava di fresca Lavanda e forse d’una cipria tenuissima
che la copriva come un pòlline.
-- Prima di tutto -- risposi, -- questi non sono regali che si possono
accettare. L’avrei rifiutato anche allora. Del resto, eravamo fidanzati;
e poi, una volta... ma Dio buono, perchè me lo vuoi far dire?... è una
sciocchezza!
-- Bene, dilla.
-- Una volta, insomma, ero più ricco! Adesso mi pare...
-- Oh, come sei ruvido! Perchè dici queste cose? Vedi, sei tu che mi
offendi!
Lasciò cadere il gomito che la reggeva e nascose la fronte contro la mia
spalla. Dagli interstizi delle tendine filtravano lame di sole,
polverose.
-- Sei sempre lo stesso! -- continuò. -- Chi pensa a queste cose facendo un
regalo? Certo non te l’avrei potuto comperare, perchè se ne sarebbero
forse avveduti; ma lo avevo; era un gioiello che tenevo caro, e per
questo appunto mi piace che lo abbi tu. Te l’ho fatto solamente
rilegare. Vedi, e sapevo bene la misura del tuo dito. Hai l’anulare
appena un poco più grosso del mio póllice... Senti: rimane mio, se vuoi,
ma pórtalo tu, sii buono!
E le sue labbra mi passavano sotto la gola, su la bocca, su la fronte,
con soavità. Una sottana di seta, su la spalliera d’una seggiola,
percossa da una freccia di sole mandava sprazzi irridescenti, come fosse
d’oro.
-- Che bimba! che bimba! -- esclamai, carezzandole i capelli.
-- Ecco, -- ella disse con voce addolorata, -- invece di farti piacere, ti
ho reso triste... Che brutto carattere hai! Non si può dunque farti un
regalo? E sono certa che se domani, per esempio, tu avessi un fastidio
qualsiasi, andresti chissà da chi piuttosto che dirlo a me.
-- Oh, questo poi è naturale! -- esclamai ridendo.
-- Ecco: è naturale!... Vedi come parli tu!
Mi ricinse con le braccia, si fece piccola piccola, vicina vicina, e mi
disse:
-- Purtroppo tu non riesci a comprendere ch’io voglio confondere la mia
vita nella tua, quasi non esistesse fra noi alcuna differenza. Non devi
per me avere secreti! Tu ed io, io e te, fa lo stesso; nessuna paura ci
deve mai dividere. Qualsiasi cosa m’accada, io te la racconto, e te la
racconterò sempre; tu invece ti nascondi. Perchè? Certo perchè mi
consideri come tutte le altre amanti che hai avute; non come l’amante
unica, vera, quella che può sapere tutto.
Ed il sole era venuto fin sul letto, le dorava una gamba ignuda,
guizzando sul raso del copripiedi.
-- Ma non ti nascondo nulla, -- osservai. -- Non mi è possibile amarti più
intensamente.
-- Allora, poniamo un caso. Se tu, domani, avessi bisogno di denaro --
via, non irritarti, perchè ho detto poniamo un caso... -- dunque, se
domani tu avessi bisogno di denaro, lo diresti a me? permetteresti a me
di aiutarti?... No, è vero?
-- Certamente no, -- feci con un sorriso.
-- Ecco, ed invece io non voglio! Pretendo che tu me lo dica sùbito,
perchè, se domani, per esempio, ne avessi bisogno io, te lo direi
sùbito.
-- Ma è un’altra cosa.
-- Come un’altra? No, è la stessa, identicamente la stessa! Tu, vedi, non
arrivi a pensare come penso io, a volermi bene come te ne voglio io.
Tutto è lecito fra noi, perchè io sono la stessa cosa di te, tu di me...
comprendi?
-- Sì, amore, però non bisogna che io dimentichi...
-- Invece bisogna dimenticare tutto! Quello che gli altri fanno, o
pensano, è fuori di noi. Dobbiamo essere al di là da tutte le
convenzioni, e solo amandomi come ti amo lo potrai comprendere. La mia
gioia più grande è quella di poter indovinare un tuo desiderio: se me la
neghi mi fai male.
-- Dunque non parliamone più! Tengo l’anello e vi farò incidere la data
di questo giorno.
-- Sì, mio amore...
E si abbandonò sul letto, impudica ed innocente, nel tremore dei sensi
che riaccendeva la sua giovinezza.
Il copripiedi soffice, di bella seta chermisi, spiumava da invisibili
scuciture ad ogni moto che si facesse, e tanti piccoli fili, colore
della luce, lievi come una polvere di seta, navigavano via, piano piano,
salendo nel raggio di sole.
-- Mi sento così felice... -- mormorò, -- troppo felice!... -- Oh, se la
vita potesse tutta somigliare a queste ore che fuggono!...
-- Forse non dipende che da noi, -- le risposi.
-- Da noi, e da troppe altre cose. Io, vedi, non ho ancora provata la
gioia di vivere con te un intero giorno, da un’alba fino all’altra. E
poi un giorno è poco! Un mese, vorrei, un anno... sempre! Come invidio
le donne che son libere, che possono darsi al proprio amore senza nessun
impedimento! Qualche volta sogno che tu potresti portarmi via, con te,
in un altro paese, dove nessuno riuscisse mai a ritrovarci... Dopo
tutto, che importa il resto? Non ho che te, amo te solo. E non puoi
credere com’io senta il bisogno di occupare tutta la tua vita,
d’investigare, di conoscere... Le cose meno importanti son quelle che
più mi fanno sentire questa mancanza di libertà. -- Ed aggrappandosi a me
con un fervido impeto: -- Rispóndimi dunque: mi vuoi bene davvero?
-- Sì, amore lo sai.
-- Molto?
-- Infinitamente.
-- Sino a quando?
-- Fino a sempre.
-- E, dimmi, dimmi una cosa! Non pensi più a... nessuno?
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