tranne lo stridìo di quella penna veloce che grattava la carta ruvida. I
miei occhi, senza tregua, si volgevano verso l’uscio.
Dopo alcun tempo entrò il portiere; venne a dirmi:
-- La signora le manderà sùbito la risposta.
-- Grazie.
Presi la penna e mi diedi a scarabocchiar linee sopra un foglio di
carta. Egli rassettò alcuni tavolini, accese un’altra lampada, uscì.
La fanciulla ed il vecchio, come automi, continuavano, ella a scrivere,
egli a tremare. Io, macchinalmente, osservavo i disegni tracciati dalla
mia penna, e quando non avevo più inchiostro la intingevo nel calamaio
con un movimento nervoso. Mi sentivo in ogni vena pervadere da
un’angoscia irrequieta e non potevo muovermi; avrei voluto correre su
per le scale, giungere alla sua porta, entrare, vederla, inginocchiarmi
o percuoterla... Mi sentivo male: avrei anche voluto fuggire. La
lampadina che avevo davanti agli occhi m’ipnotizzava come un puro
brillante.
D’un tratto, dietro l’uscio, intesi lo strepito leggero d’una gonna;
levai gli occhi, le due portiere vetrate s’apersero, ed una donna, che
non riconobbi sùbito, mi venne incontro, sorrise.
-- Elena!... -- balbettai come in sogno, e balzai diritto, senza potermi
avanzare. In un momento di oscura vertigine, senza chiudere gli occhi,
non vidi più nulla nemmeno lei, e quando li riapersi eravamo vicini, ci
guardavamo, volevamo parlare, anch’ella un poco impallidita, con i
medesimi capelli color del bronzo e dell’oro antico, le pupille stupite,
una bellezza immateriale nel viso, lei, lei, quella che avevo amata,
quella che avevo invocata nelle mie notti di delirio, lei che si
chiamava Elena!...
-- Grazie, -- le mormorai, -- grazie! Non vi aspettavo... non ti aspettavo
più.... È stata una cosa indicibile!
Le tesi una mano, ella mi porse la sua, rapidamente, poi la ritrasse; ci
sedemmo. Il vecchio e la fanciulla non avevano forse neppure levata la
testa.
-- Ebbene? -- domandò ella, un po’ titubante.
-- Non mi volevi più rivedere?... -- le dissi piano, guardandola come per
ricuperare la visione della sua bellezza.
-- Sono scesa infatti per ripetervi questa preghiera, -- ella rispose
lentamente, chinando un poco il viso.
-- Ed io, -- esclamai sorridendo -- io sono venuto per prenderti con me,
Elena! Te l’avevo promesso, e questa volta sarà per sempre.
Ella scosse il capo con indulgenza, sorrise tranquilla, e chinò gli
occhi, mentre, perplessa, intrecciava le dita. Allora, nel guardare
quelle mani che avevo tante volte baciate, uno struggimento infinito mi
prese, per il desiderio d’avere una sua carezza, su la fronte e su le
tempie, com’ella usava, -- una sua carezza lieve. Desiderai
d’inginocchiarmi, d’abbracciare le sue ginocchia, di nascondere la
faccia nel suo grembo e mormorarle piangendo che da lontano avevo
imparato l’amore. Ma non potei; la mia bocca rimase muta; e v’era in
quel silenzio una dolcezza maggiore di qualsiasi confessione.
-- Bisognava lasciarmi sola, -- ella disse, con una voce gonfia di
oppressione. -- Ora sarà più doloroso per entrambi.
-- Ora invece non puoi essere che mia, -- le dissi -- e la mia vita non fu
che un lungo desiderio di te. Ti ho portata via nell’anima, e qualche
volta mi è sembrato di morirne. Adesso, Elena, bisogna ricominciare.
-- No, questo mai!
-- Senti...
-- Mai! -- ella ripetè con fermezza. Tutte le linee del suo volto
esprimevano quasi una impassibile crudeltà; nel guardarla, mi ricordai
l’amante chiusa e fiera che in alcuni momenti del nostro amore mi era
parso di temere come un’avversaria.
-- Dunque hai tutto dimenticato? -- le domandai sommessamente, con una
specie di paura. Ella non rispose; dalla sua faccia china gli occhi si
levarono a guardarmi con attenzione lenta, ed era lo sguardo con cui la
donna osserva l’amante, dopo l’amore.
Volevo domandarle: «Dove sei stata? Che hai fatto? Quali desiderî ti
hanno turbata l’anima nel tempo in cui fummo lontani?» Ed ella forse,
guardandomi, voleva indovinare le medesime cose.
In quel punto la fanciulla ed il vecchio si levarono insieme,
traversarono la sala, e restammo soli.
-- Ascoltami -- le dissi, avvicinandomi a lei. -- Non ti ho dimenticata un
solo momento. Per te ho pianto, mi sono sentito infelice, umiliato,
malato. Ti ho scritto e non hai risposto, ti ho cercata e non hai voluto
che ti ritrovassi. Ora sono libero assolutamente; nella mia vita non c’è
più un pensiero che non ti appartenga; sono pronto a qualsiasi rinunzia
e ti domando perdono di tutte le mie colpe, io, che non ho mai chiesto
perdono. Adesso, dimmi una cosa, Elena: Mi hai scordato? appartieni ad
un altro? Od è per una ragione diversa che tu respingi la mia preghiera?
-- Infatti, -- ella disse, guardandosi una mano, e girando su l’anulare
l’anello ch’io le avevo dato, -- infatti la ragione è un’altra.
Fece una pausa e continuò:
-- Ti ricordi... vi ricordate? C’era sempre una cosa che vi dovevo dire.
-- Ebbene dilla ora.
Aveva su le labbra un sorriso calmo, e da’ suoi limpidi occhi mi
guardava pensierosamente.
-- E poi?... quando bene ve l’avessi detta?...
-- È un mistero così grande?
-- Oh no... tutt’altro!
-- E allora?
-- Allora ve la dirò più tardi. Va bene? -- E soggiunse con volubilità: --
Raccontatemi qualcosa di voi, ora. Non vi siete ammogliato?
-- No.
Ella dette un riso breve, sottilmente ironico, e disse:
-- Perchè?
-- Ti amavo, Elena, e preferii che la sposasse un altro.
-- Davvero? si è sposata?... Ma da quando?
-- Dal mese di Maggio.
-- Siete arrivato troppo tardi allora.
-- Oh, no! Sarei giunto forse in tempo, se proprio lo avessi voluto.
-- E che avete fatto invece?
-- Nulla. Stetti un mese a Roma, dopo andai a Torre Guelfa per vendere la
tenuta e mi ammalai. Appena guarito, venni a cercarti. Oggi, che ti
ritrovo, non mi vuoi più...
-- Siete un po’ dimagrato infatti, -- ella osservò, sorvolando sul resto.
-- Bah... non è stato un anno molto allegro! E tu?
-- Io? Sono partita tre mesi dopo; ho viaggiato, ed anch’io non sono
stata bene.
Allora le presi una mano e vi posai le labbra senza ch’ella me lo
impedisse.
-- Elena, -- mormorai, -- quanto ho sofferto! Non te lo potrò mai
descrivere! Ho bisogno di parlarti a lungo. Vuoi che usciamo?
-- Dove?
-- Non hai ancora pranzato, suppongo?
-- Non ancora.
-- Ebbene vieni con me. Andremo da Paillard o da Larue, come una volta.
-- No, no! -- ella fece, ritraendo la mano con rapidità.
-- Questo non me lo puoi negare. Assolutamente bisogna che ti parli,
Elena. Qui fra poco verrà gente; poi... sii buona!
-- Ebbene, se proprio volete...
-- Oh, sì! te ne prego! te ne prego!
-- Ma dovrò allora cambiarmi d’abiti.
-- Non importa; sei tanto bella così.
Ella sorrise, come una volta, quando la baciavo.
-- Abbiate pazienza, farò presto.
Ed uscì con il suo passo agile, con quel rumor di seta che le udivo
suonare intorno al piede, come quando l’evocavo ne’ miei sogni e mi
pareva di udirla giungere, sovra i tappeti, senza quasi far muovere
l’aria.
Mi sembrò in quel momento che il mondo si fosse ringiovanito di
primavere, l’anima mia di speranze, la mia stessa persona di felicità.
Mi piaceva quasi d’aver sofferto, per conoscere la gioia di quel ritorno
ed avevo su le labbra diffuso il sapore del primo bacio ch’ella mi
avrebbe dato.
Ero sicuro in cuor mio di vincere il suo rifiuto, e la vita, che si
apriva dinanzi al mio sogno mi pareva piena d’aurore. Immaginavo le
parole che le avrei dette; avevo negli occhi la visione della sua camera
sconosciuta, vedevo lei andare dal lavabo alla specchiera, asciugandosi
le mani, ravviandosi i capelli. Non tardò a ridiscendere; aveva il
mantello aperto e si vedeva in fondo all’abito di velluto viola una
luminosa guarnizione d’argento; portava un grande boa bianco, un
cappello nero con una folta piuma. Si allacciava i guanti stando su la
porta e mi diceva sorridendo:
-- Vi ho fatto molto aspettare?
-- No; hai fatto presto; vieni.
Uscimmo sotto il portico per attendere una vettura. Tutto il giorno
aveva nevicato; in quel momento le stelle ridevano dal cielo sgombro,
brillando con gelida serenità nell’aria che il freddo illimpidiva.
Accanto a lei mi sentivo buono, ilare, pieno di felicità, e le cose
circostanti rispecchiavano il mio giubilo interiore. Quando fummo nella
vettura, lato a lato, poichè non osavo baciarla, nascosi la faccia nel
suo boa, tepido e soffice, sotto cui sentivo la forma della sua spalla
delinearsi morbidamente.
-- Non fate così... -- ella disse piano, ritraendosi un poco.
-- Dimmi ancora «tu»... -- la pregai. -- Non senti come ti voglio bene?
Ella si piegò verso il vetro per guardar fuori, verso la strada, ove i
lumi scintillavano. Poi disse:
-- Rimarrete molto a Parigi?
-- Elena, -- la supplicai -- non mi torturare! Sono tornato per rimanere
con te, per vivere con te, m’intendi? Non lo desideri un poco anche tu?
-- Non so, non so... -- ella rispose. -- Ad ogni modo non lo voglio; non è
ormai una cosa possibile.
-- Perchè dici questo? Ne ami forse un altro?
-- Oh, no! Questo no davvero! -- E rise forte, chiudendosi nel suo
mantello. -- Non mi conoscete affatto, -- riprese. -- Io non sono di quelle
che ritornano... Poi abbiamo due maniere così diverse d’intendere la
vita, l’amore, tutto!...
-- È vero: tu sai dimenticare, -- dissi amaramente. -- Bah... che
stranezza!
La vettura, su la neve, camminava lenta, senza urti, sostando spesso
dietro altre che andavano in fila.
-- Non rattristatevi, Germano, -- ella disse poi. -- Una volta eravate
sempre così tranquillo...
-- Già... una volta! Ma vivendo si muta.
Un lungo silenzio ancora; poi le dissi:
-- Hai ricevuto i fiori che ti mandai da Torre Guelfa?
-- Sì.
-- E le lettere che ti scrivevo?
-- Anche.
Si giunse; traversammo la sala terrena, piena di gente che pranzava;
alcuni ci riconobbero, salutarono bisbigliando: salimmo ad una piccola
sala appartata e venne un maggiordomo cerimonioso ad offrirci la lista
della cena. Su la parete brillava un grande specchio, che rifletteva la
tavola apparecchiata con fiori e cristallerie. Tolsi ad Elena il
mantello, il manicotto, ed ella, in piedi, vicino alla tavola, cominciò
a sbottonarsi i guanti. Il contrasto dell’aria tepida con il frizzo
della nevicata le arrossava un po’ le guance; l’ombra d’una piuma le
scendeva sino a mezzo il viso e con un moto lento si faceva scorrere in
giù dall’avambraccio il guanto, ch’era d’un tenuissimo color sciampagna,
e le calzava sino al gomito. Dietro lei, nello specchio, si rifletteva
l’abbondanza de’ suoi capelli scintillanti.
-- Vuoi comandare il pranzo? -- le domandai, porgendole la lista.
-- No, fa tu.
Sorrisi, e scelsi tutte le cose che una volta ella prediligeva. Il
maggiordomo uscì, e venne in sua vece un cameriere, che prese ad
apparecchiare. Quando aprivano la porta giungeva con impetuose ondate il
suono di un’orchestra zingara.
-- È quasi passato un anno, -- ella disse, intrecciando le dita sul piatto
vuoto e facendovi battere gli anelli.
-- Già, un anno... un’eternità! Elena, siamo stati pazzi, veramente
pazzi, tutt’e due... io più di te. Ora ti sei vendicata: basta!
-- Vendicata? Non è la parola. Ho fatto solamente quello che credevo
necessario per il vostro bene. Quando mi sono accorta ch’ero per voi un
impedimento, vi ho lasciato libero. Questa non è una vendetta, e credo
non possiate rimproverarmi nulla.
-- Infatti non ti rimprovero, anzi ti prego. Puoi forse comprendere come
sia fatto il cuore dell’uomo? Allora mi piacevi solamente, ora ti amo.
I camerieri entravano di continuo e bisognava interrompere il discorso.
Le facevo alcune domande saltuarie, cui ella rispondeva con brevità.
-- Da dove sei giunta ultimamente a Parigi?
-- Da Compiègne.
-- Che facevi a Compiègne?
-- Nulla; fui malata; mi riposavo.
-- Hai conosciuta molta gente in questo frattempo?
-- Sì, molta.
-- È un pezzo che non reciti più?
-- Dal Maggio.
-- E, senti... non ti offenderai se ti faccio un’altra domanda?
-- No, di’ pure.
-- Come sei vissuta da allora fin qui?
-- Vuoi forse dire come ho trovato il denaro per vivere?
-- Appunto.
-- Me ne hanno prestato, -- ella spiegò sorridendo.
Ora il maggiordomo imbandiva. Un turacciolo saltò con rumore. Traverso
la porta socchiusa, or forti, or lenti, si udivano volar le note della
marcia di Rakoczki. Quando rimanemmo soli, presi ad osservare la sua
persona minutamente, poi dissi:
-- Che bell’abito hai!
-- Ti piace?
-- Sì.
-- Dove lo hai fatto fare?
-- Da Paquin.
-- Ti vesti da Paquin ora?
-- Da Paquin o, qualche volta, da Doucet.
-- Sei molto ricca dunque?
Ella sorrise di nuovo in modo ambiguo.
-- E tu?
-- Oh, anch’io... ricchissimo! -- esclamai scherzoso. -- Ho vinto quel che
ho voluto a Monte Carlo, ultimamente.
-- Bravo! E la terra è venduta, mi hai detto? Anche Torre Guelfa?
-- No, Torre Guelfa mi rimane ancora, ma non l’amo più. Vi ho trascorso
un tempo troppo doloroso. Bah... che importa?... Bevi!
Le colmai fin quasi all’orlo il bicchiere. Ella v’intinse le labbra,
bevve un sorso e depose pianamente il calice. Lo tolsi allora dalla sua
mano e bevvi anch’io, come per stordirmi, tutto d’un fiato. Le dissi:
-- Molte volte avrei voluto ubbriacarmi, e non potevo. Tutto mi dava un
senso di tristezza.
Poi le tesi una mano e seguitai:
-- Elena, vuoi fare la pace con me?
Ella battè le falangi nervosamente sul mio palmo e domandò:
-- La pace? cosa vuoi dire?
-- Perdonarmi, se preferisci; dimenticare quest’anno come un brutto
sogno.
-- Ah, sì?... -- ella fece, appoggiandosi alla spalliera della seggiola.
Le sue pupille, straordinariamente lucide, mi fissavano con intensità,
con irritazione; e taceva. Quand’ebbero servite le frutte, mi levai
rapidamente, afferrandole un polso con un gesto febbrile.
-- Dimmi!... -- esclamai, -- ne ami un altro? Sei stata d’un altro?... La
verità!
-- E se fosse? -- ella domandò placidamente, con un sorriso negli occhi
limpidi.
-- Rispóndimi! -- la esortai duramente. Un cameriere, entrando,
m’interruppe. Allora detti ordine che sparecchiassero, e, quand’ebbero
finito:
-- Vi chiamerò, se occorre, -- soggiunsi.
Restammo soli.
Ella non si era mossa, non aveva detta una parola. Io stavo sul divano
ch’era contro la parete; lo specchio di fronte mi rimandava l’immagine
della mia faccia turbata.
Ella prese a carezzare i fiori che non avevan tolti dal mezzo della
tavola ed a giocare con il tovagliolo annodato al collo della bottiglia
di Sciampagna. Ad ogni scossa il ghiaccio crepitava, sciacquando, fra il
vetro della bottiglia ed il vassoio che la conteneva.
-- Elena, -- la pregai con dolcezza, -- vieni a sedere qui.
-- Che vuoi?
-- Vieni, sii buona...
Ella sorse in piedi; andò a guardarsi nello specchio, si tolse uno
spillone dal cappello, ve lo rimise; fece il più largo, più lento giro
che potè, e venne a sedermi vicino. Mise un ginocchio su l’altro e con
le mani congiunte lo ricinse. Io passai un braccio sotto il suo braccio
e l’attrassi dolcemente.
-- Rispóndimi dunque. Sei stata d’un altro? Dimmi la verità.
-- Non ancora, -- ella rispose con una voce pacata.
-- Ah... vedi! -- esclamai giubilando.
-- ... ma lo sarò, -- aggiunse tosto con la medesima voce fredda.
-- Mia sarai! mia! -- l’interruppi con ardore, come per cancellare la sua
risposta. Ella volse il capo lentamente ed i suoi occhi m’investirono
con uno sguardo che mi colpì come una staffilata. Poi fece con le labbra
un atto rapido, in cui le scintillarono i denti, e fu quasi uno scherno,
quasi un sorriso.
-- Senti... -- esclamò con gioia crudele, -- nemmeno se dovessi morirne!
-- Elena!
-- Ti ripeto: nemmeno se dovessi morirne! -- E con la mano e con la voce
scandiva il cadere di queste parole sorde, pesanti, che in me andavano
scavando un profondo solco di dolore.
Sentii qualcosa di vivo schiantarmisi nel petto, e mi pareva che una
rovina immensa precipitasse nel mio freddo spirito. Allora, con un
movimento quasi felino, ella si levò e mi venne di fronte.
-- Ah, tu hai creduto, -- ella disse, un po’ curva, un po’ arrossata -- che
potrei di nuovo appartenerti qualora tu lo volessi? Hai creduto che
anch’io, come tutto quello ch’è passato nelle tue mani, fossi un piccolo
gingillo da potersi lasciare o prendere a tuo piacimento? Ebbene,
Germano, ti sei ingannato! Senti, voglio dirti una cosa.. Quell’ultima
sera, te ne ricordi? quand’io t’ho accompagnato alla stazione, quando ci
siamo abbracciati, ed anzi quando già eri nel treno, ancora non credevo
che tu potessi partire... Invece sei partito, ed è stata la fine.
-- Ma io...
-- Non dire nulla, non dire nulla... che vuoi? parole! Me ne hai dette
tante! Oh, c’è stato un tempo nel quale avresti potuto fare di me quello
che volevi! Ero tua. Sei stato il solo uomo che abbia mai amato, e
siccome è l’ultima volta che ci parliamo, lo puoi anche sapere.
Le caddero due lacrime dagli occhi, ed ansava. Mi levai, freddo sin
nell’anima, e poichè non trovavo parole, cercai di afferrarla; fui rude.
-- No, lásciami e ascolta. Non è tutto ancora. Io, che sono stata sempre
una donna calma e cattiva, per te avrei fatta qualsiasi cosa... mi sarei
anche venduta per farti ricco, se tu mi avessi amata lo stesso. Ti ho
nascosta la mia vita -- e non lo sai oggi come non lo sapevi allora -- per
un capriccio bizzarro, ed anche perchè mi piaceva di avere qualcosa in
me stessa che non fosse in tuo pieno dominio. Ma vedevo intanto ch’eri
un uomo incapace di amare, che ti allontanavi da me, rimpiangendo la tua
vita passata e la ricchezza che un’altra ti poteva dare. Non sono di
quelle che si umiliano e ti ho resa la tua libertà. Solo, da quel
momento, sono tornata l’avventuriera che fui sempre. Non so se ti amo
ancora o se ti odio, il che forse, ad un certo punto, è lo stesso; ma
sicuramente non mi avrai più, nemmeno se ti mettessi a ginocchi, nemmeno
se dovessi disperarmene anch’io... Ma non temere: sono forte!
E rideva e piangeva, d’un riso e d’un pianto convulsi.
Io, che l’avevo ascoltata, con la faccia nascosta fra le mani, atterrito
e folle, tentai tutte le persuasioni: la preghiera, lo scherno, la
minaccia, la violenza... e tutto fu invano.
La vidi correre all’uscio per sfuggirmi... allora mi dominai.
-- Bada, -- ella disse, -- mi devi rispettare almeno come uomo, tu, che
come amante non mi hai risparmiata.
-- Elena, io non t’ho fatto mai alcun male.
-- Ah, credi? Lo credi, perchè tacevo? perchè la mia fierezza m’impediva
di mostrarti quanto soffrissi? Ma senti... senti... -- e mi venne contro,
mi afferrò per le braccia, mi scosse. -- Dimmi dunque! tu, che ne parli
tanto, sai cosa vuol dire... Ma poi no! che serve? -- E si mise a ridere
d’un riso che le torceva la bocca. Sedette, si levò; mi venne vicino,
tornò via; prese dal mezzo della tavola, fuor dal vassoio, la bottiglia
gocciolante, ne versò un bicchiere colmo fino all’orlo, e ridendo lo
vuotò d’un fiato, come per inebbriarsi. Di quel momento non ricordo più
nulla, se non la specie d’annientamento che mi gravava su l’anima,
interrompendomi tutte le facoltà. L’amore mio si prosternava dinanzi a
lei, ch’era la più crudele e la più forte.
-- Senti, -- le chiesi fuor di me stesso, dopo un lungo silenzio, -- cosa
vuoi ch’io faccia? Che mi umilii ancor più? che ti chieda perdono a
ginocchi? Trovami dunque un pentimento che ti basti! cerca una vendetta
che ti possa contentare!... Elena, vuoi vedermi pazzo?
Stava seduta presso la tavola, e tenendo il braccio alzato fissava
contro luce il suo bicchiere vuoto; un cerchio di splendore, fermo,
saettando fuor dal vetro, le batteva sul polso nudo e luccicava come una
medaglia. S’era tolta il cappello, alcune ciocche scomposte le
ingombravano la fronte. Guardandola, mi ricordavo con una sensazione
terribilmente chiara il sapore che avevano le sue labbra nei baci
d’amore; qualcosa di lei passava traverso le mie vene prodigandomi una
molteplice carezza.
-- Elena!... -- le gridai forte. -- Elena!
Ella si scosse con un brivido repentino, come risvegliata nel mezzo d’un
sogno, poi lentamente, con stanchezza, mi tese una mano. E mentre voleva
sorridere, la testa le cadde giù, su la tavola, di schianto. Mormorava:
-- Tatto quello che tu soffri, è nulla... è nulla! Io ho fatto di più!
-- Che hai fatto? che hai fatto?
-- Io, -- balbettò -- io, quando tu partivi, ero incinta già di tre mesi...
e non volevo dirtelo mai! Ora è nata... una bimba, la nostra bimba... e
si chiama Evelyn...
Qualcosa mi passò nell’anima che non ha parola: tenerezza e paura,
smarrimento e gioia, riconoscenza e vergogna. Se è possibile amare al di
là dell’amore, in quel momento l’amai.
-- Evelyn... -- balbettavo, -- Evelyn...
Un rumor sordo e vuoto mi turbinava nel cervello, come un ammulinar di
vento. Non potendo far altro, la sollevai nelle braccia e la feci sedere
su le mie ginocchia; ella mi rovesciò il capo sovra una spalla e pianse
tutte le lacrime che portava suggellate nel cuore.
-- Dov’è?... dov’è?... -- chiesi.
-- Lontana da noi, lontana di qui, Germano... Ma non cercarla: è
solamente mia. Per lei mi sono già venduta e per lei non ti posso
appartenere più. Voglio farle una vita bella... non come la mia, non
come la nostra, povero Germano, povero amore mio... Comprendi ora?
-- Sì, -- bestemmiai soffocatamente -- sì... taci!
E le mie mani cercarono il suo collo delicato, col desiderio di
stringere forte... forte... per amarla meno!
-- Mi fai male... che fai?
Su la bocca le dissi:
-- Amore mio...
Ella tremava, ed io le conoscevo quel tremore.
-- Che fai?... -- bisbigliò, tutta bianca.
-- Taci...
III
Allora una specie di follìa mi travolse. Dopo avere inutilmente
perseguitata Elena e patite per questo amore le umiliazione più dure,
dopo essermi trascinato a’ suoi piedi come un servo ed averla
oltraggiata come un padrone, dopo averle offerto il mio nome per
legittimare questa figlia che non conoscevo, dovetti finalmente
arrendermi alla sua volontà più forte e partire. Fuggire piuttosto,
inseguito dall’ossessione di questo amore, che mi si era infitto
nell’anima come una spina lacerante. Ella era perennemente un
incomprensibile mistero. Meditai di uccidermi per non soffrire più, e
certo l’avrei fatto, se nel cuore, profondo come il fuoco della stessa
mia vita, non mi fosse rimasto il pensiero di poterla riavere un giorno.
L’avrei accolta sciupata e macchiata, comunque volesse tornare a me,
anche dalla strada ed anche per esserne beffato; avrei tutto sofferto da
lei, perfino il disamore, il tradimento, la vergogna, pur di averla
sempre vicina e respirare nel cerchio paradisiaco della sua vita. Questo
finalmente poteva chiamarsi l’amore.
Ma non volle. Mi giudicò incapace di un sacrifizio duraturo e preferì
ella sola provvedere al destino della figlia che le avevo data.
Qua e là, torvo e sfrenato, corsi allora in cerca d’oblìo. Con una sete
rabbiosa mi detti al piacere che mi tediava, alla dissolutezza che mi
lasciava nell’anima stanca un più enorme fastidio della vita. Ogni
coltre mi era insonne, ogni mensa discara, ogni città piccola e cupa; il
riso, che andavo cercando, increspandomi le labbra, mi torceva il cuore.
In questa fuga davanti a me stesso imparai quell’intima disperazione che
fa dell’uomo più altero un piccolo e miserando essere, il quale cerchi
di nascondere alla gente, sotto la maschera dell’indifferenza, la sua
rassegnata follìa.
Scialacquavo il denaro; mi piaceva sentirmi scendere nuovamente verso la
rovina; c’era in me un uomo che neghittosamente si lasciava uccidere, ma
un altro v’era che, riottoso e bramoso, voleva risollevare sè stesso,
prodigandosi le dimenticanze più soavi ed insieme le più delicate
vendette. Qualche volta, come in sogno, mi appariva la bimba
sconosciuta, che di lontano mi tendeva le sue manine rosee, cullata fra
le braccia di una madre la quale non le avrebbe insegnato il mio nome.
Sul finir dell’autunno tornai a Roma, desideroso di rinnovare il mio
fasto, perchè nessuno potesse comprendere quanto nell’anima mia fossi
affaticato e vinto.
Vi giunsi una sera che le torri e le cupole infoscavano tra la
nuvolaglia bassa; il Tevere livido serpeggiava sotto i ponti deserti;
pareva che una immensa morte fosse calata sulla città neroniana. Dalle
suburre antiche tutte le fogne di Roma emanavano per l’aria immobile un
odor grave di putredine e di morte.
Presi a vivere largamente, comperai cavalli, offersi banchetti, cercai
clamorosi amori; e col volgere del tempo l’abitudine, medicatrice
paziente, fasciava d’insensibilità il mio nascosto dolore. Ma era
necessario che mi stordissi continuamente, che non fossi mai solo, che
non allentassi mai lo sforzo al quale mi costringevo. Andavo in cerca
degli amici, delle amiche d’un tempo, visitavo le signore, accettavo
inviti, cercavo di mascherare col maggior brìo la disperazione latente.
Quand’ebbi spesa la maggior parte del denaro che mi restava, decisi di
tentare nuove speculazioni di Borsa, e ricordandomi di un tal Mariani,
che appunto in Borsa passava per uno scaltro faccendiere, una mattina
l’andai a trovare.
Questo Mariani era uno fra que’ tanti parassiti che ogni compagnia di
gaudenti sopporta e nutre nel suo grembo, tollerandone tutte le
piccinerie. Quando l’avevo conosciuto al Circolo, quattro anni prima,
egli vivacchiava, speculando alla chetichella, servendo il prossimo con
astuzia, riuscendo a cacciarsi un po’ dappertutto, come un lumacone che
a furia di strisciare giunge nondimeno a compiere la sua strada. Giocava
per solito con prudenza metodica e taccagna; ma una sera di gran
disdetta, squilibratosi fuor del consueto, perdette contro di me nove o
diecimila lire. Nessuno vi pose mente; si sapeva che non avrebbe pagato
e tutti ridevano della sua disavventura. Impiegò un anno per darmi un
piccolo acconto; il resto si prescrisse tacitamente. Sapevo che s’era
poi ammogliato con una donna bellissima, sapevo inoltre che sua moglie
vendeva care le proprie bellezze ad un certo Wendel, agente di cambio
molto facoltoso, e che il buon Mariani subiva la cosa con pacata
rassegnazione per la pace e la prosperità della famiglia.
Quella mattina il Mariani stava radendosi la barba. Quando
m’annunziarono, venne su la soglia della sua camera con la faccia
insaponata ed un asciugamano intorno al collo.
-- Guarda mai chi vedo! -- esclamò con voce insospettita. -- Ma che buon
vento ti mena? Entra, entra! Mi permetti di continuare a radermi?
-- Figùrati!
Egli, distratto, cominciò a far passare il rasoio su la cute.
-- Dunque? -- mi domandò con premura.
-- Si tratta, mio buon Mariani, di questo. Sono a corto di denari e...
-- Ah?... sei a corto di denari? -- E fece un movimento così brusco ch’io
temetti si fosse almeno scorticato.
-- Cosa transitoria, -- spiegai; -- ma intanto ne sono molto seccato.
-- Allora?
Cessò risolutamente dal radersi e mi guardò sbigottito.
-- Sai, -- mi disse a fior di labbro, con una voce tra l’agro e il dolce,
-- sai che i miei mezzi sono così scarsi... specialmente ora, con una
famiglia su le spalle... Non puoi credere quanto mi costa! Lavoro, cerco
d’industriarmi come posso e tuttavia sbarco il lunario a malapena. Però,
se posso aiutarti in qualche piccola cosa, lo farò di buon cuore: so che
hai avuto molti rovesci.
-- Oh, Dio... i rovesci che hanno tutti. Gli alti e bassi della
fortuna... si sa!
-- Insomma senti... -- Egli posò il rasoio, si riasciugò il sapone dal
mento e mi venne vicino. -- Senti, oggi è una cattiva giornata: siamo a
fine mese, ho molti impegni; ma dimmi cosa ti abbisogna e vedrò fra
qualche giorno di renderti servizio.
-- Hai una sigaretta? -- risposi con noncuranza.
-- Sì, guarda, lì, nell’astuccio.
-- -Grazie. -- Presi a camminare e dissi: -- Mi preme avvertirti che non
sono venuto per darti una stoccata. Mi conosci bene e sai chi sono. --
Parlavo con un tono di minaccia sorridente; egli si fece grave e cupo.
-- Sai, -- ripresi con amabilità, -- vengono certi momenti nella vita, in
cui si è costretti a frugare anche nel mazzo delle vecchie carte
gialle... Non meravigliarti....
-- Vero, verissimo, -- egli annuì senza convinzione.
-- Dunque sono venuto a vedere se tu potessi pagarmi quelle famose
diecimila lire...
-- Nove, nove!...
-- ... quelle famose novemila lire che tu sai.
-- Oh, mio buon Guelfo!... -- balbettò soffocatamente, -- mi domandi una
cosa impossibile! Quella è stata una sera di pazzia. Me ne ricorderò
tutta la vita. Sai ch’io gioco piccolo, piccolo... che non ho mezzi... e
tu sei stato buono, veramente sei stato buono con me...
-- Non è il caso di ripensarvi ora. Anzi non te ne avrei nemmeno parlato
se non vi fossi un po’ costretto dalle necessità.
-- Gli è... gli è... che io... francamente... insomma, ti apro il cuore
come ad un amico, gli è che io, neanche oggi, non sono in grado di
pagartele... Se vuoi cinquecento lire?
La sua faccia lucida di sapone rasciugato era di una comicità
irresistibile. Sorrisi.
-- Allora, -- feci con indulgenza, -- lasciamo questo argomento e non
parliamone più. Ma in cambio devi rendermi un’altro servigio.
-- Di’ pure! di’ pure! -- egli esclamò, risuscitando.
-- Intanto sappi una cosa: che non dovrai sborsare neanche un centesimo.
-- Oh, questo non importa! -- egli fece mellifluamente. Andò allo specchio
e s’insaponò di nuovo le guance.
-- Ascóltami dunque -- ripresi. -- Vorrei tentare alcune speculazioni di
Borsa.
-- Nulla di più facile.
-- Ma mi occorre trovare un agente di cambio il quale mi faccia credito,
e so che tu sei molto pratico di queste faccende.
-- Già; ma, vedi...
-- Lásciami dire; tu sei intimo del Wendel, non è vero?
-- Intimo no, -- egli fece con una certa confusione, -- ma insomma lo
conosco molto bene, lavoro per lui...
-- Appunto. È un uomo che, negli affari, conosce molto bene il fatto suo,
perciò desidererei la sua protezione. Depositerò solo una parte della
cauzione, ma tu mi devi ottenere, dalla sua fiducia, il resto. S’intende
che vi guadagneresti anche tu le tue mediazioni.
-- Wendel... Wendel... -- cominciò egli a borbottare, -- è un uomo così
bizzarro! Poi, vedi, la Borsa, in questo momento, non te la
consiglierei...
-- Peuh!... se andrà male, tanto peggio! Sono deciso a tentare.
-- Insomma, è un’idea su la quale devi riflettere.
-- Certo; ma dimmi solo se t’incarichi della faccenda.
-- Dio buono! non ti nascondo ch’è un bel grattacapo! Vediamo un po’: di
quale cauzione disponi?
-- Una quindicina di mille franchi al più, se tu non puoi aggiungervi
nulla, come speravo.
-- Oh, io, ti ho detto...
-- È inteso, è inteso! Dunque una quindicina; ma s’intende che vorrei
speculare molto più in grande.
Egli finiva di rasciugarsi la faccia e s’incipriava.
-- Bene, senti, -- concluse dopo aver meditato, -- ti prometto che farò il
possibile. Se non riuscissi, non sarebbe colpa mia.
-- No, caro Mariani, so benissimo che tu, volendo, puoi ottenermi quello
che desidero. In fin dei conti ho ancora le mie terre!
-- Quale? Torre Guelfa?
-- Già!
-- In questo caso mi sarà più facile.
-- Poi, ti ripeto, ci potremmo intendere su tutto. Gli affari li
tenteremo anche a metà, se credi.
-- Insomma, ne ragioneremo; ti prometto che ne ragioneremo, -- fece con
intendimento.
-- Bada che ci conto.
-- È inteso. Ed ora ti prego di rimanere a colazione; voglio farti
conoscere mia moglie.
-- Grazie, volentieri.
Sua moglie infatti era una donna che valeva la pena d’essere conosciuta.
Alta e bionda, con gli occhi un po’ tinti, le mani troppo inanellate,
vestiva con eleganza, discorreva con spigliatezza. Durante la colazione
si parlò di cose molto superficiali; notizie concernenti gli amici che
avevo perduti di vista e le brighe diverse ch’essi avevano con le loro
famiglie, con i lor patrimoni o con le loro amanti. Egli mi raccontò
della sua vita, io della mia, senza dirci entrambi una parola di verità,
come avviene molto spesso. Dopo la colazione il Mariani uscì subito, per
faccende che gli premevano; io rimasi un poco a discorrere con la
signora. Parlava di suo marito con una indulgenza un po’ ironica, e di
sè stessa come d’una incompresa. Portava una camicetta di pizzo che
lasciava scoperte le sue braccia fino al gomito, e quelle braccia erano
bellissime; la sua gola, tra le sforacchiature del pizzo, biancheggiava
tonda e piena. Si era fatta ondulare i capelli e portava qualche
ricciolo rimesso. Mi diceva di ricordarsi ancora, dal tempo in cui era
fanciulla e andava con sua madre al Pincio, di avermi veduto guidare «i
più bei cavalli di Roma».
-- C’è a Parigi, -- le dicevo a mia volta -- un’attrice che vi somiglia in
modo sorprendente. Ne avrete forse inteso parlare: Margot de Sèvres.
-- Oh certo! Ne ho veduto anche il ritratto in una rivista. Ma è un
complimento che mi fate!
-- O che faccio all’altra... non saprei.
-- In ogni modo ne sono lusingata. -- E aveva, nel ridere, una
provocazione diffusa per tutta la persona.
-- A Roma, -- domandai -- che vita fate? La società?
-- No, affatto; mio marito la odia.
-- Il teatro? le corse? le cacce?
-- Un po’ il teatro e poco il resto; rimango molto in casa, ricevo alcuni
amici, faccio qualche visita... una vita sciocca, in fondo. Ma, che
volete? Mariani è un originale. Non ha cambiate le sue vecchie
abitudini, e povera me se volessi costringerlo a condurre una vita
mondana.
-- Oh, lo conosco! e per quanto gli voglia bene, credo ch’egli non sappia
valutare abbastanza una donna come voi... Il Mariani, gliel’ho ripetuto
sempre, non doveva prender moglie.
-- Perchè dite questo? -- ella fece con sorpresa.
-- Così... mi pare... Forse m’inganno anche.
-- Mah? -- ella fece con un sorriso. Poi corresse: -- Mio marito è molto
buono.
-- Certo, -- affermai. -- E sono forse indiscreto nel dirvi queste cose,
poche ore dopo avervi conosciuta. Ma intesi molto spesso parlare di voi,
e siete fra quelle donne che interessano anche gli estranei. Voi, da
signorina, vi ricordate di aver osservato i miei cavalli al Pincio; io,
quand’eravate signorina, mi ricordo di avervi veduta una mattina, una
domenica di Maggio, uscir di chiesa con un grande cappello di paglia
fiorentina ornato di rose fresche... Era la prima volta che vi vedevo e
mi ricordo d’essermi fermato per domandare di voi ad un conoscente, il
quale vi salutava. Come vedete, ho buona memoria anch’io!
Ella sorrideva nell’ascoltarmi, allettata e sorpresa. Ma i suoi occhi
ambigui, dietro quel sorriso, mi andavano scrutando.
-- E quando, -- ripresi, -- quando mi raccontarono che il Mariani si era
fidanzato con voi, dissi fra me: «Bah... quelle rose fresche erano belle
assai!» E l’ho invidiato un momento, come invidiai tutti gli uomini che
sposarono una donna bella. È forse questa invidia molteplice che mi ha
salvato sempre dal pericolo del matrimonio.
-- Però, -- ella fece con un sorriso ironico, -- vi siete andato molto
vicino...
-- Certo, -- risposi leggermente; -- vicino a questo, come a tutti gli
altri pericoli, a tutte le altre tentazioni della vita.
E mi accommiatai dicendole:
-- Se permettete, donna Claudia, verrò a farvi un’altra visita fra
qualche giorno.
-- Grazie; sono quasi sempre in casa, fin verso le quattro.
-- Quando allora?
-- Venerdì, se volete.
IV
Andò a finire che l’agente di cambio mi fece credito, e la bionda
Claudia mi concesse qualche privilegio. La sera, naturalmente, mi recavo
spesso a teatro per incontrarla, e mi ricordo di una volta ch’ella
sedeva in un palco di prima fila, bellissima, provocante, ammirata. La
mia poltrona era dall’altro lato della platea, e durante un intermezzo
ella mi fe’ segno di salire. Vi andai. C’era il Wendel al parapetto, di
fronte a lei, mentre il povero Mariani stava rincantucciato in fondo al
palco, vergognoso di avere una moglie così fulgida, un agente di cambio
così ricco. Tutti e tre furon meco di una cortesia squisita e mi
domandai se al mondo val qualche volta la pena di avere scrupoli, visto
che, nei rispetti sociali, l’onestà e la disonestà, il sentimento e la
commedia del sentimento, son cose che in fondo non presentano alcun
divario ben definito. Poco dopo il Mariani colse l’occasione di
andarsene a fumare un sigaro, ed alla fine dell’atto anche il Wendel
uscì.
Allora mi posi al parapetto. La sala pettegola, irrequieta, scintillava
di luce, di gioielli, di spalle nude; i canocchiali curiosamente
incrociavano per ogni verso i loro fuochi. Questa bellissima Claudia,
che aveva il nome ed il seno di una liberta romana, mi prodigava i suoi
sorrisi e -- cosa inaspettata, -- di fronte a noi, ma in un palco di
seconda fila, c’era Edoarda De Luca insieme con suo marito. In quel
momento vidi Fabio Capuano entrar nel suo palco.
-- Temo che il Wendel sia rimasto un po’ male, -- mi disse Claudia
sottovoce, nascondendo la faccia dietro il ventaglio di piume.
-- Di che?
-- Ha veduto quando ti ho fatto cenno di salire.
-- Bah! son malumori che passano...
Intanto i miei sguardi correvano curiosamente verso quel palco di
seconda fila. Edoarda portava quella sera un abito nero, scollato, e su
le spalle un boa di -chinchilla- che morbidamente le ricadeva indietro.
Aveva cambiata pettinatura; non portava più il suo gran nodo su la nuca,
ma un’acconciatura di moda, con ondulazioni, crespi e riccioli
sfuggenti, la treccia ravvolta sul vertice della testa, e, fra i
capelli, un’orchidea di brillanti, splendidissima. Le sue spalle, il suo
petto, biancheggiavano nella penombra del palco ed avevano in sè
qualcosa di rigogliosamente maturo: il fiorire della fanciulla ch’è
divenuta donna e conosce ormai tutti i secreti voluttuosi dell’amore.
Anche il suo volto raggiava, e mi parve trasfigurata. I miei sguardi non
fecero che volgersi tra lei e Pietro De Luca, cercando quasi
d’indovinare le vicende intime della lor vita, e meravigliandomi che un
altro uomo avesse potuto aprire a così piena bellezza quella fanciulla
un po’ schiva, che dai grandi suoi occhi, pieni di pensiero e di
trasparente anima, guardava nella vita con un senso di naturale
malinconia.
V’è sempre in fondo al nostro cuore una religione occulta che torna
verso il passato. Quello ch’è stato nostro ha per noi qualcosa
d’indimenticabile, e credo che i sentimenti più vivi non si distruggano
mai del tutto nello spirito nostro, ma s’addormentino in fondo al cuore
nell’attesa d’un lontano risveglio. Poi, da quegli esseri crudeli e
bizzarri che siamo, è sempre irritante il veder consolata, e non da noi,
un’anima che per noi soffriva. L’amore infatti è per sua natura un
sentimento che sempre, o nasca o muoia, o si trasmuti o si perverta, o
segua pure un suo decorrere quieto, abbisogna, per essere tale, d’un
altro sentimento, d’un’altra causa, che l’aiuti a vivere: così la
gelosia, il timore, la lontananza, l’abbandono, la sciagura, la morte.
Esso è come uno specchio, il qual lentamente assorba e consumi
l’immagine che riflette, ma poi d’improvviso la rimandi mille volte più
fulgida. Poichè in tutte le anime l’amore vive di sogno e d’irrealità.
Ora la bella Claudia m’interessava meno; le sue parole artifiziose non
mi davano più alcun turbamento. Uscii dal palco, e, tornato nella mia
poltrona, rimasi lungamente a guardare lassù, in alto, verso quella
donna vestita di nero, che aveva un’orchidea di brillanti tra i capelli
oscuri.
«Vedi, -- mi andava mormorando nelle orecchie un piccolo demone beffardo,
-- vedi, o grullo!... d’amore non si muore. Anche tu non morrai!»
E nel gran palazzo marmoreo vedevo intanto passare il barone De Luca,
tronfio della dote carpita, e lo vedevo, dopo lo spettacolo, con una sua
bella veste da camera, entrar nell’alcova nuziale, quella stessa forse
ch’io rammentavo tappezzata d’una stoffa color d’indaco pallido, con un
baldacchino a larghi drappeggi.
Edoarda mi aveva certo notato e pareva che ostentasse, per offendermi,
una scherzosa fatuità. Al termine dello spettacolo andai nell’atrio per
vederla uscire.
Gli uomini, accendendo le sigarette e rialzando i baveri dei soprabiti,
facevano ala dal termine dello scalone sino alla porta d’uscita. Mi posi
con le spalle contro una colonna ed aspettai. Quando apparve giù dagli
ultimi scalini, e mi vide, sembrò che il suo volto si coprisse d’una
bianca e mal dominata paura. Con lei era Fabio, erano altre persone;
ella volse altrove la faccia, e parlò, parlò... Ma camminando barcollava
un poco. Pietro De Luca, nel passarmi accanto, salutò per primo. In
fondo era naturale ch’egli mi salutasse, ma sarebbe stato altrettanto
naturale che avesse finto di non vedermi.
Il barone, certo, era un uomo di spirito e veramente cortese! Io, quella
sera, mi sentii d’umore pessimo; camminai a casaccio per le strade;
verso le due mi trovai davanti al palazzo Laurenzano; guardai su: buio.
Andai al Circolo e giocai fino al mattino.
M’era venuto un capriccio veemente, insensato; riaver Edoarda,
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