-- Sì. E sorridevo; mi pareva d’intravvedere una felicità. -- Dillo. -- Fino al giorno in cui ti scriverò: «Domani ritorno.» -- Oh... -- ella fece, con un gesto d’incredula rassegnazione. -- Ricordati una cosa, Elena; sarò capace di tutto per tornare a te. Intendi bene: di tutto! -- E v’era nella mia voce una fermezza così certa, ch’ella si volse a guardarmi, poi si ristrinse di nuovo contro la mia spalla, senza rispondere. -- Senti, -- le dissi, -- nel piccolo scrignetto ove tieni le tue gioie, ho lasciato il denaro che avevo. Appena mi sarà possibile te ne manderò altro da Roma. -- Oh, perchè hai fatto questo! -- esclamò ritraendosi. -- Te lo rispedirò sùbito. -- Sarebbe offendermi, Elena; e spero che non lo farai. A Roma troverò sùbito quanto mi occorre; tu invece potresti averne bisogno. Prométtimi... Leggermente mi strinse una mano, e, dopo un silenzio: -- Sei buono con me, -- rispose. -- Dimmi ora una cosa... ora che vado via, -- domandai sottovoce. -- Mi hai voluto bene? bene davvero? Non l’ho compreso mai. Appoggiò i gomiti su le ginocchia e si prese la fronte fra le mani, senza rispondere. Nel sollevarle il volto, sentii ch’era intriso di lacrime. -- Non me lo vuoi dire? -- E tu? -- fece con angoscia; -- e tu? -- Io?... sei stata la sola cosa che abbia mai adorata nel mondo... la sola; e non ti potrò dimenticare finchè vivo. -- Perchè mi lasci allora? -- domandò con una voce sorda, -- quasi violenta. -- Sei tu che hai voluto, Elena. E poi... Rise, rise forte, come se avesse nell’anima una ilarità crudele. -- Ah sì... sono io! sono io! -- esclamò, crollando il capo con veemenza. -- Io sola! E poichè la stazione appariva lontana, tra un chiarore nebbioso di lampioni, ci abbracciammo con tutta la forza delle nostre braccia, con tutto lo spasimo che torceva le nostre anime. Scendemmo; andai a prendere il biglietto, a spedire il bagaglio; e le mani ad ogni gesto mi tremavano come se una crescente febbre consumasse le mie vene. Mancava una ventina di minuti alla partenza; nella sala d’aspetto c’era un angolo semibuio; vi andammo a sedere. Mi ricordo che un vecchio viaggiatore, con uno scialle indosso, camminava avanti, indietro, ed i suoi passi facevano un rumore pesante nel silenzio della sala. C’era una monaca, dalla faccia pura e delicata fra i suoi lini bianchi, la quale sedeva immobile sul divano di velluto, poco lontano da noi. S’era spenta una lampadina elettrica ed un uomo, in camiciotto di tela, salito sopra una tavola, stava cambiandola. Tutti, sonnacchiosi, guardavano al suo lavoro. -- Oh, se tu potessi partire con me! -- le dissi piano, all’orecchio. Non piangeva; era muta, ferma, assiderata quasi da una specie d’insensibilità. Aveva sollevato il velo a mezzo il volto, e questo velo nero le s’increspava come il pizzo d’una maschera sopra la bocca smorta. Ogni tanto rideva, di un riso atono, ed una contrazione interiore le metteva un sussulto alla sommità del petto. Mi sentivo a poco a poco vincere da una specie di oblìo, ch’era come la distruzione del dolore, la sofferenza infinita, che non soffre più. L’avevo amata immensamente, golosamente, dando a lei sola tutte le passioni ch’erano rimaste aride nel mio passante cuore, a lei sola tutto il profumo che mi aveva profuso nell’anima questo ritorno della primavera, e lo sapevo in quell’ora ultima, senza rimedio e senza pace. Volevo dirle infinite cose: non c’era più tempo, non c’erano più parole. Volevo cadere a ginocchi davanti a lei, o prenderla con violenza fra le mie braccia, o gridare, o farmi e farle del male; ma non sapevo in che modo vincere la fatica dell’interiore mio silenzio, la paura che mi colmava le vene con un senso di fragorosa vacuità, mentre i miei occhi la fissavano senza mai abbandonarla, quasi per imprimere l’ultima bellezza del suo volto nella profonda ombra del mio dolore che partiva. Un impiegato s’affacciò alla porta e cantilenando si mise a ripetere gli arrivi, le partenze dei treni. Ci levammo; nell’angolo semibuio, sotto il velo umido, la baciai col mio dolore come non l’avevo ancor mai baciata. Sentii che il peso leggero del suo corpo si abbandonava nelle mie braccia, simile ad una cosa morta, e la sua bocca, e le sue mani, ed anche il suo respiro, tutto era freddo in lei, come se non avesse più sangue. -- Anima... anima mia... -- le volli dire, o le dissi. Ella si levò dalla cintura, di sotto il mantello, un mazzo di viole fresche. -- Tieni, -- balbettò; -- non posso darti altro: le ho prese per te. Baciai la sua bocca, le viole insieme; ravvolsi quel mazzo nella carta velina che ne fasciava gli steli, e ci avviammo. -- Ritornerò, ritornerò... -- mormoravo camminandole accanto. -- Aspéttami, Elena... tornerò súbito. Ed il rumore de’ miei passi dolorosamente si ripercoteva nel mio cervello sperduto. Ci fermammo a piè del treno, davanti ad uno scompartimento aperto, nel quale gettai tutto quanto portavo con me. Un uomo venne, mi domandò il biglietto, lo diedi. E restammo vicini, con gli occhi fissi negli occhi, pieni di stupore, in silenzio. Gente passò, impiegati gridarono; per tutta la lunghezza del treno si udiva uno sbattere di sportelli. Quando giunsero al mio, la strinsi fra le braccia ancora, fin ch’ebbi fiato, poi salii nel treno, chiusero, e m’affacciai. Si era fermata un passo lontano, rigida come una statua, con le mani congiunte sul grembo, un piede appena discosto dall’altro, un ginocchio che le formava un piccolo rilievo su la gonna scura. Intesi un crepitar di ruote, il treno si mosse con fatica, e mi parve che la vedessi lontanare, già piccola, già perduta. -- Addio... addio... -- le gridai, sporgendo il braccio. Ella camminò come per seguirmi, e tese la mano senza giungere alla mia. -- Senti... -- balbettò, -- volevo dirti una cosa... Io... Ma non disse nulla; di colpo si fermò con una specie d’urto, e rimase lì a guardarmi, del tutto immobile, su l’orlo del marciapiede. -- Dimmi, dimmi?... -- le gridai, mentre partivo. E súbito lo spazio fra di noi divenne vasto, lontano, buio. Ebbi un senso quasi di vertigine, che mi costrinse a ghermire le tende. -- Addio!... addio!... -- gridava il cuore disperatamente, -- amore... anima... vita mia!... Divenne piccola, incerta, come una cosa che va nella tenebra e nella tenebra s’occulta... la notte si fece profonda, non la vidi più. I Il treno che mi portò verso Roma, quasi mi diede l’impressione di farmi percorrere una terra sconosciuta. Trasognato guardavo. E le strade bianche dall’Appennino selvoso mi parevano strade ignote, ignote le città biancheggianti tra i primi chiarori dell’alba, e la malsana Maremma e le fuggenti, popolose di bufali, praterie della Campagna. Nell’aurora, mentre la primavera laziale metteva sopra tutte le cose un colore indefinibile di eternità, lontana e raggiante Roma mi apparve, Roma dalle cento basiliche, simile a una grande isola, tutta bianca di palazzi, che stupendamente apparisse fuor da un oceano di vapori. Quando vi giunsi, eran le undici del mattino; l’aria limpida balenava nella Fontana di Termini. Oh, viaggio indimenticabile, dovess’io vivere mill’anni! Scesi. I miei passi erano grevi come se nelle vene mi pesasse l’inerzia d’una estenuante fatica; dentro il cervello stordito continuava il rombar del treno come un’eco dolorosa. Una stupefazione grande attutiva in me l’acutezza della mia pena e fui come lo straniero che dopo anni di pellegrinaggio, faccia ritorno alla sua casa natale, ma più s’inoltri e più tema, davanti al pensiero di trovarla deserta. Mi sorprese il linguaggio che la gente parlava, mi sorpresero i lor gesti e l’aspetto delle contrade note. Ritornavo, ma non ero più che l’ombra di me stesso: anzi un estraneo solamente, un triste caduto; ritornavo con l’anima inerte, fasciata in un immenso dolore. Nella città ch’era stata mia, or m’attendevano sguardi curiosi e cuori chiusi, nella città stessa ove il mio fasto mi aveva data una effimera gloria e la mia vita era stata un esempio per molti. Non avevo avvertito alcuno del mio giungere, neanche Fabio perchè un poco di solitudine mi sarebbe stata necessaria in quel primo ritorno. A Ludovico, il mio domestico, non avevo potuto scrivere, ignorando se avesse preso in quel frattempo un altro servizio; e così dovetti scendere all’albergo. Le vetture da forestieri attendevano allineate; mentre ne scorrevo le insegne, un conduttore mi si avvicinò, salutandomi garbatamente: -- Ben tornato, signor conte. Mancava già da un pezzo! Sul berretto, a cifre d’oro, portava il nome dell’albergo nel quale aveva dimorato Elena durante il suo soggiorno a Roma. -- Oh, siete voi? -- feci con una commozione subitanea. E mi parve di ritrovare un amico. -- La signora non è tornata con lei? -- mi domandò egli con premura. -- No, per ora no. Prendete la mia borsa e chiamatemi una vettura. Le strade formicolavano di gente chiassosa, inoperosa. Guardavo intorno con una curiosità stanca, rievocando memorie lontane, pensando alle partenze ed ai ritorni che si fanno nella vita, pensando all’amore che si dimentica per via, alla ricchezza che passa, all’invidia che segue da presso quando si domina, ed allo scherno che assale da ogni parte allorchè si precipita... Oh, commedie della vita... decadenza, imbecillità! Giunto all’albergo scrissi tosto un biglietto al portinaio di casa mia, perchè facesse ricerche di Ludovico e, se fosse ancor libero, lo mandasse da me. Lo pregavo insieme di farmi avere sollecitamente ogni lettera, man mano giungesse. Indi salii nella mia camera e mi coricai. Un sonno pesante, uno di que’ sonni esausti che seguono da presso le grandi sciagure, mi dette per qualche ora l’oblio. Pranzai all’albergo; la sera volli uscire in cerca del Capuano, ma il mio cuore talmente si strinse non appena fui nella strada, che tornai sùbito indietro, mi chiusi nella camera e scrissi ad Elena. Rivedevo lei, nella nostra casa, nel suo letto insonne, al buio, che volgeva gli occhi asciutti verso l’uscio della mia camera vuota. E immaginavo di entrare piano piano, di sedermi su la sponda del suo letto, e prenderla fra le braccia per non lasciarla mai più. Adesso mi ricordavo e bene sapevo intendere tutto quanto mi era sembrato incomprensibile nell’anima sua. Era una creatura dolce, paurosa di amare, nascosta dietro un’apparenza d’insensibilità. La vita le aveva insegnato a celarsi, ma il suo cuore fioriva come una pianta odorosa, che sveli con la sua fragranza il nascondiglio. Nell’amore la sua gran dolcezza era il silenzio. C’erano in lei due diverse anime, che a volta a volta la facevano apparire buona e crudele, sincera e mendace, amorosa e fredda, forte e lieve. La sua bellezza non era tutta in lei, ma le viveva intorno come una immateriale presenza; e le cose che le appartenevano, i luoghi per dov’era passata, i pensieri che faceva nascere, le parole che aveva dette, rimanevano belle. Nella mia vita randagia, fra i sentimenti e le cose, avevo trovato infine un essere d’elezione, ma senza imparare a conoscerlo se non nell’ora dell’abbandono. Perenne tormento, perenne inutilità del mio cuore! Mi sentii malato; una voglia sterile di baci tormentò le mie labbra desiderose; e nell’età virile, quando già si comincia ad inaridire, sentii che la vita in me tornava, che tornava l’amore, come una chiara fontana dissuggellatasi all’improvviso. Ero vissuto sprecando i giorni migliori, d’ogni cosa trastullandomi con una virtuosità senza pari; m’ero sentito forte come pochi, giovine come pochi e temerario contro la sorte; non avevo creduto possibile che un amore, una donna, fermassero a mezzo il cammino questa inebbriante mia fuga. Di fatti ancora ne dubitavo. C’era nel più profondo dell’essere mio, come ai confini d’un lago burrascoso, un tratto di palude morta, ove tutte le ondate più alte andavano a finire senza urto, senza rumore, imputridendo fra melmosi canneti. Là dentro affogava continuamente quella parte di me stesso che pur sentiva il coraggio di vivere nella bufera; là dentro c’erano i dubbi, la perplessità, l’indifferenza, e quel senso dell’inutile universale, dell’ateismo infinito, che su tutto gravava come un cielo basso e plumbeo. Maremma dell’anima, questa parte di me stesso aveva continuamente soffocato la mia volontà, sopraffatto in me i sogni, le speranze, i sentimenti, e mi pareva incredibile che l’amore d’una donna sapesse infine vincere questo mio cuore in cui tutto inaridiva. Mi rammentai la frase che avevo scritta nel libro d’ore della dama romana: «Passare, passare, passare... ineffabile vita!» E risi amaramente perchè quei tempi eran lontani, l’anima mia profondamente mutata. Il giorno dopo, mentre stavo ancora vestendomi, venne Ludovico, ed aveva gli occhi umidi nel rivedermi. Strinsi con affetto la sua mano sincera, gli domandai notizie della sua vita; egli mi raccontò ch’era in servizio presso una famiglia borghese di via Nazionale, mercanti arricchiti, buona gente, un po’ goffa, un po’ taccagna. Mentre, in forza di un’abitudine antica, s’era messo tranquillamente a rassettare i miei abiti, mi diceva ch’egli sarebbe tornato a servirmi con gioia se il mio ritorno a Roma era definitivo. -- Ma come faresti con i tuoi nuovi padroni? -- Oh, signor conte, ho sempre detto loro che quando lei tornasse... Tutt’al più ci vorranno gli otto giorni. Senza sapere se sarei rimasto a Roma o no, per l’affetto che mi legava a quel buon domestico e per avere accanto un uomo il quale mi rammentasse i bei giorni passati, gli risposi ch’ero lieto assai di riprenderlo e che, appena libero, andasse a riaprir la casa. -- Troverò modo di farlo súbito, signor conte! -- esclamò l’uomo, e pareva non tenere in sè dall’allegrezza. -- A proposito, Ludovico, sei stato a casa prima di venire qui? -- Sì, signore, vi sono stato; perchè non sapevo immaginare cosa volesse da me il portinaio. -- E v’erano lettere? -- Oh... dimenticavo! Lettere no: un telegramma. -- Dammelo dunque! -- lo esortai con impazienza. Egli si cercò nelle tasche, in fretta, e mi porse la busta. -- Anzi, -- mi disse mentre l’aprivo -- c’era una sovratassa che ha pagata il portinaio. -- Come dici? Ah sì va bene... -- esclamai deluso. -- È un telegramma respintomi da Parigi. Indugiai nel leggerlo; avevo sperato che fosse di Elena ed il cuore mi batteva; invece portava la firma del Capuano. Ma, scorse le prime parole, trasalii. Diceva: «Edoarda Laurenzano fidanzatasi ierlaltro De Luca. Nozze fra un mese. Capuano» E rimasi lì, come inebetito, a rileggere quelle parole, mentre mi pareva che tutto girasse vertiginosamente. Ludovico mi guardava perplesso, volendo forse domandarmi qualcosa e non osando. Presi una sigaretta; egli m’accese lo zolfanello. -- Su, cercami le bretelle! -- gli dissi, tornando a leggere il telegramma per la terza volta. -- Ha ricevuta forse una cattiva notizia? -- profferì timidamente. -- No... affatto, affatto! Un telegramma da Roma ch’è arrivato laggiù dopo la mia partenza, -- gli risposi alzando le spalle. -- Allora, se permette, io dovrei andare, per preparar tavola... -- Bene, Ludovico, va pure. Qua: dammi la mano, mio vecchio Ludovico. Ti ricordi? È un pezzo che ci conosciamo.... Egli mi toccò la mano, senza stringere, come fanno per rispetto i domestici, quando ci voglion bene. Non appena egli fu dietro l’uscio, mi prese un movimento d’ira, feci una pallottola del telegramma e la scagliai lontano. Mi parve d’essere come un uomo serrato fra i muri d’un corridoio tenebroso, che avesse da capo e da fondo le due porte murate. Avevo per nulla infranta la mia felicità, ed ora, dovunque mi volgessi, non vedevo che l’irreparabile, il vuoto. Ma il silenzio di Elena mi pesava su l’anima più dell’altra sciagura, poichè in fondo v’era nel destino, al quale avevo creduto sempre, una specie d’indizio che pareva ricondurmi verso lei. Questo pensiero mi dette animo, e cullandomi nella speranza, mi sentii quasi giocondo. Rapidamente finii di vestirmi ed uscii per recarmi dal Capuano. Egli non era uomo d’abitudini mattiniere; aveva preso il bagno da poco e mi ricevette in accappatoio, con una faccia strabiliata. -- Toh!... sei qui? E senza farmi saper nulla? Ma quando sei arrivato? -- Iermattina, -- gli risposi abbracciandolo. -- Ma ero così affranto, così esausto, che non ho voluto veder nessuno. E poi... e poi... ti racconterò! -- Hai avuto il mio telegramma? -- Un’ora fa; me l’hanno rispedito. -- E cosa ne dici? -- egli domandò, strofinandosi la testa umida. -- Cosa ne dico? Bah... nulla! Felici loro! -- Tanto meglio dunque! -- egli fece, nervosamente. -- Di’ Fabio... era un pezzo che non ci vedevamo! Stai benissimo tu. -- Devi certo aver le traveggole, mio caro! Se mi fosse caduto un trave addosso, non potrei star peggio! -- egli esclamò con umor bisbetico. -- Questo matrimonio, se debbo dirti la verità, non riesco a farmelo digerire! -- Ma perchè te ne impensierisci tanto? Che mai te ne importa? -- Guarda, guarda... mi fa lo gnorri adesso! Perdonami, sai, se ti ricevo male, ma stamattina riceverei male anche la Divina Provvidenza. Sei giù di cera, veh!... non mi piaci affatto. -- Eh, Fabio mio, non avevo di che stare allegro in questi ultimi tempi! Se tu sapessi! Ma prima ti voglio ringraziare... -- Di che? -- Del denaro che mi hai mandato; sei sempre buono, troppo buono con me. -- Ma io non c’entro. -- Sì che c’entri, via, lo so bene. Non te l’ho scritto, perchè me ne vergognavo, ma fra noi... grazie insomma! -- Eh, lasciamo andare... Che mai? una sciocchezza! Dimmi piuttosto: cosa pensi fare? -- A proposito di che? -- Di Edoarda, per bacco! Sebbene ormai... -- Ormai è tardi, -- mi lasciai sfuggire. E tosto riprendendomi, soggiunsi: -- Del resto non ci pensavo nemmeno. Che sia felice! È tutto quello che io le auguro! -- L’ultime tue lettere mi avevano indotto a pensare ben altrimenti, -- egli mi disse, mentre con somma pigrizia egli terminava di vestirsi. -- Già... ma allora non erano accadute molte cose... Poi, che serve? Neppure volendo, non sarebbe stato possibile. Dunque meglio così. -- E, dopo una pausa: -- È a Roma, naturalmente... -- No, a Taormina da circa un mese. Son là tutti e due; si sono fidanzati laggiù. -- Ah?... bene. Egli, che stava infilandosi i calzoni, vi stese dentro una gamba con tanta forza, che per poco non vi fece uno strappo. -- Ma sai che questo è un fatto mostruoso! -- esclamò con ira. -- Perchè mostruoso? -- Ti par credibile ch’Edoarda sposi un De Luca? -- Perchè no? Se le piace? -- Macchè piacerle! Non è possibile, ti dico. Io la conosco; la conosci bene anche tu. -- Cionondimeno lo sposa, dunque i ragionamenti cadono. -- Sì, lo sposa, lo sposa, ed io comprendo bene il perchè. Un’alzata d’ingegno tutta sua! Sposa quello, perchè si è persuasa di doverne sposar uno. Lo ha trovato lì, pronto, e se lo è preso. -- Tu esageri! Pietro De Luca può benissimo piacere. -- Sì, ad una donna vissuta, capricciosa, viziosa... lo ammetto. A Edoarda no. Oppure io mi son fatto un cretino compiuto e il mondo gira in senso inverso. Quella ragazza, vedi, è di un’onestà esagerata, ed io comprendo benissimo perchè ha fatto questo. Sapendo che si era molto parlato di lei, e che un uomo diverso dal De Luca forse avrebbe sempre veduta qualche ombra intorno alla sua persona... sapendo insieme ch’ella stessa non avrebbe mai potuto scordare del tutto, ha scelto lui, per il quale, ti assicuro, tu non esisti, non sei esistito mai! -- Ma no, Fabio; sei fuori di strada. Edoarda poteva sposare chiunque le fosse piaciuto. -- Non discuto su questo. Ogni altra donna penserebbe come tu dici, tranne lei. Benedetta figliuola! Se mi avesse voluto ascoltare! -- Cioè? -- Oh!... inutile parlarne. Una volta, alla Cascina Bianca -- e questo non te l’ho scritto -- una volta le dissi: «Pazienza, Edoarda, pazienza!... ritornerà; siate certa che ritornerà...» Era la prima volta che osavo parlarle così, e vidi sùbito che si rabbuiava. M’impose di tacere con un cenno, e mi rispose: «Di questo, vi prego, non una parola, mai più.» Naturalmente, mio caro!... Sapeva che vivevi a Parigi con l’altra, e le donne, anche le migliori, sono sempre donne. Però, se mi avesse dato retta!... Non avevo dunque ragione, io? -- Scusa: ragione in che senso? -- Toh! Non eri tornato per lei, forse? -- Io? Mai più! Sono venuto semplicemente perchè mi scade l’ipoteca fatta con i Rossengo di Terracina. -- Ah!... per l’ipoteca?... -- egli brontolò fra i denti, fissandomi con ironia. -- Questa volta dunque sarà difficile rinnovarla, quella tua famosa ipoteca! Non ti sembra? II Rimasi lunghi giorni senza una parola di Elena, poi venne questa sua lettera breve: «Ho promesso di scriverti, Germano, e lo faccio per una sola volta, non volendo lasciare senza risposta le lettere che mi mandi ogni giorno. Ma sarà l’ultima. Ho troppo sofferto per poterti scrivere. Del mio dolore non guarirò mai. Questa certezza deve bastarti, se veramente mi vuoi bene. Sentirai parlare di me -- io di te; ma dovremo rimaner estranei, e tu non far nulla per avvicinarmi ancora. Te lo chiedo come una preghiera ultima, e sia per te un dovere l’esaudirla. Un giorno forse -- quando ti saprò felice -- ti dirò ancora una cosa, quella che stava per sfuggirmi, al treno, mentre partivi. Ma tu non la domandare. Avevi nelle mani la mia felicità e l’hai lasciata cadere; io non possedevo la tua, perchè altrimenti l’avrei custodita, invece di rinunziare a te. So una cosa: il tuo cuore non amerà mai -- il mio mai più. Fra qualche giorno cambierò casa... È tutto. Addio. -Elena-» Vi son giorni della vita in cui pare che un naufragio immenso accada intorno a noi; pare che si spenga il sole anche su le memorie più lontane, anche nell’anima, e per sempre. Viene una voglia neghittosa di chiudere gli occhi e dormire il sonno dell’oblìo, perchè tutte dispiacciono tediano e spaventano le cose che rifulgevano come fiamme all’ápice dei nostri desiderii. Come una morte nella vita, queste agonie della speranza lasciano in chi le soffre un segno duraturo. Tale mi ritrovai, leggendo la lettera di Elena; e, sotto la tempesta che passava, mi sentii cadere come un uomo esausto, condannato a non levarsi più. Ero disertato, espulso, vinto; la temerità cessava, l’ascensione aveva una vertiginosa caduta. Ero giunto a quell’ora, tristissima fra tutte, in cui l’uomo comprende come la sua piccola superbia non basti a vivere, come tutto sia precario ciò che non viene dal cuore. Imparavo a conoscere la solitudine, la vergogna, la paura, compagne desolanti, e andavo, incredulo ancora della mia sorte, verso una specie di esilio definitivo. Ebbi la voglia di risollevarmi e non l’energia per lottare; volsi nella mente le idee più pazze; volli tornare da Elena, inginocchiarmi, supplicarla di riprendere la nostra vita, e mi sentivo capace d’ogni sacrifizio pur di non perdere questo amore. Le scrissi, non rispose; quando fui sul punto di partire, compresi che sarebbe stata una inutile follìa, e per non parere vile, chiuso nella fierezza rimastami, cercai che il mio cuore la dimenticasse. Ma ella veniva la notte, d’improvviso, a dormire fra le mie braccia, e con triste furore le prodigavo i baci che struggono come attimi di morte. Furtiva, era dietro i miei passi, ed in ogni cosa ritrovavo una lontana memoria di lei. La sua voce mi saliva nell’anima come una distante musica; a volte mi pareva di attingere la mia vita nel suo caldo respiro, a volte mi pareva che si aprisse una porta e la vedessi d’improvviso entrare, più bella, più sorridente che mai. La portavo in me come un male inguaribile, come una gioia senza nome; tutta la luce del mio mondo interiore s’irradiava intensa dalla sua grande bellezza. Ludovico mi preparò la casa e v’andai ad abitare. Mi parve una prigione, l’odiai. Vivevo due vite diverse: una, fra le mie piccole miserie, l’altra, seguendo i passi dell’amante lontana. Non avevo denaro; per sopperire alle prime necessità dovetti vendere ad un orefice un antico gioiello di famiglia, che mia madre aveva gelosamente custodito. L’amministratore non sapeva più a che santo votarsi per pagare almeno gli interessi a quelli che vantavano crediti antichi; stava trattando una vendita e mi diceva di pazientare. Soffrivo d’insonnia, mi alzavo prestissimo e facevo lunghe passeggiate, solo, triste, per i colli di Roma. L’aria satura di fragranze mi dava talvolta una specie di vertigine; sentivo in tutte le membra una stanchezza mortale; dovevo sedermi, chiudere gli occhi, fortemente respirare. Evitavo le strade frequentate, i ritrovi d’amici; gli sguardi altrui mi ferivano come scherni muti. Fabio veniva da me la sera e Ludovico ci allestiva il pranzo. Povero Fabio! Quanta bontà fraterna era nelle sue parole! M’ero confidato con lui; quell’anima dolce sapeva comprendere tutti i dolori. Mi guardava lungamente, fra le nuvole di fumo delle nostre innumerevoli sigarette, poi diceva: -- Non mi piaci! non mi piaci, Guelfo! Ti devi distrarre, se no finirai con ammalarti. Io ridevo, e cominciavo a parlargli di Elena, sempre di Elena, e della mia felicità spezzata. In sèguito egli mi venne a prendere, mi condusse a pranzar fuori di casa, m’accompagnò al Circolo, dove ritrovai gli amici d’una volta che facevano le stesse cose, ripetevano le stesse celie di due anni addietro. Godevo credito; giocai, vinsi, riperdetti. Nessuno mi domandò di Elena, come per un’intesa pattuita; solamente Camillo Ainardi una sera, giocando, mi disse: -- Andrò a Parigi verso la fine della settimana. Non hai commissioni a darmi... per il teatro dell’Athénée? Risposi di no seccamente; gli altri mi guardarono sorridendo, e il discorso mutò. Il marchese della Pergola mi conduceva ogni giorno a fare lunghe gite in automobile, raccontandomi con la sua voce un po’ infantile tutto quello ch’era accaduto in Roma durante la mia assenza. Si tornava sul far del crepuscolo, ed allora cominciava con prendermi ogni sera un mal di capo così violento e assiduo che, rincasando, bisognava mi coricassi; nessun rimedio valeva per togliermi quel martellare. Durava sin verso la mezzanotte, poi mi addormentavo d’un sonno angoscioso, interrotto. Quando fu prossimo il ritorno di Edoarda e il tempo delle sue nozze, lasciai Roma per recarmi a Torre Guelfa e stipulare la vendita delle terre di Monte San Biagio, vendita che l’amministratore aveva intavolata con l’ambizioso e rapace Rossengo. Oh, di quella casa non dimenticata, come da lontano risplendevano le finestre quando vi giunsi ad un calar del sole, sul barroccio di Lazzaro, che m’accompagnava! E, nel cuore popolato di memorie, che intraducibile sofferenza muta! Fiorivano tutte le siepi e dalle campagne lontanamente invase da un tenue color di viola, primo vapore della notte, venivano su le fragranze vegetali delle praterie nuove, miste con l’odorar forte dei giacinti selvatici, dei bianchi narcisi, che a migliaia constellavano le riviere. C’era già qualche rosso di papaveri tra le spighe recenti, ed eran vivaci come le creste dei galli, che traversando l’aia dei cascinali s’andavano maestosamente ad appollaiare. Guardavo, ai due fianchi della strada maestra, la terra che non sarebbe stata più mia; guardavo in alto, verso il castello sovrastante, le finestre delle stanze nelle quali era passato l’amore, passato per non più tornare, sotto il cielo di un’altra primavera, come certi voli di rondini che passano una volta sola e paiono destinati a non fermarsi mai. Lazzaro mi raccontava; mi raccontava delle mietiture e dei raccolti, della torre a cui durante l’inverno s’era fatta una gran fessura nella muraglia, ed erano l’edere che la stringevan troppo od i serpenti che vi strisciavano su; de’ suoi figli ch’eran tutti sani e robusti ed il maggiore stavasi per fidanzare, della sua donna che aveva l’altr’anno avuta una sesta doglia, ma infruttuosa, e delle viti che toccavano terra, l’autunno scorso, con i lor tralci ricurvi, sicchè bisognava poggiarli ad altri alberi più forti, -- e delle processioni, e delle sagre, e della cavalla saura che s’era spezzata una giuntura, cadendo con il barroccio in un fossato, a gran rischio di uccidere il ragazzotto che la guidava, una sera buia, nel Dicembre. Di questo non erasi potuto consolare. La bella saura stelleggiata in fronte, che andava come se la portasse il vento, tutta scatti e volate, vibrante come un arco teso, fra criniera e coda. Così Lazzaro mi raccontava, ed io, mollemente appoggiato alla spalliera del barroccio, lo ascoltavo tra l’amarezza di altri pensieri, volendogli bene, perchè tutte queste cose appartenevano al tempo di Elena, erano state sue e mie, medesimamente. Su quel barroccio, dov’io sedevo, s’era seduta ella pure, in un pomeriggio di sole, volando tra i filari di pioppi che s’inseguivano in una fuga opposta, come sbarre di un immenso cancello... Apparve il giardino, il viale a pergolato, la spalliera di rose, la facciata immensa della casa, cui avevano posto, davanti alla scalinata, un gruppo di limóni in grandi vasi di argilla rossa; ed apparve l’atrio d’ingresso, non illuminato ancora, ma dove uno specchio, nel fondo, acceso in pieno dalla luce crepuscolare, pareva una finestra aperta sopra una limpida immensità. La figlia di Lazzaro aveva messa nei vasi una profusione di fiori ed aveva preparato il gran letto nuziale nella camera dove mi sembrava ch’Elena camminasse ancora, facendo sul pavimento con le sue pianelle un rumore frettoloso e lieve. Mi sentivo da tutte le cose circostanti piovere nell’anima una morte lenta, ed avrei voluto, in quel letto profondo, su quei cuscini che per me sapevano de’ suoi capelli, addormentarmi nel sonno dal quale più non ci si desta, come colui che sia giunto alla meta ultima del suo pellegrinaggio. Per venti giorni trascinai nella mia casa una orribile vita. Scrivevo ad Elena lunghe lettere che poi non le spedivo; mi facevo mandar da Roma i giornali parigini che ritenevo potessero parlare di lei, ma senza trovarvi alcun cenno; scrissi ad Elia d’Hermòs, pensando di poter per suo mezzo ricevere notizie precise; ma egli doveva essere in viaggio ancora, perchè non rispose. Una volta colsi nel giardino i fiori più belli, ne feci una cassetta io stesso e li mandai all’indirizzo del suo teatro; ma questa e l’altre cose rimasero senza risposta. Intanto un malessere sempre più frequente mi serpeggiava per l’ossa; un breve cammino od una piccola fatica bastavano ad esaurire le mie forze; gli occhi, sotto le palpebre, mi bruciavano; le vene dei polsi, delle tempie, mi battevano come nel rezzo della febbre; non potevo quasi toccar cibo, nè leggere, nè pensare seguitamente; avevo nelle orecchie un rumor sordo, simile a quella sonorità che ronza nelle conchiglie marine, ed esso mi si ripercoteva tormentoso nel cervello; mi sentivo assalire da spaventi subitanei, da traffitture per tutte le membra, e l’unghie agli orli mi si sfogliavano come le squame dei pesci. In quei giorni vendetti la tenuta di Monte San Biagio a Michele Rossengo, il quale si trattenne il prezzo dell’ipoteca ed in più mi diede una piccola somma di denaro. Così dell’antico dominio non rimaneva che la tenuta di Torre Guelfa, la rocca madre, onerata essa pure in parte, ma per una scadenza più lontana. Il ventesimo giorno dopo l’arrivo a Torre Guelfa, mentre desinavo, uno svenimento mi colse. La figlia di Lazzaro, impaurita, corse a chiamare il padre ed altri familiari. Mi portarono a letto e vi giacqui per cinquanta giorni, arso da una febbre tenace, invincibile, che ogni tanto sostava, per riprendere di lì a breve con maggiore accanimento. Il medico di Terracina pareva molto irresoluto nel far la sua diagnosi; parlava di sintomi delle febbri malariche o palustri, poi se ne mostrava dubitoso: fece il nome di malattie nervose complicate e strane, ma per quanto si cavillasse la mente, nulla poteva contro il mio male. Venne un professore da Roma e disse con maggior pompa le medesime cose incerte; mi trovò esaurito di spirito e di corpo, in uno stato lamentevole di eccitabilità, mi domandò anche se avessi avuto un dolore od una preoccupazione intensa... Disse che, appena combattuta la febbre, avrei dovuto da me stesso rimediare al resto, vincendo la mia svogliatezza, distraendomi, cacciando le idee nere. In quel tempo desiderai di morire; lo desiderai con la medesima voluttà profonda che avevo messa nell’amare la vita; provavo l’impressione di un annegamento continuo; la forza degli altri e delle cose avverse mi pareva crescere a dismisura, la mia, farsi piccola ed inane. Mi esecravo; non avevo alcuna fede, alcuna speranza in me. E su tutto navigava quel profumo di amor perduto, come, da una lontananza chimerica, il sogno di giovinezza che può sorridere ai morenti. Questa era la sola cosa che sapesse darmi ancora un fremito e potesse infondere nel mio tormento una soave malinconia. Intorno, la terra e il cielo intiepidivano di primavera; dalle campagne udivo cantare; i venti della sera mi portavano tutte le saturazioni della giornata feconda. Sognavo, come nell’estasi d’un sogno remoto, la mia donna e le parole che avevo udite da lei. Venne a curarmi Ludovico, e Fabio venne pure; mi assistette per circa un mese, fu amorevole, intuì meglio di chiunque altro l’origine del mio male. A lui, nel delirio della febbre, raccontavo le cose più pazze, pregandolo che andasse via, che mi lasciasse morir solo; e l’amico dolce come un fratello sapeva trovar le parole atte a rendermi un poco di serenità. Ma era mutato anch’egli: quel matrimonio d’Edoarda aveva interamente scomposto l’ordine della sua vita. Ora si faceva bisbetico, sarcastico, talora taciturno. O cuore incomprensibile dell’uomo, chi mai ti potrà conoscere? Lentamente guarii. Appena vinta la febbre, mi trassero fuori dalle coltri, mi sedettero all’aperto, tra i fiori, tra il verde. Cominciò gradatamente una giovinezza nuova, con le forze che rinvigorivano, con l’anima che si dilatava nella serenità circostante. Fabio era partito; avevo come soli compagni il medico di Terracina, Ludovico, Lazzaro, i suoi figli ed i villici della fattoria, gente onestamente rude che insegna l’amore della vita sana. Lunga e voluttuosa fu la convalescenza; tutte le cose più semplici, che la nostra sensibilità esperta non percepisce più, mi ferivano in quel rinascere; tutte le gioie tornavano, stillando come favi di miele nel sangue avido, ad una ad una. Colei che avevo amata, che amavo, era nell’intimo del mio cuore come un gioiello ben custodito, e provavo la voluttà di avere sofferto, io, che nella vita ero passato aridamente, senza vere passioni. Mi pareva d’essermi redento con questo amore doloroso. In tutte le immagini belle, che davan musica e luce alla mia vita nova, ella passava come una trasfigurazione, lasciando cadere intorno a sè fiori di rimembranza e di speranza, parole udite, sorrisi. Quando mi fui del tutto rimesso in forze, partii. Batteva l’estate piena, con accecanti sfarzi di sole e pleniluni chiari come albe, al cantar delle fontane. Andai direttamente a Parigi; volevo ritrovar Elena, parlarle od almeno vederla. Ma non v’era. Mi dissero al suo teatro ch’era partita circa un mese prima e non sapevano per dove. Sarebbe tornata l’autunno. La mia gioia si smorzò come per incanto, mi sentii più solo, quasi che la lontananza fra noi fosse immensamente cresciuta. Andai a riveder la nostra casa e riconobbi dalle finestre i segni d’altri abitatori. Di questo amore, ch’era pur stato così grande, non rimaneva più nessuna visibile traccia; le cose, la distanza, il tempo, scorrevano sovr’esso con una indifferenza crudele. Volli ritrovar Elia, ma era partito egli pure, cosicchè, per non lasciarmi vincere dallo sconforto, cercai la gente, il rumore, la musica, i ritrovi lieti, le donne gaie, le spiagge popolate. Fui ad Ostenda per oltre un mese, indi visitai Trouville, Boulogne sur Mer, Vichy, Aix; avevo un poco di denaro con me, giocavo temerariamente, vincevo. Verso il principio del Settembre scrissi a Parigi per sapere se fosse tornata; mi fu risposto che non avevano alcuna sua notizia. M’incontrai allora con alcuni amici che andavano a Montecarlo e questi mi decisero a seguirli. Che dolce autunno, giù per le colline inclinevoli, per i promontori selvosi, davanti a quel mare pigro, che oscilla, mentre le vele dei navigli erratici se ne vanno via, gonfie di vento, sfarzose di luce, leggere come petali di rose cadute sopra una fontana. Oh, averla meco, sotto la curva di quel cielo troppo azzurro, e camminar tra i palmizi onusti di grappoli quasi biondi, sotto i boschi d’ulivi che scoloriscono quando passa il vento, e guardar dai cancelli, sovra i muricciuoli dei poderi, nel folto degli aranceti, pendere i bei frutti d’oro! V’era poca gente ancora; gli alberghi, aprendosi ad uno ad uno, cominciavano a lustrar gli specchi per la stagione prossima, i giardinieri a rifar l’aiole, i verniciatori a rinfrescar le insegne. Quegli amici che mi avevano condotto, ripartirono, stanchi della mala sorte; io, per pigrizia, rimasi. Cominciai con perdere, lentamente, ogni giorno. Ma una sera che tornavo da una gita in automobile, verso l’ora del pranzo, entrai svogliatamente nelle sale da giuoco, non sapendo che fare. Le tavole quasi eran deserte; ancora faceva caldo; gli impiegati sonnacchiosi, oppressi dal tedio, sbadigliavan o mormoravano tra loro. Una signorina bionda e anemica, la quale soleva spesso darmi consigli, mi disse, venendomi vicino e facendo sonare la sua borsetta piena d’oro: -- È la giornata del 26: giocatelo! In quel momento, ad una «roulette» poco discosta, capitò che annunziassero proprio il numero 26. -- Vedete? -- ella fece ridendo, e uscì. Avevo poco denaro in tasca; m’accostai ad un’altra tavola, presi un gruzzolo d’oro e lo misi al 26. Uscì proprio questo numero, ed io lasciai tutto il guadagno su le varie combinazioni del 26. Ripeterono lo stesso numero, ed in capo d’un’ora, facendo lo stesso gioco su varie tavole, ero giunto a vincere oltre cinquantamila lire. La signorina bionda e anemica bevve quella sera molto Sciampagna, disse molte corbellerie e volle che l’accompagnassi a casa -- per slacciarle il busto. Da quella sera in poi non feci che vincere ogni giorno, senza interruzione, con una facilità che stupiva me stesso. Dopo varie settimane mi trovai possessore di una somma notevole, e, non volendo riperderla, mi recai a Parigi per attendere il ritorno di Elena. In quei giorni appunto ell’aveva scritto da Ginevra al direttore del suo teatro, dicendosi malata e chiedendogli ancora un mese o due di riposo. Corsi a Ginevra, ed all’albergo dal quale aveva scritto mi risposero ch’era partita pochi giorni prima, non sapevano per dove. Solo, triste, torturato da mille dubbi, roso dall’impazienza, tornai a Parigi, dove tutte le sere andavo al suo teatro, quasi per essere più vicino a lei. Elia -- mi dissero -- dall’Egitto era andato in America. S’avvicinava l’inverno; pioveva quasi ogni giorno; tutto mi pareva lugubre, tedioso. Accarezzavo intanto il mio sogno con gelosia; pensavo che saremmo tornati a vivere insieme, per sempre questa volta; con il denaro vinto mi sarei messo a trafficare in Borsa prudentemente; si avrebbe insieme guadagnato abbastanza da essere felici. Poi, quando fossi tornato ricco, l’avrei indotta a lasciare il teatro, avrei forse comprata una villetta nei dintorni di Parigi, un’automobile per venire in città; forse, col tempo, l’avrei sposata. L’estate si sarebbe andati a Torre Guelfa, o si avrebbe viaggiato, secondo la sua preferenza: dal nostro amore sarebbe nato qualche bimbo ed avrei conosciuta io pure la gioia della famiglia, la tranquilla poesia del focolare. Immaginavo di raccontarle queste cose, vincendo a poco a poco la sua riluttanza, facendomi perdonare il passato, con la dolcezza delle mie parole. Per ingannare il tempo, andavo alle agenzie domandando quali case vi fossero da affittare; sceglievo questa o quella nel mio pensiero, dicendo che presto mi sarei risoluto. Le comperavo molti piccoli regali, curavo la mia persona, cercavo di rammentarmi i suoi più piccoli desiderii. Finalmente giunse. Me lo dissero al suo teatro, una sera, dopo lo spettacolo. Il cuore mi tremò; avrei voluto correre da lei sùbito, senza tardare un attimo. Era scesa nella «Rue Castiglione», all’albergo dello stesso nome, poichè aveva lasciata la sua casa. Uscii dal teatro con le vene che mi battevano forte, la mente smarrita, un po’ ebro. Era una notte freddissima; nevicava. Il vento faceva turbinare i fiocchi larghi e fitti intorno alle chiostre dei lampioni, che ad intervalli uguali accendevano di chiarori abbacinanti la neve uniforme. Presi una vettura e mi feci condurre in Piazza Vendôme; là scési. Al sommo, il grande monumento napoleonico era coperto d’una cappa candida, come un solitario pino; la piazza quadrata biancheggiava in tutta la sua vastità, traversata nel mezzo dalle vetture opposte, che parevano affondarvi senza strepito. Gli spazzatori, curvi e pigri, ammucchiavano inutilmente la neve. Mi cacciai sotto il portico della «Rue Castiglione», giunsi fin rimpetto all’albergo e mi fermai sotto un’arcata. Il vento invernale, a raffiche, m’investiva, picchiettandomi co’ suoi pulviscoli di neve ghiacciata, pungenti come grandine; ma un desiderio invincibile mi tratteneva lì, fermo, a guardare le finestre illuminate dell’albergo, forse per indovinare quale, fra tante, fosse la sua. Vedevo talvolta sui chiari vetri delinearsi qualche rapida ombra, e sparire, ma in nessuna potevo riconoscere la sua; v’erano anche molte finestre chiuse. Dopo aver esitato a lungo, traversai la strada, entrai nell’albergo. Un custode notturno vigilava nell’atrio; si levò, mi venne a domandare che volessi. Risposi che mi premeva di sapere se la signora Elena de W. fosse giunta in quel giorno all’albergo. L’uomo, di malumore, dopo avermi squadrato, mi rispose che non sapeva. Lo indussi ad una maggiore cortesia, dissipando con il rumore di qualche moneta il sonno che l’opprimeva. -- Com’è il nome? -- mi domandò allora. Lo ripetei. -- Ora guardo, signore. -- Andò ad una scrivania e si mise a scartabellare un registro. -- Di fatti, -- rispose. -- È arrivata oggi nel pomeriggio. Adesso mi ricordo. È una signora alta, bionda, non è vero? -- Appunto. E sapete se sia già rincasata? -- Non dev’essere nemmeno uscita, credo. Però, scusi un momento... Andò verso un assito dal quale pendevano le chiavi delle camere, guardò all’uncino che portava il numero 17, e vedendolo vuoto rispose: -- La chiave non c’è; deve dormire. Se crede, salgo ad accertarmene. -- Grazie, non importa. Domattina le darete questo mio biglietto da visita. E sotto il nome scrissi alcune parole a matita, per dirle che sarei venuto il domani verso l’ora della colazione. -- Ecco, -- dissi all’uomo, consegnando il biglietto. -- Ma non scordatelo, vi prego. -- Non dubiti; buona notte, signore. -- Buona notte. E giocondo, impaziente, uscii per la strada, mandandole baci dal cuore. Il domani, pochi minuti prima del mezzogiorno, giungevo dinanzi al portone dell’albergo. Mai nella mia vita m’ero sentito così commosso; entrando nell’atrio ebbi quasi paura di vedermela venire incontro. Il portiere s’avanzò cortesemente: -- Chi desidera il signore? -- La signora Elena de W. -- È uscita, -- mi disse con una irritante urbanità. -- Uscita verso le dieci. -- E non ha lasciato detto nulla? -- Nulla. Rimasi un momento perplesso. -- Non sapete se le abbiano consegnato stamane un biglietto che ieri sera ho lasciato per lei? -- Sì, difatti; me lo diede il portiere di notte, e lo mandai. -- Bene: aspetterò. -- Prego, s’accomodi. Tolsi da un tavolino un giornale, e sedetti in fondo all’atrio in guisa da sorvegliar l’entrata. Ma trepidavo; mille dubbi mi stringevano; ad ogni persona che vedevo sopraggiungere il cuore mi dava un sobbalzo. E le sfere d’un orologio a muro, che mi stava di fronte, camminavano sul quadrante con una lentezza mortale. Segnarono il quarto, la mezza, i tre quarti... Allora sorsi, mi pareva d’esser ridicolo, non potevo più contenermi. Andai verso il portone spingendo lo sguardo fra la gente, nelle due direzioni del portico; uscii nella strada, spiando le vetture; mi detti a camminare, avanti, indietro, nervosamente. Facevo col pensiero le più disparate ipotesi, risolvevo di andarmene, immaginavo di scriverle una lunga lettera, ed in tutte le signore che apparivano ancor lontane, mi pareva d’averla riconosciuta. Quando fu trascorsa un’altra mezz’ora, entrai di nuovo nell’albergo e lasciai un altro biglietto, scrivendole semplicemente che sarei tornato verso l’ora del pranzo, alle sette. Ma venti volte nella giornata passai per quella strada, nella speranza d’incontrarla, e senza osare di chiederne all’albergo. Avevo la febbre, mi sentivo capace di commettere una sciocchezza, non potevo comprendere questo suo rifiuto. Alle cinque m’andai a vestire; in un baleno fui pronto, quasichè mi fosse mancato il tempo. Abitavo all’«Hôtel Ritz», a due passi dall’albergo di Elena. Era presto ancora per uscire; presi un giornale, una rivista, un libro, -- li buttai. Mi diedi a camminare, guardando l’ora ogni cinque minuti, facendo sforzi d’immaginazione per accelerare la lentezza del tempo. Infine mi decisi a scriverle una lettera piena di violenza e di passione, per il caso in cui di nuovo non l’avessi trovata. Non erano tuttavia le sette quando giunsi all’albergo della «Rue Castiglione». Lo stesso portiere venne ad aprirmi, e più garbato ancora, con un sorriso pieno di rincrescimento: -- Signor conte, -- mi disse, -- la signora prega di volerla scusare, ma non potrà scendere stasera, essendo indisposta. Credo anzi che si sia già coricata. Rimasi come trasognato e non seppi nascondere il mio turbamento. -- Va bene, -- risposi dopo un silenzio. -- Allora consegnatele questa lettera... oppure no... Dove potrei scrivere, vi prego? Egli mi condusse nella sala di lettura, mi preparò carta e penna. -- Grazie, ora vi chiamerò sùbito. E smarritamente vergai poche righe, scongiurandola di volermi ricevere o di rispondermi almeno, perchè da mesi e mesi l’andavo cercando ed avevo sofferti tutti i dolori per lei. Chiusi la lettera, gliela feci portare, attesi. In fondo alla sala, un vecchio, semisdraiato in una poltrona, sotto il chiarore d’una lampadina elettrica, leggeva un libro rilegato di pelle oscura e lo teneva presso la faccia ingrandendone i caratteri con una grossa lente. Nel sorreggere il libro la sua mano tremava come quella d’un paralitico. Poco discosta da lui, una fanciulla dai capelli biondi, pettinati strettamente, scriveva con rapidità una lettera di molte pagine. C’era su la parete un quadro annerito in una cornice d’oro, e, di fronte, uno specchio incline che rifletteva la stanza. Mi pareva d’essere avvolto nell’imprecisione d’un sogno, soffrivo, ed una vertigine grande scompigliava i miei pensieri. Nessun rumore intorno, 1 - - . 2 3 ; . 4 5 - - . 6 7 - - : « . » 8 9 - - . . . - - , . 10 11 - - , ; . 12 : ! - - 13 , , 14 , . 15 16 - - , - - , - - , 17 . 18 . 19 20 - - , ! - - . - - 21 . 22 23 - - , ; . 24 ; . 25 . . . 26 27 , , : 28 29 - - , - - . 30 31 - - . . . , - - . - - 32 ? ? . 33 34 , 35 . , 36 . 37 38 - - ? 39 40 - - ? - - ; - - ? 41 42 - - ? . . . . . . 43 ; . 44 45 - - ? - - , - - 46 . 47 48 - - , . . . . 49 50 , , . 51 52 - - . . . ! ! - - , . 53 - - ! 54 55 , 56 , , 57 . 58 59 ; , ; 60 61 . ; 62 ; . 63 64 , , 65 , , 66 . 67 68 , , 69 , . 70 , , 71 , . , , 72 . 73 74 - - , ! - - , . 75 ; , , 76 . , 77 . 78 , , 79 . 80 , , 81 , . , 82 , 83 , 84 , 85 , . : 86 , . 87 , , , 88 ; 89 , 90 , 91 , 92 . 93 94 95 , . ; , 96 , 97 . 98 , , , , 99 , , 100 . 101 102 - - . . . . . . - - , . 103 104 , , 105 . 106 107 - - , - - ; - - : . 108 109 , ; 110 , . 111 112 - - , . . . - - . - - , 113 . . . . 114 115 116 . 117 118 , , 119 . , 120 , . , , 121 , . 122 123 , ; 124 . , 125 , , , , 126 . 127 128 , , 129 , , 130 . 131 132 , , 133 , , . 134 135 - - . . . . . . - - , . 136 137 , . 138 139 - - . . . - - , - - . . . . . . 140 141 ; , 142 , , . 143 144 - - , ? 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