-- Piano, mio caro tu precipiti! Ho molte cose che debbo dirti prima. Intanto permettimi ch’io ti faccia un ritratto morale. -- Volentieri, ma un’istantanea, ti prego, perchè odio la posa. -- Oh, ti fermo sùbito alla tua prima dichiarazione! Tu non odii la posa, no, perchè anzi non v’è nulla di spontaneo, di naturale in te. L’abito che ti sei fatto è una maschera, simpatica se vuoi, di ottimo gusto se vuoi, ma una maschera in ogni modo. Senza questo atteggiamento la tua vita non avrebbe avuta una ragion d’essere. Con esso ti sei dato un carattere, una tua fisionomia. -- E quale di grazia? -- Petronius arbiter elegantiarum aveva meno tradizione, ma più tempra di te. Egli era un intellettuale ed un sensuale; tu non sei in fondo che un uomo profondamente corrotto. Egli era un amabile cinico, tu sei un cinico per svogliatezza. Egli sarebbe stato «l’arbiter» anche in una provincia barbara, o nel circo, tra gli schiavi, o nelle bettole della Suburra, perchè la sua professione di eleganza era in lui, più che un’abitudine oziosa, una convinzione, un bisogno, una bella e continua familiarità. Egli chiuse la sua vita con un gesto magnifico, e morì com’era vissuto, insegnando la sua serena indifferenza. Tu sei stato un arbitro finchè il denaro ti è bastato ad esserlo; ma oggi ti sprofondi nella mediocrità, e, tu per primo, ti riconosci un vinto. -- Oh, insomma, che c’entro io con Petronio! Che c’entra Petronio con quello che mi devi dire? -- Bene, se hai fretta, concludiamo. Io sono verboso; non è colpa mia. Il Padre Eterno, raccontano, con la parola creò la luce. -- E tu? -- Ed io ti dico: Caro Guelfo, mio buon amico, tu stai per andartene a picco. Sei, ti ripeto, un re senza terre, che s’incammina verso l’esilio. Ora, mentre da solo non hai l’audacia nè la forza di risorgere, un uomo ti si avvicina, e quest’uomo son io, il quale ti dice: «Vuoi ritentare la prova? Io possiedo per te qualche arma fatata.» Vediamo; cosa rispondi a quest’uomo? Lo guardai nel viso, a lungo, prima di parlare; poi dissi: -- Gli domando anzitutto perchè m’aiuta. La sua generosità non mi è chiara. -- Quello che a te serve, serve a me pure. Si tratta di un bene reciproco. -- Allora domanderò a quest’uomo, -- seguitai sorridendo, -- quali siano le armi che possiede, o se non parli per caso di armi proibite, perchè io non vorrei ferirmi per voler ferire. -- Dio sia lodato! -- esclamò con sospiro. -- Finalmente parli chiaro! Ecco, ti rispondo sùbito; armi sicure, precise, caute, al maneggio delle quali bisogna senza dubbio esser nati. -- Allora comprenderai anche, -- lo interruppi con una voce fredda, -- come questi tornei sorpassino la mia destrezza e, se permetti, la mia coscienza. Egli, si accarezzò la barba con un gesto lento, guardandomi fisso, e mi rispose accentuando le parole: -- Certo sorpassano la tua destrezza, ma credo insieme che la tua coscienza vi si potrebbe adattare senza troppe difficoltà. Ad ogni modo non ho mai pensato di mettere queste armi nelle tue mani. -- Cos’hai pensato allora? -- feci sorpreso. -- Ecco ti spiego. È certo più facile trovare mille uomini disonesti, che un sol uomo il quale abbia il coraggio della propria disonestà. Uso questa parola, perchè non mi soccorre alcun sinonimo più adatto ad esprimere la mia idea. Spesso mi ricordo di due compari, che insieme concertavano e compivano ogni sorta di bricconate, ma l’un d’essi era così ameno che dava in ismanie terribili quando l’altro, per aizzarlo a fatti compiuti, lo trattava di ladro e di furfante. Questo è l’uomo, amico mio... la bestia più illogica della creazione! -- Grazie, feci ossequiosamente. -- Grazie di tutto cuore, perchè mi avvedo che la tua gentile parabola, è un modo prolisso e garbato per darmi del furfante. -- Oh, figurati!... Se mi hai compreso, basta. Sappi solo che queste armi non ti sarebbero date in mano, ed anzi non le dovresti nemmeno conoscere; ciò per prudenza e perchè la tua coscienza possa dormire in pace. -- Insomma, veniamo agli esempi. Cosa dovrei fare io? -- Questa volta un viaggio, se vuoi. Oh, comodo, breve, nei treni direttissimi... -- Un viaggio? -- Sì, guarda. Aperse un piccolo forziere e trasse da uno scrignetto una collana di perle orientali, che le sue mani esperte giravano e rigiravano adattandole al più propizio riflettersi della luce. -- Vedi questi perle? -- mi disse pacatamente. -- Sono magnifiche, ti pare? La collana vale duecentocinquanta mila lire almeno. Guardale attentamente. Presi la collana, l’osservai. -- Belle, molto belle: una rarità. -- Credi che possano valere quel prezzo? -- Senza dubbio; forse più. -- Bene: siccome non mi servono, le vorrei vendere, -- disse tranquillamente, con un sorriso arguto. -- Le vorrei vendere, ma via da Parigi; a Londra per esempio; e vorrei che in luogo mio ci andassi tu, come se fossero tue. -- Oh, grazie del pensiero gentile! Conosco!... grazie! conosco!... -- Tu non conosci nulla, mio buon Guelfo! -- egli esclamò con indulgenza. -- No, nessuna molestia, di nessun genere, nè ora, nè mai. Diversamente sarebbero armi triviali, mentre le mie, ti ho detto, son caute, sicure precise... Solo bisognerà darmi retta ciecamente, avere fiducia nel mio senno. -- Ma quale sicurezza puoi darmi rispetto alla... come direi?... legittimità di questa vendita? -- Nessuna, evidentemente, fuorchè la certezza morale che, se vi fosse un pericolo, io stesso non lo affronterei, nè, credimi, lo farei affrontare a te. Prima di tutto perchè ti voglio bene, in secondo luogo perchè non mi conviene. Fìdati, Guelfo; io non ho mai fatto male a nessuno in vita mia. Tacevo, perplesso, confuso. -- Vedi: la collana vale molto, è un gioiello da principessa. Un conte di Materdomini la può vendere meglio di chicchessia. Tu non devi portarmi che duecentoventi mila lire: la differenza è tua. Fece una pausa poi disse ancora: -- La cosa ti va? -- Guardai perplesso il mio tentatore, mentre sentivo in tutte le mie vene il sangue battere con una violenza mai sofferta. Le perle infatti erano meravigliose... -- Insomma, vedremo, -- dissi. Ed egli rispose tranquillamente: -- Va bene. VII Nella settimana stessa partii per Londra, e seguendo le istruzioni di Elia vendetti sùbito la collana ricavandone il prezzo di duecentocinquantamila lire. Per spiegare ad Elena il mio viaggio avevo dovuto escogitare mille pretesti, raccontandole una parte sola della verità, ossia quella che si poteva dire. Ma non mi dilungherò a narrare queste piccole bassezze nè le innumerevoli sofferenze morali che dovetti conoscere durante quella estate calamitosa. Il mio delicato maestro aveva l’abilità somma di mai farmi compiere un’azione la qual fosse troppo temeraria per la mia pusillanime coscienza. Passammo l’estate nei luoghi frivoli ed ameni ove la signoria moderna riposa in bucolici ozî dalle sue cittadine fatiche. Ed Elena mi seguiva, taciturna sovente, quasi avesse nel suo vigile spirito un presagio del mio nuovo decadimento. Si può ingannare l’amico, il fratello, il compagno, si può ingannare perfino il complice, ma non la donna che al nostro fianco è partecipe della continua vita; e s’ella tace, se non rimprovera, se non consiglia, ma solamente guarda con occhi pieni di taciturno dolore, il suo silenzio è allora più terribile di una condanna duramente profferita. E nella mia vergogna v’era una riconoscenza indicibile per la soavità di quel perdono. Sul principiare dell’autunno ritornammo a Parigi, nella medesima casa, più tristemente. Fu per Elena un tempo di ansietà febbrile e di lavoro indefesso; per me invece un tempo d’angoscia e d’umiliazione. Mi trasformai; divenni sospettoso, irascibile, taciturno; anche il nostro amore ne sofferse; tutte le calamità pesarono su l’anima mia. Un giorno Elena mi disse: -- Fra qualche mese diverrò attrice: è stato il sogno maggiore della mia vita, ed ora che sta per compiersi non mi dà più alcuna gioia. Che fatto strano! E rise d’un riso amarissimo, pieno di malinconia. -- Non ami più il teatro? -- le domandai, pur sapendo quanto il suo pensiero fosse diverso. Ella rovesciò il capo all’indietro, con un moto rapido, come per scacciarne una torma di pensieri tristi, e rispose, continuando a sorridere: -- Mi dicono che sarò una grande attrice, mi ripetono che ho «l’anima lirica...» È la frase della mia maestra. In poco tempo ho percorso il cammino di molti anni. Il direttore dell’Athénée m’ha intesa ieri e sùbito m’ha proposto di farmi debuttare nel suo teatro. Penso che accetterò. -- Fece una pausa e mi volse nel viso gli occhi profondi, troppo intensamente lucidi; soggiunse: -- Chissà se il giorno della mia prima recita mi verrai a sentire? -- Oh, Elena, che bizzarrie dici! Come puoi dubitarne? Ella scosse il capo ripetutamente, con ostinatezza. -- Forse non ci sarai più... ma non importa! Sono sempre stata sola, ritornerò sola. -- Ma Elena!... -- Cosa vuoi rispondermi? cosa? È inutile! Ho sempre taciuto, ma vedo chiaramente la fine. Ora studio una parte in cui v’è questa frase: «Il nostro amore cammina sopra un filo di spada... ma la spada è breve.» Questa frase è fatta per noi. -- Elena, -- dissi, -- le tue parole mi sorprendono, quantunque non sia la prima volta che mi fai queste nere predizioni. Non ti ho mai voluto bene come ora. Ed anch’io, Germano, anch’io... -- profferì con le lagrime agli occhi. -- Ma tutto questo è inutile: c’è per noi un destino. La strinsi nelle mie braccia e volli ancora parlare; ma ella con la bocca mi suggellò fortemente la bocca. Non so perchè mi sentii nascere nell’anima una infinita, irreparabile tristezza, ed in quell’ora, per la prima volta, dopo essermi trastullato con tutte le cose che nel cuore umano hanno il valore d’un sentimento, compresi che l’amore poteva essere una piaga insanabile, un martirio di tutte le ore. A lungo le nostre bocche rimasero congiunte, in silenzio; molte cose volevo dirle, ma una specie di paura vaga le seppelliva dentro il mio cuore; molte cose anch’ella mi taceva, trattenuta forse dalla medesima paura. In quel tempo le lettere di Fabio Capuano si erano fatte più frequenti; la prima che ricevetti, dopo il mio ritorno a Parigi, fu questa: -Caro Germano-, Ti ho scritto a Vichy ed a Pau, ma poichè non ebbi risposta, penso che le mie lettere abbiano sbagliato itinerario. Poco male, non ti raccontavo nulla che valesse la pena d’esser letto. Mi rallegro tuttavia nel vedere che le molte angustie delle quali ti lagni non ti fanno perdere in ogni caso le abitudine gaie del buon tempo andato. Io villeggio a Rimini, e villeggio per modo di dire, perchè a Rimini, come ti ricorderai, c’è il mare; un mare, anzi, di questi giorni splendidamente azzurro. Io, che di solito non faccio nulla, in questo momento mi riposo; cioè godo con maggior intensità la delizia del far niente. Su la spiaggia qualche dama romana ed una bolognese, che dal tempo tuo si è molto ingrassata e nulla ravveduta, si ricordano qualchevolta con una voce deliziosamente languida la tua «-Bucentaura-», lo yacht a vela, in cui spesso le conducevi a respirare l’aria delle solitudini marine. Ora si contentano di andarvi sopra un veliero da noleggio, con il barone Pietro de Luca, e con un marinaio, perch’egli non conosce la manovra delle vele. Ma ne conosce ben altre, non meno difficili, come ti dirò in séguito. Sai: Pietro de Luca, l’ex ufficiale di cavalleria ed ex-amante della marchesa Maggiorani, che si è stancata, pare, di pagare i suoi debiti. Pare, dico, perchè si mormora che ora la buona marchesa vada facendo la stessa cosa con Lodovico Nardi, l’ineffabile Vigetto che tu sai. Ma questi è più borghese, più economo, più robusto, e le costa meno. Piero de Luca tenta un’altra via.... Poveretto! non è colpa sua se i cavalli da corsa gli mangiano molta biada e se il giuoco gli va sempre male. Perdonami la parentesi e pensa che dimenticavo di star scrivendo ad un amico, il quale, secondo la tua frase, «non gode, non pensa, non vive, non è più nulla per sè stesso nè per altri». Faceva con te i pettegolezzi che scrivo alle mie buone amiche romane, le quali vogliono trovare nelle mie lettere tutta la cronaca sentimentale e galante della tarda estate riminese. Dunque, Germano mio, quale consiglio ti potrei suggerire? Se dovessi parlarti seriamente, certo ti annoierei; se volessi farti qualche rimprovero, mi troveresti uggioso, e se infine cercassi di concludere che la condizione in cui versi non è altro che il frutto inevitabile de’ tuoi malanni, potresti a buon diritto rispondermi che non ho fatta una scoperta straordinaria. Tu non sei fra quegli uomini ai quali una passione basta per colmare la vita, e siccome ti conoscevo per tale, diffidavo assai de’ tuoi primi ardori. Non dubito affatto che ormai, su la pagina più lirica del vostro amore, sia per sempre caduta la cenere della parola: Fine. Le tue lettere anzi me lo nascondono a mala pena. Ed ora insorgono contr’esso, come contro tutte le poesie, quelle infinite inezie, quelle innumerevoli angustie, che sono il pane quotidiano delle umili famiglie borghesi. Non mediti, Germano, all’avvenire? Mi sembra che non sarebbe degno della tua signorilità l’arrivare un giorno a Roma, spennato e contrito, chiedendo a qualche grosso mercante il favore d’un impieguccio, o forse mendicando a qualche dicastero la grazia d’un salario burocratico. E nemmeno sarebbe da uomo la bassezza di comprarti una rivoltella con l’ultimo denaro, come fanno i poveri di spirito. Quindi non vedo bene per qual via t’incammini, ed ogni volta che penso a te mi sento stringere il cuore sbigottitamente Eri fra quei privilegiati che la fortuna si diverte a proteggere, oserei dire per partito preso; in un momento che per te poteva sembrare difficile, questa fortuna, ecco, aveva provveduto a spingerti sottomano una tavola di salvezza. Ma tu non hai voluto, e l’hai respinta, preferendo conoscere la voluttà del naufragio. Forse, quando avrai l’acqua alla gola, comprenderai la tua stoltezza. Ma certo sarà troppo tardi. Vi sono molti che si affannano per giungere a quella salvezza che ti è parsa indegna. Il barone biondiccio e disinvolto, che ha saputo guidare le donne con la stessa impareggiabile maestria con la quale guida le pariglie al Pincio e conduce al traguardo i suoi cavalli negli ippodromi, il baroncino cui non schifano le marchese mature, ma che parla con brio, s’insinua con scaltrezza ed assedia con eleganza -- in fede mia non perde il suo tempo. Egli ha fatta una corte serrata a Edoarda Laurenzano, inseguendola per tutta l’estate. Come già ti scrissi, Edoarda s’è riavuta un poco dal terribile colpo, e, forse per puntiglio, forse perchè il tempo è un medico infallibile, si è forzata di parer fra la gente assai più guarita che forse non sia. Villeggia ora nella sua villa d’Albano; mi scrive sovente, senza parlarmi di te. Presto l’andrò a vedere. Tu la chiamavi una creatura fragile, ed io stesso non sospettavo in lei quella forza d’animo che ha saputo mostrare. Le ragazze passano qualche volta una crisi, chissà se mai d’isterismo, di romanticismo o di suggestione: poi ne guariscono. Edoarda era molto malata nell’anima; la sua convalescenza sarà lunga e penosa, ma non mi stupirebbe affatto se fra qualche tempo si risolvesse ad accettare la corte di uno fra i molti che le ronzano intorno. Perchè, naturalmente, ogni donna deve un giorno arrivare a farsi una famiglia, o con quello di cui fu innamorata, o con un altro qualsiasi che le sembri almeno accettabile. Che altro può fare la donna? Edoarda poi rimarrebbe sola, quando la sua vecchia zia (e non andrà molto) le venisse a mancare. Dunque: De Luca od un altro, per fierezza se non per amore, per opportunità se non per desiderio... ma è certo che anch’ella finirà con piegarsi al matrimonio. Dimmi, e sii però sincero: in questo lungo tempo non ti è venuto mai una volta il rammarico di non averla sposata? Quella casa dove andavi, dov’eri già il signore, non ti è risalita mai nella memoria? Quella casa e tutte le abitudini che appartenevano alla vostra vita, e la bontà di quell’anima, ed anche il suo viso pallido... perchè in fondo è bella, è così bella come tu stesso non puoi ricordare, tu che la vedevi con altri occhi! Una di quelle bellezze spirituali, che non stancano mai. Ora è ingrassata un poco ed ha il colorito più fresco. Insomma, io voglio domandarti: non ti è balenata mai l’idea che tutto potrebbe rimediarsi ancora? E basta per oggi, finchè tu mi risponda. Questo tuo vecchio amico diventa orribilmente grigio; può darsi che sia effetto dell’acqua di mare. Ho notate varie cose, antipaticissime, ne’ miei rispetti con il sesso gentile. Le signore mi dànno il braccio volentieri, senza farsi pregare, anche la sera su la spiaggia, al chiaro di luna. Parlandomi, osano mettere una mano confidenzialmente su la mia spalla: questo vuol dire che non mi credono più sensibile a certi contatti lievi... Altre parlano con me di tutti i libri sconci che si trastullano a leggere; una perfino mi ha confidato i suoi falli!... Questo mi fa comprendere che son entrato nel numero di quegli uomini a cui le donne si affidano volentieri, perchè non temono d’incendiarli troppo e nemmeno di trovarli del tutto spenti. È l’estate di San Martino... Addio! -Fabio-.» Questa lettera mi lasciò indifferente; pensai che il Capuano fosse un maniaco e giudicai del tutto sprecata questa caparbia insistenza. Le sue parole mi sembravano artifizi facili a scoprirsi, poichè non potevo credere alla rassegnazione di Edoarda nè alla verisimiglianza dei fatti ch’egli mi raccontava. Come supporre infatti ch’ella sopportasse di lasciarsi corteggiare da un barone Piero de Luca, uno sfaccendato senza levatura, un cinico senza signorilità? La figura di costui cominciò a sedermi nella mente con una ostinazione fastidiosa, e rividi la sua bocca fatua, con quel sorriso leggermente ambiguo, coi baffi biondi e morbidi, che il vento gli pettinava contro le guance smorte, quando, negli ippodromi, vestito di una giubba turchina e curvo su l’incollatura del puro sangue, a scudisciate furiose, passava il traguardo, fulmineamente. Piero de Luca era di famiglia nobilissima, però da molti anni ridotto a vivere di ripieghi; eccellente cavaliere, corteggiatore assiduo di donne ricche e di fanciulle da marito, bel giovane, buon parlatore, damerino avventuroso ed astuto, contava molte amicizie tra le vecchie signore che prestavano i lor buoni servigi per i matrimoni cosidetti di convenienza, talchè poteva darsi benissimo che il suo colpo non andasse fallito; e questo pensiero, in verità, mi causava una molestia singolare. Tuttavia, nel rispondere a Fabio, gli dissi che mi rallegravo assai di saper Edoarda sulla via della guarigione, anzi facevo i miei più caldi voti per un suo prossimo fidanzamento. Soggiunsi che in fondo questo poteva servire a dimostrargli come d’amore non si muoia mai. Lo consigliavo accademicamente a dissuaderla dallo sposare il de Luca, dicendogli che per mio conto ero fermo nel mio partito, credendo sempre di aver prescelta la strada più opportuna e più leale per entrambi. In quel tempo avevo ricominciato a giocare, con buona fortuna, e qualche speculazione mi aveva nuovamente procacciati lauti guadagni. Il d’Hermòs venne un giorno ad annunziarmi che doveva partire. -- Dove pensi andare? -- gli domandai con un certo stupore. -- Al Cairo prima, e forse dopo in America. -- Un viaggio di esplorazione? un giro artistico? od una fuga? -- gli chiesi ridendo. -- Fuggito non sono mai! -- dichiarò fermamente, con una voce piena d’orgoglio. -- Ma se vuoi conoscere lo scopo di questo viaggio, dimmi prima se desideri seguirmi. Risposi recisamente: -- No, no. Preferisco attendere il tuo ritorno. Sai che non lascio Elena. -- Eppure, -- mi disse con accorgimento -- avevo per te un magnifico progetto. -- Rifiuto in anticipo; grazie!... -- Tuttavia lasciami dire. A Nuova York ed a Washington frequento alcune fra le famiglie più ricche di laggiù e conosco tutta la nuova nobiltà del dollaro. Vi sono molte misses che amerebbero il tuo bel nome, non senza molto apprezzare la tua corporatura snella. Perchè non prenderesti moglie? -- Anche tu!... Per l’amor del cielo! Ti ho pur narrata la storia di Roma! -- E ti ho già detto anche il mio parere: sei stato uno sciocco. Insomma, ragazzo mio, tu non sai vivere. Sei un sentimentale, un romantico, nonostante le tue pose. Una moglie ricca è uno fra i tanti modi coi quali risolvere il problema della vita. Perchè si tratta di risolvere, non di lasciare sempre, come tu fai, le cose a mezza via. Ti prometto una moglie adorabile! Sai, quelle reni delle anglo-sassoni, che paiono sempre tese in uno spasimo di piacere; alta, snella, con l’andatura elastica, una stupenda matassa di capelli dorati, il colorito sano, e, con tutto questo, due o tre milioni di dollari, che tu ritorneresti a spendere gaiamente in mezzo ai nobiluomini romani. Cosa ne dici? -- Mi domando perchè non la sposi tu questa fidanzata ideale? -- Ma io, caro Guelfo, non ho bisogno di prender moglie. Non solo; ma potrebbe anche darsi che ne avessi già una, chissà dove, chissà da quando, ma una insomma.... A te invece non rimane che questo rimedio, poichè ti giudico refrattario a tutti gli altri. -- Sei bizzarro anche tu! Guarda: oserei dire che non ho preso moglie, solo perchè tutti, con una insistenza esasperante, mi spingevano al matrimonio. -- Ed è naturale! Chi ti conosce non può darti altro consiglio. Da scapolo hai tutto goduto e ti annoi; prova nel matrimonio: chissà mai? Se non desideri venire con me in America, torna invece a Roma e sposa quella che hai lasciata. -- Senti, Elia; avevo un solo amico, e tanto fece che mi urtò i nervi con i suoi continui discorsi matrimoniali.... Ora cominceresti anche tu? -- Io te ne parlo per la prima volta e sarà forse l’ultima. Senza ragione mi sono affezionato a te, vorrei vederti felice. Dunque ascoltami. Ora ti sei concesso anche l’ultimo capriccio, hai amato -- hai creduto di amare una donna -- l’hai avuta: basta. Non bisogna mai perdere il senso della misura, specialmente nelle cose inutili, come l’amore. Poi, vedi: neanche l’ami! E te lo dice un uomo tutt’altro che sospettabile di troppa sentimentalità. Via!... tu non sai nemmeno cosa voglia dire, questa parola «amore», della quale fai spreco; ed io stesso te ne potrei persuadere, io, che una volta l’ho saputo, e che in tutta la mia vita, oggi ancora, sopporto le conseguenze di quel fatto lontano. Ma tu, vediamo, cosa fai per questa donna che dici di amare? Quali sacrifici sei capace di compiere per lei, nel bene o nel male, perchè in fondo è la stessa cosa, tu che non conosci nemmeno la tua volontà? No, Guelfo, tu sei un uomo tutto d’apparenze, ma in verità profondamente inutile e profondamente arido. -- Avrai notato che non mi difendo mai delle tue accuse. Certo non faccio pompa de’ miei sentimenti; li tengo per me, con una certa gelosia, lasciando che gli altri giudichino appunto dalle apparenze. Ma infine perchè t’interessi ad un uomo tanto spregevole? -- Ecco una domanda che mi pone in grave imbarazzo. Prima di tutto perchè mi sei stato utile, anzi perchè potevi esserlo, a te stesso ed a me, in un grado assai maggiore, se una certa paura, mascherata dietro le spoglie dell’onestà, non ti avesse fatto preferire sempre le mezze tinte, la mezza luce, il bilico perenne tra un partito e l’altro. Gli uomini della mia specie hanno l’occhio dei segugi e l’odorato dei bracchi; dal primo giorno in cui c’incontrammo ebbi l’intuito chiaro delle tue condizioni e compresi tosto quale poteva essere l’ultimo valore della tua disutilità. Mi hanno chiamato una volta «il corruttore», e certo io considero gli uomini sotto un aspetto puramente utilitario. C’è quindi tutta una umanità la quale per me non conta. Son quelli che tu potresti prendere per i piedi, mettere col capo all’ingiù e scuotere ben bene, senza vedere un soldo piovere dalle loro tasche. Tutti gli altri hanno indistintamente un valore, che bisogna stimare con scrupolo, sfruttare con intelligenza. Taluni spesso non sono che un tramite per giungere altrove: tu eri fra questi; ecco perchè ti ho scelto. -- La tua franchezza vale tutte l’altre virtù che ti mancano, -- convenni. -- Quando si può essere sinceri perchè mentire? Così, alle ragioni che ti ho dette sopra, devi aggiungere qualche nota sentimentale, se vuoi, ma sincera. Un certo rincrescimento nel vedere un uomo come te ridotto alle meschine angustie della gran fauna borghese, una simpatia spontanea da uomo ad uomo, un bisogno quasi di paternità che m’invade con il crescere degli anni, ed ancora, che vuoi? la inguaribile malattia di tutti i maestri: quella di far discepoli, per non aver studiato invano questo grande problema della vita, la quale è un grande libro di chiromanzia, pieno di molta saggezza per chi vi sappia leggere. -- E tu, mago, mi hai finalmente cavato un oroscopo singolare.... Vuoi che prenda moglie! Non mi credi capace d’altro? Vi sono momenti nei quali mi sento giovane ancora come a vent’anni! Poi, vedi, non c’è rimedio; si vive secondo il proprio destino. Anche gli antichi dicevano: «Sequere deum!...» Seguire il proprio Dio. -- I filosofi sono i genii dell’umanità inutile. Si dice ch’essi ci abbiano regalato il lume della ragione; ma non è vero. Sono riusciti semplicemente a chiudere in formule speciose alcune verità che il comune buon senso permette a chiunque d’intendere o d’intuire. Fa dunque a tuo modo; ma cerca di non pentirtene. Il pentimento è la vigliaccheria più triste. VIII Un’altra lettera di Fabio Capuano: «Novembre, triste mese. Gli uomini, che hanno paura di tutto, hanno anche paura dell’inverno e guardano in cagnesco il cielo. Roma si ripopola dei reduci dalle circostanti villeggiature e si prepara, come fa tutti gli anni, a divertire gli ospiti con molte chiassate. Ho l’ossessione della vecchiaia; nella mia vita residua conto un estate di meno. Tu non puoi credere come gli orologi camminino in fretta verso l’età mia! Sono stato quindici giorni in villa da Edoarda; l’autunno era dolcissimo nella campagna laziale. In questa villa, che tu conosci, è accaduta una cosa molto singolare: tutte le memorie tue furono bandite. Resta solamente un tuo quadro nella sala grande: «-La svernata in Abbruzzo-». Lo si dimenticò su quella parete, ov’è appeso da molti anni. L’ho riguardato a lungo. Certo avevi grandi attitudini alla pittura; è peccato non averne ricavato nulla. Prima, in quella casa, tu eri il genio assente. Nell’anticamera vedevo sempre un tuo rustico bastone da montagna, con la ghiera acuta, memoria chissà di qual gita, e rimasto lì, come se un giorno o l’altro dovesse ancora servirti. Nel corridoio, trofei delle tue cacce alla volpe, al daino ed ai galli di montagna. Nelle sale... bah! non parliamone! una quantità di piccoli oggetti che tu regalasti, o che ti appartennero. Come sei smemorato! quante cose hai dimenticate nella tua vita. Germano! Ora mi stupii nel vedere come tutte queste reliquie fossero d’un tratto scomparse. Gli Dei tramontano. Anche Whisky, l’ultimo terrier del tuo canile, è morto. S’è fatto schiacciare miseramente sotto una carrozza. De profundis!... In questo momento le cose tue hanno una maledettissima iettatura. La grande araucaria, che tu hai fatta piantare nel giardino di fianco alla serra, s’è presa un malanno e va intisichendo a vista d’occhio. Se queste notizie non ti affliggono, devi aver l’animo ben indurito. La zia mangia, dorme, ingrassa, trangugia una quantità di medicine ogni giorno; Edoarda rifiorisce a poco a poco e guarda l’autunno sciorinare su la terra esausta i suoi colori di ardente vendemmia. La campagna le ha fatto bene; è florida, ride spesso e sta con i contadini volentieri. Le creature semplici fanno bene all’anima. Questi quindici giorni alla «Cascina Bianca» sono stati per me una vera delizia. Ho seguitato a riposarmi, come faccio sempre. La mattina Edoarda ed io ci alzavamo prestissimo; in campagna vi sono molte cose da fare: le galline, i fiori, le serre, i bimbi del giardiniere, l’araucaria che intisichisce.... Verso le dieci si usciva in «charrette», per fare una trottata. Edoarda guidava, io fumavo. I chilometri non si contavano, con quel suo nuovo «poney», tutto spuma criniera e scalpitìo, al quale abbiamo posto il nome di Rodomonte, perchè si dà l’aria di voler essere un cavallo grande. Poi la colazione, copiosa, ottima: il cuoco è sempre lo stesso. Anzi egli si è lagnato con me della tua scomparsa, perchè non ha più occasione di fare quel certo pasticcio di selvaggina che amavi tu solo e che Edoarda si forzava d’inghiottire per farti piacere. Dopo colazione, discorsi, letture, corrispondenza, musica, sigarette, ricami, e qualche volta, non sovente, visite. Verso le quattro e mezzo il tè all’aperto, sotto la pergola; poi dolcissime passeggiate, a piedi od in carrozza per i dintorni, e visite di villa in villa, cogliendo fiori e facendo pronostici sul tempo del domani, con allegria schietta, fino all’imbrunire. A pranzo venivan spesso il medico Oliveri ed il curato, che non è più quello di una volta. Graziosissimo questo prete che hanno mandato giù dalla montagna d’Abruzzo. Ha circa sessant’anni, ma è tondo e gioviale. Egli fu la nostra vittima. Riuscimmo quasi a convincere la zia che il prete si fosse innamorato di lei, ed a convincere il curato che la zia gli professasse un certo qual tenero... Il poveretto per alcuni giorni non osò più guardarla in faccia. Edoarda è divenuta per me un’amica vera. Di quante cose diverse, tristi e gaie, profonde e frivole, si parlò insieme! Che anima tu hai perduto. Guelfo mio! Un pomeriggio eravamo seduti nella grande sala, entrambi su lo stesso divano e proprio sotto il tuo quadro. Sai che da quel divano, quando c’è molta chiarità, ci si vede chiaramente nello specchio di Murano che sta su la parete opposta. Lei ricamava, io, come sempre, mi riposavo. Guardandomi nello specchio mi trovai ben conservato ancora, e lo dissi anzi a Edoarda, ridendo: -- Non vi sembro ancora quasi un bell’uomo? Ella sollevò la testa dal ricamo, per guardarmi nello specchio, e rise. -- Certo, -- mi rispose. -- Ma non siete modesto! Accomodai la cosa come potei meglio e soggiunsi: -- Guardate: là nello specchio i vostri capelli sembrano più scuri, vicino alla mia testa quasi bianca. -- Oh, bianca... -- ella esclamò, -- voi esagerate! Ti faccio notare che ha detto: -- Esagerate!... -- Ebbene, Edoarda, -- continuai, -- pensate che un giorno questa mia canizie precoce commise la follìa di amare con passione i vostri capelli pieni di luce... Scommetto che non ve ne siete nemmeno accorta!... Pensa... ho avuto il coraggio di dirle queste parole, io! Ella divenne tutta rossa, e dopo un silenzio mi rispose: -- Credete che una donna possa non accorgersi di queste cose? A mia volta rimasi un po’ perplesso e confuso; ella chinò la testa sul ricamo, io gettai una sigaretta accesa per accenderne un’altra. -- Ed ora? -- ella mi domandò poco dopo, forse per interrompere quel silenzio greve di parole inespresse. -- Ora, -- feci, -- non vi amo più affatto, affatto! -- Bravo! E me lo dite così? -- Ci mettemmo a ridere entrambi. Ella ebbe la delicatezza di non far mai allusione a questo discorso ed io fui lieto d’essermi tolto un peso dal cuore. Naturalmente abbiamo parlato anche di te; non i primi giorni, ma più tardi. Qualche volta, mentre passeggiavamo insieme, tu capitavi tra noi come un compagno inevitabile. Edoarda può parlare di te senza piangerne: per un’anima che ha amato e sofferto come la sua, questo è già molto. Solo con me si confida; per tutti gli altri, sua zia compresa, tu sei, tu devi essere una persona morta. Con una forza sublime ha soffocati, ha sepolti, ha cacciati via da sè tutti i fantasmi della sua vita lontana. Così almeno dev’essere per chi la vede. Se nascostamente forse ti ami ancora, non so, -- non osai domandarlo. Parlammo di te nel modo più naturale, senza esagerarne l’importanza, con una certa esitazione in principio, e dopo con serenità. So dalla zia che a Venezia, dove la condusse dopo l’avvenimento, ella fu per morirne. Ma il suo cuore ti perdona tutto il male che le facesti. Anzi mi ha detto: «Gli altri possono accusarlo, io no. Comprendo che non poteva essere altrimenti». Un giorno le domandai: -- Ma vorrete dunque sacrificargli tutta la vostra vita? -- Chissà? -- mi rispose. -- Non ho altro desiderio che di essere tranquilla, e per ora non c’è nulla che possa vincere la mia indifferenza. -- Sapete pure che molti vi corteggiano? -- soggiunsi. Allora si fece buia, chinò il viso e tacque. Forse tu puoi, meglio di chicchessia, comprenderne il perchè. Ma il giorno dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora, come per continuare il discorso interrotto, mi fece questa domanda: -- Voi, Capuano, credereste colpevole una donna, la quale accettasse di vivere onestamente con un uomo onesto, anche senz’amore, ma per fiducia, per un desiderio di compagnia, d’amicizia, di tranquillità reciproca? -- E mi parve, dal tono della voce, che le sue parole volessero chiedere assai più. -- Non solo non la crederei colpevole, -- risposi, -- ma questo, in molti casi, mi parrebbe anzi un dovere. La donna è nata per la famiglia ed è solo colpevole quando rifiuta di averne una. Poi v’è per la donna un compenso a tutte le sventure: la maternità. -- Edoarda mi diede la mano e mi rispose: -- Grazie, -- semplicemente. La sua trasfigurazione si compie con lentezza, ma certo da questa sciagura uscirà una donna diversa da quella che tu hai conosciuta. Piero De Luca la venne a trovare una volta durante il mio soggiorno e so ch’è ritornato alla Cascina Bianca dopo la mia partenza, due volte. Edoarda è con lui cortesissima; una cortesia però che non lascia campo ad alcuna previsione. Con lei mi sono astenuto da qualsiasi commento; però credo che il barone spenda invano il suo tempo e le sue fatiche. Ora sono a Roma da circa dieci giorni: Edoarda vi ritornerà forse a mezzo Dicembre. E tu? Le tue lettere mi giungono di tempo in tempo, senza darmi notizie notevoli; ma sono come le lettere di un malato il quale voglia nascondere il suo male. Ti vedremo a Roma durante l’inverno? O ci hai abbandonati per sempre? Io faccio sforzi inauditi per difendermi dalla vecchiaia. Ho per amica in questi giorni una cantante russa dalle forme giunoniche; trent’anni circa, ma portati benissimo, alla maniera slava. Te ne parlo, perchè debbo chiederti per lei un piccolo favore. Vuole una certa cipria di perle che si compera -- dice -- in un negozio apposito, Boulevard des Capucines, vicino al Grand Hôtel. Vedi un po’, ti prego, se ti riesce di mandarmene due o tre scatole. Una donna -- penserai -- che adopera le perle anche in cipria, deve costarti orribilmente caro! No, rassicùrati, non faccio pazzie. Canterà quest’anno all’Argentina. Scrivimi spesso e mandami tue notizie diffuse. Addio. -Capuano-» Questa lettera cominciò con farmi pensare. Mi era finalmente necessario un esame di coscienza stretto e logico, sì bene ch’io m’accinsi a farlo. Due strade mi si aprivano dinanzi: o abbandonarmi pienamente nelle mani di Elia d’Hermòs, o appigliarmi con volontà virile ad una risoluzione decorosa, chiedendo alla mia intelligenza il piccolo sforzo necessario per procacciarmi il pane. In questo caso dovevo, per i miei vecchi giorni, serbar intatta la pochissima terra che avrei salvata sistemando le usure, vendere le ultime gioie di famiglia che ancora mi rimanevano a Roma presso un banchiere, e, datomi ad una professione sopportevole, campar la vita che mi restava in una casa modesta, con Elena fin quando ella volesse, poi anche solo, non lieto, non triste, come il maggior numero degli uomini che si accontentano di umili destini. Era la via legittima, da galantuomo, non invidiabile forse, ma chiara e leale. -- Ne sarei stato capace? Forse; perchè il bisogno ammaestra e la volontà s’impara. Ma questi atti pieni di una loro bellezza plebea, compiuti da un uomo che professò le abitudini più signorili, muovono in genere un rispetto vicino quasi alla pietà, il qual rispetto, fra tutte le ammirazioni, è certo la meno ambita e la meno lusinghiera. Da un lato adunque il rimedio pacifico, la mediocre serenità, la vita veduta fino all’ultimo giorno senza divario, lenta, quasi monotona, confuso con tutti, io, che fui solo. Non certo la paura m’impediva di abbandonarmi pienamente allo scaltro avventuriero, ma la servile bassezza delle imprese che i suoi bei sofismi velavano a mala pena; non la paura del danno, ma la salvaguardia legittima che dovevo al mio nome; non l’incapacità infine di vincere la mia coscienza, ma lo sdegno quasi atavico per tutte le ineleganze, anche morali. La sola cosa che non mi rimprovero nella mia vita è quella di non aver perduto mai, in alcun frangente, il senso della mia diversità. Essa, nel decadimento, era la mia forza, laddove i sottili sofismi di Elia d’Hermòs non potevano per me rappresentare che la salvezza momentanea, il rimedio passeggero e deprecabile. Fra queste amare vicende, unica e bella mi sorrideva l’immagine di Elena, che sovente lascio in disparte narrando queste mie memorie, per non sciupare il profumo della sua grande anima fra le buie pagine ove si perde la storia dei mio passato. Ella rimane, al di sopra di tutte le vicende, sola ed inaccessibile; fu l’anima che sentii più presso alla mia, più simile al mio celato cuore; fu l’anima che invidiai talvolta, perch’ella non conosceva l’umiltà nè il dubbio, ma era oscura e limpida insieme come una notte piena di stelle. Certo, infuori da tutte l’altre, v’era un’ultima possibilità, v’era un’idea quasi lontana, che si avanzava nel mio cervello, da prima timida e tosto respinta, indi più definita, più certa, più persuadente. «Fra poco -- pensavo -- Elena affronterà la scena; sarà nota, corteggiata e ricca. Dovrò concederle una maggiore indipendenza, e, forse la gelosia, forse la fierezza, mi comanderanno di creare nei nostri vincoli un mutamento essenziale. Così ella è salva; la nomade si elegge un confine, si assegna una meta, entra ella pure nel numero delle persone che han definito e risolto il problema della lor vita. Io solo rimango, a mezzo del cammino, senza conoscere quel che mi attende nell’incertezza del domani. Ma v’era infatti un’altra, un’ultima possibilità, la quale aveva un nome, un nome pallido, abbandonato, lontano, che faceva male all’anima come la memoria d’una cosa morta, un nome cosparso di cenere, fasciato d’oblio, confuso nella lontananza: -- Edoarda. Sì, certo; quando nella vita non è più possibile andar oltre, si può talvolta, quasi per una rimembranza di noi stessi, far ritorno verso ciò che fu nostro. Ed Elena? -- fu la domanda subitanea che mi feci. Pensavo dunque di rinunziare a lei con una tranquillità così freddamente priva di rimorso? No. Mi avvidi che il mio calcolo non aveva nemmeno questa rettitudine, poichè ammettevo che fossero entrambe necessarie alla mia vita. Ed allora, -- mi domandai, -- perchè non ho fatto questo fin dal principio, quando la frode poteva rivestirsi almeno d’un’apparente inevitabilità? Questa Edoarda non era dunque più il giogo aborrito, la creatura stanchevole, presso la quale il mio spirito ed i miei nervi soffrivano di ribellioni veementi? Non seppi rispondermi con esattezza, e tuttavia mi parve che potessi ricordarmi di lei senza provare alcun senso di avversione o d’inimicizia. Poi le lettere del Capuano, a mio malgrado, m’incuriosivano. Il saperla convalescente dal suo fedele amore, quando la credevo per sempre ferita, eccitava in me una specie di sorpresa e di rammarico, rinnovandola quasi a’ miei occhi. L’idea ch’ella potesse aver pensato ad altri dopo di me, quasi mi diminuiva nell’orgoglio, e talvolta, nella visione che di lei serbava l’anima inobliosa, m’accadeva di rivedere quella pallida creatura spirituale che un giorno mi aveva sedotto con la sua fragilità. Verso la fine di quel Novembre il d’Hermòs abbandonò la Francia, dopo avere inutilmente insistito perchè lo seguissi, non più in America, ma nel sontuoso Cairo e su le rive millenarie del Nilo. -- Ti auguro -- mi disse nel salutarmi, -- che al ritorno tu mi dia notizia d’un secondo fidanzamento. Ricorda i miei consigli e, se hai bisogno di qualcosa, scrivimi. Partì. Quando fu lontano, m’accorsi ch’egli non era peggiore di molti altri, poichè aveva una intelligenza profonda e fors’anche una bontà nascosta. Mi trovai più solo; egli era fra quegli uomini che aiutano a vivere e presso i quali tutte le difficoltà sembrano lievi. Il 17 Dicembre Elena doveva esordire al teatro. Per una strana coincidenza quel giorno era pure il compleanno d’Edoarda. Me ne ricordai due giorni prima, subitaneamente, camminando per via. Negli occhi ebbi la visione di quel grande palazzo, con tutte le sale adorne di fiori e di canestre, come una volta nel giorno anniversario... Pensai la sua tristezza, la mia, lontani, sotto il peso delle memorie, con un desiderio diversamente inutile nel cuore... Mi trovai ridicolo, scossi il capo e camminai oltre. Dopo alcun tempo la visione tornò. -- «Perchè non mandarle un fiore? -- mi dissi; -- un fiore muto, che appassirebbe lungo la via?» Per l’appunto v’erano in mostra, nella vetrina di un fioraio, certe bellissime rose primaverili, mentre l’inverno frizzava per l’aria con presagi di neve. Andai fin su la porta, poi la cosa mi sembrò puerile, romanzesca, e tornai via. Più oltre vidi un grande ramo di orchidee, con sei magnifici fiori uniti, d’una indefinibile tinta, tra l’azzurro, il viola ed il color malva. Le orchidee, nell’ovatta, viaggiano per lunghi giorni e la distanza non le fa sfiorire... Entrai senza riflettere, comprai quel ramo, lo feci comporre in una cassetta, delicatamente, come un gioiello dentro un astuccio, e quando si trattò di dare l’indirizzo, stetti un momento in dubbio fra me stesso -- poi detti quello di casa mia... per Elena. Che mistero inestricabile, il cuore dell’uomo! Elena intanto si apparecchiava per la sua grande ora, e quel giorno, anch’esso, fu triste. Sentii che quell’avvenimento poteva segnare una data ben dolorosa nel nostro amore, poichè da quel momento ella cessava di esser una cosa del tutto mia, per offrirsi agli occhi della folla multanime, da una ribalta, ove l’avrebbero avvolta i mille desiderii degli sconosciuti, come in una carezza impura. Recitò in una commedia nuova di Maurice Donnay; l’accoglienza del pubblico fu clamorosa; i giornali e le riviste inneggiarono a lei: per le strade i cartelli portarono il suo nome a grandi lettere, i fotografi la vollero fotografare, i manifesti, le illustrazioni divulgarono la sua bellezza, e tutti i donnaiuoli, i gaudenti, gli «snobs» vecchi e giovani si misero in caccia furiosamente per giungere sino a lei. Oh, mentr’ella saliva, mentr’ella con una esuberanza di vita godeva il suo trionfo, quante, nel mio secreto cuore, quante angosce indicibili! Mi ricordo la prima sera. Stavo, come trasognato, nel suo camerino. V’era pure l’attrice Grévier, la sua maestra, ed un andirivieni continuo di molte persone, uomini e donne, comici ed amiche d’arte, che insieme tutti parlavano, preparavano, consigliavano, standole intorno, considerandola già una loro preda. Io quasi non vedevo, quasi non udivo; stavo rincantucciato nel suo camerino, che ardeva d’una luce insolente, stavo là contro il muro, seduto sopra uno sgabello, fra bauli aperti ed abiti ammucchiati; il mio sguardo errava assai lontano, e la mente anche, da tutte le cose che accadevano intorno. Elena era un poco pallida ma sicura di sè. Quando il buttafuori la chiamò, ella mi fece con la mano un cenno rapido, come di saluto, e le amiche frettolose la spinsero fuori, andando tutte insieme dietro lei, per spiarla tra le quinte. Restai solo: nella piccola stanza una lampadina intensa brillava davanti alla specchiera; pareva che il cristallo si frantumasse in un vortice di scintille. V’erano intorno i rossetti, le ciprie, le forcelle, i pettini, le fibbie, tutte le cose minute che abbisognano all’attrice. Sulla spalliera d’una seggiola era posato l’abito che avrebbe indossato nel second’atto. Clara lo aveva disposto così ed era uscita ella pure. Mi ricordo anche d’essermi levato, di aver guardato, minutamente ogni singola cosa, con un sorriso di scherno; di avere intinto il dito in un bossoletto di biacca, in un altro di minio, poi di aver riso nervosamente osservando la mia falange così tinta. Uscii fuori, camminai verso la scena, in disparte da tutti, e la vidi, la intesi, la seguii con ansia in ogni suo movimento, finchè un applauso ruppe il lungo silenzio della sala. Immobile, con la fronte alta, senza un sorriso, ricevette quel primo battesimo. Vicino a me, la Grévier disse qualcosa che non afferrai, e per tutta la lunghezza dell’atto restai a guardarla, quasi dimenticando che fosse lei. La sua voce non mi pareva la stessa. Un applauso caldo, unanime, risonò sull’ultima sua parola e mentre la cercavo con gli occhi, vidi lei che mi veniva incontro, quasi correndo. Si buttò nelle mia braccia, mi strinse convulsamente, mentre la sua faccia smorta, ridendo, si bagnava di lacrime. Poi, dopo il teatro, mi ricordo ancora una cena, tra molte persone quasi estranee, che le avevano portato fiori, che vuotavano in suo nome calici di Sciampagna, gesticolando assai e parlando forte. Ella rideva, rideva di tutto, con tutti, un po’ ebra del suo trionfo, ed ogni tanto mi guardava come per sorprendere i miei pensieri. Tardi nella notte il banchetto finì, e noi tornammo soli, tacendo, verso la nostra casa, in quelle medesime stanze che ci avevano veduti giungere pieni di amore, di esaltazione e di coraggio. Una voglia infinita di pianto mi premeva il cuore; avrei voluto essere di nuovo a quel primissimo giorno, quando Elena era un’ignota, ma così mia, così dolcemente mia! Ci guardammo nel viso, e quello sguardo fu tra noi come una paurosa confessione. In silenzio le raccontai tutta la mia pena, in silenzio ella mi rispose tutto il suo dolore. E mi parve quella notte che i suoi baci avesser quasi un sapore insolito, più acre, più torbido, forse perchè tanti uomini avevano desiderata la sua bocca. IX Passarono due lenti mesi. Forse amandola meno, di lei più forte mi mordeva gelosia. La seguivo sempre, alle recite, alle prove, dappertutto; leggevo anche le sue lettere. Ogni giorno, al teatro, ve n’era un fascio -- lettere caute ma chiare. Queste brighe di marito sospettoso non erano confacenti con la mia natura e m’impicciolivano a’ miei propri occhi, mentre il mio carattere si faceva sempre più irritabile, più taciturno. Una eguale tristezza pesava su le nostre anime, fattesi lontane. Sapevamo entrambi di andare incontro ad una confessione ormai necessaria, senz’avere nè l’uno nè l’altra il coraggio di affrontarla per primo. Durante quel tempo avevo consumata la somma rimastami dopo la partenza di Elia, ed avendo giocato con pessima fortuna, e perduto anche su parola, mi era stato necessario far capo all’amicizia di Gualtiero Alessi, per non lasciare il mio debito insoluto. Egli mi accordò questo favore, senza però nascondermi una certa sua diffidenza, ond’io scrissi al Capuano, pregandolo di cercarmi sollecitamente un prestito, che avrei rimborsato entro pochi mesi. Una sera, dopo il pranzo -- (Elena quella sera non doveva recitare) -- pensai finalmente di parlarle a cuore aperto. -- Il Capuano -- le dissi, -- avrebbe già dovuto rispondermi. Invece anch’egli non pensa che vivo in un’ansia terribile. Vorrei sùbito rendere a Gualtiero Alessi quanto gli devo, poichè sembra ch’egli mi consideri per un stoccatore qualsiasi. -- Da quanti giorni hai scritto a Roma? -- Una settimana circa. Fabio avrebbe potuto almeno rispondermi due parole per togliermi da questa incertezza. -- Se tace, vuol dire che sta cercando. -- Secondo me vuol dire che non gli riesce di trovarmi denaro. Dio!... che vita miserevole! -- Povero amico... -- ella mormorò, con la voce di una buona sorella. -- Oh, tu non puoi comprendere che pena sia la miseria per un uomo il quale non conobbe mai la vergogna del chiedere! -- Lo immagino purtroppo, Germano. Se ti potessi aiutare! Non sai quanto vi penso. Ma per ora guadagno così poco! Le tesi una mano, con amicizia, per ringraziarla. -- Sei buona, Elena: ma non devi nemmeno pensare a queste cose. Poi non si tratta solo di denaro; il male è più profondo. E un avvilimento che neanche la ricchezza potrebbe ormai guarire. E con te sono ingiusto, lo so. Ti torturo, quando potresti essere felice.... Ma devi comprendere e perdonare la mia esasperazione. -- Non ti ho mai detto nulla, io. -- Sì, tu sei molto buona, molto buona, ma non basta.... Io sento troppo che non mi appartieni più. Sei del tuo teatro adesso. Sei di tutti quelli che vanno in visibilio quando solo appari su la scena. Gli attori ti toccano, ti prendono fra le braccia... e sei l’amante mia! l’amante di un uomo che s’è ridotto a fare il cane da guardia! Come tutto questo è comico, Elena mia... comico fino alla vergogna! -- Perchè mi parli così? Non lo abbiamo forse desiderato insieme? Potevi anche impedirmelo fin dal principio, e mi sarei certo rassegnata. Ma ora non posso fare altrimenti; è l’arte che vuole così. -- Oh, l’arte! -- Bene, dirò il mestiere. Lo so che ora mi disprezzi. Alle volte, mi guardi come se la scena m’avesse contaminata, e perchè recito, quasi quasi mi consideri come una donna di strada. -- Non ti ho mai detto questo, Elena. -- Forse non l’hai detto, però me l’hai fatto comprendere, ed è più grave. Non hai fiducia in me; parli del mio teatro come di una cosa vile; sembra che io ti faccia subire tutte le vergogne possibili. -- Sì, è vero, sono ingiusto; ma è così perchè ti voglio bene. -- Oh, mi vuoi bene!... -- disse amaramente. -- No! Anche questo è finito. In te non parla che l’orgoglio, soltanto l’orgoglio. Non gelosia dunque, ma un esagerato senso d’amor proprio; hai paura che un’attrice non sia più l’amante che ti convenga e forse temi che si calunni la mia fedeltà. Non è vero? 1 - - , ! . 2 . 3 4 - - , , , . 5 6 - - , ! , 7 , , . 8 , , 9 , . 10 . 11 , . 12 13 - - ? 14 15 - - , 16 . ; 17 . , 18 . « » 19 , , , 20 , , 21 , , , 22 . , 23 , . 24 ; 25 , , , . 26 27 - - , , ! 28 ? 29 30 - - , , . ; . 31 , , . 32 33 - - ? 34 35 - - : , , 36 . , , , 37 . , 38 , , , 39 : « ? . » 40 ; ? 41 42 , , ; : 43 44 - - . 45 . 46 47 - - , . 48 . 49 50 - - , - - , - - 51 , , 52 . 53 54 - - ! - - . - - ! 55 , ; , , , 56 . 57 58 - - , - - , - - 59 , , 60 . 61 62 , , , 63 : 64 65 - - , 66 . 67 . 68 69 - - ? - - . 70 71 - - . , 72 . 73 , 74 . , 75 , 76 , 77 , . , 78 . . . ! 79 80 - - , . - - , 81 , 82 . 83 84 - - , ! . . . , . 85 , 86 ; 87 . 88 89 - - , . ? 90 91 - - , . , , , 92 . . . 93 94 - - ? 95 96 - - , . 97 98 99 , 100 . 101 102 - - ? - - . - - , ? 103 . 104 . 105 106 , . 107 108 - - , : . 109 110 - - ? 111 112 - - ; . 113 114 - - : , , - - 115 , . - - , 116 ; ; , 117 . 118 119 - - , ! ! . . . ! ! . . . 120 121 - - , ! - - . 122 - - , , , , . 123 , , , , 124 . . . , 125 . 126 127 - - . . . ? 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