in occasione delle nozze del Landgravio di Essen con Luisa Eleonora di Sassonia. Quantunque la musica ne sia perduta, è da ritenersi secondo le notizie conservateci, che fosse scritta ad imitazione di quella di Peri. E sembra pure che Schütz abbia musicato l'-Orfeo- di Rinuccini. Invece ci è restata la musica di un -Singspiel Seelewig- (1644) di -Teofilo Staden-, una specie di allegoria simile alla Rappresentazione di anima e corpo di Emilio Cavalieri, un'opera affatto lontana dalle tendenze della Camerata fiorentina e solo d'interesse storico. Ma il nuovo genere non seppe attecchire, sia perchè i tempi erano difficili e la Germania era tormentata dalla tremenda guerra dei trent'anni, sia che mancassero gl'ingegni musicali che si volessero applicare al nuovo genere. C'era poi un altro motivo che rendeva difficile lo svilupparsi dell'opera nazionale. La lingua italiana era allora di moda nelle infinite corti di Germania come lo divenne poi la francese. Il pubblico stava in disparte e non prendeva alcun interesse alle cose artistiche; i teatri rimasero fino alla metà del secolo scorso con poche eccezioni riservati alla corte, ai cortigiani ed agli invitati. Era dunque naturale che i principi si rivolgessero all'Italia e chiamassero alle loro corti artisti italiani. Ognuna di queste aveva un poeta di corte che doveva montare sul suo Pegaso in ogni occasione voluta da circostanze esteriori. (Zeno e Metastasio a Vienna, Mauro ad Hannover, Pallavicino a Dresda, Terzago a Monaco, ecc.). I direttori erano italiani (Lotti, Caldara, Steffani, Porpora, Iomelli, Bononcini, ecc.), italiani i cantanti (Bordoni, Cuzzoni, Lotti, Durastanti, Senesino, Farinelli, Carestini, ecc.), italiani persino i pittori, decoratori ed architetti. Soltanto i suonatori erano in parte tedeschi e francesi. Fra le corti di Germania, che videro fiorire l'opera italiana sono specialmente da nominarsi Vienna, Dresda, Berlino e Monaco. La corte di Vienna s'era sempre distinta quale protettrice della musica ed ormai nel 1642 vi si eseguì l'-Egisto- di Cavalli. Gli imperatori Leopoldo I, Giuseppe I e Carlo VI, buoni musicisti, preferivano la musica italiana e cercarono con ogni modo di attirare alle loro corti i migliori artisti italiani. Caldara e Conti assieme allo stiriano -Giovanni Fux- segnano l'epoca del maggior fiore dell'opera a Vienna. Fux (1660-1741) è tuttora noto per il suo celebre trattato -Gradus ad Parnassum- (1725) e per musiche da chiesa più che per le sue opere teatrali, nelle quali imitò gli italiani. Quasi tutti poi i più celebri compositori italiani dell'epoca, cominciando da Cavalli, Cesti fino a Porpora e Salieri andarono a Vienna e scrissero per quel teatro di corte. Non inferiore a Vienna nel culto dell'opera italiana fu Dresda. Anche in questa città v'era un'intiera colonia artistica d'italiani, che dominava esclusivamente il teatro. L'opera italiana vi fu inaugurata formalmente nel 1662 col -Paride- di -Giovanni Bontempi-, scolaro di Mazzocchi e collega di Schütz. Suo successore fu pure un italiano, -Carlo Pallavicini-, buon compositore. Salito al trono Federico Augusto I (1694), vero mecenate delle arti, cominciò una nuova era di lusso e splendore e Dresda mai vide maggior numero di celebri artisti nelle sue mura, fra i quali Lotti, Vittoria Tesi, il Senesino, e sopra tutti -Giovanni Adolfo Hasse- e sua moglie, la famosa cantatrice -Faustina Bordoni-. Quantunque Hasse abbia avuto i natali in Germania (Bergedorf, 1699) egli appartiene interamente alla scuola napoletana ed è compositore italiano. Da principio cantante ad Amburgo e Brunswick, venne poi a Napoli (1724), dove si perfezionò nella composizione alla scuola di Porpora e quindi di Alessandro Scarlatti, che lo prese ad amare. Una sua opera, -Sesostrate- (1726), destò unanime applauso ed egli già nel 1727 fu nominato direttore al Conservatorio degli incurabili a Venezia, dove conobbe e sposò Faustina. La fama delle sue opere oltrepassò ben presto le Alpi e pochi anni dopo venne chiamato a Dresda (1731), dove con piccoli intervalli di tempo, fra i quali un breve soggiorno a Londra, passò la maggior parte della sua vita. Negli ultimi anni si recò a Venezia, dove morì nel 1783. Hasse fu compositore fecondissimo. Dotato di grande fantasia e di ricchezza melodica, egli dominava perfettamente la forma ed era sommo nel trattare la voce. Ma egli non si eleva sopra i migliori autori italiani dell'epoca, seguendo anch'egli la pratica che al bel canto sacrificava la verità drammatica. Egli non fu e non volle essere un riformatore ma seguì l'andazzo del tempo. Egli non copia alcuno degli italiani ma imita tutti, togliendone da tutti il meglio, per cui egli non è originale ma piuttosto la personificazione dello stile drammatico, diremmo quasi astratto, italiano del secolo XVIII. Hasse visse onorato e meritò tanto pel suo ingegno che per il suo carattere integro il nome di -Caro Sassone-, che in Italia gli si diede. Colla partenza di Hasse da Dresda (1756) e dopo la morte di Augusto III, l'opera italiana a Dresda decadde rapidamente, durando però al meno sporadicamente fino al 1842 (Morlacchi). In Berlino troviamo cantanti italiani (-Pasquino Grassi- e -Giovanni Alberto Maglio-) già nel 1656. La prima opera si diede nel 1700 e fu -la festa dell'imeneo- di -Attilio Ariosti-, alla quale negli anni posteriori fecero seguito delle altre finchè nel 1742 venne aperto da Federico II il nuovo teatro con -Cesare e Cleopatra- di -Graun-. Federico il grande era musicista appassionato e buon suonatore di flauto. Egli prediligeva la musica italiana e non voleva saperne di cantanti tedeschi. «Piuttosto sentir un'aria cantata da un cavallo, che una tedesca come prima donna», soleva egli dire. Il miglior compositore dell'epoca fu -Carlo Enrico Graun- (1701-1759), che dominò colle sue opere il repertorio fino alla sua morte. Graun appartiene pure alla scuola italiana. Scrisse 36 opere e molta musica da chiesa, fra cui l'oratorio -la Morte di Gesù-, che ancor oggi si eseguisce, opera priva di grandezza e religiosità e scritta nello stile teatrale. Graun fu scrittore melodioso e facile, ma non ebbe nè originalità nè potenza drammatica. Grande influenza sulle cose musicali ebbe pure alla corte di Federico il suo maestro di flauto -Giovanni Quanz-, che fu in Italia alla scuola di Gasperini e scrisse un'infinità di composizioni per flauto ad uso del re. Degni di menzione sono pure -Francesco Benda-, boemo (1709-1786), celebre violinista, fondatore della scuola germanica, il creatore del melodramma (declamazione con accompagnamento di musica), e la celebre cantatrice -Gertrude Elisabetta Mara- per la quale Federico ebbe a ricredersi degli artisti tedeschi. Coll'avanzarsi dell'età venne a cessare l'interesse di Federico per l'opera, che priva del suo più potente appoggio rapidamente decadde. A Monaco gli Italiani erano diventati già per tempo padroni del campo. La corte di Alberto V aveva veduto commedie italiane (1568) per le quali aveva scritto madrigali Orlando di Lasso che in una rappresentazione aveva egli stesso rappresentato la parte di nobile veneziano (-Pantalone dei Bisognosi-). Il primo vero dramma per musica fu la -Ninfa ritrosa- (1654) di autore sconosciuto. Fra tutti i maestri di quel tempo si incontra un sol nome tedesco, -Gaspare Kerl-, scolaro di Carissimi e celebre organista. Egli scrisse pure opere teatrali andate perdute. A Kerl successero Ercole Bernabei, Giovanni Bernabei, Agostino Steffani, Albinoni, Porta, Bernasconi. L'opera italiana cessò nel 1787. La patria dell'opera tedesca nazionale fu Amburgo, la libera città anseatica, dove la musica era sempre stata in onore e dove accorrevano gli artisti, sicuri di trovare un pubblico intelligente ed appassionato per l'arte. Quantunque l'opera italiana fosse ben presto giunta in Amburgo e vi avesse destato grande interesse e plauso, pure l'elemento nazionale si fece vivo di buon'ora e molti furono i tentativi di imitazione con tendenze nazionali e sostituzione della lingua tedesca all'italiana. La prima opera tedesca che si diede ad Amburgo fu -Adamo ed Eva-, musicata da -Giovanni Theile- (2 gennaio 1678). Dapprincipio essa non fu che una copia dell'italiana, ed i soggetti si toglievano dalla mitologia, dalla storia antica e dalle leggende sacre o dalla Bibbia. Ma il pubblico prendeva poco interesse a quelle rappresentazioni eroiche, nelle quali esso non trovava l'impronta nazionale ed i soggetti gli erano del tutto estranei e punto simpatici. Ed allora nacque la reazione, dapprincipio modesta, introducendovi l'elemento nazionale e comico e riducendo il tutto ad una parodia di cattivo gusto. Poi l'elemento nazionale prende il sopravento ed ai soggetti eroici e sacri si sostituiscono azioni tolte dalla vita contemporanea, che univano il tragico al comico, il sublime al triviale. Per sfortuna poi mai epoca fu sì povera di buoni poeti ed i musicisti dovevano contentarsi di mettere in musica versi che peggiori non ponno pensarsi, azioni che sono un'ibrida congiunzioni di sciocchezze, sfacciataggini e trivialità, il tutto condito da motti salaci in una lingua barbara ed un gergo da piazza. La meschinità di tali produzioni drammatiche si cercava nascondere sotto lo sfarzo delle scene, dei vestiari e dei balletti, per i quali si spendevano somme favolose, e si cercava cancellare l'impressione penosa d'una scena tragica con una comica della specie più scurrile, come nell'opera di Dedekind -Gesù morente-, dove Satana raccoglie in un canestro le budella di Giuda e col cestello in mano canta un'aria. Molto migliori dei meschini e prosaici poeti di quell'epoca furono i maestri che posero in musica i loro tristi parti. Fra questi merita speciale menzione -Giovanni Kusser- (1657-1727), musicista di talento, il quale influì sulla nuova opera tanto colle sue opere che colle sue cognizioni pratiche e che pel primo liberò la scena da tutta la marmaglia di cantanti e cantatrici, tolti dal più basso volgo, che nulla sapevano di musica e vi sostituì buoni elementi. Ma quegli che per il suo grande ingegno, se a questo avesse unito serietà di propositi e veri criteri artistici, sarebbe stato chiamato ad ispirare nuova vita all'opera tedesca e metterla sul vero cammino, fu -Reinhard Keiser- (1674-1739). Dotato d'inesauribile vena melodica e vivissima fantasia egli era nato per la musica drammatica e per la scena. Le sue numerose opere si distinguono per ricchezza e facilità di melodia, per varietà di forma e per verità d'espressione ed egli si innalza qualche volta a grandi altezze in scene eminentemente drammatiche come nell'-Ottavia-. Le forme che usa sono piccole e simili alla canzone popolare, ma caratteristiche e sempre adatte alle parole. Se egli non fu capace di impedire il rapido decadimento della giovine opera, si fu perchè gli mancava la fermezza del carattere e seguiva l'andazzo del tempo, poco curandosi degli alti ideali, pur che la sorte gli arridesse pel momento ed egli potesse menare vita brillante e spensierata. Eppure ad onta dei suoi molti difetti, la sua musica ancor oggi ha un fare sì spontaneo e naturale, è sì fresca e melodica che bisogna meravigliarsi come in un'epoca di tali aberrazioni del gusto potessero sbocciare fiori sì gentili. Altra figura interessante del tempo fu -Giovanni Mattheson- (1681-1764), un miscuglio d'umorista e pedante, cantante, musicista e scrittore. Le composizioni di Mattheson sono intieramente dimenticate, giacchè esse sono scritte nel gusto dei loro tempi e mancano di vera ispirazione, ma non lo sono molti dei suoi infiniti scritti d'arte e di polemica musicale, nei quali si palesa lo spirito battagliero, ardito e mordace dello scrittore ed in mezzo a molto ciarpame ed a frasi antiquate ed ampollose sono nascosti nuovi pensieri ed è messa la base dell'estetica musicale moderna. (-Il perfetto direttore- (1739), -il patriota musicista-, -la porta d'onore-, -la critica musicale-). L'ultimo musicista della prima epoca dell'opera d'Amburgo, dopo il quale questa andò rapidamente decadendo, fu -Giorgio Filippo Telemann- (1681-1767), artista strano, che d'ogni stile s'appropriò qualche cosa, ma che per la manìa di essere originale ad ogni costo cadde in mille ricercatezze e puerilità artistiche. La sua fecondità fu prodigiosa; scrisse oltre circa 40 opere e 600 -ouvertures-, 44 passioni, 12 annate di musica da chiesa ed un'infinità d'altre composizioni. Prima di chiudere questo periodo ci resta a rammentare Händel, che nel 1703 a 19 anni si recò ad Amburgo onde arricchire le sue cognizioni e studiarvi l'opera. Quantunque egli abbia scritto qualche opera per Amburgo (-Almira-, -Nerone-) e vi abbia fatto parlare di sè, pure egli non esercitò alcuna influenza sul suo indirizzo, inquantochè si tenne piuttosto in disparte come osservatore e pure profittando di quello che egli ad onta della falsa strada per cui si era messa l'opera, da questa potea apprendere, non era ancor giunto a quel grado di maturità artistica, che per ciò era necessario. Nel 1740 arriva ad Amburgo una compagnia d'opera italiana coll'impresario Angelo Mingotti e l'opera nazionale tedesca, che negli ultimi anni aveva menato un'esistenza stentata, venne a finire. In INGHILTERRA la musica drammatica fu quasi sempre senza carattere nazionale. Quantunque non sia giustificata l'opinione generalmente diffusa della mancanza di talento musicale degli Inglesi, non è da negarsi, che la musica in Inghilterra fu sempre influenzata dagli stranieri, che attirati dall'idea di gloria e dalla speranza di ricchi guadagni vi trapiantarono la musica dei loro paesi. Le prime notizie che ci sono conservate sulla musica in Inghilterra arrivano al 600 dopo Cristo, quando papa Vitaliano mandò in Gallia e Britannia Giovanni e Teodoro ad insegnare il canto gregoriano che in poco tempo raggiunse grande diffusione. Dopo un lungo silenzio la storia fa menzione di -Giov. Dunstaple- del quale già parlammo ed a lui seguono molti altri musicisti pratici e teoretici, che ebbero molta parte allo sviluppo dell'armonia e contrappunto. Verso la fine del secolo XVI poi troviamo in Inghilterra molti musicisti, che si occuparono specialmente del madrigale, raggiungendo in questo genere le migliori opere degli italiani contemporanei. I più noti fra questi sono -William Bird- († 1623), -Tommaso Morley- (1557-1604), -John Bull- (1563-1628) e -Orlando Gibbons- (1583-1625). Molti madrigali di quell'epoca sono stati ultimamente pubblicati e eseguiti con plauso per la leggiadria dello stile, le bizzarrie ritmiche, gli scherzi armonici e la freschezza di melodia. Quel tempo vide pure il fiore della musica istrumentale che la regina vergine Elisabetta preferiva e molti furono i suonatori specialmente di -virginale- (specie di spinetta) che ebbero grande fama anche in altri paesi. L'importanza di questo ramo della musica inglese è assai grande per la storia della musica istrumentale e lo sviluppo delle sue forme. I principali rappresentanti ne sono -Hugh Aston- ed i nominati -Bird- e -Bull-. Noi troviamo nelle loro opere, che si pubblicarono negli ultimi anni, un'assoluta indipendenza dallo stile corale, una tecnica assai perfezionata nella mano sinistra, armonia quasi moderna e nuove forme come per es. la variazione. Il dramma musicale venne all'Inghilterra dall'Italia e vi fu portato da -Tommaso Lupo-, -Angelo Notari- ed -Alfonso Ferrabosco-. Bisogna però rammentare che -Roberto Jones- pubblicava ormai nel 1601 due libri di -songs and ayres- (canti ad 1-4 voci con e senza istrumenti) scritti nello stile recitativo delle -Nuove musiche- di Caccini e che qualche cosa di simile all'opera erano le cosidette -Masques- con cori, danze ed in genere musica istrumentale. Delle prime opere di maestri inglesi (-Lawes-, -Colman-, -Lock-, ecc.) sono conservati soltanto i titoli. Nel 1673 venne -Cambert- in Inghilterra e vi introdusse la musica francese, che trovò tosto molti fautori fra i quali il re Carlo II. In quel tempo (1658) nasceva a Londra -Enrico Purcell-, il maggior genio musicale che l'Inghilterra mai ebbe. Purcell ha molti punti di somiglianza con Mozart. I suoi successi datano ormai dal suo diciottesimo anno e le sue opere giovanili (p. es. -Didone ed Enea-) mostrano maturità di studi, sicurezza di stile e di forma. Egli scrisse una quantità di musica per azioni teatrali, da chiesa ed istrumentali, tutte ricche di facile melodia, di ampiezza di stile e magistrale fattura. Il maggior difetto della sua musica è quello di essere troppo esangue e di restare quasi sempre allo stato di schizzo per quanto geniale. Egli si formò alla scuola degli Italiani senza però rinunciare alla sua personalità spiccata ma altresì senza raggiungerli. Egli prelude però ormai ad Händel specialmente colla sua maniera di innestare il coro all'azione e di concepire il quadro musicale. Purcell non trovò chi raccogliesse il suo retaggio. Morto a 37 anni, venne ben presto dimenticato dal pubblico che preferiva i piccanti ritmi delle canzoni francesi alla verità drammatica delle sue opere ed alla grandiosità dei suoi cori. Dopo la morte di Cambert (1677) sono di nuovo gli italiani che predominano e contendono la palma ad Händel, mentre gli ultimi tentativi di un'opera nazionale (-Beggar's Opéra- di -Gay- 1727) cadono sotto il livello dei più meschini prodotti. LETTERATURA H. M. Schletterer -- -Studien zur französischen Musik-, Berlin, 1884-85. Nuitter et Thoinan -- -Les origines de l'opéra français-, Paris, 1886. Prunières -- -Lully.- 1910. Pougin A. -- -Les vrais créateurs de l'opéra français-, Paris, 1881. R. Rolland -- -Le premier opéra joué a Paris- e -Notes sur Lully- in -Musiciens d'autrefois-, Paris, 1908. L. de la Laurencie -- -Lully-, 1910. Prunières -- -L'opéra italien en France avant Lully-, Paris, 1913. Laloy L. -- -Rameau-, Paris, 1908. L. de la Laurencie -- -Rameau-, Paris, 1908. I. Iansen -- -I. I. Rousseau als Musiker-, 1884. Brenet -- -Gretry: Sa vie et ses oeuvres-, 1884. H. Cuzzon -- -Gretry-, Paris, 1908. Le opere principali di Lully, Rameau e Gretry furono pubblicate nuovamente nei Chefs d'Oeuvres class. de l'Opéra français, ecc. O. Lindner -- -Die erste stehende deutsche Oper-, Berlin, 1855. L. Meinardus -- -Rückbliche auf die Anfänge der deutschen Oper-, Amburgo, 1878. H. Kretschmar -- -Das erste Jahrhundert der deutschen Oper- Sammelbände der intern. Musik Gesell., III, 2. H. Schmidt -- -Matheson-, Lipsia, 1897. I. Valletta -- -La musica in Inghilterra- -- Riv. musicale italiana, vol. 5º. W. Nagel -- -Geschichte der Musik in England-, Strassburgo, 1894-1897. CAPITOLO XII. Martin Lutero e la musica protestante. Bach e Händel. Nessuna nazione possiede sì ricco patrimonio di canzoni popolari quanto la tedesca. I musicisti non potevano ignorare tutta questa fioritura di canti ed è per questo che nelle loro opere si mostra più che in quelle degli altri maestri stranieri una certa inclinazione alla forma chiusa della canzone e che il canto fermo non si toglie di preferenza dal canto gregoriano. Mentre nei paesi romani si mantenne il canto liturgico latino e la comunità quasi mai partecipa al canto, noi troviamo cantici sacri in lingua tedesca ormai poco dopo il Mille. E ciò era naturale, perchè e ignota era la lingua latina e troppo diverso il canto gregoriano da quello popolare. Così vedemmo già parlando della canzone popolare, come il popolo tedesco trasformava i canti latini della chiesa, ora conservandone qualche brano, ora trasformando e ritmo e melodia alla guisa di canzone popolare (-Kyrleise-). Questi canti dapprima usati durante le processioni ed i misteri furono poi introdotti nella chiesa stessa e si ammisero benchè a malincuore dalla liturgia fra l'Epistola ed il Vangelo. Tale stato di cose si cambiò intieramente colla riforma di Lutero, che ha per la Germania lo stesso significato del Rinascimento in Italia. Questi due avvenimenti segnano nella storia della musica la fine del Medio Evo ed il principio di una nuova epoca. La riforma fu d'importanza capitale per la musica sacra tedesca e la musica tedesca in genere, giacchè Bach e Händel basano intieramente sulla musica della chiesa protestante e perchè le loro opere non si possono concepire senza la riforma che diede loro quell'austerità e maschia grandezza, che le distingue da quelle delle altre scuole. La chiesa riformata ammette il canto della comunità nella lingua del popolo. Esso non poteva essere dunque che la canzone popolare modificata per gli scopi della chiesa, perchè soltanto questo è il canto del popolo. Prima condizione era perciò di togliere la melodia dal tenore e darla al soprano onde renderla palese ed accompagnarla non con contrappunti ma nota per nota con armonie, con accordi. -Martin Lutero- (1483-1546) comprese l'importanza della musica per l'opera della riforma e le dedicò tanto più le sue cure, che egli stesso ne era appassionato cultore. «La musica, egli scrive nei suoi sermoni, è un dono di Dio e non degli uomini. Essa mette in fuga il diavolo e rende gli uomini ilari. Essa fa dimenticare l'ira, l'impudicizia e tutti i vizî. Io le dò il primo e più alto posto dopo la teologia». Lutero tradusse ed adattò i canti della comunità assieme ai suoi fedeli amici -Rupff- e -Walther-, scelse le melodie, sia togliendole dalle canzoni popolari, sia trasformando il canto gregoriano, sia trovandone di nuove e pubblicò nel 1524 la prima raccolta -Enchiridion-. Stabilì il tipo del corale protestante che fino ad oggi rimase lo stesso, perchè non fu la moda che ne dettò le regole. L'esempio fruttò e ben presto si moltiplicarono e diffusero i nuovi canti, sicchè un Gesuita ebbe a dire che i canti di Lutero hanno mandato in perdizione più anime che i suoi scritti e sermoni. E difatti si potevano bruciare le bibbie ed i libri, mettere al rogo i propagatori della nuova fede ma non soffocare quei canti che s'innalzavano dovunque, che eccitavano il coraggio nelle battaglie e che erano ormai divenuti canti patriottici politici. La vera storia della musica tedesca comincia dopo la Riforma, perchè i musicisti anteriori a quest'epoca non sono che imitatori dei fiamminghi. Soltanto ora si desta il sentimento nazionale e come la Riforma non pretendeva l'annichilimento dell'individuo, così entra nell'arte per altre strade che in Italia l'individualismo, che rimase una delle prime doti della musica tedesca. Noi ci contenteremo di enumerare alcuni dei maestri tedeschi anteriori a Bach, che sono e numerosi ed importanti come lo mostrano le loro opere, che furono intieramente dimenticate e che oggi si tornano a pubblicare. Ancor sotto l'influsso degli Olandesi sta -Enrico Isaak- (Arrigo tedesco) di Praga (?) che fu alla corte di Lorenzo il Magnifico e poi di Massimiliano († 1517). Le sue canzoni tedesche a più voci segnano ormai lo spegnersi dell'egemonia fiamminga. -Enrico Fink- di Pirna († 1588), -Stefano Mahu-, -Giorgio Rhaw-, -Martino Agricola-, appartengono già alla scuola protestante, come pure -Lodovico Senfl- di Basilea, scolaro di Isaak, l'autore prediletto di Lutero, musicista di vero genio. Questi autori si servono della forma del motetto per gli scopi della musica da chiesa protestante, abbandonano i contrappunti complicati ed usano di preferenza quello a -nota contra notam-, donde derivano gli accordi. -Luca Osiander- fu il primo a pubblicare cinquanta canzoni sacre e salmi (1586) secondo la nuova maniera. Superiori di gran lunga a questi sono: -Adamo Gumpoldzhaimer- (1560), -Leo Hasler- (1564-1612), scolaro di Andrea Gabrieli, noto in Italia sotto il nome di -Gianleone- e -Giovanni Eccard- (1553- 1611), ambedue ispirati e potenti. Mentre in Germania prendeva piede la Riforma, l'Italia aveva veduto nascere Palestrina e formarsi la scuola dei grandi musicisti romani e veneti. I Tedeschi sempre avidi di sapere ed imparare non potevano ignorare gl'immensi progressi dell'arte musicale in Italia e da questo tempo data quella pacifica immigrazione di musicisti tedeschi in Italia, replicandosi quanto era successo prima coi fiamminghi. E quasi a favorire questo pellegrinaggio sorgeva ai confini d'Italia, bella in mezzo alle onde, Venezia, la città incantata, le cui flotte si spingevano fin ai più lontani mari ed i cui cittadini avevano vaste relazioni di commercio oltre le Alpi, la città dove una scuola musicale che aveva veduto fiorire i più grandi ingegni, continuava le sue gloriose tradizioni ed i cui templi ricchi di mosaici e di dipinti dei più celebri maestri, risuonavano di sacri e dolcissimi concenti, che riempivano d'ammirazione i forestieri venuti per affari di mercatura in Italia. Augusta e Norimberga vi mandavano i figli dei patrizi ad apprendere il commercio ed il modo di vivere; nel 1506 i Tedeschi aveano fabbricato in vicinanza di Rialto il loro fondaco, che facevano adornare di dipinti da Giorgione e da Tiziano. Da -Gallus- (1550) e -Meiland- fino a -Schütz-, una coorte di musicisti scende in Germania per visitare le scuole dei celebri maestri italiani. La rimembranza di quei tempi resta incancellabile anche dopo il ritorno in patria e rivive nelle loro composizioni, che ad onta del carattere nazionale portano l'impronta dei maestri italiani. Coloro poi ai quali non era concesso veder adempiuto il maggior voto della loro vita, ed apprendere e perfezionarsi nell'arte dei suoni dalla bocca del maestro, cercavano indirettamente collo studio delle opere di avvicinarsi ai loro ideali o frequentavano la scuola di maestri che furono in Italia. Alla scuola di Carissimi in Roma venne quel -Gaspare Kerl-, famoso compositore di musica da chiesa ed organista, che vedemmo alla corte di Monaco rivaleggiare cogli italiani e pure a Roma studiò con Frescobaldi -Giovanni Froberger- (1612), del quale faremo cenno in seguito. Soltanto indirettamente sotto l'influsso degli Italiani, seppure di un influsso quantunque indiretto si possa parlare, stanno i musicisti contemporanei, che nacquero e vissero nella Germania del Nord, quali -Melchiore Frank-, autore di molti corali ancor oggi in uso; -Andrea Hammerschmidt- (1611-1675), felice imitatore dei maestri italiani; i due membri della grande famiglia -Bach-, -Giovanni Michele- e lo zio di Sebastiano, -Giovanni Cristoforo-, eccellenti organisti e compositori; -Giovanni Pachelbel- di Norimberga (1653), celebre organista e scrittore di musica d'organo, -Michele Prätorius- (1571-1621) di Turingia, passionato ammiratore dei maestri italiani, dottissimo musicista ed autore della celebre opera -Syntagma musicum-, specie di enciclopedia musicale in tre volumi (1615-1620), di grandissimo interesse per la teoria e la storia dei musicisti e degli istrumenti. Il secondo libro contiene il -Theatrum musicum istrumentorum-, in cui sono descritti e disegnati tutti gli strumenti allora in uso; -Giovanni Ermanno Schein- (1586-1630), uno dei primi autori di musica istrumentale veramente ispirata ed interessante (-banchetto musicale, ecc.-); -Samuele Scheidt- (1587-1654) celebre organista e scrittore di musica d'organo e da chiesa in genere. La caratteristica di questi maestri è da cercarsi nel fatto che quasi tutti furono organisti e che dall'organo ebbero il loro sviluppo. Essi sono i diretti precursori di Bach, essendo rintracciabile nelle loro composizioni più che in tutte le altre dei musicisti della Germania meridionale quell'austero sentimento proprio della Riforma, che è una delle caratteristiche principali di Bach. Molti di questi musicisti uscirono dalla scuola dei celebri organisti -Swelink- (1540), scolaro di Zarlino e Gabrieli e -Reinken- (1623), la fama del qual ultimo fu tale che il giovane Bach intraprese un viaggio pedestre fino ad Amburgo per poterlo sentire. Maggiore di Swelink e Reinken fu -Dietrich Buxtehude-, nato a Helsingor nel 1637, organista a Lubecca, la di cui virtuosità era fenomenale e le cui composizioni si avvicinano per grandiosità, varietà d'effetti, sapienza ed elevatezza a quelle di Bach, che fu talmente preso del suo modo di suonare e delle sue composizioni, che dimenticati i doveri che lo attendevano ad Arnstadt, si fermò per tre mesi a Lubecca (1705). A quella guisa che le composizioni della scuola romana basavano sul canto Gregoriano, così il fondamento della musica dei compositori della Germania settentrionale è il corale, che se non raggiunge la grandezza ed infinita semplicità tipica del canto gregoriano, pure nella sua melodica purezza, espressione e sentimento ha qualche cosa di più umano, di più commovente di questo ed è senza dubbio più individuale e corrispondente all'idea d'indipendenza della fede, propria del Protestantesimo. Gli organisti germanici servendosi del corale, ispirarono nuova vita alla musica d'organo e la resero capace d'esprimere tutte quelle aspirazioni e sentimenti che la parola non può esprimere. Nella loro musica la melodia non è che la pietra che serve alla costruzione dell'edifizio architettonico e maestoso e si palesa solamente nei giri armonici fra le arti contrappuntistiche e le fioriture, richiamando quasi l'attenzione dei fedeli al corale prima e dopo cantato. L'anello di congiunzione fra la scuola degli organisti di Germania e Bach ed il più grande e più geniale dei suoi antecessori fu senza dubbio -Enrico Schütz- (1585-1672) (-Sagittarius-), quantunque dovessero passare ancora cento anni prima della nascita del grande cantore di Lipsia. Dapprima destinato alla carriera legale, si dedicò alla musica per il suo talento pronunciatissimo e venne alla scuola di Giovanni Gabrieli, dove stette tre anni fino alla morte del maestro. Ritornato in patria divenne direttore di cappella a Dresda, dove rimase sino alla morte. L'importanza di Schütz è assai grande, essendo egli stato il primo ad ispirare alla musica germanica un nuovo alito di vita ed a liberarla dal formalismo, unendo alla dolcezza e maestà dello stile palestriniano e veneziano il nervo e la vigoria delle melodie germaniche. Le sue opere hanno una certa somiglianza con quelle di Carissimi, ma egli è più profondo e grande nei cori, mentre l'Italiano gli è superiore nell'espressione drammatica degli ariosi e dei recitativi. Le principali sono le Symphoniae sacrae, composizioni per voci (3-6) con istrumenti, scritte ad imitazione di quelle di Gabrieli, fra le quali stupende la -Conversione di Paolo-, la -Storia della Risurrezione- e le -Sette parole del Redentore-, specie di oratorî, scritti con tendenze musicali riformatrici e felice connubio di stili diversi che già di molto si avvicinano alle opere insuperabili di Bach, e finalmente le -Quattro Passioni- secondo gli Evangelisti, per voci sole, i cori delle quali (-turbae-) sono grandiosi per espressione drammatica, per il sentimento tragico e per verità, quali li troviamo nella -Passione di S. Matteo- di Bach. Schütz finì la sua lunga vita quasi nell'obblìo e le sue opere furono presto dimenticate, tanto che è difficile arguire se esse fossero state note a Bach e Händel. Oggi però per merito di Spitta, che pubblicò molte delle sue opere, egli è ritornato in onore e le -Sette parole- si eseguiscono di spesso. L'egemonia della Germania nella musica da chiesa comincia ormai con Schütz. I tedeschi impararono ben presto dagli italiani quello che mancava alla loro musica e vi aggiunsero la profondità intima dell'espressione e la ricchezza dell'armonia, unite ad una certa rudezza, che sente la forza. Mentre in Germania l'opera italiana si diffondeva sempre più, nasceva in un'oscura città di Turingia, in Eisenach, ai 21 marzo del 1685, -Giovanni Sebastiano Bach-, uno dei maggiori geni musicali, che mai il mondo conobbe. Bach apparteneva ad una famiglia, che per sei generazioni fornì la Germania di musicisti, fra i quali alcuni, come gli zii di Sebastiano, Giovanni Cristoforo e Giovanni Michele, ebbero grande fama. Perduto il padre all'età di dieci anni, venne collocato presso il fratello maggiore Giovanni Cristoforo, organista di Ohrdruff, che gli insegnò i primi rudimenti della musica, e fu lì, che studiando al chiaro di luna le composizioni d'organo di Pachelbel, Frescobaldi ed altri maestri, le quali il fratello non gli voleva permettere di studiare, contrasse il germe di quella malattia di occhi, che negli ultimi anni della sua vita lo rese cieco. Da Ohrdruff passò a Luneburgo come cantante del coro, quindi a Weimar, dopo la mutazione della voce quale suonatore d'orchestra. Passati alcuni anni in diverse città (Arnstadt, Mühlhausen, Cöthen), ora come organista, ora come violinista, ottenne finalmente, dopo la morte di Kuhnau, il posto di cantore (direttore) alla scuola di S. Tommaso in Lipsia (1723) che occupò fino alla morte (28 luglio 1750). Sebastiano Bach nacque di famiglia povera e modesta, si ammogliò due volte ed ebbe ventun figli. Le sue aspirazioni non furono mai alte, nè egli cercò la gloria. Dopo i suoi trionfi come organista e pianista a Dresda ed a Berlino, ritornò alla sua casa e continuò le sue occupazioni senza inorgoglire, quasi inconscio del suo portentoso genio. Passò la vita in mezzo alla sua famiglia, severo con sè ed i suoi, ligio al dovere ed alla religione dei suoi padri. I suoi contemporanei non intuirono la sua grandezza. Nato in un'epoca in cui la Germania non aveva ideali, in cui la vita di pensiero era meschina o nulla ed il pedantismo e la gretteria regnavano, non si vide in Bach che un eccellente virtuoso d'organo e poco più che un buon e diligente direttore di cappella. Più volte egli ebbe a sostenere lotte accanite coi suoi superiori per futili lagnanze e per questioni indegne che gli amareggiarono l'esistenza. Dopo morto, le sue composizioni andarono dimenticate ed in parte perdute; gli ultimi rampolli della sua famiglia caddero in miseria, e come si obliò il luogo ove giaceva sepolto, così si scordò il suo nome, sicchè quando Marx e Mendelssohn esumarono la sua grandiosa -Passione di S. Matteo- e ritornarono alla luce le sue maggiori opere, sembrò essere cosa incredibile che un simil genio avesse potuto per tanto tempo essere disconosciuto e quasi dimenticato. Oggi si può però parlare d'una vera rinascita bachiana, perchè la musica di Bach s'accorda in certo modo cogli ideali moderni d'estetica musicale e colla tendenza alla polifonia e fu appunto quando dominava l'omofonia, che Bach fu dimenticato per più d'un secolo. Dinanzi alla grandiosità delle sue opere la penna sfugge di mano e rifiuta il suo ufficio. Goethe scrisse di lui: «Quando penso a Bach, ho l'impressione, che l'eterna armonia si diverta con sè stessa forse come sarà successo nel seno di Dio prima della creazione». E Wagner: «Se si vuole comprendere la meravigliosa singolarità, forza ed importanza dello spirito tedesco con un solo ed incomparabile esempio, basta studiare la personalità quasi inconcepibile ed incomprensibile di Sebastiano Bach in un'epoca in cui il popolo tedesco era pressochè annientato». Il genio di Bach si può intuire, non esprimere a parole. Come Palestrina, egli sta sul confine di due epoche, e mentre chiude l'una, inizia l'altra. Anche egli non fu riformatore nel senso stretto della parola, nè trovò nuove forme, ma le sussistenti perfezionò e perfezionandole le rese tali che nuove appaiono. Come Palestrina incarna la musica sacra cattolica, così Bach è il rappresentante della musica protestante. La sua musica vocale è esclusivamente religiosa ed interpreta la dogmatica protestante, ma egli le ispira sentimenti più umani ed intimi di quello che la severa ortodossia antecedente avesse saputo. Se in Palestrina troviamo rappresentato l'elemento divino che s'abbassa fino all'umanità, in Bach domina l'elemento umano che si libera dai ceppi e dalle miserie terrene, si eleva al cielo, gli confida i suoi dolori, le sue angoscie e vi trova il conforto e la pace dopo la lotta. Il suo carattere inclina al misticismo, per cui la sua musica è precipuamente riflessiva, profonda ed esigente che l'uditore vi si immedesimi. Non sempre giustificato è però il voler sottolineare il sentimento religioso di Bach, che egli possedeva più per tradizione che per riflesso. Bach è portato altresì al lirismo ed in lui si trovano gli elementi del romanticismo; perciò era naturale che egli coltivasse anche la musica istrumentale, che più si adatta ad esprimere la profondità del pensiero. La musica di Bach non fu popolare ai tempi del maestro, perchè egli si elevava troppo sopra gli altri per venir intieramente compreso e popolare non lo è oggi nè mai lo diverrà. Ma invece si può ben con sicurezza affermare, che molte delle sue opere saranno imperiture come alcune dell'antichità nella letteratura, pittura e scoltura, perchè per quanto cambieranno e la vita di pensiero e le forme dell'espressione, l'alito geniale che vi ispirò il maestro, non può per il tempo che passa spegnersi. Nella musica vocale Bach segnò traccia imperitura. I suoi numerosi corali a quattro voci sono monumenti insuperabili di melodia ed espressione profonda; molti gli servono di tema per costruire grandiose concezioni polifoniche. Ma dove Bach sembrò attingere ad una fonte inesauribile fu nelle cantate, che sono più di trecento, quasi tutte su poesie di carattere religioso da eseguirsi dopo la predica dell'ufficio protestante. Esse mantengono la forma concertata di prima (introduzione istrumentale, coro, recitativi, arie, duetti, corale). La plasticità dei temi si presta a tutte le combinazioni, senza che l'unità sia perduta; l'opera grande e maestosa sorge naturalmente e quasi necessariamente, nel mentre ogni parte è individualmente concepita. La differenza che passa fra quelle di Bach e dei suoi antecessori e contemporanei è grande, perchè fu egli il primo a riconoscere l'importanza delle forme dell'opera italiana e servirsene combinandole collo stile della musica d'organo, raggiungendo così l'unità e creando una nuova musica da chiesa di spiccato carattere protestante, che fu anche l'ultima non essendo la posteriore che una semplice imitazione della sua. Il contrappunto di Bach basa a differenza dei maestri anteriori sull'armonia e le singole voci sono sempre condotte melodicamente. La tonalità è la moderna e non è che la scala minore discendente colla sesta maggiore che a noi riesce un po' strana ed arcaica. Fra le sue opere vocali le maggiori sono la -Passione secondo S. Matteo-, la -Messa in si minore-, l'-Oratorio di Natale-, il -Magnificat- a cinque voci. La -Passione- suddetta (15 aprile 1729), una delle tre conservateci, segna un immenso progresso in confronto delle anteriori e delle contemporanee e come il testo è depurato dalle aberrazioni ed ingenuità di prima, così la musica si eleva ad altezze, quali Bach stesso di rado seppe raggiungere. E se anche in questa sublime opera il contrasto fra l'elemento sacro e mondano o drammatico le tolgono l'unità, ciò deve ascriversi non all'autore ma al genere di composizione, per cui lo vediamo spegnersi con Bach e sostituirvisi l'oratorio, nel quale l'elemento sacro e mondano si confondono in uno e formano un nuovo stile. Nella musica istrumentale fu Bach che introdusse, come nessuno prima di lui seppe fare, le forme della musica polifonica vocale. Egli non creò la -Sonata-, la -Suite-, la -Partita-, la -Fuga-, ecc., ma tutti questi generi modificò e rinnovò in modo che fra le sue composizioni e le anteriori o contemporanee la somiglianza è poca o nessuna. La sua orchestrazione invece è semplice, quantunque non manchino specialmente nelle arie concertate tratti felici e nuovi impasti e combinazioni, che egli imparò senza dubbio dalle opere di Steffani. Fra la quantità delle sue opere istrumentali basti il nominare il suo -Clavicembalo ben temperato-, quella raccolta aurea di 48 preludî e fughe per cembalo, in cui Bach si palesa non solo sapiente teorico ma altresì poeta musicale, servendo la forma del preludio e della fuga ad esprimere sentimenti svariati ed affetti e facendo la profondità del pensiero e la bellezza melodica dimenticare la sapienza. Altre notissime sono la -fantasia cromatica-, il -Concerto in re minore- per pianoforte, la -suite in re maggiore- per orchestra, il -Concerto italiano-, le -toccate e fughe-, le -sonate per piano e violino-, le -sei sonate per violino solo-, i -concerti brandeburghesi-, ecc. Bach fu sommo organista e come tale fu riconosciuto anche dai contemporanei. Le sue improvvisazioni attiravano la folla ed il celebre organista Reinken dopo averlo sentito in Amburgo (1721), gli rivolse le memorabili parole: «Credevo che quest'arte fosse morta, ma vedo che essa ancor vive in voi». Bach non fu del resto soltanto sommo organista ma altresì sommo nelle sue composizioni per organo ancor oggi insuperate. E difatti chi ha mai più superate le sue toccate e fughe, i suoi preludî ai corali nei quali la profondità e la ricchezza melodica e tematica sono inesauribili? L'infinita ammirazione delle opere di Bach non deve però accecarci al punto di non riconoscere che non tutte raggiungono l'ideale della perfezione e che anch'egli, ciò che del resto è più che naturale se si considera la sua immensa produzione, molte volte lasciò correre la mano, fidandosi della sua prodigiosa sicurezza di maneggiare le forme più ardue del contrappunto. Allora anche Bach è soltanto un artista abilissimo ed è inutile cercare nelle opere scritte così, che non son poche, recondite profondità mistiche, alle quali certo l'autore non pensava e che neppur inconsciamente sentiva. E questo vale non soltanto per molte delle opere istrumentali ma ancor più per le cantate, scrivendo le quali Bach non poteva essere sempre invaso da compunzione religiosa ma voleva sopperire a bisogni liturgici, specialmente in un'epoca, in cui la religiosità s'univa ad un pietismo protestante barocco. Gli elementi della musica di Bach sono i più svariati. Il fondamento ne è il corale protestante, ma egli studiò altresì e profittò delle opere di Palestrina, Lotti, Caldara, Frescobaldi, molte delle quali egli copiò di propria mano. Nella musica istrumentale sono Corelli, Vivaldi (Concerti), Marcello, Albinoni, Couperin, Froberger, Buxtehude ed altri che esercitarono un influsso palese sulle sue opere. Fra i numerosi figli di Bach, quattro furono musicisti. Il maggiore, -Friedemann- (1710-1784), mostrò grande ingegno ed ebbe a maestro il padre, che su lui avea fondato le sue speranze. Organista della cattedrale di Halle, vi stette venti anni. Ma il suo carattere strano, la sua vita scapestrata lo trassero a rovina. Dedito al bere, cadde sempre più in basso, abbandonò il suo posto e vagò per la Germania, finchè morì in miseria a Berlino. Nei suoi momenti felici fu uno dei più grandi organisti del suo tempo, dottissimo in teoria e lasciò più composizioni, fra cui -polonesi-, -cantate-, -sonate- per piano e violoncello ed un -concerto- per organo che è degno delle migliori opere del padre. Miglior sorte ebbe l'altro figlio di Bach, -Filippo Emanuele- (1714-1788), allievo pure del padre, che visse onorato e stimato ad Amburgo. Fra le sue numerose composizioni vanno menzionate le sue -sonate- per piano, che furono il breviario di Haydn e segnarono una nuova fase nello sviluppo della sonata quantunque non sia giusto ascrivergli quello che fu il frutto dei tentativi di più maestri anteriori e contemporanei. In ultima linea le opere di F. E. Bach appartengono ormai allo stile galante, reso meno snello dalla pedanteria germanica dei suoi tempi. Tanto Friedemann che Filippo Emanuele si risentono dell'influenza superficiale dell'epoca e sono lontani dal raggiungere la grandezza e profondità del padre. Gli altri due figli, -Cristoforo Federico-, direttore a Bückeburg e -Giovanni Cristiano-, direttore a Milano e poi a Londra non si elevarono sopra la mediocrità. I numerosissimi manoscritti di Bach -- durante la sua vita ne vennero stampati soltanto alcuni -- furono divisi tra i due figli Friedemann e Filippo Emanuele. Ma il primo poco si curò del prezioso retaggio e così molte opere del grande genio di Turingia andarono perdute per sempre. Pochi giorni prima di Bach nasceva in Halle (23 febbraio 1685) -Giorgio Federico Händel-, quel genio che insieme a Bach, per lungo tempo assicurò alla Germania il primato musicale. Anche Händel, come tanti altri, ebbe a lottare col padre prima di potersi dedicare alla musica, finchè quest'ultimo, per l'intercessione del principe di Weissenfels, acconsentì all'ardente desiderio del figlio e lo mandò alla scuola dell'organista Zachau, eccellente teorico. A undici anni si recò a Berlino, dove viveva allora Bononcini e dove apprese nuove cose ed intravide orizzonti ben diversi da quelli che il suo maestro avevagli additato. Ma egli seppe resistere alla tentazione di rimanere e ritornò ai severi studi, che alternava con quelli della giurisprudenza all'Università, finchè a 19 anni si recò ad Amburgo per dedicarsi intieramente alla musica. Amburgo era allora il centro musicale germanico dell'opera ed offriva al giovane musicista ricco campo di studio ed esperienza. Difatti il suo soggiorno non fu senza frutto, chè di lui si eseguirono con buon successo tre opere. In Amburgo accadde pure la nota storia del suo duello con Mattheson, il turbolento e litigioso critico, che per poco non lo uccideva. La conoscenza dell'opera destò in Händel il desiderio di visitare l'Italia (1707), dove stette tre anni componendo più opere nello stile dell'epoca e riscuotendo grande plauso. Il soggiorno di Händel in Italia influì grandemente sulla sua musica, che ad onta di tanti punti di contatto, pure è sì diversa da quella di Bach. Lotti e Scarlatti gli furono prodighi di consigli e dalle opere di questi e della scuola romana, specialmente di Carissimi, trasse proficui ammaestramenti. Nel 1710 abbandona l'Italia e si ferma ad Annover, dove si trova con Steffani, il gentile ed ispirato autore di celebri duetti e cantate. Di là passa a Londra, che doveva divenire la sua patria adottiva. Nel 1711 la sua opera -Rinaldo-, lo rende noto al pubblico inglese ed in breve tempo egli diventa l'autore più di moda. Ma la sua vittoria fu amareggiata da continue lotte con rivali ed una forte fazione d'inimici invidiosi cercò con ogni mezzo di soppiantarlo e discreditarlo. Le contese coi colleghi, fra cui -Ariosti, Bononcini, Porpora-, con cantanti e cantatrici, fra le quali la Cuzzoni e Faustina Hasse rivali ed inimiche acerrime, la cattiva riuscita delle sue imprese teatrali, finirono col disgustarlo del teatro, sicchè nel 1740 colla sua opera Deidamia, diede un addio alle scene e si dedicò ormai in età avanzata all'oratorio, a quel genere in cui si era anni avanti (1732-34: -Ester, Debora, Atalia, la festa di Alessandro-, 1736), provato con successo. Fra le opere di questo periodo nomineremo come le più celebri ed ancor oggi notissime, -Israele in Egitto-, coi suoi grandiosi cori che descrivono le sventure del popolo eletto; l'-Allegro ed il Pensieroso-; nel 1741 il celebre -Messia-, l'oratorio prediletto del pubblico inglese; nel 1742 -Sansone-, una delle opere più ispirate e grandiose per contrasti di tinte; nel 1746 -Giuda Maccabeo-, e finalmente -Iefte-, che Händel scrisse quando le tenebre della cecità si erano distese sui suoi occhi, due anni prima della sua morte (1759). Händel scrisse quaranta opere teatrali, diciotto oratorî, passioni, Anthems, Te Deum, Cantate, duetti, Concerti grossi, Sonate, Suites, musica d'organo. L'importanza di Händel sta precipuamente nell'oratorio. Nell'opera lirica egli non si innalza gran fatto al disopra dei contemporanei e se nelle sue arie la caratteristica è forse più efficace di quella di tanti altri maestri, le sue melodie sono meno insinuanti ed ispirate di quelle dei migliori italiani. Anche in Händel manca come nei maestri napoletani il sentimento drammatico dell'intiera opera e se un'aria o l'altra, singolarmente presa, mostra grande verità espressiva e s'adatta al testo, il tutto non è che una collezione di arie collegate coi recitativi. Dell'origine dell'oratorio abbiamo fatto cenno parlando di quella dell'opera. In Italia esso si era già al principio del secolo XVII diviso in due specie distinte. La prima a somiglianza delle antiche azioni liturgiche con testo latino, la seconda in forma di leggende di santi od azioni sacre drammatizzate con apparato scenico. Una suddivisione di quest'ultima sono gli Oratorî con persone allegoriche e simboli, ma essa iniziata da Cavalieri andò presto in disuso (-Maragnoli-Vita humana- 1658). Le azioni sacre drammatiche invece vennero molto in voga e le biblioteche italiane e straniere posseggono una quantità di simili azioni sacre in musica, fra le quali nomineremo come le principali l'-Eumelio- di -Ag. Agazzari-, -S. Alessio- di -Landi- (circa 1620), gli Oratorî di -Aless. Scarlatti-, -Stradella- (Modena), -S. Francesco- di -G. Alessandri- (Dresda) molti di -Caldara- (Vienna), -Leo-, ecc., e per dare un'idea della voga dell'oratorio basti il dire, che il padre Martini aveva nella sua biblioteca 350 oratori scritti da maestri italiani, che poi andarono dispersi ed in parte perduti. La forma dell'oratorio drammatico italiano va sempre più avvicinandosi a quella dell'opera e la parte dell'-Historicus- scompare ben presto, perchè essa era incompatibile colla forma drammatica, e l'esecuzione scenica, che molte volte si adottava. L'affinità fra l'azione dell'Oratorio con quella dell'opera influiva pure sullo stile. Una certa serietà ed elevatezza nelle arie e nei recitativi accompagnati, molte volte bellissimi, è l'unica caratteristica. I cori vanno sempre più perdendo d'importanza e si riducono di solito a due, al principio ed alla fine e ciò neppur sempre. L'interesse va perciò diminuendo e noi vediamo spegnersi l'oratorio, almeno in Italia, alla fine del secolo XVIII. È inutile indagare quali motivi abbiano deciso Händel ad abbandonare l'opera lirica e dedicarsi intieramente all'oratorio. Certo essi non sono da cercarsi solamente nelle circostanze esteriori. Più che queste influirono senza dubbio il suo carattere severo ed austero, l'altezza dei suoi ideali e l'impossibilità di raggiungerli nell'opera. Nell'oratorio di Händel si compie la fusione dell'elemento mondano e divino, che nella musica sacra era impossibile. La bibbia offriva ad Händel soggetti adatti alla sua natura inclinata all'epico, al grandioso; alla mancanza dell'elemento drammatico individuale suppliva la vastità del quadro michelangiolesco, dove invece di una singola persona parlava un popolo intiero. La mente di Händel non era inclinata alla contemplazione mistica, ma vedeva la vita oggettivamente cogli occhi di un cosmopolita. Perciò quello che Händel non seppe raggiungere nell'opera lirica, egli raggiunse nell'oratorio, il sentimento drammatico cioè e perciò i suoi grandiosi cori sono più veri ed espressivi che le sue arie, le quali per lo più sono antiquate e risentono del tempo tanto nelle loro forme alle volte barocche e convenzionali che nelle fioriture. L'orchestrazione di Händel è più ricca e colorita di quella di Bach, che doveva sempre contentarsi di pochi e mediocri suonatori, più interessante ed elaborata di quella dei maestri italiani. Fra le sue migliori opere istrumentali contano i -Concerti grossi-, per archi soli o per archi ed oboe, lo strumento preferito da Händel. La forma è quella dei Concerti di Corelli con qualche cambiamento. Händel è molto più comprensibile e vicino a noi italiani di Bach sia per le sue doti sia e forse di più per l'influenza che ebbero su di lui i maestri italiani ed il lungo soggiorno in Italia. «Andate in Italia a liberarvi la testa dalle idee superflue e le ubbie» diceva il vecchio musicista Fux ad un suo scolaro e fu certo in Italia che Händel imparò la chiarezza, l'equilibrio e la semplicità, che sono i suoi maggiori pregi e che Bach non seppe mai raggiungere in sì alto grado. La potenza assimilatrice di Händel è stragrande ed egli non ebbe mai scrupolo di servirsi di motivi e temi di altri maestri per le sue opere. Ma egli sa assorbire tutti gli elementi estranei in modo tale, che l'imitazione non diventa plagio e perde ogni importanza. Nell'opera egli non cercò nè trovò nuove vie ma seguì le battute. Nell'oratorio invece egli tenta continuamente nuovi esperimenti e gli fa subire diverse trasformazioni, innestandogli anche forza drammatica più che nelle sue opere teatrali, ora contentandosi di cori omofoni ora fugati, ora misti con soli. La sua facoltà inventiva sembra inesauribile, sicchè gli bastano poche settimane, alle volte pochi giorni per comporre un'opera od un oratorio (p. e. il -Messia- fu scritto fra il 22 agosto ed il 14 settembre 1741). I suoi Concerti per organo ed orchestra sono quasi improvvisazioni ed egli si contenta alle volte d'una stenografia musicale per seguire l'irruenza della sua fantasia. Bach e Händel sono due geni, che vicendevolmente si completano come Goethe e Schiller. Bach inclina al misticismo, alla contemplazione: egli basa completamente sul sentimento religioso protestante. Händel è più oggettivo e contempla la vita da un ampio e libero punto di vista; perciò il primo è essenzialmente lirico, mentre l'altro è epico e somiglia agli uomini dell'antichità. Il sentimento religioso in lui non è esclusivo come in Bach, ma è soltanto il fondamento su cui poggia il suo edifizio. Bach rimase germanico nell'arte ed esclusivamente nazionale, mentre Händel ne allargò i confini, e conservando la propria fisonomia, apprese e si perfezionò alla scuola degli italiani. Bach è più profondo e complicato di Händel che si serve di mezzi più chiari, più semplici; il primo è più accurato nei particolari, mentre il secondo dipinge a tratti più larghi. Ambedue menarono vita semplice ed integra e ad alte aspirazioni unirono somma attività e diligenza. Con Bach ed Händel finisce la prima grande epoca della musica tedesca. L'antica religiosità andava scomparendo per far luogo a nuove idee; all'antico dogmatismo succede il razionalismo di Kant; la Rivoluzione francese, che da lungo preparavasi, abbatte gli antichi pregiudizi e viene proclamata la libertà d'azione e di pensiero. Anche la musica si risente delle nuove idee e da queste nascono l'opera di Gluck e la musica istrumentale sinfonica moderna. LETTERATURA C. v. Winterfeld -- -Der evangelische Kirchengesang-, Lipsia, 1843-47. H. Köstlin -- -Luther als der Vater des evang. Kirchengesanges-, Lipsia, Breitkopf und Härtel. Pirro A. -- -Schütz-, Paris, 1912. Pirro A. -- -L'estethique de I. S. Bach-, Paris, 1907. Ph. Spitta -- -Heinrich Schütz Leben u. Werke-, Berlin, 1904, nel libro -Musikalische Aufsätze-. -- -I. S. Bach-, Lipsia, 1873 e seg. C. Bitter -- -S. Bach-, Dresda, 1880. Schweitzer A. -- -I. S. Bach, le musicien poête-, Leipzig, 1904. Fr. Chrysander -- -G. F. Händel-, Lipsia (incompiuto.) T. Volbach -- -G. F. Händel-, Berlino, 1898. Rolland R. -- -Händel-, Paris, 1910. C. Bitter -- -Die Söhne Bachs-, Berlino, 1868. -- -Beiträge zur Geschichte des Oratoriums-, 1872. Le opere degli autori nominati, anteriori a Schütz sono in parte pubblicate in Antologie. Quelle di Schütz, Bach ed Händel furono intieramente pubblicate dalla casa Breiktopf und Härtel e dalla Società Händel. CAPITOLO XIII. La musica monodica da camera e l'arte del canto fino al secolo XIX. Teatri e decorazioni. Una delle qualità che secondo Baldassare Castiglione deve avere -il Cortigiano- (1518) è che egli sia «ancor musico ed oltre allo intendere ed esser sicuro a libro sappia varii istrumenti». (Libro I. Cap. XLVIII). «Il tempo poi nel quale si possono usare queste sorti di musica, stimo che sia sempre che l'omo si trova in una domestica e cara compagnia, quando altre faccende non vi sono». (Lib. II. Cap. XIII). Simili accenni troviamo negli Asolani di Pietro Bembo, nella vita di Guido da Montefeltro, scritta da Vespasiano dei Bisticci, nei Dialoghi di Torquato Tasso ed in molte altre opere dei secoli scorsi, p. e. nell'Introduzione al Novellare nelle Cene di Francesco Grassini, detto il Lasca («si dierono a cantare certi madrigali a cinque voci di Verdolotto e d'Arcadelte in casa di una ricca e bella donna vedova, il di cui fratello aveva una camera fornita di canzonieri scelti e d'ogni sorte d'istromento lodevoli, sappiendo tutti quei giovani, chi più, chi meno, cantare e suonare»). La musica comincia a divenire col Rinascimento veramente un elemento di coltura e diletto delle classi alte e medie ed ad avere una parte non senza importanza nella vita privata. Paolo Veronese, Giorgione, Bonifazio dipingevano i cosidetti -Concerti-. Leonardo, Benvenuto Cellini, Salvator Rosa erano buoni musicisti, cantanti o suonatori; le corti di Firenze e specialmente di Mantova e Ferrara risuonavano di canti e suoni e musicisti celebri vi trovavano gentile ed onorevole accoglienza; Isabella ed Alfonso d'Este possedevano una raccolta di strumenti preziosi non allo scopo di farne una collezione ma di usarli praticamente. A differenza di prima di musica si occupavano e seriamente anche i dilettanti e basti il nominare fra le donne celebri o note per altri motivi Properzia dei Rossi, Irene da Spilimbergo e Tarquinia Molza quali distinte cantanti 1 . , 2 , 3 . ' - - . 4 - - ( ) 5 - - , 6 , ' 7 ' . 8 9 , 10 11 ' , ' 12 . ' 13 ' . 14 15 . 16 ; 17 , 18 . ' 19 . 20 21 . ( , 22 , , , . ) . 23 ( , , , , , , 24 . ) , ( , , , , 25 , , , . ) , , 26 . 27 . 28 29 , ' 30 , , . 31 ' 32 ' - - . , 33 , , 34 35 . - - 36 ' ' . ( - ) 37 - - ( ) 38 , 39 . 40 ' , , 41 . 42 43 ' . 44 ' ' ' , 45 . 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