avevano conservata la loro musica popolare, sia perchè s'erano fondate scuole nazionali ed i musicisti non frequentavano più come prima quasi esclusivamente quelle estere. L'egemonia che l'Italia aveva esercitato per secoli sulla musica era già cessata da tempo e gliela contrastava la Germania. Ma se i giovani musicisti scandinavi ed alcuni dei russi accorrevano ancora alle scuole tedesche per apprendervi l'arte musicale, ritornati in patria essi cercarono di liberarsi dall'influenza straniera ed approfittando dell'immensa ricchezza della canzone e melodia popolare seppero dare alle loro opere il carattere nazionale servendosi appunto dell'elemento melodico e ritmico della musica popolare. La prima per tempo di queste scuole è la -Scandinava- che comprende la -danese-, la -norvegese- e la -svedese- col ramo secondario della musica -finnica-, che è di tutte la più recente. I maestri scandinavi sono quasi tutti romantici e derivano in ultima linea da Mendelssohn e Schumann col già nominato Gade quale anello di congiunzione. Essi prediligono perciò la musica istrumentale e di questa le forme minori. La loro musica, quantunque abbia l'impronta moderna non mostra alcun influsso delle nuove teorie rivoluzionarie ed è anzi piuttosto conservativa e di carattere intimo e lirico. La nota predominante è la melanconia in tutte le gradazioni, appaiata ad un sentimento intenso della natura e ad una felice disposizione al colorito istrumentale e finezze armoniche e ritmiche, derivanti senza dubbio da elementi etnici. La musica danese prima di -Gade- non ebbe vera impronta nazionale. Fu egli per il primo che consciamente, almeno nelle opere della giovinezza e virilità, ispirò alla sua musica l'elemento nazionale. Prima si usava servirsi di qualche melodia popolare per scopi speciali o per semplice amore di novità. Gade senza copiare la musica delle canzoni nordiche seppe, mantenendo le forme usuali creare un tipo di melodia o spunto musicale, che ha un carattere essenzialmente nazionale, sicchè la sua prima sinfonia in -do minore- fu ai suoi tempi una rivelazione. Questa sua nota speciale andò poi nelle opere posteriori sempre più affievolendosi, finchè egli finì col diventare un gentile ed abile imitatore di Mendelssohn. Ma Gade fece scuola in tutta la Scandinavia. Fra i migliori musicisti della Danimarca contano -Emilio Hartmann- (1836-1898), -Giorgio Mailing- (1836-1903), -Asger Hamerik- (1843), -Augusto Enna- (1860) che si dedica con qualche fortuna principalmente al dramma musicale, (-La Strega-, -Cleopatra-, ecc.), -Carl Nielsen- (1860). Maggiore impronta nazionale della danese ha la musica -norvegese- colle sue canzoni e danze caratteristiche (-Halling-, -Springer-, ecc.). Ma forse più che alla maggior ricchezza melodica e varietà delle sue canzoni essa deve la sua superiorità ai musicisti stessi, fra i quali -Kjelruf- (1815-1863) ed il celebre violinista -Ole Bull- (1810-1880) furono i primi che misero in onore la musica nazionale. Il vero rappresentante della scuola norvegese ed ancor oggi il più geniale ed importante è -Edgardo Grieg- (1843-1907). Egli è il poeta musicale della Scandinavia più di Gade e degli altri, ed ha contribuito alla conoscenza dell'anima nordica altrettanto che Biornsön ed Ibsen, perchè in ogni sua composizione, la più grande e la più piccola egli non smentisce mai il carattere speciale della sua nazione e quasi neppur volendolo sa liberarsi dall'influenza della musica popolare, che è diventata sua seconda natura e che egli pur creando nuove melodie e forme imita. La sua natura è un misto di elementi artistici e popolareschi, i quali si fondono organicamente, sicchè l'opera che ne risulta non ha nulla di artificioso ma è spontanea e sincera. Il Concerto per pianoforte, le Sonate per violino, il Quartetto, ecc., sono opere costruite secondo le norme della morfologia musicale, eppure esse hanno un'impronta tutta speciale, perchè il contenuto è diverso, diversa la melodia, il ritmo e l'armonizzazione. Grieg discende da Schumann ed è vero impressionista. Le sue opere sono quasi sempre la traduzione poetica di un sentimento che occupa il suo animo e che in lui, poeta dei suoni, trova eco e si estrinseca nella sua arte. Le opere più note oltre le nominate sono due -Suites- (-Peer-Gynt-) per orchestra, una -Suite- in stile antico per archi, un'-Ouverture-, i pezzi lirici per pianoforte e molte delle sue bellissime canzoni. Grieg non fu certo uno dei colossi della musica ma piuttosto un delicatissimo e poetico miniatore. Perciò le sue migliori opere non sono le più grandi, giacchè a lui mancava la potenza delle concezioni grandiose. -Cristiano Sinding- (1856) invece è padrone delle forme maggiori e le predilige (Sinfonie, Concerti, Sonate, Quintetto, Trio, ecc.). Confrontato con Grieg egli è certo più maschio e potente ma molto meno poetico nelle sue opere, meno fortunato negli spunti, che sono alle volte rudi ed aspri, meno nazionale nel colorito, meno lirico ma invece molto più epico. Altri noti musicisti norvegesi sono -Giovanni Svendsen- (1840-1911) che scrisse ancor giovanissimo le sue migliori opere (Ottetto, Sinfonie, Concerti, Leggende, Rapsodie, ecc.); -Gerardo Schjelderup- (1859) autore di drammi musicali e -Halfdan Cleve- (1879) (Concerti per pianoforte, ecc.). Quasi le stesse caratteristiche mostra la musica -svedese-. -Ivan Hallström- (1826-1901) cercò già per tempo di liberare l'opera drammatica musicale dalle influenze straniere e darle un carattere nazionale, però con poca fortuna, mentre maggiore ne ebbero i tentativi di -Gio. Södermann- (1832-1876) di innalzare le sorti della canzone -svedese- e di -Andrea Hallén- (1846) per la musica istrumentale, che si risente della musica di Wagner e Liszt. -Emilio Sjögren- (1853) (Sonate, pezzi per pianoforte, cantate, canzoni, ecc.), -Guglielmo Stenhammer- (1871) e -Guglielmo Peterson-Berger- (1867) sono oggi i più noti musicisti svedesi. Alla musica scandinava appartiene anche quella della -Finlandia-, del paese dei mille laghi, una terra che ha pure una canzone popolare propria, in molti riguardi diversa della scandinava e russa ma affine ad ambedue. Fino a pochi anni fa il nome dei maestri nazionali non oltrepassava i confini del paese. Oggi -Roberto Kajanus- (1869) ed ancor più -Jean Sibelius- (1865) sono abbastanza noti nel mondo musicale. Anzi molti chiamano ora Sibelius il caposcuola non solo della musica finlandese ma della nordica in genere. Alle opere di lui (poemi sinfonici, sinfonie, Concerto per violino, pezzi per pianoforte, canzoni, ecc.), manca però quasi intieramente la nota ilare e gioconda ed esse hanno somiglianza colla natura del paese dai lunghi inverni, le fitte nebbie, rotte alle volte da qualche raggio di sole sbiadito, che mostra gli stagni fumanti ed il verde pallido delle erbe. Anche egli come Grieg non padroneggia le forme maggiori e non è di rado frammentario. La musica -russa- prima di Glinka ebbe ben poca importanza come arte nazionale. Sarti, Galuppi, Martini, Paisiello e Cimarosa per non nominare che i maggiori, soggiornarono a lungo nella Russia e vi scrissero molte delle loro opere. Il vero creatore della musica russa è -Michele Glinka- (1804-1857) l'autore della -Vita per lo Czar- (1837) e -Russlan e Ludmilla-, ambedue pregne di carattere e melodia nazionale, con novità di ritmi ed armonizzazione ma ben lontane da meritare gli esagerati entusiasmi, che destano ancor oggi nella loro patria. Quasi contemporaneo è -Alessandro Dargomisky- (1813-1869) (-Russalka- e -Convitato di pietra-) forse meno ispirato di Glinka ma ricco di sentimento drammatico e ricercatore di nuove forme. In questo riguardo si può anzi dire che egli col suo recitativo melodico, base di tutto il suo Convitato di pietra, ha molti punti di affinità cogli autori più moderni. -Alessandro Seroff- (1820-1871) (-Giuditta-, -Rogneda-) completa la triade ma non raggiunge neppur lontanamente i suddetti. Il vero e decisivo impulso a creare di proposito una vera arte musicale russa partì dal cosidetto cenacolo dei cinque (-Balakireff-, -Cui-, -Borodine-, -Rimsky-Korsakoff- e -Moussorzsky-), che per caso originariamente furono o uomini di scienza o soldati. Era l'epoca del fermento prodotto dalle opere di Berlioz, Liszt e Wagner ed in genere della musica programmatica e descrittiva. I cinque nominati bandirono la crociata contro la musica italiana e francese ed accettando i nuovi principî cercarono di metterli in pratica nelle loro opere sia drammatiche che sinfoniche. Supremo scopo poi era di dare alla loro musica una vera impronta nazionale togliendola dalla melodia e dal ritmo delle canzoni popolari. Queste col loro carattere oscillante fra il maggiore e il minore, somigliante molte volte alle antiche tonalità di chiesa, con elementi orientali frammischiati furono dai sudetti sapientemente utilizzati ed imitati ed hanno dato alle opere della scuola russa moderna un certo carattere esotico ed originale che ne è forse il maggior pregio. Il ritmo della musica russa ha qualche cosa di elementare che deriva più dalla razza che dalla volontà del musicista ed è svariatissimo (anche p. e. in 5/4, 5/8, ecc.). Il più audace innovatore dei nominati è -Modesto Moussorzky- (1823-1881) quantunque egli non ebbe mai sufficiente padronanza della parte tecnica della sua arte. Egli è l'autore dell'opera -Boris Godounov-, che quando fu data la prima volta nel 1877 a Pietroburgo fu derisa e cadde miseramente, mentre oggi si considera come l'opera più audace e nuova della scuola russa. In essa l'arte sinfonica non ha alcuna parte, ma tutto è conciso, rapido ed eminentemente drammatico. -Cesare Cui- (1835) scrisse più opere drammatiche, -Angelo-, -Ratcliff-, ecc., e sinfoniche. Ma il suo maggior merito sta nell'aver combattuto accanitamente per i nuovi ideali specialmente coi suoi scritti e la sua propaganda. -Al. Borodine- (1834-1887) gli fu nell'ispirazione di gran lunga superiore e ci lasciò poche ma belle opere quali, p. es., il secondo quartetto, la sinfonia in -do minore-. Il suo -Principe Igor-, opera rimasta incompiuta e finita poi da Rimsky-Korsakoff e Glazounow è scritta piuttosto nello stile antico ma contiene nelle danze e nei cori delle pagine stupende di un colorito smagliante. -Nicola Rimsky-Korsakoff- (1844-1908) fu di tutti il più sapiente e molti dei giovani musicisti russi, che contano fra i migliori, furono suoi scolari. Egli si provò in tutti i rami della musica e quasi in tutti con fortuna (opere drammatiche -Sadko-, -Notte di maggio-, -Pskovitaine-, ecc., sinfonie, poemi sinfonici, -Antar-, -Sheherezade-, quartetti, Concerti, ecc.). Ma più che tutti questi musicisti sono noti al mondo internazionale i loro contemporanei -Antonio Rubinstein- (1829-1894) e -Pietro Tschaikowsky- (1840-1893). Il primo, celebre pianista e fecondissimo autore di opere teatrali (-Nerone-, -Feramor-, -Maccabei-, -Demonio-, ecc.), sinfonie, concerti, musica da camera, canzoni, oratorî, ecc., è oggi pressochè dimenticato, quantunque nelle sue opere sieno numerosi i momenti di vera ispirazione geniale. Ma in tutta la sua stragrande produzione non c'è un'opera di maggior mole che sia veramente perfetta. Spunti dei più eletti si avvicendano con frasi comuni, ed ad un tempo riuscitissimo ne seguono degli altri, scritti senza ogni cura, nei quali l'autore si trascina innanzi con lunghe esposizioni e lavori tematici senza alcun valore. Tschaikowsky è più moderno, più sincero per quanto più bizzarro, più lirico che drammatico. Egli è incoerente nello stile ma spesso assai ispirato. Fra le sue opere (-Eugen Onegin-, -Jolanda-, -Mazeppa-, ecc., Sinfonie, Quartetti, Concerti, Suites, ecc.), emerge su tutte la sesta sinfonia in -Si minore-, la patetica, una delle migliori opere sinfoniche degli ultimi decenni, calda di fantasia, piena di contrasti, varia nei ritmi e coloriti. Tanto Rubinstein che Tschaikowsky non sono musicisti sì schiettamente nazionali quanto i suddetti, quantunque molti dei temi delle loro opere abbiano carattere russo nazionale, ciò che vale specialmente delle composizioni di Tschaikowsky. La nuova scuola russa li ha perciò piuttosto trascurati e cominciò col foggiare la sua musica servendosi quasi intieramente di melodie nazionali. Così le opere di -Alessandro Glazounow- (1865), il capo dei giovani russi (7 sinfonie, poemi sinfonici, quartetti, ecc.), talento fecondissimo e precoce, fino alle ultime di pochi anni fa, sono di carattere spiccatissimo nazionale quasi ostentativo e lo stesso si può dire di quelle degli altri migliori: -Soloview-, -Liadow-, -Juon-, -Tanéjew-, -Glière-, ecc. Da qualche tempo è però sensibile una certa reazione, del resto salutare ed utile, perchè la troppa predominanza dell'elemento melodico nazionale finiva a rendere monotone le nuove opere. La produttività dei musicisti russi moderni è stragrande. Venuti tardi essi sembrano quasi voler guadagnare il tempo perduto e le loro sinfonie, poemi sinfonici e quartetti non si contano più. Il pubblico cosmopolita accolse tutte queste opere con grande simpatia, perchè esse portavano finalmente una nuova nota. Ma oggi si può ormai accorgersi di una diminuzione di interesse, come è successo colla musica nordica. Le melodie russe sono poco varie, o nenie melanconiche, che ricordano le steppe oppure piccole danze che si ripetono fino all'infinito. Il loro valore intrinseco è perciò molto relativo e se quei temi possono servire ad episodi e sono suscettibili di coloriti svariati, essi si adattano poco ad essere usati nelle forme maggiori della musica. Ma comunque ciò sia, la musica russa ha avuta una certa influenza sulla musica moderna in generale e ci ha resi attenti ad una quantità di musicisti, maestri dell'arte dell'orchestrazione e dell'armonia quasi sempre assai interessante, ricchi di temperamento esuberante, concettosi e non di rado ispirati ma altresì spesso bizzarri e brutali nella ricerca dei contrasti più crassi, poco amanti del serio lavoro tematico ed ancor lontani dal raggiungere quel grado di misura che è necessario alle opere durature. La disposizione del popolo -boemo- alla musica è proverbiale ed infiniti sono i musicisti boemi specialmente suonatori di strumenti, dai più celebri virtuosi ai più meschini suonatori girovaghi. Ma una vera musica boema oltre a quella delle canzoni e danze popolari si venne formando soltanto dopo che anche i boemi si ricordarono di non essere soltanto una parte dell'Austria ma una nazione con lingua e letteratura propria e si destò il sentimento nazionale e patriottico. Il padre della nuova musica boema è -Federico Smetana- (1824-1884), vero musicista di razza, il creatore dell'opera nazionale (-La sposa venduta-, -il Secreto-, -Dalibor-, -Il bacio-, ecc.), ed autore di una specie di epopea nazionale in musica, -La mia patria-, serie di sei poemi sinfonici, scritti a somiglianza di quelli di Liszt, ma certo più ispirati e più semplicemente concepiti. Pochi anni prima della sua morte minacciato dalla pazzia e quasi sordo scrisse un quartetto per archi -Dalla mia vita-, che è un'opera di gran passione e sentimento tragico. Fra le opere teatrali -la Sposa venduta- è la migliore e la sua freschezza melodica e ritmica va a gara con una fattura sapientissima ed un colorito orchestrale dei più fini. L'eredità di Smetana fu raccolta da -Antonio Dvorak- (1841-1904), senza dubbio il più grande musicista boemo, dotato di ispirazione, ricco di fantasia, colorista per eccellenza, spontaneo e fecondo. La musica di Dvorak (opere teatrali, quartetti, sinfonie, concerti, oratori, poemi sinfonici, ecc.), ha l'impronta nazionale ma essa gli viene più per istinto che per volontà, diversamente da Smetana. Meno profondo e sapiente di Brahms, che fu quegli che gli aprì la strada nel mondo musicale, egli è certo di lui più melodioso, più accessibile al pubblico. Il campo in cui egli eccelse e scrisse opere forse durature è quello della musica assoluta. Ma dopo un soggiorno di alcuni anni in America egli si convertì per sua disgrazia alla musica programmatica e le sue ultime opere non possono mettersi a paro con quelle anteriori. Dvorak era un musicista troppo istintivo, soltanto un musicista, non complicato con un esteta e filosofo ed egli si fermò soltanto all'esteriorità e credette bastare la traduzione musicale di un soggetto poetico passo per passo, verso per verso, per scrivere dei poemi sinfonici. Ad onta di ciò c'è tanto d'ispirato e sano nella sua musica, tanta superiorità tecnica e tanto splendido colorito orchestrale da non comprendere come le sue opere ad eccezione di qualche quartetto vadano ormai in dimenticanza. Un altro musicista boemo che meriterebbe esser più noto di quello che è, fu -Zdenko Fibich- (1850-1900), vero poeta del pianoforte. Fra i contemporanei si distinguono -Viteslavo Novâk- (1870), ardito e nuovo, -Giuseppe Suk- (1874). Una vera musica -inglese- non esiste ad eccezione di quella delle vecchie canzoni, alle quali non si può negare una fisionomia propria. Eppure anche in Inghilterra si coltivò e si coltiva con amore e perseveranza la musica ed i maggiori maestri di tutte le nazioni vi trovarono o personalmente o colle loro opere sempre cordiale accoglienza. Le sorti della musica inglese si rialzarono però già da molti anni e mentre prima non si potevano nominare oltre i musicisti di altri tempi che due inglesi, che ebbero anche sul continente qualche fama (-Vincenzo Wallace- (1814-1865) la -Maritana- e -Michele Balfe- (1808-1870) la -Zingara-) oggi sono parecchi i maestri inglesi che sono notissimi specialmente nel ramo dell'oratorio e della musica sinfonica. Questi sono -Alessandro Mackenzie- (1847), -G. A. Macfarren- (1813-1887), -Arturo Sullivan- (1842-1900), -Ferd. Cowen- (1852), -Carlo Standford- (1852), -Hubert Parry- (1848), -Granville Bantock- (1868) e sovratutti -Edoardo Elgar- (1857). Quantunque quasi tutti questi musicisti si dedicarono anche alla musica istrumentale, la loro predilezione è però rivolta all'oratorio sia biblico che di altro soggetto e ciò forse meno per un bisogno artistico della loro anima quanto per il fatto, che i numerosi festivals annui provocano una produzione di simili opere, che negli altri paesi sono in completa decadenza. La possibilità poi di esecuzioni con gran masse corali assai disciplinate influisce altresì sui maestri, che come p. e. Bantock ha potuto scrivere una grande sinfonia corale, -Atalanta a Caledonia- (1912) senza orchestra per venti gruppi di voci usate come strumenti. Di tutti questi oratori due soli sono noti sul continente, -il sogno di Geronzio- e gli -Apostoli- di Elgar. Una posizione a parte prende -Ethel Smyth- (1858) uno spirito irrequieto che cominciò seguendo vie già battute per trasformarsi e convertirsi poi ad una lingua più moderna nelle sue due opere, la -Foresta-, e specialmente i -Naufraghi-. Fra le donne compositrici Smyth supera certo di gran lunga le colleghe d'ogni paese. Quantunque la musica inglese sia piuttosto di carattere conservativo, anch'essa non ha potuto sottrarsi al modernismo musicale odierno e non mancano giovani musicisti, che hanno tendenze nazionali e cercano di dare un carattere specifico alla musica inglese basandosi specialmente sulla canzone popolare. A questo gruppo appartengono -Ralphe Vaughan Williams- (1872), -Percy Grainger- (1882) e -Cirillo Scott-, il più avanzato fra i nominati. In ultima linea manca però alla musica moderna inglese ancora la vera ispirazione ed essa è internamente piuttosto fredda e senza passione. La musica -americana- è ancor giovane e manca come l'inglese di propria fisionomia, non esistendo una vera canzone popolare. L'unico musicista americano, che ha una nota specifica è -Edvardo Mac Dowel- (1861-1908), autore di poemi sinfonici, concerti, suites, ecc. Le sue migliori opere sono però certo quelle per pianoforte e specialmente le minori (-Sea pieces-, ecc.) e molte canzoni. Altri musicisti americani di qualche nome sono: -Edgar Kelley- (1857), -Giorgio Cladwik- (1854) e -Orazio Parker- (1863). A completare l'enumerazione delle scuole nazionali sono da aggiungersi la -belga- o -fiamminga- e la -spagnuola- quantunque per ambedue non si possa parlare di tendenze decisamente nazionali. -Pietro Benoit- (1834-1901) ha scritto più opere teatrali ed oratori su testi fiamminghi ma senza una vera nota personale. -Edgardo Tinel- (1854-1912) ebbe qualche successo col suo oratorio -Franciscus- ma egli è nelle sue opere piuttosto dotto che ispirato. -Jan Blockx- (1851-1912) è con -Paolo Gilson- (1865) forse il più originale e moderno dei nominati. Un'opera -spagnuola- o -portoghese- non esiste e la musica di quei paesi dopo Vittoria, Morales e Guerrero non ha quasi più importanza nella storia della musica e si contenta di produrre -Zarzuele- (operette). Un'eccezione è però da farsi per -Filippo Pedrell- (1841), dottissimo cultore degli studî musicali storici ed autore di una Trilogia: -I Pirenei- (1902) opera di gran polso, concepita modernamente. Negli ultimi anni è però innegabile un risorgimento anche nella Spagna e le opere dei musicisti moderni (-Ripolles, Pujol, Morera, Manuel de Falla, Laparra- e -Turina-, ecc.), cominciano a mostrare serietà di studî ed un nuovo indirizzo promettente. Il maggiore di tutti i musicisti spagnoli moderni e quello che sembrava destinato a rialzarne le sue sorti fu -Isacco Albeniz- (1861-1910). Più che le altre sue opere sono quelle per pianoforte, specialmente la raccolta -Iberia-, che lo innalzano sugli altri. Gli spagnoli moderni compreso Albeniz derivano però dalla scuola modernista francese e di veramente nuovo non c'è nelle loro opere che l'elemento spiccato popolaresco, che però non è gran fatto vario, perchè non sa sortire dal ritmo di danza. LETTERATURA Walter Niemann -- -Die Musik Skandinaviens-, Breitkopf und Härtel. Soubies A. -- -La musique scandinave au XIX siècle-. Rivista italiana, anno 8º, fasc. 2º, e 9º fasc. 4º. Harwart E. -- -La musique actuelle dans les Etats Scandinaves-, Paris, Fischbacher, 1910. H. F. Finks -- -Edvard Grieg-, London, John Lane, anche trad. ted. Stuttgart. Grüninger. Schielderup und Niemann -- -Grieg biografie-, Lipsia, Peters Cui C. -- -La musique en Russie-, Paris, Fischbacher, 1881. Soubies A. -- -Précis de l'Histoire de la musique russe-, Paris, Fischbacher, 1903. Bernstein N. -- -Anton Rubinstein-, Lipsia. Zabel E. -- -Anton Rubinstein-, 1892. Calvocoressi -- -Glinka-, Paris, 1911. Knorr. I. -- -Tschaikowsky-, Berlino, 1900. Tschaikowski M. -- -Tschaikowski-, 1904, trad. in tedesco da P. Iuon. Calvocoressi -- -Moussorzsky-, Paris, 1910. Pougin A. -- -Essai historique sur la musique en Russie-. Rivista musicale italiana, Vol. III. e IV. Bruneau A. -- -Die russische Musik-, Berlin, Bard-Marquardt et Comp. Batka R. -- -Geschichte der boemischen Musik-, Berlin, Bard-Marquardt et Comp. Streatfeild R. A. -- -Musiciens anglais contemporains-, Paris, 1913. Maitland J. A. Fuller -- -Englische Musik in the XIX century-, London, Grand Richards, 1902. Elson L. C. -- -The history of American Music-, New-York, Macmillan, 1904. Soubies A. -- -La musique en Espagne-, Paris, 1900. CAPITOLO XXII. La musica italiana, francese e tedesca dei nostri giorni. Il progresso che la coltura musicale ha fatto durante gli ultimi decenni in Italia è veramente notabile. Per comprenderlo è necessario richiamarsi alla memoria i tempi non molto lontani, quando l'ignoranza la più crassa circa le maggiori opere della musica istrumentale ed in genere della straniera era la regola e, ciò che è peggio, questo non valeva soltanto per il pubblico ma anche per la maggior parte dei musicisti stessi che senza ombra di veri ideali e senza sufficiente preparazione si mettevano a scrivere per il teatro. Su questo triste stato di cose influiva l'istruzione che s'impartiva ai giovani nei Conservatori da maestri senza vera coltura nè musicale nè generale, che si contentavano di insegnare quel tanto della loro arte che era assolutamente necessario e che, perchè essi avevano scritto un paio d'opere teatrali, avviavano i loro allievi per quella strada, che allora era l'unica aperta, anche se essa non si adattava al talento specifico dello scolaro. A difficoltare poi il miglioramento contribuiva il concentrarsi dell'interesse del pubblico al solo teatro, che non era che luogo di divertimento e svago ma ben raramente di educazione e coltura. La mancanza di orchestre stabili e società corali costringeva del resto i musicisti a trascurare altri rami della musica oltre la teatrale. Tra i primi che contribuirono al risveglio musicale ed a rialzare la coltura vanno nominati -Alberto Mazzuccato- (1813-1877) direttore del Conservatorio di Milano, miglior maestro che compositore, uomo di profondo sapere, critico perspicace e studioso di nuove cose ed -Antonio Bazzini- professore di composizione e poi direttore del Conservatorio di Milano. Eran quelli gli anni della maggior vitalità delle opere di Giuseppe Verdi, che brillava quale astro solitario ed era l'unico rappresentante vivente della musica italiana all'estero. Ma per ragioni che non è qui il luogo di ricercare, le opere di Verdi non ebbero nella sua patria tanti imitatori, quanto si avrebbe potuto credere ed i nuovi maestri cercarono altri modelli da imitare, che dapprima furono Gounod e poi Bizet e finalmente Massenet. Di un'imitazione wagneriana non si poteva parlare nè prima nè dopo, giacchè se è innegabile che i principî cardinali delle teorie wagneriane hanno influito in genere su tutta la musica da teatro, i maestri italiani dalle opere di Wagner appresero soltanto alcuni procedimenti tecnici ma si fermarono piuttosto alla superficialità, ciò che fu forse fortuna, giacchè l'imitazione wagneriana ha in Germania e Francia isterilito una quantità di talenti di secondo rango. Un maestro dell'epoca di transizione, per non parlare di Arrigo Boito, che sta a parte e di -Cesare Dominicetti- (1821-1888) che è dimenticato più di quanto merita, fu -Alfredo Catalani- (1854-1895). Educato prima di compire i suoi studi in Italia al Conservatorio di Parigi, egli cominciò con un'egloga musicale -La falce- (1875) che sembrò ai suoi tempi una rivelazione e che è da mettersi fra le sue migliori composizioni. Seguirono poi l'-Elda-, opera farraginosa ma piena di promesse, che divenne poi la -Loreley-, l'-Edmea- più facile ma di minor valore, la -Dejanice- e la -Wally- (1892) che ancora si eseguisce con plauso. Catalani fu fra i primi in Italia ad abbandonare le antiche forme ed a creare il dramma musicale. Egli era un'anima gentile, delicata, inclinante al patetico e sentimentale senza troppo impeto drammatico. La sua vena inventiva non è gran fatto originale nè potente ma sempre fine. Egli è un pittore di primo rango e sa descrivere con mille interessanti particolari il paesaggio. In ordine di tempo egli è da ritenersi il primo della scuola dei cosidetti veristi posteriori, per quanto i libretti, che egli mise in musica appartengono al più puro ed esagerato romanticismo, e tale lo fanno la maniera di concepire il dramma musicale, la ricerca dei particolari e traduzione del testo. La parola verismo musicale e la scuola italiana del verismo è di data posteriore ed il nome ci venne dalla Germania. In complesso la prima non vuol dir nulla, giacchè se per essa s'intende imitazione di cose del mondo esterno coi mezzi della musica, i maestri italiani non furono più veristi di altri stranieri. Comunque, i maestri italiani moderni hanno una fisionomia propria e pur mantenendo abbastanza fedelmente il carattere nazionale, hanno influito a creare l'opera moderna, liberandola da tutto il romanticismo antico e sostituendo a marionette storiche o d'invenzione veri uomini che sentono, soffrono, amano, odiano e gioiscono. Ma se ciò successe, non bisogna credere che il merito sia esclusivo dei musicisti, chè essi non fecero anzi che seguire l'indirizzo dei tempi e della produzione letteraria, che s'era già messa per quella via. L'ambiente era perciò preparato ed è naturale che i giovani musicisti, figli del loro tempo, abbiano cercato quei drammi che più s'adattavano all'indirizzo ormai generale. Dato questo, era sottinteso che il musicista che sceglieva un dramma scritto alla maniera nuova, non poteva metterlo in musica come si faceva prima. Del resto la predilezione di soggetti del più crasso realismo fu cosa abbastanza passeggiera e come i romanzi di Zola hanno perduto oggi gran parte del loro interesse, i musicisti hanno quasi cessato di occuparsi esclusivamente di fatti di sangue ed azioni da postribolo. Qualunque però sia il giudizio che si vuol dare delle opere musicali nate sotto questa stella, il fatto dell'immenso successo che alcune di esse ebbero non soltanto in Italia ma anche in altri paesi, è prova del principio di vitalità a loro inerente e noi fummo non solo liberati dall'incubo dell'imitazione wagneriana ma furono aperte nuove vie all'opera moderna, che forse sarà la psicologica, cioè quella che cercherà scrutare i più profondi sentimenti umani. Egli è perciò ben a torto che la critica, specialmente la straniera, si è divertita a detrarre in ogni modo le opere dei maestri italiani moderni ed a voler disconoscere quel tanto di nuovo e quei sani principî che esse contengono e far credere che il tutto non fu che una bolla di sapone o una felice speculazione di un accorto editore. Di tutte le opere di questi maestri la più fortunata e quella che ancor oggi conserva quasi tutta la sua vitalità è la -Cavalleria Rusticana- (1890) di -Pietro Mascagni- (1863), un'opera di genio ad onta dei suoi gravi difetti, piena di impeto e calore di giovinezza, ricca d'ispirazione, chiara, drammatica, sincera e nazionale, che non sarà senza importanza nella storia della musica teatrale, perchè per la prima volta vi domina l'elemento popolare semplice ed istintivo. I difetti stanno specialmente nella deficienza del lavoro tematico, alla quale cercano supplire le ripetizioni in altri toni, nella ricerca troppo palese dell'effetto con mezzi spesso affatto esteriori e comuni, in somma nella superficialità dell'apparato tecnico. Mascagni diventò colla Cavalleria specialmente per gli stranieri l'antesignano della scuola verista probabilmente senza merito o colpa, perchè fu certo il caso che gli offrì un buon libretto nè egli quando lo scelse era uomo da mulinare nella sua mente riforme. La Cavalleria divenne il modello di molte altre opere che sono scritte sulla stessa falsariga e che esagerano i difetti di Mascagni. Due di queste -A basso porto- di -Nicola Spinelli- e -Santa Lucia- di -Antonio Tasca-, si mantennero alcun tempo nel repertorio dei teatri di Germania e sembravano buone promesse, che però non ebbero seguito. Mascagni non seppe più raggiungere colle sue opere posteriori, il successo della Cavalleria. Già -L'amico Fritz- ed i -Rantzau- non hanno più la spontaneità melodica della prima opera e vi si sente la volontà di essere più ricercato, più fine specialmente nell'armonia, che del resto è spesse volte nuova ed interessante. Nei Rantzau poi c'è troppa spezzatura ed un affannoso cambiamento di tempi senza necessità ma solo per amore di nuove cose. Del -Ratcliff- si disse che fosse opera in parte scritta prima della Cavalleria. Comunque, è innegabile che è opera forte e che contiene delle splendide pagine. L'-Iris-, venuta dopo, è l'opera che si distacca di più da ogni altra del maestro, compresa l'-Amica- e le -Maschere-. Il soggetto giapponese ne fu soltanto in parte la cagione, giacchè della musica giapponese Mascagni non potè o volle servirsi e neppure del colorito locale. Ma egli, come prima di lui fece Bizet, si creò egli stesso un ambiente nuovo con colorito speciale adatto, ciò che val più che seminare quà e là qualche spunto melodico tolto dalle canzoni popolari ed ha adornato la delicata creatura giapponese di molte grazie, soffondendola di una grande poesia, che esala il suo profumo in tutta l'opera, certo la migliore e più ispirata dopo la Cavalleria. Le -Maschere- non ebbero successo e ben difficilmente potevano averlo per l'infelicissimo libretto che è inetto a poter ispirare un musicista e perchè la musa di Mascagni ha ben poco di comico ed è naturalmente drammatica e passionale. Oltre a ciò a Mascagni mancava la coltura necessaria ed il senso storico per riescire a rianimare le antiche maschere italiane oppure realizzare musicalmente la satira, che il poeta forse aveva in mente. Le tre ultime opere (-Amica, Isabeau, Parisina-) segnano ormai una completa decadenza. A Mascagni non fanno certo difetto il talento, l'ispirazione, la foga drammatica, l'intuizione, insomma tutto quello che era necessario per farne un grande maestro. Ma a lui mancano invece la severa critica e la disciplina verso se stesso, l'assoluta serietà di propositi, una cultura musicale estetica ed anche la sapienza tecnica. Mascagni è un miscuglio di geniale e mediocre, spesso superficiale ed ineguale. Egli non ha veri principi e persuasioni fondate ma passa dal verismo al romanticismo ed al simbolismo senz'altra cagione del caso che gli porta un libretto invece d'un altro. Data questa sua natura e psiche era forse meglio per lui rimanere sempre lo stesso, quello della Cavalleria, come gli antichi maestri, che si recavano alcuni mesi o settimane prima in una città per scrivervi un'opera magari senza saper quale, insomma non preoccuparsi di problemi estetici e tecnici ma scrivere come gli dettava l'ispirazione del momento. Il volersi affinare e cambiare fu possibile ad una natura riflessiva ed austera come quella di Verdi ma non a lui. Egli lo tentò ma non è riuscito che a snaturarsi. Di questa decadenza i sintomi sono già palesi nell'Amica, che nulla ha di nuovo e che è anche melodicamente deficiente. L'Isabeau è forse meno tormentata della sorella ma in essa si ripete il tentativo di riescir nuovo ed interessante con procedimenti piuttosto ingenui come p. e. l'eterno modulare senza vera ragione ed il contorcimento della melodia, ciò che s'era già palesato nei Rantzau. L'intermezzo è di una povertà opprimente e nulla ha di sinfonico come in genere la musica di Mascagni. Perchè poi egli, mancante affatto di vena mistica e che non fu mai certo un sognatore abbia scelto un soggetto come Isabeau, è difficile capire, se non si vuole ammettere che anch'egli abbia voluto sacrificare alla mania erotica del tempo, per quanto l'erotismo nell'Isabeau non sia che latente. E come era naturale il musicista non ha potuto ispirarsi ad un libretto rancido di romanticismo dove le didascalie devono supplire alla vita drammatica e non ha trovato che frasi musicali internamente vuote. Nè miglior sorte ebbe la Parisina, dove la magniloquenza di D'Annunzio ha trascinato Mascagni ad un continuo fraseggiare senza nerbo e contenuto, perchè nessun musicista ha bisogno come egli di un testo semplice, tutto materiato d'azione e senza disquisizioni. E Mascagni, che pur altre volte ebbe dei momenti ispirati e felici nella descrizione della natura, specialmente del mattino, non ha saputo neppur tradurre quel tanto di poetico, che pur c'è nell'ambiente della Parisina. Mascagni oggi non conta pressochè più che per la sua Cavalleria e ciò è triste, perchè egli per la sua esuberante passionalità, per l'italianità della sua vena ingenua ma sincera e spontanea sembrava destinato a rinnovellare il melodramma italiano. Quasi pari al successo della Cavalleria fu quello dei -Pagliacci- (1892) di -Ruggero Leoncavallo- (1858) che pur egli non seppe poi più raggiungere colle opere posteriori. La fortuna dei Pagliacci è d'ascriversi tanto al musicista che al poeta, riunito sì in questa che nelle altre opere in una sola persona. Ma in confronto della Cavalleria troviamo nei Pagliacci ben minore originalità ed ispirazione ed invece più riflessione e pratica del teatro con una buona parte di fraseologia musicale piuttosto vuota ad onta dell'apparente magniloquenza. Certo è però che la musica della piccola pantomima o commedia dell'arte è felicissima e che è trovato il passaggio dalla farsa alla realtà tragica. In genere si può anzi dire che il meglio delle opere di Leoncavallo sta nelle parti di carattere leggiero e che allora la sua musica diventa snella e varia come p. es. nella musica cantata da ballo dei -Medici-, nei due primi atti della -Bohème- ed in qualche parte di -Zazà-, mentre dove l'azione diventa intensamente drammatica e la musica dovrebbe alzarsi, essa è incolore e le manca la nota ispirata. Perciò Leoncavallo fallì quasi intieramente la prova col -Rolando di Berlino-, per quanto egli abbia messo ogni cura a mettere in musica un libretto, che non gli conveniva e gli fu imposto da un capriccio di regnante, nè miglior sorte ebbero le sue opere ed operette posteriori. Ma se la stella di Mascagni e ben più quella di Leoncavallo va tramontando, il successo rimane pur sempre fedele a -Giacomo Puccini- (1858). Egli fu fra i primi della cosidetta nuova scuola ad entrare nell'agone colle -Villi- (1884) un soggetto, che col verismo nulla ha da fare, ciò che dimostra come il nuovo indirizzo ha ben altra provenienza di quella che si crede, specialmente fuori d'Italia. Le Villi sono caratteristiche per giudicare dell'opera del musicista, perchè Puccini palesò in questa piccola opera tutte le sue principali qualità, che non hanno subito poi grandi trasformazioni. Alle Villi seguì l'-Edgar-, opera oscillante fra il vecchio ed il nuovo senza sicurezza d'indirizzo e che non ebbe successo. Ma la rivincita venne presto colla -Manon-, che è forse ancor oggi la miglior opera del maestro, specie nel primo atto, ricco d'invenzione melodica, gran movimento ritmico, varietà e spontaneità oggi assai rara. La -Bohème- è invece l'opera più diffusa e generalmente applaudita. Ma tanto essa quanto la -Tosca-, per quanto questa accentui la nota tragica ed anche -Madame Butterfly- derivano in ultima linea dalla Manon. Nè Puccini si è cambiato nella sostanza della sua ultima opera -la Fanciulla del West- che nell'aver continuato il processo d'assimilazione già incominciato colla Butterfly del nuovo sistema armonico e di averlo saputo modificare secondo i suoi bisogni e la sua natura come nessun altro meglio di lui. Melodicamente egli è rimasto sempre lo stesso ed egli supplisce anche nella Fanciulla del West alla mancanza di vera forza drammatica col frammettere con arte innegabile a tutte le peripezie veristiche ed alla fretta del libretto frasi melodiche che spesso sono ispirate e pur non interrompono troppo l'incalzare dell'azione. Di ciò ne è prova specialmente il primo atto che ha in questo riguardo molta somiglianza col primo della Manon. Tosca e la Fanciulla del West sono i tentativi di Puccini nel campo dell'azione tragica a forti tinte ed ambedue non si possono dire veramente riusciti, giacchè egli è un'anima essenzialmente lirico-patetica, che fallisce alla prova, quando egli vuole oltrepassare il limite messo alle sue forze, le quali bastano a cogliere felicemente un momento fuggevole ma non a dipingere un quadro a grandi linee. Lo stile di Puccini, e che egli abbia uno stile proprio nessuno vorrà negare, è fatto di sfumature e carezze ed è certo meno nazionale di quello di Mascagni. Egli lo ha formato sulle orme di Bizet ed ancor più di Massenet, che gli è affine, ma ha saputo dargli fino ad un certo punto una nota propria. La sua musica non predilige le grandi linee, i grandi quadri ma è a piccoli disegni di trama sottilissima e delicata, che l'autore con un'arte veramente incomparabile dell'istrumentazione ci fa apparire sempre sotto nuovi aspetti. Ma egli è di tutti i musicisti italiani il più accurato ed è incredibile come egli sappia seguire le parole anche quando queste sono pedisseque, pur mantenendo il periodo musicale e rialzando colla musica la prosa del testo. I soggetti delle sue opere (Manon, Tosca, Mimì, Butterfly, Minnie), ci indicano la caratteristica del maestro, che tenta di penetrare l'anima femminile nelle sue più sensibili fibre ed è naturale, che da ciò dipenda quel tanto di flebile sentimentalità, che è proprio della sua musica, povera di rude maschiezza e grandiosità ma quasi sempre delicatissima e piena di poesia. E ciò non è sì poco da giustificare tutte le critiche acerbe, che subirono in Italia e specialmente all'estero le opere di Puccini, che non è certo della stirpe verdiana ma al quale non si può negare sapienza, accuratezza e neppure ispirazione. Egli del resto non ha quasi mai tentato di parere quegli che non è e dove l'ha fatto, ha saputo con grande intuizione foggiare a suo modo il libretto, per farlo corrispondere al suo ingegno. E per ciò è ingiusto il voler pretendere da lui quello che non volle e forse non potè darci. -Umberto Giordano- (1867) e -Alberto Franchetti- (1869) contano pure fra gli autori italiani più noti. Giordano si affermò già presto colla -Mala vita- (1892). -Regina Diaz- non piacque ma fu grande invece il successo di -Andrea Chenier- e quasi pari quello di -Fedora-. Le ultime opere -Siberia-, -Marcella- e -Mese mariano- non ebbero gli stessi applausi delle consorelle, nè si può neppur dire che la novissima -Madame Sans-Gêne- (1915) ci abbia palesato una nuova nota od un progresso, ciò che del resto era prevedibile data la specie di libretto episodico e ribelle alla musica. La quale per necessità se ne risente e riesce frammentaria ed ineguale, difetto solito della musica del maestro, che si contenta di seguire le scene senza grandi preoccupazioni di unità di stile ed altro. La musica di Giordano non ha veramente una fisionomia propria ma essa si distingue però in qualche modo da quella degli altri. Egli è dei nominati forse il più cerebrale ed il meno spontaneo ma sa calcolare sapientemente gli effetti ed ha l'istinto del teatro. La sua tecnica è assai sviluppata e se la sua ispirazione melodica non è gran fatto potente, non gli manca però qualche volta la frase calda, quando il dramma lo richiede, mentre in altre parti egli si contenta di illustrare fedelmente e con grande varietà e sicurezza le parole e situazioni. Perciò la musica di Giordano ha bisogno della scena e ben poco ci dice senza di questa, ciò che in sè non è un difetto. Alberto Franchetti veniva considerato in Italia fino pochi anni fa come il più dotto dei musicisti italiani moderni che si dedicarono al teatro. Ed in verità nessuno fra i colleghi ha mostrato di sapere quanto lui, che studiò alla scuola di Rheinberger e Draeseke, far uso della polifonia per costruire pezzi di grandi dimensioni alla guisa di Meyerbeer, col quale ha qualche lontana somiglianza, nè le opere italiane moderne hanno molto da mettere a paro coi cori del secondo atto del Cristoforo o colle imponenti sonorità del finale del primo atto, e non è sempre una bella frase o melodia che gli manchi. Ma la vera scintilla, la melodia calda ed espressiva è ben di rado da trovarsi nella sua musica. L'-Asrael-, un'opera pletorica senza proprio stile ma con molte reminiscenze le più varie fu però una bella promessa. Il -Cristoforo Colombo- mostra una mano molto più esperta ed ha delle belle pagine accanto a molte mediocri. -Fior d'Alpe- ed il -Signor Pourceaugnac- non ebbero successo anche perchè Franchetti ha bisogno delle forme ampie del melodramma o storico o fantastico. Perciò egli vi tornò colla -Germania-, inferiore al Colombo, perchè vi è troppo preoccupazione di voler essere melodico e facile, senza esserlo veramente. E lo stesso si può dire della -Figlia di Jorio-, nella quale Franchetti ingannato dalla bellezza dei versi credette trovare un soggetto adatto a lui. Ma egli ad onta di tutto l'amore e lo studio che vi impiegò non riescì a trovare il colore dell'ambiente ed ancor meno ad eguagliare il poeta ma si è contentato di scrivere della musica ben fatta e discretamente interessante. L'ultima opera -Notte di leggenda- (1915) non aggiunse nulla alla fama dell'autore, perchè in essa non c'è alcuna novità ed il maestro si contenta di seguire la via già battuta da lui e tanti altri. Altri maestri noti sono: -Luigi Mancinelli- (1848) autore di un -Jsora di Provenza- (1884) che ebbe qualche fortuna e di -Paolo e Francesca- (1908) che la supera di gran lunga e per ispirazione e fattura. Mancinelli è pure autore pregiato di musica orchestrale (Intermezzi per -Cleopatra-, -Scene veneziane- ed Oratori, -Isaia-, -Ero e Leandro-); -Antonio Smareglia-, (1854), musicista assai serio di carattere essenzialmente romantico, continuamente in cerca d'uno stile moderno, (-Preziosa-, -Bianca da Cervia-, -Vassallo di Szigeth-, -Cornelio Schut-, -Abisso-, ecc.). La sua miglior opera è forse -Nozze istriane- e la più elaborata e poetica -Oceana- (1903) specie di commedia fantastica, che si adatta alla sua indole. -A. Cilèa- (1866), autore di -Tilda-, nata al tempo e sotto l'influsso della Cavalleria Rusticana, poi d'una gentile e melodiosa -Adriana Lecouvreur- e di -Gloria-, opera di grandi dimensioni ma senza novità e mancante di vera unità drammatica e di vigore. -Pietro Floridia-, forse uno dei migliori e dei più ricchi di facoltà melodica e inventiva (-Maruzza- e -Colonia libera-) e che da lungo tempo tace. -Spiro Samara- (1861) (-Flora mirabilis-, la -Martire-, -La biondina-, -Rhea-, ecc.). -Giacomo Orefice-, (-Chopin-, -Mosè-). -Nicolò Van Westerhout- (1862-1898). (-Fortunio-, -Dona Flor-). Un altro maestro oggi molto nominato è il veronese -Italo Montemezzi-, autore di -Giovanni Gallurese-, -Hellera- e -l'Amore dei tre re-, delle quali l'ultima opera è certo la migliore. Ma anche in essa non troviamo la prova di un talento veramente originale e se non vi mancano una certa facilità melodica, specialmente nelle parti elegiache, spesso di buona lega, ed il sentimento e l'intuizione drammatica, ci sono ancora troppe influenze eterogenee, che l'autore non seppe amalgamare tanto da farsi uno stile personale. Lo stesso si può dire di -Franco Alfano- (-Risurrezione-, -il Principe Zilah-, -l'Ombra di Don Giovanni-) musicista serio e sicuro ma senza nota propria. Ad onta di tutta questa fiorita di nuove opere il melodramma italiano si trova in un periodo critico. Il difetto quasi generale sta nella mancanza di un vero indirizzo e nel vano conato di trovar forme nuove, mentre le antiche più non si adattano ai drammi concepiti modernamente ed al gusto del pubblico. I maestri si contentano di seguire più o meno fedelmente la parola del dramma e la traducono in melodie o frasi melodiche, donde risulta una successione di pezzi ma non il vero dramma musicale. Un simile compromesso non potrà però durare a lungo, se continua a mancare la vera melodia, che lo potrebbe ancora far accettare per alcun tempo. Manca perciò al dramma musicale l'anima che sorregge il tutto e lo tiene insieme organicamente. Le teorie wagneriane, sì giuste nei principî cardinali, non sono ancora sufficientemente comprese e se è fortuna che non vengano imitate nell'estrinsecazione del maestro non sono abbastanza seguite e non si concepisce la musica dell'opera come un'azione psicologica del dramma che non solo illustra e traduce ma esprime tutto quello che la parola non arriva a dire. Oltre questi difetti di natura estetica ne esistono altri di fattura e molte delle nuove opere palesano una mano abile, molte volte anzi abilissima e maestra nel trattare l'orchestra ma ben poca conoscenza della vera polifonia, che quando è melodica e non scolastica è veramente uno degli elementi principali dell'espressione e del sentimento. La melodia poi non è sempre della più scelta e mancando in genere la frase ispirata vi si supplisce con una parvenza di melodia, che gli antichi maestri avrebbero ripudiata. Un difetto comune a molti e senza dubbio derivante dalla deficienza di vera ispirazione è il troppo grande spezzamento ed il continuo riattaccare della frase come pure la esagerata ricerca di nuove armonie e preziosità ritmiche, che non hanno motivo di essere che nel capriccio dell'autore. In quasi tutte le opere poi si sente la preoccupazione dell'effetto che si vuol raggiungere con mezzi affatto superficiali e calcolati sul gusto non fine del pubblico. La conseguenza di tutto ciò è un'incertezza di stile, mancanza di omogeneità e quel che è più di originalità. Le nuove opere italiane ad eccezione di un paio che nomineremo dopo hanno tutte un'affinità di famiglia che è altrettanto da ascriversi a motivi etnici quanto al fatto dell'imitazione comune di autori stranieri. I giovani musicisti italiani sono ben altrimenti studiosi ed agguerriti d'una volta ed è palese in loro l'affaticarsi per trovare una nuova via. Ma perchè manca loro la forza di trovarla o la coscienza della potenzialità del loro talento, essi vanno snaturandosi e costringendosi a parere o diventare diversi da quello che la natura li ha fatti. Ed allora per ripiego essi imitano ora Wagner, ora Strauss, ora Debussy ma soltanto nei procedimenti esterni senza comprendere veramente il vero significato, che dipende dalla psiche dell'autore, e si dimenticano troppo spesso di essere italiani e discendenti di Monteverdi e specialmente di Verdi. La musica istrumentale italiana del secolo scorso e del nostro non può neppur lontanamente mettersi a confronto con quella tedesca. La sua decadenza cominciò già con quella della scuola napolitana e se anche molti dei suoi maestri scrissero opere pregiate per istrumenti (Sonate), dal principio del secolo XIX tutto l'interesse non è rivolto che al teatro. -Muzio Clementi- (1752-1832) vive nella memoria più per il suo -Gradus ad Parnassum- che per le molte sonate per pianoforte che però non sono certo senza meriti. -Gio Batta Viotti- (1753-1824), celebre violinista, conta fra i perfezionatori della forma del Concerto nè è da negarsi valore musicale ai due concerti di -Nicolò Paganini- (1784-1840) ed ai suoi 24 capricci. Ma dopo quest'epoca si procede innanzi a tentoni senza alcun indirizzo, senza memoria e coscienza delle antiche tradizioni di gloria per cadere in una peggio che desolante mediocrità, sicchè dopo le sinfonie di Sammartini e la musica da camera di Boccherini è difficile menzionare un'opera superiore di musica istrumentale ad eccezione delle ouverture di Cherubini e di -Jacopo Foroni- (1825-1858), talento che prometteva moltissimo ma che si spense sul fior dell'età. -Jacopo Tomadini- (1820-1883) scrisse bella musica da chiesa e l'oratorio -la Risurrezione del Cristo-, opera di gran pregio, ma quasi nessuno ne prese nota. -Stefano Golinelli- (1818-1891), -Francesco Sangalli- (1826-1892) e -Giovanni Rinaldi- (1840-1895), si dedicarono soltanto al pianoforte e seppero elevarsi sugli altri per delicatezza d'ispirazione ed eleganza di stile, mentre la maggior parte dei pianisti italiani si contentavano di scrivere fantasie e variazioni su motivi di opere teatrali. Ancor peggio stavano le cose per la musica orchestrale e bisogna arrivare a Sgambati e Martucci per incontrare una vera sinfonia in quattro tempi, mentre in Germania se ne contavano centinaia. -Antonio Bazzini- (1818-1897), celebre violinista di fama mondiale ed eccellente musicista, si distinse però già per tempo con belle composizioni per il violino molto superiori alle solite e finì collo scrivere musica da camera (Quartetti e Quintetto) due Ouverture -Lear- e -Saul- ed il poema sinfonico -Francesca da Rimini-, che mostrano almeno buona fattura e bel colorito orchestrale. Le grandi forme della sinfonia coltivarono invece -Giovanni Sgambati- (1843-1915) e -Giuseppe Martucci- (1856-1909). Il carattere delle opere di Martucci (musica da camera, 2 sinfonie, concerto per pianoforte, molta musica per pianoforte), è quello della riflessione sapiente schiva d'ogni effetto volgare. In un certo riguardo egli ha nelle opere più mature qualche somiglianza con Brahms e se non lo raggiunge certo nè nell'ispirazione nè nella logica assoluta dell'organismo egli sa accattivarsi le simpatie per l'eleganza ed un fine sentimento idilliaco. Da ciò dipende una certa austerità, che spiega la poca diffusione che ebbero le sue opere maggiori ad onta dei loro grandi pregî che si riconosceranno forse più tardi. Martucci fu un solitario, punto retrogrado ma senza simpatia per tutte le nuove correnti estetiche e sempre italiano nella melodia nobile e scelta. Sgambati, (musica da pianoforte, da camera, sinfonie, Requiem, ecc.), gli è certo superiore nell'ispirazione se non nella sapienza delle costruzioni tematiche. Egli ebbe fantasia fervida e potente e ci lasciò col suo Requiem un'opera di grandi dimensioni da potersi mettere a paro colle migliori del genere. Ma tanto Sgambati che Martucci ci diedero troppo poche opere ed anche su loro gravarono certo l'ambiente poco propizio alla musica istrumentale e la mancanza di vero incoraggiamento da parte del pubblico italiano. Da alcuni anni però le sorti vanno rialzandosi e ciò si palesa nella produzione che è molto più feconda e varia e nel fatto che i musicisti italiani che si dedicano alla musica istrumentale son ben altrimenti più numerosi e colti di prima. -Enrico Bossi- (1861), eminente organista ed autore di Oratorî, musica da camera, organo, pianoforte, da chiesa ed orchestra (Suite, Intermezzi Goldoniani, Variazioni, ecc.), è più noto all'estero che in Italia. Il suo -Canticum canticorum- (1900) per soli, coro ed orchestra è un'opera magistrale per ispirazione e sapienza che si eleva su tutta la produzione di questo genere dell'ultimo tempo, satura di colorito e polifonia, moderna nella sua fibra ed ammirabile per la potenza dell'autore di servirsi delle forme scolastiche del canone e fugato per trarne effetti estetici e superiori. Quasi gli stessi pregî hanno il suo grande oratorio -il Paradiso perduto- ed il recente oratorio-dramma -Giovanna d'Arco-, mentre il piccolo poemetto -Il cieco-, su poesia di Pascoli è opera meno accessibile al pubblico ma di profonda poesia e sentimento tragico. Bossi ha sfatato colle sue opere la leggenda che in Italia non esista che musica da teatro. Una sol volta egli vi si è provato con un melodramma -Il Viandante- (1906) dato in Germania, dove in genere furono eseguite per la prima volta e pubblicate quasi tutte le sue opere migliori. -Ermanno Wolf Ferrari- (1876) veneziano, può domandarsi come Arturo Graf: Mia madre fu latina Fu teutone mio padre. Vince il padre o la madre? Non vi può esser dubbio, che egli si sente italiano e tale lo mostrano le sue opere. Italiano è il carattere predominante della Cantata -Vita nuova-, tolta da Dante per soli, coro ed orchestra, composizione di grande potenza espressiva, unita ad un colore smagliante (grande orchestra, organo e pianoforte) un'opera di getto senza pedanterie scolastiche e preziosità romantiche, che mal si sarebbero accomodate allo stile di Dante. Due Sonate per pianoforte e violino, due trio, un quintetto con pianoforte, una sinfonia da camera per pianoforte, quintetto d'archi e strumenti a fiato, pochi pezzi per pianoforte e qualche canzone sono le opere che Ferrari scrisse finora oltre quelle dedicate al teatro ed alle cantate -Sulamite- e la -Figlia di Jairo-. Da alcuni anni Ferrari si dedica intieramente al teatro, al quale aveva già dato una delle sue prime composizioni, -Cenerentola-, che non ebbe alcun successo. Le sue opere posteriori (-le Donne curiose-, -I quattro rustici-, -il Segreto di Susanna-, -l'Amor medico-) appartengono al genere dell'opera buffa modificato a norma dei tempi cambiati. Wolf-Ferrari s'è venuto formando in esse uno stile abbastanza personale, un settecento musicale con qualche sapore di modernità nell'orchestra ed armonia. Ma se l'eleganza e la sapienza tecnica vi sono grandissime, non altrettanto copiosa e originale vi scorre la melodia ed è ben dubbio se a Ferrari convenga il tono di voluta semplicità, che domina nelle sue commedie musicali e non gli sia preferibile l'autore della seconda Sonata per violino e pianoforte e della Vita nuova. Ultimamente egli ha tentato nei -Giojelli della Madonna-, anche l'opera veristica turbolenta ed a forti tinte ma senza vero successo, perchè all'autore fa difetto la potenza drammatica. -Leone Sinigaglia- (1868) s'è finora dedicato esclusivamente alla musica istrumentale, alla quale lo destinano il suo talento specifico di carattere intimo schivo d'ogni enfasi. Senza voler essere un innovatore egli non ci sorprende ma ci conquista colla rigogliosa ispirazione, coll'euritmia della sua musica, cogli effetti istrumentali ottenuti non con mezzi speciali e strani ma con sapienti impasti di colori. Sincerità e naturalezza sono le sue principali doti e la sua melodia ha qualche cosa di rude e vivificante della musica popolare. Le sue opere principali sono il -Concerto- e la -Rapsodia piemontese- per violino con orchestra, il Quartetto op. 27 con un Adagio stupendo per profonda espressione, una serenata per violino, viola e violoncello, le -Danze piemontesi- per orchestra e l'Ouverture -Le baruffe Chiozzotte-, felicissimo compendio pieno di vita e spirito dell'allegra commedia di Goldoni, la Suite -Piemonte-. -Lorenzo Perosi- (1872) destò coi suoi oratorî (-La Passione di Gesù Cristo, La trasfigurazione, La risurrezione di Lazzaro, La risurrezione di Cristo, Mosè-, ecc.), i facili entusiasmi del pubblico italiano, che aveva intieramente perduto la conoscenza dello stile dell'oratorio. Nè il successo fu dapprincipio immeritato, giacchè le prime opere, specialmente la -Passione di Cristo-, sembrarono davvero promettere per il futuro dell'artista e l'onda di facile e scorrevole melodia che vi fluiva, la nobiltà d'espressione conquisero gli uditori. Ma i molti difetti di queste restarono e l'autore venne formandosi uno stile stereotipo, al quale rimase fedele in tutte le sue opere posteriori ed alla lunga si dovette persuadersi dei limiti posti al talento gentile del maestro. E questo stile che è fatto di elementi drammatici moderni, di reminiscenze bachiane e di musica chiesastica e liturgica impedisce l'unità dell'opera e le toglie ogni grandezza anche per la predominanza della nota triste e sentimentale. Altri musicisti italiani noti sono: -Alessandro Longo- autore di alcune eccellenti sonate per pianoforte di stile classico-romantico, -Cesare Ricci-Signorini- (1867), (più poemi sinfonici di stile e colorito moderno, composizioni per pianoforte, ecc.), -Amilcare Zanella- (1873), -Giovanni Buonamici- (1846-1914), -Eugenio Pirani- (1852), -Antonio Scontrino- (1850), -Giovanni Tebaldini- (1864), -Bruno Mugellini- (1871-1912), -Alberto Fano, Giovanni Bolzoni- (1841), -Alfonso Rendano- (1853) e finalmente i facili autori di canzoni -Tosti, Rotoli, Denza, Costa, De Leva-. Tutti questi musicisti sono più o meno seguaci delle vecchie tradizioni e le nuove idee e teorie non trovano una vera eco nelle loro opere. La nuova generazione però non potè sottrarsi ad una influenza mediata od immediata di tutto il turbinare di nuovi problemi estetici e tecnici ed i frutti di studi ben più profondi e coscienziosi di un tempo cominciano già a mostrarsi in un vero rinnovamento dell'arte italiana, che ha forse base più solida di quella dell'arte francese perchè la , ' 1 2 . ' ' 3 4 . 5 6 ' , 7 ' ' 8 9 ' 10 . 11 12 - - 13 - - , - - - - 14 - - , . 15 16 . 17 18 . , ' 19 20 . 21 , 22 23 , 24 . 25 26 - - . 27 , 28 , ' . 29 30 . 31 , 32 , , 33 - - . 34 35 , 36 . . 37 - - 38 ( - ) , - - ( - ) , - - ( ) , 39 - - ( ) 40 , ( - - , - - , . ) , - - 41 ( ) . 42 43 - - 44 ( - - , - - , 45 . ) . 46 , 47 - - ( - ) - - 48 ( - ) . 49 50 - - ( - ) . 51 , 52 ' , 53 , 54 55 ' , 56 57 . 58 , , ' 59 . 60 , , , . , 61 , 62 ' , , 63 , ' . 64 65 . 66 67 , , 68 . - - 69 ( - - - ) , - - , 70 ' - - , 71 . 72 . 73 , 74 . 75 76 - - ( ) 77 ( , , , , , . ) . 78 79 , , 80 , , 81 . 82 83 - - ( - ) 84 ( , , 85 , , , . ) ; - - ( ) 86 - - ( ) ( 87 , . ) . 88 89 - - . - 90 - ( - ) ' 91 92 , , 93 - . - ( - ) 94 - - - - ( ) , 95 . - - ( ) 96 ( , , , , . ) , - 97 - ( ) - - - ( ) 98 . 99 100 - - , 101 , 102 , 103 . 104 . - - ( ) 105 - - ( ) 106 . 107 . 108 ( , , , , 109 , . ) , 110 , 111 , , 112 . 113 114 . 115 116 - - 117 . , , , 118 , 119 . 120 - - ( - ) ' - - ( ) 121 - - , , 122 123 , . 124 - - ( - ) ( - - 125 - - ) 126 . 127 , 128 , 129 . - - ( - ) ( - - , - - ) 130 . 131 132 133 ( - - , 134 - - , - - , - - - - - ) , 135 . ' 136 , 137 . 138 139 140 . 141 142 . 143 , 144 , 145 146 147 . 148 149 ( . . / , / , . ) . 150 151 - - 152 ( - ) 153 . ' ' - 154 - , 155 , ' 156 . ' 157 , , . 158 159 - - ( ) , - - , 160 - - , . , . 161 ' 162 . - . - ( - ) 163 ' 164 , . . , , - 165 - . - - , 166 - 167 168 . - - - ( - ) 169 , 170 , . 171 ( - - , - 172 - , - - , . , , , - - , 173 - - , , , . ) . 174 175 176 - - ( - ) - 177 - ( - ) . , 178 ( - - , - - , - - , - - , 179 . ) , , , , , , . , 180 , 181 . 182 ' ' . 183 , 184 , , 185 ' 186 . 187 188 , , 189 . 190 . ( - - , - - , - - , 191 . , , , , , . ) , 192 - - , , 193 , , , 194 . 195 196 197 , 198 , 199 . 200 201 . - 202 - ( ) , ( , 203 , , . ) , , 204 , 205 206 : - - , - - , - - , - - , - - , . 207 208 , 209 , ' 210 . 211 . 212 , 213 . 214 , 215 . 216 , . 217 , , 218 ' . 219 220 , 221 . 222 , 223 , 224 ' ' ' 225 , , 226 227 , 228 229 . 230 231 - - 232 , 233 . 234 235 236 ' 237 . 238 239 - - ( - ) , 240 , ' ( - 241 - , - - , - - , - - , . ) , 242 , - - , 243 , , 244 . 245 246 - - , ' 247 . - - 248 249 . 250 251 ' - - ( - ) , 252 , , 253 , , . 254 ( , , , , 255 , , . ) , ' 256 , . 257 , 258 , , 259 . 260 . 261 262 263 . , 264 , 265 ' 266 , , 267 . ' ' 268 , 269 270 . 271 272 273 , - - ( - ) , . 274 - - ( ) , , 275 - - ( ) . 276 277 - - 278 , . 279 280 281 282 . 283 284 , 285 ( - - ( - ) - - - - 286 ( - ) - - ) 287 ' . 288 289 - - ( ) , - . . - 290 ( - ) , - - ( - ) , - . - ( ) , 291 - - ( ) , - - ( ) , - - 292 ( ) - - ( ) . 293 294 295 , ' 296 297 , 298 , 299 . 300 , . 301 . , - 302 - ( ) 303 . , 304 - - - - . 305 306 - - ( ) 307 308 , 309 - - , - - . 310 ' . 311 312 , 313 ' 314 , 315 316 . - 317 - ( ) , - - ( ) - - , 318 . 319 320 . 321 322 - - ' 323 , . ' 324 , - - ( - ) , 325 , , , . 326 ( - 327 - , . ) . 328 : - - ( ) , - - ( ) - 329 - ( ) . 330 331 ' 332 - - - - - - 333 . - 334 - ( - ) 335 . - - 336 ( - ) - - 337 . - - 338 ( - ) - - ( ) 339 . 340 341 ' - - - - 342 , 343 - - 344 ( ) . ' - - 345 ( ) , 346 : - - ( ) , 347 . 348 ( - , , 349 , , - - - , . ) , 350 . 351 352 353 - - ( - ) . 354 , 355 - - , . 356 357 ' ' 358 , , 359 . 360 361 362 363 364 - - - - , . 365 366 . - - - - . 367 , , . , . . 368 369 . - - - - , 370 , , . 371 372 . . - - - - , , , . . 373 . . 374 375 - - - - , , 376 377 . - - - - , , , . 378 379 . - - - ' - , , 380 , . 381 382 . - - - - , . 383 384 . - - - - , . 385 386 - - - - , , . 387 388 . . - - - - , , . 389 390 . - - - - , , . . 391 . 392 393 - - - - , , . 394 395 . - - - - . 396 , . . . 397 398 . - - - - , , - . 399 400 . - - - - , , 401 - . 402 403 . . - - - - , , . 404 405 . . - - - - , 406 , , . 407 408 . . - - - - , - , , 409 . 410 411 . - - - - , , . 412 413 414 415 416 . 417 418 , . 419 420 421 422 . 423 , ' 424 425 , , 426 427 428 . 429 ' ' 430 , 431 432 , 433 ' , , 434 ' , 435 . 436 ' , 437 438 . 439 440 . 441 442 443 - - ( - ) 444 , , 445 , 446 - - 447 . 448 449 450 , ' 451 ' . 452 , 453 , 454 , 455 . ' 456 , 457 458 , 459 460 , , ' 461 462 . 463 464 ' , , 465 - - ( - ) 466 , - - ( - ) . 467 , 468 ' - - ( ) 469 470 . ' - - , 471 , - - , ' - - 472 , - - - - ( ) 473 . 474 . ' , 475 , 476 . 477 . 478 . 479 , 480 , 481 , 482 , . 483 484 485 . 486 , ' 487 , 488 . , 489 490 , ' , 491 492 ' , , , 493 . 494 495 , 496 , ' 497 , ' 498 . ' 499 , , 500 ' ' . , 501 , 502 . 503 504 505 , 506 . 507 508 , ' 509 , 510 ' 511 ' ' 512 , , 513 . 514 , , 515 516 517 518 . 519 520 521 - 522 - ( ) - - ( ) , ' 523 , , 524 ' , , , , 525 , 526 ' . 527 , 528 , 529 ' , 530 ' . 531 ' 532 , 533 534 . 535 536 . - - 537 - - - - - - , 538 539 , . 540 541 , 542 . - ' - - - 543 544 , ' , 545 . ' 546 547 . - - 548 . , 549 . ' - - , 550 , ' , 551 ' - - - - . 552 , 553 . , 554 , 555 , 556 557 , 558 , ' , 559 . - - 560 ' 561 562 . 563 564 565 , . 566 567 ( - , , - ) 568 . , 569 ' , , ' , 570 . 571 , 572 ' , 573 . 574 , . 575 576 ' 577 ' . 578 , , 579 , 580 ' , 581 582 ' . 583 584 . . 585 ' , 586 . ' 587 588 589 . . ' 590 , ' . ' 591 592 . , 593 , 594 , ' 595 , ' 596 ' . 597 598 599 . , 600 ' 601 , 602 , ' 603 . , 604 , 605 , , 606 ' ' . 607 608 609 , , 610 ' 611 . 612 613 - - 614 ( ) - - ( ) 615 . 616 ' , 617 . 618 619 620 ' . 621 ' 622 623 . 624 625 . . 626 - - , - - 627 - - , ' 628 , . 629 - 630 - , 631 , 632 , . 633 634 635 , - - 636 ( ) . 637 ' - - ( ) , 638 , 639 , ' . 640 ' , 641 642 , . 643 ' - - , 644 ' . 645 - - , 646 , , ' , 647 , . - - 648 ' . 649 - - , 650 - - . 651 - 652 - ' ' 653 654 655 . 656 657 658 659 ' 660 ' . 661 . 662 ' 663 664 , ' - , 665 , 666 , 667 . 668 669 , 670 , 671 . 672 , , 673 . , 674 , 675 ' ' ' 676 . 677 678 , 679 . 680 ( , , , , ) , 681 , 682 ' , 683 , 684 , 685 . 686 , 687 ' , 688 , 689 . 690 ' , 691 , . 692 693 . 694 695 - - ( ) - - ( ) 696 . 697 - - ( ) . - - 698 - - - - . 699 - - , - - - - 700 , 701 - - - ( ) 702 , 703 . 704 , 705 , 706 . 707 708 . 709 710 ' . 711 , 712 , , 713 714 . 715 , 716 . 717 718 719 720 . 721 , , 722 723 , , 724 725 726 , . 727 , 728 . ' - - , ' 729 730 . - - 731 . - ' - 732 - - 733 . 734 - - , , 735 , 736 . - - , 737 738 . ' 739 ' 740 741 . ' - - 742 ( ) ' , ' 743 744 . 745 746 : 747 748 - - ( ) - - ( ) 749 - - ( ) 750 . 751 ( - - , - 752 - , - - , - - ) ; - - , 753 ( ) , , 754 ' , ( - - , - 755 - , - - , - - , - - , . ) . 756 - - 757 - - ( ) , 758 . 759 760 - . - ( ) , - - , ' 761 , ' - 762 - - - , 763 . 764 765 - - , 766 ( - - - - ) 767 . 768 769 - - ( ) ( - - , - - , - - , 770 - - , . ) . 771 772 - - , ( - - , - - ) . 773 774 - - ( - ) . ( - - , - - ) . 775 776 - - , 777 - - , - - - ' - , 778 ' . 779 780 , , 781 , ' , 782 , ' 783 . - - 784 ( - - , - - , - ' - ) 785 . 786 787 788 . 789 790 , 791 . 792 793 , 794 . 795 , , 796 . 797 ' . 798 , , 799 800 ' 801 ' ' 802 803 . 804 805 806 , 807 ' 808 , 809 ' 810 . 811 , 812 . 813 814 815 , 816 ' . 817 ' 818 819 . 820 821 ' , 822 . 823 ' 824 825 ' . 826 ' 827 ' . 828 829 , 830 . 831 , , 832 , 833 ' , 834 . 835 836 837 . 838 839 840 ( ) , ' 841 . - - ( - ) 842 - - 843 . - - ( - ) , 844 , 845 - - 846 ( - ) . ' 847 , 848 849 , 850 ' 851 852 - - ( - ) , 853 ' . - - ( - ) 854 ' - - , 855 , . - - 856 ( - ) , - - ( - ) - - 857 ( - ) , 858 ' , 859 860 . 861 862 863 864 , . - 865 - ( - ) , 866 , 867 868 ( ) - - - - 869 - - , 870 . 871 872 - - 873 ( - ) - - ( - ) . 874 ( , , , 875 ) , 876 ' . 877 878 ' ' 879 ' 880 . , 881 882 . , 883 884 . , 885 ( , , , , . ) , 886 ' 887 . 888 ' 889 . 890 ' 891 892 . 893 894 895 896 897 . 898 899 - - ( ) , , 900 , , , ( , 901 , , . ) , ' 902 . - - ( ) , 903 ' 904 ' , 905 , 906 ' 907 . 908 - - - 909 - ' - , - - , 910 911 . 912 . 913 - - ( ) , 914 915 . 916 917 - - ( ) , 918 : 919 920 921 . 922 ? 923 924 , 925 . 926 - - , , , 927 , ( 928 , ) ' 929 , 930 . , , 931 , , 932 ' , 933 934 - - - - . 935 936 , 937 , - - , 938 . ( - - , 939 - - , - - , - ' - ) 940 ' 941 . - ' 942 , 943 ' . ' 944 , 945 946 , 947 ' 948 . - 949 - , ' 950 , ' . 951 952 - - ( ) ' 953 , 954 ' . 955 956 , ' , 957 958 . 959 . 960 - - - - 961 , . 962 , , , 963 - - ' - - , 964 ' 965 , - - . 966 967 - - ( ) ( - 968 , , , 969 , - , . ) , , 970 ' . 971 , , 972 - - , 973 ' ' 974 , ' . 975 ' 976 , 977 978 . , 979 980 ' ' 981 . 982 983 : - - 984 - , - 985 - - ( ) , ( 986 , , . ) , - - ( ) , 987 - - ( - ) , - - ( ) , - 988 - ( ) , - - ( ) , - - 989 ( - ) , - , - ( ) , - - 990 ( ) - , , , 991 , - . 992 993 994 . 995 996 997 998 ' , 999 ' 1000