-vicario- (vicario generale arcivescovile dal 1827 in poi fu monsignor
GIULIO BUONINSEGNI di Borgo S. Sepolcro), ma -uditore di S. E. R.ma-
l'arcivescovo CHIARISSIMO FALCONIERI (nato a Roma nel 1794, fatto
arcivescovo di Ravenna il 3 luglio 1826, cardinale il 12 febbraio 1838,
morto nel 1859): con tale ufficio il Gianolli appare negli anni 1827-30,
e secondo il FRIGNANI (op. cit., LVII) era un «prete della diocesi di
Cesena».--Il caso dello SPADA è narrato anche, con piú abbondanza di
parole, dal FRIGNANI (op. cit. LVII, LVIII), che lo designa col nome di
SPADINI, «mugnaio, famoso brigante sino dai tempi della Repubblica
cisalpina.» È singolare che non si sia trovato il nome di questo SPADA
(tale era veramente il suo casato) nei registri parrochiali dei defunti;
ma, mi scrisse l'ottimo F. Miserocchi, sta il fatto «che costui era un
brigantone di tre cotte; che faceva il magazziniere di professione, e
che all'atto dell'esecuzione dei cinque impiccati si dilettava di
beffeggiare i pazienti contandoli ad uno ad uno con aria di
soddisfazione di mano in mano, che salivano il patibolo, come mi narrano
alcuni testimoni oculari ancora viventi; tanto che col suo schifoso
contegno era giunto quasi a provocare una sorda ma rumoreggiante
reazione da parte degli spettatori, ma il caso provvide alla
vendetta...»
XXI. Sino dall'11 settembre 1826 pubblicando in Ravenna il suo primo
proclama la Commissione presieduta dall'Invernizzi invitava i cittadini
alla denunzia dei reati politici; e da un'altra notificazione in data di
Faenza 16 aprile 1827 appare che l'istituto della -Spontanea- era stato
introdotto con l'editto pontificio del 6 luglio 1826 con termine utile
fino al 15 marzo 1827, prorogato poi al 10 giugno, sino al quale giorno
avvertiva monsignor Invernizzi esser egli delegato da Sua Santità a
ricevere «le spontanee abdicazioni e le denuncie da chiunque volesse a
noi presentarsi». Degli atti e procedimenti di questa Commissione
speciale poche notizie si hanno nella storia (cfr. FARINI, op. cit.,
lib. I, cap. II); non sarà inutile però avvertire che fin da principio
ad uno dei suoi membri, GIOVANNI RUFFINI, trattenuto forse in Roma
dall'ufficio di luogotenente criminale, fu sostituito FILIPPO FRANCESCO
CARLI, giudice nel tribunale d'appello di Bologna, e al cancelliere
primamente nominato succedette NATALE LORENZINI. Le sentenze della
Commissione, di cui ho potuto avere notizia (oltre le due riferite nelle
note ai capp. XX e XXV), sono le seguenti:
1827, 7 giugno: come rei di appartenere alla Società Carbonica e di aver
promosse o frequentate adunanze anche dopo l'editto 6 luglio 1826 furono
condannati i seguenti pesaresi: -Vincenzo Pennacchini- domestico, alla
galera in perpetuo; -Giovanni Spinaci- calzolaio e -Raffaele Pascucci-
vetraio a 25 anni, -Romualdo Carandini- domestico e -Terenzio Ghirlanda-
sartore a 5 anni di opera pubblica, -Nicola Conti- minore di età,
muratore, a sei mesi di prigionia.--Detto giorno: altra sentenza della
Commissione contenente notizie particolareggiate delle società segrete
di Gubbio, cioè della -Vendita- -dei figli di Bruto- istituita nel
maggio 1824, della società dei -Figli della speranza- e -Fratelli del
dovere- istituita nell'anno 1825 e di quella dei -Buoni amici- promossa
nel febbraio 1826 contro la società antiliberale dei -Compari-.--1827, 5
luglio: -Pasquale Santi- pescivendolo, di Cesena, fu condannato a 10
anni di galera perché l'8 febbraio 1821 in casa Salberini durante una
festa di ballo ferí mortalmente -Mariano Pierini- «e da una deposizione
testimoniale appare che dalla Sètta Carbonica fosse designata la di lui
uccisione»: il Pierini era «un esploratore della polizia» e il Santi era
«sorvegliato all'epoca del delitto dall'officio della polizia locale per
la sua aderenza coi facinorosi»; perciò il Santi fuggí all'estero, dando
cosí indizio di colpa, e la voce pubblica lo designò subito come autore
del misfatto.--1827, 1 agosto: sono condannati -Giacomo Leoni- di
Meldola, domiciliato in Forlimpopoli, tintore e oste, di anni 50 a dieci
anni di galera, -Paolo Bendandi- detto -Grametto- mercante di bestiame,
di Forlimpopoli, a sette anni di galera, -Luigi Pasolini- canepino, di
Forlimpopoli, di anni 17, a un anno di casa di correzione, e -Michele
Bendandi- mercante di bestiame, di Forlimpopoli, a un anno d'opera
pubblica, per essere appartenuti alla società dei -Fratelli del dovere-
«ch'è la società media fra la Carbonica e quella della -Speranza-»
(sentenza importante per conoscere le vicende delle sezioni di società
segrete in Forlimpopoli).--Detto giorno: -Antonio Ballardini-, di
Faenza, calzolaio, condannato alla prigionia per 6 mesi per ferimento
semplice avvenuto la sera del 24 maggio 1827 in Faenza a danno di
-Bartolomeo Savini Casadio- per il «sospetto in taluno ingeritosi pochi
giorni prima al fatto che il Casadio servisse qualche autorità
giudiziaria nella qualità di delatore.»
1828, 10 aprile: «Risultò dagli atti che lo zelo di -Antonio Bellini-
ispettore di polizia in Faenza nel dare opera che gli individui addetti
alle proscritte società segrete non turbassero la pubblica tranquillità,
eccitasse contro di lui l'odio di alcuni ascritti alle medesime»; e
perciò, dopo altri inutili tentativi, egli fu ucciso la sera del 2
luglio 1826 in Faenza da due colpi di pistola esplosi per opera di
-Vincenzo Galassi- detto -Cuccolotto- pignattaro e -Antonio Biffi- detto
-Biffotto- vetturino, entrambi faentini, diretti nella delittuosa
operazione da -Carlo Filiberti- flebotomo in Faenza, con complicità di
-Niccola Benedetti- di Gubbio, cameriere in Faenza, di -Tommaso
Antolini- oste, di Faenza, e di -Sante Spada- di Cotignola; con questo
che Galassi, Biffi e Filiberti fuggirono dal loro domicilio e dallo
Stato pontificio. Per questi motivi sono condannati -Vincenzo Galassi-
all'ultimo supplizio, -Niccola Benedetti- a 5 anni di galera, -Tommaso
Antolini- a 3 di opera pubblica; si ordina l'arresto di -Antonio Biffi-,
-Carlo Filiberti- e -Sante Spada-, e si dimette dal carcere col precetto
di rappresentarsi -Luigi Masotti-, sartore, di Faenza, e guardia
provinciale arrestato per pretesa complicità.--1828, 6 giugno: -Biagio
Fedeli- di S. Alberto, carabiniere addetto alle carceri politiche di San
Vitale, perché «guadagnato da taluno dei detenuti, vilmente si determinò
a tradire il suo officio, portando e riportando sí al di dentro che al
di fuori di dette carceri, ambascerie e viglietti», fu espulso dal corpo
e condannato a cinque anni di galera, piú ad altri cinque di opera
pubblica come detentore di uno stile proibito.--1828, 23 luglio: fu
condannato a tre anni di opera pubblica -Luigi Venturelli- di Imola,
«degente in Faenza», il quale «imaginò che sarebbe stato di molto suo
profitto, se avesse indotto la Commissione speciale nella credulità «che
dalle società segrete si macchinava una rivoluzione dai confini del
Ferrarese a quelli della delegazione di Pesaro, sotto la denominazione
di -Vespri Siciliani-»: inventò e denunziò perciò uomini, luoghi,
contrassegni; poi, arrestato, confessò il delitto «accusandone per
impulso i debiti contratti ed il desiderio di procurarsi qualche
straordinario guadagno per estinguerli».--1828, 4 settembre: -Michele
Ronci- di Morciano, sartore, «addetto a società secrete», fu condannato
a dieci anni di galera per aver tentato, prima in Fano, poi in Rimini il
10 maggio 1824 di avvelenare -Andrea Medri- di Cesena «per odi
privati».--Detto giorno: -Giosafat Geminiani-, guardiano, nativo di
Fusignano, domiciliato in Ravenna, «sospetto non leggiermente
d'appartenere «ad alcuna delle società segrete», fu condannato a 10 anni
di galera, perché la sera del 19 marzo 1826 mentre in Ravenna
«corrissava con alcuni giovani addetti a società segrete il calzolaio
-Gaetano Gugnani-, detto -Vobis-, malveduto dai settari per la sua
contrarietà alle loro massime», esso Geminiani si mise in mezzo e ferí
il Gugnani, che della ferita morí pochi giorni di poi.--Detto giorno:
-Giacomo Battuzzi-, possidente, di Ravenna, fu condannato a dieci anni
di galera (senza pregiudizio degli altri 15 di detenzione inflittigli
per sentenza del card. Rivarola del 31 agosto 1825) perché la notte del
19 marzo 1819 colpí d'arma da fuoco il direttore della polizia
provinciale di Ravenna -Giuseppe Lausdei-, avendo complici i contumaci
-Vincenzo Battaglini- e -Tommaso Quatrini- di Ravenna, che furono
condannati l'uno a dieci, l'altro a cinque anni di galera.--1828, 30
settembre (in Rimini): -Niccola Martinini- di Rimini, maestro di scuola
privata elementare, fu condannato a 7 anni di galera perché mentre il
Governo attendeva a scoprire gli autori dell'attentato contro il card.
Rivarola «falsamente testificò in giudizio avergli confidato -Giuseppe
Previtali-, che disse essere suo amico, che il legale -Ottavio Bottoni-
coll'intelligenza del Previtali medesimo, di -Luigi Serpieri-, marchese
-Ercole Buonadrata-, -Domenico Piolanti-, -Francesco Serpieri-, -Achille
Bocci-, -Giuseppe Ferranti-, -Giacomo Martinelli-, e di -Gio. Battista
Grilli-, era stato l'autore del vero attentato suddetto col mezzo di
pistola, essendosi il Martinini approfittato della scienza, che il
nominato Bottoni trovavasi in quell'epoca in Ravenna per un suo privato
affare. Per siffatta testimonianza, avvalorata ancora da altri
amminicoli, tanto esso Bottoni, quanto gli altri suddetti soggiacquero
all'arresto e alla detenzione, fino a che non si conobbe giudizialmente
la loro innocenza nel sopradetto sacrilego attentato.»
XXIII. GAETANO BIANCHINI fu ispettore di polizia in Ravenna sino al
1823, poi destituito perché compreso nei processi del Rivarola che lo
assoggettò al precetto politico; arrestato per ordine dell'Invernizzi,
si liberò colla -spontanea-: finí amministratore di casa Guiccioli.--Di
ANTONIO SPADA vedasi cap. LIV.
XXV. La condanna dell'UCCELLINI fu pronunciata dalla Commissione
speciale il 23 luglio 1828: eccone il testo riprodotto di sulla stampa
originale:
COMMISSIONE SPECIALE | PER LE QUATTRO LEGAZIONI | E PER LA DELEGAZIONE
D'URBINO E PESARO | RESIDENTE NELLA CITTÀ DI FAENZA | -Sessione delli
23. di luglio 1828.- | TRANSUNTO | DELLA SENTENZA NELLA CAUSA RAVENNATE
DI LIBELLO FAMOSO.
Prima che apparisse l'alba del giorno 5. d'Ottobre 1826., si trovò
affisso in due luoghi della Città di Ravenna un lungo scritto in versi
contenente un Dialogo fra li due Ss. Martiri Apollinare, e Vitale,
principali protettori della nominata Città, ingiurioso al Governo, ed ai
suoi Ministri. Restatone per qualche tempo occulto l'autore, giunse poi
la COMMISSIONE SPECIALE a riconoscerlo nel giovane -Primo Ucellini- di
Ravenna, d'età maggiore, impiegato nell'officio del Registro, e sospetto
d'appartenere a Società Secrete. Non avendo presentato l'incarto quella
sicurezza di prove, che richiedevasi per la pena ordinaria, la
COMMISSIONE stessa, inteso il Difensore, ha condannato il suddetto PRIMO
UCELLINI alla pena straordinaria -di anni tre d'Opera pubblica-.
Dato dalla Cancelleria della Commissione Speciale questo dí 30. di
Luglio 1828.
NATALE LORENZINI, CANCELLIERE.
-Faenza dalla tipografia Montanari e Marabini.-
Su monsignor PIETRO MARINI, qui accennato, si veda la nota al cap.
LXXV.--Nella Rocca d'Imola, dove fu condotto a scontare la pena
convertita in semplice detenzione, l'UCCELLINI trovò ed ebbe compagni
alcuni dei condannati dal Rivarola: il conte EDUARDO FABBRI di Cesena,
notissimo scrittore di tragedie e insigne tra i liberali di Romagna, e
l'avvocato BATTISTA FRANCESCHELLI CARROZZA di Castel Bolognese: del
GAMBERINI, pur carcerato in Imola, non ho piú precise notizie.--Del
tempo della prigionia imolese restano le seguenti lettere dell'UCCELLINI
a Giulio Fanti: 1. Lo esorta a credere nella sua amicizia inalterabile e
gli rende buona testimonianza di fedele amicizia: «...... Il tuo
carattere sempre integro e leale abbia ora quel risalto, che gli si
conviene, e col rendere ad altri ostensibile questa mia resti garantito
l'onor tuo. Io non esito a dichiarare che era in tuo arbitrio
l'accrescere il mio sagrificio, e tu n'avevi opportuni mezzi, ma
l'interesse, funesta e principale sorgente di tutti i mali, non ha
potuto tralignare nell'animo tuo, dotato di quelle prerogative, che ben
distinguono il buono dal falso amico»; e seguita dicendo di aver ben
conosciuto tutti i suoi avversari e di esser «la vittima dell'interesse
e dell'infamia» (17 settembre 1828).--2. «Dietro a quanto t'annunziai
nell'ultima mia, è d'uopo che ti risponda per un titolo che non può fare
a meno di non interessare ogni uomo, cui stia a cuore il bene del suo
simile. Tu m'annunziasti che la patria trovasi in discordia per sospetti
e diffidenze a segno che ne temi tristissime conseguenze. Ma come può
esser questo? Non riflettesi che il malumore e la dissensione sono
l'intera rovina dei popoli? Non sono forse state sufficienti le passate
vessazioni per opprimerci, che noi stessi ne vorremo delle nuove e piú
funeste suscitare? ah! no, miei cari ed amati cittadini. Sbandite gli
odi, ritorni in voi la pace e l'amore. Contro coloro, che spronati
dall'interesse osarono indegnissime azioni, provvederà la giustizia
divina, che non mai lascia impuniti peccati snaturati. Non li vedete voi
già in preda ai rimorsi di coscienza, illanguidir tutto giorno, e venir
meno come cera al fuoco? I sentimenti di natura sono fortissimi sí che
uomo alcuno invano tenta di superarli. Qual maggior persecuzione di
questa? Ben suppongo che all'aspetto di tanti mali la vostra
immaginazione sarà alterata ed il vostro cuore disacerbato. Ma ricorrete
voi stessi alla ragione, adattatevi ai di lei giusti consigli e voi
troverete nel vostro turbamento un pronto ed efficace rimedio. Non tutti
meritano disprezzo. Fa d'uopo riflettere alle circostanze prima di
decidere sull'altrui carattere, né può riputarsi indegno chi si è
attenuto a' mezzi prudenti, e chi strascinato dalla forza ha saputo
accudire agli atti che questa ha voluto disporre. Siate in questo punto
ragionevoli. Assicuratevi pure che pochi sono stati veramente i perfidi,
che si sono lasciati accecare dall'ambizione e dall'interesse. E nel
frangente in cui attualmente siamo v'è però una regola sicura che serve
a conoscere l'uomo, come l'oro la pietra di paragone. Chi non sa vincere
le proprie passioni, emanciparsi dai vizi è sempre un soggetto
pericoloso, cattivo, capace d'ogni nequizia. Questa verità, convalidata
dagli esempi, vi sia sempre dinanzi agli occhi, e vi serva di guida nel
stringer vincoli d'amicizia: ché dagli ignoranti e viziosi non può esser
mai l'amicizia rispettata. Non sempre il male suol esser danneggevole.
Se la trista catastrofe non ha guari successa vi sarà d'esperienza per
l'avvenire, riflettendo sulle cause che l'hanno originata, ne risulterà
un bene maggiore del passato. Non disperatevi adunque; ripacificatevi, o
miei cari: tra voi piú non regni quella ingiuriosa diffidenza, che
contrasta i bei principi del ben sociale. È forse il tempo questo di
rivolger contro voi stessi l'ingiurie ed il disprezzo? L'ammalato si
sostiene piú colla propria energia che coi rimedi dell'arte, e se viene
che s'intorbidisca l'animo la perdita è quasi irreparabile. Gettate uno
sguardo di compassione sulla misera Romagna, nostra comune madre, e
spero che di subito vi si accenderà desiderio di soccorrerla, obbliando
le private dispiacenze e facendo argine al danno, che sembra
soprastarvi. Queste e non altre sono ora le prove di tenerezza filiale,
che compartir possiamo verso ad una madre che non fida che nelle nostre
affettuose sollecitudini. E che deggio di piú dirvi? La vostra saviezza
e prudenza non permetteranno sicuramente che intervengano tristi effetti
da una diffidenza, che deve essere ammorzata o almeno ridotta a quel
semplice dubitare proprio d'ogni uomo probo ed assennato, e voi saprete
ben ponderare le circostanze a seconda di quell'amore di cui dovete
sempre essere inspirati a vantaggio comune. Deve pertanto il tuo zelo
animarti presso gli amici a far sí che dimentichino gli odi e si
risguardino invece come quell'amore che è il perno principale dell'umano
consorzio. E chi non sa che dove manca la concordia ogni cosa è in
pericolo ed in rovina? Questo sentimento deve esser proprio d'ogni
cittadino, anche del piú neutrale, perché a tutti preme il bene della
Società in cui si vive e con orrore da tutti si risguardino le guerre
intestine. Però tu non farai che adempiere ad un sacro dovere civile,
adoperandoti in modo e per quanto ti sia possibile che non intervengano
dei danni fra i tuoi ed i miei concittadini, che io amo piú della mia
vita. Se mi sono dilungato in questa materia, imputane la cagione alle
premure che prendo al mio loco nativo; io di tutto farei per vederlo
tranquillo, né potevo rimanermi in silenzio sopra un punto cosí
importante: nessuno potrà darmene disprezzo, perché è di obbligo civile
e naturale il procurare il bene del suo simile e specialmente dei propri
concittadini. Ti assicuro che la trista notizia, che riguardo ad essi tu
mi dasti, mi fece un'impressione terribile e bastò ad affliggere ed
alterare l'animo mio, già da lungo tempo assuefatto alle disgrazie con
esemplare imperturbabilità.» (19 settembre 1828).--3. «Che bella
temerità: ma sono in prigione; e tutto possono azzardare... Leggi quanto
il Mercuriali ha ardito di scrivermi: ma le sue ciarle son vane: il
fatto è quello che conta. Io credo che sia per impazzire; il costituto
che mi ha apposto in garantimento è curioso, e tutto fantastico.....
Pondera bene la nota del l'art. 1º; essa ti risguarda; e quella colpa
per quanto vedo, che ha egli, vorrebbe a te addossarla. Puoi ben credere
che io già non gli rispondo; e a te dirigo la lettera, onde ne facci
quelle riflessioni di fatto e di circostanze, che io non posso
conoscere, e me le affacci....» (senza data, ma della fine di maggio
1829).--4. Lunga lettera a proposito di un dissidio tra il Fanti e la
sorella dell'Uccellini «per causa di amore» (19 marzo 1830).--5. «Ieri
ebbi un assalto febbrile che mi tenne in camera......»; per divagarsi
rilesse piú volte il canto XII della -Gerusalemme liberata- e dai casi
di Clorinda trasse ispirazione a comporre un sonetto -In morte di Orsola
Montanari giovane pregevole per beltà e per onesti costumi, rapita ai
viventi nel fior degli anni- (12 maggio 1830). Ecco, per dare anche un
saggio delle rime dell'UCCELLINI, il sonetto pietoso:
Qual fulge in cielo la diurna stella
Allor ch'è nunzia di ridente giorno;
Tal viddi in sogno oltre l'usato bella
Donna, che divo amor spirava intorno.
Tu del mio lido, ti ravviso, quella
Sei che lo festi di tue grazie adorno.
Oh! quanto 'l casto spirto tuo si abbella
Al lume del beato almo soggiorno.
Lieta sorrise, e con benigno ciglio,
Vedi, mi disse, come ingiusto è il pianto,
Che scorre ancor su'l mio terrestre esiglio.
Morta non son io già: vita migliore
D'eterni beni ho nell'empireo santo.
E in grembo ascese all'infinito Amore.
La terza lettera merita uno schiarimento. L'UCCELLINI, durante il
processo, aveva saputo che a suo carico avesse deposto come testimonio
il suo concittadino e amico ANGELO MERCURIALI, e dopo la condanna se ne
dolse fortemente. Il Mercuriali gli scrisse allora una lunga lettera,
del 23 maggio 1829, protestandosi innocente, riferendo l'interrogatorio
subito innanzi al giudice Mazzoni e descrivendogli nebulosamente chi
fossero i veri denunziatori: e in codesta sua difesa, riferendo da uno
scritto di Santo Rossi (scrittore politicante dei tempi della Cisalpina)
alcuni tratti sui falsi amici, alle parole -La lingua sa affettare la
sincerità, ma l'anima è bugiarda e sleale-, vi appose questa nota: «Fra
questi è uno appunto che tu gli scrivi; basta.....» L'UCCELLINI intese
che si alludesse al Fanti, e sicuro della fedeltà e amicizia sua, mandò
a lui stesso la lettera del Mercuriali, dichiarandosi convinto che da
costui fosse venuto il sospetto per cui era stato condannato (cfr. ciò
che ne dice nella lettera sul processo, riferita nella nota al cap.
XVI).
XXVI. In questo e nei seguenti capitoli sulla rivoluzione del 1831 e
sulle sue conseguenze l'UCCELLINI, oltre che ai ricordi personali, molto
attinse all'operetta di ANTONIO VESI, -Rivoluzione di Romagna del 1831,
narrazione storica corredata di tutti i relativi documenti-, Firenze,
tip. Italiana, 1851: a illustrazione di questi capitoli è da vedere
anche il libro di GIOACCHINO VICINI, -La rivoluzione dell'anno 1831
nello Stato romano, memorie storiche e documenti inediti-, Imola,
Galeati, 1889.
Sulla liberazione dell'UCCELLINI abbiamo due lettere di lui al Fanti:
nell'una, dell'11 luglio 1830 da Imola, gli annunzia di essere libero e
in casa dell'amico Mondini e che tornerà a Ravenna la sera del 13
accompagnato dagli amici Zotti, Mondini e Daiana, e desidera sia
preparata una buona cena in casa sua «ove concorrino i piú buoni e cari
amici, che io tengo come una parte di me stesso, come Venturi, Guerrini,
Ortolani, Roncuzzi»; nell'altra, del 12 luglio, scritta «dalla casa
dell'amico dott. Mongardi», conferma ciò che ha scritto nella
precedente.
Sulla morte di FERDINANDO ROSSI si veda G. MAZZATINTI nella -Rivista
storica del Risorg. ital.-, vol. II, pag. 240.
XXVII. Prolegato in Ravenna al momento della rivoluzione del '31 era
monsignor GIUSEPPE ANTONIO ZACCHIA, che da tre deputati del popolo,
APOLLINARE SANTUCCI, GIOVANNI MONTANARI e AGOSTINO BCCCACCINI fu
invitato il 6 febbraio a cedere il governo a una commissione provvisoria
di sette cittadini: questi furono i sei ricordati dall'UCCELLINI e il
prof. PIETRO GHISELLI da lui dimenticato.
Gli accenni che l'UCCELLINI fa qui e altrove all'onorando patriota
ODOARDO FABBRI saranno piú pienamente chiariti quando pubblicheremo in
questa -Biblioteca- un volume di Ricordi e lettere di lui, e
specialmente dai -Sei anni e due mesi della mia vita passati in
prigione-, narrazione dettata dal FABBRI «con intendimento di lasciarla
per ricordanza dei delitti dei papi»; per ora si può vedere ciò che ne
dice G. MESTICA, -Manuale della letter. ital. nel secolo decimonono-,
vol. II, pp. 404 e segg.
Di GASPARE DELLA SCALA trovasi il nome sotto la protesta Gamba Ghiselli,
cosí: -Gaspare Della Scala, che giurò di viver libero e di osservare la
Costituzione, domanda l'esterminio dei persecutori della medesima-; e
però nelle liste di proscrizione del 1799 era detto di lui: «Costui è
stato uno dei piú scelerati e sanguinari di Ravenna; sempre meditava
arresti di povere persone innocenti; ambiva di poter sottoscrivere
sentenze di morte, essendo uffiziale ne' Granatieri: insomma perfido al
maggior segno». Durante il Regno italico chiese il 23 ottobre 1808
l'ufficio di commissario di polizia di Ravenna, che tenne per piú anni,
e riebbe nel '31 quando molti furono richiamati agli stessi uffici che
avevano avuti sotto il governo napoleonico.
XXVIII. RUGGERO GAMBA GHISELLI, figlio del conte Paolo e di Marianna
Cavalli, nacque in Ravenna nel 1770; di undici anni fu posto agli studi
nel Collegio dei nobili, ma nell'85 si dovette levarlo «per riformarlo
dall'indole troppo focosa», dicono i registri dell'istituto: fu allora
mandato al Collegio di Parma, e vi si segnalò per ingegno facile e vivo.
Alla venuta dei Francesi in Romagna nel febbraio 1797 si mostrò
ardentissimo giacobino e fu fatto comandante della Guardia Nazionale di
Ravenna; promotore indefesso di dimostrazioni democratiche e di feste
repubblicane, recitò e pubblicò parecchie allocuzioni e discorsi pieni
di fremiti e di frasi altosonanti (p. es. vedasi il suo tra i -Discorsi
pronunciati in Ravenna nel giorno della festa patriottica prescritta
dalla legge 22 Pratile anno VI Repubbl. in occasione di solennizzare
l'alleanza della Repubb. Cisalpina con la Gran Nazione-, Ravenna 1798,
p. 8-11): tra gli altri, notabile l'indirizzo di protesta al Corpo
legislativo Cisalpino quando si sospettavano alterazioni nella
Costituzione per opera dell'ambasciatore Trouvé (fu letto nella seduta
del 21 luglio 1798 ed è stampato, con altri consimili indirizzi di
patrioti d'altre città di Romagna, nel -Redattore del Gran Consiglio
della Repubb. Cisalpina-, bimestre 5º, pag. 1311-16), scritto dal Gamba
Ghiselli e firmato da molti altri cittadini, con le piú esaltate e
strambe dichiarazioni. Nei tempi piú quieti del Regno italico il Gamba
Ghiselli si tenne in disparte; ma restaurato il Governo pontificio, si
mescolò alle trame della Carboneria sí che il Rivarola lo condannò a
venti anni di detenzione: fu liberato nel 1829. Dopo breve esilio nel
'31, ritornò in patria, e morí poi nel 1846. È nota l'amicizia sua con
lord Byron che amò la Teresa Guiccioli e trasse seco a morire in Grecia
Pietro Gamba, l'una e l'altro figli di Ruggero.
L'ordine del giorno del Gamba Ghiselli, accennato dall'UCCELLINI, è in
data del 13 febbraio 1831 e indirizzato alla Colonna mobile della
Guardia nazionale comandata da Giovanni Montanari, che «vi sarà fida
scorta in ogni evento», diceva il Gamba, come «vi fu capo nella
difficile giornata della Rigenerazione»: un altro ordine del giorno del
23 febbraio riguarda l'ordinamento della Guardia sedentaria.
XXX. La narrazione del FABBRI, qui accennata dall'UCCELLINI, dei fatti
cui partecipò nel 1831 la Colonna mobile dei Ravennati si può leggere
nel -Diario ravennate per l'anno bisestile 1864-, già cit., alle pag.
18-23.
Vescovo di Rieti era sino dal 1827 GABRIELE FERRETTI (nato in Ancona nel
1795, morto in Roma nel 1860), non ancora cardinale, alla qual dignità
fu riservato in petto nel 1838 e pubblicato nel '39: sulla difesa da lui
organizzata in Rieti nel '31 si veda A. VITALI, -Gabriele de' conti
Ferretti card. di S. R. C. e vescovo di Sabina-, Roma, tip. Aureli,
1867, pag. 22-24.
XXXI. TOMMASO FRACASSI POGGI cesenate fu chiamato a far parte del
Comitato di governo nella sua patria il 6 febbraio 1831, poi con
Vincenzo Fattiboni fu deputato all'Assemblea di Bologna, e il 16 marzo
fu nominato prefetto di Ravenna, ove tenne breve governo: ritiratosi a
Cesena, vi morí poi il 21 gennaio 1836.
LUIGI BONAPARTE, terzo fratello di Napoleone I, nacque nel 1778, fu re
d'Olanda dal 1806 al 1810; caduto l'impero, visse prima a Roma, poi a
Firenze occupato negli studi di storia e letteratura; morí a Livorno nel
1846. Dalla moglie Ortensia Beauharnais ebbe tre figli: NAPOLEONE CARLO
(n. 1802, m. 1807), NAPOLEONE LUIGI (n. 1804, m. 17 marzo a Forlí) e
CARLO LUIGI NAPOLEONE (n. 1808, m. 1873) che fu imperatore dei Francesi
col nome di Napoleone III. Questi ultimi, educati in Italia e ascritti a
società segrete, si gettarono per legami di sètta nei moti romagnoli del
'31, contro il volere del padre, ma il Governo provvisorio cercò di
allontanarli mentre essi si erano uniti al corpo dei volontari che
assediava Civita Castellana: se non che il primo cadde malato a Forlí, e
morí dopo breve malattia; mentre l'altro, con l'aiuto della madre,
sfuggiva agli Austriaci riparando in Francia. Si veda, in proposito, G.
MAZZATINTI nella citata -Riv. storica-, vol. II, pag. 248.
XXXII. Dei due ravennati caduti nel fatto di Rimini sappiamo solamente
che ANTONIO BACCARINI era volontario e DOMENICO ZOTTI, figlio di
Giuseppe, era caporale nella Colonna mobile.
XXXIII. Sulla questione della firma del MAMIANI nella capitolazione di
Ancona si può vedere il mio scritto, -La giovinezza e l'esilio di T.
Mamiani-, 2ª ed., Firenze, Sansoni, 1896, pag. 32, 52, 92-94.
XXXVII. Per i nomi e le notizie dei 38 eccettuati dall'amnistia
gregoriana si veda pure -La giovinezza e l'esilio di T. Mamiani-, pag.
40-47. Fra essi il medico SEBASTIANO FUSCONI potè tornar presto in
patria, donde, essendo rimasto fedele ai principi liberali, dovette
riprendere poco dopo la via dell'esilio, ritraendosi a vivere con la
famiglia a Santa Maura nelle Isole Jonie. Rimpatriò solo allorché,
instaurato il governo costituzionale di Pio IX, fu eletto rappresentante
di Ravenna alla Camera dei deputati, della quale fu vicepresidente; si
trovò il 15 novembre 1848 tra i pochi accorsi in aiuto di Pellegrino
Rossi, già colpito dal pugnale omicida, e tentò inutilmente i rimedi
della scienza a salvarne la vita preziosa; piú tardi andò a Gaeta presso
Pio IX, per eccitarlo in nome della parte piú moderata al mantenimento
delle franchigie costituzionali, ma non n'ebbe che vane parole; dopo il
1859, fu deputato al Parlamento, fece parte dei Consigli comunale e
provinciale di Ravenna, e fu amministratore giudiziario della Pineta;
morí nel 1888 (cfr. P. D. PASOLINI, -Giuseppe Pasolini, memorie-,
Torino, Bocca, 1887, pag. 145 e segg.).
XXXVIII. Si veda il -Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi
seguaci contro la Guardia urbana nel 1831- nel -Diario ravennate per
l'anno 1879-, pag. 34-40: il fatto fu il 16 dicembre 1831.
XXXIX. Sui fatti del gennaio-febbraio 1832 si vedano le notizie date
sotto il titolo: -20, 21 gennaio e 5 febbraio 1832, L'ingresso delle
truppe pontificie nelle Romagne- nel -Diario di Ravenna per l'a. 1863-
(Ravenna, tip. Angeletti, 1862), pp. 14-18, e quelle tratte dalla
-Storia della città di Forlí- di GIUSEPPE CALLETTI e messe in luce da G.
MAZZATINTI in un elegante opuscolo senza titolo, pubblicato per le
-Nozze Fortis-Saffi- (Forlí, tip. Bordandini, 1892). Inoltre a
illustrazione di questo capitolo è opportuno citare la -Narrazione
esatta e sincera degli avvenimenti i quali ebbero luogo in Ravenna nei
giorni 7 ed 8 febbraro dell'anno 1832-, distesa nel 1841 dal capitano
SANTE PAGANELLI, indirizzata da lui al Gonfaloniere di Ravenna e quasi
per giustificare sé stesso dall'accusa di essersi diportato male in
quelle tumultuose e dolorose giornate (conservasi nella Biblioteca
Vittorio Emanuele di Roma, Mss. Risorgimento 75).
XL. Il Canosa qui ricordato è il napoletano ANTONIO CAPECE MINUTOLO,
principe di Canosa, feroce tipo di reazionario, che presto sarà fatto
conoscere nei suoi scritti e nei suoi atti ai lettori della nostra
-Biblioteca-: il «colonnello austriaco», come dice l'UCCELLINI, deve
essere il barone FRANCESCO MARSCHALL VON BIEBERSTEIN, brigadiere
d'artiglieria nell'esercito austriaco.
XLIV. La vittima qui ricordata degli odi settari è DOMENICO ANTONIO
FARINI, che morí colpito dal pugnale dei Sanfedisti il 31 dicembre 1834:
di lui parlerà degnamente LUIGI RAVA, pubblicando in questa -Biblioteca-
il suo scritto inedito sulla Romagna dal 1796 in poi; per ora, il meglio
sopra Domenico Antonio Farini si ha nei cenni dettati da Luigi Carlo
Farini e pubblicati nella -Biografia Universale- del Passigli.
XLVI. Di questi arresti ravennati del dicembre 1832 fu data notizia
nella -Giovine Italia- (n. V, pag. 215-216) con queste parole di
corrispondenza da Forlí: «17 dicembre. Eccovi i nomi de' sei individui
ultimamente arrestati a Ravenna la notte del dí 15 al 16 corrente, e poi
tradotti a Bologna. -Scala-, professore di liceo, già direttore di
polizia in altri tempi.---Ghiselli-, professore, idem.--Due -Boccaccini-
fratelli, ricchi possidenti.---Buraccina-, locandiere.---Uccellini-,
ex-segretario del colonnello della guardia civica.--Il -Boccaccini
Agostino- esciva da malattia mortale: era convalescente, ed aveva un
vessicante al collo aperto: la carità pretina lo ha trascinato tra ceppi
a Bologna.--24 dicembre. ..... Dopo essere stati tradotti a Bologna, i
sei hanno avuta intimazione d'esiglio dallo Stato. Or non potevano
averla in Ravenna? e perché dar tanto affanno alle loro famiglie?»--Non
sarà inutile avvertire che erroneamente il Della Scala era qui indicato
come professore del liceo, poiché non tenne mai questo ufficio, e che
-Buraccina- era il sopranome di Antonio Ghirardini (cfr. cap. XLVIII).
XLVII. Di GASPARE DELLA SCALA già si è parlato nelle note al cap.
XXVII.--PIETRO GHISELLI fu professore di fisica e chimica nel collegio o
liceo di Ravenna dal 1819 in poi; e dopo la breve interruzione per
questo arresto, ritornò alla sua cattedra, che tenne fino al 1840.--I
due fratelli BOCCACCINI, dopo breve esilio, rimpatriarono: AGOSTINO morí
in Ravenna il 24 gennaio 1875; Gregorio fu dopo il 1860 capitano della
Guardia nazionale e morí circa nel 1864.
XLVIII. Della dimora dei profughi Ravennati nel territorio lucchese
abbiamo piú precise notizie da una lettera che l'UCCELLINI scrisse dalla
villa di Tofari il 13 febbraio 1833 a Giulio Fanti; vi si ricorda come
presente in quel luogo il DELLA SCALA, e tra l'altre cose vi si legge:
«... Io non so qual destino m'attenda. Io mi voglio recare direttamente
a Parigi, e presentarmi di persona al Ministro degli affari interni
coll'appoggio delle persone a cui sono raccomandato; una pensione
almeno, anche maggiore dell'ordinario, sembra che non mi dovesse
mancare.... Saluta caramente la mia famiglia, insinuale disinvoltura;
-io sto bene, non sono in mani dei satelliti della Commissione, e ciò
non è poco-.»--Una breve biografia di -Antonio Ghirardini sopranominato
Buraccina- pubblicò l'UCCELLINI nel -Diario ravennate per l'a. bisestile
1864-, p. 23-25, e da questa e dall'-Elogio di Antonio Ghirardini-
scritto da A. FRIGNANI (Parigi, tip. Delaforest, 1835, in-8º; pp. 20) si
raccoglie che il Ghirardini, oste nel sobborgo di Porta Sisi, aveva
formato una società composta di lavoranti nei molini e nella pineta, che
egli veniva disciplinando a servigio di eventuali disegni politici in
senso liberale; perciò nel 1821 fu arrestato e dopo quattro anni
condannato alla detenzione (perpetua, secondo l'UCCELLINI, per dieci
anni secondo il FRIGNANI; ma fu invece di 20 anni, cfr. p. 149).
Liberato intorno al 1830, ritornò in patria e partecipò ai fatti
dell'anno di poi, colla Colonna mobile ravennate, poi al principio del
1832 accorse con altri ravennati contro le milizie pontificie entrate in
Romagna. Fallito quel tentativo di resistenza, il Ghirardini fu, il 7
febbraio, alla testa dei cittadini che costrinsero i papalini a fuggir
di Ravenna; e piú tardi, designato come uno dei capi liberali in uno
degli opuscoli del principe di Canosa, fu arrestato, come sappiamo
dall'UCCELLINI; e con lui esulò in Francia, dove fu assegnato al
deposito di Mende con il sussidio governativo di lire 23 il mese: ivi
morí il 16 dicembre 1834, compianto da tutta l'emigrazione romagnola.
Da questo punto innanzi, sino al cap. LIV, formano opportuno riscontro e
compimento alle Memorie le lettere che l'UCCELLINI scrisse dalla terra
d'esilio, 64 delle quali ho potuto vedere, dirette per la maggior parte
a Giulio Fanti, anche per gli altri suoi di casa; sí che credo utile
darne via via succinto ragguaglio e qualche estratto, che chiarisca e
compia la narrazione delle Memorie.--La lettera 1ª, da Marsiglia 14
marzo 1833 al Fanti (come tutte le altre che saranno citate senza
speciale indicazione), contiene un racconto del viaggio di mare da
Livorno in Francia: «Montai a bordo del brigantino toscano denominato
l'-Adelaide-, comandato da un genovese, il giorno 7, e non partii che il
giorno successivo in compagnia di tre modenesi ed un parigino. Il vento
era favorevole ed il cielo sereno. Si navigò bene tutto il venerdí, il
sabato e parte della domenica; ma verso sera s'intorbidò l'atmosfera,
onde il capitano, prevedendo un temporale, aveva deliberato di prender
porto ad Angavi. Ma il pilota, che era un napolitano, lo persuase in
contrario; e si tirò di lungo. Erano le nove della sera, quando mosse da
sud-ovest un vento fierissimo, che mise in furore il mare; si
ammainarono in fretta le vele e si praticarono tutte le operazioni
richieste dalla nautica in simili emergenti; ma la burrasca diveniva
sempre piú terribile. Noi vivevamo tranquilli nel camerotto del
capitano, quando l'urlare del vento, le scosse straordinarie del legno,
le manovre e i gridi dei marinari ci scossero e ci avvertirono del
pericolo. Io pel primo salii in coperta, ma oh Dio! che vista: un cielo
carico di nubi, rischiarato di quando in quando da un piccolo barlume di
luna; un mare tumultuoso che alzava le onde di sopra al legno; un vento
che orribile fischiava; i marinari in iscompiglio; il timone
abbandonato: tutto ci annunziò una inevitabile perdita. Il capitano
ordinò il getto delle merci, consistenti in ossa, che qui servono alla
raffinazione dello zuccaro. Tutti noi ci mettemmo a sgombrare il legno;
il vento ci trasportava da una parte e dall'altra, e le ossa da noi
gittate ricadevano su di noi, onde riportammo non poche contusioni. Dopo
di aver esaurito ogni sforzo, alcuno di noi cadde come in isfinimento,
oppresso dalla fatica ed esterrefatto dal pericolo. Io specialmente mi
distesi in un angolo della barca in una terribile agonia. La patria, la
famiglia, gli amici preoccupavano con dolore la mia mente. Il morire è
penoso, ma il veder la morte con tutti gli orrori i piú spaventevoli, è
un'angoscia indicibile. Agghiacciato, tutto molle dall'acqua e dalla
neve che cadeva, mi ritirai nella camera del capitano, invano cercando
di dar tregua all'affanno. I miei compagni si ridussero pure sotto
coperta, tutti al sommo afflitti. Il napolitano, che aveva dissuaso il
capitano a non prender porto, prese a reggere il timone abbandonato ed
il regolò con somma bravura. Apparve finalmente l'alba del giorno 11, il
vento cominciò a moderarsi, e noi ci trovammo quasi dirimpetto a Tolone.
Il capitano vuole proseguire il viaggio, giacché aveva il vento in
poppa, e nel dopo pranzo di detto giorno ci trovammo nel golfo di
Marsiglia dopo un viaggio di tre giorni e mezzo.... Un altro legno,
portando emigrati modenesi, ha naufragato; «ed i passeggieri si sono
salvati sull'albero maestro del legno, approdando in una montagna vicino
a Tolone; un di loro, siccome erano ignudi, è perito dal freddo, si
chiamava Malagoli. Ho trovato qui molti italiani; io partirò presto per
Moulins, da dove mi trasferirò a Parigi...»--La lettera 2ª, da Moulins,
22 aprile '33, parla della richiesta fatta al Valli, viceconsole
francese in Ravenna, di un certificato che specificasse appieno l'evento
dell'ultima mia detenzione, l'intimatomi esilio, i mali sofferti per
cause politiche, le mie plausibili qualità morali e il bisogno che ho di
assistenza... Spada, che ne ha uno quasi simile del console d'Ancona, ha
conseguite e consegue non tenui gentilezze.....»; è giunto a Moulins
quando «per ordine governativo era installata una Commissione incaricata
di riformare il deposito» (degli esuli pensionati): «io mi sono ad essa
presentato, dietro un di lei ufficiale invito, e le ho esposto l'ultima
mia storia in un breve ma forte promemoria, sanzionato dalla
certificazione del capitano Montallegri, membro di detta Commissione,»
ma nulla ha ottenuto per mancanza di recapiti; ha scritto al Frignani a
Parigi «accludendogli le commendatizie di Sercognani e Mamiani «per
essere riconosciuto come rifugiato e avere il sussidio, ma la risposta è
stata poco confortante, perché il Frignani non ha potuto ottener nulla,
neppure con l'interessamento del generale Sebastiani; rende conto del
suo stato morale e materiale e dice di essere stato accolto presso una
signora Genovieffa Praneraque, per dare lezioni d'italiano a sua figlia;
convive con lo Spada, che è «lo specchio dell'economia.»
XLIX. Lettera 3ª da Moulins 31 maggio '33: «... Una parte dei rifugiati
si ritiene piú abietta di un'altra, perché meno facoltosa ed educata,
inveisce, minaccia, figura di essere oltraggiata, dirige accuse di
ambizione e di superbia perché non è seguita nei suoi vizi, si raduna,
elegge capi di sua soddisfazione, diviene ad insolenze forti, ed ecco
che la parte offesa se ne risente, dalle parole si passa ai fatti, e
ieri sera sul boulevard des Italiens successe una seria baruffa,
battaglia a bastonate, fortuna che non comparirono ferri. Io mi trovai
in mezzo alla faccenda, come parte passiva; non feci altro, unito ai
buoni, che di sedare il tumulto, e pare assopito e pare che non abbia a
rinnovellarsi, si sono ritirati i ricorsi dal procuratore reale. Ho la
consolazione di dire che nessun romagnolo vi ha avuto la benché minima
parte: intanto il nome italiano soffre; ecco il mio rammarico, il mio
piú acerbo dolore: fratelli contro fratelli, che orrore!»; ha ottenuto
in via provvisoria la pensione mensile di 45 franchi e si duole che gli
amici di Romagna non abbiano saputo raccogliere qualche scudo per lui;
vivono insieme, sei romagnoli «idest io, due Morandi di Lugo, Morri di
Faenza, Montallegri e Spada» e per poco tempo è con essi Palombi di
Ancona, che ritornerà a Marsiglia, e cosí provvedono ai pasti in comune
spendendo 16 soldi a testa per giorno; «Abbiamo fatto i funerali a due
rifugiati modenesi, uno vecchio morto di etisia senile e l'altro di
mezza età rapito da un accidente, uno ricco e l'altro povero; noi tutti
li abbiamo accompagnati alla chiesa, indi al cimitero, e sulla tomba
venne proferito energico discorso, riportato sui fogli francesi»; dà
notizia della sua «degna ed ammirabile scolara», lasciando intendere di
esserne innamorato: «Dirai a Scala che non è molto che ho avuto notizia
de' miei compagni d'infortunio, so che si trovano a Tofari; il di lui
padre, scrivendomi, mi rese sicuro che in giugno si sarebbe diretto a
queste parti; rapporto alla sua domanda, posso dire che molti italiani
medici fanno qui fortuna, conosco Pironi, Tampellini di Modena, i quali
agiscono assai; so ancora che un altro medico italiano è al servizio
militare in Algeri; se decisamente si arruolano medici per le colonie, è
cosa che qui non si sa precisamente, prenderò altre informazioni
dall'alto e.... gliele farò note»; Angelo Frignani è a Parigi, rue de
Bac, 13, «povero giovane, la letteratura lo ha di troppo alterato!»; si
rallegra che il fratello Terzo siasi dato a un mestiere e manda saluti
ai parenti e agli amici Venturi, Rambelli, Romanini, Ortolani, Guerrini,
Bosi, Casacci, Casali, ecc.--Lettera 4ª. da Moulins, 14 giugno '33:
«.... Sai tu il fatto ultimamente avvenuto nel deposito di Rodez?
Ascoltane il dettaglio preciso. Quasi 200 rifugiati italiani lo
componevano; puoi credere che la concordia è esclusa dal numero e dalla
diversità delle opinioni e dai diversi modi di procedere; aggiungi certe
mire dettate dall'interesse e dall'ambizione e potrai dedurre qual ne
dovesse essere la posizione tra individui di poco plausibili principi ed
alquanto fantastici. Tutto ciò fin dal primo momento produsse una
alienazione di animo negli abitanti, e divise il deposito in due
fazioni. Allora una mano occulta se ne prevalse, animò una di queste
fazioni a divenire ad atti risoluti, onde trar causa di sciogliere il
deposito, peso da cui il Governo, si vuole liberare. Emiliani di Modena,
l'avv. Lazzareschi di Lucca ed altri pochi furono di questa terribile
fazione; appoggiati in ogni loro azione, insultavano, minacciavano di
continuo il resto degli emigrati, e tutto ponevano in opera, onde la
popolazione, per sé superstiziosa e nemica d'ogni liberalismo,
coadiuvasse alle loro manovre. Difatti le vessazioni, gl'insulti che
hanno sofferto i rifugiati, non addetti alla linea Emiliani, sono
incredibili; io ne ho avuto un preciso ragguaglio da persone imparziali,
ed è maraviglioso come non sia colà avvenuto un fatto terribilissimo,
prodotto di una forte esasperazione. Ma pure qualche cosa doveva nascere
ed è nata: Emiliani un giorno affronta con uno stile alla mano molti
emigrati; questi a propria difesa respingono l'assalitore con sassi, gli
assaliti sono presi e posti in prigione e l'Emiliani n'è escluso, altri
sono confinati fuori del deposito. Viene il giorno 31 maggio; il
tribunale diviene alla condanna dei prigionieri e sono inflitti a loro 3
e 5 anni di galera; cosa incredibile. Già in tal epoca il deposito non
contava che 60 individui, chi era partito per una direzione e chi per
un'altra, stanchi di soffrire ulteriori vessazioni. Fu quello il giorno
in cui un certo Gavioli di Modena, preso da uno straordinario furore per
la disgrazia de' suoi colleghi, entra nel caffè Cavez; assale con un
coltello alla mano il Lazzareschi e lo stende a terra morto; indi si
rivolge furente all'Emiliani, e gli dona un colpo terribile; questi,
quantunque ferito, insegue il Gavioli, ma cade estinto sulla porta del
caffè; la moglie cerca vendicare il marito, presso al quale ella
trovavasi, e riceve anche una ferita mortale, da cui però va a riportare
guarigione. Alle grida, -all'assassino! all'assassino!- quantità di
popolo accorre addosso al Gavioli, egli si difende maravigliosamente, ma
preso a sassate e circondato da ogni parte, si arrende ed è condotto in
prigione. Il Gavioli è un giovine di 25 anni; il coraggio e l'energia
che ha dimostrato nell'azione, lo dimostra anche tra i ferri. Tra i
condannati vi è Budini di Castel Bolognese. Raimondi è stato dimesso.
Già, come puoi credere, quel deposito è interamente sciolto ed il
progetto in tal modo effettuato; tutti i giornali parlano di questo
avvenimento; i ministeriali incolpano il fatto a Mazzini, come
presidente di non so qual congrega detta la Giovine Italia, e riportano
una sentenza emessa in suo nome; ma tutto ciò viene con fondamento
smentito dal giornale -La Tribuna- e da altri fogli...»; in conseguenza
di questo fatto di Rodez, molti rifugiati sono espulsi dalla Francia per
ordine del Ministro dell'interno; cosí sopra 27 rifugiati del deposito
di Moulins, 15, che sono «il fiore dei galantuomini, persone probe e
distinte», sono espulsi, tra essi lo Spada e il Montallegri; di un altro
deposito sono esiliati 50 rifugiati, fra i quali il generale Ollini; si
dice che anche il deposito di Moulins sarà sciolto--Lettera 5ª, da
Moulins, 16 giugno '33: annunzia lo scioglimento del deposito e il
trasferimento dei rifugiati nei dipartimenti della Bretagna: «Io mi sono
accordato coi migliori, che dopo gli esigli annunziati....sono qui
rimasti, e specialmente con la famiglia del colonnello Maranesi, con
quella del commissario Reggianini di Modena, con Morri e Morandi, ed
abbiamo scelto il dipartimento di Morbihan e la città di Vannes per
dimora..... Io aveva deliberato di rinunziare alla pensione, e coi 90
franchi che il Governo accorda ai rinuncianti, voleva correre la sorte
de' miei compagni d'esilio e seguirli nella Svizzera. Ma vengo ad
intendere che essi non saranno ricevuti; e quando arriveranno a Nantua
il Governo gl'intimerà di partire per Tolone, e da qui tradotti in
Algeri; la cosa non è per ora ancora positiva, ma se si verifica,
guardate un poco come sono trattati i poveri rifugiati. Ho meglio
riflettuto; e mi sono deciso di restare ancora a respirare l'aria di
Francia, quantunque non molto sana. E dove andare? Ormai non abbiamo
suolo che ci accolga. O trista vita dell'esiliato! Il Governo ci accorda
un tanto per lega a titolo d'indennità di via; ma in modo scarso, cosí
che sarò costretto di ricorrere alla pietà de' miei camerata per
superare questa nuova crisi. Essi pure sono in critica posizione, onde
il sagrificio che per me faranno gli sarà da me compensato col risultato
di altrettanti sagrifici, ai quali mi anderò ad assoggettare per fare
buona figura presso i miei amici e per adempire ai doveri che mi
prescrivo... Vado ad abbandonare una famiglia, che mi adorava di tutto
cuore e che io pure teneramente amo; con quante lagrime e con quanto
dolore mi lascia, è impossibile esprimerlo.... Ieri sera alle 10 partí
l'amico Spada; datene avviso alla sua famiglia, io gli scriverò da qui a
Nantua».--Lettera 6ª, da Moulins, 21 giugno '33: fra poche ore partirà
per Vannes; fa un lungo sfogo confidenziale pel dolore della separazione
«da una giovine di 17 anni, gentile, educata e piena dí nobili e
virtuosi sentimenti», della quale è amante riamato; hanno formato il
proposito di riunirsi presto e madre e figlia sono disposte a
trasferirsi in Italia, dove, con il loro patrimonio superiore a 40 mila
franchi, potrebbero vivere agiatamente: «....So che Ghiselli ha ottenuto
di e restare in Toscana, so che i miei compagni d'infortunio sono
tuttora in Lucca, e sperano non solo di restare in Italia, ma di
ritornare in patria; dunque pare che non senza risultato si potrebbe
chiedere il mio ritorno, se non in Romagna, almeno in Toscana; tu
promovi l'istanza, tu fa di tutto onde sia ben appoggiata, induci mio
padre a tal passo senza notificargli il motivo [lo sperato matrimonio
con la giovine Praneraque, della quale ha parlato prima].....»--Lettera
7ª, da Vannes 1º luglio '33: «Nuovi tormenti e nuovi tormentati. Eccomi
in Vannes, separato dall'Italia per un enorme spazio, in terra presso
che barbara e circondato da mille pericoli. Io non posso trascurare di
darti un preciso dettaglio del mio viaggio per le molte particolarità
che presenta. Ebbi il passaporto dalla Prefettura di Moulins, unitamente
all'indennità di via assegnataci, il giorno 17 scorso; ma ritardai
quattro giorni a partire. Mi scelsi compagni di viaggio tre modenesi ed
un bolognese, persone a me cognite per merito e prudenza. La sera del
21, alle ore 9 e mezzo montai in diligenza, abbandonando con indicibile
rammarico la città di Moulins, che io riteneva come una mia seconda
patria. Tutta la notte si viaggiò senza posa, e la mattina del 22 alle
ore 11 arrivai alla Charité. Presa ivi una piccola rifocillazione, si
proseguí il viaggio sino a Bourges, in cui giunsi alle 7 della sera.
Prima nostra cura fu quella di vedere la Cattedrale, tempio magnifico e
sorprendente, indi si pensò a rinforzare il corpo; ed alle ore 8 si
montò di nuovo in vettura. A noi si aggiunsero compagni di viaggio due
giovani polacchi del deposito di Bourges, uno de' quali si trasferiva
alla Rochelle a prendere i bagni di mare per tentare la guarigione di
una perdita concepita nel maneggio del cannone: giovane gentile e molto
educato. La mattina del 23 pervenni a Châteauroux, e la sera a Tours.
Non eravamo distante da Tours che una lega, quando saltò via dalla
vettura una ruota. Noi tutti che eravamo piazzati dentro al legno, fummo
illesi da percosse; ma due francesi che stavano sull'imperiale,
all'impeto della caduta del legno, stramazzarono a terra, e ne
riportarono qualche tenue contusione. Fu forza di percorrere la lega a
piedi, poco incomodo invero a confronto di quanto poteva accaderci. Si
fece soggiorno in Tours, bella e galante città, tutto il giorno 24 e
parte del 25 sino alle ore 10 del mattino, momento in cui montai in
diligenza per Angers, ove pervenni la sera alle ore 11. È dilettevole il
viaggio da Tours ad Angers per l'amenità delle campagne, abbellite da
deliziosi casini, che in gran numero sono lungo la strada. La Turenna è
decisamente il giardino della Francia e mi ha consolato, facendomi
sovvenire il dolce suolo della mia patria. Giunti ad Angers il
conduttore della diligenza scoperse un pericolo, che poteva esserci
fatale se il viaggio fosse stato piú lungo; cioè che una ruota
cominciava a prender fuoco. Si pernottò in Angers; e la mattina del 26
verso le ore 8 montai sul battello a vapore, che ogni giorno percorre la
Loire fino a Nantes. La Loire, atteso la stagione, ora è scarsa d'acqua;
quindi non tardò il vapore ad arenarsi e nello sforzo che si fece per
rimetterlo in cammino, ricevè un largo foro, onde, cominciando a
condurre molta acqua e ad affondarsi, il capitano ordinò che tutti i
passeggieri, i quali erano in forte numero, disbarcassero sin che si
fosse riparata la rottura. Difatti sopra vari battelli fummo condotti a
riva presso un villaggio di montagna, ove rimanemmo 4 ore consecutive.
Due ore me le passai dormendo sotto un albero. Finalmente suonò la
campana del battello e fummo di nuovo imbarcati. Ma in ogni istante il
legno era arenato ed il pilota, per il terribile vento che soffiava e
per la dirotta pioggia che cadeva, non potendo conoscere la corrente del
fiume, si trovava in un serio imbroglio. Quindi il capitano deliberò di
fermarsi la notte in Ancenis, piccolo paese di fianco alla Loire,
distante 9 leghe da Nantes, e di riprendere il viaggio solamente la
mattina. Colà giunti, ci fece tutti disbarcare. Era un freddo terribile;
cosicché sopra -les chemises- da viaggio avevano i miei compagni
indossati i ferraiuoli; e cosí vestiti passeggiavamo il paese. Tutti gli
abitanti ci guardavano con ammirazione: noi di ciò non femmo alcun caso,
ma tutto ad un tratto sentimmo a gridare dietro alle spalle: -i San
Simoniani, i San Simoniani-, e donne e uomini e fanciulli cominciavano
ad inseguirci con insulti e minaccie. Allora noi, allungando
frettolosamente il passo, ci ricovrammo a bordo del battello, ove
trovammo due vecchi del paese che ci avevano tenuti d'occhio, e ci
chiesero da qual parte venivamo. Fatta a loro nota la nostra condizione
di rifugiati italiani e la nostra destinazione, partirono, e credo che
ad essi fosse dovuto lo dileguamento del complotto. Noi deponemmo subito
e la -chemise- ed il tabarro, ed andammo alla piú prossima osteria a
rifocillarci: ivi giunti trovammo delle faccie poco omogenee; tuttavia
con complimenti divennero meno truci. Accettarono quei signori ospiti di
bere in comune; i discorsi però d'esterminio che tra loro tenevano
contro i San Simoniani e i liberali in genere ci tenevano in qualche
agitazione. Niun moto ed atto di risentimento demmo a conoscere e la
nostra prudenza ci fu di salute. Era l'ora di notte circa, quando
sopravenne un caporione del paese; si mise a sedere alla nostra tavola,
chiese da bere, senza togliere giammai da noi lo sguardo. Poi prese
parola con uno de' suoi che gli era vicino, levò il cappello e frugando
dentro di esso, levò due piccoli involti, ne svolse uno che era pieno di
cartuccie e battendole sopra la tavola, esclamava con un sorriso
ironico: -Questo è pepe di buona qualità per tutti i chouans-. Allora
ognuno in nostro cuor disse: -la commedia vuol finir male!- Partí egli
poco dopo e vennero in seguito due gendarmi, i quali ci chiesero i
passaporti, e ne segnarono in un taccuino i rassegnamenti. Si fece l'ora
del riposo, noi tutti convenimmo di non restare nell'osteria e si
recammo a bordo del battello, ove dormimmo alla meglio. La mattina del
27 si riprese il viaggio, non senza ulteriori intoppi e si arrivò a
Nantes verso le 10. Colà trovammo altri italiani. Magnifica oltre ogni
credere è la città di Nantes, è la migliore che io abbia visto dopo
Marsiglia e Lione; è quasi tutta fabbricata di nuovo, e non tarderà ad
essere annoverata tra le prime città della Francia. Ho visto la casa
dove fu arrestata la duchessa di Berry, posta in rue Chateau n. 3. Si
fece soggiorno colà tutto il giorno 27 e 28. Io era rimasto senza un
soldo, ed i miei compagni non potendo per me incontrare dei sagrifici,
mi deliberai di fare il viaggio sino a Vannes a piedi che è di 26 leghe
di posta, cioè di 65 miglia incirca. Un certo Mellini di Modena seguí la
mia deliberazione e noi partimmo la sera del 28. Non avevamo percorso
che poche leghe quando cominciò a piovere, tuttavia non ci arrestammo, e
la mattina del 29 fummo a Mont-château, distante 12 leghe da Nantes,
paese orribile, tana di lupi; cercammo una vettura da spender poco, ma
inutile fu la ricerca, onde disperati ci demmo a proseguire il viaggio
sino a la Roche-bernard, ove giungemmo alle ore 10 antimeridiane,
cosicché in meno di 12 ore noi avevamo percorse 16 leghe. Io era stracco
ed affaticato all'ultimo segno. Si diede una buona mangiata, ed alle 2
pomeridiane ci accolse il letto, ove rimanemmo sino alle ore 5 del
mattino seguente. Che bella dormita di 15 consecutive ore! Indi si tirò
di lungo sino a Vannes, in cui entrammo ad un'ora pomeridiana. Prima
cura fu quella di far ricerca de' nostri compagni, e si seppe che per
reclamo fatto dagli abitanti, il Governo ci ha destinato per deposito un
luogo che si chiama Auray, piccolo paese e porto di mare posto nel
dipartimento. Vannes è una città che non comprende che 10 mila anime, è
murata, brutta e mal costruita. È lungi dal mare una lega, col quale si
comunica col mezzo di un canale. Non v'è che scarso commercio, manca di
vino e quel poco che si trova è carissimo. Gli abitanti sono
infinitamente devoti, hanno chiesto al Governo di fare un giubileo,
invece di perdersi in vani passatempi impiegano gran parte della
giornata in preghiere ed orazioni. Ieri mi trovai in una libreria a
prender carta, quando una quantità di paesani ivi era raccolta ad
acquistare uffici e libri di devozione. Non v'è persona che passando
innanzi ad un Santuario non tenghi il cappello in mano qualche minuto, e
non reciti preghiera. Se Dio mi concedesse tanti anni di salute quante
croci ho vedute innalzate ad onor suo da Nantes sin qui io vivrei
certamente piú del doppio che visse Noè. Io sono alloggiato alla Croce
bianca, piazza di Luigi 18º. Molti alberghi hanno insegne di simil
genere. Il vestiario sa pure di religioso. Le donne portano un abito
nero lungo, di vita cortissima, chiuso sino al collo, con un grembiale
che si annoda dietro sulle spalle e che copre tutto il petto, portano in
testa una piccola cuffia stretta che copre tutta la capigliatura, e
sopra la cuffia un altro arnese a guisa di mitra con due grandi code sul
di dietro; non diversifica che dalla testiera la quale è assai piú
bassa: gli uomini portano un grande gilè, ad uso dei nostri antichi, di
panno bianco filettato di rosso, e sopra al gilè una larga giubba a
quattro falde, due toccano i fianchi e due restano sul di dietro; un
cappello di bassa testiera, ma di un'ala immensa, piegata in mille
diversi modi, copre loro la testa; hanno i capelli lunghissimi di dietro
e sono nel davanti rasati. Tal modo di vestire abbruttisce e dà un'aria
atroce. I costumi loro, trattandosi di civismo, sono incolti, non hanno
degenerato dai Bretoni, loro ascendenti. Non si vede un'ombra di
gaiezza, non un viso che spiri un generoso sentimento. Gran quantità di
bestiame: ieri, che fu giorno di mercato, tutto il paese erane pieno di
vitelli e di buoi: vi è gran commercio di butirro. Ho visto in qualche
casa di campagna a dormire gli animali insieme coi contadini; sono
sucidi all'ultimo segno e pieni di scabbia. Il migliore paese che sia
nel dipartimento è Lorient, fabbricato non è molto dalla compagnia
dell'Indie, ma il Governo non vuole concederci di andare colà. Quello
che assai incomoda e ci riesce di pena è il linguaggio: è un misto di
francese, d'inglese e d'antiche espressioni bretoni, pronunziate in
guisa che si rende impossibile l'intenderle. Tutto giorno si odono degli
eccessi commessi dai chouans, di cui il dipartimento è pieno: l'altro
giorno fu da loro massacrato un povero soldato che veniva a Vannes da
Auray. Messo tutto in complesso, e riflettendo bene alla nostra
situazione, ai pericoli da cui siamo attorniati, alle mire del Governo
tendenti a sgravarsi del peso dei depositi, riflettendo che nel
preventivo del 1834 non si fa menzione che dei sussidi per i polacchi, e
che il pane che or la Francia ci porge, oltre di essere duro, è per
cessare, riflettendo che una semplice insinuazione nell'animo di gente
ignorante può rovinarci, che una mancanza d'uno dei nostri può segnare
il nostro esterminio, che il fatto di Ancenis ne è una prova, ed il
reclamo di Vannes ne è un'altra ben chiara, messo tutto a ponderazione,
si va decidendo di rinunziare ad un sussidio il quale non apporta che
persecuzioni ormai insopportabili. Chi ha mezzi si reca in Inghilterra;
chi è povero si dedica al militare. Io che non ho mezzi; che il mio
debole fisico m'impedisce di fare il soldato, che mi resta di risolvere?
Sia quello che si vuole, io pure rinuncio. Io sono stanco di condurre
una vita tanto penosa, e d'essere strascinato da una parte e dall'altra,
sempre in preda a nuove tribolazioni: avvenga ciò che può avvenire, io
rinuncio. Ma prima tenterò di poter ottenere Lorient per deposito,
tenterò ogni via per sortire da queste tane e di avere un miglior sito
per vivere in pace. Sarà difficile di ottener la grazia, lo vedo pur
troppo: converrebbe recarsi di persona a Parigi, ma è vietato di
rilasciare a qualunque rifugiato il passaporto per quella capitale. Il
certificato, che Valli mi ha promesso di fornirmi se ne ottiene
l'autorizzazione, forse potrà servirmi allo scopo. Ma in ogni modo, ed
anche ottenendo l'intento, io non resterò in Francia, stando le cose
come sono, che 4 mesi al piú, nel quale tempo voglio bene consultare me
stesso, e prendo una tal proroga per avere un riscontro dalla patria.
Questa mattina ci siamo portati presso al Prefetto: è un buon uomo, ci
ha accolti favorevolmente e ci ha fatto conoscere che non può concederci
di scegliere Lorient per deposito; che se in Auray non ci troveremo
contenti, allora potremo avanzare un'istanza al Ministro per un
traslocamento di deposito, ed egli ci sarà di appoggio in ogni
occorrenza. Egli stesso ha convenuto che il paese è pieno di -chouans-.
Il bisogno m'induce di adattarmi alla circostanza, è forza partire,
domani vado a prendere il passaporto e il tributo della prima quindicina
di luglio, compenso ben scarso agli appuntamenti che mi trovo avere: da'
miei sacrifici tutto saprò conseguire ed appena sarò in pareggio, allora
mi risolvo a rinunciare, dimandando di restare in quel luogo della
Francia che mi può aggradire. Farò il cameriere, farò di tutto piuttosto
che vivere in tanta agitazione. Il pane che trangugerò non sarà mai
salato come quello che ora assaggio, sarà il prodotto del mio sudore,
non dell'altrui ostentazione. Ma per ottenere di restare in Francia,
anche rinunciando alla pensione, mi è duopo di un appoggio, ed il piú
adattato ed opportuno è il certificato di Valli; e caso non ottenesse di
rilasciarmelo in via autentica, bisogna pregarlo di rilasciarmi una
lettera, ampia, che specifichi appieno i mali che per titoli politici ho
sofferti, e faccia elogio alla mia civile condotta, e concluda col
dichiararmi degno di tutta l'assistenza e protezione. In ultimo per
condurre a un punto meno terribile la mia situazione mi è necessario un
ultimo sforzo di pietà da miei concittadini romagnoli. Io ritengo che
rese loro cognite le mie traversie, si presteranno di buon animo a
soccorrere un disgraziato, vulnerato da tutte le parti, ed io spero col
loro mezzo di sortire da tanti affanni. Già tu sai qual luogo io posso
destinare qua in Francia per mia dimora e tu sai che un lampo di sorte
mi balena sul capo. Non per questo che io mi risolvo a rinunciare,
perché anche qui restando so che non svanisce; ma è decisamente la
situazione difficile e pericolosa, in cui il Governo ci pone; e da
quanto ti ho esposto chiaramente si ravvisa senza ulteriori
schiarimenti. Impegna dunque l'amicizia a mio favore, procurami dalla
Romagna un sussidio, da cui unicamente dipende il mio miglioramento; e
quando avrai esaurito tutti i mezzi per riuscire nell'intento tu mi
scriverai ad Auray, dipartimento di Morbihan, aggiungendo nella mansione
il titolo di -refugié italien-. Se le tue premure restano inefficaci, io
allora mi darò totalmente in braccio alla fortuna; e le mie risoluzioni
saranno quali convengono ad un disperato: sarà di me ciò che il destino
vuole. Appena giunto ad Auray ti darò mie notizie e ti spiegherò la
posizione di quel paese e come gli abitanti ci riguardano, e poi chiudo
la mia corrispondenza sino al punto della mia rinuncia. Tu hai tempo nel
corso dei 3 o 4 mesi che qua resterò, di tentare tutti i mezzi che
possono favorirmi. Addio: domani parto per la mia destinazione. Salutami
gli amici che sai essermi cari, rapporta loro la mia trista situazione,
abbraccia per me tutta l'intera famiglia. Io godo una perfetta salute
nonostante le traversie che soffro. Ricordami alla buona famiglia di
Orioli. Procura che nessuno mi scriva perché le lettere costano 3
franchi: io non attendo che la tua in riscontro alla presente, la quale
spero mi sarà di consolazione. Amerò di sapere il risultato delle
premure di Medri presso il Marchese Cavalli. Salutami Signorini. Addio.»
L. Da Auvray sono scritte le lettere seguenti dall'8ª alla 12ª delle
quali riferisco la sostanza.--Lett. 8ª. 10 luglio '33: descrive il
soggiorno di Auvray, dov'è da 8 giorni, chiamandolo «asilo di -chouans-
e di refrattari»; parla del costo dei viveri, della mancanza di vino,
dell'uso del -cidre-; desidererebbe di essere trasferito a Valence, «ove
è stabilito un nuovo deposito»; soggiunge: «Qui non siamo che 15
circa.... Le persecuzioni contro i rifugiati sento che proseguono
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