ordinariamente hanno in costume, saranno diffidati per otto
giorni, e quindi si procederà contro di loro a forma della
Sentenza.
V. Restano eccettuati da questa benigna disposizione il
-Conte Giuseppe Rondenini- detto il -Gobbo-, -Francesco
Zambelli-, e -Luigi Ghinnassi di Faenza-, che
volontariamente emigrarono dallo Stato; e -Raffaelle
Frampolesi-, e -Pietro Barberini- di Forlí, fuggitivi;
militando contro il primo indizi ben gravi per considerarlo
per uno de' principali cospiratori, e per essere gli altri
complicati anche in delitti comuni, e però o si
costituiscan'essi nel tempo prestabilito, o arrestati che
siano, dovranno soggiacere al disposto dell'Art. III.
VI. I Precetti politico-morali di prim'ordine dureranno due
anni, e da questi si passerà a quello di second'ordine per
un altro anno, prorogabile se la condotta del precettato non
sarà stata esente da mancanza o da ragionevole sospetto.
VII. I precettati di second'ordine lo resteranno per due
anni, egualmente prorogabili come sopra.
VIII. È riservato ai soli E.mi Sigg. Cardinali Legati ed a
Monsignor Delegato di Urbino e Pesaro, l'accordare qualche
modificazione ai Precetti medesimi secondo i casi e
circostanze od impensate eventualità del precettato; nella
parte politica però, e non mai nella parte morale, che dovrà
esser sempre religiosamente osservata.
2. Se ad alcuno di questi occorresse di recarsi all'Estero,
dovrà proporne il motivo, e domandare ai suddetti Capi di
Governo il Passaporto.
IX. Giunti finalmente a quelli, che sono condannati alla
Galera in vita, o ad anni determinati, non abbiamo potuto
non essere compresi da orrore nel conoscere, che questi o
sono discesi al fatto di sediziosi tumulti, od hanno
aggiunto al politico loro mal talento la ferocia degli
omicidi, dei tradimenti, delle ferite in odio di partito,
con qualità di preordinazione dei quali risultano per gravi
e veementissimi indizi complici, esecutori, o mandatari, ed
in mezzo al raccapriccio sentiamo ben alte le voci
degl'innocenti sagrificati al manifesto attaccamento, che
dimostravano alla Religione ed al legittimo loro Sovrano,
che domandano alla Giustizia di essere vendicati, e però
dovrebbero rimanere abbandonati a tutto il rigore della
meritata condanna; pure sentendo anche per essi un qualche
sentimento di compassione, la condanna in vita resta
stabilita a venti anni, e minorate di un quarto quelle ad
anni determinati.
X. Gl'Impiegati pubblici, sí civili che militari, i quali
sono risultati piú o meno colpevoli, qualunque fosse o sia
l'officio che esercitano od esercitavano, sono esclusi
perpetuamente---per modum regulae---da ogni pubblico
servigio.
XI. Non ignora Nostro Signore che un qualche numero di altri
fra i suoi Sudditi nati o domiciliati nelle quattro
Legazioni e nella Delegazione di Urbino e Pesaro, sono
rimasti sin qui inosservati, che hanno dato il nome a
Società criminose, ed hanno fatto parte di conventicole
proscritte da tutte le Leggi, che però dovrebbe aprirsi
anche a carico loro una rigorosa inquisizione; ma volendo
usare un nuovo tratto di Sovrana Magnanimità ed estinguere
per una volta un germe infausto di divisione, di orgasmo e
di trepidazione, ci ha autorizzati ed accordare, come
difatti accordiamo, a tutti questi un generoso perdono,
ordinando che, per questo titolo di politico traviamento per
tutto il passato, non possano esser piú molestati, né con le
inquisizioni fiscali, né con particolari animosità,
esortando quelli, che sono veramente buoni nello spirito
dell'evangelica carità, a rallegrarsi di vederli
riconciliati con il Governo, ed a procurare coll'opera e col
consiglio di ricomporre in armonia la Civile Società, che è
stata per molti anni dallo spirito di parte miseramente
lacerata.
XII. Restano però gravemente ammoniti a tenersi ben lontani
da qualunque nuovo benché piccolo traviamento di questo
genere, giacché in caso diverso si dichiarano risorti tutti
i loro trascorsi, e su i passati e su' nuovi saranno
rigorosamente giudicati.
XIII. Sono eccettuati da questo perdono tutti quelli che
fossero in qualche modo indiziati o che si scuoprissero in
appresso Mandanti o Mandatari, o autori spontanei di
ferimenti ed omicidi accaduti in odio di partito; questi
dovranno essere processati e giudicati col titolo di
ferimento o di omicidio colle sue rispettive qualità.
XIV. Ed egualmente non compresi in questo perdono si
dichiarano tutti quelli che già si conoscono o si
scuoprissero in appresso implicati ne' fatti criminosi, che
han dato causa alle Procedure nuovamente istituite in Roma
ed in Pesaro.
XV. Per provvedere poi alla costante sistemazione del
buon'ordine sociale, e per garantirlo da nuovi attentati di
questo genere, abbiamo riputato cosa troppo utile, anzi del
tutto necessaria, che per modo di provisione, e finché
piaccia a Nostro Signore di pubblicare sopra questa specie
di delitto una legge speciale e comune a tutto il suo Stato,
sia stabilita una norma di Procedura, e respettivamente di
penalità a carico de' riconosciuti colpevoli, uniforme in
tutte le quattro Legazioni e nella Delegazione di Urbino e
Pesaro, che però anche in questa parte di provvisoria
legislazione circoscritta alle nominate Provincie, usando
delle facoltà dalla Santità Sua graziosamente a noi
accordate vogliamo che d'ora innanzi si proceda
inesorabilmente in questa specie di Delitti sommariamente
sulla semplice verificazione del fatto anche -per
inquisitionem- colle seguenti Leggi e discipline.
XVI. Gl'Istitutori delle Società secrete sotto qualunque
denominazione ed in qualunque parte dello Stato;
2. Quelli che si occuperanno di adunare le già riconosciute
ed esistenti;
3. Quelli che le presiederanno come capi o come distinti ne'
rispettivi gradi delle Sètte;
Per qualunque di questi titoli cumulativamente o
disgiuntivamente presi saranno rei di morte.
4. Saranno confiscati i locali dove si saranno tenute tali
adunanze, o siano fatte nuove recezioni, siano palazzi di
Città, siano Casini di Campagna, Case, Botteghe o Ridotti, a
meno che il Padrone o Proprietario non provi
concludentemente che non aveva alcuna parte o notizia di
quest'adunanze e che non è per fatto suo, che siasi
accordato il locale ad un uso cosí reo.
XVII. La semplice presenza a qualche adunanza di un socio
non graduato o la sola ascrizione di un nuovo sarà punita
irremissibilmente con dieci anni di Galera o di Detenzione
secondo la condizione delle persone.
XVIII. I Retentori o Accaparratori di armi insidiose, i
Depositari di danaro, emblemi appartenenti a qualunque delle
Sètte, sotto qualsivoglia denominazione anche non
conosciuta.
XIX. Quelli che presteranno opera, consiglio o danaro alla
clandestina adunanza, o ad assoldare o sedurre qualche
incauto ad associarsi.
Anche per un solo di questi titoli criminosi, saranno
condannati alla Galera o alla Detenzione per venti anni.
XX. Un Omicida o Feritore o Complice in una ferita qualunque
in odio di partito, risulti pericolosa o no, sarà condannato
all'ultimo supplizio.
XXI. Ingiungiamo a chiunque avesse notizia o anche fondato
sospetto di qualche adunanza di Società segrete o di Maneggi
di Soci, di doverne fare segreto rapporto al Governo, sotto
pena di sette anni di Opera pubblica o di Carcere se resterà
provato o ch'egli avesse notizia di tali attentati, e non li
avesse denunziati.
XXII. Tutte queste Cause di Titolo Politico saranno di
privativa giurisdizione degli E.mi Signori Cardinali Legati
e del Prelato Delegato di Urbino e Pesaro.
XXIII. Ne' loro Giudizi dovranno espressamente applicare la
Legge al fatto, col solo arbitrio della minorazione di un
grado, secondo la concorrenza dei casi e delle circostanze.
XXIV. Se talvolta pensassero che fosse equa una minorazione
maggiore, dovranno mandare in Segreteria di Stato l'intero
Processo col quesito motivato, ed attendere la conveniente
risoluzione.
XXV. Finalmente se la Sentenza sarà di Morte, si dovrà
sospendere l'esecuzione, e darne parte in Segreteria di
Stato colla trasmissione del Processo per aspettarne
l'approvazione, o moderazione;
2. Ma se la Sentenza sarà di Galera, o di Detenzione sarà
sul momento in istato eseguibile.
XXVI. E finalmente siccome i scellerati omicidi o feritori
in odio di parte prima di commettere il meditato delitto
pensavano a prepararsi una sicura impunità, col preordinare,
d'accordo con Testimoni falsi del loro partito stesso, una
coartata, che era attaccata o a venti passi di distanza, o
alla differenza di cinque minuti di tempo; ordiniamo che i
Giudici Processanti non ammettano in Processo mai
altra---coartata-,--che quella che per distanza di luogo o
differenza di tempo prova un---alibi---assoluto, ed escluda
intrinsecamente nel prevenuto la possibilità di aver
commesso quel tale omicidio o ferimento di cui è imputato.
Stabilita cosí una forma di Procedura e di Giudizio precisa
e severa per questi attentati di Lesa-Maestà, che fossero
per rinnuovarsi, una dolce lusinga c'inclina a sperare che
non debba piú alcuno mettersi in caso di provarne il rigore,
e che tutti i buoni Sudditi di Sua Santità riconoscendo nei
pochi esempi di pena la Giustizia del Sovrano, e nella molta
piacevolezza la Clemenza del Padre, faranno a gara per
meritarsi il suo amore e per mostrarsi a lui costantemente
fedeli, riconoscenti e devoti.
Dato in Ravenna dal Palazzo Apostolico di Nostra Residenza
questo dí 31 Agosto 1825.
A. CARD. RIVAROLA.
Riguardo all'attentato contro il cardinale Rivarola, vi è nella
narrazione dell'UCCELLINI una allusione a LUIGI PIETRO LOUVEL di
Versailles (n. 1783, m. 1820), che pieno d'entusiasmi e ricordi
napoleonici si era proposto dopo la Restaurazione di esterminare i
Borboni e assassinò con un colpo di coltello il duca di Berry (Carlo
Ferdinando di Borbone, secondo figlio di Carlo X) alla porta del teatro
dell'Opéra la sera del 13 febbraio 1820: la costanza di lui nel serbare
il silenzio sui presunti complici, la fermezza onde rifiutò il
confessore nel salire al patibolo ne avevano fatto un eroe agli occhi
dei rivoluzionari francesi e dei carbonari italiani; ma la sua memoria
cadde presto in oblio. Si vedano le biografie del duca di Berry
dell'HOCQUART, del CHATEAUBRIAND e del DELANDINE.
Il sacerdote IGNAZIO MUTI, che rimase ferito in luogo del Rivarola, era
nato a Ravenna nel 1773 e durante il periodo napoleonico si era mostrato
tenace fautore del vecchio regime; notevoli sue lettere avanzano,
scritte al marchese Camillo Spreti durante quel periodo, nelle quali,
oltre pregevoli informazioni sui fatti correnti, sono dati giudizi molto
severi sugli uomini dalla parte liberale: fu nel 1814 fatto canonico
della Metropolitana e fu anche prelato domestico di Pio VII; morí nel
1830.
La forza militare in Ravenna negli anni 1825-26 era costituita dai
carabinieri, dai dragoni e da un battaglione di linea, con questi
ufficiali addetti al comando: D. POMPEO principe GABRIELLI, colonnello
dei dragoni, comandante in capo le forze militari della Legazione; cav.
NICCOLÒ LORINI, comandante il 6º Battaglione di linea e la guarnigione
di Ravenna; GIUSEPPE TESINI, comandante la Compagnia dei carabinieri
pontifici; RINALDO GAMBELLI, tenente aiutante di piazza; DOMENICO
ARMARI, tenente aiutante maggiore e conte AMBROGIO FANELLI, tenente
quartier mastro del 6º Battaglione di linea; GAETANO MARSILI, tenente,
ufficiale di abbigliamento.
XIII. La -Commissione speciale straordinaria- era composta cosí: mons.
FILIPPO INVERNIZZI, presidente; avv. GIOVANNI RUFFINI, giudice; avv.
GIACOMO IMPACCIANTI, giudice; LUIGI MATTIOLI BENVENUTI, giudice; cav.
GIACINTO RUVINETTI, colonnello comandante il 1º Reggimento carabinieri,
giudice; LORENZO SINDACI, cancelliere segreto; VINCENZO MAZZONI, giudice
processante. Creata con rescritto pontificio del 22 agosto 1826, giunse
a Ravenna l'11 settembre, e poi si trasferí a Faenza sul principio del
1827.
A. BORGOGNONI raccolse da vecchi testimoni questi particolari, che
raccontò nella -Domenica letteraria- del 27 aprile 1884 (a. III, n. 17):
«Era oramai scorso un anno e la Commissione non aveva saputo nulla, e, a
quanto credevasi, era sulle mosse per ritornarsene a Roma, quando un
fatto per sé stesso non grave cambiò d'improvviso e terribilmente la
condizione delle cose. Il fatto, narrato con qualche varietà da'
testimoni del tempo da me consultati, è sostanzialmente questo. Due
guardie forestali (due -guardiani-, come a Ravenna li chiamano) del
pineto vennero a rissa tra loro, e, dalle parole accennando di venire ai
fatti, misero mano ai coltelli. Tratti in carcere, i giudici
dell'Invernizzi, che da per tutto fiutavano carboneria, cominciarono a
interrogarli, e seguitarono, circuendoli e insistendo a tutto potere,
sui fatti passati. I due, che appartenevano alla parte piú numerosa
dell'associazione, quella che si chiamava la -Turba-, posti alle
strette, misero in tavola il nome del presidente della seconda tra le
categorie carboniche, ossia la -Società dei figli della Speranza-,
dicendo che se i signori giudici volevano sapere di quelle cose quegli,
e non essi, era in grado di dirgliele. Chiamato costui, e messagli
addosso una gran paura coll'affermargli efficacemente di sapere di già
il tutto, esso rivelò a largo, come la Commissione non avrebbe mai
imaginato e sperato. Anche un carrozzaio, indicato da que' due, fu
sottoposto agli interrogatori, e anch'egli aggiunse delazione e materia
di processi».
STEFANO PIAVI è ancora ricordato a Ravenna come traditore della
Carboneria: fu per molto tempo impiegato nell'ufficio del genio civile;
poi divenuto cieco visse in disparte, piú dimenticato che disprezzato;
morí prima del 1860.
XIV. Di GAETANO RAMBELLI e dei quattro suoi compagni di supplizio (cfr.
cap. XX) l'UCCELLINI, a richiesta del conte Gioacchino Rasponi, stese
nel 1873 accurate notizie biografiche, le quali mandò a MARIANO D'AYALA
per le sue -Vite degl'Italiani benemeriti della libertà e della patria-;
ma il volume consacrato agli -Uccisi dal carnefice- fu pubblicato
postumo (Roma, Bocca, 1883), e non contiene le notizie dei martiri
ravennati. Un frammento rimastone tra le carte dell'UCCELLINI, oltre il
racconto della fine del Rambelli (cfr. cap. XIX), ci dà la seguente
biografia di uno dei suoi compagni: «ANGELO ORTOLANI nacque nel 1802
presso Ravenna, in luogo detto il Bastione nel sobborgo di S. Mamante,
da parenti che traevano il sostentamento di lor famiglia, composta di
quattro figli, due maschi e due femmine, dal commercio de' cereali, e
specialmente dalla vendita delle farine. Suo padre, di nome Paolo, lo
ammise di buon'ora nelle scuole comunali, ove apprese a leggere, a
scrivere e a far conti: ed era quanto gli occorreva per avviarlo nella
industria che egli stesso esercitava. Dapprima lo collocò in uno spaccio
di sali e tabacchi, affinché s'iniziasse negli usi commerciali. Il
giovane Angelo seppe comportarsi sempre con modi urbani, e captivarsi la
grazia del suo principale, sostenendo con zelo il di lui interesse.
Cresciuto in età si rese caro, con retti procedimenti e con sensi
liberali, agli studenti piú accreditati del paese, i quali non tardarono
ad ammetterlo nella Società della Speranza, ramo della Carboneria,
composto in gran parte dei giovani che frequentavano le scuole
pubbliche. L'Ortolani lasciò in seguito il ricordato negozio, e fu
impiegato come agente nel forno che conduceva suo zio Andrea insieme con
altri intraprendenti: ed ivi diede maggiori prove di probità tanto che
crebbe a dismisura nell'amore dei congiunti e degli amici. Dopo i moti
politici del 1820, le Romagne, come ognun sa, sebbene non cooperassero
che coi desideri ai tentativi di emancipazione operati negli altri Stati
d'Italia, furono tribolate con vessazioni di ogni genere. Nel 1824
ebbero a soffrire sevizie indicibili da un Domenico Matteucci. Direttore
provinciale di polizia, contro cui fu esploso di nottetempo un'arma a
fuoco, che gli tolse la vita. In seguito la Corte di Roma inviò Legato a
Latere a Ravenna con pieni poteri il cardinale Agostino Rivarola
coll'incarico di dar termine ai processi politici del 1821 e di
estirpare dalle Romagne le sètte liberali. Le iniquità commesse da
costui inasprirono siffattamente gli animi di tutti gli abitanti, che
nella notte del 23 luglio 1826 videsi aggredito nel mentre che montava
in carrozza per restituirsi dalla casa Rasponi Bonanzi alla propria
dimora: ma il colpo di pistola direttogli ferí leggermente il suo
Segretario; ed egli rimase affatto illeso. Richiamato il Rivarola a
Roma, le Romagne furono date all'arbitrio di una Commissione speciale,
presieduta da un certo monsignor Invernizzi, che fece man bassa sin dal
maggio 1827 su tutti quelli che gli erano designati come sospetti
liberali; e l'Ortolani fu uno dei primi ad essere arrestato, e rinchiuso
nelle carceri straordinarie che si erano erette in S. Vitale, ampio
ex-convento dei Monaci Cassinesi. Affidato alla custodia dei carabinieri
pontifici, scelti fra i piú feroci Sanfedisti, non è a dirsi a quali e a
quanti tormenti soggiacesse il giovane Angelo; e dopo un anno di
durissima prigionia, in cui provò tutti i mali che il Santo Uffizio
soleva altre volte infliggere, fu nel 13 maggio 1828 appeso alla forca
nella piazza della città, allora denominata degli Svizzeri, ora
d'Alighieri, sotto le finestre della residenza del Governatore, per dare
al medesimo l'agio di ammirare il terribile spettacolo. È qui da notarsi
che fu inibito all'Ortolani di produrre testimoni a discarico contro
l'accusa di cui era aggravato, di complicità nell'omicidio del Matteucci
e del tentativo contro la vita di Rivarola, né di scegliersi un
difensore. Rimangono della famiglia di Angelo un fratello di nome
Raffaele, magazziniere, ed una sorella.»
XV. Sul trattamento fatto ai prigionieri politici nelle carceri
ravennati di San Vitale è da vedere ciò che scrisse ANGELO FRIGNANI nel
suo raro e curioso libro -La mia pazzia nelle carceri- (Parigi, Trouchy,
1839), specialmente ai paragrafi VII-X, XVI-XX, XXIII-XXVI, XXX, XXXVII,
dove sono parecchie dissonanze da ciò che narra l'UCCELLINI, meno
fantastico e piú credibile testimonio.
Sulla fine del capitolo si accenna al dottor GIROLAMO MAZZONI, che
appare tra i chirurghi condotti di Ravenna dal 1823 al '28. Di lui
scrive il BORGOGNONI, l. cit.: «Viveva in Ravenna un tal Girolamo
Mazzoni di Cesenatico, medico di professione e in concetto di chirurgo
valente, ma uomo d'animo oltre ogni dire malvagio. Questi, come poi si
riseppe, abusando dell'arte sua, molti, contro i quali, o per ragione di
sètta o d'altro, nutriva astio, aveva fatto morire di veleno. La
Commissione [dell'Invernizzi], oramai avviata, mise le mani addosso
anche a lui, che pare fosse molto innanzi nei gradi delle società
segrete. Il Mazzoni stette dapprima molto perplesso; pure alla fine si
fe' anch'esso delatore: e una volta entrato per quella via, tanto
s'incalorí nel narrare e specificare il molto che ei sapeva, che,
volendo in certo suo interrogatorio aggiungere non so se altri
particolari o altri nomi, il colonnello Ruvinetti, stomacato, gli
gridò:--Taci, briccone, che a quest'ora hai detto anche troppo!--La
conseguenza di queste rivelazioni, succedutesi con molta rapidità, fu un
improvviso, contemporaneo, sterminato numero d'arresti di cittadini
d'ogni età e condizione». Anche il FRIGNANI, op. cit., XXX: «...altre
favole obbrobriose, inventate, non so se per suggestione di qualche
giudice, o per ispontanea malvagità di un Mazzoni, reggente della
Carboneria e traditore compero, il quale al molto vero che svelò per
premio, altrettanto di bugiardo aggiunse, eziandio contra sé, quasi
ambisse l'infamia».
XVI. A illustrazione del processo fatto all'UCCELLINI parmi utile
riferire qui la relazione che egli stesso incominciò a scriverne nel
1829 sotto forma di lettera al padre; la quale, sebbene incompiuta, dà
particolari e ragguagli notabili:
Imola, li . . . . . . . del 1829.
-Forsan et haec olim meminisse iuvabit.-
VIRG.
-Carissimo Padre,-
Ad evasione di quanto le promisi nell'ultima mia delli 12 corr., di
renderla cioè instruita delle vertenze, che nella mia causa presentano
punti di rimarco, le dirigo questo foglio, che ne contiene in succinto
le principali, avendone lasciate a parte molte altre secondarie
superflue all'oggetto.
Nel giorno susseguente il mio arresto (3 ottobre 1827) fui condotto
innanzi al giudice Mazzoni, il quale alla presenza dei due testimoni,
che avevano assistito alla mia perquisizione personale, successa due ore
dopo il mio arresto, verificò formalmente gli effetti rinvenutimi,
consistenti in -un temperino senza punta-, in -una canna cosí detta di
zucchero-, in -due minute di petizioni-, in -tre prospetti di
contabilità dell'ufficio del Registro- a cui, come ognun sa, io era
addetto, in -due impronti o stampiglie inservienti ad ornare i suddetti
prospetti- ed in -sessantasette baiocchi-. Di tale ricognizione si
compose un processo verbale, che venne firmato da me e dai testimoni dei
quali non ricordo il nome; dopo di che essi vennero congedati.
S'iniziò quindi un altro processo. Oltre alle interrogazioni di uso, mi
si chiese: «Se io aveva amici, e quali fossero; dove io era stato
arrestato; se sapeva il motivo di mia catturazione; a quali esercizi mi
era applicato», ed altre molte, che inutile sarebbe il riportare.
Risposi a tutte queste domande con le piú semplici e veritiere risposte;
ed all'interrogazione: «Se io era mai intervenuto a cene o ad altri
divertimenti» ritenendo sopra forti motivi che il Fisco, venuto in
cognizione dell'-Accademia del Magnismo- da me eretta, già pubblicamente
notoria, avesse concepito sinistri sospetti, non esitai ad esporre il
fatto pretto e genuino com'era, fondando sempre le mie asserzioni su
prove positive e sopra testimonianze ineccezionabili, che assicuravano
il Fisco della lealtà della cosa. E difatti nel progresso delle
interrogazioni ben m'avvidi che io non m'era deluso. Quanto grande non
fu allora la mia compiacenza d'aver prevenuto dei sospetti, che potevano
forse essere d'aggravio agli altri accademici, miei amici, e scevri come
me, d'ogni dolosità per un fatto simile?
Nel giorno 21 dicembre fui sottomesso ad un altro nuovo interrogatorio
innanzi al ricordato giudice Mazzoni. Non si trattò che di farmi render
ragione di alcune carte scritte di mio carattere, che io non esitai a
pienamente confermare. Consistevano esse in due o tre lettere dirette a
Giulio Fanti, mio amico e compagno d'ufficio nel tempo che io mi trovava
ammalato; e con le quali l'incaricava di una qualche mia particolare
commissione. Mi ricordo pure che fummi resa ostensibile una sestina di
cui non seppi dar ragione, se non che quando il giudice stesso mi
specificò l'oggetto a cui era servita, cioè «a rimbrottare una donna di
vecchia età che pretendeva il vanto di giovinetta»: mi sovvenne allora
dell'amico Vincenzo Fiorentini, nelle di cui mani rimase tale scritto
sin dall'epoca che frequentavamo la conversazione di Vincenzo Pio; e la
mia dichiarazione combinò benissimo con quella che l'amico aveva
precedentemente esposta senza alterazione alcuna del fatto, che altro
non potè riputarsi che una semplice celia di conversazione. Mi fu pure
presentato uno scritto di galanteria perquisito a Fanti, che era un capo
d'opera di ridicolosità; sicché fra tutte queste carte nulla fuvvi di
concludente.
Nella sera del 9 febbraio 1828, verso l'ora di notte, fui condotto non
piú innanzi al giudice Mazzoni, ma al giudice Serafino Menzetti (che
seguí ad esser sino alla definizione della causa il mio processante),
che mi sottopose ad un semplice esame di ricognizione di altre varie
lettere rinvenute a Fanti, non dissimili dalle prime, senza che
contenessero la benché minima indecente espressione, che alle volte
famigliarmente scrivendo può sfuggire. Lette che mi furono ed annotate
nel processo, passò il giudice ad interrogarmi sopra alcune circostanze
della surriferita -Accademia del Magnismo-, che io decifrai con la piú
convincente chiarezza, adducendo nuove prove di fatto che convalidavano
maggiormente l'esposto.
Eccoci al quarto esame (13 marzo), in cui le cose presero un aspetto
serio e veramente perduellionico. «Venni imputato di aver tentato una
sommossa, da me concertata nel maggio 1826, e da succedere armata mano
nel Teatro nel tempo dell'opera a danno della truppa de' carabinieri,
dietro un segnale, che apparir doveva nel palco cosí detto la
-Barcazza-, quando la forza fosse divenuta a degli arresti per un
campanello che veniva nel Teatro senza sapersi da chi suonato.» Si
aggiunse «che in tal epoca agiva per prima cantante la Dati; che già il
concordato era deciso; i rivoluzionari pronti all'azione: ma che andò a
vuoto, non già per essermi cambiato d'idea, ma perché si rese palese ad
alcuni che impedirono l'eseguirlo.»
A far rilevare la falsità di questa imputazione, mi restrinsi a dire che
io non era mai stato né rivoluzionario, né facinoroso, e la mia pacifica
condotta n'era una bastante prova; che non aveva giammai avuti contrasti
colla forza pubblica, sempre da me riguardata col dovuto rispetto.
E venendo alle discolpe di fatto, addussi che nel carnevale del 1827, e
non nel maggio 1826, come mi si contestava s'era udito in Teatro il
campanello in discorso, suonato, io credo, in sfregio dei soggetti
tristissimi che agivano nell'opera buffa intitolata -La gioventú
d'Enrico quinto-; né fra questi agiva la Dati, perché in Ravenna ottenne
sempre applausi, e fu universalmente piaciuta; né sarebbe stata lo
zimbello di un campanino che si può con fondamento credere un trastullo
di una qualche signorina annoiata dall'opera. Né ad altri si potrebbe
imputare simile frastuono; tanto piú che pochissima era la gente che
frequentava il Teatro; e quasi tutti noi giovinotti preferivamo di stare
piuttosto al caffè a fare un tresette.
Insussistente era pure la circostanza addotta del -segnale che apparir
doveva per la sommossa imputatami, nel palco della Barcazza-, prima
perché nel carnevale del 1827 l'-Accademia del Magnismo-, sciolta già
fino dal dicembre 1826, non teneva piú in affitto detto palco, ed io,
dopo questo tempo non sapevo, per cosí dire, se piú esistesse; secondo,
perché in tutto il tempo che fu dagli accademici frequentato, non diede
mai un'ombra di scandalo; tanto è vero che esister doveva tuttora presso
Pascoli o Signorini un avviso, tenuto sempre affisso in detto palco, con
cui si pregava a conservare scrupolosamente il contegno il piú civile ed
educato, senza prender punto parte o in applausi o in dispregi, onde non
essere segnati a dito. E questo cartello so che pervenne, a mia maggior
giustificazione, nelle mani della Commissione. Feci riflettere, che
oltre il suono del campanello, benché succedessero in teatro fortissime
fischiate all'epoca indicata, la forza non si risolvé mai ad arrestare
alcuno; motivo per cui è da supporsi che avesse essa altri ordini.
Dunque la causa principale della sommossa addotta e dipendente dagli
arresti, non appare che dubbia, e l'effetto sospeso e condizionato in
modo che rende pressoché vani i preparativi contestatimi.
Aggiunsi: Colui che mi aggrava di tale calunnia, si può dire che neppur
conoscemi di vista. Decida ella, signor giudice, se questa fisionomia,
se questo mio debole fisico annunziano sentimenti rivoluzionari; anche i
consulti della fisiologia non sono in questi casi vani. Ma poi, il
ridurre rivoluzioni al punto contestatomi, sembrami richiedere, in chi
le concerta e promuove, gran mezzi, cioè di grande influenza o per
autorità o per ricchezze, senza le quali non s'induce uomo a seguire i
propri capricci e ad azzardarsi di sagrificar la vita. E dov'è la
preponderanza? dove le ricchezze? Pazzo veramente da sé stesso si
manifesta il mio falso delatore, perché confonde un'epoca con un'altra,
perché adduce circostanze che col fatto svaniscono, perché insomma
delira.
Pretende, per render doloso l'attentato imputatomi, che non di mia
volontà, ma pel fatto altrui soltanto ne fosse impedita l'esecuzione. Ed
ecco che egli stesso prova la mia insufficienza, e mi priva ad un tratto
fra mille contradizioni di quella prima autorità che mi arbitrava di
rivoluzionari pronti all'esterminio; autorità che, arrivata a questo
punto, o non poteva aver contraddittori, o in ogni caso, non obbligata a
soffrirli, né ad arrendervisi. E con molte altre ragionevoli
particolarità diedi io termine a questo mio interrogatorio.
Nel giorno 25 aprile, in cui accadde il mio quinto esame, fui richiesto
«della conoscenza di Angelo Mercuriali e di scritti che io aveva al
medesimo consegnati», e mi si contestava d'aver ciò esposto
confidenzialmente ad alcuni miei amici; e d'aver spiegato gran timore
d'esser io da lui sagrificato, vociferandosi che fosse una spia; e che
quei scritti non d'altro genere erano che satirici». Di piú mi sentii
imputato «d'essere l'autore di una satira intitolata: -Dialogo tra S.
Apollinare e S. Vitale-, che all'opportunità mi sarebbe stata contestata
in piú ampli termini.»
La mia conoscenza con Mercuriali, dissi io allora, è incontrastabile;
piú volte, dietro sue preghiere, gli ho redatte minute di petizioni e di
lettere, che ho sempre rilasciate in sue mani; né so che carte d'altro
genere possano presso il medesimo esistere.
Il timore poi che il calunniatore m'appone, ad altro non serve che a
porre in diffidenza della Giustizia le accuse che mi vengono date,
perché delineando delle estremità del tutto opposte, a vicenda si
elidono. Con quai differenti colori non vengo io dipinto? Allora
coraggioso (vedi l'imputazione della rivoluzione da teatro) e adesso
timido. In tutti i casi -timor pedibus addidit alas-, dice Virgilio; e
di fatti se avessi avuto motivo di temere di Mercuriali, decantato
ovunque per un delatore, potea facilmente sottrarmi a' suoi colpi e
scampare ogni traversia.
In rapporto al -Dialogo di S. Apollinare e S. Vitale-, dissi non averlo
nemmeno sentito mai a ricordare e che una calunnia tale era bene di
esporre in chiaro, onde non ne rimanessi io innocentemente il bersaglio.
Nuove imputazioni perduellioniche (27 maggio). Consta al Fisco, cosí mi
disse il giudice, «che voi progettaste un piano diretto a liberare dalle
carceri di San Vitale i detenuti politici che vi erano stati rinchiusi,
e ad impedire nuovi arresti; che già molti e molti si erano sottoscritti
a questo piano dietro vostra istigazione, prevalendovi del termine, che
-negli estremi mali richiedesi estremi rimedi-; e che voi vi obbligaste
d'interessarvi presso la Protettrice, ossia la Carboneria, onde,
adottato il vostro piano, dasse opportune disposizioni per ottenere
rinforzi dalle città limitrofe ed azzardare un colpo decisivo.»
Un soffio solo bastò ad atterrare questa fragile trabacca dell'inganno e
dell'iniquità.
Dal luglio in poi, esposi io, fui investito da sí fiera e pertinace
malattia, che in ottobre, epoca del mio arresto, era ancora
convalescente e sí estenuato, che non saprei esprimere quanti terribili
sconcerti mi si rinnovarono nel fisico nei primi giorni di mia
detenzione. Or io non so come si possa supporre che un uomo cosí mal
ridotto, colla bocca, si può dire, sul sepolcro, quasi sempre obbligato
al letto, tenda a progetti, che i piú robusti e piú sani appena
oserebbero d'ideare. E certamente se mi fosse trascorso mai per la testa
un piano di rivoluzione, se anche fossi stato sano, sarei subito andato
a ripormi nel letto per timore d'una febbre frenetica. Non mai, come ho
già detto, e ripeto, ebbi mire rivoluzionarie, assolutamente eterogenee
e alla mia condotta e al mio carattere e al mio stato; tanto meno poi in
un tempo il piú climaterico della mia vita. E sí che da vero questa
calunnia è in sommo grado romantica: si può ben dire che ha del
maraviglioso. Un quasi agonizzante formar piani di sommosse, ridurle
quasi all'-in autem-; si può udir di peggio? Ma di grazia, qual era il
concerto di questo piano, come combinato? Perché riescí anch'esso a
vano? Quali furono gli ostacoli che si frapposero?
Anche un pazzo uscito allora dall'ospitale, non gli sarebbe saltato mai
in capo una stoltezza simile a questa che or mi s'imputa. Leviamo
l'intoppo della malattia (guardate mai quello che concedo), ma la
diffidenza, che sorta subito dopo i primi arresti si diffuse fortemente
per ogni dove e in ogni classe di persone, non era forse sempre un
argine insormontabile anche alle piú leggiere e tenui imprese? Ma quali
sottoscritti adunque si va mai immaginando? Bisogna per lo meno che sia
un indigeno del Paraguay colui che ciò asserisce, dando a conoscere
d'ignorare circostanze le piú comuni e palesi. Ma chi mai avrebbe
accudito di sottoscriversi in fogli di congiure in momenti che sarebbe
stato discoperto dai muri, dai sassi e dall'aria istessa? Chi mai
avrebbe azzardato di presentarsi anche al piú confidente per disporlo ad
una sommossa?
Fuor di proposito si adduce poi al caso la massima che ai mali estremi
convengono estremi rimedi; l'estremo è sempre fatale, e chi tenta
d'indurre altrui a scopi di tal sorta e d'infervorarlo per renderli
compiti, mi sembra che affacciar debba tutt'altro fuorché pericoli.
Protesto infine che i nomi di Protettrice, ossia Carboneria, sono per me
del tutto incomprensibili, né so chi il Fisco intenda sotto tale
denominazione.
Non si restrinse soltanto all'esposta accusa l'esame di questo giorno.
Venni pur anche incolpato d'aver io «redatta una satira contro le Sacre
Missioni, che al tempo del governo di Rivarola agivano in questa città;»
e di aver «alterata una terzina di un sonetto dell'abate Cottignola,
affissa nella pubblica piazza, alludendogli il nome di spia.»
Non altro risposi a tutto ciò, che io era sempre stato ossequioso al
culto divino e verso i suoi ministri, tanto è vero che mai non ebbi
reclami contro la mia morale condotta; e se non si fossero addotte
valide prove per dimostrare il contrario, il mio carattere rimaneva in
questa parte ineccezionabile, né vane ciarle (non sapeva sopra che
fondate) potevano abbattere la verità del fatto. Ho pure sempre
rispettato il simile, ed è falsa l'incolpazione che risguarda il
Cottignola.
Eccoci all'ultimo decisivo esame (28 maggio). Qui mi si rinnova alla
mente un caos di articoli, che or tenterò alla meglio di restringere e
riordinare in pochi. Sono già essi in parte il riassunto delle passate
imputazioni, che si pretese annodarle al principal capo d'accusa, cioè
al dialogo satirico, di cui in avanti si è fatto cenno, che qui mi venne
nel modo che sono per esporre ampiamente contestato.
«Consta al Fisco, intuonò il giudice, che voi siete l'autore di un
-libello- intitolato -Dialogo tra S. Apollinare e S. Vitale principali
protettori di Ravenna- infamante l'-E.mo Card. Rivarola- e la
-Commissione Speciale politica-; e che concertaste i mezzi con il signor
Eleonoro Soragni, per far pervenire da Modena alla Commissione il detto
libello. Le prove si desumono da una -perizia di calligrafi- rilevata
col confronto di altri vostri scritti; dalla copia che venne strappata
dalle colonne della piazza la notte precedente li 5 ottobre 1826, avendo
essi asserito che ravvisavasi -conformità- di carattere, sebbene fosse
molto -stiracchiato- ed -adulterato-; da una deposizione di un soggetto,
noto alla Giustizia, che testificava riconoscere appieno in detta copia
il vostro carattere.»
Rapporto alla seconda parte dell'accusa il Fisco adduceva: «Che Eleonoro
Soragni all'epoca delli 5 ottobre detto anno non era in Ravenna, come
rilevavasi dagli atti della Polizia, che gli rilasciò già qualche giorno
prima il passaporto; che un soggetto, noto alla Giustizia, per fatto
proprio depose avergli io consegnato una lettera per Soragni con entro
la satira in discorso scritta di tutto mio pugno e carattere.»
Agli insussistenti punti, cui appoggiavasi il Fisco per sostenere la
falsissima accusa della ricordata satira, innumerevoli discolpe
potevansi addurre; io però mi limitai ad esporre soltanto quelle ragioni
ch'erano piú che mai sufficienti ad abbatterla interamente ed a
discoprire l'innocenza mia. Ma quando mai, dissi io allora, la
calligrafia ha potuto desumere positivi rilievi da un carattere
adulterato, stiracchiato, se appunto le adulterazioni e le
stiracchiature svisano quasi i segni dell'originalità? Se calligrafi di
buona coscienza stentano ben di sovente a profferir giudizi sopra
confronti di un carattere non disuguale, non adulterato, ma
semplicemente di diversa data, qual risultato potrà dare una tale
perizia? Se un enorme abbaglio di ottica produsse tanta temerità, al
lume della verità deve però svanire. Come poi è mai probabile che io
volessi espormi ad una certa rovina, copiando scritti satirici? Non mi
sarei io prevalso in ogni caso di mano incognita, piuttosto che
avventurarmi a stiracchiature, su cui non poteva mai affidarmi per
essere, atteso l'impiego che copriva, universalmente il mio carattere
cognito? E che diremo di colui che pretende mia la copia in questione?
Nient'altro se non che additi le prove su cui fonda la sua deposizione.
Dirà egli, la copia. E che vale? Non potrebbe forse essere opera delle
sue proprie mani? Ciò almeno sembra piú probabile, che l'imputazione
datami. L'interesse, che può essere l'unico movente di costui, non
l'invidia, perché non ho mai avuto di che attrarre gli altrui desideri,
non la vendetta perché non fui mai di danno ad alcuno, tutto azzarda
quando rinviene premi, guarentigie ed asili, e molto piú quando può
coprire i suoi raggiri col manto stesso della Giustizia. E difatti è
egli piú probabile (e le probabilità in mancanza di prove decise sono di
molta rilevanza) che l'accusatore per dar un qualche peso alla sua
assertiva calunniosa abbia tentato d'imitare possibilmente in quella
copia il mio carattere o che io stesso l'abbia redatta stiracchiandolo?
Io qui mi riporto ai riflessi di sopra accennati, che non senza
ragionevolezza sottopongo al giudizio del Fisco; reclamando, onde avere
maggiori appoggi di rendere rimarchevoli le mie considerazioni, che mi
siano rese ostensibili e la perizia e la copia in discorso, né la
Giustizia, che il trionfo dell'innocenza e la depressione della calunnia
ricerca, può render vana questa mia istanza.
Passando all'altra parte della contestazione riguardante i mezzi
imputatimi d'aver avuto con Eleonoro Soragni per far pervenire da Modena
alla Commissione la satira in discorso, aggiunsi:
Può essere che il Soragni all'epoca dei 5 ottobre 1826 avesse ottenuto,
come mi si contesta, dalla Polizia il passaporto, giacché mi ricordo che
aveva in animo di portarsi a Bologna per vedere lo spettacolo teatrale;
ma il fatto si è che partí ai primi di novembre soltanto, dopo la cena
di turno dell'Accademia del Magnismo, a cui il Soragni era addetto, la
quale venne protratta alla fine di ottobre; e l'assenza del ricordato
Soragni all'epoca dei 5 ottobre è insussistente, perché posso
all'occorrenza documentare che questo intermedio di tempo rimase in
Ravenna; fatto questo che rende vano senza altre discussioni il primo
articolo di questa imputazione.
Prima che divenghi probabile la consegna della lettera e della satira
scritta, come mi si contesta, di tutto mio pugno e diretta al Soragni,
che il Fisco m'appone d'aver io effettuato al soggetto noto alla
Giustizia, bisogna premettere una prova di assoluta pazzia; che il mezzo
imputato non può eseguirsi da un uomo a sé coerente. Chi mai sarebbesi
posto al cimento di tanta eventualità, che anche indipendentemente dalle
cautele del mezzo potevano intervenire?
Ma perché almeno non si è ricorso alle stiracchiature che sarebbero
state piú supponibili, perché non esposte che alla confidenza di due
soggetti, da cui in caso di perquisizioni personali trovar piú
facilmente titolo di discolpe a mio e a loro garantimento? Chi mai
sarebbesi posto al cimento di tanta eventualità, che anche
indipendentemente dalle cautele del messo potevano intervenire?
Ma in ogni caso, né qui sono supponibili sviste ed errori, la lettera e
la satira sarebbero state opera d'incognita mano, onde prevenire
possibilmente sinistri risultati e dar titolo di discolpe al messo
nell'ipotesi di una perquisizione personale. E poi, stando anche nei
termini dell'imputazione, e qual bisogno v'era d'un terzo per spedire al
Soragni la satira, quando che avrebbe potuto portarla seco? Infine; che
il Fisco mi provi l'intrinsichezza, tanto necessaria a imprese di tal
sorte, che avrebbe pur dovuto regnare tra me e l'anonimo. Ma ben chiara
da sé stessa apparisce la calunnia, che tra vaneggiamenti i piú ridicoli
non ha di che sostenersi.
Or vengo a specificare le deduzioni da cui si pretese trar motivo di
convalidare l'emessa accusa.
Mi venne imputata la qualità di settario, addetto alla Società
denominata della Speranza, rilevata in forza, come mi fu riferito, di
molte deposizioni di altri settari e di un reo confesso in capo proprio,
e lo spirito di odio e di livore nutrito da ogni settario contro il
Governo e i suoi Ministri m'aveva incitato a formare il su ricordato
libello.
Cosí risposi a questa imputazione: Io non appartengo né ho mai
appartenuto a sètte, e quindi non so che significhi Società della
Speranza. Sianvi pure deposizioni quante si vogliono che per settario mi
accennino, ma posso giustamente escla[mare][19] -conscientia mihi
testis-; [perché] se vera fosse la qualità [che mi si] imputa, i
deponenti [non si] sarebbero limitati ad un se[mplice] detto, ma
avrebbero conva[lidato] le loro testimonianze con [qualche] prova. Per
quanto posso [sapere] di sètta, mi sembra, che [non sianvi] armi, libri,
né documen[ti di mia ap]partenenza. E perché su [questi] punti non vengo
io atta[ccato?] Perché l'accusa, è come [tutte] le altre falsa, e
falsissim[....] giustizia del tutto inco[...] ché l'emettere
sempliceme[nte una] deposizione senza [prove] se dal numero non prende
forza equivale al non esporla [. Io non] so se esistono settari e [se
ve] ne siano, come si contesta, [degli im]puniti, ma in questo caso n[on
credo] della loro politica il comp[rendere] nel novero settario soggetti
[estranei] onde ai compagni toglier[e qualche] particolare sospetto, e
dare [....] i risultati di loro imput[azioni] provenienti da cause
totalmente diverse. Questa massima fino dalle prime misure politiche
sembra risultar vera ed adottata, che molti soggiacquero a pene per
inquisizioni politiche senza esser settari come in appresso il fatto ha
comprovato la pubblica opinione, che li favoriva. Dunque non nude,
apparenti testimonianze, ma sode prove necessitano prima di por in
calcolo un'accusa, onde la Giustizia non cada nella massima delle
iniquità, che è l'oppressione dell'innocenza.
[19] Le lacune provengono dall'essere qui ritagliato il margine esterno
di una carta; né a tutte ho saputo supplire per congettura.
La seconda deduzione si voleva desumere dalle satire, che mi furono
imputate nel mio quinto esame a carico delle Missioni e dell'abate
Cottignola.
Feci conoscere che una deduzione in buona logica affinché sia valida
occorre che si diparta da un principio vero ed indubitato. Dunque
siccome che rimaneva ancora da provarsi se quelle satire fossero opera
mia, la deduzione non era di alcun valore e come se apposta non fosse.
La attestazione che io richiesi di Angelo Mercuriali in riguardo al mio
quinto esame, mi venne qui espressa ne' seguenti precisi termini:
«Depone egli che voi gli avete date piú volte satire, ed anche da
copiare».
Ma di quali satire, io dissi, intende egli parlare? Non d'altre
certamente che di qualcheduna pervenutami a caso nelle mani, al tempo
delle lanterne, che moltissime ne circolavano, e che egli stesso può
avermi chiesto da copiare, e la sua deposizione a nulla ammonta perché
non adduce prove di autografia. Onde però togliere alla Giustizia ogni
qualunque sospetto, dimando che in mia presenza venghi a chiarir meglio
la sua deposizione.
Il terzo riflesso ricavavasi da insussistenti per non dir ridicole
testimonianze, «di settari, che asserivano d'aver io quasi per istinto
il vizio di rimbrottare e satirizzare altrui, ciò che mi distingueva al
pubblico».
Questo articolo, dissi io allora, pochi comenti richiede. È vero,
verissimo, che mi piace in compagnia di dar qualche volta la baia agli
amici, che prendendone piacere non mi hanno mai privato della loro
accoglienza; segno evidente che le mie burle non erano offensive, né
denigranti l'altrui carattere. Che se in me fosse lo spirito di
satirizzare, come mi si imputa, un qualche tristo imbarazzo sarebbemi
pure intervenuto, che d'indizio or servirebbe al Fisco.
La quarta desunzione riferivasi alla mia cattiva condotta, che volevasi
vilipendere con le calunnie dei due attentati già ne' precedenti esami
discussi.
Da ciò io subito rilevai che la Giustizia si era, come conveniva,
persuasa della falsità di tali accuse, perché diversamente non come
deduzioni, ma come capi principali di delitto mi sarebbero state
apposte; in verun modo però potevansi sostenere, perché la falsità non
ha mai titolo a cui si possa riferire. E però esclamai che non
l'infamità di vili calunniatori, ma la pubblica voce, i documenti di
tutti i dicasteri sí civili che spirituali dimostravano la mia condotta,
non mai alterata per cattive azioni. E qui null'altro fuvvi da
aggiungere.
Per ultima deduzione venni rimproverato di bugie sostenute nella
perseveranza di negar tutto ciò che il Fisco mi aveva affacciato.
Risposi francamente che io ritenevo queste espressioni di formalità alla
definizione di straordinari processi; che se a colui, che in ogni
costituto reclama l'intervento personale de' suoi accusatori, gli viene
conferito il nome di bugiardo, io non saprei qual titolo meriti l'uomo
sincero; che sí mi arreca stupore come non si distinguesse la pura
negativa dall'opposizione di fatto; che se il Fisco sapesse produrmi
tante prove a suo sostegno quante ne ho emesse al mio, non tarderei a
dichiararmi reo convinto.
Passiamo alle circostanze addotte relativamente alla detta imputazione.
«Risulta dagli atti, mi disse il giudice, che alcuni settari vi
sgridarono, onde aveste tralasciato a divulgar satire».
Ma se il Fisco caratterizza i settari pieni di livore contro il Governo
(vedi la prima deduzione di questa accusa) come può credere che avessero
impedito ciò che era tanto conforme al loro spirito? La contraddizione è
manifesta, ed a me basta il rilevarla.
Mi venne finalmente imputato che io redigeva le satire nel negozio di
Francesco Gallina.
Quanto ciò sia assurdo ed improbabile ognuno da sé lo ravvisa. Ma perché
non mi si contesta piuttosto che all'uso de' ciarlatani avessi io in
pubblica piazza formate e dispensate satire come tanti cerotti? Niuna
differenza rinvengo fra questa e l'addotta circostanza......--
Dei quattro capi d'accusa imputati all'UCCELLINI, il primo era fondato,
perché egli stesso ci ha raccontato come fu ascritto e appartenne alla
Carboneria (cfr. cap. VI); il secondo, circa l'attentato al palazzo
apostolico per mezzo di una mina, era una delle tante invenzioni del
chirurgo Mazzoni (cfr. FRIGNANI, XX); quanto al terzo, di tentativi per
liberare i prigionieri politici di San Vitale dovettero ben
concepirsene, poiché v'accenna in piú luoghi il FRIGNANI, ma non è
chiaro se e per quanto l'UCCELLINI v'abbia avuto parte; finalmente per
la satira a dialogo tra i due santi ravennati, Apollinare e Vitale,
inclino a credere che l'UCCELLINI non ne fosse l'autore: poiché egli,
cosí tenace di memoria, non seppe mai dire altro che due versi della
poesia trovata nel mattino del 5 ottobre 1826, e a qualcuno, come
all'amico Sante Bernicoli, li recitò in dialetto: -I à tirat a Rivarola,
I à tirat co' na pistola-, e ad altri, come a Francesco Miserocchi, li
ricordò in lingua italiana: -Lo sai, Apollinare? fuggito è Rivarola, Al
solo scotimento d'un colpo di pistola-; e in un frammento ms. degli
ultimissimi anni suoi, notò: «Prima strofa della satira che apparve in
Ravenna dopo l'attentato al cardinale Rivarola: Dialogo fra S. Vitale e
S. Apollinare: Non sai o Apollinare Partito è Rivarola Al solo
scuotimento | D'un colpo di pistola...». Questa incertezza in uomo,
ripeto, di cosí tenace memoria fa credere ch'ei non solo non avesse
composta, ma neppure mai letta la poesia che gli costò tre anni di
carcere!
XIX. Del supplizio dell'Ortolani e compagni parla a lungo anche il
FRIGNANI, op. cit., LII-LIX, dove la resistenza del Rambelli è descritta
per altro con colori un po' fantastici (cfr. il riassunto del VANNUCCI,
-I martiri della libertà ital.-, 7ª ediz., vol. II, pp. 21-27):
l'UCCELLINI è piú semplice e piú fedele raccontatore.--Degli ufficiali e
altri graduati dei carabinieri, che furono addetti alle carceri di San
Vitale, piú d'uno è accennato anche dal FRIGNANI: egli ricorda il
tenente Zampieri durissimo di modi e di cuore (op. cit. IX, XVII-XIX);
il brigadiere Finina, che lo arrestò e in carcere si divertiva a
insultar lui e la madre «con parole e atti di scherno» (op. cit. III,
VIII, XXIV); un maresciallo romano «cognominato la Iena, barbaro non
meno del Finina e del Zampieri, co' quali e' pareva congiunto in
istretta amicizia» e «satellite de' piú fedeli e piú privilegiati de'
commissari» (op. cit. XXV, L); un altro maresciallo innominato, che
«sentiva del volpino piú che d'altro animale, però la commissione
adoperavalo nell'uffizio di seduttore» (op. cit. XXXVII); e il
maresciallo Branca, «fisonomia di buono, e di buono furono sempre le sue
maniere», rimasto alla guardia delle carceri il giorno della esecuzione
dell'Ortolani e degli altri quattro (op. cit. XVI, LIII). È probabile
che questo Branca sia il maresciallo che anche il nostro autore ricorda
come a lui benevolo.
XX. La sentenza che l'UCCELLINI voleva aggiungere alle Memorie non si
trova tra le sue carte; ma a compimento del suo proposito, eccola qui
fedelmente riprodotta di su la stampa originale, in foglio volante:
COMMISSIONE SPECIALE | per le quattro legazioni | e per la delegazione
d'urbino e pesaro | residente nella città di faenza | -Sessione delli
26. d'aprile 1828- | TRANSUNTO | DELLA SENTENZA PRONUNCIATA NELLA CAUSA
RAVENNATE DI PIÚ DELITTI, CIOÈ | DI ATTENTATO ALLA VITA DELL'E.MO E R.MO
SIGNOR CARDINALE RIVAROLA LEGATO A LATERE | DELLA PROVINCIA DI ROMAGNA,
CON SPARO CONTEMPORANEO DI PISTOLA A GRAVE OFFESA | DEL DI LUI COMPAGNO,
LA NOTTE DEL 23. DI LUGLIO 1826 | Di OMICIDIO -in odio di officio, e per
spirito di partito- in persona del CONTE DOMENICO MATTEUCCI, DIRETTORE |
PROVINCIALE DI POLIZIA DI RAVENNA, la sera dei 5 d'aprile 1824 | Di
OMICIDIO -colla gravante qualità di mandato- nella persona dell'Ebreo
-Mosè Forti di Lugo-, | domiciliato in Ravenna, la sera dei 15 di marzo
1827.
Alcuni individui addetti a proscritte Società segrete concepirono fin
dall'anno 1824 odio ingiusto e sacrilego contro il sullodato E.MO SIGNOR
CARDINALE RIVAROLA per l'energia manifestata nell'annichilimento delle
Società medesime; ed avvolsero in loro mente diversi disegni, onde
vendicarsi o col veleno, o colle armi. Tale odio spinse a tanto, che i
settari
ANGELO ORTOLANI, Ministro del Forno pubblico,
LUIGI ZANOLI, Calzolaio, e
GAETANO MONTANARI, Barbiere, tutti di Ravenna, maggiori di età, dopo
avere il primo di loro tentato piú volte in vano di propinargli il
veleno nel pane, di cui il PORPORATO servivasi privativamente alla
propria mensa, si risolsero di estinguerlo coll'uso delle armi. A
quest'oggetto spesso lo insidiarono nell'oscurità della notte; e
finalmente, essendo prossime le ore dodici pomeridiane del 23. di Luglio
1826, mentre il lodato SIGNOR CARDINALE salito per la strada del corso
nella sua carrozza in compagnia -del Sacerdote D. Ignazio Muti, Canonico
della Metropolitana di detta città-, si disponeva di far ritorno alla
propria residenza; e nel momento, in cui un servitore ne chiudeva lo
sportello, -uno dei complici nell'atroce misfatto- dallo sportello
opposto esplose una pistola, lusingandosi di uccidere il PORPORATO, ma
recando invece -gravi ferite al Canonico- anzidetto. I sicari quindi si
volsero alla fuga, abbandonando le armi, le quali furono poscia nella
maggior parte ricuperate.
Il sopraddetto ANGELO ORTOLANI e GAETANO RAMBELLI, di Ravenna,
cappellaio, addetto anch'esso a Società segrete, e maggiore di età,
occisero insidiosamente, e pure per odio settario nella medesima Città
il -Direttore Provinciale di quella Polizia, conte Domenico Matteucci-
con colpi di pistole scaricategli sul dorso dall'agguato, circa le ore
nove pomeridiane del 5. d'Aprile 1824, allorché picchiava alla porta del
palazzo di una di quelle nobili famiglie, ove soleva passare qualche ora
della sera.
Ed i sopranominati LUIGI ZANOLI, e GAETANO MONTANARI, la sera del 15 di
Marzo 1827, tolsero di vita con esplosione di arma da fuoco alle spalle
-l'ebreo Mosè Forti, con mandato di-
ABRAMO ISACCO FORTI, soprachiamato MARCHINO, non, senza qualche
complicità del suo fratello, BENIAMINO FORTI detto CARLINO, ambedue
Ebrei del Ghetto di Lugo, maggiori di età, commercianti, e domiciliato,
il primo in Ravenna, il secondo in Forlí.
Sentito in iscritto, ed in voce il difensore dei prevenuti, tutti
carcerati, all'appoggio della confessione del ripetuto ZANOLI in ambedue
i delitti, che lo riguardano, e di altre prove, ed indizi risultati
dagli Atti, furono condannati -come rei convinti- all'ULTIMO SUPPLIZIO
LUIGI ZANOLI,
ANGELO ORTOLANI,
GAETANO MONTANARI,
GAETANO RAMBELLI,
ABRAMO ISACCO FORTI, -detto- MARCHINO.
Fu condannato poi alla -Galera per anni sette-
BENIAMINO FORTI detto CARLINO per l'espressa complicità nel -surriferito
omicidio con qualità di mandato-:
Ed alla -Detenzione per anni cinque-
ANGELO BRANZANTI, di Ravenna, orefice, maggiore di età, riconosciuto
indiziato di qualche dolosa prescienza nel sopraddetto -Omicidio del
direttore Matteucci-.
Si ordinò finalmente, che MARIANO ZAULI, altrimenti detto GANGA, fabbro
e DOMENICO MONTALETTI, fornaio, ambedue di Ravenna, il primo preteso
complice in uno degli -appostamenti- fatti al lodato E.MO, ed il secondo
preteso complice nell'accennata -fabbricazione del pane-, fossero
dimessi dal carcere coll'ingiunzione dei precetti contro di loro
decretati.
Dato dalla Cancelleria della Commissione speciale questo dí 9 di Maggio
1828.
NATALE LORENZINI, Cancelliere.
-Faenza, dalla tipografia Montanari e Marabini.-
Il capo custode MARIANI (ricordato anche nel cap. XXVII) era prima
addetto alle carceri di Forlí e ne fu tolto per la sentenza del
Rivarola: fu padre di Angelo, celebre musico vissuto dal 1824 al 1875
(cfr. REGLI, op. cit., p. 307).--Monsignor ANDREA GIANOLLI non era
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