due pagnotte--l'una si dà nel mattino, l'altra nel dopo pranzo, onde non
siano divorate ad un tratto. La metà della prima serve di colazione, e
dispare fra le fauci del carcerato senza che uno se ne accorga--l'altra
metà è fatta a pezzi, ed immersa verso mezzo giorno nella minestra, che
per la sua pessima qualità ha il nome di -sbobla-. La seconda serve di
cena, e se il carcerato possiede qualche soldo per comprarsi un poco di
companatico o di vino, la smaltisce alquanto bene, se no gli tocca di
far tanto d'occhi per ingoiarla.
Dieci anni addietro tenevasi conto della differenza che passa tra il reo
provato e il semplice accusato, cioè tra il detenuto di larga e quello
di segreta, al quale compartivasi carne, minestra nel brodo, vino ed
altro, perché il carcerato prima della definizione della causa a cui era
sottomesso si considerava senza colpa. Ora il trattamento è eguale per
tutti, e s'infliggono le pene della colpa avanti che si verifichi--ecco
un progresso dovuto al costituzionalismo, non ancora rimarcato.
Dai brevi colloqui avuti coi camerati, desunsi che erano braccianti di
campagna, capi di famiglia, e sottoposti a processo per gravi accuse di
reati comuni. Per evitare che sfogassero la smania, propria dei
carcerati, di esporre i fatti che li riguardavano, li tenni a bada con
interrogazioni sulla condotta dei custodi, sugli usi del luogo, e sui
lavori che eseguivano con perlette di vetro, mostrando ansietà di
occuparmene io pure--poi rinvenuti vari pezzi di carta a stampa, che
avevano servito d'inviluppo, mi posi a leggerli ed a rileggerli sin che
si recò la -sbobla-, la quale valse a distrarci alquanto--poi giunse il
mio pranzo che in gran parte si divisero--e poco dopo fui trasferito nel
numero 20. Ma non li lasciai all'asciutto, cioè senza pagar loro da
bere, tributo sanzionato dalle costumanze carcerarie, da cui niuno può
esimersi dall'osservare.
La mia partenza gli afflisse oltremodo, perché riputandomi provveduto di
ampi mezzi speravano che io fossi loro di conforto. In carcere regna
sempre un perfetto comunismo.
La nuova camera era un paradiso in confronto della prima--grande,
ariosa, e quel che piú importa, occupata da persone piú omogenee, fra le
quali trovai alcuno di mia conoscenza--perciò lo spirito, sbarazzatosi
dalla tortura morale che nasce dal contatto di gente d'indole e di
abitudini diverse, provò un allievamento sensibile, che influí anche
sullo stomaco in modo da suscitarmi un buon appetito, che estinsi
mangiando soavemente a cena coi camerati--poi fumato uno zigaretto mi
stesi sul letto, e dormii sino a che mi vennero a dire verso le cinque
del mattino:
--Si alzi--a momenti si parte.
--Per dove?
Niuno rispose.
Disceso nella camera d'ufficio del capo mi vidi in presenza di cinque
individui, quasi tutti a me ignoti, sebbene fossero di Ravenna--e dovei
chiedere ad ognuno nome e professione per sapere con chi mi accumunava.
Ad uno di loro, un certo Casadio, dissi:
--Scusate--mi pare di avervi ravvisato piú volte fra i becchini.
--Non s'inganna punto--io sono addetto dappoi vari anni al loro
consorzio.
--Fortuna, ripresi ridendo, che non siamo superstiziosi, altrimenti la
vostra compagnia ci sarebbe di cattivo augurio.
Io aveva sperato di trarre dalla condizione degli arrestati un lume
idoneo a mostrarmi il motivo del mio arresto--invece mi s'imbrogliarono
maggiormente le idee, trovandomi con uomini estranei, con cui non ebbi
mai alcuna relazione, ed alieni affatto, teoricamente parlando, alla
politica.
Intanto che io m'intratteneva con essi, giunsero i carabinieri. Prima
lor cura fu di ammanettarli a due a due ad uso dei pollastri che si
conducono a vendere in piazza. Io aveva già ravvolto all'insú le maniche
del mio abito, e teneva i polsi l'un presso l'altro per ricevere
degnamente il caro arnese, le manette, con cui aveva già contratto una
piena confidenza. Ma fui lasciato sciolto, beneficio che avrei
volentieri respinto, se avessi creduto che i condottieri della
corrispondenza fossero stati in facoltà d'innovare gli ordini avuti.
Dalla piazza si andò a piedi alla stazione della ferrovia--io me ne
stava alla coda del drappello come una cornacchia spennacchiata--in ogni
angolo delle strade s'incontravano carabinieri e poliziotti--saggia
precauzione. Appena arrivati al posto ci fecero salire sopra una vettura
a celle. Nell'estate queste celle sono molto angosciose, perché hanno
uno stretto pertugio, insufficiente a dar adito al volume d'aria, di cui
si ha d'uopo per mitigare la intensità del caldo, che in esse si
concentra--e due dei carcerati, Balella e Casadio, dopo breve tragitto,
caddero in deliquio tale che occorse di farli venire, per oltre un
quarto d'ora, sul davanti della vettura, ove si riebbero. A me si
accordò il vantaggio di occupare la prima cella, di cui si tenne lo
sportello aperto.
A Castel Bolognese fummo acquartierati, in attesa dell'arrivo del
convoglio, nel passaggio della sala della stazione--e guardati a vista
dai carabinieri, rinforzati da quelli del paese. Si accorreva da ogni
parte per vederci. Mi parve che io attirassi piú degli altri gli sguardi
dei curiosi--ed intesi queste parole:
--Povero vecchio! e quando cesseranno di tormentarlo?
Poco dopo si fece innanzi A. F. nostro, concittadino, e col permesso de'
nostri Angeli Custodi ci favorí una buona colazione al caffé col
latte--ed a me porse qualche denaro.
Alla stazione di Bologna invano si attesero dei veicoli di trasporto, e
fummo costretti di andare a piedi dapprima a San Giovanni in
Monte--poscia a Sant'Ignazio, ove ci lasciarono. Abbattuto dal caldo ed
affaticato dalle lunghe girate sofferte, non poteva piú reggermi in
piedi, e mi vollero piú ore di riposo per rinfrancarmi. Ivi sapemmo che
gli altri ravegnani, prima di noi arrestati, erano stati trattenuti
nello stesso locale per congiungerli a noi, e fare una sola spedizione
per Alessandria, la quale si effettuò in capo a due giorni, scorsi fra
gente di galera e come essi trattati.
Prima di giungere al luogo assegnatoci, ci toccò passare altri due
giorni in Parma, dentro prigioni peggiori dei porcili, fornite di sacchi
non sporchi, ma anneriti dal sudiciume, pieni di pulci e di altri
nauseanti insetti.--Non si creda però che un sí tristo procedere ci
sconcertasse--anzi piú che s'imperversava nell'opprimerci e piú cresceva
in noi l'allegria per l'effetto di quel buon umore che inspira una
coscienza senza macchia.
Mi sovviene che nel trasportarci da Parma ad Alessandria, il brigadiere
di condotta, uomo impetuoso nell'esercizio delle sue birresche funzioni,
mi strinse in modo le manette che mi indusse a dirgli:
--Le allenti un poco se è possibile--vede bene che io sono vecchio....
Egli mi guardò sorridendo, e diede un giro all'ingiú alla vite.
--Bravo, esclamai come se fossi stato esaudito--cosí va bene.
Quegli che era con me ammanettato, un certo Antonio Castellini, giovane
di nobili sensi, si fece rosso in volto per la rabbia; e non so quali
contumelie gli avrebbe vomitato contro, se non gli avessi fatto un segno
imperativo d'imitarmi.
Io aveva soggiaciuto a vari arresti in tempi calamitosi, quando
l'assolutismo vigeva imperioso. Il titolo politico da cui nascevano,
soleva eccitare alle sevizie coloro che gli eseguivano, perché piú
angariavano e deprimevano chi il Governo avversava piú si rendevano
degni di onori e di premi. Eppure mai mi avvenne un atto sí crudele--mai
vidi derisa la voce della umanità con tanto spregio.
Un'altra prova di durezza d'animo ci offerse nel tragitto da Alessandria
a Bormida il brigadiere a cui fummo consegnati--ed ecco come.
Alla stazione di Alessandria si fecero venire pel nostro trasporto nel
Forte di Bormida due vetture a celle; ma le celle non corrispondevano al
numero dei carcerati.
--Che importa? disse il brigadiere--che una cella serva per due, ed
anche per tre se occorre.
E con spinte e con urti senza levarci le manette ci chiuse dentro a
chiave.
Qual supplizio fosse quello di stare rannicchiati in quei buchi senza
uno spiro d'aria, con un caldo insopportabile, non vi sono parole
adeguate ad esprimerlo. Il buon Castellini mi cedé il suo sedile--e
dovendo restare in piedi abbassava quanto poteva il braccio aggravato
col mio dalle manette, affinché non mi rodessero l'osso del polso. Ma
ogni sforzo di sollievo tornava vano, e bisognava tribolare per ogni
verso.
--È un prodigio, diceva io, se non restiamo qui oggi soffocati--ho
provato spesso i tormenti che l'assolutismo sa tanto bene
infliggere--mai ne ho provato uno eguale.
Poco dopo s'intese a gridare:
--Brigadiere! fate fermare la vettura--uno de' nostri è caduto in grave
svenimento--non dà piú segno di vita--aiuto per carità.
Sapete qual fu la risposta del brigadiere?
--Che crepino quanti sono--una ciurma di malfattori di meno.
Era l'amico Antonio Acquacalda che sensibile piú degli altri alla
impressione del caldo, ed alla mancanza d'aria, aveva perduto i sensi.
Ma la fortuna volle che si arrivasse presto a Bormida.--Quando egli
discese gli parve che si fosse in lui rinnovato il miracolo di Lazzaro.
Quasi nel mezzo del Forte di Bormida s'innalza un edificio a due piani
con due piccole ali ai fianchi--ogni piano conta undici cameroni--nello
spazio di uno di essi havvi l'ingresso--ogni camerone può contenere
sedici letti--ognuno riceve la luce da un'ampia finestra guarnita di
doppia inferriata, libera al di fuori dei soliti tamburi, e riparata
nell'interno da' cristalli--i pavimenti sono a terrazzo, e la soffitta a
volta--lungo la pareti esistono tavole infisse al muro che servono per
deporvi panni, vasi ed altro--nell'estate sono altrettanti covaccioli di
cimici--sino al nostro arrivo furono occupati da militari. Le camere
delle due ali del fabbricato sono anguste, assegnate ai custodi ed
agl'impiegati dello stabilimento. I cameroni si trovano di facciata
l'uno all'altro, separati da un corridoio di passaggio, e difesi sul
davanti da un cancello di legno, costruito di grossi travicelli, proprio
alla forma delle gabbie degli animali feroci, colla sola differenza che
in queste le sbarre sono di ferro--cosicché il carcerato resta sempre in
vista di chi transita pel corridoio, e di chi vi stanzia, cioè delle
sentinelle e delle guardie del carcere, le quali solevano tenerci gli
occhi addosso di continuo per vedere se dal mover delle labbra potevano
arguire il senso de' nostri discorsi, e se dai gesti, dagli sguardi e da
ogni altro movimento riusciva loro di ricavare qualche cosa che giovasse
al Fisco--ed è ciò che costituisce una vera tortura morale, e vi accerto
che è dolorosa. L'interno del luogo è vegliato da un capo e da alcune
guardie subalterne--quella di servizio non abbandona mai il
corridoio.--La custodia dell'esterno è affidata a mezza compagnia di
linea, comandata da un ufficiale.
Alla tortura morale aggiungevasi la materiale, ed ecco in che
modo.--L'unica ora di conforto in prigione è quella che si passa
dormendo--ebbene le sentinelle e le guardie si prendevano il gusto di
destarci quando ci vedevano immersi nel sonno, ponendosi a chiacchierare
ad alta voce tra loro, o passeggiando con rumore su e giú pel corridoio,
o battendo in terra il calcio del fucile, o scuotendo le chiavi, o
aprendo e chiudendo con fracasso le porte.--Un altro rompitesta ci
veniva anche dall'esterno per le spaventevoli grida «all'erta» che le
sentinelle ripetevansi a vicenda--e perché ci colpissero bene le
orecchie si avvicinavano piú che potevano alle finestre, quand'era l'ora
di mandarle fuori.
Il vitto consisteva in una minestra e in due pagnotte; ossia era eguale
a quello che si somministra ai galeotti--. Le pagnotte erano sempre
fresche e buone; ma la minestra, se non salvavasi dalla broda in cui
giacevasi annegata e se non condivasi con un poco di burro e formaggio,
non potevasi ingoiare. Il valore del denaro poi a Bormida pel carcerato
era sempre in ribasso come i fondi italiani alla Borsa di Parigi--una
lira spendevasi tutto al piú pel terzo del suo costo--né valsero
reclami, litigi, ed istanze per mettere in dovere lo spenditore o
cantiniere, la di cui avidità non aveva limiti.
Il Forte di Bormida, lontano tre chilometri da Alessandria, isolato,
doveva essere provveduto di un medico permanente e di una farmacia,
specialmente quando nell'agosto vi si trasferirono i ravegnani detenuti
in Pinarolo, i quali allora ascesero sino al numero di quaranta. Era un
provvedimento suggerito dal piú semplice senso di umanità, a fine di
essere in grado di porgere pronti soccorsi a chi fosse caduto in qualche
sconcerto fisico: lo che facilmente succede nelle comunanze ove trovasi
gente diversa per età, per temperamento e per abitudini. Ma invece la
visita del medico ottenevasi per lo meno 24 ore dopo l'ordinazione, ed
un eguale spazio di tempo scorreva prima di avere i medicinali--ed in
quarant'otto ore anche una lieve costipazione poteva divenire una
infiammazione di petto, valevole a gettare uno nel numero dei piú.
Avventurosamente a pochi e leggieri sconcerti soggiacemmo--uno solo di
entità afflisse Ugo Leonardi, affetto di malattia al cuore--egli cadde
in uno stato veramente compassionevole, e deperiva a colpo d'occhio.
Sovente passava la notte alzato, seduto sopra un'asse della lettiera,
non potendo, per l'affanno che lo opprimeva, tenersi sul duro sacco, che
ci provvedevano per dormire. Egli sentiva estremo bisogno di respirare
un poco d'aria fresca--ma chi osava aprire la finestra di notte, ben
sapendo che le sentinelle di fuori e di dentro avevano ordine di farci
fuoco addosso, anche di giorno, se ad essa avvicinati di troppo non si
fosse obbedito alla prima intimazione di allontanarsene?
Infine il Leonardi, anche da noi eccitato, dovè risolversi a consultare
il medico del Forte sulla malattia che lo vessava, colla intenzione,
constatata che fosse da regolare documento, di chiedere alle Autorità
competenti una traslocazione nelle carceri del proprio paese, ove
favorito dall'aria nativa poteva conseguire sensibili miglioramenti. Il
medico si prestò all'invito, ma con aria imperiosa, disdicevole alla
filantropica professione che esercitava--e ciò fu un tristo preludio
alle mire dell'ammalato. Difatti egli non volle in niun conto ammettere
il male espostogli, malgrado che gli si facesse conoscere di essere
stato appieno verificato dai medici primari di Ravenna--anzi siffatte
asserzioni lo inacerbirono, ritenendo forse che si affacciassero a solo
fine di accusarlo d'imperizia--e per indurlo ad una seconda visita piú
accurata della prima, si ebbe bisogno di ricorrere alla regia Procura di
Alessandria. Né si arrese per vecchio vizio di caparbietà di certo
prodotto da presunzione, onde il Leonardi per giustificarsi, e per
riuscire nell'intento di una traslocazione, fecesi trasmettere da
Ravenna i certificati, in forma autentica, dei professori Sancasciani e
Montanari, comprovanti il morbo nel senso manifestato. Ma la regia
Procura dichiarò che era in obbligo di rigettarli, perché riconosceva
per valide solamente le attestazioni del medico curante del luogo--cosí
erasi tra l'incudine ed il martello.
Intanto a forza di esami e contro esami giudiziali, di ricerche e
d'investigazioni il Fisco dovè convincersi che i carcerati di Bormida
non avevano neppur l'ombra di reato comune. Ma si accorse però che erano
infetti di radicalismo o di democrazia pura, e fu chi pose in opera ogni
sforzo per levar loro da dosso sí trista infezione--fra i mezzi adottati
all'uopo è da notarsi l'invio a Bormida di alcuni grassi beccafichi del
Signore, che distribuirono ai detenuti libriccini di preghiere, ed
ispiraron loro con edificanti parole le massime che sono da professarsi
per non incorrere mai in disgrazie.
Qual fosse l'esito della loro missione ognuno lo può da sé prevedere
senza bisogno di addurlo: ed intanto che altro concertavasi per
convertirci, si dispose di ricondurci nelle carceri de' nostri paesi per
indi riavere quella libertà che niuno doveva toglierci, se si fossero
rispettati i retti dettami della Giustizia.
Ma prima di chiudere il racconto convien parlare degli esami a cui
soggiacqui, iniziati non già nel termine di 24 ore come la legge
prescrive, bensí quasi dopo un mese di carcere.
Dalle prime interrogazioni direttemi dal Giudice Istruttore compresi che
il mio arresto, e quello de' miei colleghi, fu promosso dall'omicidio
del Procurator regio Avv. Cappa. Mi accorsi egualmente che volevasi
attribuire al fatto un colore meramente politico--e allora dissi fra me:
--Non è da stupire se l'Unione democratica è presa di mira in sí trista
faccenda.
E conobbi benissimo che si agiva dietro l'impulso di persone influenti
del paese, le quali avevano già tessute con nere fila la biografia dei
cittadini che la compongono--quindi consideravasi come un nido di
sediziosi e come un continuo fomite di disturbi--e posso dire che chiari
mi apparirono gli artifizi usati a danno della medesima.
In causa pertanto dei rapporti di chi tanto la avversava, il Giudice
insisteva a dirmi:
--Che la nostra Unione democratica in apparenza mostrava rette tendenze,
ma che occultava perversi disegni, e volle che gli precisassi il senso
della parola -miglioramento sociale-, da me usata nel precedente
esame--poi pretendeva che io gli porgessi il nome di tutti i soci.
A tutto ciò risposi che la Unione democratica ravennate erasi instituita
per mettere in accordo i liberali del 59 con quelli del 49--che non
aveva altri intenti che quelli determinati dal suo statuto, resi di
pubblica ragione colla stampa--che la espressione -miglioramento
sociale- spiegavasi da sé, né potendo denotare -cambiamento- non doveva
essere di pregiudizio a chicchessia--e che la Società avendo sempre
agito alla scoperta, senza alcun mistero, era pienamente nota alla
polizia, a cui poteva rivolgersi per ottenere la lista di coloro che la
costituivano.
In seguito il Giudice mi domandò se io conosceva il giovane Giulio
Berghinzoni--se apparteneva alla Unione democratica--e quali relazioni
io aveva con lui. Subito mi avvidi che il povero Giulio compariva nel
processo con serii aggravi--anzi dallo spirito delle inchieste mi parve
di ravvisare che si volesse ritenere come mandatario nell'omicidio
accennato.--Io risposi senza esitare che conosceva il Berghinzoni--che
era addetto alla ricordata Unione--che io non aveva con lui alcuna
relazione, perché come giovane frequentava luoghi e persone a me vecchio
interamente estranei. Aggiunsi che in Società non godeva alcun
grado--che di rado interveniva alle adunanze--e che stava perciò per
essere rimosso dalla medesima--la qual cosa giovava ad escludere quegli
eccitamenti che ritenevansi venirgli dalla Società stessa.
Tutti gli esami subiti dagli altri detenuti furono modulati sul
mio--perciò mi astengo di darne contezza.
Non posso però esimermi dal riferire quello sostenuto dal vecchio
Berghinzoni, padre del ricordato Giulio. Dopo varie domande gli si
chiese se apparteneva alla Società democratica del suo paese, la quale
si onora di avere a preside, disse il Giudice con aria derisoria,
l'apostolo Giuseppe Mazzini.
--Io non so nulla né di democratica, né di filodrammatica--né di
Mazzini, né di Mazzoni--io appartengo ad una Società che ha dei nomi che
meglio si capiscono.
--E quale è la Società a cui siete addetto? disse il Giudice con quella
curiosità che è propria di chi crede di essere oramai sul punto di
rinvenire qualche cosa che lo appaghi.
--È la Società, rispose Berghinzoni, o per meglio dire, la pia Unione
della Mercede.
--E quale è il suo programma?
--Eccolo--e trasse fuori un lungo rosario, oggetto
insequestrabile--perciò gli era rimasto in tasca--e per spiegarsi piú
chiaramente aggiunse che era una istituzione santa creata nello scopo di
procurare la salute eterna dell'anima.
Con due brevi interrogatori a ciascuno diedesi compimento al processo--e
sebbene si fosse cominciato tardi, in capo a due mesi potevasi benissimo
sbrigare la nostra causa. Ma ne erano scorsi piú di quattro senza
risultato. Alla fine poco dopo la metà di ottobre con tre spedizioni
successive si sgombrò il Forte--la prima di dodici detenuti, fra i quali
io era compreso, venne diretta alle carceri di Ravenna--le altre due in
quelle di Lugo e Faenza.
Nel ritorno fummo trattati come nell'andata, cioè incassati nelle celle,
stretti dalle manette, e gettati negli stabiali che chiamansi camere
della corrispondenza. Si fece però nel retrocedere una fermata di piú,
la quale ebbe luogo nelle prigioni di Castel Bolognese, ove pernottammo.
La benevolenza degli amici di quel paesetto, dimostrataci con atti i piú
cortesi, ci confortò di tutte le angosce sino allora sofferte.
Altra splendida prova di amore ci porsero i nostri cittadini nel
giungere tra loro--essi vennero in folla ad assistere alla nostra
discesa nella stazione della ferrovia, esprimendoci i sensi della piú
sincera esultanza nel rivederci, e stringendoci la mano con
inesprimibile tenerezza--cosí energicamente protestavasi contro le
ingiurie usateci--cosí dimostravasi col fatto «che le prigionie
arbitrarie sono, come dice Lamartine, corone civiche per gli uomini
dabbene.»
Dalla stazione fummo condotti in -omnibus- alle carceri, ed ivi tenuti
sino al 5 novembre, nel qual giorno ci fu concesso di rientrare nel seno
delle nostre desolate famiglie.
Questa relazione scritta alla buona, senz'astio e senza offesa, è per
coloro che decantano ancora le gioie del sistema che ci regge, affinché
possano trarre dei fatti quelle verità che la passione loro occulta.
Sappiano bene «che non v'è Nazione senza il rispetto alla libertà
individuale--che essa è la base di tutte le libertà e di tutti i
diritti--e se la base non è solida tutto si sfascia. E sventuratamente
piú noi gridiamo, piú gli agenti dell'Autorità sembrano compiacersi nel
calpestare questa libertà tanto necessaria.»
P. UCCELLINI.
ANNOTAZIONI.
I. La -Biografia- dell'UCCELLINI, cit. nella prefazione, indica il 9
giugno come giorno della sua nascita; ma la vera data è il 9 gennaio
1804, come confermano i registri battesimali. Madre dell'autore fu
CHIARA RASI.
II. LUIGI UCCELLINI, padre dell'autore, fu nel 1797-99 tra i piú
ferventi giacobini di Ravenna e nella protesta di Ruggero Gamba Ghiselli
presentata al Corpo legislativo Cisalpino (cfr. cap. XXVIII), si
sottoscrisse con queste enfatiche parole: -Luigi Uccellini vuol vivere e
morir libero, pria che i cospiratori atterrino la Costituzione-; onde
poi nelle note di proscrizione formate dai reazionari al venire degli
Austro-russi fu cosí descritto: «Costui è nel numero dei piú scelerati;
è in quelli che atterrarono le Croci e vilipesero le sacre immagini;
continuo bestemmiatore; ateista, o deista; nemico acerrimo de' Principi;
avendo ancora commesse le ultime e somme oscenità avanti le monache di
S. Caterina in Cesena; ha pure costui sovvertita molta gioventú, e
specialmente tutta la famiglia del sig. Giovanni Fava, cioè tutti li
suoi, maschi e femmine». In un suo memoriale del 1807 Luigi Uccellini
scriveva di sé: «... All'apparire del nuovo ordine di cose in questo
Dipartimento, io fui uno di quelli, che mi distinsi tra i primi per il
sincero attaccamento, e fu tale la mia condotta, che passato il primo
triennio, e non avendo avuto tempo di sottrarmi dalle sante zanne dei
reggenti austriaci imperiali, fui nella stessa mia patria per il solo
titolo di supposto giacobinismo condannato alli 9 giugno 1800 alli ferri
per 10 anni, dopo sette mesi di orribile carcere. Liberato dai ceppi,
ritornato il nuovo sistema, avvicinai sempre diverse Autorità; e siccome
la mia professione di compositore tipografo mi somministrava scarsi
mezzi di vivere, cercai impiego, ed ottenni quello di commesso
protocollista nella sezione di polizia, con approvazione particolare di
Governo, nel qual impiego rimasi sino a che le sezioni di polizia
cessarono di appartenere alle municipalità... Per ben due volte sono
stato ufficiale municipale ai registri civili, in tempo che vennero
sospesi chi ne faceano le funzioni... Nella difficile impresa della
coscrizione io venni scelto delegato in diverse ville, ed il Consiglio
distrettuale encomiò in modo lusinghiero per me i miei portamenti,
giacché ebbi la soddisfazione di persuadere con la voce non piccolo
numero di gioventú contadina, che meco volontaria si prestò alla legge.
L'amministrazione municipale mi onorò pure con eguale titolo per la
formazione dei ruoli generali della città e borghi: operazione
laboriosa, che di concerto coi signori parrochi fu da me compita;
operazione che mi venne affidata, attese le locali mie cognizioni.
L'amministrazione, da me pure lodevolmente tenuta, del Forno normale,
interesse di qualche rilevanza, è degna pure di menzione, e ne presento
il certificato dei conduttori pubblici. Non parlo del costante mio
servizio nella Guardia nazionale fino dai primi momenti della sua
istituzione; dirò solo che non dal voto di una Autorità, ma da quello
d'un'intera scelta compagnia fui nominato primo tenente de' Cacciatori,
e poscia per disposizione municipale, membro del Consiglio di
disciplina. Della mia condotta politica niuna Autorità ha mai potuto
dubitare, e sono sempre stato considerato per uno dei piú sostenitori,
in patria, del presente sistema...». Questi servigi e queste benemerenze
non valsero a persuadere la Direzione generale della polizia del Regno
italico, la quale giudicando l'Uccellini -improprio a ben coprire le
incombenze di una magistratura di polizia- revocò l'incarico di
Ispettore di polizia in Ravenna, conferitogli nel gennaio 1807 dal
commissario d'alta polizia nel dipartimento del Rubicone, Antonio
Mulazzani. Tornò quindi al piú modesto ufficio di commesso municipale,
che tenne sino alla morte, dalla quale fu colto nell'età di 62 anni nel
1834--Il fatto dell'atterramento delle Croci, che commosse le anime pie
dei buoni ravennati, non fu dopo la battaglia di Marengo, come credette
l'autore, ma nel tempo della prima occupazione francese, e precisamente
una notte del mese di aprile 1798: per quel fatto furono arrestati il
municipalista Tommaso Lovatelli, gli ufficiali e graduati della Guardia
nazionale Giuseppe Severi, Domenico Montanari, Andrea Garavini, Antonio
Casoni e inoltre Luigi Uccellini, Battista Pio e Gaspare Collina; ma il
20 aprile giunse da Milano l'ordine di annullare il processo, e gli
arrestati furono rimessi in libertà (P. RAISI, -Giorn. di Ravenna-, ms.
nella Classense).
III. I maestri dell'autore qui ricordati dovevano essere insegnanti
privati; certo i loro nomi non si trovano tra quelli delle scuole
annesse al Collegio, delle quali sta tessendo la storia il prof. P.
Amaducci.
IV. GIUSEPPE ZALAMELLA, eccellente avvocato romagnolo e buon patriota,
fu fatto professore di giurisprudenza nelle scuole del Liceo-convitto,
istituito in Ravenna per decreto del viceré Eugenio 21 marzo 1809, in
luogo dell'antico Collegio dei Nobili; e tenne quell'insegnamento anche
dopo la restaurazione del Governo pontificio sino al 1820.
Lasciati gli studi l'autore ebbe un modesto impiego di commesso
nell'ufficio del Registro, sotto il proposto Filippo Spallazzi: in
quest'ufficio ebbe compagno Giulio Fanti, che si legò all'Uccellini
d'amicizia fraterna, ne sposò la sorella Reparata, e sovvenne lui e la
famiglia nel tempo della prigionia e dell'esilio.
V. Questo e i seguenti capitoli sulla Carboneria meriterebbero una
diffusa illustrazione; ma passo oltre per non ingrossar di troppo il
volumetto. Solamente accennerò che a queste pagine sarebbero opportuno
riscontro quelle che l'UCCELLINI pubblicò nel -Diario Ravennate per l'a.
bisestile 1864- (Ravenna, tip. Nazionale, 1863), pp. 7-17, col titolo di
-Persecuzioni politiche 1821-1825-; e che se ne giovò opportunamente E.
MASI per il suo studio sui -Cospiratori in Romagna dal 1815 al 1859-
(Bologna, Zanichelli, 1891).
VI. LUIGI GHETTI, qui ricordato, era un sensale che curava gli affari di
una sorella, maritata in Dragoni, proprietaria di una pila da riso nel
suburbio di Ravenna: favoreggiatore dei liberali, fu intorno al 1850
economo delle Accademie filodrammatica e filarmonica; e caduto in
povertà, visse sussidiato dai signori ravennati fin verso il 1875.
Piú nobile figura è quella di ANDREA GARAVINI, introduttore e capo in
Ravenna della Carboneria: nato verso il 1775, esercitò l'arte del
fabbro, e con la schiettezza dell'animo e la rettitudine della vita si
rese familiare a molte persone di piú agiata condizione, tra le quali
cominciavano a diffondersi idee liberali; prima ancora della prima
venuta dei Francesi in Romagna nel 1796, ebbe a soffrire persecuzioni e
fu costretto ad allontanarsi dalla patria, dove poi nel triennio della
Cisalpina fu tra i piú caldi sostenitori delle idee democratiche:
-Andrea Garavini chiede vendetta contro li cospiratori-; cosí è
sottoscritto nella protesta del Gamba Ghiselli. Fuggí da Ravenna alla
venuta degli Austriaci nel '99 e riparò in Ancona, donde il generale
Monnier negli ultimi tempi della memorabile difesa (cfr. M. A.
MANGOURIT, -Défense d'Ancone et des départemens romains, le Tronto, le
Musone et le Metauro, par le général Monnier, aux années- VII -et- VIII,
Paris, Pougens 1802) lo mandò nell'Italia centrale con una difficile
commissione, quella di far giungere all'incaricato francese in Parma
notizie certe della guarnigione franco-cisalpina assediata. Tornò quindi
a Ravenna e fu arrestato e condannato a tre mesi di detenzione nel
convento dei cappuccini; donde fuggí a Bologna. Dopo Marengo potè vivere
tranquillo in patria e vi ottenne ed esercitò durante il Regno italico
l'ufficio di usciere. Quando Murat alzò il grido d'indipendenza, il
Garavini prese le armi e alla testa di cinquanta uomini scacciò da
Sant'Alberto un distaccamento di Austriaci; ma fallito quel moto esulò
in Francia, donde ritornò in patria alla fine del 1815, e vi campò
lavorando come copista e contabile in aziende private. «Integerrimo
sempre--cosí scrisse del Garavini chi lo conobbe (-Diario ravennate per
l'a. 1867-, Ravenna, tipografia Angeletti, 1866, p. 39)--e fermo ne'
suoi principi, e mal tollerando la tirannide clericale che rialzava la
testa a danno comune, si associò alla sètta dei Carbonari che da Napoli
erasi diffusa in tutta la penisola... Egli fu uno dei membri piú
influenti della -vendita- ravennate, la diresse piú volte come
presidente, ed impedí per quanto potè gli eccessi che lo spirito di
parte facilmente allora promoveva, specialmente a motivo delle sevizie
della polizia, ben ravvisando quanto essi erano di nocumento al paese ed
alla causa che propugnava. Quindi respinse la proposta di un alto
personaggio della -vendita- di Forlí, fattagli, sui primordi della
restaurazione, sotto l'aspetto di atto patriottico, ma che tendeva, come
bene egli s'accorse, a favorire l'interesse della propria città a danno
della nostra per la preminenza della Romagna. Era una vittima che il
Forlivese voleva pel proprio altare. Si sa che gli offerse un cartoccio
di monete d'oro per la esecuzione della proposta; ma il Garavini lo
rigettò con sdegno, nell'istante che aveva dato da vendere due
cavalletti di ferro per sopperire ad alcune urgenti provviste di casa:
ciò che mostra sempre piú la nobiltà del suo animo. Un'altra volta egli
fu eccitato a prender parte ad una congiura diretta a far soccombere il
Legato della provincia, mediante una macchina infernale da porsi sotto
la di lui carrozza. Il momento ed il luogo erano già scelti con molto
avvedimento, la macchina stava in pronto e doveva scoppiare quando la
carrozza movevasi. Ma il Garavini impedí che si effettuasse il disegno,
facendo conoscere a chi l'aveva concepito, che atterrando l'uomo si reca
non utile, ma danno al principio che si vuol far prevalere...».
Scoppiata la rivoluzione del '31, il Garavini, valido ancora di forze e
fresco di spirito, riprese le armi e fece parte come quartiermastro
della colonna mobile ravennate che partecipò ai fatti di S. Leo, di
Ancona e di Rieti; e spento quel moto, fu compreso nell'amnistia,
sebbene negli anni di poi la polizia non cessasse mai di molestarlo. Nel
1848 fu uno dei presidenti del Circolo popolare e nel periodo
repubblicano del '49 fu il vero idolo del popolo ravennate, che vedeva
personificate in lui le tradizioni democratiche di piú generazioni.
Restaurato di nuovo il Governo pontificio, il Garavini, che frattanto
era stato eletto primo massaro della Casa Matha, diè tutta l'operosità
sua all'amministrazione di quell'antichissimo istituto e «con animo
ardito e costante i diritti della Società difese e rivendicò»: cosí
attesta l'epigrafe inscritta sotto il suo busto scolpito da Enrico Pazzi
nella residenza sociale. Morí il Garavini nel 1855, durante l'epidemia
colerica, e la sua morte fu lutto dell'intiera città.
VII. La dimostrazione politica, cui fu occasione la serata della celebre
cantante ROSA MORANDI (morta nel 1824, cfr. REGLI, -Dizionario
biografico dei piú celebri poeti ed artisti melodrammatici-, Torino,
1860, p. 345) nel Teatro comunale di Ravenna, fu l'11 luglio 1820; e c'è
a stampa una -Raccolta delle composizioni poetiche pubblicate in
occasione della sera di benefizio della celebre virtuosa di canto
signora Rosa Morandi prima attrice nel Teatro di Ravenna l'estate
MDCCCXX- (Ravenna, Roveri), dove sono rime di Paolo Costa, F. Mordani,
I. Montanari e di piú altri in lode della Morandi e un programma
descrittivo dei festeggiamenti straordinari (globi aereostatici,
carriera di barberi, pioggia aurea al teatro, discesa di amorini e
colombi, illuminazione a giorno per le vie, fuochi artificiali, ecc.)
onde fu onorata.
IX. Nelle cit. -Persecuzioni pol.-, p. 11, l'UCCELLINI aveva scritto:
«Ravenna sin dall'istante che i Carbonari fecero un ultimo sforzo fuor
di tempo sulle rive della Dora, aveva per legato il cardinal Rusconi,
vescovo d'Imola, chiamato per derisione il cardinal Coccardina. Costui
fu l'esecutore degli ordini esosi, emanati dalla Corte romana contra i
liberali della provincia a lui soggetta. Le vessazioni s'iniziarono la
notte del 13 luglio 1821. Orde di fanatici carabinieri, divise in
diversi drappelli, guidati da quegli stessi sgherri che nell'anno
addietro avevano bevuto coi patrioti alla salute d'Italia, invasero di
notte ad ora avanzata le case dei pacifici cittadini, di quelli notati
nel libro dei reprobi o registro dei sospetti. Dove gli sgherri
penetravano era un guasto, una ruina, una desolazione. I mobili che non
si potevano di subito aprire per investigare ciò che racchiudevano,
venivano messi in pezzi: gli stramazzi, i pagliacci, gli origlieri,
squarciati colle sciabole e minutamente frugati. Ed intanto altri
sgherri si gettavano sulle persone da arrestare, le ammanettavano
strettamente alla presenza degli esseri i piú cari al suo cuore; e per
accrescerne lo strazio le maltrattavano orribilmente, onde le urla, i
gemiti, i pianti echeggiavano d'ogni intorno. La rabbia fu maggiore
contro gl'individui di una compagnia di cacciatori, denominata degli
Americani, fattasi invisa al Governo per una cavalcata eseguita nel
carnevale antecedente con tuniche e berrette rosse. Che dire di tale
avversione? che i preti, i quali distinguono col color rosso i piú alti
dignitari del lor rango, non vogliono che si adotti in cosa profana;
perché si riputarono rei di leso Papato quelli che alla cavalcata
appartenevano, e quasi tutti furono colpiti di arresto. Gli arrestati
vennero in parte trascinati in lontane carceri, rinchiusi o per meglio
dire seppelliti in orride segrete, in parte scacciati dal suolo natío ed
in perpetuo condannati all'esiglio. Molte famiglie furono cosí travolte
nella miseria e negli affanni; e non pochi giovani bene avviati nelle
arti o nelle utili discipline, si videro astretti, rimasti privi
dell'aiuto de' congiunti, di ritirarsi dall'intrapresa carriera con
sommo danno proprio, de' suoi e del paese. E chi può narrare in
dettaglio tutti i mali che allora s'inflissero alle Romagne? L'odio
contro la tirannide clericale non ebbe piú freno, s'infiltrò anche dove
non era mai penetrato, ed estendendosi diede facil modo di riempire
nella fila del Carbonarismo il vacuo avvenutovi per le sofferte
persecuzioni. Allora nel rannodarle si presero migliori cautele, e si
risolse di non dare piú ascolto alle insinuazioni dei moderati, che
tanto nocquero alla causa dell'indipendenza, coll'aver impedito che si
assalissero gli Austriaci nel loro passaggio per Napoli.--Non val meglio
morire, esclamavasi, con un'arma in mano, che marcire in un fondo di
carcere, o morire soffocato dal duro ed amaro pane dell'esiglio?»
ANTONIO RUSCONI, nato in Cento nel 1743, fatto cardinale e vescovo di
Imola da Pio VII l'8 marzo 1816, fu Legato di Ravenna dal 1820 al 1822,
poi tornò al governo spirituale della sua diocesi, dove morí nel 1825.
XI. AGOSTINO RIVAROLA, nato a Genova nel 1758 e morto in Roma nel 1842,
governatore di Roma nel 1814 e prefetto della Congregazione del
Buongoverno, promosso cardinale diacono di S. Agata alla Suburra da Pio
VII il 1º ottobre 1817, fu fatto legato -a latere- della città e
provincia di Ravenna, con breve 4 maggio 1824, nel quale si legge: «...
frattanto, per le circostanze delle cose della sopradetta provincia, e
per un enorme delitto stato commesso da non molti giorni, .... sembrando
del tutto necessario alla testa di detta provincia la presenza di
qualche persona decorata di dignità cardinalizia, e dotata di destrezza,
ingegno e prudenza nel governare, onde possa coll'aiuto delle facoltà
che Noi Le accordiamo, provvedere alla sicurezza e alla tutela degli
abitanti della provincia, adoperando validi mezzi...» Il Rivarola,
giunto a Ravenna il giorno 11 maggio, emanò subito i provvedimenti piú
restrittivi della libertà personale; i quali si possono leggere nella
ormai rara -Raccolta di tutti gli editti, notificazioni, avvisi ed altro
pubblicati dalla Legazione, Arcivescovato, Magistratura, ec. di Ravenna
dalli 10 maggio a tutto dicembre 1824- (Ravenna, stamp. Roveri, in-8º,
pp. 132). Ivi si ha (pp. 10-15)) l'editto generale del Rivarola del 19
maggio 1824, che reca al § 9 la seguente prescrizione: «Le Città, Terre
e Luoghi murati della Legazione sono tutti piú o meno illuminati, ma non
quanto basta per la vigilanza ch'esigono: perciò ordiniamo e comandiamo
che alla mezz'ora e di notte tutti individualmente, nessuno eccettuato,
portino il lume, sotto pena di essere tenuti per sospetti, ed arrestati,
e ritenuti a nostra disposizione.»--Il delitto cui accennava il papa nel
breve di nomina, era l'assassinio accaduto il 5 aprile 1824 del conte
Domenico Matteucci, direttore provinciale della polizia di Ravenna; su
che si veda la nota al cap. XX. La chiusura delle bettole (non tutte, ma
quelle sole «conosciute in Ravenna e Provincia sotto il nome di bettola
a comodo, ch'è quanto dire a trattenimenti di scioperatezza ed
intemperanza») fu ordinata con editto 12 luglio 1826 (-Raccolta- cit.,
p. 43-45).
Riguardo alle missioni, accennate dall'UCCELLINI, esse furono annunziate
per 10 giorni, a cominciare dal 24 luglio 1824, con una notificazione
dell'arcivescovo Antonio Codronchi, che le definiva «apostoliche fatiche
dei fervorosi operai, chiamati dall'ottimo e saggio Principe che ci
governa» (-Racc.- cit., p. 51); e seguí il 22 luglio un'altra
notificazione del legato Rivarola (-Racc.-, p. 53-55), che per
assicurare la felice riuscita delle missioni prescriveva la sospensione
di ogni pubblico spettacolo, la vigilanza della pubblica forza, la
chiusura delle botteghe di qualunque specie e il divieto di lasciar
entrare in chiesa i cani! Del resto chi volesse saperne di piú veda il
breve e succoso scritto dell'UCCELLINI, -I missionari del 1824 e
l'Arcivescovo Codronchi- nel -Diario Ravennate per l'a. 1879- (Ravenna,
tip. Alighieri, 1878, pp. 30-33), dove sono anche i Ricordi ironici che
i missionari divulgarono a scherno dell'onorando prelato.
XII. Del modo onde furono condotti questi processi l'UCCELLINI scrisse
anche nelle citate -Persecuzioni pol.-, pagine 12-13, e con maggiori
particolari che non siano quelli dati da L. C. FARINI, -Lo Stato romano
dall'a. 1815 al 1850-, libro I, cap. II, da F. A. GUALTERIO, -Gli ultimi
rivolgimenti italiani-, vol. I, capp. II e XVI e da C. TIVARONI,
-L'Italia durante il dominio austriaco-, vol. II, pp. 153 e segg. È
opportuno pertanto riferirne il tratto principale: «Intanto che la
Carboneria riattivavasi, s'iniziavano i processi ai detenuti cogli
elementi forniti dalle liste dei sospetti, compilate a capriccio dai
devoti del Papato; dalle indicazioni raccolte dai birri sulla condotta
degl'imputati; da alcune denunzie di malevoli, suggerite spesso da
spirito di vendetta o da altro perverso intento; tutti elementi respinti
dalle sane massime della giustizia, quando non sono avvalorati da prove;
ma di prove il Governo non faceva mai incetta nelle pendenze politiche:
accusa e pena, ecco i due estremi pei suoi giudizi. Ciò posto, il modo
di regolare i processi si trasse interamente dalle norme del Santo
Offizio, e furono queste: torturare l'imputato con cibi scarsi e
cattivi, con ferri, con carceri strette ed insalubri; poi sottoporlo ad
esame; fargli travedere un miglioramento se addiveniva a confessioni;
dargli a credere che già altri ne avevano emesse, onde si distogliesse
da una insistenza inutile; porre in opera il direttore di spirito, o
cappellano di carcere, se il primo tentativo rimaneva sterile; creare
col di lui mezzo lettere di congiunti i piú prossimi, nelle quali si
annunziassero gravi disgrazie, reclamanti la presenza del detenuto in
famiglia; dargli a sperare l'uscita di carcere ed altri benefici, se si
arrendeva; mostrargli il danno degli anatemi, in cui era incorso, ed
assicurarlo dell'assoluzione per la salute dell'anima; temperare i
rigori, se dava segno di piegarsi; porgergli ogni sorta di conforto se
cedeva, ma in guisa che ciò fosse visibile agli altri detenuti, onde
perderlo nella stima dei pertinaci e farlo servire d'eccitamento agli
incerti; accrescere la tortura, se non si riusciva a domarlo. Un altro
raggiro praticavasi dal Giudice istruttore, quando l'imputato gli
compariva innanzi pei debiti costituti. Dopo alcune interrogazioni egli
usciva, come per soddisfare ad un bisogno corporale, e lasciava nel suo
posto il sostituto. Costui alzavasi tosto con affettata premura;
chiudeva con cautela l'uscio, ed accostatosi al prevenuto, si protestava
liberalissimo; anzi dichiaravasi esso pure carbonaro; dava i segni e le
parole di convenzione; asseriva di prestar servizio alla tirannide a
solo scopo di giovare a quelli che colpiva; si offriva pronto a recare
al di fuori lettere ed incarichi ed esibivasi di dar l'occorrente per
iscrivere. In carcere pure s'introduceva presso l'inquisito un liberale
del genere del sostituto, che con accortezza cercava di ricavare quanto
al Governo premeva di sapere....»
Documento insigne di questi processi e preziosa fonte di notizie per la
storia del patriotismo romagnolo, è la famosa sentenza del cardinale
Rivarola, 31 agosto 1825, la quale, poiché ormai è piú agevole citarla
che leggerla, riproduco qui dalla stampa originale: SENTENZA |
PRONUNCIATA | -da Sua Eminenza Reverendissima- | IL SIGNOR | CARDINALE
AGOSTINO RIVAROLA | LEGATO A LATERE | DELLA CITTÀ E PROVINCIA DI RAVENNA
| Il Giorno 31 Agosto 1825. | SUGLI AFFARI POLITICI (Ravenna, Antonio
Roveri e figli, in-4º gr. di pp. 29); la riproduco fedelmente quanto
alla dicitura, salvo che i molti nomi dei condannati (perché se ne
sappia finalmente la cifra esatta) segno con numeri progressivi e
dispongo testo e nomi e punteggiatura in modo da agevolare la retta
intelligenza del documento:
SENTENZA
-Oggi 31. Agosto 1825.-
Noi AGOSTINO di Sant'Agata alla Subburra, della S. R. Chiesa
Diacono Cardinale RIVAROLA, della Città e Provincia di
Ravenna Legato -a Latere-.
Nelle Cause che vertono tra il Fisco e gl'Individui qui
sotto descritti, Carcerati, Contumaci o Assenti, Prevenuti
di Congiura contro lo Stato e di altri delitti; proposte e
discusse avanti di Noi nella qualità di Giudice per la
definizione delle Cause stesse nelle quattro Legazioni e
Delegazione d'Urbino e Pesaro, con special Breve
straordinariamente delegato dalla Santità di Nostro Signore
PAPA LEONE XII felicemente Regnante.
-Pro Tribunali sedendo-, Invocato il Santissimo Nome di Dio,
ed avuta la sola Giustizia innanzi degli occhi, in virtú
delle facoltà come sopra compartiteci, e sentito il parere
dei quattro Signori Giudici da Noi scelti a comporre la
Nostra Politico-Economico-Consultiva Congregazione,
Abbiamo emanato ed emaniamo il seguente Giudicato.
Letti e maturamente ponderati li Processi tutti della
presente Causa, inclusivamente agli Atti contumaciali per
vari dei Prevenuti prescritti ed eseguiti,
Letto il Ristretto di ciascheduno Imputato sui titoli di
Delitto particolarmente a ciascuno di essi imputati,
Esaminate le eccezioni a propria discolpa da essi addotte,
ed i documenti per loro parte fattici esibire,
Visti gli Editti di Segreteria di Stato 4 Gennaio 1739, 15
Agosto 1814, 11 detto mese 1815, 10 Agosto 1821 ed i Bandi
Generali in osservanza nelle Provincie suddette, non che le
Leggi -Julia Maiest.- e -Cornel., ff. de Sicar.-,
Avuto riguardo alle Canoniche prescrizioni e consuetudini
dei Tribunali dello Stato, nel giudizio di cui si tratta:
RITENUTO che costa pienamente dal Processo l'esistenza della
Società Massonica nei Dominii Pontificii, infausto retaggio
del cessato Regime, e che varie altre Unioni segrete dalle
leggi egualmente proscritte, conosciute sotto la
denominazione dei -Guelfi-, -Adelfi-, -Maestri-Perfetti-,
-Latinisti- sin dall'anno 1815 si aggiravano in diversi
punti dei Domini medesimi, ma specialmente annidassero in
piú città e luoghi delle Legazioni, associando ai vessilli
della Rivoluzione alcuni incauti abitanti delle medesime;
che a queste Unioni susseguisse poscia quella dei
-Carbonari-, la quale erettasi in grado di Superiorità sulle
altre, concentrò a sé i loro piani ed i loro proseliti, e
dopo avere attentato nel 1817 alla pubblica tranquillità
nelle Marche, dirigendo principalmente le sue operazioni
dalle Romagne, attese con ogni studio a propagare le sue
massime distruggitrici dell'Ordine, e ad accrescer partito e
seguaci in altre città e terre dello Stato colla diramazione
dell'altre ad essa subalterne Unioni denominate della
-Turba-, della -Siberia-, dei -Fratelli-Artisti-, del
-Dovere-, -Difensori della Patria-, -Figli di Marte-,
-Ermolaisti-, -Massoni-Riformati-, -Bersaglieri-,
-Americani-, -Illuminati-, le quali Unioni ebbero
principalmente occulta sede nelle quattro città di Cesena,
Forlí, Faenza e Ravenna ripartite in -Consigli-, in
-Vendite-, in -Sezioni-, in -Squadre-;
RITENUTO che tutte le suddette Società miravano allo
sconvolgimento dell'Ordine Sociale e d'ogni buona
Istituzione per sagrificar tutto all'ambizione, alla
vendetta, alla rapina, allo spoglio, all'immoralità d'ogni
specie ed all'irreligione, e però a questo fine rivolte, e
profittando esse dei sconvolgimenti per opera dei
-Carbonari- di Napoli e del Piemonte suscitati nel 1820 e
1821 in quelle due estreme parti d'Italia, impresero ad
organizzare una Congiura contro lo Stato, per insorgere
quindi all'opportunità in una generale rivolta, valendosi a
tal uopo dei mezzi derivanti dalla Carboneria che solo
intende al rovesciamento dei Legittimi Governi; che fu
difatti questa -Congiura- portata al conato piú prossimo,
mediante gli accordi presi tra i principali Settari
Romagnoli, i quali furono il risultamento di piú Congressi
tenuti da loro sul declinare del 1820 con principiare dal
1821 a Cesena, a Faenza, a Forlí ed in un Casino di campagna
del Conte Ruggero Gambi di Ravenna, e tutto avevano curato
di predisporre allo scoppio di una rivolta: avevan essi a
tale oggetto fatto ogni studio e diligenza onde aumentare in
tutti i luoghi delle Legazioni il numero dei congiurati con
frequenti associazioni alle Società d'individui di ogni
classe e condizione, che in quelle provincie rapidamente
l'una all'altra succedevansi; né si ommise d'imporre tasse
pagabili da ciascun settario onde provvedere ai bisogni
sociali, e furono designati appositi Cassieri a riscuoterle;
erano già stati sedotti vari Impiegati addetti agli Officii
del Governo, e piú individui nelle Milizie attive del
medesimo avevan prevaricato; le nuove cariche civili,
militari ed amministrative eransi assegnate; stampati
proclami incendiari; pronunciato sul piano di rivolta; per
ben due volte fissato il giorno agli orrori dell'anarchia;
avvisati i Settari tutti onde fossero pronti allo scoppiare
della Rivoluzione stoltamente progettata e preparata;
distribuite loro armi e munizioni in antecedenza apprestate;
decretato il rubamento e la manumissione delle pubbliche
Casse, l'eccidio delle piú oneste persone, e approntato
quant'altro agevolar potesse l'esecuzione dell'immaginata
rivolta; e se queste disposizioni non sortirono il loro
pieno effetto, ciò fu solo per circostanze del tutto
estranee all'intenzioni dei Congiurati, che nello zelo e
fedeltà dei buoni Sudditi ben dovettero scorgere un
invincibile ostacolo ai pravi loro disegni;
RITENUTO che costa pure che come mezzi preparatorii
all'esposto fine, onde alienare lo spirito pubblico dal suo
legittimo Governo, piú fogli anonimi periodici insultanti la
dignità e giustizia del medesimo, o de' suoi Rappresentanti,
si fecero circolare per le Romagne e specialmente nella
città di Forlí; che piú tumulti anche con resistenza alla
pubblica forza, piú complotti e conventicole di faziosi, piú
insulti e minaccie con scritti e fatti, vari ferimenti,
omicidi o appensati o proditorii caduti a danno di onesti
cittadini si riprodussero in quegli anni malaugurati in piú
luoghi delle Legazioni, o in odio di parte o per fatto dei
Settari, volti col loro criminoso procedere ad allontanare
ogni ostacolo, tentando di sgomentare i buoni con misteriosi
delitti nella quasi certezza di rimanere impuniti per lo
spavento dei loro pugnali e per le -coartate-
artificiosamente preordinate o prima o dopo il fatto col
favore dei loro aderenti; che tutte le cose -in fatto-, come
sopra eseguite e dedotte, oltre i fatti notorii, la pubblica
voce ed opinione, le deposizioni testimoniali, l'esistenza
di piú corpi di delitto, gl'indizi e legali congetture, sono
pure constatate in Processo da piú rivelamenti spontanei di
Individui appartenenti alle stesse Segrete Unioni,
dall'Impunità di altri di essi e dalle Confessioni in -caput
prop.- d'irreflessibile numero di correi, e tra questi di
vari Capi congiurati, giuridicamente negli atti ricevute in
diversi luoghi e tempi, ma concordi tra loro e
simultaneamente verificate;
RITENUTO poi che il Conte Giacomo Laderchi di Faenza, già
Vice-Prefetto sotto il cessato Regime Italico, Carcerato, si
è reso in -cap. prop.- confesso di pertinenza in gradi
elevati a piú Sètte, ed in particolare alla Guelfia, alla
Massonica ed a quella dei Carbonari; di avere procurato e
fatto in effetto eseguire la propagazione delle medesime
nelle Legazioni, operando in concorso di altri principali
Settari che fosse stabilito a Faenza un Consiglio Guelfo ed
una Vendita Carbonica e susseguentemente che si riaprissero
anche le Loggie e Templi Massonici; di essere intervenuto e
di avere assistito a piú Recezioni massoniche e carboniche,
a piú Adunanze e Congressi di congiurati a Faenza nella
propria sua abitazione ed in quella dei consettari Giuseppe
Benedetti e Carlo Villa, a Cesena nella casa dell'ex
ufficiale Sante Montesi e nel Casino di Luigi Bassetti, a
Forlí in casa del conte Orselli e di Scipione Casali e nel
Casino di campagna del conte Ruggero Gamba di Ravenna per
discutere sui piani della rivolta e stabilire il giorno alla
esplosione della medesima; di avere assunto il grado di uno
dei quattro Membri del cosí detto -Consiglio Superiore
Carbonico- nelle Romagne insieme al nominato conte Orselli,
a Vincenzo Gallina di Ravenna, a Mauro Zamboni di Cesena; di
essersi mantenuto in stretta relazione con tutti i
principali Settari delle Legazioni e con vari altri anche di
estero Stato; confessione che in seguito maliziosamente
tentò di ritrattare, senza però addurre o giustificare
alcuna causa di errore, rimanendo invece una tal confessione
pienamente verificata dal concorso di legali prove, indizi e
congetture ed in particolare da piú manifestazioni spontanee
di piú Consettari e dall'incolpazione di vari altri di essi
ammessi al beneficio dell'Impunità ed infine dalle
confessioni in capo proprio di piú correi e capi della Sètta
e congiura sostanzialmente verificate;
che Onofrio sedicente Luigi Zuboli nativo di Ravenna, già
fornitore carcerario a Bologna, ora domiciliato a Forlí,
carcerato, è convinto della stessa pertinenza in grado
superiore a piú segrete Società, ma particolarmente alla
Carboneria e Massoneria; di avere cooperato alla
propagazione in Bologna della prima ed alla riforma della
seconda, facendo che si riaprissero anche in quella città i
Templi Massonici; di avere tenuto una corrispondenza colle
principali Vendite Carboniche delle Romagne e con altri Capi
Carbonari delle Legazioni per l'effetto della rivolta;
d'intervento a piú Unioni e Congressi con altri Carbonari a
Bologna e Forlí per l'effetto stesso; di aver dato accesso e
comodo per le riunioni stesse nella propria abitazione; di
avere nel tempo della guerra tra i Costituzionali di Napoli
e gli Eserciti Imperiali eccitati i Carbonari delle Romagne
perché irrompessero in una generale rivolta contro il
legittimo Governo, promettendo ai medesimi l'appoggio dei
settari bolognesi, dei quali egli spacciavasi alla testa;
che Gaetano del fu Giovanni Baldi di Faenza, ufficiale
pensionato della disciolta Armata italiana, carcerato,
rimase convinto di appartenere anch'egli alla Carboneria ed
all'altra Unione degl'Illuminati, essendo segretario della
Vendita; di piena intelligenza e cooperazione con gli altri
soci nei propositi e piani di congiura; d'intervento a piú
recezioni settarie seguite nel 1820 e 1821 a Faenza; di
direzione nei complotti e conventicole notturne dei faziosi
di quella città; -urgentemente- indiziato di correità
nell'omicidio premeditato seguito in odio di partiti a
Faenza per fatto di una conventicola armata di faziosi sulla
pubblica strada del Corso la sera del 29 decembre 1820
mediante esplosione di piú armi da fuoco, a danno del
vetturino Sante Bertazzoli detto -Santetto della Posta-;
che Vincenzo Succi, negoziante di Faenza, contumace,
convinto Carbonaro, di aver dopo gli arresti ed esili del
luglio 1821 seguiti a Faenza di piú Carbonari, occupato il
grado di -Reggente-, conservando presso di sé li Statuti,
arredi ed Emblemi Carbonici, nel qual grado mantenne
continuamente viva l'effervescenza ed il partito, ascrivendo
nuovi proseliti alla Sètta; di avere nella qualifica stessa
-mandato- l'omicidio di Francesco Gamberini, figlio del già
Gonfaloniere di Castel Bolognese per esser questi in voce
presso i settari d'essersi ritirato dalla società; e questo
omicidio fu consumato nella anzidetta terra di Castel
Bolognese nella casa del medesimo Gamberini, con qualità
anche di prodizione, per opera del settario contumace Pietro
Barbieri la sera del 2 aprile 1822 mediante esplosione
d'arme da fuoco;
che il nominato Pietro Barbieri soprachiamato -Civilino- di
Castel Bolognese, scrittore e musicante, contumace, oltre
esser convinto di appartenere alla Sètta, è provato che
istigasse non senza effetto piú individui acciocché si
ascrivessero alla medesima, che assistesse a varie
recezioni, che avesse piena conoscenza e che cooperasse alla
congiura, non che di aver mantenuta stretta relazione con i
principali settari di Faenza, è rimasto anche gravato in
complicità dell'altro settario contumace Marco Pezzi di
appensata esplosione notturna d'arme da fuoco per spirito di
parte contro il custode carcerario di quella terra Giuseppe
Gentilini; è convinto qual autore principale dell'omicidio
proditorio di Francesco Gamberini; indiziato anche
gravemente di complicità nell'avvelenamento di alcuni
biscottini fatti appositamente preparare nel caffè detto
della Speranza di Faenza e da lui col mezzo di altro
settario propinati all'ucciso la stessa sera poco prima
-
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