due pagnotte--l'una si dà nel mattino, l'altra nel dopo pranzo, onde non siano divorate ad un tratto. La metà della prima serve di colazione, e dispare fra le fauci del carcerato senza che uno se ne accorga--l'altra metà è fatta a pezzi, ed immersa verso mezzo giorno nella minestra, che per la sua pessima qualità ha il nome di -sbobla-. La seconda serve di cena, e se il carcerato possiede qualche soldo per comprarsi un poco di companatico o di vino, la smaltisce alquanto bene, se no gli tocca di far tanto d'occhi per ingoiarla. Dieci anni addietro tenevasi conto della differenza che passa tra il reo provato e il semplice accusato, cioè tra il detenuto di larga e quello di segreta, al quale compartivasi carne, minestra nel brodo, vino ed altro, perché il carcerato prima della definizione della causa a cui era sottomesso si considerava senza colpa. Ora il trattamento è eguale per tutti, e s'infliggono le pene della colpa avanti che si verifichi--ecco un progresso dovuto al costituzionalismo, non ancora rimarcato. Dai brevi colloqui avuti coi camerati, desunsi che erano braccianti di campagna, capi di famiglia, e sottoposti a processo per gravi accuse di reati comuni. Per evitare che sfogassero la smania, propria dei carcerati, di esporre i fatti che li riguardavano, li tenni a bada con interrogazioni sulla condotta dei custodi, sugli usi del luogo, e sui lavori che eseguivano con perlette di vetro, mostrando ansietà di occuparmene io pure--poi rinvenuti vari pezzi di carta a stampa, che avevano servito d'inviluppo, mi posi a leggerli ed a rileggerli sin che si recò la -sbobla-, la quale valse a distrarci alquanto--poi giunse il mio pranzo che in gran parte si divisero--e poco dopo fui trasferito nel numero 20. Ma non li lasciai all'asciutto, cioè senza pagar loro da bere, tributo sanzionato dalle costumanze carcerarie, da cui niuno può esimersi dall'osservare. La mia partenza gli afflisse oltremodo, perché riputandomi provveduto di ampi mezzi speravano che io fossi loro di conforto. In carcere regna sempre un perfetto comunismo. La nuova camera era un paradiso in confronto della prima--grande, ariosa, e quel che piú importa, occupata da persone piú omogenee, fra le quali trovai alcuno di mia conoscenza--perciò lo spirito, sbarazzatosi dalla tortura morale che nasce dal contatto di gente d'indole e di abitudini diverse, provò un allievamento sensibile, che influí anche sullo stomaco in modo da suscitarmi un buon appetito, che estinsi mangiando soavemente a cena coi camerati--poi fumato uno zigaretto mi stesi sul letto, e dormii sino a che mi vennero a dire verso le cinque del mattino: --Si alzi--a momenti si parte. --Per dove? Niuno rispose. Disceso nella camera d'ufficio del capo mi vidi in presenza di cinque individui, quasi tutti a me ignoti, sebbene fossero di Ravenna--e dovei chiedere ad ognuno nome e professione per sapere con chi mi accumunava. Ad uno di loro, un certo Casadio, dissi: --Scusate--mi pare di avervi ravvisato piú volte fra i becchini. --Non s'inganna punto--io sono addetto dappoi vari anni al loro consorzio. --Fortuna, ripresi ridendo, che non siamo superstiziosi, altrimenti la vostra compagnia ci sarebbe di cattivo augurio. Io aveva sperato di trarre dalla condizione degli arrestati un lume idoneo a mostrarmi il motivo del mio arresto--invece mi s'imbrogliarono maggiormente le idee, trovandomi con uomini estranei, con cui non ebbi mai alcuna relazione, ed alieni affatto, teoricamente parlando, alla politica. Intanto che io m'intratteneva con essi, giunsero i carabinieri. Prima lor cura fu di ammanettarli a due a due ad uso dei pollastri che si conducono a vendere in piazza. Io aveva già ravvolto all'insú le maniche del mio abito, e teneva i polsi l'un presso l'altro per ricevere degnamente il caro arnese, le manette, con cui aveva già contratto una piena confidenza. Ma fui lasciato sciolto, beneficio che avrei volentieri respinto, se avessi creduto che i condottieri della corrispondenza fossero stati in facoltà d'innovare gli ordini avuti. Dalla piazza si andò a piedi alla stazione della ferrovia--io me ne stava alla coda del drappello come una cornacchia spennacchiata--in ogni angolo delle strade s'incontravano carabinieri e poliziotti--saggia precauzione. Appena arrivati al posto ci fecero salire sopra una vettura a celle. Nell'estate queste celle sono molto angosciose, perché hanno uno stretto pertugio, insufficiente a dar adito al volume d'aria, di cui si ha d'uopo per mitigare la intensità del caldo, che in esse si concentra--e due dei carcerati, Balella e Casadio, dopo breve tragitto, caddero in deliquio tale che occorse di farli venire, per oltre un quarto d'ora, sul davanti della vettura, ove si riebbero. A me si accordò il vantaggio di occupare la prima cella, di cui si tenne lo sportello aperto. A Castel Bolognese fummo acquartierati, in attesa dell'arrivo del convoglio, nel passaggio della sala della stazione--e guardati a vista dai carabinieri, rinforzati da quelli del paese. Si accorreva da ogni parte per vederci. Mi parve che io attirassi piú degli altri gli sguardi dei curiosi--ed intesi queste parole: --Povero vecchio! e quando cesseranno di tormentarlo? Poco dopo si fece innanzi A. F. nostro, concittadino, e col permesso de' nostri Angeli Custodi ci favorí una buona colazione al caffé col latte--ed a me porse qualche denaro. Alla stazione di Bologna invano si attesero dei veicoli di trasporto, e fummo costretti di andare a piedi dapprima a San Giovanni in Monte--poscia a Sant'Ignazio, ove ci lasciarono. Abbattuto dal caldo ed affaticato dalle lunghe girate sofferte, non poteva piú reggermi in piedi, e mi vollero piú ore di riposo per rinfrancarmi. Ivi sapemmo che gli altri ravegnani, prima di noi arrestati, erano stati trattenuti nello stesso locale per congiungerli a noi, e fare una sola spedizione per Alessandria, la quale si effettuò in capo a due giorni, scorsi fra gente di galera e come essi trattati. Prima di giungere al luogo assegnatoci, ci toccò passare altri due giorni in Parma, dentro prigioni peggiori dei porcili, fornite di sacchi non sporchi, ma anneriti dal sudiciume, pieni di pulci e di altri nauseanti insetti.--Non si creda però che un sí tristo procedere ci sconcertasse--anzi piú che s'imperversava nell'opprimerci e piú cresceva in noi l'allegria per l'effetto di quel buon umore che inspira una coscienza senza macchia. Mi sovviene che nel trasportarci da Parma ad Alessandria, il brigadiere di condotta, uomo impetuoso nell'esercizio delle sue birresche funzioni, mi strinse in modo le manette che mi indusse a dirgli: --Le allenti un poco se è possibile--vede bene che io sono vecchio.... Egli mi guardò sorridendo, e diede un giro all'ingiú alla vite. --Bravo, esclamai come se fossi stato esaudito--cosí va bene. Quegli che era con me ammanettato, un certo Antonio Castellini, giovane di nobili sensi, si fece rosso in volto per la rabbia; e non so quali contumelie gli avrebbe vomitato contro, se non gli avessi fatto un segno imperativo d'imitarmi. Io aveva soggiaciuto a vari arresti in tempi calamitosi, quando l'assolutismo vigeva imperioso. Il titolo politico da cui nascevano, soleva eccitare alle sevizie coloro che gli eseguivano, perché piú angariavano e deprimevano chi il Governo avversava piú si rendevano degni di onori e di premi. Eppure mai mi avvenne un atto sí crudele--mai vidi derisa la voce della umanità con tanto spregio. Un'altra prova di durezza d'animo ci offerse nel tragitto da Alessandria a Bormida il brigadiere a cui fummo consegnati--ed ecco come. Alla stazione di Alessandria si fecero venire pel nostro trasporto nel Forte di Bormida due vetture a celle; ma le celle non corrispondevano al numero dei carcerati. --Che importa? disse il brigadiere--che una cella serva per due, ed anche per tre se occorre. E con spinte e con urti senza levarci le manette ci chiuse dentro a chiave. Qual supplizio fosse quello di stare rannicchiati in quei buchi senza uno spiro d'aria, con un caldo insopportabile, non vi sono parole adeguate ad esprimerlo. Il buon Castellini mi cedé il suo sedile--e dovendo restare in piedi abbassava quanto poteva il braccio aggravato col mio dalle manette, affinché non mi rodessero l'osso del polso. Ma ogni sforzo di sollievo tornava vano, e bisognava tribolare per ogni verso. --È un prodigio, diceva io, se non restiamo qui oggi soffocati--ho provato spesso i tormenti che l'assolutismo sa tanto bene infliggere--mai ne ho provato uno eguale. Poco dopo s'intese a gridare: --Brigadiere! fate fermare la vettura--uno de' nostri è caduto in grave svenimento--non dà piú segno di vita--aiuto per carità. Sapete qual fu la risposta del brigadiere? --Che crepino quanti sono--una ciurma di malfattori di meno. Era l'amico Antonio Acquacalda che sensibile piú degli altri alla impressione del caldo, ed alla mancanza d'aria, aveva perduto i sensi. Ma la fortuna volle che si arrivasse presto a Bormida.--Quando egli discese gli parve che si fosse in lui rinnovato il miracolo di Lazzaro. Quasi nel mezzo del Forte di Bormida s'innalza un edificio a due piani con due piccole ali ai fianchi--ogni piano conta undici cameroni--nello spazio di uno di essi havvi l'ingresso--ogni camerone può contenere sedici letti--ognuno riceve la luce da un'ampia finestra guarnita di doppia inferriata, libera al di fuori dei soliti tamburi, e riparata nell'interno da' cristalli--i pavimenti sono a terrazzo, e la soffitta a volta--lungo la pareti esistono tavole infisse al muro che servono per deporvi panni, vasi ed altro--nell'estate sono altrettanti covaccioli di cimici--sino al nostro arrivo furono occupati da militari. Le camere delle due ali del fabbricato sono anguste, assegnate ai custodi ed agl'impiegati dello stabilimento. I cameroni si trovano di facciata l'uno all'altro, separati da un corridoio di passaggio, e difesi sul davanti da un cancello di legno, costruito di grossi travicelli, proprio alla forma delle gabbie degli animali feroci, colla sola differenza che in queste le sbarre sono di ferro--cosicché il carcerato resta sempre in vista di chi transita pel corridoio, e di chi vi stanzia, cioè delle sentinelle e delle guardie del carcere, le quali solevano tenerci gli occhi addosso di continuo per vedere se dal mover delle labbra potevano arguire il senso de' nostri discorsi, e se dai gesti, dagli sguardi e da ogni altro movimento riusciva loro di ricavare qualche cosa che giovasse al Fisco--ed è ciò che costituisce una vera tortura morale, e vi accerto che è dolorosa. L'interno del luogo è vegliato da un capo e da alcune guardie subalterne--quella di servizio non abbandona mai il corridoio.--La custodia dell'esterno è affidata a mezza compagnia di linea, comandata da un ufficiale. Alla tortura morale aggiungevasi la materiale, ed ecco in che modo.--L'unica ora di conforto in prigione è quella che si passa dormendo--ebbene le sentinelle e le guardie si prendevano il gusto di destarci quando ci vedevano immersi nel sonno, ponendosi a chiacchierare ad alta voce tra loro, o passeggiando con rumore su e giú pel corridoio, o battendo in terra il calcio del fucile, o scuotendo le chiavi, o aprendo e chiudendo con fracasso le porte.--Un altro rompitesta ci veniva anche dall'esterno per le spaventevoli grida «all'erta» che le sentinelle ripetevansi a vicenda--e perché ci colpissero bene le orecchie si avvicinavano piú che potevano alle finestre, quand'era l'ora di mandarle fuori. Il vitto consisteva in una minestra e in due pagnotte; ossia era eguale a quello che si somministra ai galeotti--. Le pagnotte erano sempre fresche e buone; ma la minestra, se non salvavasi dalla broda in cui giacevasi annegata e se non condivasi con un poco di burro e formaggio, non potevasi ingoiare. Il valore del denaro poi a Bormida pel carcerato era sempre in ribasso come i fondi italiani alla Borsa di Parigi--una lira spendevasi tutto al piú pel terzo del suo costo--né valsero reclami, litigi, ed istanze per mettere in dovere lo spenditore o cantiniere, la di cui avidità non aveva limiti. Il Forte di Bormida, lontano tre chilometri da Alessandria, isolato, doveva essere provveduto di un medico permanente e di una farmacia, specialmente quando nell'agosto vi si trasferirono i ravegnani detenuti in Pinarolo, i quali allora ascesero sino al numero di quaranta. Era un provvedimento suggerito dal piú semplice senso di umanità, a fine di essere in grado di porgere pronti soccorsi a chi fosse caduto in qualche sconcerto fisico: lo che facilmente succede nelle comunanze ove trovasi gente diversa per età, per temperamento e per abitudini. Ma invece la visita del medico ottenevasi per lo meno 24 ore dopo l'ordinazione, ed un eguale spazio di tempo scorreva prima di avere i medicinali--ed in quarant'otto ore anche una lieve costipazione poteva divenire una infiammazione di petto, valevole a gettare uno nel numero dei piú. Avventurosamente a pochi e leggieri sconcerti soggiacemmo--uno solo di entità afflisse Ugo Leonardi, affetto di malattia al cuore--egli cadde in uno stato veramente compassionevole, e deperiva a colpo d'occhio. Sovente passava la notte alzato, seduto sopra un'asse della lettiera, non potendo, per l'affanno che lo opprimeva, tenersi sul duro sacco, che ci provvedevano per dormire. Egli sentiva estremo bisogno di respirare un poco d'aria fresca--ma chi osava aprire la finestra di notte, ben sapendo che le sentinelle di fuori e di dentro avevano ordine di farci fuoco addosso, anche di giorno, se ad essa avvicinati di troppo non si fosse obbedito alla prima intimazione di allontanarsene? Infine il Leonardi, anche da noi eccitato, dovè risolversi a consultare il medico del Forte sulla malattia che lo vessava, colla intenzione, constatata che fosse da regolare documento, di chiedere alle Autorità competenti una traslocazione nelle carceri del proprio paese, ove favorito dall'aria nativa poteva conseguire sensibili miglioramenti. Il medico si prestò all'invito, ma con aria imperiosa, disdicevole alla filantropica professione che esercitava--e ciò fu un tristo preludio alle mire dell'ammalato. Difatti egli non volle in niun conto ammettere il male espostogli, malgrado che gli si facesse conoscere di essere stato appieno verificato dai medici primari di Ravenna--anzi siffatte asserzioni lo inacerbirono, ritenendo forse che si affacciassero a solo fine di accusarlo d'imperizia--e per indurlo ad una seconda visita piú accurata della prima, si ebbe bisogno di ricorrere alla regia Procura di Alessandria. Né si arrese per vecchio vizio di caparbietà di certo prodotto da presunzione, onde il Leonardi per giustificarsi, e per riuscire nell'intento di una traslocazione, fecesi trasmettere da Ravenna i certificati, in forma autentica, dei professori Sancasciani e Montanari, comprovanti il morbo nel senso manifestato. Ma la regia Procura dichiarò che era in obbligo di rigettarli, perché riconosceva per valide solamente le attestazioni del medico curante del luogo--cosí erasi tra l'incudine ed il martello. Intanto a forza di esami e contro esami giudiziali, di ricerche e d'investigazioni il Fisco dovè convincersi che i carcerati di Bormida non avevano neppur l'ombra di reato comune. Ma si accorse però che erano infetti di radicalismo o di democrazia pura, e fu chi pose in opera ogni sforzo per levar loro da dosso sí trista infezione--fra i mezzi adottati all'uopo è da notarsi l'invio a Bormida di alcuni grassi beccafichi del Signore, che distribuirono ai detenuti libriccini di preghiere, ed ispiraron loro con edificanti parole le massime che sono da professarsi per non incorrere mai in disgrazie. Qual fosse l'esito della loro missione ognuno lo può da sé prevedere senza bisogno di addurlo: ed intanto che altro concertavasi per convertirci, si dispose di ricondurci nelle carceri de' nostri paesi per indi riavere quella libertà che niuno doveva toglierci, se si fossero rispettati i retti dettami della Giustizia. Ma prima di chiudere il racconto convien parlare degli esami a cui soggiacqui, iniziati non già nel termine di 24 ore come la legge prescrive, bensí quasi dopo un mese di carcere. Dalle prime interrogazioni direttemi dal Giudice Istruttore compresi che il mio arresto, e quello de' miei colleghi, fu promosso dall'omicidio del Procurator regio Avv. Cappa. Mi accorsi egualmente che volevasi attribuire al fatto un colore meramente politico--e allora dissi fra me: --Non è da stupire se l'Unione democratica è presa di mira in sí trista faccenda. E conobbi benissimo che si agiva dietro l'impulso di persone influenti del paese, le quali avevano già tessute con nere fila la biografia dei cittadini che la compongono--quindi consideravasi come un nido di sediziosi e come un continuo fomite di disturbi--e posso dire che chiari mi apparirono gli artifizi usati a danno della medesima. In causa pertanto dei rapporti di chi tanto la avversava, il Giudice insisteva a dirmi: --Che la nostra Unione democratica in apparenza mostrava rette tendenze, ma che occultava perversi disegni, e volle che gli precisassi il senso della parola -miglioramento sociale-, da me usata nel precedente esame--poi pretendeva che io gli porgessi il nome di tutti i soci. A tutto ciò risposi che la Unione democratica ravennate erasi instituita per mettere in accordo i liberali del 59 con quelli del 49--che non aveva altri intenti che quelli determinati dal suo statuto, resi di pubblica ragione colla stampa--che la espressione -miglioramento sociale- spiegavasi da sé, né potendo denotare -cambiamento- non doveva essere di pregiudizio a chicchessia--e che la Società avendo sempre agito alla scoperta, senza alcun mistero, era pienamente nota alla polizia, a cui poteva rivolgersi per ottenere la lista di coloro che la costituivano. In seguito il Giudice mi domandò se io conosceva il giovane Giulio Berghinzoni--se apparteneva alla Unione democratica--e quali relazioni io aveva con lui. Subito mi avvidi che il povero Giulio compariva nel processo con serii aggravi--anzi dallo spirito delle inchieste mi parve di ravvisare che si volesse ritenere come mandatario nell'omicidio accennato.--Io risposi senza esitare che conosceva il Berghinzoni--che era addetto alla ricordata Unione--che io non aveva con lui alcuna relazione, perché come giovane frequentava luoghi e persone a me vecchio interamente estranei. Aggiunsi che in Società non godeva alcun grado--che di rado interveniva alle adunanze--e che stava perciò per essere rimosso dalla medesima--la qual cosa giovava ad escludere quegli eccitamenti che ritenevansi venirgli dalla Società stessa. Tutti gli esami subiti dagli altri detenuti furono modulati sul mio--perciò mi astengo di darne contezza. Non posso però esimermi dal riferire quello sostenuto dal vecchio Berghinzoni, padre del ricordato Giulio. Dopo varie domande gli si chiese se apparteneva alla Società democratica del suo paese, la quale si onora di avere a preside, disse il Giudice con aria derisoria, l'apostolo Giuseppe Mazzini. --Io non so nulla né di democratica, né di filodrammatica--né di Mazzini, né di Mazzoni--io appartengo ad una Società che ha dei nomi che meglio si capiscono. --E quale è la Società a cui siete addetto? disse il Giudice con quella curiosità che è propria di chi crede di essere oramai sul punto di rinvenire qualche cosa che lo appaghi. --È la Società, rispose Berghinzoni, o per meglio dire, la pia Unione della Mercede. --E quale è il suo programma? --Eccolo--e trasse fuori un lungo rosario, oggetto insequestrabile--perciò gli era rimasto in tasca--e per spiegarsi piú chiaramente aggiunse che era una istituzione santa creata nello scopo di procurare la salute eterna dell'anima. Con due brevi interrogatori a ciascuno diedesi compimento al processo--e sebbene si fosse cominciato tardi, in capo a due mesi potevasi benissimo sbrigare la nostra causa. Ma ne erano scorsi piú di quattro senza risultato. Alla fine poco dopo la metà di ottobre con tre spedizioni successive si sgombrò il Forte--la prima di dodici detenuti, fra i quali io era compreso, venne diretta alle carceri di Ravenna--le altre due in quelle di Lugo e Faenza. Nel ritorno fummo trattati come nell'andata, cioè incassati nelle celle, stretti dalle manette, e gettati negli stabiali che chiamansi camere della corrispondenza. Si fece però nel retrocedere una fermata di piú, la quale ebbe luogo nelle prigioni di Castel Bolognese, ove pernottammo. La benevolenza degli amici di quel paesetto, dimostrataci con atti i piú cortesi, ci confortò di tutte le angosce sino allora sofferte. Altra splendida prova di amore ci porsero i nostri cittadini nel giungere tra loro--essi vennero in folla ad assistere alla nostra discesa nella stazione della ferrovia, esprimendoci i sensi della piú sincera esultanza nel rivederci, e stringendoci la mano con inesprimibile tenerezza--cosí energicamente protestavasi contro le ingiurie usateci--cosí dimostravasi col fatto «che le prigionie arbitrarie sono, come dice Lamartine, corone civiche per gli uomini dabbene.» Dalla stazione fummo condotti in -omnibus- alle carceri, ed ivi tenuti sino al 5 novembre, nel qual giorno ci fu concesso di rientrare nel seno delle nostre desolate famiglie. Questa relazione scritta alla buona, senz'astio e senza offesa, è per coloro che decantano ancora le gioie del sistema che ci regge, affinché possano trarre dei fatti quelle verità che la passione loro occulta. Sappiano bene «che non v'è Nazione senza il rispetto alla libertà individuale--che essa è la base di tutte le libertà e di tutti i diritti--e se la base non è solida tutto si sfascia. E sventuratamente piú noi gridiamo, piú gli agenti dell'Autorità sembrano compiacersi nel calpestare questa libertà tanto necessaria.» P. UCCELLINI. ANNOTAZIONI. I. La -Biografia- dell'UCCELLINI, cit. nella prefazione, indica il 9 giugno come giorno della sua nascita; ma la vera data è il 9 gennaio 1804, come confermano i registri battesimali. Madre dell'autore fu CHIARA RASI. II. LUIGI UCCELLINI, padre dell'autore, fu nel 1797-99 tra i piú ferventi giacobini di Ravenna e nella protesta di Ruggero Gamba Ghiselli presentata al Corpo legislativo Cisalpino (cfr. cap. XXVIII), si sottoscrisse con queste enfatiche parole: -Luigi Uccellini vuol vivere e morir libero, pria che i cospiratori atterrino la Costituzione-; onde poi nelle note di proscrizione formate dai reazionari al venire degli Austro-russi fu cosí descritto: «Costui è nel numero dei piú scelerati; è in quelli che atterrarono le Croci e vilipesero le sacre immagini; continuo bestemmiatore; ateista, o deista; nemico acerrimo de' Principi; avendo ancora commesse le ultime e somme oscenità avanti le monache di S. Caterina in Cesena; ha pure costui sovvertita molta gioventú, e specialmente tutta la famiglia del sig. Giovanni Fava, cioè tutti li suoi, maschi e femmine». In un suo memoriale del 1807 Luigi Uccellini scriveva di sé: «... All'apparire del nuovo ordine di cose in questo Dipartimento, io fui uno di quelli, che mi distinsi tra i primi per il sincero attaccamento, e fu tale la mia condotta, che passato il primo triennio, e non avendo avuto tempo di sottrarmi dalle sante zanne dei reggenti austriaci imperiali, fui nella stessa mia patria per il solo titolo di supposto giacobinismo condannato alli 9 giugno 1800 alli ferri per 10 anni, dopo sette mesi di orribile carcere. Liberato dai ceppi, ritornato il nuovo sistema, avvicinai sempre diverse Autorità; e siccome la mia professione di compositore tipografo mi somministrava scarsi mezzi di vivere, cercai impiego, ed ottenni quello di commesso protocollista nella sezione di polizia, con approvazione particolare di Governo, nel qual impiego rimasi sino a che le sezioni di polizia cessarono di appartenere alle municipalità... Per ben due volte sono stato ufficiale municipale ai registri civili, in tempo che vennero sospesi chi ne faceano le funzioni... Nella difficile impresa della coscrizione io venni scelto delegato in diverse ville, ed il Consiglio distrettuale encomiò in modo lusinghiero per me i miei portamenti, giacché ebbi la soddisfazione di persuadere con la voce non piccolo numero di gioventú contadina, che meco volontaria si prestò alla legge. L'amministrazione municipale mi onorò pure con eguale titolo per la formazione dei ruoli generali della città e borghi: operazione laboriosa, che di concerto coi signori parrochi fu da me compita; operazione che mi venne affidata, attese le locali mie cognizioni. L'amministrazione, da me pure lodevolmente tenuta, del Forno normale, interesse di qualche rilevanza, è degna pure di menzione, e ne presento il certificato dei conduttori pubblici. Non parlo del costante mio servizio nella Guardia nazionale fino dai primi momenti della sua istituzione; dirò solo che non dal voto di una Autorità, ma da quello d'un'intera scelta compagnia fui nominato primo tenente de' Cacciatori, e poscia per disposizione municipale, membro del Consiglio di disciplina. Della mia condotta politica niuna Autorità ha mai potuto dubitare, e sono sempre stato considerato per uno dei piú sostenitori, in patria, del presente sistema...». Questi servigi e queste benemerenze non valsero a persuadere la Direzione generale della polizia del Regno italico, la quale giudicando l'Uccellini -improprio a ben coprire le incombenze di una magistratura di polizia- revocò l'incarico di Ispettore di polizia in Ravenna, conferitogli nel gennaio 1807 dal commissario d'alta polizia nel dipartimento del Rubicone, Antonio Mulazzani. Tornò quindi al piú modesto ufficio di commesso municipale, che tenne sino alla morte, dalla quale fu colto nell'età di 62 anni nel 1834--Il fatto dell'atterramento delle Croci, che commosse le anime pie dei buoni ravennati, non fu dopo la battaglia di Marengo, come credette l'autore, ma nel tempo della prima occupazione francese, e precisamente una notte del mese di aprile 1798: per quel fatto furono arrestati il municipalista Tommaso Lovatelli, gli ufficiali e graduati della Guardia nazionale Giuseppe Severi, Domenico Montanari, Andrea Garavini, Antonio Casoni e inoltre Luigi Uccellini, Battista Pio e Gaspare Collina; ma il 20 aprile giunse da Milano l'ordine di annullare il processo, e gli arrestati furono rimessi in libertà (P. RAISI, -Giorn. di Ravenna-, ms. nella Classense). III. I maestri dell'autore qui ricordati dovevano essere insegnanti privati; certo i loro nomi non si trovano tra quelli delle scuole annesse al Collegio, delle quali sta tessendo la storia il prof. P. Amaducci. IV. GIUSEPPE ZALAMELLA, eccellente avvocato romagnolo e buon patriota, fu fatto professore di giurisprudenza nelle scuole del Liceo-convitto, istituito in Ravenna per decreto del viceré Eugenio 21 marzo 1809, in luogo dell'antico Collegio dei Nobili; e tenne quell'insegnamento anche dopo la restaurazione del Governo pontificio sino al 1820. Lasciati gli studi l'autore ebbe un modesto impiego di commesso nell'ufficio del Registro, sotto il proposto Filippo Spallazzi: in quest'ufficio ebbe compagno Giulio Fanti, che si legò all'Uccellini d'amicizia fraterna, ne sposò la sorella Reparata, e sovvenne lui e la famiglia nel tempo della prigionia e dell'esilio. V. Questo e i seguenti capitoli sulla Carboneria meriterebbero una diffusa illustrazione; ma passo oltre per non ingrossar di troppo il volumetto. Solamente accennerò che a queste pagine sarebbero opportuno riscontro quelle che l'UCCELLINI pubblicò nel -Diario Ravennate per l'a. bisestile 1864- (Ravenna, tip. Nazionale, 1863), pp. 7-17, col titolo di -Persecuzioni politiche 1821-1825-; e che se ne giovò opportunamente E. MASI per il suo studio sui -Cospiratori in Romagna dal 1815 al 1859- (Bologna, Zanichelli, 1891). VI. LUIGI GHETTI, qui ricordato, era un sensale che curava gli affari di una sorella, maritata in Dragoni, proprietaria di una pila da riso nel suburbio di Ravenna: favoreggiatore dei liberali, fu intorno al 1850 economo delle Accademie filodrammatica e filarmonica; e caduto in povertà, visse sussidiato dai signori ravennati fin verso il 1875. Piú nobile figura è quella di ANDREA GARAVINI, introduttore e capo in Ravenna della Carboneria: nato verso il 1775, esercitò l'arte del fabbro, e con la schiettezza dell'animo e la rettitudine della vita si rese familiare a molte persone di piú agiata condizione, tra le quali cominciavano a diffondersi idee liberali; prima ancora della prima venuta dei Francesi in Romagna nel 1796, ebbe a soffrire persecuzioni e fu costretto ad allontanarsi dalla patria, dove poi nel triennio della Cisalpina fu tra i piú caldi sostenitori delle idee democratiche: -Andrea Garavini chiede vendetta contro li cospiratori-; cosí è sottoscritto nella protesta del Gamba Ghiselli. Fuggí da Ravenna alla venuta degli Austriaci nel '99 e riparò in Ancona, donde il generale Monnier negli ultimi tempi della memorabile difesa (cfr. M. A. MANGOURIT, -Défense d'Ancone et des départemens romains, le Tronto, le Musone et le Metauro, par le général Monnier, aux années- VII -et- VIII, Paris, Pougens 1802) lo mandò nell'Italia centrale con una difficile commissione, quella di far giungere all'incaricato francese in Parma notizie certe della guarnigione franco-cisalpina assediata. Tornò quindi a Ravenna e fu arrestato e condannato a tre mesi di detenzione nel convento dei cappuccini; donde fuggí a Bologna. Dopo Marengo potè vivere tranquillo in patria e vi ottenne ed esercitò durante il Regno italico l'ufficio di usciere. Quando Murat alzò il grido d'indipendenza, il Garavini prese le armi e alla testa di cinquanta uomini scacciò da Sant'Alberto un distaccamento di Austriaci; ma fallito quel moto esulò in Francia, donde ritornò in patria alla fine del 1815, e vi campò lavorando come copista e contabile in aziende private. «Integerrimo sempre--cosí scrisse del Garavini chi lo conobbe (-Diario ravennate per l'a. 1867-, Ravenna, tipografia Angeletti, 1866, p. 39)--e fermo ne' suoi principi, e mal tollerando la tirannide clericale che rialzava la testa a danno comune, si associò alla sètta dei Carbonari che da Napoli erasi diffusa in tutta la penisola... Egli fu uno dei membri piú influenti della -vendita- ravennate, la diresse piú volte come presidente, ed impedí per quanto potè gli eccessi che lo spirito di parte facilmente allora promoveva, specialmente a motivo delle sevizie della polizia, ben ravvisando quanto essi erano di nocumento al paese ed alla causa che propugnava. Quindi respinse la proposta di un alto personaggio della -vendita- di Forlí, fattagli, sui primordi della restaurazione, sotto l'aspetto di atto patriottico, ma che tendeva, come bene egli s'accorse, a favorire l'interesse della propria città a danno della nostra per la preminenza della Romagna. Era una vittima che il Forlivese voleva pel proprio altare. Si sa che gli offerse un cartoccio di monete d'oro per la esecuzione della proposta; ma il Garavini lo rigettò con sdegno, nell'istante che aveva dato da vendere due cavalletti di ferro per sopperire ad alcune urgenti provviste di casa: ciò che mostra sempre piú la nobiltà del suo animo. Un'altra volta egli fu eccitato a prender parte ad una congiura diretta a far soccombere il Legato della provincia, mediante una macchina infernale da porsi sotto la di lui carrozza. Il momento ed il luogo erano già scelti con molto avvedimento, la macchina stava in pronto e doveva scoppiare quando la carrozza movevasi. Ma il Garavini impedí che si effettuasse il disegno, facendo conoscere a chi l'aveva concepito, che atterrando l'uomo si reca non utile, ma danno al principio che si vuol far prevalere...». Scoppiata la rivoluzione del '31, il Garavini, valido ancora di forze e fresco di spirito, riprese le armi e fece parte come quartiermastro della colonna mobile ravennate che partecipò ai fatti di S. Leo, di Ancona e di Rieti; e spento quel moto, fu compreso nell'amnistia, sebbene negli anni di poi la polizia non cessasse mai di molestarlo. Nel 1848 fu uno dei presidenti del Circolo popolare e nel periodo repubblicano del '49 fu il vero idolo del popolo ravennate, che vedeva personificate in lui le tradizioni democratiche di piú generazioni. Restaurato di nuovo il Governo pontificio, il Garavini, che frattanto era stato eletto primo massaro della Casa Matha, diè tutta l'operosità sua all'amministrazione di quell'antichissimo istituto e «con animo ardito e costante i diritti della Società difese e rivendicò»: cosí attesta l'epigrafe inscritta sotto il suo busto scolpito da Enrico Pazzi nella residenza sociale. Morí il Garavini nel 1855, durante l'epidemia colerica, e la sua morte fu lutto dell'intiera città. VII. La dimostrazione politica, cui fu occasione la serata della celebre cantante ROSA MORANDI (morta nel 1824, cfr. REGLI, -Dizionario biografico dei piú celebri poeti ed artisti melodrammatici-, Torino, 1860, p. 345) nel Teatro comunale di Ravenna, fu l'11 luglio 1820; e c'è a stampa una -Raccolta delle composizioni poetiche pubblicate in occasione della sera di benefizio della celebre virtuosa di canto signora Rosa Morandi prima attrice nel Teatro di Ravenna l'estate MDCCCXX- (Ravenna, Roveri), dove sono rime di Paolo Costa, F. Mordani, I. Montanari e di piú altri in lode della Morandi e un programma descrittivo dei festeggiamenti straordinari (globi aereostatici, carriera di barberi, pioggia aurea al teatro, discesa di amorini e colombi, illuminazione a giorno per le vie, fuochi artificiali, ecc.) onde fu onorata. IX. Nelle cit. -Persecuzioni pol.-, p. 11, l'UCCELLINI aveva scritto: «Ravenna sin dall'istante che i Carbonari fecero un ultimo sforzo fuor di tempo sulle rive della Dora, aveva per legato il cardinal Rusconi, vescovo d'Imola, chiamato per derisione il cardinal Coccardina. Costui fu l'esecutore degli ordini esosi, emanati dalla Corte romana contra i liberali della provincia a lui soggetta. Le vessazioni s'iniziarono la notte del 13 luglio 1821. Orde di fanatici carabinieri, divise in diversi drappelli, guidati da quegli stessi sgherri che nell'anno addietro avevano bevuto coi patrioti alla salute d'Italia, invasero di notte ad ora avanzata le case dei pacifici cittadini, di quelli notati nel libro dei reprobi o registro dei sospetti. Dove gli sgherri penetravano era un guasto, una ruina, una desolazione. I mobili che non si potevano di subito aprire per investigare ciò che racchiudevano, venivano messi in pezzi: gli stramazzi, i pagliacci, gli origlieri, squarciati colle sciabole e minutamente frugati. Ed intanto altri sgherri si gettavano sulle persone da arrestare, le ammanettavano strettamente alla presenza degli esseri i piú cari al suo cuore; e per accrescerne lo strazio le maltrattavano orribilmente, onde le urla, i gemiti, i pianti echeggiavano d'ogni intorno. La rabbia fu maggiore contro gl'individui di una compagnia di cacciatori, denominata degli Americani, fattasi invisa al Governo per una cavalcata eseguita nel carnevale antecedente con tuniche e berrette rosse. Che dire di tale avversione? che i preti, i quali distinguono col color rosso i piú alti dignitari del lor rango, non vogliono che si adotti in cosa profana; perché si riputarono rei di leso Papato quelli che alla cavalcata appartenevano, e quasi tutti furono colpiti di arresto. Gli arrestati vennero in parte trascinati in lontane carceri, rinchiusi o per meglio dire seppelliti in orride segrete, in parte scacciati dal suolo natío ed in perpetuo condannati all'esiglio. Molte famiglie furono cosí travolte nella miseria e negli affanni; e non pochi giovani bene avviati nelle arti o nelle utili discipline, si videro astretti, rimasti privi dell'aiuto de' congiunti, di ritirarsi dall'intrapresa carriera con sommo danno proprio, de' suoi e del paese. E chi può narrare in dettaglio tutti i mali che allora s'inflissero alle Romagne? L'odio contro la tirannide clericale non ebbe piú freno, s'infiltrò anche dove non era mai penetrato, ed estendendosi diede facil modo di riempire nella fila del Carbonarismo il vacuo avvenutovi per le sofferte persecuzioni. Allora nel rannodarle si presero migliori cautele, e si risolse di non dare piú ascolto alle insinuazioni dei moderati, che tanto nocquero alla causa dell'indipendenza, coll'aver impedito che si assalissero gli Austriaci nel loro passaggio per Napoli.--Non val meglio morire, esclamavasi, con un'arma in mano, che marcire in un fondo di carcere, o morire soffocato dal duro ed amaro pane dell'esiglio?» ANTONIO RUSCONI, nato in Cento nel 1743, fatto cardinale e vescovo di Imola da Pio VII l'8 marzo 1816, fu Legato di Ravenna dal 1820 al 1822, poi tornò al governo spirituale della sua diocesi, dove morí nel 1825. XI. AGOSTINO RIVAROLA, nato a Genova nel 1758 e morto in Roma nel 1842, governatore di Roma nel 1814 e prefetto della Congregazione del Buongoverno, promosso cardinale diacono di S. Agata alla Suburra da Pio VII il 1º ottobre 1817, fu fatto legato -a latere- della città e provincia di Ravenna, con breve 4 maggio 1824, nel quale si legge: «... frattanto, per le circostanze delle cose della sopradetta provincia, e per un enorme delitto stato commesso da non molti giorni, .... sembrando del tutto necessario alla testa di detta provincia la presenza di qualche persona decorata di dignità cardinalizia, e dotata di destrezza, ingegno e prudenza nel governare, onde possa coll'aiuto delle facoltà che Noi Le accordiamo, provvedere alla sicurezza e alla tutela degli abitanti della provincia, adoperando validi mezzi...» Il Rivarola, giunto a Ravenna il giorno 11 maggio, emanò subito i provvedimenti piú restrittivi della libertà personale; i quali si possono leggere nella ormai rara -Raccolta di tutti gli editti, notificazioni, avvisi ed altro pubblicati dalla Legazione, Arcivescovato, Magistratura, ec. di Ravenna dalli 10 maggio a tutto dicembre 1824- (Ravenna, stamp. Roveri, in-8º, pp. 132). Ivi si ha (pp. 10-15)) l'editto generale del Rivarola del 19 maggio 1824, che reca al § 9 la seguente prescrizione: «Le Città, Terre e Luoghi murati della Legazione sono tutti piú o meno illuminati, ma non quanto basta per la vigilanza ch'esigono: perciò ordiniamo e comandiamo che alla mezz'ora e di notte tutti individualmente, nessuno eccettuato, portino il lume, sotto pena di essere tenuti per sospetti, ed arrestati, e ritenuti a nostra disposizione.»--Il delitto cui accennava il papa nel breve di nomina, era l'assassinio accaduto il 5 aprile 1824 del conte Domenico Matteucci, direttore provinciale della polizia di Ravenna; su che si veda la nota al cap. XX. La chiusura delle bettole (non tutte, ma quelle sole «conosciute in Ravenna e Provincia sotto il nome di bettola a comodo, ch'è quanto dire a trattenimenti di scioperatezza ed intemperanza») fu ordinata con editto 12 luglio 1826 (-Raccolta- cit., p. 43-45). Riguardo alle missioni, accennate dall'UCCELLINI, esse furono annunziate per 10 giorni, a cominciare dal 24 luglio 1824, con una notificazione dell'arcivescovo Antonio Codronchi, che le definiva «apostoliche fatiche dei fervorosi operai, chiamati dall'ottimo e saggio Principe che ci governa» (-Racc.- cit., p. 51); e seguí il 22 luglio un'altra notificazione del legato Rivarola (-Racc.-, p. 53-55), che per assicurare la felice riuscita delle missioni prescriveva la sospensione di ogni pubblico spettacolo, la vigilanza della pubblica forza, la chiusura delle botteghe di qualunque specie e il divieto di lasciar entrare in chiesa i cani! Del resto chi volesse saperne di piú veda il breve e succoso scritto dell'UCCELLINI, -I missionari del 1824 e l'Arcivescovo Codronchi- nel -Diario Ravennate per l'a. 1879- (Ravenna, tip. Alighieri, 1878, pp. 30-33), dove sono anche i Ricordi ironici che i missionari divulgarono a scherno dell'onorando prelato. XII. Del modo onde furono condotti questi processi l'UCCELLINI scrisse anche nelle citate -Persecuzioni pol.-, pagine 12-13, e con maggiori particolari che non siano quelli dati da L. C. FARINI, -Lo Stato romano dall'a. 1815 al 1850-, libro I, cap. II, da F. A. GUALTERIO, -Gli ultimi rivolgimenti italiani-, vol. I, capp. II e XVI e da C. TIVARONI, -L'Italia durante il dominio austriaco-, vol. II, pp. 153 e segg. È opportuno pertanto riferirne il tratto principale: «Intanto che la Carboneria riattivavasi, s'iniziavano i processi ai detenuti cogli elementi forniti dalle liste dei sospetti, compilate a capriccio dai devoti del Papato; dalle indicazioni raccolte dai birri sulla condotta degl'imputati; da alcune denunzie di malevoli, suggerite spesso da spirito di vendetta o da altro perverso intento; tutti elementi respinti dalle sane massime della giustizia, quando non sono avvalorati da prove; ma di prove il Governo non faceva mai incetta nelle pendenze politiche: accusa e pena, ecco i due estremi pei suoi giudizi. Ciò posto, il modo di regolare i processi si trasse interamente dalle norme del Santo Offizio, e furono queste: torturare l'imputato con cibi scarsi e cattivi, con ferri, con carceri strette ed insalubri; poi sottoporlo ad esame; fargli travedere un miglioramento se addiveniva a confessioni; dargli a credere che già altri ne avevano emesse, onde si distogliesse da una insistenza inutile; porre in opera il direttore di spirito, o cappellano di carcere, se il primo tentativo rimaneva sterile; creare col di lui mezzo lettere di congiunti i piú prossimi, nelle quali si annunziassero gravi disgrazie, reclamanti la presenza del detenuto in famiglia; dargli a sperare l'uscita di carcere ed altri benefici, se si arrendeva; mostrargli il danno degli anatemi, in cui era incorso, ed assicurarlo dell'assoluzione per la salute dell'anima; temperare i rigori, se dava segno di piegarsi; porgergli ogni sorta di conforto se cedeva, ma in guisa che ciò fosse visibile agli altri detenuti, onde perderlo nella stima dei pertinaci e farlo servire d'eccitamento agli incerti; accrescere la tortura, se non si riusciva a domarlo. Un altro raggiro praticavasi dal Giudice istruttore, quando l'imputato gli compariva innanzi pei debiti costituti. Dopo alcune interrogazioni egli usciva, come per soddisfare ad un bisogno corporale, e lasciava nel suo posto il sostituto. Costui alzavasi tosto con affettata premura; chiudeva con cautela l'uscio, ed accostatosi al prevenuto, si protestava liberalissimo; anzi dichiaravasi esso pure carbonaro; dava i segni e le parole di convenzione; asseriva di prestar servizio alla tirannide a solo scopo di giovare a quelli che colpiva; si offriva pronto a recare al di fuori lettere ed incarichi ed esibivasi di dar l'occorrente per iscrivere. In carcere pure s'introduceva presso l'inquisito un liberale del genere del sostituto, che con accortezza cercava di ricavare quanto al Governo premeva di sapere....» Documento insigne di questi processi e preziosa fonte di notizie per la storia del patriotismo romagnolo, è la famosa sentenza del cardinale Rivarola, 31 agosto 1825, la quale, poiché ormai è piú agevole citarla che leggerla, riproduco qui dalla stampa originale: SENTENZA | PRONUNCIATA | -da Sua Eminenza Reverendissima- | IL SIGNOR | CARDINALE AGOSTINO RIVAROLA | LEGATO A LATERE | DELLA CITTÀ E PROVINCIA DI RAVENNA | Il Giorno 31 Agosto 1825. | SUGLI AFFARI POLITICI (Ravenna, Antonio Roveri e figli, in-4º gr. di pp. 29); la riproduco fedelmente quanto alla dicitura, salvo che i molti nomi dei condannati (perché se ne sappia finalmente la cifra esatta) segno con numeri progressivi e dispongo testo e nomi e punteggiatura in modo da agevolare la retta intelligenza del documento: SENTENZA -Oggi 31. Agosto 1825.- Noi AGOSTINO di Sant'Agata alla Subburra, della S. R. Chiesa Diacono Cardinale RIVAROLA, della Città e Provincia di Ravenna Legato -a Latere-. Nelle Cause che vertono tra il Fisco e gl'Individui qui sotto descritti, Carcerati, Contumaci o Assenti, Prevenuti di Congiura contro lo Stato e di altri delitti; proposte e discusse avanti di Noi nella qualità di Giudice per la definizione delle Cause stesse nelle quattro Legazioni e Delegazione d'Urbino e Pesaro, con special Breve straordinariamente delegato dalla Santità di Nostro Signore PAPA LEONE XII felicemente Regnante. -Pro Tribunali sedendo-, Invocato il Santissimo Nome di Dio, ed avuta la sola Giustizia innanzi degli occhi, in virtú delle facoltà come sopra compartiteci, e sentito il parere dei quattro Signori Giudici da Noi scelti a comporre la Nostra Politico-Economico-Consultiva Congregazione, Abbiamo emanato ed emaniamo il seguente Giudicato. Letti e maturamente ponderati li Processi tutti della presente Causa, inclusivamente agli Atti contumaciali per vari dei Prevenuti prescritti ed eseguiti, Letto il Ristretto di ciascheduno Imputato sui titoli di Delitto particolarmente a ciascuno di essi imputati, Esaminate le eccezioni a propria discolpa da essi addotte, ed i documenti per loro parte fattici esibire, Visti gli Editti di Segreteria di Stato 4 Gennaio 1739, 15 Agosto 1814, 11 detto mese 1815, 10 Agosto 1821 ed i Bandi Generali in osservanza nelle Provincie suddette, non che le Leggi -Julia Maiest.- e -Cornel., ff. de Sicar.-, Avuto riguardo alle Canoniche prescrizioni e consuetudini dei Tribunali dello Stato, nel giudizio di cui si tratta: RITENUTO che costa pienamente dal Processo l'esistenza della Società Massonica nei Dominii Pontificii, infausto retaggio del cessato Regime, e che varie altre Unioni segrete dalle leggi egualmente proscritte, conosciute sotto la denominazione dei -Guelfi-, -Adelfi-, -Maestri-Perfetti-, -Latinisti- sin dall'anno 1815 si aggiravano in diversi punti dei Domini medesimi, ma specialmente annidassero in piú città e luoghi delle Legazioni, associando ai vessilli della Rivoluzione alcuni incauti abitanti delle medesime; che a queste Unioni susseguisse poscia quella dei -Carbonari-, la quale erettasi in grado di Superiorità sulle altre, concentrò a sé i loro piani ed i loro proseliti, e dopo avere attentato nel 1817 alla pubblica tranquillità nelle Marche, dirigendo principalmente le sue operazioni dalle Romagne, attese con ogni studio a propagare le sue massime distruggitrici dell'Ordine, e ad accrescer partito e seguaci in altre città e terre dello Stato colla diramazione dell'altre ad essa subalterne Unioni denominate della -Turba-, della -Siberia-, dei -Fratelli-Artisti-, del -Dovere-, -Difensori della Patria-, -Figli di Marte-, -Ermolaisti-, -Massoni-Riformati-, -Bersaglieri-, -Americani-, -Illuminati-, le quali Unioni ebbero principalmente occulta sede nelle quattro città di Cesena, Forlí, Faenza e Ravenna ripartite in -Consigli-, in -Vendite-, in -Sezioni-, in -Squadre-; RITENUTO che tutte le suddette Società miravano allo sconvolgimento dell'Ordine Sociale e d'ogni buona Istituzione per sagrificar tutto all'ambizione, alla vendetta, alla rapina, allo spoglio, all'immoralità d'ogni specie ed all'irreligione, e però a questo fine rivolte, e profittando esse dei sconvolgimenti per opera dei -Carbonari- di Napoli e del Piemonte suscitati nel 1820 e 1821 in quelle due estreme parti d'Italia, impresero ad organizzare una Congiura contro lo Stato, per insorgere quindi all'opportunità in una generale rivolta, valendosi a tal uopo dei mezzi derivanti dalla Carboneria che solo intende al rovesciamento dei Legittimi Governi; che fu difatti questa -Congiura- portata al conato piú prossimo, mediante gli accordi presi tra i principali Settari Romagnoli, i quali furono il risultamento di piú Congressi tenuti da loro sul declinare del 1820 con principiare dal 1821 a Cesena, a Faenza, a Forlí ed in un Casino di campagna del Conte Ruggero Gambi di Ravenna, e tutto avevano curato di predisporre allo scoppio di una rivolta: avevan essi a tale oggetto fatto ogni studio e diligenza onde aumentare in tutti i luoghi delle Legazioni il numero dei congiurati con frequenti associazioni alle Società d'individui di ogni classe e condizione, che in quelle provincie rapidamente l'una all'altra succedevansi; né si ommise d'imporre tasse pagabili da ciascun settario onde provvedere ai bisogni sociali, e furono designati appositi Cassieri a riscuoterle; erano già stati sedotti vari Impiegati addetti agli Officii del Governo, e piú individui nelle Milizie attive del medesimo avevan prevaricato; le nuove cariche civili, militari ed amministrative eransi assegnate; stampati proclami incendiari; pronunciato sul piano di rivolta; per ben due volte fissato il giorno agli orrori dell'anarchia; avvisati i Settari tutti onde fossero pronti allo scoppiare della Rivoluzione stoltamente progettata e preparata; distribuite loro armi e munizioni in antecedenza apprestate; decretato il rubamento e la manumissione delle pubbliche Casse, l'eccidio delle piú oneste persone, e approntato quant'altro agevolar potesse l'esecuzione dell'immaginata rivolta; e se queste disposizioni non sortirono il loro pieno effetto, ciò fu solo per circostanze del tutto estranee all'intenzioni dei Congiurati, che nello zelo e fedeltà dei buoni Sudditi ben dovettero scorgere un invincibile ostacolo ai pravi loro disegni; RITENUTO che costa pure che come mezzi preparatorii all'esposto fine, onde alienare lo spirito pubblico dal suo legittimo Governo, piú fogli anonimi periodici insultanti la dignità e giustizia del medesimo, o de' suoi Rappresentanti, si fecero circolare per le Romagne e specialmente nella città di Forlí; che piú tumulti anche con resistenza alla pubblica forza, piú complotti e conventicole di faziosi, piú insulti e minaccie con scritti e fatti, vari ferimenti, omicidi o appensati o proditorii caduti a danno di onesti cittadini si riprodussero in quegli anni malaugurati in piú luoghi delle Legazioni, o in odio di parte o per fatto dei Settari, volti col loro criminoso procedere ad allontanare ogni ostacolo, tentando di sgomentare i buoni con misteriosi delitti nella quasi certezza di rimanere impuniti per lo spavento dei loro pugnali e per le -coartate- artificiosamente preordinate o prima o dopo il fatto col favore dei loro aderenti; che tutte le cose -in fatto-, come sopra eseguite e dedotte, oltre i fatti notorii, la pubblica voce ed opinione, le deposizioni testimoniali, l'esistenza di piú corpi di delitto, gl'indizi e legali congetture, sono pure constatate in Processo da piú rivelamenti spontanei di Individui appartenenti alle stesse Segrete Unioni, dall'Impunità di altri di essi e dalle Confessioni in -caput prop.- d'irreflessibile numero di correi, e tra questi di vari Capi congiurati, giuridicamente negli atti ricevute in diversi luoghi e tempi, ma concordi tra loro e simultaneamente verificate; RITENUTO poi che il Conte Giacomo Laderchi di Faenza, già Vice-Prefetto sotto il cessato Regime Italico, Carcerato, si è reso in -cap. prop.- confesso di pertinenza in gradi elevati a piú Sètte, ed in particolare alla Guelfia, alla Massonica ed a quella dei Carbonari; di avere procurato e fatto in effetto eseguire la propagazione delle medesime nelle Legazioni, operando in concorso di altri principali Settari che fosse stabilito a Faenza un Consiglio Guelfo ed una Vendita Carbonica e susseguentemente che si riaprissero anche le Loggie e Templi Massonici; di essere intervenuto e di avere assistito a piú Recezioni massoniche e carboniche, a piú Adunanze e Congressi di congiurati a Faenza nella propria sua abitazione ed in quella dei consettari Giuseppe Benedetti e Carlo Villa, a Cesena nella casa dell'ex ufficiale Sante Montesi e nel Casino di Luigi Bassetti, a Forlí in casa del conte Orselli e di Scipione Casali e nel Casino di campagna del conte Ruggero Gamba di Ravenna per discutere sui piani della rivolta e stabilire il giorno alla esplosione della medesima; di avere assunto il grado di uno dei quattro Membri del cosí detto -Consiglio Superiore Carbonico- nelle Romagne insieme al nominato conte Orselli, a Vincenzo Gallina di Ravenna, a Mauro Zamboni di Cesena; di essersi mantenuto in stretta relazione con tutti i principali Settari delle Legazioni e con vari altri anche di estero Stato; confessione che in seguito maliziosamente tentò di ritrattare, senza però addurre o giustificare alcuna causa di errore, rimanendo invece una tal confessione pienamente verificata dal concorso di legali prove, indizi e congetture ed in particolare da piú manifestazioni spontanee di piú Consettari e dall'incolpazione di vari altri di essi ammessi al beneficio dell'Impunità ed infine dalle confessioni in capo proprio di piú correi e capi della Sètta e congiura sostanzialmente verificate; che Onofrio sedicente Luigi Zuboli nativo di Ravenna, già fornitore carcerario a Bologna, ora domiciliato a Forlí, carcerato, è convinto della stessa pertinenza in grado superiore a piú segrete Società, ma particolarmente alla Carboneria e Massoneria; di avere cooperato alla propagazione in Bologna della prima ed alla riforma della seconda, facendo che si riaprissero anche in quella città i Templi Massonici; di avere tenuto una corrispondenza colle principali Vendite Carboniche delle Romagne e con altri Capi Carbonari delle Legazioni per l'effetto della rivolta; d'intervento a piú Unioni e Congressi con altri Carbonari a Bologna e Forlí per l'effetto stesso; di aver dato accesso e comodo per le riunioni stesse nella propria abitazione; di avere nel tempo della guerra tra i Costituzionali di Napoli e gli Eserciti Imperiali eccitati i Carbonari delle Romagne perché irrompessero in una generale rivolta contro il legittimo Governo, promettendo ai medesimi l'appoggio dei settari bolognesi, dei quali egli spacciavasi alla testa; che Gaetano del fu Giovanni Baldi di Faenza, ufficiale pensionato della disciolta Armata italiana, carcerato, rimase convinto di appartenere anch'egli alla Carboneria ed all'altra Unione degl'Illuminati, essendo segretario della Vendita; di piena intelligenza e cooperazione con gli altri soci nei propositi e piani di congiura; d'intervento a piú recezioni settarie seguite nel 1820 e 1821 a Faenza; di direzione nei complotti e conventicole notturne dei faziosi di quella città; -urgentemente- indiziato di correità nell'omicidio premeditato seguito in odio di partiti a Faenza per fatto di una conventicola armata di faziosi sulla pubblica strada del Corso la sera del 29 decembre 1820 mediante esplosione di piú armi da fuoco, a danno del vetturino Sante Bertazzoli detto -Santetto della Posta-; che Vincenzo Succi, negoziante di Faenza, contumace, convinto Carbonaro, di aver dopo gli arresti ed esili del luglio 1821 seguiti a Faenza di piú Carbonari, occupato il grado di -Reggente-, conservando presso di sé li Statuti, arredi ed Emblemi Carbonici, nel qual grado mantenne continuamente viva l'effervescenza ed il partito, ascrivendo nuovi proseliti alla Sètta; di avere nella qualifica stessa -mandato- l'omicidio di Francesco Gamberini, figlio del già Gonfaloniere di Castel Bolognese per esser questi in voce presso i settari d'essersi ritirato dalla società; e questo omicidio fu consumato nella anzidetta terra di Castel Bolognese nella casa del medesimo Gamberini, con qualità anche di prodizione, per opera del settario contumace Pietro Barbieri la sera del 2 aprile 1822 mediante esplosione d'arme da fuoco; che il nominato Pietro Barbieri soprachiamato -Civilino- di Castel Bolognese, scrittore e musicante, contumace, oltre esser convinto di appartenere alla Sètta, è provato che istigasse non senza effetto piú individui acciocché si ascrivessero alla medesima, che assistesse a varie recezioni, che avesse piena conoscenza e che cooperasse alla congiura, non che di aver mantenuta stretta relazione con i principali settari di Faenza, è rimasto anche gravato in complicità dell'altro settario contumace Marco Pezzi di appensata esplosione notturna d'arme da fuoco per spirito di parte contro il custode carcerario di quella terra Giuseppe Gentilini; è convinto qual autore principale dell'omicidio proditorio di Francesco Gamberini; indiziato anche gravemente di complicità nell'avvelenamento di alcuni biscottini fatti appositamente preparare nel caffè detto della Speranza di Faenza e da lui col mezzo di altro settario propinati all'ucciso la stessa sera poco prima - - ' , ' , 1 . , 2 - - ' 3 , , 4 - - . 5 , 6 , , 7 ' . 8 9 10 , 11 , , , 12 , 13 . 14 , ' - - 15 , . 16 17 , 18 , , 19 . , 20 , , 21 , , 22 , 23 - - , 24 ' , 25 - - , - - 26 - - 27 . ' , 28 , , 29 ' . 30 31 , 32 . 33 . 34 35 - - , 36 , , , 37 - - , 38 ' 39 , , 40 , 41 - - 42 , 43 : 44 45 - - - - . 46 47 - - ? 48 49 . 50 51 ' 52 , , - - 53 . 54 55 , , : 56 57 - - - - . 58 59 - - ' - - 60 . 61 62 - - , , , 63 . 64 65 66 - - ' 67 , , 68 , , , 69 . 70 71 ' , . 72 73 . ' 74 , ' ' 75 , , 76 . , 77 , 78 ' . 79 80 - - 81 - - 82 ' - - 83 . 84 . ' , 85 , ' , 86 ' , 87 - - , , , 88 , 89 ' , , . 90 , 91 . 92 93 , ' 94 , - - 95 , . 96 . 97 - - : 98 99 - - ! ? 100 101 . . , , ' 102 103 - - . 104 105 , 106 107 - - ' , . 108 , 109 , . 110 , , 111 , 112 , , 113 . 114 115 , 116 , , 117 , , 118 . - - 119 - - ' ' 120 ' ' 121 . 122 123 , 124 , ' , 125 : 126 127 - - - - . . . . 128 129 , ' . 130 131 - - , - - . 132 133 , , 134 , ; 135 , 136 ' . 137 138 , 139 ' . , 140 , 141 142 . - - 143 . 144 145 ' ' 146 - - . 147 148 149 ; 150 . 151 152 - - ? - - , 153 . 154 155 156 . 157 158 159 ' , , 160 . - - 161 162 , ' . 163 , 164 . 165 166 - - , , - - 167 ' 168 - - . 169 170 ' : 171 172 - - ! - - ' 173 - - - - . 174 175 ? 176 177 - - - - . 178 179 ' 180 , ' , . 181 . - - 182 . 183 184 ' 185 - - - - 186 ' - - 187 - - ' 188 , , 189 ' ' - - , 190 - - 191 , - - ' 192 - - . 193 , 194 ' . 195 ' ' , , 196 , , 197 , 198 - - 199 , , 200 , 201 202 ' , , 203 204 - - , 205 . ' 206 - - 207 . - - ' 208 , . 209 210 , 211 . - - ' 212 - - 213 , 214 , , 215 , , 216 . - - 217 ' « ' » 218 - - 219 , ' ' 220 . 221 222 ; 223 - - . 224 ; , 225 , 226 . 227 - - 228 - - 229 , , 230 , . 231 232 , , , 233 , 234 ' 235 , . 236 , 237 238 : 239 , . 240 ' , 241 - - 242 ' 243 , . 244 245 - - 246 , - - 247 , ' . 248 , ' , 249 , ' , , 250 . 251 ' - - , 252 253 , , 254 ? 255 256 , , 257 , , 258 , 259 , 260 ' . 261 ' , , 262 - - 263 ' . 264 , 265 - - 266 , 267 ' - - 268 , 269 . 270 , , 271 ' , 272 , , 273 , . 274 , 275 - - 276 ' . 277 278 , 279 ' 280 ' . 281 , 282 - - 283 ' ' 284 , , 285 286 . 287 288 ' 289 : 290 , ' 291 , 292 . 293 294 295 , 296 , . 297 298 299 , ' , ' 300 . . 301 - - : 302 303 - - ' 304 . 305 306 ' 307 , 308 - - 309 - - 310 . 311 312 , 313 : 314 315 - - , 316 , 317 - - , 318 - - . 319 320 321 - - 322 , 323 - - - 324 - , - - 325 - - 326 , , 327 , 328 . 329 330 331 - - - - 332 . 333 - - 334 ' 335 . - - - - 336 - - 337 , 338 . 339 - - - - 340 - - 341 . 342 343 344 - - . 345 346 347 , . 348 , 349 , , 350 ' . 351 352 - - , - - 353 , - - 354 . 355 356 - - ? 357 358 . 359 360 - - , , , 361 . 362 363 - - ? 364 365 - - - - , 366 - - - - 367 368 ' . 369 370 - - 371 , 372 . 373 . 374 - - , 375 , - - 376 . 377 378 ' , , 379 , 380 . , 381 , . 382 , 383 , . 384 385 386 - - 387 , 388 , 389 - - 390 - - « 391 , , 392 . » 393 394 - - , 395 , 396 . 397 398 , ' , 399 , 400 . 401 « ' 402 - - 403 - - . 404 , ' 405 . » 406 407 . . 408 409 410 411 412 . 413 414 415 . - - ' , . , 416 ; 417 , . ' 418 . 419 420 421 . , ' , - 422 423 ( . . ) , 424 : - 425 , - ; 426 427 - : « ; 428 ; 429 ; , ; ' ; 430 431 . ; , 432 . , 433 , » . 434 : « . . . ' 435 , , 436 , , 437 , 438 , 439 440 , . , 441 , ; 442 443 , , 444 , 445 , 446 . . . 447 , 448 . . . 449 , 450 , 451 452 , . 453 ' 454 : 455 , ; 456 , . 457 ' , , , 458 , , 459 . 460 461 ; , 462 ' ' ' , 463 , 464 . 465 , , 466 , . . . » . 467 468 , ' - 469 - ' 470 , 471 ' , 472 . , 473 , ' 474 - - ' , 475 , , 476 ' , , 477 : 478 , 479 , , , 480 , ; 481 ' , 482 ( . , - . - , . 483 ) . 484 485 486 . ' 487 ; 488 , . . 489 . 490 491 492 . , , 493 - , 494 , 495 ' ; ' 496 . 497 498 ' 499 ' , : 500 ' , ' 501 ' , , 502 ' . 503 504 505 . 506 ; 507 . 508 ' - ' . 509 - ( , . , ) , . - , 510 - - - ; . 511 - - 512 ( , , ) . 513 514 515 . , , 516 , , 517 : , 518 ; 519 , . 520 521 , 522 : , ' 523 , ' 524 , 525 ; 526 , 527 , 528 : 529 - - ; 530 . 531 ' , 532 ( . . . 533 , - ' , , 534 , , - - - , 535 , ) ' 536 , ' 537 - . 538 539 ; . 540 541 ' . ' , 542 543 ' ; 544 , , 545 . « 546 - - ( - 547 ' . - , , , , . ) - - ' 548 , 549 , 550 . . . 551 - - , 552 , 553 , 554 , 555 . 556 - - , , 557 , ' , , 558 ' , ' 559 . 560 . 561 ' ; 562 , ' 563 : 564 . ' 565 566 , 567 . 568 , 569 . , 570 ' , ' 571 , . . . » . 572 ' , , 573 , 574 . , 575 ; , ' , 576 . 577 578 ' , 579 . 580 , , 581 , ' 582 ' ' « 583 » : 584 ' 585 . , ' 586 , ' . 587 588 589 . , 590 ( , . , - 591 - , , 592 , . ) , ' ; ' 593 - 594 595 ' 596 - ( , ) , , . , 597 . 598 ( , 599 , , 600 , , , . ) 601 . 602 603 604 . . - . - , . , ' : 605 « ' 606 , , 607 ' , . 608 ' , 609 . ' 610 . , 611 , ' 612 ' , 613 , 614 . 615 , , . 616 , 617 : , , , 618 . 619 , 620 ; 621 , , 622 , ' . 623 ' , 624 , 625 . 626 ? , 627 , ; 628 629 , . 630 , 631 , 632 ' . 633 ; 634 , , 635 ' ' , ' 636 , ' . 637 ' ? ' 638 , ' 639 , 640 641 . , 642 , 643 ' , ' 644 . - - 645 , , ' , 646 , ' ? » 647 648 , , 649 ' , , 650 , . 651 652 653 . , , 654 655 , . 656 , - - 657 , , : « . . . 658 , , 659 , . . . . 660 661 , , 662 , ' 663 , 664 , . . . » , 665 , 666 ; 667 - , , 668 , , , . 669 - ( , . , - , 670 . ) . ( . - ) ) ' 671 , : « , 672 , 673 ' : 674 ' , , 675 , , , 676 . » - - 677 , ' 678 , ; 679 . . ( , 680 « 681 , ' 682 » ) ( - - . , 683 . - ) . 684 685 , ' , 686 , , 687 ' , « 688 , ' 689 » ( - . - . , . ) ; ' 690 ( - . - , . - ) , 691 692 , , 693 694 ! 695 ' , - 696 ' - - ' . - ( , 697 . , , . - ) , 698 ' . 699 700 701 . ' 702 - . - , - , 703 . . , - 704 ' . - , , . , . . , - 705 - , . , . . , 706 - ' - , . , . . 707 : « 708 , ' 709 , 710 ; 711 ' ; , 712 ; 713 , ; 714 : 715 , . , 716 717 , : ' 718 , , ; 719 ; ; 720 , 721 ; , 722 , ; 723 , 724 , 725 ; ' , 726 ; , , 727 ' ' ; 728 , ; 729 , , 730 ' 731 ; , . 732 , ' 733 . 734 , , 735 . ; 736 ' , , 737 ; ; 738 ; 739 ; 740 ' 741 . ' ' 742 , 743 . . . . » 744 745 746 , 747 , , , 748 , : 749 - - 750 751 . ( , 752 , - . . ) ; 753 , ( 754 ) 755 756 : 757 758 759 760 - . . - 761 762 ' , . . 763 , 764 - - . 765 766 ' 767 , , , 768 ; 769 770 771 ' , 772 773 . 774 775 - - , , 776 , 777 , 778 779 - - , 780 781 . 782 783 784 , 785 , 786 787 788 , 789 790 , 791 , 792 793 , 794 , , 795 , 796 - . - - . , . . - , 797 798 799 , : 800 801 ' 802 , 803 , 804 , 805 - - , - - , - - - , 806 - - ' 807 , 808 , 809 ; 810 811 - - , 812 , , 813 814 , 815 , 816 ' , 817 818 ' 819 - - , - - , - - - , 820 - - , - - , - - , 821 - - , - - - , - - , 822 - - , - - , 823 , 824 , - - , 825 - - , - - , - - ; 826 827 828 ' ' 829 ' , 830 , , , ' ' 831 ' , , 832 833 - - 834 ' , 835 , 836 ' , 837 838 ; 839 - - , 840 841 , 842 843 , , 844 , 845 : 846 847 848 ' 849 , 850 ' ' ; ' 851 852 , ; 853 854 , 855 ; , 856 ; 857 ; ; 858 ' ; 859 860 ; 861 ; 862 863 , ' , 864 ' ' ' 865 ; 866 , 867 ' , 868 869 ; 870 871 872 ' , 873 , 874 , ' , 875 876 ; 877 , , 878 , , 879 880 881 , 882 , 883 , 884 885 - - 886 887 ; - - , 888 , , 889 , , ' 890 , ' , 891 892 , 893 ' - 894 . - ' , 895 , 896 , 897 ; 898 899 , 900 - , , 901 - . . - 902 , , 903 ; 904 905 , 906 907 908 ; 909 , 910 911 912 , ' 913 , 914 915 916 917 ; 918 - 919 - , 920 , ; 921 922 923 ; 924 , 925 , 926 , 927 928 ' 929 ' 930 931 ; 932 933 , 934 , , 935 , 936 , 937 ; 938 939 , 940 ; 941 942 ' ; 943 ' 944 ' ; 945 ; 946 947 948 949 , ' 950 , ; 951 952 , 953 , , 954 ' 955 ' ' , 956 ; 957 ; ' 958 ; 959 960 ; - - 961 ' 962 963 964 , 965 - - ; 966 967 , , , 968 , 969 , 970 - - , , 971 , 972 ' , 973 ; 974 - - ' , 975 976 ' ; 977 978 , 979 , 980 981 ' ; 982 983 - - 984 , , , 985 , 986 987 , 988 , 989 , 990 , 991 ' 992 ' 993 994 ; ' 995 ; 996 ' 997 998 999 ' 1000