burbero e severo, mi incusse timore e pensai di avere a soffrire non pochi disturbi. Ma è pur vero che alle volte l'apparenza inganna. Usciti dalla Rocca i gendarmi, mi guidò con bel garbo nella stanza dei guardiani subalterni, -alias- secondini, e mi cedé uno dei loro letti per riposarmi. Nel mattino venne a riprendermi, mi condusse nel corridoio superiore, ove stavano gli altri detenuti di larga o di passaggio, e vi trovai il conte Eduardo Fabbri di Cesena, già da me ricordato, l'avvocato Franceschelli Carrozza e un certo Gamberini di Castel Bolognese. Ammesso nel loro consorzio, divenni loro commensale, e coi 20 baiocchi al giorno che percepivamo dal Governo pel nostro trattamento avevamo un buonissimo pranzo, che servivasi con qualche altra aggiunta anche per la cena. Mi si assegnò una camera a parte, e non poteva desiderare di meglio. Libero di girare pel forte dalla mattina alla sera, di ricevere qualunque persona, in compagnia di persone educate ed istruite professanti gli stessi miei principi, mi parve di rinascere; tanto piú che lo Spinucci seguiva ad essere amabile e compiacente. [XXVI.] Ma né forche né carcerazioni né esigli né tutte le persecuzioni che il dispotismo sa inventare valgono a distruggere lo spirito di riforme che in ognuno s'infonde dall'assoluto bisogno di migliorare la propria condizione civile e materiale, e nulla giova a disperdere quell'avvilimento che provasi, col progredire della civiltà, del giogo che la prepotenza impone, e gli sforzi per abbatterlo crescono di continuo. Quindi nel 1830, che è il tempo in cui entra la mia narrazione, lo spirito di libertà e d'indipendenza era piú vivo ed esteso. Una formidabile società formata in Francia e diretta da sommi personaggi tendeva a far cangiare d'aspetto l'intera Europa; il Comitato di essa risiedeva in Parigi, da dove dirigeva il movimento. In Italia Francesco IV duca di Modena, allettato da maggiore supremazia, entrò nella lega colla promessa di estendere i di lui domini in Lombardia e negli altri ducati della penisola: quindi egli si pose d'accordo per le operazioni che erano a farsi, specialmente quella di costituire l'Italia libera ed indipendente, con Ciro Menotti e con Misley, corrispondenti del Comitato centrale di Parigi per l'Italia. Intanto che agivasi nel senso indicato, Carlo X re di Francia balzò dal trono, su cui fu elevato Filippo d'Orleans: egli proclamò solennemente il principio del non intervento, cioè l'interdizione a qualsiasi potenza di immischiarsi negli affari delle altre nazioni, libere di adottare quel sistema politico che loro conveniva. Ma il duca di Modena non ebbe alcuna fiducia nel nuovo sovrano di Francia e rinunciò all'assunta impresa di appoggiare il movimento concertato per erigere in Italia un regime costituzionale. Dopo le novità sorte in Francia si proibí di ricevere chicchessia nel forte d'Imola; e poco dopo il conte Eduardo Fabbri e l'avvocato Franceschelli Carrozza vennero traslocati nel forte di Civita Castellana; ed io fui graziato dei pochi mesi che dovevo scontare a compimento dei tre anni di detenzione addossatimi [luglio 1830]. Intanto i liberali, malgrado la defezione del duca di Modena, insorsero colla speranza che il principio del non intervento fosse sacro e rispettato da chi lo aveva annunziato. In Modena [3 febbraio 1831] vi fu un serio conflitto tra i soldati estensi e i patrioti, vari dei quali rimasero prigionieri del Duca, e fra questi il Menotti; e quando videsi obbligato a rifuggirsi in Mantova per i moti di Bologna, li condusse seco in pegno della presente sua sicurezza e per oggetto di futura vendetta. Negli altri paesi la rivoluzione si compí da sé per la paura dei Prolegati che li governavano, i quali non azzardarono di opporre la benché minima resistenza, sebbene fossero ben forniti di forze; meno però in Forlí e per tafferuglio ivi insorto soccombé il degno patriota Ferdinando Rossi. [XXVII.] In Ravenna le cose erano ad un punto veramente vergognoso. L'insurrezione doveva aver luogo nel mattino del 6 febbraro [1831], e niun materiale era in pronto per effettuarla: non armi, non munizioni, tranne un piccolo deposito di cartuccie, fabbricate dai fratelli Morigi ramari; ma le coccarde a tre colori abbondavano da ogni parte, se ne confezionavano in tutte le case, specialmente in quella di Domenico Montanari in via del Vecchio Seminario. Visto il mal andamento, mi unii a varî amici, fra i quali mi fu di valido appoggio il pittore Angelo Ferrari, e ci recammo nella case dei particolari a raccoglier armi; ne mettemmo insieme diverse, ma non quante potevano bastare all'uopo. Molti si rifiutavano di accordarcele, o per timore di compromettersi in caso che la faccenda andasse a male o che si smarrissero. Il fatto sta che si raccolsero sulla piazza dei Tedeschi un drappello di 60 persone circa, di cui io feci l'appello e presi in nota; gente animata dalla piú buona volontà del mondo, ma inesperta. È vero che altri drappelli stavano nei borghi disposti all'azione, ma potevano essi superare un battaglione di soldati, ben armati e ben condotti? no di certo. La fortuna volle che il nostro Prolegato, seguendo l'esempio di quello di Bologna, cedé senza alcuna resistenza il governo ad una Commissione provvisoria (essa si compose dei seguenti personaggi: conte Pietro Desiderio Pasolini, Giulio cav. Rasponi, Giuseppe avv. Zalamella, Clemente Loreta, conte Francesco Rasponi, Rota Girolamo), che prese in consegna tutte le armi e le munizioni della guarnigione, che fu sciolta ed ogni militare partí verso il proprio focolare. Eletto da Leonardo Orioli, uno dei capi del movimento, ufficiale di guardia alla residenza municipale colla responsabilità di custodire le armi e le munizioni suddette, depositate nella seconda sala dell'indicato luogo, la mattina eressi pel primo la bandiera a tre colori sul balcone del palazzo municipale, ed Apollinare Santucci, che era ufficiale alla gran guardia, fece altrettanto su quello del palazzo governativo: dopo ciò io mi dimisi dalla carica datami, ben conoscendo che il militarismo non era fava per i miei denti. All'annunzio della insurrezione del centro d'Italia il Papa rilasciò in libertà i detenuti politici: i rei confessi e le impunità negli ultimi fatti presero il volo all'estero; gli altri ritornarono in patria. Fu allora che il professor Meli, protomedico e direttore dell'ospitale, mi espose che intendeva di recarsi all'incontro del conte Fabbri, che dalle carceri di Civita Castellana dirigevasi verso la propria casa, e che desiderava di avermi compagno insieme col custode Mariani. Accettammo ambedue l'invito, ed incontrammo il conte a Fano. Chi può descrivere il modo festevole con cui veniva egli accolto dagli abitanti dei luoghi in cui transitava? mi parvero tante ovazioni ad uso di quelle che i Romani porgevano ai loro Consoli di ritorno da una qualche conquista. Al suo arrivo tutte le campane suonavano a festa, sparavansi mortaletti, le giovani vestite di bianco su carri trionfali gli presentavano fiori, tutti i signori del paese correvano a complimentarlo fra gli applausi del popolo e lo favorivano di rinfreschi e di squisite refezioni. Da Fano a Cesena l'accoglienza diveniva sempre piú solenne; solennissima fu poi a Cesena, suo paese nativo. Meritava egli tanti attestati di stima e di affetto? certo di sí. Uomo rispettabile per intelligenza, mentre erasi distinto con diverse opere letterarie rese pubbliche colle stampe, uomo irremovibile nei suoi principî, né le persecuzioni a cui la corte di Roma lo sottomise valsero rimuoverlo dai suoi propositi, modello insomma di virtú cittadine, era l'idolo delle Romagne: io lo lasciai a Cesena, con promessa che non mancherebbe di fare una visita a Ravenna che tanto affezionava. La Commissione provvisoria, subentrata nel posto del Prolegato pontificio per reggere la provincia, mi conferí l'impiego di commesso nell'ufficio di polizia, di cui si elesse direttore Gaspare Della Scala, franco muratore e giacobino nel 1797. Al Fabbri venne in seguito affidata la viceprefettura del proprio paese natio. [XXVIII.] La mattina del 6 febbraio si affisse una stampa di un anonimo ravennate, con cui eccitava ogni rango di persone a sostenere la ricuperata libertà con ogni mezzo possibile, e prima cura dell'autorità fu quella di porre in essere la Guardia nazionale. Il Prolegato stesso nella mattina del 7 confidò il comando della medesima per la provincia al conte Ruggero Gamba, che aveva già sette lustri addietro sostenuto degnamente altri simili incarichi. Egli dispose che i cittadini dai 18 ai 50 anni s'inscrivessero nei ruoli della suddetta Guardia; alla quale poi la Commissione governativa diede un regolare assetto. Poi con un energico ordine del giorno formò la colonna mobile, composta di soldati pontifici, arruolati fra gl'insorti, e di cittadini volontari, la quale doveva far parte del glorioso esercito destinato sotto la direzione del generale Sercognani a liberare Roma dalla schiavitú clericale. Gli ex militari pontifici dipendevano da Antonio Conti, ufficiale caro pel suo patriottismo, e i volontari da Giovanni Montanari, che aveva già cooperato alla presa di Comacchio, conosciuto di una fede politica irremovibile sino dal 1820. L'ordine del giorno del Gamba terminava con queste degne parole: «Marciate adunque tutti di accordo come fratelli finché il vessillo tricolore sventoli sul Campidoglio: questo sacro vessillo, che vi consegno, sia da Voi difeso col vostro sangue: esso non porta ancora alcuna iscrizione, ma voi vi leggerete--O libertà o morte.--» [XXIX.] La prima operazione ebbe luogo nel 12; giorno in cui il forte e la piazza di San Leo vennero cedute dal cav. Bavari, maggiore delle truppe pontificie, al capitano del servizio nazionale Stelluti: il prodotto di questa resa, oltre l'acquisto di non pochi cannoni, di viveri e di munizioni da guerra, si fu la liberazione di 28 detenuti politici, in quel forte custoditi. Intanto Sercognani stringeva piú da presso l'assedio d'Ancona, e alla fine il generale Suhtermann che lo comandava videsi ridotto a sottomettersi alle schiere degli insorti, e quasi solo se ne ritornò a Roma [18 febbraio]. [XXX.] La spedizione avanzava trionfante ovunque, e la presa di Roma non poteva mancare a chi la dirigeva, se non avesse consumato un tempo prezioso nella Sabina sotto le mura di Rieti, il cui possesso venivagli contrastato dal cardinale Ferretti, vescovo dell'indicata città; e l'averla nelle mani nulla giovava all'alta impresa cui tendeva. La corte di Roma sbigottita non sapeva a qual partito appigliarsi: il Papa emanava notificazioni di pace e perdono, il suo segretario Bernetti invece promoveva ovunque la guerra civile; per lo che il Sercognani pubblicò un severo ordine del giorno contro chi aderisse agl'inviti del Bernetti, e il non aver questi ricavato dai suoi eccitamenti alcun frutto era una prova chiara ed evidente che la popolazione romana favoriva la insurrezione ed aspettava ansiosa chi la sottraesse dal giogo che le pesava sul collo. Ma Sercognani titubò tanto che, le cose di Francia avendo cambiato d'andamento, videsi astretto alla ritirata, come vedremo in seguito. Ho sotto gli occhi una lettera di Pietro Fabbri, testimone oculare dei fatti di Rieti, come addetto alla spedizione, e poco concetto, anche in via militare, si concepisce di Sercognani. Un altro male è qui da rimarcarsi, che durante la spedizione di Roma la parte dell'Italia insorta davasi troppo alle feste, a far pompa di poesie e di prose sull'avvenuto cambiamento politico. L'unica cura da assumersi era quella di acquistare armi e di organizzare battaglioni e di rinforzare la spedizione e di avere forti riserve per ogni imprevisto evento. [XXXI.] Intanto che Sercognani tentava d'impossessarsi di Rieti, in Bologna divenuta centro dell'amministrazione delle provincie dichiaravasi decaduta di diritto e di fatto il diritto temporale del papa, davasi un regolare assetto alle finanze, riformavasi la costituzione giudiziaria rendendola piú conforme alle vere massime su tal oggetto ammesse, e creavasi un comitato di guerra, del quale era capo un vecchio militare, Grabinsky, uno straniero che non poteva essere animato dai sensi che occorrevano per dare un pieno esito all'incarico avuto. Infine si radunarono in Bologna i diversi rappresentanti delle città emancipatesi dal Governo pontificio, e in una solenne assemblea, in cui si stanziò che le Provincie costituissero un sol corpo dipendente da un sol centro e che le potestà legislativa, giudiziale ed esecutiva fossero tra loro distinte; si elesse quindi un consiglio di ministri, del quale venne accordata la presidenza all'avvocato Giovanni Vicini, e si nominarono i diversi prefetti delle Provincie, non che i sottoprefetti delle città subalterne: a Ravenna fu assegnato Tommaso Fracassi Poggi di Cesena, uomo di capacità e di rettitudine. Un'altra provvida misura prese il nuovo Governo, e si fu quella di scartare dal movimento i fratelli di Bonaparte, figli di Luigi ex re d'Olanda, sul timore che Luigi Filippo potesse supporre che essi volessero profittare della rivoluzione d'Italia per farsi un punto d'appoggio nelle loro pretese sul trono di Francia. [XXXII.] Il cardinal Bernetti non si limitò a suscitare la guerra civile coi manifesti; egli fece conferire dal papa al cardinal Benvenuti l'alta dignità di Legato -a latere- nell'intento di condurre ad effetto la perversa volontà sua. Ma il Legato fu arrestato dai liberali in Osimo e condotto prigioniero in Bologna: si ebbe gran fatica a salvarlo dal furore delle popolazioni dei luoghi in cui transitava. Ma le cose in Francia piegavano male. Al ministro Lafayette, che sosteneva con vigore la causa italiana, successe Casimiro Perier, che avversava il principio del non intervento; e quando il principe di Metternich, anima del gabinetto austriaco ed arbitro della volontà dell'imperatore Francesco, espresse «che non intendeva di riconoscere il non intervento in quanto concerneva l'Italia, che era deciso di estendere le armi imperiali sin dove vigeva l'insurrezione, e che dichiarava che se l'intervento doveva condurlo alla guerra, essa succedesse pure, preferendo di correrne i rischi che di trovarsi esposto a perire fra le sommosse», per tutto ciò Luigi Filippo, che nella pace e nel pieno accordo coi sovrani d'Europa riponeva la sicurezza del trono conseguito, annuí alle mire dell'Austria, e il principio da lui proclamato, unica base del nuovo sistema d'Italia disparve in breve: mentre nel 5 marzo tre colonne di truppe austriache invasero il ducato di Modena, riconducendovi il duca che sfogò l'ira sua contro i prigionieri che aveva in custodia, condannandone a morte, fra i quali Menotti, e alla galera. Solamente per maggior inganno l'ambasciatore francese emise una protesta contro tale invasione per calmare l'impeto furioso che aveva commosso tutta Italia. Da Modena gli Austriaci si avanzarono in Bologna, ove la somma delle cose pubbliche fu posta nelle mani dell'arcivescovo Oppizzoni, e il comando delle truppe nazionali fu conferito al generale Zucchi, che pose alcuni posti di osservazione lungo il Po di Primaro, inviò a Ravenna il generale Ollini con duemila uomini, e il generale Grabinsky si acquartierò in Forlí. Ma quando il Governo insurrezionale seppe che il nemico accerchiava i paesi insorti tanto dalla parte di Bologna che di Ferrara, risolse di ritrarsi e chiudersi in Ancona, e il generale Zucchi a cui fu deferito il comando militare rannodò le sue falangi in Rimini. Gli Austriaci in numero di cinque mila con cavalleria e cannoni, diretti dal generale Mengen, avanzarono, secondo gli ordini del generale Geppert comandante in capo della spedizione, sino a Rimini; ivi l'avanguardia degli insorti numerosa di 1500 uomini, in parte soldati di linea e in parte volontari ravennati capitanati da Apollinare Santucci, fece fronte al nemico con un coraggio ammirabile tanto che dové esso per due volte retrocedere. È qui da rimarcarsi che i soldati pontifici condotti in Ravenna da Invernizzi e che entrarono nel rango degli insorti, si batterono come leoni, e il loro capitano Carlo Armari cadde prigioniero di guerra. Sopragiunse poscia tutto l'esercito austriaco e si rinnovò la pugna con maggiore accanimento (25 marzo) per quattro ore circa; poi non potendo il corpo degli insorti sostenere piú oltre il cozzo del nemico, tanto sproporzionato, si ritirò verso Ancona. Gli Austriaci contarono morti e feriti, fra i quali il duca di Lichtenstein; niun italiano di nome e di vaglia perí fra gli Italiani, ma Ravenna ebbe a deplorare la perdita di due de' suoi cittadini, un certo Baccarini e Domenico Zotti che aveva lasciato da poco tempo le vesti da chierico per correre alla difesa della patria. E Sercognani dov'era? che cosa operava per la santa causa assunta? Ei si ritrasse colla sua legione a Spoleto, dove la disarmò e la sciolse, e le armi furono prese in consegna dal vescovo G. Maria Mastai, or Pio IX. Ma non doveva egli condurla ad Ancona, aggiungerla ai prodi che avevano resistito con tanto coraggio al nemico in Rimini e rinforzare i loro battaglioni e disporsi ad un assedio che poteva con una capitolazione procurare loro patti favorevoli? Si vociferò che il Sercognani avesse intascato dodicimila scudi dal Governo pontificio per tale scioglimento; non si addussero prove all'uopo, ma il di lui procedere appariva con tutti i sintomi di tradimento. Anche i capi del Governo si dimisero con troppa sollecitudine, e Zucchi dové pur congedare le sue truppe. I piú compromessi s'imbarcarono per le Isole Ionie, ma vennero catturati da due legni austriaci, che li menarono prigionieri in Venezia: nel 22 aprile furono liberi di recarsi dove avevano disposto di andare prima del loro arresto. Il figlio del prefetto Poggi voleva trarmi secolui nella fuga, ma io volli attenermi ai consigli del conte Eduardo Fabbri che trovavasi esso pure in Ancona, il quale mi indusse a ritornare a Ravenna. [XXXIII.] Prima della loro partenza i membri del depresso Governo rivoluzionario avevano conchiuso col Legato Benvenuti, scarcerato alcuni giorni prima, una formale capitolazione, colla quale nel giorno 26 [marzo '31] si stabiliva che niuno sarebbe stato molestato pei trascorsi fatti, che agli esteri concedevasi piena facoltà di uscire dallo Stato, che gl'impiegati in paga sino dal 4 febbraro, epoca in cui s'iniziò la rivoluzione, non soffrirebbero alcun danno nei loro diritti e che i militari rimettendo la coccarda pontificia continuerebbero il loro servizio. Fra i membri del Governo provvisorio decaduto il solo Mamiani ricusò di approvare questa capitolazione, e non venne corredata dalla sua firma. Rimessa la capitolazione alla sanzione del Sovrano, egli la disapprovò interamente con editto del 5 aprile, perché lasciava «illesi», dichiarava il Papa in quell'atto stesso, «illesi gli elementi della ribellione» e «non ne sospendeva che momentaneamente gli effetti, che tanto piú ruinosi si sarebbero risentiti appena fosse mancato quel che ne arrestava il vorticoso torrente», l'aiuto austriaco; e con successivo editto di Bernetti furono «sciolti i corpi militari di qualsivoglia arma, ... stazionati nelle provincie in cui poi si estese la ribellione». Quindi il Governo trovandosi senza truppa propria credé utile di instituire la Guardia civica, e con notificazione 30 marzo del conte Carlo Arrigoni, capo o gonfaloniere del municipio ravennate, si fece conoscere che per ordine superiore era soppressa la Guardia nazionale, a cui veniva sostituita una Guardia civica sino a che il Governo fosse in grado di fornire la città di una guarnigione, necessaria al mantenimento del buon ordine, e in pari tempo esponeva che il comando della medesima era affidato al signor conte Gabriele Rasponi, coadiuvato dagli aiutanti Battista Santucci e Nicola Dall'Agata. Poco tempo dopo io fui aggiunto ai medesimi in qualità di segretario del Colonnello. Con altro avviso del cav. Federico Rasponi, elevato alla dignità di Delegato pontificio, s'inculcò ad ogni cittadino dai 20 ai 50 anni l'adempimento dei doveri che questa instituzione prescriveva. Intanto che procuravasi di dare un regolare assetto al presidio civico e che impedivasi nel miglior modo possibile il conflitto dei partiti per le passioni ancor vive mosse dai passati eventi, il Governo pontificio raccoglieva in Rimini dagli ergastoli e da ogni altro luogo di pena il personale dell'esercito che intendeva di regalare alle Romagne per tenerle in soggezione, affidandone il comando al colonnello Bentivoglio. Il malanimo che sorse da tal procedere è indescrivibile, e sin da principio si risolse d'opporsi anche colle armi all'invasione di tanta canaglia. Ma, come al solito, si cianciava molto e si agiva poco. Oltre di ciò una piaga corrodeva sempre il corpo della civica ed era quella della sostituzione, cioè la facoltà data ai militari di farsi sostituire nel servizio che gli spettava dal primo mascalzone che gli si presentava; cosicché il peso del servizio era a carico di chi non aveva mezzi, e la civica diveniva un corpo di mercenari i piú abbietti. Piú volte potei io stesso verificare che sopra venti militi di guardia alla piazza due terzi erano di sostituzione e che accorrevano con zelo a solo fine di guadagnarsi un tozzo di pane pel giorno prossimo. Dei regolamenti non si mancò di farne. Il gonfaloniere Giovanni Lovatelli emanò quello che dal Prolegato Arrigoni gli fu trasmesso nel luglio, al quale fecero seguito le necessarie norme disciplinari. Ma tutto con poco buon esito, perché mancava quell'entusiasmo che è il solo idoneo ad avvivare una instituzione. A ciò si aggiungano le dissensioni che insorsero per la proposta fatta ai civici di adottare la coccarda pontificia. Chi può enumerare le adunanze che si tennero nei diversi capi di provincia per tale insulso soggetto? Chi può notare le proteste, gli indirizzi che si pubblicavano in proposito, ed i reclami contro l'introduzione in Romagna delle truppe papaline che si organizzavano a Rimini? Le stampe per siffatta materia piovevano giú dirottamente. Ma il Bentivoglio non isconcertavasi punto, ed aveva già razzolato nelle galere un buon numero di commilitoni. [XXXIV.] Un altro eroe papalino sorse a favorire gli arruolamenti, Gaspare Graziosi. Costui in un proclama diretto agli Albanesi e ai Tuscolani esclamava: «Su presto correte ad arruolarvi--noi vivremo insieme--voi non sarete comandati che dal vostro Gaspare. Qual piacere lo stare tra voi a cantare la tarantella? Noi andremo a baciare quel sacro piede da cui emana l'assolutoria dei peccati -in aeternum-»; e con altre corbellerie di questo genere aveva già raccolte piú centinaia di uomini. Che spirito militare dovevano avere coloro che si arrendevano a tali esortazioni? [XXXV.] Ben conoscendosi dalle autorità l'irregolare andamento della civica, si prescrisse la presentazione dei documenti comprovanti i titoli che esimevano dal servizio, lasciando però in essere la tassa di sostituzione, e si costituí una commissione di riforma, la quale valse a riparare molti difetti. Inoltre, trovandosi insufficiente al servizio di polizia e dei tribunali la forza civica, si formò una compagnia speciale di militi della provincia. Ma non tenevasi di mira l'oggetto principale, quello di approfittare del beneficio di avere le armi per tentare di conseguire quello che veniva ricusato, savie riforme che corrispondessero ai bisogni dei popoli; e per riuscire nell'intento conveniva organizzare una Guardia mobile composta di tutti quei giovani che erano animati da veri sentimenti liberali, dar loro per capi degli uomini rivoluzionari, non degli aristocratici paurosi ed inetti, ravvivare il loro spirito, non con ridicole riviste, ma coi mezzi che il patriotismo inspira, e armarli di tutto punto. Con tante colonne mobili militari disposte all'azione quanti sono i paesi di Romagna, la corte di Roma non avrebbe pensato ad ingannarla una seconda volta con editti pomposi, né osato di prometterle con essi un'êra novella. I reclami e le proteste avanzate contro le disposizioni emanate da Roma col falso titolo di benefiche riforme civili furono innumerevoli, ma se invece di scritti si fosse ricorso alle armi l'affare avrebbe presto cambiato d'aspetto. Una stampa pubblicata in tale incontro diceva: «L'êra novella promessa ai sudditi pontifici ed ai gabinetti d'Europa, vedetela nei seguenti atti: 1º. Chiusura delle università; 2º. aumento del quarto della tassa prediale; 3º. la Sacra Inquisizione conservata nella procedura criminale all'art. 24 dell'editto 3 novembre 1831». [XXXVI.] Invano Chateaubriand faceva conoscere in un suo aureo opuscolo a Gregorio XVI «che i Papi perdettero la loro possanza in quel dí che cessarono di essere guelfi e di sostenere la libertà italiana per diventar papi ghibellini, papi tedeschi; che la dignità papale divenne possente quando si fondò sul popolo; oppresso il popolo, fu debole e disprezzata.» E lodando le virtú di Gregorio XVI gli diceva: «Se le arti belle ebbero un Leone? perché la libertà non avrà anche essa un Leone?» Ma tutto ciò non poteva far breccia nell'animo di Gregorio, sebbene l'insinuazione gli venisse da un uomo di una fama europea, tipo del vero cristiano nel senso del vangelo, perché il papa erasi lanciato a briglia sciolta nella carriera del dispotismo. [XXXVII.] Le querele dei Romagnoli contro le riforme accordate si avvivavano di giorno in giorno, atteso che non mettevano alcun riparo ai mali da cui erano oppressi, anzi gli artifici della Corte romana erano diretti ad accrescerli: proposero quindi un nuovo sistema, valevole a migliorare la loro condizione. Queste querele vennero prese in considerazione dai rappresentanti delle principali potenze di Europa residenti in Roma, i quali dietro l'assenso dei loro sovrani compilarono in un solenne -memorandum- le norme che il Governo pontificio doveva adottare pel bene dei suoi sudditi, per appagare i loro giusti reclami e per sedare le perturbazioni [10 maggio '31]. Ma il papa rimase irremovibile di non tramutare il Governo da assoluto in consultivo, come gli si proponeva nel -memorandum-, e da ecclesiastico in laico per la suggerita intromissione nei pubblici affari anche di persone non addette al chiericato; e Bernetti, stando sui generali, fece intendere ai ministri esteri che non sarebbesi mancato di operare ogni bene possibile. Già per addimostrare le buone disposizioni del Governo e quanto fosse proclive alla clemenza, amnistiò chi aveva preso parte alla insurrezione; da tale beneficio ne furono solamente esclusi 38, e fra questi notavasi il nostro dottor Sebastiano Fusconi. Ma tutte le speranze che aveva destate il -memorandum- svanirono colla promulgazione del Motu-proprio del 5 luglio, il quale non ammetteva alcuno dei provvedimenti proposti e tutto concentravasi nell'autorità sovrana: ad essa la nomina dei consiglieri municipali, ad essa l'approvazione degli oggetti da trattarsi in consiglio, ad essa la conferma della nomina degli impiegati, ad essa l'eleggere un rappresentante che assistesse alle sessioni consigliari, ad essa il concedere la esecuzione delle deliberazioni dei consigli provinciali. E i ministri delle potenze estere? i fautori del -memorandum-? si mostrarono di ciò paghi. Solamente l'inglese Seymour insisteva per la esecuzione di quanto erasi concertato; ma fu tempo perduto. In pari tempo, dietro eccitamento della Francia, gli Austriaci sgombrarono le provincie insorte. Nuove perturbazioni non tardarono a rinnovarsi, non già per abbattere il restaurato Governo pontificio, ma per conseguire quelle libere instituzioni che erano nel desiderio di tutti. [XXXVIII.] Molti male intenzionati ravennati, approfittando di tali convulsioni, progettarono di assalire la Guardia e l'ufficio civico, di disarmarla e di rendersi arbitri della forza cittadina; con quale scopo, l'ignoro. In assenza del conte Francesco Rasponi, sostituito al conte Gabriele Rasponi nel comando civico, la reggeva il capobattaglione conte Francesco Lovatelli, quando si tentò di eseguire l'assalto. Ma la di lui avvedutezza ed energia, secondato da vari ufficiali civici, fecero mancare il perverso progetto, e gli assalitori furono presi e carcerati. Dal nome del loro capo Gaetano Tarroni, uomo di niun conto e cuoco avventuriere, ebbero i sediziosi il nome di Tarroniani. Essi meditavano il colpo nella locanda dei Tre ferri, e da questo luogo traversando la piazzetta dei Tedeschi dovevano penetrare inosservati nel palazzo governativo, e mentre che una parte degli assalitori disarmava la sentinella e impadronivasi del quartiere, l'altra doveva salire le scale, invadere l'ufficio, posto al primo piano del suddetto palazzo, ed installarsi in esso; ma, come dissi, il progetto andò fallito, perché già si stava pronti a respingere l'attacco di cui si era avuto contezza. Io mi ricordo che nell'incontrar gli assalitori nel punto che entravano nella Tesoreria, pel portone che è presso la posta delle lettere, sentii una voce che disse: «Lascialo stare, non è compreso fra i cappellani»: era questo il nome che attribuivasi agli ufficiali della civica. È pure da notarsi che nell'ora dell'assalto la sentinella spettava all'uomo il piú pacifico che fosse in Ravenna, a Prospero Di Rosa, che con sorpresa di ognuno seppe opporre una energica resistenza a chi lo voleva disarmare nè riuscí nell'intento. Il Lovatelli pubblicò tosto un ordine del giorno di lode ai civici, che sventarono la congiura dei malevoli, e ai gendarmi, che concorsero al mantenimento della tranquillità pubblica. Il Consiglio di disciplina prese ad esame il fatto del Tarroniani ed espose colle stampe l'opinamento da esso emesso, in cui si dichiarava che «il fatto in sua origine era di natura tale che superava la giurisdizione del Consiglio di disciplina in qualità di tribunale civico», e si proponeva di agire in senso «di moderazione verso i detenuti e per servigi prestati alla civica e per essere alcuni di essi aggravati di prole.» Si ritenne che l'attentato dei Tarroniani fosse un maneggio dei preti colla mira di far insorgere il loro partito e di agevolare l'ingresso dei papalini nella Romagna, attentato già operato in Bologna e in Forlí in relazione al brigantaggio armato che era nei vóti del Governo. [XXXIX.] Continuando l'agitazione avvivata dal rifiuto di concedere le reclamate instituzioni e di sciogliere il corpo dei papalini raccolto a Rimini, si tenne un congresso a Bologna [22 agosto] di personaggi autorevoli ed influenti delle provincie romagnole, ed ivi Ravenna fu rappresentata dal conte Desiderio Pasolini e dall'avvocato Girolamo Rasi. In esso si risolse d'instare presso il Sovrano che sospendesse l'editto del 5 luglio, che vietasse l'inoltro dei papalini in Romagna e che si curasse il completo armamento della Guardia civica. Ma i deputati spediti a tal uomo a Roma niun profitto trassero dalla loro missione; onde crescendo il malanimo tanto da temere un secondo sconvolgimento, il papa (gennaio 1832) trattò di nuovo coll'Austria per un intervento, che l'ebbe senza contratto. Lord Seymour, incaricato inglese che non assentí alla volontà del papa, si ritirò da Roma [settembre '32], inviando una nota agli altri ministri diplomatici, la quale giustificava pienamente il suo rifiuto. Risoluto il papa di togliere dalle Romagne ogni ulteriore contrasto e di ridurle ad una cieca obbedienza, conferí al cardinale Albani la direzione ed il comando del suo esercito, non che la dignità di Commissario straordinario sui paesi che doveva invadere coll'aiuto delle truppe austriache. L'ingresso dell'Albani e dei suoi militari venne annunziato dal cardinale Bernetti [14 gennaio '32] e da lui stesso con pomposi manifesti, sempre compilati con quel gesuitismo proprio del padrone che ambedue servivano. I Romagnoli, alieni da urti micidiali contrari a quei sensi di amor fraterno che devono sussistere tra le persone dello stesso Stato, diressero alle truppe pontificie espressioni di concordia, onde non venissero con essi alle mani e si evitasse una guerra civile, tanto disonorevole a popoli lanciati nella via del progresso. Ma non avendo avuto le loro esortazioni alcun buon risultato, come attendevano, corsero essi pure alle armi, ma in poco numero; mentre in gran parte, spaventati dall'intervento austriaco, si rattennero dal soccorrere la nobile impresa. Lo scontro ebbe luogo sul monte di Cesena, ove sorge il monastero di San Benedetto: la zuffa fu accanita, ma breve; i Romagnoli superati dal numero dei papalini dovettero retrocedere e disperdersi [20 gennaio '32]. Le gesta dei vincitori furono quali si convenivano a gente da galera, rei di ogni sorta di delitti. Senza aver riguardo alla qualità delle persone, dei luoghi e delle cose, manomisero chiese, private abitazioni, e commisero omicidi i piú bestiali. Nel palazzo Guidi di Cesena vi uccisero domestici, marito e moglie. Nel sotterraneo della cappella della chiesa del Monte trovarono un certo Viviani, che tenevasi astretto a una croce, come ad egida sicura: fu trafitto da parte a parte. In Forlí commisero [21 gennaio], eccessi inauditi, piú perversi di quelli che commisero i barbari del medioevo; ivi molti caddero morti, moltissimi feriti, e l'eccelso cardine della chiesa, l'uomo di pace e di misericordia, entrò trionfante in Forlí, bagnata del sangue di tanti innocenti cittadini, ed ebbe l'impudenza di darsi il nome di pacificatore e benefattore delle Romagne. In Ravenna pure la banda del colonnello Zamboni [7 febbraio] si pose a percorrere di sera le strade offendendo in chi si abbattevano; essi stessi uccisero il loro capitano Bernardini, che tentava di ricondurli alla caserma, e nelle loro selvagge scorrerie rimase morto un onesto operaio di nome Antonelli, che dalla propria casa recavasi al forno ove lavorava. Ma Ravenna si scosse, chiamò in città le guardie civiche che erano ai cordoni sanitari, e i Zamboniani si rinchiusero in caserma e di notte avanzata se la svignarono di nascosto. Nel giorno seguente giunsero gli Austriaci, i quali furono accolti come liberatori dopo gli eccessi usati dai papalini. Se invece di conferenze, di proteste e d'indirizzi, torno a ripetere, si fosse messo insieme un buon corpo di civici, ben armato e disposto all'azione, sarebbe tutto ciò avvenuto? no, di certo. [XL.] Al suo arrivo in Bologna il cardinale Albani sciolse la Guardia civica ed ordinò la consegna di ogni sorta d'armi, e, presi per consiglieri un Canosa, direttore della polizia dello Stato modenese, ed un Marschall, colonnello austriaco, proscrisse con un bando severo le società segrete, impose un prestito forzato di 200 mila scudi, creò ad arbitrio magistrature e consigli comunali ed emanò altre disposizioni tiranniche; onde molti esularono. [XLI.] Il conte Francesco Rasponi nel ritirarsi dal comando civico, in seguito delle disposizioni di Albani, emanò un ordine del giorno, con cui lodava il lodevole contegno tenuto in ogni incontro dai militi da lui dipendenti ed esprimeva loro la gratitudine del paese, e finiva col dire che non avrebbe omesso di essere giovevole alla patria. Egli era aristocratico e prepotente, vizi originari della sua famiglia, ma seppe al bisogno rendersi popolare ed ebbe sempre la cautela di non adottare alcuna risoluzione senza prima consultare il parere della civica, e ciò affinché la responsabilità non piombasse intera sopra le di lui spalle. Anche il Prolegato Carlo Arrigoni diresse ad ogni civico i piú vivi ringraziamenti per gli utili servizi prestati alla patria. [XLII.] La Francia intanto per controbilanciare l'influenza degli Austriaci nelle Romagne, i quali si erano resi alquanto benevisi dopo le enormità usate dai papalini e si tenevano in buono accordo coi cittadini, forse colla mira di aggiungerle ai dominî lombardi, ordinò una spedizione in Ancona. Esultarono i Romagnoli, divenuti già immemori dell'inganno del non intervento, e non pensarono che l'occupazione d'Ancona era diretta a consolidare maggiormente l'autorità pontificia. La spedizione constava di 1800 uomini, comandati dal generale Cubières, il quale per via di terra erasi trasferito a Roma, onde prendere col pontefice gli opportuni accordi in proposito. Ma la squadra arrivò al suo destino prima che Cubières vi entrasse. Ciò non impedí che il capitano Combes non penetrasse in Ancona e non invitasse il comandante della fortezza a concedergliene l'ingresso. Né il Lazzarini né il Prolegato Fabrizi avevano istruzioni in proposito, non poterono annuire all'invito di Combes. Ma il colonnello Ruspoli, comandante delle milizie ivi stanziate, si arrese ed ammise i Francesi nella cittadella, che presero nelle mani le redini del Governo [24 febbraio '32]. [XLIII.] Il papa all'annunzio della presa di Ancona si risentí dell'aggressione dannosa agli interessi del suo Stato, protestò contro l'adoperata violazione del suo territorio, instò perché i Francesi lasciassero liberi i luoghi da essi occupati. Ma tutto ciò non valse a rimuoverli dal loro assunto, e si davano cura di far credere che erano venuti in Italia per liberarla dal giogo che le pesava sul collo. Si dischiusero le carceri a detenuti politici; patriottici canti in ogni lato; gli animi si concitarono non solo in Ancona, ma bensí nelle Romagne. Chi non si stimava sicuro nel proprio paese annidavasi in Ancona, ed era ben accolto ed ammesso in una legione instituita pel buon ordine del paese, il cui comando venne affidato a Nicola Ricciotti. Ma venuto Cubières in Ancona, il vero oggetto della spedizione si appalesò alla mente anche dei piú illusi. Vietò i canti e le riunioni nelle vie [12 marzo]; chi non era di Ancona dové partire; molti ivi rifugiati furono tratti in Corsica ed arruolati nella legione straniera; e rimandati in Francia Combes e Gallois che avevano suscitato lo spirito di libertà. Intanto dal canto suo il conte di St. Aulaire assicurava [15 aprile] Bernetti che il Governo francese professava una «perfetta amistà» alla Santa Sede e che «gli elementi della politica francese in Italia» erano sempre gli stessi: la conservazione dell'autorità temporale del papa, dell'integrità e della indipendenza de' suoi Stati»; e quindi il papa aderí di buon cuore alla dimora dei Francesi in Ancona, che fu regolata con determinate condizioni. Dopo tutto ciò accrebbero le ire contro i Francesi e contro il Governo papale. Si tentò di uccidere un certo Origo, colonnello dei gendarmi; si uccisero soldati francesi e soldati del papa; trafitto da vari colpi, cadde morto il gonfaloniere Bosdari: spavento generale. Energiche misure adottò Cubières: due rei dei fatti avvenuti furono fucilati, altri condannati alle galere; e nello stesso tempo il Pontefice lanciava la scomunica contro coloro che congiuravano a danno della sua autorità. [XLIV.] Ansioso il papa di acquistare una piena autorità, come i suoi antecessori l'avevano esercitata nei tempi addietro, cioè senza il concorso di forze straniere, venne consigliato di formare esso pure una sètta di fedeli alla Santa Sede, che paralizzasse quella dei patrioti e che suo scopo fosse di abbatterli ed esterminarli. Ad un certo G. B. Bertolazzi fu dato l'incarico di organizzarla; a seconda dell'ordine del giorno da esso emanato nel 1º settembre 1832, questa congrega ascendeva a 50 mila uomini distinti col nome di Centurioni: in esso atto chiamava i liberali partigiani, sanguinari, rivoltosi, sovversivi, nemici di ogni principio religioso, atei, imbrutiti, intenti a dissolvere i vincoli della società umana. La sètta aveva nelle Marche e nelle Romagne una direzione generale con parziali presidenze sul tesoro, sulla giustizia e sulla guerra; dieci -comandi- formavano una -divisione-, ogni -comando- componevasi di 12 -centurie-, ogni -centuria- di 10 o 12 -decurie-, ogni -decuria- di 10 o 12 -volontari-. Il papa accordò loro molti privilegi, specialmente quello di portar armi d'ogni sorta. Alla condotta scellerata dei Centurioni sono da attribuirsi gli omicidi che afflissero in quei tempi le Romagne. Le città piú conturbate dalle loro, azioni furono Lugo, Imola e Faenza, ma quest'ultima in particolar modo dilaniata: havvi chi ha asserito che in Faenza il numero dei morti ed uccisi ascese ad ottocento; in Russi spensero un lume di dottrina, di carità e di nobili sensi, Domenico Farini. Ma chi può ridire tutte le vittime del furore di una sètta cosí bestiale e feroce? Essa rese la tirannide papale insopportabile in ogni rango di persone. Malgrado l'appoggio dei Centurioni, il papa non si tenne sicuro a frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiamò due al suo servizio. Aiutato dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il Governo sciolse i consigli comunali e li formò di uomini abbietti, privò di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati sostituí i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto né del loro sapere, né delle loro qualità; le università chiuse e gli studenti che parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai benevisi al Governo: e tutto ciò per estinguere l'influsso liberale. [XLV.] Ma nel tempo che ciò operavasi sorgeva in Italia ed altrove, nel posto della vecchia Carboneria, una nuova formidabile società col nome di -Giovine Italia-, promossa da un giovane generoso, di profondo ingegno, di volontà ferrea, tutto anima per rendere libera e indipendente la patria: questo giovane chiamavasi Giuseppe Mazzini. Egli esortò dapprima Carlo Alberto re di Sardegna a tentare la magnanima impresa di sottrarre l'Italia dal giogo straniero austriaco, ma la nobile proposta lo pose in sospetto di cospiratore, e per evitare i danni che gliene potevano venire, emigrò in Francia. In Parigi si accordò coi suoi compatrioti fuorusciti, e instituí la società col nome di -Giovine Italia-; si eresse pure cogli stessi principi la -Giovine Alemagna-, la -Giovine Ungheria-, e Mazzini fu eletto supremo regolatore delle medesime. Un giornale col titolo della società stampavasi a Parigi per scuotere l'inerzia del popolo; in esso dicevasi: «Ma parla, popolo, cosa mai fanno i nostri nemici per sollevare la tua miseria? Supplica e sarai deriso--lagnati, e ti getteranno in carcere--percuoti alle porte di costoro per chieder pane, e ti lancieranno in volto una pietra--per essi le ricchezze e i piaceri, per te le fatiche e le lagrime--per essi gl'impieghi e gli onori, per te la servitú. Guardati intorno, o popolo; vedi se esiste una terra al pari d'Italia benedetta da Dio, con i suoi doni. Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire e ad alimentare la tua famiglia--ma alcuni pochi la possiedono tutta, a te non è lecito sperarne altra parte, oltre quella che servirà per la tua sepoltura». Com'è ben da credere il Mazzini fu accusato di socialismo. In seguito altri giornali apparvero nello stesso senso, uno col titolo -Il precursore- ed un altro in Londra col titolo -L'apostolato-. Questa società si estese in tutta Italia, e vi divenne formidabile: perciò incusse timore nel cuore dei principi e commosse altamente la corte di Vienna, come ciò si rivela dalle note dirette da Metternich al cav. Menz, incaricato di affari diplomatici a Milano, riportate in diverse storie. [XLVI.] In Ravenna ebbe l'incarico di formare una sezione della -Giovine Italia- il conte Francesco Lovatelli, il quale nell'assumerlo si aggiunse per coadiutori Giovanni Montanari, Antonio Ghirardini e me. Ci trovammo un giorno tutti insieme, per concertare il modo di erigerla, ma poco tempo dopo io ed il Ghirardini fummo arrestati, né saprei dire come si comportarono i miei due colleghi per dar esito alla faccenda. Seppi però nelle carceri di Bologna, ove fui condotto unitamente ad altri quattro cittadini, che il Lovatelli ricercato dalla polizia evase. Ora m'è d'uopo di dar ragguaglio di quell'arresto per le particolarità che presenta. [XLVII.] L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16 dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica, Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del paese; né poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi, scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermo di malattia di petto contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe altra destinazione che non saprei indicare. [XLVIII.] Per me, che avevo già sofferto tre anni di carcere, essa non mi sconcertò punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perché non aderiva di lasciargli aperta la porta: «Siamo galantuomini, gridava, non vogliamo già fuggire». In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse dinanzi al commissario di polizia, il quale cosí alla buona senza tanti complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intimò «l'esiglio in perpetuo, sotto pene arbitrarie in caso di ritorno». I miei compagni, già stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un beneficio: il Ghiselli diede peró una famosa lavata di testa al commissario, che se la sorbí senza proferir parola; ed io gli dissi che l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei procedimenti che la legge prescriveva; e che quindi rigettava l'invito del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinché ritirassi il rifiuto emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: «Noi ti considereremo come un fratello; le cose possono cambiare, e l'esiglio può essere di breve durata; ritira la rinuncia»; ciò che feci, e pochi giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana [dicembre '32]. Ci fermammo a Firenze, ma il Governo di quel ducato non ci permise di stazionarvi; c'inoltrammo però a Lucca, ove i signori Donati Burlamacchi ci installarono in un loro magnifico casino. Dopo tre mesi di patriarcale dimora in quel deliziosissimo sito, ove d'inverno si godeva l'aura di primavera, i due Boccaccini si resero in Baviera; ove colla mediazione del conte Baccinetti, addetto al servizio di quella Corte, ottennero la protezione di quel re, e nell'incontro ch'egli si recò a Roma, li fece graziare dal Papa e l'esiglio per essi disparve. Ghiselli e Della Scala ebbero il permesso di rimanere in Toscana; io e Ghirardini ci dirigemmo in Francia. Il Ghirardini non mi fu dato mai di vederlo; so che fu inviato al deposito di Mende con soli 30 franchi di sussidio al mese: egli mi scrisse perché tentassi di fargli conseguire i 45 franchi che gli altri emigrati percepivano, ed usai energiche pratiche in proposito cogli amici di Parigi; e quando erasi sul punto di riuscire nell'intento, mi pervenne la notizia della sua morte. Buon liberale, fermo nei suoi principî, operò molto per la causa d'Italia: egli fu nel 1821 rinchiuso nel forte d'Ancona e, dopo quattro anni di prigionia preventiva, condannato da Rivarola ad altri non pochi di galera; ma reso libero pei successivi movimenti d'Italia, spiegò maggiore energia di quella che aveva nel 1820. Io nel mio viaggio verso la Francia mi fermai a Livorno, ove fui accolto con molta cortesia da Mayer e Bastogi, capi della -Giovine Italia-, e questi mi consegnò diverse carte da porgere a Mazzini a Marsiglia, le quali avviluppai nella fodera del mio cappello e, colà giunto in assenza del Mazzini, consegnai ad un certo Bendandi, addetto alla di lui casa. Il viaggio da Livorno a Marsiglia [marzo '33], in una barcaccia carica di ossa che dovevano servire a raffinare zuccheri, fu terribile, atteso che dinanzi alle isole Hyères fummo investiti da un terribile temporale, che ci espose a divenire il pasto dei pesci. Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins [aprile '33] ove esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra risorsa che il sussidio del Governo, era trista: prelevato l'affitto, l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a che l'ora del pasto stava per suonare. Capitò nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il quale inveí oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che già in Marsiglia lo espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura. Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone, accusate indegnamente di complicità nell'attentato di Rivarola; ed i miei schiarimenti valsero a giustificarlo. [XLIX.] La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi, di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati erano introdotti, ed i lamenti degli esclusi giovarono alla polizia per iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna. Da Moulins sino ad un certo punto si viaggiò in diligenza [giugno '33]; il Governo corrispose dieci soldi per ogni lega: poi si montò sopra un battello a vapore che percorreva la Loira. Poco lungi da un paese chiamato Ancenis si ruppe qualche cosa nel meccanismo del vapore, e tutti i passeggieri dovettero far sosta ad Ancenis per accomodare il vapore. Discesi a terra noi emigrati ed uniti insieme passeggiando per le strade, si agglomerò una turba di gente con grida, fra le quali quella di -morte ai San Simoniani-; allora consigliai agli amici di entrare in una chiesa aperta, che ci era dappresso, ove giunti chiamai il sagrestano e lo pregai, regalandogli alcuni soldi, di andare a chiamare il Maire o Sindaco: la risoluzione fu buona, egli non tardò a venire, gli si fece conoscere che noi eravamo emigrati italiani, inviati dal governo in Bretagna, e nulla sapevamo di San Simonismo. Il Maire uscí, disperse la turba, e fummo liberi d'andare all'osteria, ch'era di fronte al battello, per soddisfare agli urgenti bisogni dello stomaco. Nel mentre che si stava mangiando un boccone, eccoti tre individui di sinistro aspetto; l'un di essi si levò il cappello, trasse fuori delle cartucce e battendole sul tavolino, gridava: «C'est du poivre sur les ennemis de la duchesse de Berry»: allora mi feci ardito e dissi in francese, alla meglio che potei avendolo studiato in Ravenna da Verlicchi, che noi non eravamo nemici della duchessa di Berry, ma emigrati italiani inviati dal Governo in Bretagna. Allora la scena si mutò d'aspetto, ci porsero da bere, e si rimase in loro compagnia sino alla chiusura dell'osteria: noi andammo a dormire sulle panche del battello. Giunti a Nantes [27 giugno] prima mia cura fu quella d'andare a vedere il ripostiglio, ove la duchessa di Berry fu arrestata: immaginatevi un bel camerino dentro una canna da camino, ove si poteva stare con tutt'agio, ma dal momento che si accese fuoco nel camino divenne un forno ardente, onde le fu d'uopo d'arrendersi senza perdere un minuto di tempo. Da Nantes a Vannes, capoluogo del dipartimento del Morbihan, se la mente non m'illude, mi pare che si facesse col cavallo di san Francesco, a piedi, per mancanza di pecunia: da Vannes fummo traslocati ad Auray, piccolo paese assegnatoci per deposito. [L.] L'entusiasmo per la duchessa di Berry era indescrivibile in tutta la Bretagna, e immenso l'odio contro il Governo di Luigi Filippo; talmente che i soldati, che andavano in congedo e che transitavano per quelle contrade, correvano pericolo di essere uccisi. L'avversione cadeva pur anche su di noi; quando gli abitanti c'incontravano, sputavano in terra tre volte e si facevano il segno della croce, per disperdere l'influsso della scomunica, di cui dicevano essi essere noi aggravati. In vista dell'odio del paese contro di noi nutrito, si pensò di stare tutti uniti, e a tal fine si prese un'intera casa in affitto: facevamo da noi la spesa e la cucina; i viveri in Bretagna costano meno che nelle altre località, havvi abbondanza di burro, di formaggi, di selvaggina e di pesce, specialmente di sardine, ma si beve male; per chi non ha modo di comprare del bordò, la bibita ordinaria del paese è il -cidre- che è spremuto da pomi, bibita acida, cattiva allo stomaco quando non è vecchia. Anche il clima non mi favoriva punto, perché umido ed incostante a causa dell'influsso del vicino Oceano; perciò ero quasi sempre ammalato. [LI.] Era con noi un certo Piolanti, ufficiale del papa al tempo dei movimenti del 1820, buon liberale addetto alla Carboneria. Fanatico per la canina e per le buone bibite, sentivasi venir meno, dovendo ingoiare quel pestifero -cidre-. «Perché, gli diss'io, non ricorri al re per un sussidio, onde comprarti un poco di bordò? Noi abbiamo qui un buon amico, che ne vende d'ogni sorta e che può farti star bene nell'acquisto». Pensò alquanto sulla mia proposta e poi mi disse: «Redigi tu l'istanza, sul tema del mal di stomaco». Lo esaudii tosto, e via per la posta l'istanza. Trascorse piú d'un mese, senza avere alcuna notizia, e già la concepita speranza svanivasi, quando un giorno il Maire d'Auray annunziò a Piolanti che teneva a sua disposizione cento franchi, elargitigli dal re. L'annunzio arrivò l'antivigilia dell'anniversario della rivoluzione del 6 febbraro 1831; onde si risolse di festeggiarlo, erogando una parte del dono in acquisto di bordò. Io mi recai subito dal negoziante, credo che si chiamasse Ardoin, l'unico liberale che ebbi a conoscere a Auray; combinai sul prezzo, sulla quantità, gli dissi che trattavasi di solennizzare la memoria della nostra rivoluzione, e lo invitai ad onorare colla sua persona il nostro banchetto: ma non accolse l'invito, in vista forse di non compromettersi cogli abitanti, che ci tenevano in conto di scomunicati, e di non essere compreso fra esseri per loro tanto malevisi. Dopo la festa corsi a pagare l'importo del vino, ma non vi fu modo di farglielo accettare; egli persisteva a dire: «Lasciate che io abbia la soddisfazione di concorrere alla gioia da voi giustamente provata». Ma la maggior gioia l'ebbe l'amico beneficato, a cui restò l'intero beneficio, erogato in breve tempo nella bibita a lui prediletta. Intanto il deposito di Auray diminuivasi ogni giorno per trasferimenti accordati a chi li chiedeva. Tra i traslocati annoveravasi il corrispondente di Mazzini, che lasciò a me le funzioni che gli spettavano, e le assunsi col nome di Pietro Borna. Era il momento della spedizione di Savoia e Mazzini instava che colà si corresse. Ma con quali mezzi sostenere la spese di un sí lungo viaggio? Come intraprenderlo senza passaporto? Io pur domandai di essere inviato nel centro della Francia, e mi scelsero per luogo di dimora Dijon, magnifica città, antica sede dei duchi di Borgogna, e dove già esisteva un altro deposito di Piemontesi e Modanesi. Io aveva in animo di lasciar da parte Dijon, e di accostarmi alla Savoia, ma seppi in cammino che la spedizione era andata a male; quindi avanzai il passo al paese destinatomi, in cui dimorai varî anni [febbraio 1834-agosto 1840]. Poi ebbi lettera da Antonio Spada, che dalla Svizzera si stabilí nel Belgio, offrendomi un buon impiego nella tipografia Haumann, per correggere opere latine ed italiane; onde rinunciai al soccorso di Francia e andai a Bruxelles. [LII.] Sempre fornito di pochi mezzi, pagai l'importo della diligenza sino a Bruxelles e la borsa rimase affatto in secco. «A me basta arrivare a Bruxelles, ove troverò tutto quello che mi occorre»: cosí dicevo ritenendo che in viaggio non avrei incontrato alcuno ostacolo. Ma giunto a Quiévrain sulla frontiera del Belgio [21 settembre '40], appena resi ostensibile a quel Commissario il mio passaporto mi disse che non poteva piú inoltrarmi, mentre un ordine espresso del Ministero vietava l'ingresso ai rifugiati politici. Invano gli feci conoscere che il Ministro dell'interno signor Lebeau era consapevole della mia andata nel Belgio; ma il Commissario non poteva né doveva mancare agli ordini avuti: egli mi permise di scrivere al Ministro e s'incaricò egli stesso di fargli pervenire la mia domanda. Scrissi in pari tempo a Spada, e lasciato il mio bauletto nella camera del Commissario, che apparve oltremodo cortese, col mio mantello sul braccio sinistro, coll'ombrello m'avviai fuori del paese. A 30 passi di distanza mi posi a sedere sull'orlo d'un fosso pensando ai casi miei: «Dove vado senza un soldo in tasca? come potrò sostenere la fatica d'un viaggio che da qui a Valenciennes non è corto? In ogni modo non havvi altro partito da prendere»; e via con passo moderato per non stancarmi presto. Giunsi la sera a Valenciennes: non ne poteva piú, e mi ficcai dentro alla prima osteria che mi si presentò davanti agli occhi; cenai alla meglio e me ne andai a letto. La mattina lasciai alla padrona dell'osteria il mio tabarro, l'ombrello, quasi a garanzia del debito contratto la sera antecedente, e le chiesi se in paese si trovava nessun emigrato italiano. Mi disse di sí, ma non seppe indicarmi il suo indirizzo, quindi mi fu d'uopo di recarmi in polizia, ove ebbi le necessarie informazioni. L'italiano era un Piani di Faenza che mi accolse, sebben non mi conoscesse che di nome, con una cortesia non comune; e al racconto di quanto m'era avvenuto, aperse un cassetto del suo scrittoio contenente varie monete con facoltà di servirmene. «No, io non ho bisogno di denari, meno quei pochi soldi che saranno da pagarsi all'osteria; ma di un ricovero sin che ho risposta da Bruxelles» e mi tenne in sua casa come un fratello. La risposta non tardò molto a venire, e col permesso di seguire il mio viaggio si aggiunsero denari. A Bruxelles feci tosto conoscenza dei molti emigrati che ivi stanziavano; fra i quali Gioberti che stava nel collegio privato di Gaggio, ove aveva alloggio e vitto per la carica di professore che vi esercitava: egli non usciva di casa che la sera, e lo vedevamo nel caffè dei Tre Svizzeri; e non è a dire quanto ci riusciva grata la di lui conversazione, e s'aggirava spesso sull'opera che allora componeva, -Il primato d'Italia-. Di un altro degno patriota mi resi amico, del colonnello Bianco, vero padre e benefattore degli emigrati: era tutto cuore per essi, e pei molti debiti contratti, vedendo che la famiglia, a cui tutti i suoi beni erano ceduti, non si prestava a pagarli si annegò nel canale che è presso Bruxelles: il dolore fu immenso per tutti. [LIII.] Vedendo che la promessa dell'impiego non sortiva alcun effetto e non avendo piú alcuna risorsa, mi portai a Namur ove dimorava Spada, o per meglio dire, dove signoreggiava Spada. Provvisto del sussidio assegnato agli emigrati, eletto professore di lingua italiana nell'Ateneo con un buon onorario, amico delle precipue famiglie, ben visto e festeggiato dovunque, conduceva una vita da principe; ed io, che conosceva gli scarsi, anzi scarsissimi meriti di Spada, non sapeva rendermi di ciò ragione. Io credo che una causa di questo benessere emergesse dalla sua abilità nel cantare: veniva a tal fine invitato in tutte le conversazioni ed anche nelle accademie. Ma non seppe provvedere ai miei bisogni e mi consigliò di stabilirmi a Mons, ricco paese dell'Hainaut, dove non esisteva alcun italiano e poteva darsi lezioni con profitto [dicembre '40]. Infatti, colle lettere che seppi procurarmi, posi insieme vari scolari, tutti appartenenti alle precipue famiglie del paese; ma mi accorgeva bene che prendevano lezioni non per imparare l'italiano, ma per sovvenire ai miei bisogni. [LIV.] Io non posso qui rattenermi dal ricordare la baronessa Enrichetta De Leuze, amabilissima signora, fresca ed avvenente, ma di una corporatura colossale, che non le toglieva però di essere snella come una lepre. Ella conosceva già l'idioma italiano e lo parlava, avendo soggiornato qualche tempo a Roma, ma per non smarrirlo leggeva e traduceva -ex-abrupto- ciò che aveva letto, ed io doveva correggerla dove sbagliava. Essendo amantissima della musica italiana, spesso mi toccava di stare al suo fianco, quando cantava in italiano, e farle osservare dove la parola non era ben pronunziata. Mi aveva accordato una piena facoltà di entrare nel suo gabinetto, anche quando non vi era. Un mattino vidi aperto sopra il di lei tavolino un pugnale, magnifica arma inglese, con manico d'avorio, guarnito di argento; io non lo mossi, e quando entrò mi disse: --Che ve ne pare di quell'arma? --Bellissima. --È l'arma prediletta degli Italiani. --Esagerazioni. Si crede che ne facciano un uso sacrilego, ma s'adopera di certo meno degli altri paesi d'Europa, o almeno, confrontando le statistiche, l'Italia conta minori delitti degli altri popoli, e se avesse un sistema politico quale ha il Belgio, sarebbe un modello di saviezza.--E le rapportai diversi fatti che dové persuadersi di quanto asseriva. Un altro giorno mi porse un piccolo forziere, onde ponessi in assetto le carte in esso rinchiuse, e nell'esaurire il mio incarico rinvenni un rotolo di guillaume di oro, che equivalgono, credo, 21 franchi, che io consegnai subito. Tutto ciò faceva per mettermi alla prova: col pugnale volle vedere quali sentimenti io spiegava; coi danari sperimentare la mia probità. Prima di lasciare il Belgio volle che rimanessi alcune , 1 . 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