Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano Primo Uccellini Annotator: Tommaso Casini [Illustrazione: LUIGI UCCELLINI di Ravenna (1804-1882).] BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI.--N. 5-6 MEMORIE DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO DI PRIMO UCCELLINI pubblicate con annotazioni storiche a cura di TOMMASO CASINI ROMA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI 1898. PROPRIETÀ LETTERARIA DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI -Gli esemplari di questo volume non firmati dal gerente della Società si ritengono per contrafatti.- (87) Roma, Tipografia Enrico Voghera AVVERTIMENTO A queste «Memorie di un vecchio Carbonaro» che Primo Uccellini compose nell'onorata vecchiezza, sí per ricordare a sé stesso e agli altri i casi avventurosi e dolorosi della sua lunga vita di patriota, sí per lasciare ai giovani concittadini l'utile insegnamento del proprio esempio, non avrei voluto mandare avanti alcuna parola; poiché parevami che non bisognasse presentazione o raccomandazione per un libro di ricordi veramente vissuti, come oggi dicono, nei quali rinascono quasi presenti i tempi torbidi della Carboneria romagnola e delle persecuzioni pontificie e cardinalizie, le visioni luminose della Giovine Italia e l'odissea amara dei proscritti politici, i moti cosí diversi del 31, del 48 e del 49 e la reazione trionfante sin presso al sorgere del crepuscolo, annunziatore dell'Italia restituita nel pieno dominio di sé. Tutta questa epica storia di dolori e di speranze, di prove ognor rinnovate e di sconforti ineffabili, vide l'Uccellini e vi partecipò, secondo che i casi e le forze sue consentirono, ma sempre con onorata condotta, con anima immacolata, con intendimenti del piú puro patriottismo. E delle molte cose vedute narrò quelle che piú da vicino erano legate alle avventure sue personali, con semplice e ingenuo stile, con fedeltà scrupolosa al vero, senza passioni e senza vanti; egli che pur di vantarsi avrebbe avuto e occasioni e ragioni, egli cui le tarde persecuzioni dell'idea mazziniana--sua face illuminatrice nella giovinezza, suo conforto e riposo nella piú matura età--avevano tenuta viva e salda tutta la passione politica destata dalle persecuzioni dei Rivarola e degli Invernizzi. L'Uccellini scrisse queste sue ricordanze, passati ch'egli ebbe di poco i settant'anni, quando la mano affaticatasi in mezzo secolo di lavoro era già stanca; ma la memoria era ancora fedele e pronta la mente, cosí che quelle sue paginette si venivano riempiendo di uguale e nitida scrittura a matita, senz'altro lavorio, da quello in fuori che è rappresentato da pochi ritocchi e rinvii e da alcune pochissime correzioni o aggiunte di nomi e date[1]. Pubblicandole, per gentile consenso del possessore dell'autografo, l'egregio cittadino Francesco Miserocchi, mi sono fedelissimamente tenuto alla forma data alle sue Memorie dall'Uccellini medesimo; salvo che ho riordinata la punteggiatura ch'egli soleva segnare per mezzo di lineette, ho aggiunto o rettificato qualche nome proprio, e qua e là, desumendole da documenti certi, ho messo tra parentesi quadre alcune date, perché agevolassero al lettore la piena intelligenza di queste ricordanze. Alle quali ho fatto seguire, perché mi parve di corrispondere a un desiderio dell'autore, la narrazione della sua ultima prigionia, ch'egli stesso aveva stampata vivente[2], e una serie di annotazioni, nelle quali, oltre rapidi accenni storici e biografici su cose o persone da lui ricordate, ho allogato ciò che dal carteggio di prigione e d'esilio dell'Uccellini coi suoi parenti e amici[3] ho potuto ritrarre di utile per la storia, sia pure aneddotica, dei patrioti italiani e specialmente dei profughi del 31, e per conoscere piú da vicino alcuni dei casi che egli aveva solo accennati o anche omesso di raccontare nelle Memorie. [1] L'autografo è di 61 cartelline scritte a matita: il testo di esso trascritto senza i necessari avvedimenti fu pubblicato infedelmente in un periodico di Ravenna, -Il Ribelle, organo della Consociazione repubblicana Pensiero e Azione-, Anno I, n. 1-15 (5 gennaio, 12 aprile 1884), col titolo di -Memorie inedite delle vicende politiche di Primo Uccellini-; ma il giornale morí poco dopo, né oggi se ne trova piú alcuna copia, salvo quella conservata nella biblioteca Classense: sí che le Memorie dell'UCCELLINI furono stampate, ma non si può dir che fossero veramente pubblicate. [2] La narrazione dei -Cinque mesi di carcere nel forte di Bormida- fu pubblicata nel -Diario ravennate per l'anno 1870-, pag. 29-40: che l'UCCELLINI la considerasse come parte integrante delle sue Memorie si rileva dal cenno che egli fa alla fine del cap. LXXV (pag. 108). [3] Tutte le lettere e carte dell'UCCELLINI da me vedute e studiate si trovano presso il Miserocchi: al quale rendo pubblicamente le piú vive grazie per essermi sempre stato cortese di ciò che egli possiede nella splendida raccolta del Risorgimento italiano. L'Uccellini non ebbe mai ambizioni letterarie, ma per le dure necessità dell'esilio dovette ingegnarsi di trarre dalla penna qualche aiuto alla vita. In Francia lavorò a parecchie compilazioni, di alcune delle quali non si è potuto avere piú precisa notizia: tali sono, per esempio, quei fascicoli di un'opera morale, che dovettero esser pubblicati per associazione in Dijon dal 1836 al '37, ma non continuarono oltre il secondo, per difetto di abbonati; quel Compendio della storia d'Italia con la descrizione del suo stato moderno, che s'incominciò a stampare nel '37, ma dopo le due prime puntate uscite nel '38 e concernenti lo Stato pontificio non ebbe altro seguito, perché un commesso infedele gli portò via ogni frutto del suo lavoro; quelle Effemeridi del 1840 per il dipartimento della Costa d'oro, che saranno state, m'imagino, uno dei tanti almanacchi descrittivi, statistici o storici allora in uso. Di tutti i lavori che il nostro ravennate pubblicò o preparò durante l'esilio, io non ho potuto vedere che il -Nuovo- | -dizionario portatile- | -della- | -lingua italiana- | -compilato- | -sul gran vocabolario stampato in Bologna- | -nel 1828 da P. Uccellini- | -professore d'italiano-[4]; una ricompilazione copiosa e diligente, se non sempre esatta nelle definizioni, dal noto lessico bolognese del Cesari. [4] Parigi, presso J. Langlumé e Peltier, librai, contrada du Foin-Saint-Jacques, 11, 1842; in-32º di pag. VI-630, a due colonne. Tornato dall'esilio, l'Uccellini poté volgere le sue pazienti fatiche di compilatore a una materia meno arida e meno ingrata; voglio dire la storia patria romagnola, della quale par che egli si proponesse di farsi volgarizzatore fra il popolo. E di queste sue fatiche frutto osservabile fu il -Dizionario storico- | -di Ravenna- | -e di altri luoghi di Romagna- pubblicato, in grosso volume (col motto -Indocti discant, ament meminisse periti-), nel 1855[5]: dove, traendo la materia per grandissima parte da un simile lavoro manoscritto del ravennate conte Ippolito Gamba (1724-1788), ordinò molte notizie storiche, biografiche, genealogiche ecc. degli uomini e cose notabili di Romagna; lavoro di largo disegno, riuscito necessariamente di scarso valore, perché l'autore poté giovarsi di pochissime fonti storiche né ebbe sempre un criterio sicuro di elezione e di metodo, ma ciò non ostante consultato anche oggi da chi non abbia familiari o non possa trovarsi sotto mano le opere speciali di piú compita e larga erudizione[6]. [5] Ravenna, nella tip. del Ven. Seminario Arcivescovile 1855: in-4º, di pag. 513. [6] Vedo, p. es., che lo cita e se ne vale anche l'egregio ing. E. ROSETTI nel suo eccellente libro -La Romagna, geografia e storia-, Milano, Hoepli 1894, p. 642. Ma di coteste sue cognizioni di storia patria l'Uccellini meglio si valse a rendere piú utile e istruttivo il -Diario- annuale di Ravenna, del quale per molti anni curò la pubblicazione. La serie di questi calendari romagnoli risale al 1703, cioè al -Diario sacro di Ravenna- per quell'anno, compilato da Domenico De Vicari; un altro consimile uscí nel 1784, a cura non so di chi, e per il 1792 si ebbe l'-Almanacco di Romagna-, edito dagli eredi Biasini di Cesena, che è molto utile a consultare, chi voglia conoscere lo stato politico ed ecclesiastico e gli uffici e le instituzioni pubbliche della provincia alla vigilia dell'occupazione francese. Durante il Regno italico si cominciò a pubblicare nel 1811 dall'editore forlivese Matteo Casali l'-Almanacco del dipartimento del Rubicone-, con notizie storiche e statistiche, con l'indicazione dei pubblici funzionari, dei prodotti e delle industrie locali, ecc.; ma non andò oltre il secondo anno, o almeno a me non è riuscito di trovarne altri. Restaurato il Governo pontificio, ricomparve nel 1818 e seguitò poi sempre il -Diario sacro- di Ravenna, con il calendario dell'anno e le autorità ecclesiastiche e civili, e ne fu compilatore Luigi Uccellini, al quale, quand'egli morí nel 1834, succedette nella modesta fatica un certo Roatti. Il nostro Uccellini dall'esilio di Dijon promise di aiutare il continuatore della «impresa lodevole»; ma poi il bisogno lo strinse ad assumerla per proprio conto, sí che fatto stampare -Il Romagnolo-, diario per il 1838, ne mandò in patria 500 copie, le quali furono subito vendute a cura degli amici e parenti; ma per l'anno di poi l'almanacco giunse in ritardo, e non si poté trarne alcun beneficio; sí che per il 1840 provvide mandando assai per tempo il manoscritto e affidando la cura della stampa a Giulio Guerrini, ma qualunque ne fosse la causa (forse qualche maneggio del compilatore del -Diario sacro-), la stampa non si poté fare. Nella redazione del -Diario sacro- intervenne un cambiamento, poco prima del ritorno dell'Uccellini dall'esilio; poiché quello dell'anno 1846 ha un breve proemio ove si annunzia un compilatore nuovo[7], che si crede esser l'Uccellini medesimo, il quale ne avrebbe da quel momento presa la cura sopra di sé. Sebbene nei -Diari- che seguono sino al tempo del definitivo ritorno dell'Uccellini in Ravenna, che fu nel 1852, si trovi quell'ornamento che a lui tanto piaceva, delle notizie di storia patria[8], non credo di esser lontano dal vero ritenendo che la compilazione, come cosa propria ed esclusiva, fosse da lui assunta solamente con la redazione del libretto per il 1854, che si vide apparire con titolo di -Almanacco della provincia di Ravenna col Diario sacro-. La serie dei libretti annuali compilati dall'Uccellini durò fino al 1880, poi la redazione fu da lui ceduta a Primo Gironi, già suo collaboratore negli anni anteriori; il titolo tornò a essere -Diario sacro- nel '55, poi fu di -Diario sacro e profano- nel '60; dal 61 al '63, -Diario di Ravenna-, e indi poi sempre di -Diario Ravennate-. Ogni fascicoletto, oltre il calendario e la serie degli uffici governativi, municipali ed ecclesiastici, contiene dal 1854 all'80 una messe copiosa di notizie, documenti e curiosità di storia patria, raccolte e date fuori a titolo di varietà e di istruzione popolare, e quasi tutte fatica propria dell'Uccellini; al quale per altro alcuna volta si compiacquero di porgere il contributo di piú dotti lavori alcuni amici suoi, come Adolfo Borgognoni e Corrado Ricci. Queste compilazioni storiche dell'Uccellini[9] sono di scarsissimo valore per ciò che riguarda i tempi antichi; ma acquistano il carattere di preziose testimonianze allorché raccontano fatti della storia piú recente, massime del risorgimento nazionale. Non sempre è possibile discernere ciò che l'Uccellini dettò egli stesso da ciò che gli fu dato a stampare da alcun suo cooperatore; ma con sicurezza si devono registrare come suoi gli scritti seguenti: [7] «Eccovi, o benevoli lettori, il -Diario sacro- di questa Città e Diocesi per la prima volta da me compilato.» [8] In quello del 1847 è narrato l'assedio di Ravenna per opera di Teodorico; nel '48 e '49 si parla di due scismi della Chiesa ravegnana; nel '51 si dà un quadro cronologico della storia ravennate, con altre notizie storiche diverse. [9] Il proposito espresso nel -Diario- del 1856 di pubblicare ogni anno un libro della -Storia di Romagna- del CARRARI non ebbe seguito; invece furono dati estratti delle Cronache ravennati del CORLARI e del RAISI per il periodo 1796-97 nei -Diari- degli anni 1858, 1866-68, 1870-73. 1. -Cronaca ravennate- dal 1859 al 1878; ne furono pubblicati dei frammenti nei -Diari- del 1860 (-dal 13 giugno alla fine di novembre 1859-), del 1861 (-dal gennaio a tutto novembre 1860-), del 1879 (-dal 1870 sino al 1974 inclusive-), del 1880 (-anni 1875 e 1876-) e del 1881 (-anni 1877 e 1878-). 2. -L'ingresso delle truppe pontificie nelle Romagne- (20, 21 gennaio e 5 febbraio 1832), nel -Diario- del 1863. 3. -Persecuzioni politiche, 1921-25-; nel -Diario- del 1864. 4. -Spedizione contro Roma, colonna mobile di Ravenna, 1831-; ivi. 5. -Biografia: Antonio Ghirardini sopranominato Buraccina-; ivi. 6. -Vita di Andrea Garavini-; nel -Diario- del 1867. 7. -Martirologio politico ravennate-; nel -Diario- del 1868. 8. -Il generale Giuseppe Garibaldi sottratto dai patrioti ravegnani alle ricerche degli Austriaci nell'estate del 1849-; nel -Diario- del 1869[10]. [10] Di questo notevole scritto dell'UCCELLINI furono tirati a parte alcuni estratti, in forma di opuscolo in-8º, di pp. 44, aggiuntavi la storia e la fotografia del Capanno del Pontaccio, come si ha dal titolo seguente: -Relazione | dello scampo | del | Generale Garibaldi | dalle ricerche degli Austriaci | nell'estate 1849 | coll'aggiunta | della | Storia della fondazione | del Capanno del Pontaccio | ornata | della fotografia del Capanno stesso-. Ravenna, Stabilimento tipogr. di G. Angeletti, 1868; e sono rarissimi (uno ne ha la Classense, 83, 2, Busta XII, 8). Ma del tutto introvabile è la ristampa che ne fu fatta in Ravenna a cura di C. ZIRARDINI, che vi aggiunse una breve biografia dell'autore, e si proponeva di illustrare e compiere la narrazione dell'Uccellini con una serie di note, che non furono poi né scritte né stampate; e cosí i fogli già impressi furono distrutti. Un esemplare di essi, forse il solo scampato, fu da me acquistato alla vendita dei libri di Curzio Gallina; è un volumetto in-16º piccolo, di pp. 112, che porta questo titolo: PRIMO UCCELLINI | -Giuseppe Garibaldi | sottratto dai patrioti ravegnani | alle ricerche degli austriaci | nell'estate del- MDCCCXLIX | Ravenna 1883 | Tipografia editrice | di Claudio Zirardini. 9. -I missionari del 1824 e l'arcivescovo Codronchi-; nel -Diario- del 1879. 10. -Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi seguaci contro la Guardia urbana nel 1831-; ivi. Se a questi scritti si aggiunga la -Relazione storica sulla avventurosa scoperta delle ossa di Dante Alighieri-, scritta e pubblicata dall'Uccellini nell'anno medesimo del centenario dantesco[11], si sarà enumerato tutto ciò che il buon patriota produsse nel campo letterario; nel quale egli non impresse solchi durevoli e profondi, ma lasciò negli scritti testimonianza di amore operoso alle memorie gloriose della sua terra natale. E quando il 29 marzo 1882 l'Uccellini chiuse per sempre gli occhi alla luce, il compianto grandissimo che si levò per Ravenna e per tutta la Romagna[12], se era specialmente un tributo di reverenza al cittadino morto immutato nella sua fede politica e serbatosi intero di animo e di vita in mezzo a tante apostasie e a molte viltà; non dobbiamo dimenticare che esso era anche riflesso di una popolarità, alla quale molto avevano conferito le modeste compilazioni del -Diario Ravennate-. T. CASINI. [11] Ravenna, stabilimento tip. di G. Angeletti, 1865, in-8º, pp. 16. [12] Nel giornale -Il Ravennate-, 31 marzo 1882 (a. XIX, n. 61) si legge una necrologia dell'Uccellini e sono riprodotti, in parte, i molti manifesti che le Associazioni cittadine pubblicarono per i funerali. Notevole quello degl'impiegati municipali, steso da ADOLFO BORGOGNONI, che è un vero e compiuto ritratto dell'Uccellini: «Egli appartenne alla sacra legione di quei generosi che tutto dedicarono al risorgimento morale e politico della Nazione. Militò dapprima nel segreto delle cospirazioni e preparò l'armi per fronteggiare la mala signoria che manomise il paese, e si ebbe assidua persecuzione e duro carcere. Carattere incrollabile, non cedette all'impeto della forza che lo opprimeva, ma riprese l'ineguale tenzone, e ne ebbe l'amaro esiglio, dove sofferenze, privazioni, dolori non valsero a cancellare, ma ingagliardirono nell'animo invitto il pensiero e la fede nei futuri alti destini della patria. Ritornato in seno a questa, illustrò di opere notevoli la letteratura di Romagna, e fu prescelto dal Municipio all'ufficio di vicebibliotecario della Classense, nella quale rese importanti servigi. Non chiese mai premio delle opere patriottiche da esso compiute. La religione del sacrifizio in cui visse e morí vota al suo nome l'aureola intemerata dei martiri del dovere». MEMORIE DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO O piccole o grandi le memorie patrie è dovere il conoscerle, perchè nel passato è gran parte del nostro avvenire. N. TOMMASEO. -Scrivo le vicende della mia vita politica, come altre volte le raccontai in convegno di amici, cioè in quel modo genuino che può usare chi non è scrittore, ma un semplice compilatore di cose patrie. Le scrivo perché ritengo che i miei giovani concittadini, a cui le dedico, possano ritrarre da esse utili insegnamenti.- PRIMO UCCELLINI. 30 giugno 1877. [I.] Nacqui nel 9 gennaro 1804, quando la Francia, sottrattasi già dall'assolutismo dei Borboni, reggevasi in repubblica e faceva prevalere pure in Italia i principi che essa aveva adottati; sicché m'inspirai per tempo a sensi liberali. [II.] Mio padre, conosciuto per l'amenità del suo carattere e per l'originale gaiezza del suo umore, esercitava con somma maestria l'arte di tipografo; ed essendo di mente aperta pervenne ad arricchirsi di quelle cognizioni, che non ebbe agio d'acquistare nelle scuole. Di umore allegro dilettavasi di compor versi, che destavano lunghe risate nelle comitive, e molti ne corrono ancora per la bocca del volgo. Fervido partigiano della Francia, fu compreso tra i liberali condotti alle Bocche di Cattaro dopo i successi degli alleati in Italia; ma la battaglia di Marengo li salvò tutti da certa ruina. In seguito ebbe a soffrire alcune vessazioni a causa dell'atterramento delle Croci, operato da' Giacobini, al quale prese parte. Ma, caduto l'Impero, attese con zelo all'ufficio di commesso, conseguito nel Municipio. [III.] Premuroso di iniziarmi presto negli studi mi assegnò per maestro un certo Coatti di Argenta che aveva nome di dotto. Ma alla fin dei conti il suo merito maggiore consisteva nell'imprimere sopra cartaccia imagini di sant'Antonio, colle quali ci carpiva una parte della colazione e della merenda. In seguito fui preso in casa da un certo Zavaresi, prete di qualche intelligenza, ma manesco all'ultimo segno; e non stava un minuto senza adoperare il nerbo. [IV.] Finalmente m'introdussero nelle scuole del Collegio come alunno estero. Allora presi alquanto gusto negli studi, e nella cattedra di diritto civile e canonico, diretta con somma lode dal professore avvocato Zalamella, conseguii il 2º premio. Ma il povero mio padre col peso di numerosa prole, e di continuo afflitto da malattie, non era piú in grado a sostenere le spese degli iniziati studi di legge, specialmente quelle che occorrevano per la provvista dei libri, e m'indusse ad abbandonarli, per darmi alla carriera degli impieghi. [V.] Correva allora l'anno 1818, cioè era il tempo in cui la Carboneria fioriva ovunque. L'Italia presentava un vivaio di sètte, di diverso nome, ma tutte tendenti allo stesso fine: abolizione della monarchia assoluta. In Ravenna la Carboneria dividevasi in tre sezioni: la prima portava il nome di -Protettrice-, perché reggeva le altre; la seconda di -Speranza-, perché composta in gran parte di giovani studenti; e la terza, perché era un miscuglio di ogni sorta di gente, operai quasi tutti, i piú pronti all'azione, ebbe il nome di -Turba-. Ogni sezione aveva un rappresentante presso la Protettrice, il quale le dava contezza d'ogni movimento di ciascuna sezione. [VI.] Incline a far versi ne tirava giú d'ogni colore sempre sullo stesso soggetto, «la tirannia», e ciò mi diede nome fra i miei colleghi, che pensarono senza ritardo d'introdurmi nella Speranza. Una riunione preparatoria si tenne dapprima con altri neofiti nella bottega del barbiere Medri; poi, tre sere dopo, accompagnato da chi mi propose all'ammissione, fui condotto nel Borgo Adriano in casa di Luigi Ghetti, ove stavasi adunata la presidenza della Carboneria. Appena entrato fui da ignota mano bendato, e, in seguito di alcune parole scambiate tra il proponente e chi guardava al di dentro l'adito della stanza in cui risiedeva il consesso, venni introdotto. Una voce imponente mi diresse varie interrogazioni, e quando ebbi data parola di esser pronto a tutto sacrificare pel bene della patria, e di concorrere energicamente alla depressione della tirannia, mi si fece porre la mano sopra un nudo pugnale e sul medesimo pronunciai il giuramento prescritto. Dopo di che mi si tolse la benda, e mi vidi attorniato da una siepe di pugnali. Allora il vecchio Andrea Garavini, che dirigeva la seduta, mi disse ad alta voce: «Tutti questi pugnali saranno in vostra difesa in ogni incontro se osserverete la santità del giuramento prestato, invece saranno a vostro danno ed offesa se vi mancate: la pena del traditore è la morte.» Tosto mi venne indicata la squadra a cui apparteneva, comunicati i motti d'ordine che giovavano ad intendersi, e data ogni altra istruzione necessaria. Appena inscritto nel ruolo, ebbi ordine di provvedermi di un paio di scarpe da munizione, di un sacco militare; v'era chi ne fabbricava per conto della Società. [VII.] Certamente il Governo ignorava ciò che era a tutti palese: il crescere ed estendersi del partito che lo voleva abbattere; ma il fatto è che rimase inerte ben sapendo che ogni ramo della pubblica amministrazione stava nelle mani della Carboneria, la quale avrebbe saputo rendere inefficace qualunque ordine contro di essa emanato, e sapendosi che l'Italia contava da 300 mila carbonari. Ma si scosse terribilmente quando poté avere un punto d'appoggio sullo straniero, come vedremo in seguito. Intanto gli agenti della forza, se capitavano in una bettola ove stavano carbonari, si univano ad essi, e col bicchier in mano cantavano in coro: Uniti e concordi Scacciam lo straniero, Ognun sia guerriero, Sia pronto a pugnar. Dall'Alpi scoscese All'Etna infocato Sia tutto uno Stato, Un popolo sol. Uno dei gravi difetti degl'Italiani, e dei Romagnoli specialmente, quello si è di darsi ad una smodata gioia in aspettativa di qualche lieto evento e di perdersi in feste e in divertimenti sempre di distrazione dagli assunti intenti. Vi sono ancora dei vecchi che ricordano le strepitose e dispendiose feste date nell'incontro della serata di una certa Morandi, prima donna in quei giorni nel nostro Teatro comunale: fu, è vero, una dimostrazione politica, perché i liberali la consideravano come il simbolo della libertà nazionale; ma la dimostrazione era fuor di proposito, e denari non pochi si dispersero senza frutto. [VIII.] Il movimento appressavasi sempre di piú, e seppi che si doveva iniziare nel regno di Napoli, ove stava il nerbo della Carboneria e dove la truppa era in pieno d'accordo coi capi delle sètte. Quando gli Austriaci si fossero mossi contro Napoli, tutto il centro d'Italia, già pronto alla riscossa, doveva gettarsi sugl'invasori e contrastar loro il passaggio. Il Piemonte pure doveva insorgere. Ma un ordine spedito dall'Alta Vendita di Bologna, a quanto mi fu detto, dispose che si lasciassero passare gli Austriaci senza molestarli e che solamente al loro ritorno venissero da ogni parte assaliti. Liberi da ogni molestia, essi giunsero freschi ed intatti alla loro destinazione e dispersero senza stento le falangi patriottiche. E chi poteva seguire l'ordine di Bologna, quando trionfanti e pettoruti col mirto al cimiero retrocederono dalla loro impresa? [IX.] Eccoci all'anno 1821, anno di continue tribolazioni. Il Governo [1 marzo 1820] affidò il reggimento della provincia di Ravenna al cardinale Antonio Rusconi, vescovo d'Imola detto -Cuccardina-, accanitissimo satellite della Corte romana. Sbirri e gendarmi penetravano di notte tempo nei domicili di quei cittadini, che nell'anno scorso si erano dimostrati esaltati liberali e che avevano insieme bevuto alla salute d'Italia; mettevano in iscompiglio tutte le famiglie, senza aver riguardo né a vecchi né a giovani, e colle sciabole sguainate alla mano scomponevano pagliacci, materassi, mobili, ritenendo che occultassero armi, carte, munizioni ed oggetti settari. Fatte le perquisizioni, arrestavano le persone dalla polizia loro designate; e senza permettere nemmeno di abbracciare i propri congiunti, venivano strappati dal focolare domestico, rinchiusi in diversi veicoli e strascinati nei forti dello Stato: e a molti s'impose l'esiglio. [X.] In quale agitazione fosse il paese ognuno lo può da sé arguire. Però i carbonari, scampati dai rigori del cardinal Legato, non si perderono d'animo; anzi riordinarono in breve con maggior prudenza le loro squadre e si posero in condizione di sventare le sue mire. Quello che piú premeva era di frenare la prepotenza e l'insolenza degli sbirri e dei gendarmi divenuti insopportabili. Quando essi incontravano un liberale loro maleviso lo afferravano per l'abito, lo tiravano di qua e di là, e il piú bel complimento che gli potessero fare era questo: «Dove vai, carogna?» e se non si rispondeva a loro modo davano mano anche ai pugni; guai se si reclamava: il rimedio diveniva peggiore del male. Non poche volte osarono svellere persino i peli dei baffi; barbarie che non credo usata neppure fra i selvaggi. Ma -abyssus abyssum invocat-. Si tennero d'occhio coloro che di tante sevizie erano fautori, ed a tempo opportuno ricevevano il guiderdone che meritavano. [XI.] Accaduta la morte di Pio VII [20 agosto 1822], il Rusconi andò a Roma al Conclave, lasciando la provincia nella massima esasperazione e con una dose d'odio contro chi ci reggeva maggiore il doppio di prima. Dopo la elezione del papa Leone XII [28 settembre], venne surrogato al Rusconi il cardinale Agostino Rivarola [11 maggio 1824], uomo bisbetico, prepotente ed eccentrico all'ultimo segno. Egli fu investito di ampie ed estese facoltà, dette leonine, sulle quattro Legazioni e sulla Delegazione di Pesaro ed Urbino. Nella campagna di Roma, ove aveva dapprima agito contro i malandrini che l'infestavano, erasi acquistato il nome di abile agente politico. Ma il risultato del suo operato in Romagna fu interamente negativo. Appena giunto a Ravenna con scorte di dragoni a cavallo, di cacciatori a piedi e di missionari--che bell'amalgama!--ordinò che si chiudessero gli spaccî di vino ed impose ad ogni cittadino che girasse di notte di munirsi di un lume acceso. Il paese mostrò subito con satire di ogni genere in qual concetto teneva tali provvedimenti. «Non possiamo riunirci nelle bettole, dicevasi, ci uniremo nelle nostre case, lontani dagli occhi della polizia; ecco un vantaggio per noi inatteso.» La lanterna divenne presto un sollazzo; se ne fecero di carta a tre colori nazionali, e si offerse una continua dimostrazione politica. In tutto ciò che il Rivarola faceva, nulla appariva che dovesse essere il rigeneratore delle Romagne. Ma i missionari? ecco il punto importante del dramma. Appena giunti, eressero nel mezzo del Duomo un gran paretaio, ove con ogni artificio di parole eccitavano i fedeli ad accostarsi al sacramento della penitenza; specialmente «quelli che seguendo le perverse dottrine del giorno erano nella via di perdizione». Né bastavano le eccitazioni verbali. Il cardinale faceva percorrere in ogni strada pattuglie di dragoni, che imponevano la chiusura dei negozî, ed agenti di polizia, che spingevano i ragazzi alle missioni; ciò che irritava anche i bigotti, perché dicevano non doversi sforzare chicchessia in atti di religione. Io assistei per curiosità ad una predica, e specialmente ad un dialogo tra il dotto e l'ignorante; e posso dire che trovai piú di buon senso in una commedia di burattini che in simili dialoghi, e previdi sin d'allora un tristo successo. Intanto per favorire il concorso dei penitenti tenevasi aperta ogni sera nel palazzo arcivescovile sino ad ora tarda la cappella di San Grisologo, in cui erano confessionali ben disposti. È fuor di dubbio che lo scopo dei missionari era quello di penetrare col mezzo della confessione ne' piú reconditi segreti della Carboneria; come è pur fuor di dubbio che il Rivarola mostrò all'arcivescovo Codronchi con lettera riservata il vivo desiderio che coadiuvasse all'opera dei missionari: ma l'aver lasciato cadere la lettera nelle mani del suo agente Zotti, il di cui figlio Giovanni, addetto alla sètta, ebbe della medesima conoscenza, dimostra che il Codronchi non intendeva di soddisfare al desiderio espresso dal Legato, contrario ai principi di un degno cittadino e di un onesto sacerdote. Inesprimibile fu l'avversione che concepi il Rivarola contro Codronchi. Essendo questi caduto ammalato, la Magistratura ordinò a spese pubbliche un triduo nella cappella del palazzo comunale; ma il Rivarola siccome era tempo di carnevale insisteva perché nella sala contigua si aprissero durante il triduo feste da ballo. Ma la Magistratura fu abbastanza savia per non aderire alla volontà del Legato, che agiva solo per rabbia e dispetto, con scandalo del paese. Infine, stanco il Codronchi dei dispiaceri che gli venivano dal Legato, rinunciò all'arcivescovado. Ma il paese, memore sempre dei sommi beneficî da lui ricevuti, indusse la Magistratura a recarsi subito a Roma presso il sovrano, onde non accogliesse la data rinuncia, ed il vóto del paese fu compiuto. I missionari pure vollero esprimere il loro malumore al Codronchi, lasciandogli un foglio di ricordi pieno di insulti e di minacce. [XII.] Il Rivarola aveva l'incarico non solo di purgare le Romagne dalle sette, ma quello pur anche di dar termine ai processi politici iniziati nel 1821 dal Rusconi. Questi processi furono confezionati nelle tenebre, da persone scelte fra le piú avverse ai principî liberali, senza che fossero ammesse prove a favore degli imputati; senza difesa insomma e senza tutte le formalità e garanzie che la legge esige: processi creati a seconda il sistema inquisitoriale che non ammette che due estremi, accusa e condanna. Il Rivarola sulla relazione dei giudici processanti da lui scelti, invocato con solennità il nome di Dio, quando invece era da invocarsi quello del diavolo, pronunziò il 31 luglio 1825 inappellabile sentenza sopra 508 cittadini di ogni rango e condizione, condannandone alcuni alla morte, varî alla galera, non pochi alla detenzione per diverso tempo, e sottomettendo moltissimi ad un precetto che, togliendo quella libertà di azione che è ad ognuno necessaria per reggere i propri affari, era oltremodo pregiudicevole. Il Rivarola fu sollecito di far commutare la pena di morte in quella di galera o di accorciare il tempo delle pene agli altri inflitte. Non per questo l'atto da lui emanato cessò di essere una mostruosità, un atto d'ingiustizia, di cui non si trova esempio nella storia dei tempi piú barbari. Chi potrebbe calcolare i danni che produsse quell'atto nelle famiglie da esso colpite? Il malanimo fu intenso, persino nelle persone affezionate al Governo; onde non è da stupire se si formarono complotti contro la vita del Legato. Già altri tentativi eransi fatti in questo senso, ma senza successo. Infine si risolse di assalirlo di fronte, come fece Louvel contro il duca di Berry. Il giorno destinato all'ardita operazione fu il 23 luglio [1826], giorno sacro a sant'Apollinare, protettore di Ravenna, la quale in tale fausto incontro offriva nella sera della festa un'accademia di suono e di canto nella sala del Teatro, ove l'istituto era eretto, ed alla quale doveva intervenire il Legato; e si stabilí di assalirlo nell'istante che ritornava al palazzo. Ma non si trattenne che poco; e quando uscí, gli accessi della sala rigurgitavano di gente ivi raccolta per intendere la musica: onde convenne rinunziare al colpo, e i cospiratori seguirono la carrozza, che lo trasportò nel Corso in casa di Gabriele Rasponi. A chi stava l'eseguire l'operazione, si pose in agguato nell'angolo piú oscuro del portone di casa Loreta, ora di Clemente Triossi, la quale viene ad essere dirimpetto a quella di Rasponi, ed ivi attese impavido il momento opportuno. Quando il Legato si mosse alla partenza, scesero sulla porta i servitori di casa con torcie accese, il comandante di piazza che era presso il Rasponi e l'ordinanza del medesimo, con altri inservienti. Chi stava in agguato corse allo sportello opposto a quello in cui il Legato doveva ascendere, contro il primo che pose piede in carrozza esplose un colpo di pistola, ritenendo che fosse il Legato; ma invece era il di lui segretario, il canonico Muti. L'ordinanza del comandante di piazza corse dietro a colui che vide fuggire; ma presto lo perdé di mira. Il canonico restò gravemente ferito e venne ricondotto in casa Rasponi; si è sempre detto che la di lui morte avvenuta piú tardi fosse l'affetto di quella ferita. Si pregò pure il cardinale a non muoversi per timore di un altro assalto; ma volle partire ad ogni costo. Mi ricordo che io passeggiava nella piazza col tenente di guardia, quando s'intese venir con impeto insolito il legno del Legato; del che il tenente sorpreso corse al suo posto, e si permise di chiedere: «Havvi qualche novità, Eminenza?»--«Niente, niente han voluto salutarmi con una schioppettata», rispose; e scese nel suo appartamento, nella di cui cappella orò tutta la notte, facendo vóto di erigere un altare nel Suffragio per l'ottenuto scampo. Fu in breve richiamato in Roma, ove gli fu conferita l'alta dignità di prefetto delle acque: cosí il Mongibello tuffato nelle acque non poté piú vomitar fiamme. [XIII.] Or comincia una nuova dolente istoria. Il papa all'annunzio dell'attentato contro Rivarola, un cardine della Chiesa, s'infierí come una iena, e risolse che a Ravenna venisse tolto il privilegio di capoluogo di provincia, e fosse scomunicata, cioè subissata nel mezzo dell'inferno. Intanto elesse una Commissione speciale mista [22 agosto], composta di persone di provata affezione al Governo, della quale ebbero la direzione un prelato di nome Invernizzi e un colonnello dei gendarmi chiamato Ruvinetti, onde si cominciò a dire in paese: «o Ruvinetti ruina Ravenna, o Ravenna ruina Ruvinetti». La Commissione assunse in breve il suo ufficio [11 settembre] che era quello di scoprire gli autori dell'attentato di Rivarola e di alcuni altri dello stesso genere rimasti occulti. La Commissione s'insediò nel palazzo Baronio, e fu per caso che riuscí a conoscere la via da tenersi per arrivare all'indicata scoperta; ed ecco il caso. Due individui s'azzuffarono presso il corpo di guardia ed uno di essi tirò fuori un lungo coltello, onde i soldati ivi di stazione lo arrestarono e lo condussero in carcere. L'arrestato aveva intrinseci rapporti con Stefano Piavi, impiegato negli uffici del genio civile, membro dell'alta Carboneria e presidente della società della Speranza, il quale aveva piena contezza dei fatti avvenuti. L'arrestato espose ad Invernizzi che se lo rimetteva in libertà gli avrebbe additato come regolarsi nella ricerca intrapresa; e da quanto espose su quel che aveva appreso si ebbe modo da avanzare le investigazioni. Pare che il Piavi, conosciuto l'operato del suo amico, sopranominato, credo, Patanina, si presentasse da sé all'Invernizzi, e dietro l'assicurazione che sarebbe lasciato illeso, spiegasse tutta la tela che era stata in allora tessuta. Certo si è che il Piavi non fu mai menomamente molestato, sebbene gravemente compromesso in gravi affari. La Commissione non istette lungo tempo a Ravenna, ed avendo saputo che tentavasi di minare le cantine che son dietro il palazzo Baronio, lo sgombrò e andò a stabilirsi in Faenza. [XIV.] Non si tardò a vedere l'effetto delle dichiarazioni del Patanina, confermate dal Piavi, mentre alcuni mesi dopo arrestarono Gaetano Rambelli ed altri di seguito senza posa. Non essendo le carceri ordinarie di piazza sufficienti a contenere tutti gli arrestati, se ne eressero delle straordinarie nell'ampio convento di San Vitale, e i detenuti vennero affidati in custodia ai gendarmi che avevano piantata la lor caserma di qua e di là degli spaziosi corridori di quel convento. [XV.] Il giorno 3 ottobre 1827 venne il mio turno, e nel mentre che io transitava per la piazza per recarmi al mio ufficio, verso le dieci antimeridiane, un maresciallo colla scorta di alcuni dei suoi m'intimò l'arresto: lo seguii senza batter parola. Avevasi accesso nelle carceri pel portone ora murato, che vedesi presso la porta piccola della chiesa di San Vitale. Giunto in ufficio, mi si usò una perquisizione la piú minuziosa, indi fui condotto nel camerino assegnatomi: era umido, senz'aria perché era coperto quasi interamente con un assito il vano della finestra; la sentinella di fazione vi teneva di continuo gli occhi addosso al detenuto, e se scostavasi un momento dal centro della camera lo obbligava a ricomparirvi. Un tormento indicibile veniva poi nell'estate a chi ivi era rinchiuso, a causa del lumicino a olio, che tenevasi acceso presso lo sportello della porta onde la sorveglianza non venisse mai meno. Non pochi poi erano i gendarmi zelanti di guardia, che quando scorgevano che dormivate, facevano rumore dallo sportello per svegliarvi. Concedevansi qualche volta libri da leggere e lo stramazzo. Quando fui posto in carcere, io era gravemente ammalato; onde fu d'uopo chiamare il medico. Sentivo bene che il mio male era prodotto da infiammazione, pure egli mi ordinò della china. Per fortuna fece un effetto contrario a quello che gli è proprio, e mi serví di un purgativo efficacissimo. Sgombro di ogni materia fecale, ripresi energia, e quel che piú interessa, appetito. Il trattamento delle carceri era eccellente; buona minestra, scelto alesso, una seconda pietanza, frutta, buon vino e pan bianco: ecco l'ordinario di ogni mattina; nella sera una nuova pietanza con insalata, pane e vino come al mattino. Mi ricordo che, quando mi fu chiesto se volevo il pranzo e che intesi proseguirsi lo stesso trattamento, rinunziai all'offerta. L'umidità assorbita nell'inverno mi sviluppò in primavera la rogna e foruncoli senza fine; ma non feci ricorso per alcun medico, e lasciai che si sfogassero a bell'agio, e feci bene. Colpito un giorno da rumore, come mosso da allegria che dalla camera che mi era dirimpetto sorgeva, vidi diversi dei piú noti settari e dei piú compromessi uniti insieme, che se la passavano molto bene. E come ciò arriva? dissi io fra me, e concepii su loro sinistri sospetti, che piú tardi potei verificare. Cosí pure ogni sera all'ora di notte chiudevasi lo sportello pel passaggio di un detenuto, e trovatolo una sera socchiuso, mi vi accostai tanto da poter ravvisare l'individuo: era il dottor Mazzoni, che ogni sera vestito da gendarme conducevasi dalla moglie. [XVI.] Pochi giorni dopo il mio arresto fui chiamato dal giudice istruttore e sottomesso agli esami sugli oggetti che mi erano imputati e che qui accenno, per non parlare piú di essi, atteso che si ripeterebbe in ogni esame gli stessi titoli, esposti or in un modo or in altro, or con minacce or con dolci lusinghe, e sempre coll'addurre questa unica prova: «consta al fisco». Ecco le accuse prodotte a mio carico: 1. di appartenere alla sètta carbonica; 2. di aver tentato con altri di ottenere i mezzi necessari per minare il palazzo apostolico a danno del cardinale Rivarola e di avere io assunto l'impegno di avere le chiavi della porta del palazzo della Tesoreria col mezzo di Gaetano Orioli, presso cui stavano come custode degli ufficî degli ingegneri, posti nel ricordato palazzo, onde si avesse modo di entrare inosservati nei sotterranei ivi esistenti ed eseguire il progetto; 3. di aver proposto di liberare dal carcere i detenuti politici di San Vitale col far assalire da cento patrioti armati la chiesa di San Vitale quando i soldati vi stavano disarmati ad ascoltar la messa nei giorni di festa, di occupare le gallerie della basilica e di far fuoco sopra chi azzardasse di muoversi, ed intanto cinquanta altri patrioti, invaso l'interno del luogo, compiessero l'operazione progettata; 4. di aver composto uno scritto in versi martelliani ingiurioso al Sovrano e ai suoi ministri. A tutte le interrogazioni direttemi sopra le indicate accuse diedi sempre una risposta negativa, rigettandole in un modo assoluto e pregando che mi si esponessero le prove su cui basavano; ma era come invocare la manna celeste, mentre col sistema inquisitoriale escludevansi. [XVII.] Erano vari mesi dacché i miei di casa non avevano avute mie notizie, e mia madre erasi fitto in capo che io era morto e che già mi avevano visto disteso in terra estinto nel mezzo della chiesa di San Vitale. Allora mio padre fece alcune pratiche col colonnello Ruvinetti, per ottenere il permesso di venire a trovarmi, e riuscí nell'intento. Una sera sul tardi due gendarmi entrarono all'improvviso nel mio tugurio e m'intimarono di seguirli. Scesi con loro a basso nell'ufficio del maresciallo di guardia e mi vidi alla presenza di mio padre accompagnato con mia sorella maggiore. Tanta fu la commozione d'ambo le parti che per alcuni minuti niun ebbe forza di proferir parola: mia sorella mi presentò un mazzo di fiori, che aveva nelle mani, ed allora chiesi notizia della famiglia e lor diedi sul mio conto tutte quelle che potevano tenerli di buon animo; gli abbracciai e ritornai al mio posto. Però l'agitazione durò tutta la notte per la sorpresa che io n'ebbi: potevasi però evitare una emozione sí sensibile, dandovi avviso. [XVIII.] Altra visita pure inattesa ebbi in seguito. Piacque a monsignor Invernizzi di conoscere di persona i detenuti, di consultarli sullo stato in cui si trovavano, e si presentò a loro in ogni carcere circondato dagli altri membri della Commissione. Dalle interrogazioni loro, come seppi da un maresciallo, non seppe trarre che reclami, lagnanze ed anche qualche insulto. Giunto nel mio camerino, le di lui prime parole furono queste: --Come sta lei? --Benissimo. --Com'è trattato? --Benissimo. --Ha nessun reclamo da fare? --Nessuno. E lisciandosi il petto colla mano destra e torcendo il collo, come praticano i gesuiti, proseguí col dirmi: --Già, già, vedi, si tira via. --Scusi, monsignore, questa parola -si tira via- non si addice ad un giudice che ami la giustizia, perchè toglie l'idea di quella investigazione che occorre nei giudizi: un mese di piú non pregiudica, anzi può giovare quando serva a meglio conoscere la verità. --Dice bene: può scrivere quando crede ai suoi--e se n'andò. Il maresciallo, che aveva preso a confabulare meco, mi disse che l'Invernizzi era rimasto stupefatto del mio linguaggio, tanto diverso da quello degli altri detenuti. [XIX.] Finalmente si pervenne alla soluzione del terribile dramma. Gli autori stessi degli omicidi, un Lossada, un Raulli, un Gamberini, un Branzanti, o autori principali o complici, presero per tempo l'impunità e furono salvi; chi non si arrese soggiacque alla pena dell'ultimo supplizio. Premeva alla Commissione di dare un grande esempio; e, visto che non pochi erano coloro che dovevano soggiacere al patibolo per la loro partecipazione agli omicidi avvenuti, si contentò di averne cinque. In quanto ai Carbonari non imputati di delitti comuni, si contentò di accettare da loro una rinuncia, chiamata -spontanea-, di non appartenere mai piú a sètte contrarie al Governo, colla minaccia d'incorrere nelle prescritte pene non osservando la rinuncia. La scena funesta di cui qui intendo parlare ebbe luogo nel 13 maggio 1828. Mi ricordo che in quella mattina era in piedi prima delle sette e stava accomodandomi la cravatta al collo dinanzi alla piccola fessura dell'assito della mia finestra, quando due tocchi quasi simultanei della campana della pubblica torre mi colpiscono l'orecchio: essi mi fecero l'effetto di due stoccate al cuore, perché compresi che annunziavano l'agonia di condannati a morte. L'essere chiusi sin dalla sera antecedente tutti gli sportelli delle carceri, il rimanere tuttora chiusi, il silenzio perfetto che regnava nei corridoi in cui s'acquartieravano i gendarmi, mi diedero a conoscere che i condannati erano del nostro rango, di quelli che tenevansi in custodia ove noi eravamo. Il segno dell'agonia proseguiva sempre, ed uno dei compagni del camerino attiguo al mio, non pratico del paese, mi chiese che significava il suono di quelle due campane; a cui risposi: «Sventura! alcuni dei nostri sono oggi giustiziati»; ed il curioso si è che la domanda mi venne dal fratello dell'ebreo che era compreso tra i condannati. Ansioso di trarre maggiori indizi, mi accostai allo sportello, lo spinsi indietro e vidi che i corridoi erano quasi deserti e non intendevasi che il passo monotono delle due sentinelle che ci sorvegliavano. Allora mi rivolsi all'assito della finestra, e con un chiodo che aveva del medesimo allargai una fessura, da cui scorgeva benissimo la strada detta di San Gaetanino, e vidi veicoli di ogni sorta trasportar forse alla Pineta chi si allontanava dalla terribile scena, onde sempre piú mi confermai nei concepiti sospetti. Le campane non cessavano di far intendere il loro tristo e lugubre suono, onde pieno di dolore mi gettai in letto, cercando colla mente d'indovinare chi potessero essere le vittime e la causa di una agonia si lunga, la quale dalle sette del mattino si prolungò sino ad un'ora dopo mezzogiorno. A quest'ora, ritornata la falange dei gendarmi ai loro posti, si riapersero gli sportelli e riapparve il movimento di prima. Prima loro cura fu di distribuire il pranzo: il maresciallo, incaricato della distribuzione, mostrava nel viso una gioia da cannibale; onde, addolorato come era, non mi riuscí di mandar giú un sol boccone, e per occultare il dolore che mi opprimeva gettai l'intero pranzo nella latrina. [XX.] Dal maresciallo, che mi si era reso benevolo seppi il numero dei condannati, il loro nome e il supplizio a cui erano stati sottomessi, ed ebbi piú tardi una copia della sentenza che aggiungo alle presenti memorie per miglior schiarimento dei fatti. Seppi pure il motivo del prolungamento dell'agonia; esso derivò dall'insistenza di Rambelli e dell'ebreo a non voler adempiere ai doveri di religione. Messe in uso tutte le pratiche necessarie coi preti che li circondavano da ogni lato senza frutto alcuno, si ricorse a monsignor arcivescovo Falconieri, ritenendo che la sua autorità vincesse la prova; ma ogni suo tentativo riuscí vano. Il Rambelli gli rispose in modo risoluto: «Oh! mi lascino alla fine in pace», e tenendo un Cristo in mano esclamò: «Io ho aperto a Lui,--additando il Cristo,--«l'animo mio, con Lui ho fatto i miei conti; e ciò basti: cogli uomini nulla ho piú a che fare». Appresi piú tardi da Natale Mariani capo custode delle carceri, uomo di sensi magnanimi e liberali, che monsignor Gianolli, vicario dell'arcivescovo, quinta essenza di iniquità, propose che il Rambelli venisse tratto nei sotterranei del carcere ed ivi con battiture indotto a confessarsi; ma la proposta fu rigettata. Mi diceva il Mariani che, se tosse stata accolta, egli sagrificavasi di certo, mentre aveva risolto di chiudere i due monsignori col loro seguito nel sotterraneo e scappare ambedue per un adito a lui solo noto. Comunicò pure piú tardi ciò al conte Eduardo Fabbri tipo dei liberali d'Italia, uomo distinto in lettere, che, riconosciute le nobili doti del Mariani nel tempo che si tenne alla di lui carcere gli fu amico e compare. Questo Mariani è il padre di quell'Angelo, che tanta gloria si acquistò nell'arte musicale. Un altro fatto che merita di essere narrato è quello che successe ad un certo Spada del borgo di Porta Sisi, papalone sino nel fondo dell'animo. Il supplizio da infliggersi a dei liberali gli serví del piú gradito spettacolo; e sino dalla mattina di buona ora si pose dirimpetto al palco delle forche nella piazza dei Tedeschi, or del teatro Alighieri, colla testa nuda sotto un sole cocente, attendendo la esecuzione, ed ad ogni individuo appeso gridava giulivo: «E uno!». Ma l'operazione andò alla lunga sino ad un'ora dopo mezzo giorno, come abbiam detto: i raggi del sole gli mossero una infiammazione al cervello, che lo trasse al sepolcro. La gente recavasi in chiesa ove era esposto, gli lacerava il panno funebre, gli sputava addosso, onde fu necessario chiuder la chiesa. [XXI.] La misura piú efficace a deprimere la Carboneria fu quella della -spontanea-, o rinuncia adottata dall'Invernizzi, perché le toglieva quella forza morale che la teneva in vita. E difatti dal momento che uno confessava con atto solenne il torto di aver avversato il Governo e di avere congiurato contro di esso, e prometteva con giuramento di tenersi suddito fedele ed obbediente, diveniva un essere spregevole, su cui non era da farsi piú calcolo alcuno. D'altra parte il Governo sarebbe stato costretto d'imprigionare tutta la falange numerosa dei Carbonari e sottometterla a diverse pene, ciò che avrebbe aggravato l'erario pubblico di non lieve spesa senza ottenere un pieno intento, mentre i castighi infervorano ed avvivano i partiti, ma non li annientano. Già le impunità e le defezioni accennate agevolarono l'ultimo colpo mortale. [XXII.] La missione di monsignor Invernizzi era ormai compiuta, quando una sera mi si presentò Nardoni segretario, credo, del colonnello Ruvinetti, il quale dopo i saluti d'uso mi disse: --Dunque ella non vuole uscire di qui? --Cioè, dica piuttosto che non mi vogliono far uscire. --Ma dipende da lei l'esser libero. --Mi favorisca di espormi in che modo. --Col fare quello che han fatto i suoi colleghi. --Vale a dire? --Col rinunciare alle sètte, ai loro diabolici fini ed alle massime perverse che inspirano. --Ciò va bene: ma io non appartengo a sètte, ignoro i loro procedimenti, quindi a che devo rinunciare? --Basta, vedo che vuole insistere ne' suoi propositi; mi dispiace per suo padre: il povero uomo desidera ardentemente di averlo a casa. È vero che il suo delitto non è uno di quelli da suonare la campana... --Io non l'intendo: la ringrazio del consiglio datomi, ma non so come effettuarlo; ritengo però che sarò presto libero in virtú di quel sentimento di giustizia, da cui i miei giudici sono animati. --Io le ho espresso il vóto di suo padre; del resto faccia ciò che meglio le conviene.--E se n'andò, né piú lo vidi a comparire. [XXIII.] La sera dopo intesi aprire il camerotto a destra attiguo al mio, già vuoto dappoi alcune settimane, e v'introdussero un nuovo pollastro. Tosto la curiosità mi spinse di sapere chi fosse, e dalla finestra con voce bassa gli dissi il mio nome e gli chiesi del suo. Senza esitare mi rispose: --Sono Gaetano Bianchini.--E qui saluti e domande senza fine; poi trascorsa circa un'ora mi chiamò e mi disse:--Desidero di avere da te un consiglio. --Parla pure. --Mi eccitano ad una rinuncia, come mi devo contenere? --Credo che la sola propria coscienza possa suggerire una retta risoluzione. Se tu mi chiedi cosa farei io nel tuo caso, ti dico apertamente che non emetterei rinuncia di sorta alcuna anche se fossi sicuro d'incorrere in qualche pena. Qui il colloquio cessò, perché m'accorsi che la sentinella ci origliava e v'era pericolo di esser messo alla catena nei sotterranei del monastero. Verso mezzanotte il Bianchini fu tratto di carcere e non vi rientrò piú--ciò prova che aveva aderito all'invito fattogli--cosicché restai isolato, mentre i due camerotti da destra e sinistra erano vuoti. Quello di sinistra fu occupato per qualche tempo da Antonio Spada, uno dei compromessi nel fatto di Rivarola, e che scampò dal supplizio esponendo le cose come avvennero. La sua confessione indicò i veri colpevoli e scolpò tanti degni cittadini che il dottor Mazzoni aveva aggravati di gravissimi delitti. Lo Spada ebbe lo sfratto dal paese e riparlerò di lui piú tardi, quando gli fui compagno nell'esilio. Durante che l'ebbi vicino non mi riuscí mai di avere una risposta alle domande che gli diressi. Lo riconobbi dalle cantilene che sapeva tanto bene modulare. [XXIV.] Erano undici mesi ormai dacché mi tenevano seppellito in quel tugurio, umido e micidiale, e nessuno davasi cura di me. Già dappoi la esecuzione de' miei cinque compagni di carcere, avevo perduto l'appetito né era stato piú capace di riacquistarlo, onde fui obbligato di scrivere ai miei di casa che cessassero d'inviarmi oggetti mangiativi. Il pane che lo stabilimento mi forniva--quattro baiocchi al giorno--dapprima mi spariva dinanzi agli occhi senza che me ne accorgessi, poscia mi rimanevano dei grossi pezzi che venivano raccolti dai carabinieri pei loro cavalli. Insomma, corroso da quell'aria mefitica, senza un respiro d'aria buona, senza un'ora di movimento, mi sentiva venir meno la vita ad ogni istante; tutti i camerotti erano sgombri, a me solo non si pensava; null'ostante a ciò, mai un lamento, mai un ricorso. Risolsi entrando di essere passivo apatista in tutta la forza del termine; risoluzione che seppi conservare, come si vedrà nel seguito del racconto, nelle altre carceri. Che fa il detenuto allorché si inquieta? fa gioire coloro che lo rinchiusero, perché il loro desiderio è che soffra. Invece tenendosi indifferente mostra di essere d'animo forte e d'illibata coscienza e superiore a tutte le angherie che gli possono usare. [XXV.] Finalmente ebbi il favorevole incontro di poter consultare il mio benigno maresciallo sulla mia pendenza, e seppe farmi conscio di quanto erasi deliberato: e cioè che il processo era stato ridotto ai due titoli di settario e di autore del dialogo di sant'Apollinare e san Vitale; che per tale scritto monsignor Invernizzi propose in udienza che mi si tagliasse la mano destra sul palco in piazza e fossi condannato alla reclusione non so per quanto tempo, ma che mio padre, il quale era pervenuto a porsi in buoni rapporti cogli altri membri della Commissione, specialmente col colonnello Ruvinetti, ottenne che la proposta di monsignor Invernizzi non venisse ammessa; e che ero stato condannato a tre anni d'opera pubblica: infine mi disse che mio padre col mezzo di monsignor Marini in Roma sperava di vedere commutata la pena di galera in quella di detenzione; e che aspettavasi di giorno in giorno una risposta per essere condotto al mio destino. Quanto mi espose il maresciallo era esatto, giacché non trascorsero dieci giorni che fui tratto dal mio tugurio, chiuso in un legno e colla scorta di tre gendarmi traslocato di notte nella Rocca d'Imola, custodita da Spinucci rinomato per austerità. E difatti, giunto al mio posto, vedendo quest'uomo di una corporatura colossale, con un aspetto oltre ogni dire 1 2 3 4 : 5 6 [ : ( - ) . ] 7 8 9 10 . . . - - . - 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 . 27 28 29 30 31 - 32 . - 33 34 ( ) , 35 36 37 38 39 « » 40 ' , 41 , 42 ' 43 , ; 44 45 , , 46 47 , 48 ' , , 49 50 , ' . 51 , 52 , ' , 53 , 54 , , 55 . 56 , , 57 , ; 58 , 59 ' - - 60 , - - 61 62 . ' , 63 ' ' , 64 ; 65 , 66 , ' , 67 68 [ ] . 69 , ' , 70 ' , 71 ' ; 72 ' 73 , , , 74 , 75 , 76 . , 77 ' , 78 , ' [ ] , 79 , , 80 , 81 ' ' [ ] 82 , , 83 , 84 85 . 86 87 [ ] ' : 88 89 , - , 90 - , , . - ( , 91 ) , - 92 - ; , 93 , : 94 ' , 95 . 96 97 [ ] - - 98 - ' - , . - : 99 ' 100 . 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