ha il talento di costruire una somigliante vettura; e neppure è così
imprudente per affidarne a degli -Yahoos- la direzione.
Il vocabolo -Houyhnhnm- significa in loro idioma un -Cavallo-, e nella
sua etimologica origine, -la perfezione della Natura-. Dissi al mio
Padrone che l’espressione m’imbrogliava; ma che a costo d’un fisso
studio avrei procurato di superare in poco tempo questa difficoltà,
lusingandomi di essere ben presto in istato di narrargli gran maraviglie.
Compiacquesi egli di dire alla sua propia Cavalla, a’suoi due Puledri,
e a tutti i Domestici di sua Casa, di non ommettere veruna opportunità
d’ammaestrarmi, ed egli stesso per due o tre ore di cadaun giorno si
prendeva questo fastidio. Molti Cavalli ed alcuni Giumenti qualificati
del Vicinato, vennero alla nostra abitazione, sulla fama che si era
sparsa, che aveavi un -Yahoo- che parlava come un -Houyhnhnm-; e nelle
parole e nelle azioni di cui, scuoprivasi qualche barlume di ragione.
Parve che molto gustassero que’Forestieri del mio trattenimento;
praticate avendomi molte interrogazioni, alle quali secondo il mio
possibile soddisfeci. Tanto ne profittai di tutti questi mezzi, che
cinque mesi dopo il mio arrivo, io ben capiva tutto ciò che si diceva,
ed lo stesso mi esprimeva passabilmente bene.
Gli -Houyhnhnms- che a visitar vennero il mio Padrone col disegno di
vedermi e di discorrer meco; non diedero indizj d’essere persuasi che
io fossi un vero -Yahoo-, perchè io era coperto diversamente da quel che
il sono questi animali. Per fino allora mi era determinato di tacere in
proposito a’miei vestiti, per distinguermi, per quanto fosse possibile,
da quella maledetta razza di -Yahoos-; ma alcuni giorni dopo mutai
parere; e credei un tratto di mia ingratitudine il farne per maggior
tempo un arcano al mio Padrone. Oltre che, io meditava, che si sarebbero
ben presto consumate le mie vestimenta e le mie scarpe, e che per
necessità avrei dovuto farmene d’altre di pelle d’-Yahoos-, o qual
altro animale si fosse; dal che si sarebbe manifestato tutto il misterio.
Dissi dunque al Padrone, che nel Paese donde io veniva, que’della mia
spezie coprivansi il corpo di pelo di certe bestie, industriosamente
lavorato: e ciò per decenza, ed anche per guarentirsi dalle ingiurie
dell’aria: Che se egli il volea, io offrivami di mostrargli in mia
persona un saggio della verità di ciò che io avanzava; purchè egli mi
permettesse d’occultar a’suoi occhj quelle parti che la Natura di
tener nascosse c’insegna. Risposemi il Padrone, che sembravagli molto
strano il mio ragionamento, ma spezialmente la conchiusione: Che non
potea egli comprendere come la Natura c’insegssasse a nascondere la
propia sua opera: Che nè egli, nè veruno di sua Famiglia arrossavasi di
veruna parte de’loro Corpi; ma che io era l’Arbitro di far quel che
volessi su quest’articolo. Cominciai allora dallo sfibbiare i bottoni
dal Giubbone, e dal togliermelo d’indosso con la mia veste. Levai
altresì le mie scarpe e le mie calze, e per compimento di soddisfazione
della curiosità di lui, gli mostrai il mio petto e le mie braccia tutte
ignude.
Con la più avida curiosità considerò il Padrone questi differenti
oggetti. Prese, pezzo per pezzo, tutti i miei vestiti nel suo pasturale,
e attentamente gli disamino; dopo di che, avendo con uno de’suoi piedi
d’innanzi lisciate alcune parti del mio corpo, dissemi, che in sentenza
sua io era un perfetto -Yahoo-: Che la sola differenza che passava tra
me, ed il resto della mia spezie, consisteva in ciò che io avea la pelle
più bianca, più dilicata e più morbida: e le unghie delle zampe del
d’avanti e del di dietro più corte che gli -Yahoos- comuni; ed
eziandio consisteva nell’affettazione di camminar sempre co’miei
piedi di dietro. Aggiunse, che di più non volea vederne, e che come
sembravagli che io avessi freddo, così io poteva riprendere i miei
vestiti.
Gli espressi qualche mio rammarico perchè sì frequente avessemi dato il
nome di -Yahoo-, il qual era un Animale odioso, da me al maggior segno
dispregiato ed avuto in abbominazione. Il supplicai di non più valersi a
mio riguardo d’un titolo sì oltraggioso; e di fare che que’della sua
Famiglia e gli Amici, a’quali egli permetteva di venir a vedermi,
avessero l’attenzione medesima. A questa grazia lo scongiurai
d’aggiugnerne un’altra, cioè di non palesar a chi che fosse che ciò
che scorgevasi non fosse il mio vero corpo; mercè che spacciati si
avrebbe gli Abiti miei come una spezie d’artifizio, con cui persuader
volessi che io non fossi un -Yahoo-.
In una maniera la più graziosa del Mondo soscrisse il Padrone alle mie
instanze; e così il segreto restò custodito finchè le mie vestimenta
cominciassero a logorarsi, ed obbligassermi ad aver ricorso a diversi
espedienti per rappezzarle, come a suo luogo il dirò. Nel tempo stesso
mi pregò d’impiegarmi con tutta la possibile diligenza ad instruirmi
del Linguaggio del Paese; essendo che più rendevanlo attonito la mia
intelligenza, e la mia facoltà di discorrere, che la figura del mio
corpo, fusse egli coperto o no: aggiungendo che stava egli
impazientissimo d’intendere le maraviglie che di narrargli io avea
promesso.
Da quell’instante innanzi raddoppiò egli il suo fastidio per
ammaestrarmi; mi volle con esso lui in tutte le ragunanze, e faceva che
tutti gli Astanti mi trattassero con molta cortesia; imperocchè, come
egli il diceva loro in quattr’occhj, ciò renduto mi avrebbe di buon
umore e più conversevole.
Ciascun giorno che io andava a porgergli i miei saluti, alla briga
ch’ei prendevasi d’instruirmi, egli univa delle quistioni in
proposito di me medesimo; ed io procurava di supplirvi con tutto il mio
potere; e con questo mezzo gli avea esposte alcune generali idee, tutto
che imperfette.
Sarebbe cosa molto molesta il voler descrivere i differenti gradi, per
gli quali passar dovei prima d’essere capace d’una conversazione
alquanto continuata. Ecco la prima di quelle conversazioni. Per apaggare
la curiosità del Padrone, che sin allora io non avea che eccitata con
risposte mal espresse e peggio ancora intese, dissigli un giorno: Che io
veniva da un Paese molto lontano, come io già aveva avuto l’onore di
accennarglielo, in compagnia d’una cinquantina d’Animali della mia
spezie: Che avevamo traversati molti Mari in un Vascello di legno, più
grande che la casa di lui. E quì gli feci la più esatta descrizione che
potei del Vascello; e procurai di dargli ad intendere con la comparazione
del mio fazoletto spiegato, come questo Vascello era stato sospinto dal
vento: Che i miei uomini, essendosi ribellati contra di me, mi aveano
messo a terra su quella spiaggia, ove immediate io riscontrati avea
quegli esecrabili -Yahoos-, dalla cui persecuzione aveami guarentito il
di lui sopraggiugnere. Ei mi ricercò chi avesse costrutto il Vascello; e
come possibil fosse che gli -Houyhnhnms- del mio Paese affidata ne
avessero a Bruti la direzione? Io replicai, che non avrei l’animo di
proseguire la mia relazione, se egli non s’impegnasse in parola
d’onore di non aversene a male, e che a questo patto gli racconterei le
maraviglie, onde sì spesso io gliene avea parlato. Ei mel promise; e
quindi il mio ragionamento continuai: assicurandolo che il Vascello era
stato fabbricato da Creature come me; le quali, in tutte le Regioni che
io aveva scorse, ed altresì nella mia, erano i soli Animali di ragione
dotati; e che al mio arrivo in quel Paese; io era rimasto tanto attonito
di scorgere gli -Houyhuhums- ad operare come Esseri ragionevoli, quanto
egli, o gli Amici suoi, l’avean potuto essere in iscoprendo caratteri
d’intelligenza in una Creatura, che egli si compiaceva di confondere
con gli -Yahoos-, a cui io non volea già negare di rassomigliarmi in
alcune circostanze, ma non certamente nella ferocia e nella bestialità.
Dissi di più, che se mai godessi della buona sorte di ritornamene alla
mia Patria e di potervi narrare i miei viaggj, come n’era la mia
intenzione, ognuno taccerebbemi di dire la -cosa che non è-; e che,
malgrado il profondo rispetto che io avea per lui, per la sua Famiglia,
per gli suoi Amici, asserirgli io poteva, che i miei Compatriotti
durerebbono gran fatica a credere, che al Mondo fossevi un Paese, ove gli
-Yahoos- fossero Bruti, e gli -Houyhnhnms- Creature ragionevoli.
CAPITOLO IV.
Intelligenza degli Houyhnhnms in proposito del vero e del falso. Discorso
dell’Autore disapprovato dal suo Padrone. Introducesi l’Autore in un
racconto più specificato di se medesmo, e degli avvenimenti del suo
Viaggio.
AScoltò il mio Padrone ciò che testè io gli avea detto, con
quell’aria d’imbroglio che palesasi quando ci vengono rappresentate
cose che si dura fatica di comprendere, il che proveniva, perchè
l’idee di -Dubbio-, e d’-Incertezza a riguardo della verità d’un
fatto-, erano totalmente una novità per lui: E mi rammentò che in molti
discorsi ch’ebbi con esso in materia degli Uomini in generale, essendo
io sforzato di parlargli delle -Menzogne- ond’eglino si prevalgono per
iscambievolmente ingannarsi, fu estrema la mia difficoltà per ottener
l’intento di farmi intendere; tutto che, per altro, egli avesse il più
lucido concepimento del mondo. Ecco com’egli ragionava. L’Uso della
parola è instituito per farci intendere, e per informarci di ciò che
non sappiamo: Ora se alcuno dice -la cosa che non è-, rovescia
quest’instituto; perchè; a parlar propiamente, dir non potrei che io
il capisco, e ben lunge dall’instruirmi di qualche cosa, gettami in una
condizione peggiore dell’ignoranza; poichè che il -Nero- sia -Bianco-
ei mi persuade. Ecco tutta l’intelligenza ch’egli avea della Facoltà
di -Mentire-, che sì a perfezione posseggono gli Uomini.
Per rivenire al mio argomento; quand’ebbi detto, che gli -Yahoos- erano
i soli Animali ragionevoli del mio Paese, dimandommi il Padrone se fra
noi si trovassero -Houyhnhnms-, e qual impiego fosse il loro? Gli risposi
che ne avevamo un gran numero: che in tempo di State pascolavano essi
nelle campagne, e nell’Inverno si custodivano nelle Case, ove gli
nutrivamo di fieno e di vena, ed ove -Yahoos- servidori, erano obbligati
a pettinar loro il crinale, di nettar i loro piedi, di dar loro a
mangiare, e di fare i letti loro. V’intendo, replicò il mio Padrone, e
da quel che mi dite, concepisco che, qualunque sia la porzion di ragione
che i vostri -Yahoos- presumono di avere, gli -Houyhnhnms-, non ostante,
sono i padroni vostri. Qual piacere sarebbe il mio, che i nostri -Yahoos-
fossero così sociabili! Il supplicai di permettermi di non dirne di
vantaggio; imperocchè io stava perfettamente assicurato che lo
scioglimento della da lui propostami difficoltà, non potrebbe non
dispiacergli. Ma egli mi ordinò di parlar alla libera, e di non adirarsi
diedemi parola. Accertato da tal promessa, gli dissi che i nostri
-Houyhnhnms-, che nol chiamiamo -Cavalli-, erano i più begli e i più
generosi di tutti gli Animali che avessimo: che in forza e in velocità
era ne eccellenti che appartenendo a persone di qualità, non erano
impiegati che a portare i loro Padroni, o a tirare de’Cochj; trattati,
per altro, assai bene, se pure non si ammalassero, o non divenissero
bolsi, mercè che in tal caso erano venduti, e più di essi non si faceva
che un uso basso, perfino alla loro morte; dopo di che si scorticavano
per trarne qualche vantaggio dalla loro pelle, e gittavasi il resto del
loro corpo in pasto a’Cani o agli Uccelli di rapina. Ma, io continuai,
i Cavalli ordinarj non sono sì felici; poichè son mal nodriti, e
adoperati da Castaldi o da Carretaj in fatiche assai più penose. Gli
descrissi; per quanto seppi, la nostra maniera d’andar a cavallo: e
altresì la forma e l’uso delle nostre briglie, delle nostre selle,
de’nostri sproni e delle nostre fruste. L’informai poscia, che al di
sotto de’loro piedi inchiodavano certe piastrelle d’una dura sostanza
chiamata -Ferro-, perche in camminando per sassosi sentieri, eglino non
si facessero male.
Parve sdegnato del mio ragionamento il Padrone; con tutto questo si
contentò di dirmi, ch’egli stupiva della nostra temerità di montare
sopra la schiena d’un -Houyhnhnm-; essendo più che sicuro, che il più
debole de’suoi domestici era capace di gettar a terra il più robusto
-Yahoo-, ed eziandio di schiacciar questa bestia col solo rotolarsi insul
dorso. Risposi, che noi avvezzavamo i nostri Cavalli fin dall’età di
tre anni o quattro a’differenti servigi a quali gli destinavano: Che
gli straordinariamente viziosi di loro, erano impiegati nelle vetture:
Che in tempo di lor gioventù gastigavansi severamente, per correggerli
di quella sorta di difetti, a cui gli gastighi servir possono di rimedio:
Che per rendergli più docili e più trattabili, si castravano, per la
maggior parte, all’età di due anni: Che conveniva confessare
ch’erano sensibili alle pene e alle ricompense; ma ch’egli era certo,
che la menoma tintura di ragione non possedevano.
Costretto sui di valermi di molte circonlocuzioni per imprimere nel mio
Padrone aggiustate idee di quanto io gli aveva esposto; essendo che non
abbonda i termini la loro favella: consistendo in assai più picciol
numero delle nostre, le loro necessità e le loro passioni. Ma riescemi
impossibile d’esprimere il nobile risentimento che l’idea del
trattamento crudele che pratichiamnoi a molti de’nostri -Houyhnms-
gl’inspirò: particolarmente dopo che spiegato gli ebbi il fine, che ci
proponevamo da quella sanguinosa operazione; ciò è d’impedir loro la
propagazione di loro spezie, e di rendergli più servili. Disse egli: che
se possibil fosse che avessevi un Paese, ove gli -Yahoos- soli fossero
dotati di Ragione, bisognava per necessaria conseguenza ch’essi vi
fossero altresì i Padroni, imperocchè a lungo andare, la Ragione la
vinceva sempre sopra una cieca e brutale forza. Ma, che riflettendo alla
forma de’nostri corpi, e in ispezieltà del mio, sembravagli che
Creatura niuna, d’egual volume, men propi fosse ne’comuni affari del
vivere, a far uso di questa Ragione; sopra di che pregommi di dirgli, se
i miei Compatriotti rassomigliassero a me, oppure agli -Yahoos- del suo
Paese. Gli dichiarai che io era sì ben formato come la maggior parte
degli Uomini di mia età; ma che i Giovani e le Femmine avean la pelle
assai più dilicata; e che particolarmente quest’ultime, l‘aveano,
per ordinario, così bianca come del latte. Vero è, mi soggiunse egli,
che vi ha qualche differenza fra voi e gli altri -Yahoos-; perocchè voi
siete molto più propio, e non del tutto così difforme. Ma quanto al
fatto, ei continuava, di vantaggi reali, essi mi erano superiori: Che le
mie unghie, tanto de’piedi d’innanzi che di que’di dietro, non mi
servivano a nulla: che in riguardo a’primi, egli impropiamente
assegnava loro un tal nome, non avendomi mai veduto a camminarvi sopra:
che non era sì dura la loro pelle per poter calpestrare le pietre: che
pel più del tempo io non gli copriva di cosa veruna, e che la coperta
ond’io talvolta gl’involgeva non era della figura medesima, nè così
solida come quella che a’piedi dietro io metteva: che bisognava per
necessità che io sovente cadessi, poichè era impossibile che sempre
potessi tenermi ritto, poggiando sopra due soli piedi. Cominciò allora a
far la critica dell’altre parti del mio corpo, dicendo che il mio naso
sporgeva troppo in fuori: ch’erano sì concentrati nella testa i miei
occhi, che volendo guardar qualche oggetto che mi fosse a’fianchi, mi
conveniva girarla: che senza avvicinare alla mia bocca l’un de’miei
piedi d’avanti, non poteva io nutricarmi: che per difendere il mio
corpo contra il caldo ed il freddo, io era costretto di ricorrere a
vestimenta, che togliere o rimettere cadaun giorno io non poteva, senza
una pensione di molto tempo e di molta fatica. E finalmente, ch’egli
avea riflettuto che tutti gli Animali del suo Paese naturalmente aveano
dell’orror per gli -Yahoos-: che i più deboli gli sfuggivano, i più
forti lunge da se gli scacciavano. Donde conchiudeva, che col supporci
dotati di ragione, men imbrogliato tuttavia non trovavasi, per sapere
come potessimo recar rimedio a quella naturale antipatia, che tutte le
Creature mostravano di avere contra di noi; nè per conseguenza come
addomesticarle, e ritrarne servigi. Ma, proseguiva, io non voglio
maggiormente internarmi in questa discussione, mercè che mi muojo di
voglia d’essere instruito della vostra Storia, in qual Regione siate
nato; e di tutto ciò che prima di qua venire vi sia accaduto di più
importante.
Gli dissi, che avrei fatto tutto per rendere compiutamente appagata la
sua curiosità, ma che io molto temeva non vi fossero molte cose, onde
impossibile riuscissemi d’imprimergli le necessarie idee, non vedendo
io nulla nel suo Paese da poterne fare in qualche modo la comparazione:
Che non ostante mi accigneva a contentarlo sopra tutti gl’indicati
articoli, supplicandolo tuttavia d’ajutarmi, quando rinvenir non
potessi le dovute espressioni; il che con bontà ei mi promise. Cominciai
dunque: Che i miei Parenti erano buoni Borghesi, stabiliti in un’Isola
che -Inghilterra- noma val, tanto lontana dal Paese di lui, quanto uno
de’suoi servidori penerebbe molto ad arrivarvi in un anno, quando anche
non traviasse dal suo diritto cammino: Che i miei Parenti stessi avean mi
fatta apprendere la Cirugia; e vale a dire, l’Arte di risanare le
piaghe, e le contusioni che succedono al Corpo: Che il mio Paese era
governato da una Donna che noi chiamiamo -Regina-: Che io aveva lasciata
la mia Patria per accumular ricchezze; pel cui mezzo potessi al mio
ritorno vivere nell’opulenza con la mia Famiglia: Che nell’ultimo mio
Viaggio io era Comandante del Vascello, e che avea sotto di me una
cinquantina di -Yahoos-, i più de’quali erano morti in Mare; il che
avea mi costretto di reclutargli con altri di differenti Nazioni: Che il
nostro Vascello per due volte aveva scorso il pericolo d’abbissarsi; la
prima, per una violenta burrasca; e per aver investito in uno scoglio la
seconda. A questo passo interrupemi il Padrone, per dimandarmi, come mai
persuader io potea Stranieri di diversi Paesi d’imbarcarsi con esso
meco, se tanti risichi passati avea il mio Vascello, e se tanti Uomini mi
erano morti? Gli risposi, ch’eran coloro canaglie di sacco e corda,
obbligati d’abbandonare le loro Terre, a cagione de’loro misfatti, o
o della lor povertà; Che le liti ne aveano ruinati alcuni; che altri si
erano immersi nella miseria pel vino, per giuoco o per le Donne; che
altri erano criminosi di tradimento; che un gran numero l’era altresì
di omicidj, di furti, di veneni, di spergiuri, di moneta falsa, o di
fuga; e che poco men che tutti si erano sottratti alle carceri: quindi
provenendone che veruno d’essi non ardiva di rimettere il piede nella
sua Patria, per timore d’essere appiccato pel collo, o di finir i suoi
giorni nel sondo d’una tenebrosa prigione: e che perciò erano forzati
di rintracciar il lor vivere in Regioni rimote.
Più d’una volta mi troncò il Padrone questo ragionamento, ed io mi
era prevaluto di molte circonlocuzioni per fargli conoscere la natura
de’differenti delitti, che la maggior parte della mia Ciurma ad
abbandonare la propia Patria, indotta aveano. A forza di molte
conversazioni finalmente compresemi, ma la necessità, o l’uso di
questi delitti, era la cosa, ch’egli potea concepire il meno. Per
rischiarare un tal punto, dovetti inserirgli alcune immagini della brama
d’essere potente e ricco; ed eziandio de’terribili effetti dello
Spirito di vendetta, di odio, di crudeltà, d’intemperanza, di
voluttà. Perchè ei comprendesse somiglianti passioni, molti supposti,
idonei ad inspirargli qualche intelligenza, formai. Dopo ciò: nella
guisa stessa che un Uomo la cui immaginazione è colpita da un non so che
ch’ei prima non avea ravvisato, e più a parlarne non avea inteso, con
istordimento e con indignazione egli alzava i suoi sguardi. Possanza,
Governo, Guerra, Leggi, Gastighi, e mille altre cose, non potevano essere
espresse in quella favella per mancanza di termini: e quindi ne derivava
il crudel mio imbarazzo di far concepire al Padrone ciò che dir io
volea. Ma avendo egli una maravigliosa comprensione, finalmente arrivò a
conoscere, se non perfettamente, per lo meno in gran parte, di che fra
noi sia capace la Natura umana; e mi pregò d’entrar alquanto in una
minuta narrazione degli Affari del Paese che io chiamava -Europa-, ma
spezialmente di quegli della mia Patria.
CAPITOLO V.
Per ubbidire agli ordini del suo Padrone, lo informa l’Autore dello
Stato dels’Inghilterra, ed altresì de’motivi della Guerra fra alcuni
Potentati dell’Europa; e ad inspirargli qualche idea della Natura del
Governo Inglese incomincia.
E’Pregato il Leggitore a risovvenirsi, che ciò che al presente io son
per dire è un estratto di molte conversazioni che per lo spazio di due
anni e più, ebbi col mio Padrone. A misura che io progrediva nella
favella degli -Houyhnhnms-, ei mi proponeva nuove quistioni.
M’interrogò sopra lo Stato dell’-Europa-, sopra il commerzio, sopra
le Manifatture, l’Arte, le Scienze; e cadauna mia risposta era
incentivo di nuove dimande. Ma io quì solo registrerò in sostanza i
trattenimenti che avemmo sul proposito della mia Patria; e gli disporrò
in un cert’ordine, senza riguardo nè de’tempi, nè delle
circostanze, che la opportunità n’esibirono. La sola cosa che
m’imbroglia è, che riuscirammi disagevolissimo di riferire con
fedeltà gli argomenti, e l’espressioni del mio Padrone. Ma mi si
lusingo nulladimeno, che a dispetto d’una barbara traduzione, non si
lascerà di ravvisar la vaghezza e l’aggiustatezza dello spirito di lui.
Per ubbidir dunque a’suoi cenni, narraigli il celebre avvenimento
conosciuto sotto il nome di -Rivoluzione-; la lunga Guerra cominciata
allora dal Principe d’-Oranges- contro alla -Francia-, e rinfrescata
dalla Regina Regnante; Guerra, in cui si sono impegnate quasi tutte le
Potenze dell’-Europa-. A richiesta di lui, calcolai che pel corso di
questa Guerra era stato ucciso un millione di -Yahoos-, che di cento
Città erano state prese, e tre volte più, tanti Vascelli colati a
fondo. Mi dimandò egli quali fossero, per ordinario, le cagioni, perchè
una Nazione prendesse l’arme contra d’un’altra? Risposi, ch’erano
infinite queste cagioni; ma che gliene farei l’enumerazione delle
principali: Che talvolta era l’ambizione de’Principi, i quali
s’immaginano sempre che i loro Popoli e le loro Terre non bastino al
loro Dominio: Talvolta la corruttella di que’Ministri, che impegnano i
Sovrani loro in una Guerra per rendersi necessarj, o perchè alla loro
pessima amministrazione non si rifletta: Che in fatto d’opinioni, la
discrepanza avea costata la vita a molti milioni d’Uomini. Non vi ha
Guerra più crudele, o più sanguinosa, o di maggior durata, quanto
quella ch’è accesa dalla diversità d’opinioni; principalmente
quando questa diversità non risguarda che cose indifferenti.
Talvolta due Principi, insieme la rompono per sapere qual de’due
scaccerà un Terzo dagli Stati suoi, su’quali niuno d’essi d’avere
il menomo diritto presume. Allo spesso un Potentato dichiara la Guerra ad
un altro, temendo che questi non il prevenga. Accendesi talvolta una
Guerra, perchè l’Inimico è troppo -forte-, e talvolta perchè è
troppo -debole-. An talvolta i nostri vicini certe cose onde noi
-manchiamo-, e -mancano- di certe altre che noi -abbiamo-; e ci
ammazziamo l’un l’altro, finattanto che essi piglino le nostre, o ci
diano le loro. Puossi con giustizia far la Guerra a un Alleato possessore
di alcune Fortezze che ci convengono; oppure d’un tratto di Paese, che
se al nostro fosse unito, renderebbe la figura di questo più regolare.
Se un Principe fa una spedizione di Truppe per un Paese, il cui Popolo
sia povero ed ignorante, può egli legittimamente sterminare la metà
degli Abitanti, e ridurre in ischiavitù l’altra metà, col disegno di
renderla colta, e di correggere la ferocia de’suoi costumi. E’una
communissima pratica, che un principe chiamato in ajuto d’un altro per
iscacciare un Usurpatore, si renda poscia padrone del Paese, uccida,
avveleni, o mandi in esilio il Principe soccorso. La parentella per
nascimento o per maritaggio, è una sorgente feconda di querele fra due
Potenze; e più che vi ha di prossimità di sangue, e più rinforzasi la
disposizione del querelarsi: Le Nazioni -povere- son di -cattivo umore-,
e le Nazioni ricche sono -insolenti-. Or chi non vede che
l’-insolenza-, e il -cattivo umore- non si accorderanno mai? Tutte
queste ragioni producono che il mestiere del -Soldato- spaccisi pel più
onorevole di tutti gli mestieri: mercè che un -Soldato- è un -Yahoo-
preso a nolo per accoppare a sangue freddo il maggior numero che può
d’Animali di sua spezie, tutto che questi non gli abbiano inferito in
verun tempo il menomo male.
Avvi pure in -Europa- un’altra sorta di Principi, i quali non si
trovano in bastevole forze per far la guerra da se medesimi, ma che
imprestano alle Nazioni ricche le loro Truppe a un tanto per giorno per
ciascun Uomo; ed è questa una delle loro più fiorite e più oneste
rendite.
Ciò che mi raccontate, dissemi il mio Padrone, in proposito della
Guerra, mi presenta grand’Idee di quella Ragione, di cui vi presumete
dotati: Con tutto ciò, egli è una spezie di felicità che la possanza
di voi altri -Yahoos- non sia proporzionata alla vostra malizia; e che la
Natura vi abbia costituiti poco men che assolutamente inabili a far del
male.
Essendo che, non isporgendo in fuora le vostre bocche come quelle di
molti Animali, è difficilissimo che vi mordiate l’un l’altro. Quanto
a’vostri quattro piedi, son eglino così teneri, e a nuocere sì poco
idonei, che uno de’nostri -Yahoos- ne assalirebbe una dozzina
de’vostri. Così; quando voi sì alto montar faceste il numero di
que’che in certe Guerre sono stati uccisi è forza necessariamente, che
abbiate detta -la cosa che non è-.
Un tratto tale d’ignoranza fecemi sorridere: e perchè io non era
affatto affatto novizio nel mestier della Guerra, gli descrissi i
Cannoni, le Colubrine, i Moschetti, le Carabine, le Pistole, le Palle, la
Polvere, le Spade, i Pugnali, gli Assedi, le Ritirate, gli Assalti, le
Mine, le Contrammine, i Bombardamenti, e le Battaglie Navali. Aggiunsi,
che in queste battaglie vi restavano talvolta estinti venti mila Uomini
per cadauna parte, e che il fuoco continuo, lo strepito ed il fumo
de’nostri Cannoni, ed eziandio i gridi de’feriti e de’moribondi,
erano un non so che da non potersi esprimere: Che negli Abbattimenti di
terra, i Vincitori si la va vano nel sangue, calpestavano sotto a’piedi
de’loro Cavalli i Vinti, e lasciavano i loro cadaveri per servir di
pasto a’Cani, a’Lupi, e agli Uccelli da rapina. E per esaltare il
valore de’miei Compatriotti, gli protestai, che io gli avea veduti far
saltar nell’aria, in un istante, un centinajo di nemici in un Assedio;
e che i corpi morti erano ricaduti a terra in mille pezzi, con estremo
divertimento degli Spettatori.
Io stava per internarmi in una più diffusa specificazione, allorchè il
Padrone m’impose silenzio. Disse: Che chiunque conoscesse il naturale
degli -Yahoos-, facilmente gli crederebbe capaci di tutte l’iniquità
testè da me mentovate, se la forza loro fosse eguale alla loro
ribalderia: Che il mio discorso non solo aumentata avea l’orribilità
ch’egli nodriva per que’Mostri, ma ancora suscitata in lui una
turbolenza non più saggiata: Che temeva che le sue orecchie non si
avvezzassero ad intendere cose abbominevoli, e che l’indignazione onde
allora si sentiva assalito, insensibilmente non iscemasse: Che non
ostante ch’egli avesse in aversione gli -Yahoos- del suo Paese, gli
biasimava, a cagione delle loro odiose maniere, così poco, che un
-Ennayh- (sorta d’Uccello rapace) a cagion della sua crudeltà: Ma che
quando una Creatura, la qual presume d’essere dotata di ragione, è
capace di certe scelleratezze; la corruttela di questa facoltà
sembravagli abbassarne gli Autori, fin a costituirgli inferiori alle
Bestie brute.
Disse di più: ch’ei troppo ne avea inteso in proposito della Guerra;
ma che per allora imbarazzavalo molto un altro articolo: Che io gli avea
dichiarato che alcuni Uomini della mia Ciurma si erano staccati dalla
loro Patria, perchè i litigj gli aveano messi in ruina: Che non poteva
immaginarsi, che per aver qualche controversia con un altro, fosse
d’uopo far grandi spese, acciocchè un Giudice qual de’due avesse il
torto o la ragione decidesse.
Ripigliai: Che veramente io non mi trovava versato in tutto ciò che
presso noi dicesi -Processi-, non avendo io, quasi mai, avuto che fare
con persone di Foro, eccettuatane una sola volta che io aveva posti di
mezzo alcuni Avvocati per chiedere risarcimento d’una ingiustizia che
mi si era praticata, senza aver mai potuto vederne il fine: Che con tutto
questo, avendo avuta l’occasione di strignere amistà con taluni che si
erano ruinati per le liti, e che furono in conseguenza costretti
d’abbandonarne la loro Patria, mi comprometteva di esibirgli su
quest’argomento alcune idee, per lo meno, superficiali.
Gli dissi: Che coloro, i quali profession facevano di questa Scienza,
uguagliavano in numero i Bruchi de’nostri Giardini; e che, tutto che in
generale esercitassero il mestiere medesimo, aveavi nulladimeno qualche
disparità nelle loro funzioni: Che la quantità prodigiosa di que’che
a quest’Arte applicavansi, era la cagione che tutti non ne potessero
sussistere in un modo onesto e legittimo, e che perciò era forza che
molti avessero ricorso all’industria, e all’artifizio: Che fra questi
ve n’erano alcuni che dalla loro più tenera giovinezza si erano
applicati ad imparar la Scienza di provare chi il -nero- sia -bianco-, e
il -bianco- sia -nero-: Che la temerità di costoro e l’audacia delle
loro pretensioni erano sì grandi, che ingannavano il semplice Volgo,
presso cui essi passavano per Uomini di consumata abilità; il che gli
metteva più in voga che tutti gli altri loro Colleghi. Furono di questa
pasta, io diceva proseguendo il mio ragionamento, que’co’quali io
ebbi a fare nella lite che ho perduta: e non saprei meglio darvi ad
intendere la lor maniera di trattar le Cause, che con un esempio.
Supponiamo che il mio Vicino s’intalenti di aver la mia -Vacca-; ei si
provede d’uno di questi Avvocati per provare che la mia -Vacca- gli
appartiene. E’forza allora che io mi proveda d’uno altro per
difendere il mio diritto; poichè egli è contra tutte le Regole della
-Legge- che un Uomo difenda la propia sua Causa. Ora in questo caso, io,
a cui appartiene la -Vacca-, ho due gran discapiti. Primieramente; il mio
Avvocato essendo avvezzo dalla sua giovinezza a difendere la falsità e
l’ingiustizia, trovassi totalmente fuori del suo elemento, quando si
tratta di parlare in favore dell’Equità, essendo che, come questa
funzione gli riesce affatto nuova; senza dubbio ei vi si prenderà alla
peggio, anche che volesse fare il suo meglio. Il secondo discapito è,
che la natura del mio affare esigge che il mio Avvocato sia molto cauto;
conciosiachè, come dall’impiego ditante persone dipende la loro
sussistenza, se il mio Avvocato tratta la mia Causa in modo che
l’affare resti immediate spedito, egli è certo d’attraersi, se non
l’indignazione de’suoi Superiori, l’odio; per lo meno, de’suoi
Confratelli, che lo risguarderanno come una spezie di serpente che si
nutricano nel propio seno. Il caso in termini; io non ho che due metodi
per conservar la mia -Vacca-. L’uno; di corrompere l’Avvocato della
Parte avversaria, promettendogli duplicata mercede, e quest’artifizio
naturalmente mi dee riuscire; poichè l’educazione, e il carattere del
Personaggio onde si tratta, mi lascian l’adito di sperare ch’egli
tradirà colui che d‘affidarsigli ebbe l’imprudenza. L’altro metodo
è, che il mio Avvocato non insisti punto sopra la giustizia della mia
Causa: anzi riconosca che la mia -Vacca- appartiene al mio Avversario;
avendo l’evento mille volte dimostrato, che una gran prevenzione a
favore del successo d’un litigio si è, quand’egli notoriamente è
ingiusto.
E’una massima di questi tali, che tutto ciò che si è fatto per
l’addietro, puossi far di nuovo legittimamente. Ecco perchè essi
custodiscono in iscrittura con sommo scrupolo tutte le Sentenze già
pronunziate; insino quelle che per ignoranza o per corruttella rovesciano
le Regole più comuni dell’Equità e della Ragione. Tutte queste
sentenze divengono in loro mani come tante Autorità, con le quali eglino
procurano d’imbiancare i più neri deliti, e di giustificare le
pretensioni più inique: E questa pratica lor riesce sì bene, che non e
quasi possibile l’immaginare un Processo, in cui le due Parti, più
d’una Decisione in propio favore ad allegare non abbiamo.
Nelle loro dispute, sfuggono con sommo studio di venir al fatto; ma in
ricompensa, vorrebbono rinunziar piuttosto alla lor Professione, che
ommettere la menoma -Circostanza- inutile. Per esempio; per ritornare al
supposto da noi piantato, non s’informeranno già con qual diritto la
mia Parte avversaria pretendi che la mia -Vacca- le appartenga; bensì se
questa -Vacca- sia nera o bianca; se le sue corna sieno lunghe o corte;
se il Prato in cui ella pascola sia tondo o quadro; a qual male ella sia
suggetta, e così del resto; dopo il che consultano tutti i Decreti
emanati in somigliante caso; -intermettono- a un altro tempo la decision
della Causa, e d’-intermissione- in -intermissione-, venti o
trent’anni dopo, dichiara il Giudice di chi sia la ragione o il torto.
E’d’uopo pur di riflettere che questi Signori anno un Gergo ch’è
loro particolare; intelligibile per essi soli; e in questo Gergo sono
scritte le loro Leggi. Principalmente per questo mezzo son riusciti in
confondere il vero col falso, il giusto con l’ingiusto; e ne sono così
eccellenti, che son capaci di disputare per trent’anni continui, per
sapere se un Campo, il qual da sei generazioni ha appartenuto a’miei
Bisavoli, sia di mia ragione o di quella d’uno Straniere, che d’esser
mio parente non ha mai preteso.
Per ciò che spetta all’esame dagli Accusati di delitti di Stato, i
processi non sono sì lunghi: imperocchè se que’che si trovano alla
testa degli Affari ancora (come mai non mancano) di far appoggiare queste
sorte di commissioni a persone di Legge, la cui compiacenza e
l’abilità sono lor cognite; queste, immediate che comprendono le
intenzioni de’lor Protettori, non differiscono di condannare o
d’assolvere gli Accusati; e ciò senza inferire torto veruno ad alcuna
delle forme prescritte dalla Legge.
M’interruppe a questo passo il Padrone per dirmi, ch’era ben un
peccato, che Uomini tali, come questi Avvocati, che aveano tante
conoscenze e tanti talenti, non si applicassero piuttosto a farne parte
agli altri. Io risposi, che il loro mestiere rubava tutto il lor tempo, e
che non aveano essi neppur il piacere di pensare a verun’altra cosa;
Che ciò era sì vero, che fuori della lor Professione, erano ignoranti e
stupidi più di quello che possa esprimersi: e che si avea riflettuto
ch’erano nemici giurati di tutto ciò che conoscenza si appella, come
se a scacciar la Ragione da tutte le Scienze dopo di averla bandita dal
loro mestiere, determinati si fossero.
CAPITOLO VI.
Continuazione del discorso dell’Autore, sopra lo stato del suo Paese,
sì ben govornato da una Regina, che vi si può far di meno d’un Primo
Ministro, Ritratto d’un tal Ministro.
IL mio Padrone diede indizj di non prestar compiuta fede alle mie
narrazioni, non potendo, come poscia il dichiaro, a verun patto
comprendere per qual motivo gli Uomini di Legge si dessero mille fastidj,
e formassero insieme una sorta di lega d’iniquità, non per altro che
per conturbare gli Animali di loro spezie. Per vero dire, ei soggiunse,
mi diceste ch’essi erano salariati a tal oggetto; ma somiglianti
termini in me l’idea menoma non risvegliano. Per isciorre questa
difficoltà, fui costretto di descrivergli l’uso della moneta, i
materiali ond’ella lavoravasi, e il valor de’metalli. Dissigli, che
quando un -Yahoos- aveva in sua propietà una gran somma di questi
metalli preziosi, potea far acquisto di magnifiche vestimenta, di bei
Cavalli, d’immense Terre, di squisite vivande, di graziose Femmine, di
qualunque cosa di suo piacimento.
Che derivandone dal solo danajo sì maravigliosi effetti, i nostri
-Yahoos- non credevano mai d’averne abbastanza per ispendere, o metter
da parte, secondo che piegar gli facesse o alla profusione o
all’avarizia la loro inclinazione: Che i Ricchi usufruttuavano degli
stenti de’Poveri, e che questi eran mille contra uno, in comparazione
di quegli: Che il grosso del nostro Popolo menava una vita miserabile, ed
era obbligato di faticar tutto l’anno dalla mattina alla sera, per
rendere provveduto un picciol numero d’Opulenti di tutto ciò che i
loro capriccj, o la lor vanità lor suggerivano. Internaimi in una
instruzione assai estesa su quest’argomento: Ma tanto e tanto il
Padrone meglio non mi capì; essendosi intestato che tutti gli Animali
fossero in possesso d’una sorta di diritto sopra le produzioni della
Natura, e ben ispezialmente que’che agli altri presiedevano.
Cotal pregiudizio gl’inspirò la curiosità di sapere, in che
consistessero quegli squisiti cibi che io aveva ricordati; e come potesse
darsi che alcuno di noi ne restasse privo: E quì l’enumerazione gli
feci di tutte quelle qualità che mi caddero sotto la memoria; del pari
che delle differenti maniere di manipolargli; il che non potea eseguirsi
senza la spedizione d’infiniti Vascelli per diverse parti del Mondo,
affin di riportarne peregrine frutte, e liquori d’un gusto eccellente.
Gli protestai, che conveniva far, per lo meno, tre volte il giro della
nostra Terra, prima che una delle nostre qualificate Femmine servita
fosse d’una colezione che avesse tutti i suoi numeri. Ei disse,
ch’esser dovea un assai sgraziato Paese quegli che nutricar non poteva
i suoi Abitatori: Ma principalmente rendevalo attonito il riflettere, che
una Regione, così estesa come la nostra, tanto penuriasse d’-Acqua
dolce-, cosicchè il nostro Popolo a ritraere la sua bevanda per via di
mare costretto fosse. Io replicai; che l’-Inghilterra-, mia diletta
Patria, produceva tre volte più d’alimenti che i suoi Naturali
confumarne potevano; che avea luogo la proporzione medesima a riguardo
de’Liquori ond’essi si prevalevano per ispegnere la loro sete; e che
questi liquori si componevano con la frutta di certi Alberi, riuscendo
un’eccellente bevanda. Ma che per soddisfare all’intemperanza
de’Maschj, e alla vanità delle Femmine, noi mandavamo in altri Paesi
la maggior parte delle utili produzioni delle nostre Terre, per averne in
concambio dello cose che non servivano che a procacciarci infermità, e
che ad alimentare la nostra stravaganza e i nostri vizzi. Donde ne
seguiva per necessità, che molti de’miei Compatriotti fossero sforzati
di guadagnar la vita con infami o ingiusti mezzi; come sarebbe a dire,
co’frutti, cogli spergiuri, con l’adulazione, col giuoco, con la
menzogna, con l’arte di velenare, o con quella di pubblicar libelli.
Non fu senza un grande stento, che mi riuscì di far comprendere al mio
Padrone il senso di queste differenti espressioni.
Non è; continuava io, perchè ci manchino i liquori o l’acqua, ch’è
portato il vino al nostro Paese; bensì, perchè questi è una bevanda
che ci rallegra, che scaccia le nostre maninconie, aumenta le nostre
speranze, scema i nostri spaventi, e ci priva per qualche tempo
dell’uso d’una importuna Ragione; dopo di che non vi ha dubbio che
non c’immergiamo in un sonno profondo; comechè confessar si deggia che
quasi sempre ci risvegliamo malati; e che l’uso d’un tal liquore sia
per noi una sorgente feconda d’incomodità, che accorciano la nostra
vita, e la nostra sanità ruinano.
I più di nostra Nazione campano la vita somministrando alle persone
ricche, e un generale a tutti que’che anno con che pagare le loro
mercatanzie o i loro travaglj, somministrando, dico, tutte le cose che
lor bisognano. Per esempio; quando io sono presso la mia Famiglia, ed
abbigliato come essere il deggio, porto sopra il mio corpo gli stenti di
più di cento Operaj; la struttura e l’adobbamento della mia Casa il
doppio ne vogliono; e innanzi che mia Moglie sia guernita da’piedi
infino al capo, non bastano mille.
Io stava per discorrergli d’un’altra foggia d’Uomini che si
applicano a guarire i mali del corpo, giacchè ebbi l’occasione di dire
a lui che molti de’miei Marinaj erano morti di malattia: Ma non può
credersi la mia pena per farmi capire. Ei ben comprendeva, diceva egli,
che un -Houyhnhnm-, alcuni giorni prima della sua morte diveniva debole o
languido: ovvero per disgrazia in qualche modo piagavasi: Ma sembravagli
impossibile che la Natura, la qual affettuosamente è sollecita per tutte
le sue opere, generar possa ne’nostri Corpi tanti incomodi e tanti
mali; e di spiegargli un sì singolare e sì bizzarro Fenomeno mi pregò.
Gli replicai; che non era difficile lo scioglimento di questo problema, e
che la sregolatezza del nostro vivere era la sola cagione delle nostre
infermità: Che noi mangiamo quando non abbiamo fame, e che bejamo senza
aver sete: Che passiam l’intere notti tracannando gagliardi liquori
senza prendere cibo di sorta; il che appiccava al nostro corpo un
incendio, e precipitava la degistione o l’impediva: Che -Yahoos-
Femmine, dopo d’essersi prostituite per qualche tempo, contraevano
certe dolorose malattie, ch’elleno comunicavano a que’che commerzio
aveano con esso loro: Che queste e molte altre malattie trasfondevansi da
Padre in Figliuolo; che se si avesse voluto, non si avrebbe mai composto
un esatto Catalogo de’malori tutti onde il Corpo umano è suggetto;
poichè non aveavi parte veruna che in sua spezieltà cinque o secento
non ne annoverasse: Che l’intensa brama che abbiamo della nostra
guarigione, moltiplicati avea fra noi gli Medici, e vale a dire, Uomini
che si fanno un punto d’onore di risanare gl’Infermi. Per anni molti,
soggiunsi, sono mi applicato a questa Scienza, la qual, per altro, ha
qualche affinità con la mia Professione; e perciò posso dire senza
vanità, che mi è noto il metodo tenuto da questi Signori nelle loro
cure.
Loro gran principio si è: Che tutte le Malattie derivano da
-Ripienezza-; donde conchiudon eglino, che per guarire le indisposizioni
nella loro sorgente, conviene che il Corpo pratichi -Evacuazioni-, sieno
pel passaggio naturale, o pel vomito. A tal effetto, si accingono a
comporre di molte Erbe, di Minerali, di Gomme, d’Olj, di Conchiglie, di
Sali, di Escrementi, di Corteccie d’Alberi, di Serpi, di Rospi, di
Ranocchj, di Ragnoli e d’Ossa d’Uomini morti, il più abbominevole e
nauseante estratto che lor sia possibile: Estratto, che sul fatto stesso
è renduto dallo stomaco: e quest’è ciò ch’essi chiama -Vomitivi-:
oppure a quest’ammirabile mischiamento aggiungono alcune attossicate
Droghe, che che ce le fan prendere (secondo la fantasia del Medico) o pel
di sopra o pel di sotto, e un tal rimedio sconvolge sì crudelmente gli
budelli, che questi poco men che con la stessa pontualità dello stomaco,
il restituiscono; e ciò in loro lingua una -Purga- o un -Cristero- si
appella. Essendo che la Natura (come riflettono i Medici) ha destinata la
bocca all’-Intromissione- del mangiare e del bere, e un’altra parte
alla loro -Ejezione-: quindi conchiudono questi Signori con grande
ingegno, che essendo la Natura in queste infermità fuori della sua
-Situazione-, conviene, per rimetterla, curar il Corpo in un modo
direttamente opposto all’instituto di lei; cioè, introdurre certi
composti pel di sotto, e far uscire ciò che si ha negl’intestini, per
la bocca.
Ma oltra le reali infermità, siam sottoposti a molte altre, che sono
puramente immaginarie, e per le quali i Medici anno inventato rimedj del
genere medesimo. An per tanto questi rimedj i loro nomi, perchè i mali
ne anno altresì: ed è da questa sorta di mali che le nostre -Yahoos-
femmine, sono assalite. Soprattutto sono eccellenti in -pronostici- i
nostri Medici, e di rado lor succede che s’ingannino: poichè nelle
malattie reali e alquanto maligne, predicono quasi sempre, che
l’Infermo ne -morrà-, perchè il verificar il detto sta in loro
arbitrio: laddove non è in poter loro la guarigione: Ed ecco perchè
sempre si corre gran risico nelle loro mani, immediate che tanto an
eglino fatto di pronunziare al fatal sentenza, non volendo essere mentori.
Son essi eziandio d’una grande utilità a que’Mariti, e a quelle
Mogli che non si amano, a Primogeniti, a Ministri di Stato, e sovente a
Principi.
Io avea già per l’addietro avute alcune conversazioni col mio Padrone
sopra la natura del -Governo- in generale, e peculiarmente del nostro,
ch’è l’oggetto dello Stupore e dell’Invidia di tutto l’Universo:
Ma uscitomi a caso il vocabolo di Ministro di Stato, ei mi ordinò di
dirgli quale specie di -Yahoo- io propiamente disegnava con questo
termine.
Gli risposi, che la nostra Regina essendo esente d’ambizione, e non
avendo il menomo prurito d’accrescere la sua possanza a spese de’suoi
Vicini o a pregiudizio de’propj suoi Sudditi, era sì lontana
dall’aver bisogno d’alcuni Ministri corrotti per eseguire o
ricuoprire qualche sinistro disegno; che anzi, pel contrario, ogni suo
disegno era diretto da lei a vantaggio del suo Popolo; e che ben lunge
dall’affidar interamente a qualche Favorito o a qualche Ministro la sua
autorità, sommetteva l’amministrazione de’suoi Ministri o de’suoi
Favoriti al più severo esame del suo Maggiore Consiglio. Ma io aggiunsi,
che sotto alcuni precedenti Regni, e attualmente in qualche Corte
dell’-Europa-, aveavi qualche Principe inoffizioso, ma schiavo del
proprio piacere; il qual trovando per esso lui troppo pesanti le redini
del -Governo-, rimette vale nelle mani d’un -Primo Ministro-: di cui
per quanto il potei conchiudere, non solamente dalle Azioni di coloro che
sono stati onorati di quest’impiego, ma eziandio da molte Lettere, da
molte memorie, e da molti Scritti pubblicati da essi medesimi e contro
a’quali fin al presente chi che sia non ha protestato in contrario,
eccone un fedele Ritratto.
-Un Primo Ministro-, (già s’intende d’un Primo Ministro di cattiva
intenzione, non mancandone di buoni, anzi d’ottimi) è un Uomo affatto
immune da Giocondità e da Maninconia, da Amore e da Odio, da Compassione
e da Collera: tutte le sue passioni, in una insaziabile sete di possanza,
di ricchezze e d’onori consistono. Servesi egli del talento, del
discorso come gli altri Uomini, con questa picciola differenza pero, che
non parla mai per dichiarar ciò che egli pensa: Non pronunzia mai una
-verità-, che col secondo fine che voi la prendiate per una -bugia-: ne
una -bugia-, che con l’intenzione che la spacciate per una -verità-.
Quegli ond’ei mormora in loro assenza, son vicini a un avanzamento, e
subito ch’ei comincia a lodarvi o sulla vostra faccia, o sull’altrui
fate conto d’essere perduto nell’istante stesso. Il men equivoco
contrassegno della propria disgrazia è, quando impegniti con esso voi in
qualche promessa, e soprattutto quando questa promessa sia confermata dal
giuramento: Mercè che in un tal caso un Uomo saggio si ritira, e alle
sue speranze rinunzia.
Sonovi tre maniere, per le quali un Uomo d’indole pessima pervenir può
al Posto di -Primo Ministro-. La prima: procurando che certe persone, o
Moglie, o Figliuola, o Sorella, abbiano un onesto compiacimento per gli
desideri del Principe: La seconda; tradendo, o intentando di soperchiare
il suo Predecessore: e declamando con furioso zelo contra la corruttela
della Corte nelle Pubbliche Ragunanze, la terza. Questi Ministri,
spezialmente que’che sono dotati di quest’ultimo carattere, di tutti
gl’Impieghi disponendo, anno una maravigliosa facilità in guadagnare
il maggior numero de’suffragj in un Consiglio, e conservano con questo
mezzo la propia Autorità; e alla peggio; un -Atto di general indulto-
(ond’io ne descrissi la natura) gli mette a coperto da qualunque
inquisizione: dopo di che prendono essi congedo dal Publico, carichi
delle spoglie della Nazione.
Il Palazzo d’un -Primo Ministro- di depravato genio è un semenzajo,
ove altri se ne formano: I Paggj, gli Stafieri ed il Portiere imitando il
Padrone loro, divengono tanti -Ministri di Stato- ne’loro diversi
Appartamenti, ed imparano a segnalarsi in tre cose: in -insolenza-;
nell’-Arte di mentire-, e in quella di -corrompere quegli ond’eglino
pretendono di valersi per adempire i loro infami divisamenti-. Molte
persone di Carattere fanno regolarmente la loro Corte a questi Signori; i
quali talvolta, a forza di destrezza e di sfaciataggine, anno la buona
sorte di succedere al loro Padrone.
Per ordinario, un cattivo -Primo Ministro- è governato da una Vecchia
Innamorata o da un Cameriere zerbino, e costoro sono i due canali per cui
scorrono tutte le grazie, e che propiamente, i -Supremi- Reggenti del
Regno, chiamar si potrebbono.
Disputando un giorno col mio Padrone sopra la Nobiltà del mio Paese, ei
mi fece un complimento che io non aspettava. Son persuaso, mi disse, che
voi siate uscito di qualche Famiglia Nobile; poichè in figura, in colore
e in proprietà superate tutti gli -Yahoos- di nostra Nazione, tutto che
lor cediate in forza e in agilità; il che attribuisco alla differenza
che vi ha fra il vostro modo di vivere, e quello degli altri Bruti: ma
vie più crescono le mie prevenzioni a favor vostro, scorgendo che siete
dotato non solo dalla facoltà di parlare, ma altresì di alcuni principj
di Ragione. Fra noi, continuò egli, gli -Houyhnhnms bianchi-, gli
-Sauri-, i -Bigj-, non sono così ben fatti come i -Baj-, come i -Leardi
ruotati-, e come i -Neri-, e neppure non nascono con tanti talenti
d’Anima, nè con tanta capacità per approffitarsene; ed ecco perchè
sieno destinati a servir agli altri senza aspirar giammai alla menoma
Autorità; il che presso noi sarebbe un non so che di mostruoso.
Umilissimamente il ringraziai della buona opinione ch’egli aveva di me:
ma rendeilo nello stesso tempo assicurato che tutt’altro che illustre
era il mio nascimento, dovendo il viver mio ad onorati Borghesi,
provveduti appena de’sufficienti mezzi per la passabile mia educazione:
Ch’era altra cosa nel nostro Paese la Nobiltà, di quel che il fosse
nel Paese di lui: Che i nostri Giovani di qualità erano allevati
nell’infingardia e nel lusso: Che immediate pervenuti a un certo numero
d’anni, consumavano il loro vigore, e pel commerzio di alcune
prostituite donne, malori infami contraevano: Che avendo scialacquate
poco men che tutte le loro sostanze, si ammogliavano con qualche femmina
del comune, unicamente pel danajo di lei, senza aver mai per essa, nè
prima, nè dopo il maritaggio, il più leggier sentimento di benevolenza
o di stima: Che da questi disuguali accoppiamenti era prodotta una
difforme e mal sana figliuolanza: donde ne veniva che quasi mai una
Famiglia di somigliante razza, non toccasse la quarta generazione: se
pure non avesse attenzione la Sposa di scegliere fra’suoi Vicini, o fra
suoi Amici, un Padre di buona consistenza; il tutto per motivo della
sanità della prole di lei: Che un corpo mal composto, un’aria
infermiccia, e una faccia pallida e smunta, erano gli ordinarj
contrassegni d’un Uomo del più sublime carattere; laddove una sanità
d’Atleta in un Uomo qualificato, forma la più diffamante di tutte le
presunzioni contra la saggezza di sua Madre.
CAPITOLO VII.
Amor dell’Autore per la sua Patria. Riflessioni del Padrone di sopra il
Governo dell’Inghilterra, tale che avealo descritto l’Autore; con
alcune comparazioni e con alcuni paralelli sopra il medesimo Argomento.
Osservazioni dell’Houyhnhnm sopra la Natura umana.
STupiranno forse i miei Leggitori che io fossi così sincero
sull’Articolo degli Uomini, parlandone a una Creatura, in cui la mia
rassomiglianza cogli -Yahoos- del Paese, impressa già avea una pessima
opinione della Natura umana. Ma ingenuamente confesserò loro, che le
numerose virtù di quegli ammirabili -Houyhnhnms-, contrapposte a’vizzi
nostri innumerevoli, aveanmi a un segno aperti gli occhi, che a ravvisar
cominciai le Azioni e le Passioni degli Uomini in un modo totalmente
nuovo, e a toccar con mano che l’onore della mia spezie il menomo
risparmio più non meritava. Oltrechè impossibile riuscito mi sarebbe
d’imporne a una persona di sì perspicace discernimento come il mio
Padrone, il qual ogni giorno mi facea avvedere degli sbagli che io
prendeva; sbagli che io non avea mai raffigurati, e che fra noi non si
registrerebbono neppure nell’Indice delle umane fragilità. Aggiugnete,
che l’esempio del mio Padrone stesso aveami inspirato un perfetto
orrore per tutto ciò che falsità o dissimulazione dinominasi; e che mi
sembrava sì amabile la -Verita-, che come fosse possibile che se le
mancasse di fedeltà o di rispetto, io comprendere non poteva.
Ma aveavi, se ardisco di dirlo, un motivo di maggior forza, che mi
spronava a un tal eccesso di candidezza. Dopo appena un mio soggiorno
d’un anno nel Paese, concepì tanto amore e tanta venerazione per gli
Abitatori, che risolutamente mi determinai di più non rivenire fra gli
Uomini, e di passar il resto del mio vivere fra que’virtuosi
-Houyhnhnms-; il cui esempio e il cui commerzio aveano di già prodotti
sopra di me sì felicissimi effetti. Ma la fortuna, eterna mia nemica, a
mio dispetto, fra gli -Yahoos- di mia spezie mi ricondusse. Con tutto
ciò, egli è una sorta di mia presente consolazione, quando penso, che
in ciò che dissi de’miei Compatriotti, -scemai- i difetti loro per
quanto io osava sulla faccia d’un Uditore sì intelligente, e che a
cadaun articolo diedi un tornio il più -favorevole- ch’egli poteva
esigere: perocchè, per vero dire, io credo che al mondo Uomo non siavi
interamente immune di parzialità a riguardo della sua Patria.
Ho riferite in sostanza le diverse conversazioni ch’ebbi col mio
Padrone pel più del tempo che con mia gloria passai in servigio di lui:
Conversazioni, che furono assai più lunghe, ma che quì non ne ho esteso
che un solo compendio, per timore di recar tedio a chi legge.
Risposto ch’ebbi a tutte le sue Quistioni, e che parvemi pienamente
soddisfatta la sua curiosità, mandò egli un giorno, di buon’mattino,
a cercarmi; e dopo di avermi ordinato di sedere, (onore che fin allora ei
non mi avea impartito) disse, di aver con attenzione riflettuto sopra
tutta la mia Storia, per quanto aveva ella rapporto a me e al mio Paese:
Ch’ei ci riputava come Animali, a cui, senza saperne il come, era
toccata in retaggio una picciola porzion di -Ragione-, onde noi non ci
serviamo che in aumento de’nostri vizzi -Naturali-, e in acquisto di
nuovi, non impressici mai dalla Natura: Che noi ci svestiamo de’pochi
talenti ch’ella ci avea accordati; ma che in ricompensa, a moltiplicar
gli difetti e le nostre necessità, avevamo perfettamente riuscito: Che
per quanto toccava a me, egli era un’evidenza che io non avea nè la
forza, nè l’agilità d’un -Yahoo- comune: Che l’affettazione di
camminare sopra i soli piedi di dietro, esponevami al risico di cadere ad
ogni instante: Che io avea rinvenuta l’Arte di togliere il pelo dal mio
mento che la Natura aveavi collocato per difendere quella parte contra il
calore del Sole, e contra il rigore del freddo: Finalmente, che io non
poteva nè correre velocemente, nè rampi carmi sugli Alberi come i miei
Fratelli, (quest’è il nome ch’ei compiacquesi d’impor loro) gli
-Yahoos- di quel Paese.
Che il nostro -Governo- e le nostre -Leggi- supponevano necessariamente
in noi grandi sbagli di -Ragione-, e perciò anche di -Virtù-, mercè
che per governare una Creatura -ragionevole- basta la sola -Ragione-;
donde ne proveniva ad evidenza, che a gran torto ci arrogavamo noi il
titolo d’Animali di ragione dotati; come si rilevava da tutto ciò che
io stesso de’miei Compatriotti narrato avea; tutto che egli ben avesse
osservato, che per conciliar loro la propia sua stima, io avea occultate
molte particolarità che lor nuocevano, e sovente detta -la cosa che non
è-.
L’aver egli riflettuto, che se da un canto io rassomigliava agli
-Yahoos- per rapporto alla figura del Corpo, dall’altro questi Bruti
aveano una gran conformità con noi a riguardo delle inclinazioni e delle
qualità dell’Anima, lo stabilivano in un tal risentimento. Dissemi,
ch’era una cosa più che costante che gli -Yahoos- fomentano maggior
aversione gli uni per gli altri, che per alcuni Animali d’un’altra
spezie; e che la ragion che rendevasi, si traeva dalla loro difformità,
la qual da tutti era ravvisata negli altri, senza che il fosse in se
medesimi: Che per questo motivo parevagli d’essere appagato del nostro
ritrovamento di -cuoprirci- il corpo; essendo che, mercè un somigliante
antivedimento, esibivamo agli altri minor incentivo di concepire contra
di noi quella sorta d’odio ch’è cagionato dalla laidezza: Ma che al
presente egli accorgevasi del propio inganno, e che le dissensioni di
queste bestie nel suo Paese aveano la stessa origine che le nostre,
secondo la mia rappresentazione. Imperocchè, disse egli, se voi gittate
a cinque -Yahoos- tanto nutrimento che ne vuol per cinquanta; invece di
mangiare in buona pace, si tireranno le orecchie, procurando ognuno
d’essi -d’aver ogni cosa per se solo-; e che per questa ragione un
servidore stava sempre presente quando gli -Yahoos- mangiavano
ne’Campi; quando, per altro, dentro in casa, in una buona distanza gli
uni dagli altri, legati si tenevano: Che se una Vacca, o per vecchiezza,
o per accidente, veniva a morire; innanzi che un -Houyhnhnm- potesse
farla trasferire alla sua abitazione per darla in pasto a’propj suoi
-Yahoos-, correvano a truppe que’del Vicinato per divorarla; donde
seguivane una zuffa, tale che io avea descritta; comechè di rado
accadesse che si ammazzassero l’un l’altro; non già per mancanza di
buona volontà, bensì di strumenti convenevoli: Che si sono talvolta gli
-Yahoos- di confine diverso data battaglia, senza che veruna cagion
visibile scoprir si potesse; guatando sempre que’d’un Distretto
l’opportunità di sorprendere quegli d’un altro: Che se lor fallisce
il progetto, se ne ritornano; e non avendo nemici a mordere, si mordono
gli uni gli altri, e si sbranano.
Che in certi Campi del suo Paese vi erano -lucenti Pietre- di colori
diversi, che gli -Yahoos- furiosamente amavano; e che come queste
-Pietre- si sprofondavano talvolta in terra, passavan essi le intere
giornate a scavare con le loro zampe per ritrarnele, e dappoi ne’loro
canili le nascondevano; riputando come la massima di tutte le disgrazie,
che alcuno di loro Camerate, fiutasse il soro tesoro. Aggiunse il mio
Padrone: Che non eragli mai riuscito di trovar la ragione del loro amore
per queste -Pietre-, nè di qual uso elleno esser potessero per un
-Yahoo-; ma che cominciava a credere che ciò provenisse dal principio
medesimo d’-Avarizia-, che io avea attribuito alla Natura Umana: Che un
giorno, per modo di pruova, egli avea tolto un monticello di -Pietre-
stesse da un luogo, ove uno de’suoi -Yahoos- le avea sotterrate; che
alcune ore dopo quest’Animale, trovando il suo Tesoro asportato, si era
messo a gettare spaventevoli gridi, e avea dati segni della più profonda
tristezza; che non avea voluto nè mangiare, nè dormire, nè lavorare,
finattanto che il Padrone ordinato avesse ad un servidore di rimettere
segretamente nel loro luogo queste -Pietre-; il che eseguito appena il
Mostro le ritrovò, e ritrovò con esse la giocondità sua primiera; ma
fu sì cauto, che meglio le nascose, e da quel tempo innanzi egregiamente
servì.
D’una cosa, in oltre, mi assicurò il Padrone, e che io stesso, ebbi
l’incontro di confrontare ed è, che in que’Campi ove si produceva
maggior quantità di queste -lucenti Pietre-, seguivano i più frequenti
e i più crudeli conflitti.
Dissi; ch’era una cosa ordinaria, quando due -Yahoos- scoprivano una
somigliante -Pietra- in un Campo e venivano alle mani per possederla, che
un terzo si gettasse sul suggetto del contrasto, e per esso lui se
l’asportasse; il che, per quanto pareva al mio padrone, mal non
assomigliavano alla -Spedizione de’nostri Processi-: e per verità non
credei a proposito di contraddirgli; poichè il procedere del terzo
-Yahoo-, era più giusto che molte sentenze de’nostri Giudici; essendo
che al saldar de’Conti, cadauno de’due -Yahoos- non perdeva che la
-Pietra- per cui battevansi; laddove nelle nostre Corti di -Giustizia- è
forza di pagar il Giudizio, che delle nostre pretensioni ci priva.
Il Padrone proseguendo il suo ragionamento, si spiegò; che non aveavi
cosa che rendesse gli -Yahoos- più abbominevoli, quanto
quell’universale avidità, con la quale eglino divorano tutto ciò che
cadeva loro fra l’ugne, o fosser erbe, o radici, o biada, o carne
d’animale, oppure tutte queste cose confuse insieme: E che si avea
osservato, come peculiare lor bizzarria, che amavan piuttosto di camminar
alcune leghe per andar in busca d’un alimento mediocremente cattivo,
che di averne un buono tutto lesto presso di se. Oltracciò, che sono
insaziabili; e quando il possono, mangiano fin a crepare; masticando
poscia una certa -radice-, che loro cagiona una generale evacuazione.
Vi è pure un’altra sorta di -radice- assai -sugosa-, ma che è assai
difficile a ritrovarsi, per cui impazziscono gli -Yahoos-, e che succiano
con infinito piacere, producendo in loro gli effetti medesimi che il Vino
in noi; e vale a dire che si abbracciano, che si dan bastonate, che
;
1
-
-
.
2
3
-
-
-
-
,
4
,
-
-
.
5
’
’
;
’
6
,
7
.
8
,
’
,
9
,
10
’
,
11
.
12
,
,
13
,
-
-
-
-
;
14
,
.
15
’
;
16
,
17
.
,
18
,
,
19
.
20
21
-
-
22
;
’
23
-
-
,
24
.
25
’
,
,
,
26
-
-
;
27
;
28
.
,
,
29
,
30
’
’
-
-
,
31
;
.
32
,
,
’
33
,
34
:
,
35
’
:
,
36
;
37
’
’
38
’
.
,
39
,
:
40
’
41
:
,
42
’
;
’
43
’
.
44
,
’
.
45
,
46
,
47
.
48
49
50
.
,
,
,
51
;
,
’
52
’
,
,
53
-
-
:
54
,
,
55
,
:
56
’
-
-
;
57
’
’
58
.
,
,
59
,
60
.
61
62
63
-
-
,
,
64
.
65
’
;
’
66
,
’
,
67
’
.
68
’
’
,
69
;
70
’
,
71
-
-
.
72
73
74
;
75
,
76
,
.
77
’
78
;
79
,
,
80
,
:
81
’
82
.
83
84
’
85
;
,
86
;
,
87
’
,
88
.
89
90
,
91
’
’
,
92
;
93
;
,
94
.
95
96
,
97
’
’
98
.
.
99
,
100
,
:
101
,
’
102
,
’
’
103
:
,
104
.
105
;
106
,
107
:
,
,
108
,
109
-
-
,
110
.
;
111
-
-
112
?
,
’
113
,
’
114
’
,
115
,
.
;
116
:
117
;
,
118
,
,
119
;
;
120
-
-
,
121
,
,
’
122
’
,
123
-
-
,
124
,
.
125
,
126
,
’
127
,
-
-
;
,
128
,
,
129
,
,
130
,
,
131
-
-
,
-
-
.
132
133
134
135
136
.
137
138
.
139
’
.
’
140
,
141
.
142
143
144
,
145
’
’
146
,
,
147
’
-
-
,
’
-
’
148
-
,
:
149
’
,
150
-
-
’
151
,
152
’
;
,
,
153
.
’
.
’
154
,
155
:
-
-
,
156
’
;
;
,
157
,
’
,
158
’
;
-
-
-
-
159
.
’
’
160
-
-
,
.
161
162
;
’
,
-
-
163
,
164
-
-
,
?
165
:
166
,
’
,
167
,
-
-
,
168
,
,
169
,
.
’
,
,
170
,
,
171
-
-
,
-
-
,
,
172
.
,
-
-
173
!
174
;
175
,
176
.
,
177
.
,
178
-
-
,
-
-
,
179
:
180
,
181
,
’
;
,
182
,
,
,
183
,
,
184
,
;
185
,
186
’
.
,
,
187
;
,
188
.
189
;
,
’
:
190
’
,
,
191
’
.
’
,
192
’
’
193
-
-
,
,
194
.
195
196
;
197
,
’
198
’
-
-
;
,
199
’
200
-
-
,
201
.
,
’
202
’
:
203
,
:
204
,
205
,
:
206
,
,
207
,
’
:
208
’
;
’
,
209
.
210
211
212
;
213
:
214
,
.
215
’
’
216
’
-
-
217
’
:
,
218
;
’
219
,
.
:
220
,
-
-
221
,
’
222
,
,
223
.
,
224
’
,
,
225
,
’
,
’
226
,
;
,
227
,
-
-
228
.
229
;
230
;
’
,
‘
,
231
,
.
,
,
232
-
-
;
233
,
.
234
,
,
,
:
235
,
’
’
’
,
236
:
’
,
237
,
:
238
:
239
,
240
’
’
,
241
’
:
242
,
243
,
.
244
’
,
245
:
’
246
,
’
,
247
:
’
’
248
’
,
:
249
,
250
,
,
251
.
,
’
252
253
’
-
-
:
,
254
.
,
255
,
,
256
,
257
;
258
,
.
,
,
259
,
260
’
,
261
;
262
.
263
264
,
265
,
,
266
’
,
267
:
268
’
269
,
’
,
270
;
.
271
:
,
’
272
-
-
,
,
273
’
,
274
:
275
;
,
’
276
,
:
277
-
-
:
278
;
279
’
:
’
280
,
281
-
-
,
’
;
282
:
283
’
;
284
,
;
285
.
,
,
286
’
287
,
,
288
?
,
’
,
289
’
,
’
,
290
;
;
291
,
;
292
;
’
293
,
,
,
,
,
294
;
:
295
’
296
,
’
,
297
’
:
298
.
299
300
’
,
301
302
’
,
303
,
.
304
,
,
’
305
,
,
’
.
306
,
307
’
;
’
308
,
,
,
’
,
309
.
,
,
310
,
.
:
311
312
’
,
,
313
.
,
314
,
,
,
,
,
315
:
316
317
.
,
318
,
,
,
319
;
’
320
-
-
,
321
.
322
323
324
325
326
.
327
328
,
’
329
’
,
’
330
’
;
331
.
332
333
334
’
,
335
336
,
.
337
-
-
,
.
338
’
’
-
-
,
,
339
,
’
,
;
340
.
341
;
342
’
,
’
,
343
,
’
.
344
’
,
345
,
’
.
346
,
’
,
347
’
.
348
349
’
,
350
-
-
;
351
’
-
-
-
-
,
352
;
,
353
’
-
-
.
,
354
-
-
,
355
,
,
356
.
,
,
,
357
’
’
’
?
,
’
358
;
’
359
:
’
’
,
360
’
361
:
’
,
362
,
363
:
’
,
364
’
.
365
,
,
,
366
’
’
;
367
.
368
369
,
’
370
,
’
’
’
371
.
372
,
.
373
,
’
-
-
,
374
-
-
.
375
-
-
,
-
-
-
-
;
376
’
’
,
,
377
.
378
;
’
,
379
,
.
380
,
381
,
382
,
’
,
383
,
’
.
’
384
,
’
385
,
,
,
386
,
.
387
,
388
;
,
389
:
-
-
-
-
,
390
-
-
.
391
’
-
-
,
-
-
?
392
-
-
393
:
-
-
-
-
394
395
’
,
396
.
397
398
-
-
’
,
399
,
400
401
;
402
.
403
404
,
,
405
,
’
,
406
:
,
407
-
-
;
408
409
.
410
411
,
412
,
’
’
.
413
’
,
,
414
,
’
-
-
415
’
.
;
416
’
,
417
-
-
.
418
419
’
:
420
,
421
,
,
,
,
,
,
422
,
,
,
,
,
,
423
,
,
,
.
,
424
425
,
,
426
’
,
’
’
,
427
:
428
,
,
’
429
’
,
430
’
,
’
,
.
431
’
,
,
432
’
,
,
;
433
,
434
.
435
436
,
437
’
.
:
438
-
-
,
’
439
,
440
:
’
441
’
’
,
442
:
443
,
’
444
,
:
445
’
-
-
,
446
,
,
,
447
-
-
(
’
)
:
448
,
’
,
449
;
450
,
451
.
452
453
:
’
;
454
:
455
456
,
:
457
,
,
458
’
,
’
459
.
460
461
:
462
-
-
,
,
,
463
,
464
’
465
,
:
466
,
’
467
,
468
’
,
469
’
,
,
.
470
471
:
,
,
472
’
;
,
473
,
474
:
’
475
’
,
476
,
477
’
,
’
:
478
’
479
-
-
-
-
,
480
-
-
-
-
:
’
481
,
,
482
;
483
.
484
,
,
’
’
485
:
486
,
.
487
488
’
-
-
;
489
’
-
-
490
.
’
’
491
;
492
-
-
.
,
,
493
-
-
,
.
;
494
495
’
,
,
496
’
,
,
497
;
498
,
.
,
499
;
500
,
’
501
,
502
’
,
’
,
503
’
’
,
’
;
,
’
504
,
505
.
;
506
-
-
.
’
;
’
507
,
,
’
508
;
’
,
509
,
’
’
510
‘
’
.
’
511
,
512
:
-
-
;
513
’
,
514
’
,
’
515
.
516
517
’
,
518
’
,
.
519
520
;
521
’
.
522
,
523
’
,
524
:
,
525
’
,
,
526
’
.
527
528
,
;
529
,
,
530
-
-
.
;
531
,
’
532
-
-
;
533
-
-
;
;
534
;
535
,
;
536
;
-
-
537
,
’
-
-
-
-
,
538
’
,
.
539
540
’
’
’
541
;
;
542
.
543
,
’
;
544
,
’
,
545
,
’
546
,
’
,
’
547
.
548
549
’
,
550
:
’
551
(
)
552
,
553
’
;
,
554
’
,
555
’
;
556
.
557
558
’
,
’
559
,
,
,
560
,
561
.
,
,
562
’
;
563
,
,
564
:
565
’
,
566
567
,
.
568
569
570
571
572
.
573
574
’
,
,
575
,
’
576
,
’
.
577
578
579
580
,
,
,
581
,
582
’
,
583
.
,
,
584
’
;
585
’
.
586
,
’
,
587
’
,
’
.
,
588
-
-
589
,
,
590
,
’
,
,
,
591
.
592
593
,
594
-
-
’
,
595
,
596
’
:
597
’
,
,
598
:
,
599
’
,
600
’
601
,
.
602
’
:
603
;
604
’
605
,
’
.
606
607
’
,
608
;
609
:
’
610
;
611
;
612
’
,
613
,
’
.
614
,
,
,
615
,
616
’
.
,
617
’
618
:
,
619
,
,
’
-
620
-
,
621
.
;
’
-
-
,
622
,
’
623
;
624
’
’
;
625
,
626
’
.
’
627
’
,
,
628
,
629
,
630
.
631
,
’
632
;
,
633
’
,
,
’
,
,
634
,
’
,
.
635
,
636
.
637
638
;
,
’
,
’
639
;
,
640
,
,
641
,
,
642
’
’
;
643
’
;
644
;
’
’
645
’
,
646
,
.
647
648
649
,
’
650
,
,
,
651
.
;
,
652
,
653
;
’
654
;
’
655
,
.
656
657
’
’
’
658
,
’
659
’
:
660
.
,
,
661
-
-
,
662
:
:
663
,
664
,
’
665
;
.
666
;
,
667
668
:
,
669
:
’
670
;
671
,
’
:
-
-
672
,
’
,
673
,
’
’
674
:
675
;
,
676
’
;
677
678
:
’
679
,
,
,
680
’
’
.
,
681
,
,
,
,
682
;
683
,
684
.
685
686
:
687
-
-
;
,
688
,
-
-
,
689
,
.
,
690
,
,
,
’
,
,
691
,
,
’
,
,
,
692
,
’
’
,
693
:
,
694
:
’
’
-
-
:
695
’
696
,
(
)
697
,
698
,
,
699
;
-
-
-
-
700
.
(
)
701
’
-
-
,
’
702
-
-
:
703
,
704
-
-
,
,
,
705
’
;
,
706
,
’
,
707
.
708
709
,
,
710
,
711
.
,
712
:
-
-
713
,
.
-
-
714
,
’
:
715
,
,
716
’
-
-
,
717
:
:
718
,
719
,
.
720
721
’
’
,
722
,
,
,
723
.
724
725
’
726
-
-
,
,
727
’
’
’
’
:
728
,
729
-
-
730
.
731
732
,
’
,
733
’
’
734
’
,
735
’
’
736
;
,
,
737
;
738
’
739
,
’
’
’
740
.
,
741
,
742
’
-
-
,
,
743
;
744
-
-
,
’
-
-
:
745
,
746
’
,
,
747
,
748
’
,
749
.
750
751
-
-
,
(
’
’
752
,
,
’
)
753
,
,
754
:
,
,
755
’
.
,
756
,
,
757
:
758
-
-
,
-
-
:
759
-
-
,
’
-
-
.
760
’
,
,
761
’
,
’
762
’
’
.
763
,
764
,
765
:
,
766
.
767
768
,
’
769
-
-
.
:
,
770
,
,
,
771
:
;
,
772
:
773
,
.
,
774
’
’
,
775
’
,
776
’
,
777
;
;
-
-
778
(
’
)
779
:
,
780
.
781
782
’
-
-
,
783
:
,
784
,
-
-
’
785
,
:
-
-
;
786
’
-
-
,
-
’
787
-
.
788
;
789
,
,
790
.
791
792
,
-
-
793
,
794
,
,
-
-
795
,
.
796
797
,
798
.
,
,
799
;
,
800
-
-
,
801
;
802
,
:
803
,
804
,
805
.
,
,
-
-
,
806
-
-
,
-
-
,
-
-
,
-
807
-
,
-
-
,
808
’
,
;
809
810
;
.
811
812
’
:
813
’
814
,
,
815
’
:
816
’
,
817
:
818
’
:
819
’
,
,
820
,
:
821
,
822
,
,
,
823
,
,
824
:
825
:
826
,
:
827
’
,
828
,
;
829
:
,
’
830
,
,
831
’
;
832
’
,
833
.
834
835
836
837
838
.
839
840
’
.
841
’
,
’
;
842
.
843
’
.
844
845
846
847
’
,
,
848
-
-
,
849
.
,
850
-
-
,
’
851
,
,
852
853
,
’
854
.
855
’
856
,
857
;
,
858
’
.
,
859
’
860
;
861
-
-
,
862
,
.
863
864
,
,
,
865
.
866
’
,
867
,
868
,
’
869
-
-
;
870
.
,
,
871
,
-
-
.
872
,
,
,
873
’
,
-
-
874
’
,
875
-
-
’
876
:
,
,
877
.
878
879
’
880
:
881
,
,
882
,
.
883
884
’
,
885
,
,
’
,
886
;
,
(
887
)
,
888
,
:
889
’
,
,
,
890
-
-
,
891
’
-
-
,
892
,
:
’
893
’
;
,
894
,
:
895
,
’
896
,
’
’
-
-
:
’
897
,
898
:
’
899
900
,
:
,
901
,
902
,
(
’
’
’
)
903
-
-
.
904
905
-
-
-
-
906
-
-
,
-
-
,
907
-
-
-
-
;
908
,
909
’
;
910
’
;
911
,
,
912
,
-
913
-
.
914
915
’
,
916
-
-
,
’
917
918
’
,
.
,
919
’
-
-
920
,
’
’
921
;
,
,
922
,
923
:
’
924
-
-
;
,
925
,
926
’
’
:
927
,
928
,
929
.
,
,
930
-
-
;
931
,
,
932
’
-
’
-
;
933
-
-
934
’
;
,
,
,
935
,
:
,
,
936
,
;
-
-
937
’
938
-
-
,
’
;
939
,
;
940
’
’
;
941
,
:
942
-
-
,
943
;
’
’
944
’
’
:
945
,
;
,
946
,
.
947
948
-
-
949
,
-
-
;
950
-
-
,
951
,
’
952
;
,
953
,
.
954
:
955
-
-
,
956
-
-
;
957
’
-
-
,
:
958
,
,
-
-
959
,
’
-
-
;
960
’
,
,
961
,
962
;
,
,
,
963
964
-
-
;
965
,
;
966
,
,
967
.
968
969
’
,
,
,
,
970
’
,
’
971
-
-
,
972
.
973
974
;
’
,
-
-
975
-
-
,
976
,
977
’
;
,
,
978
-
’
-
:
979
;
980
-
-
,
’
;
981
’
,
’
-
-
982
-
-
;
-
-
983
,
.
984
985
,
;
986
-
-
,
987
’
,
988
’
,
,
,
,
989
’
,
:
990
,
,
991
’
,
992
.
,
993
;
,
;
994
-
-
,
.
995
996
’
-
-
-
-
,
997
,
-
-
,
998
,
999
;
,
,
1000