ha il talento di costruire una somigliante vettura; e neppure è così imprudente per affidarne a degli -Yahoos- la direzione. Il vocabolo -Houyhnhnm- significa in loro idioma un -Cavallo-, e nella sua etimologica origine, -la perfezione della Natura-. Dissi al mio Padrone che l’espressione m’imbrogliava; ma che a costo d’un fisso studio avrei procurato di superare in poco tempo questa difficoltà, lusingandomi di essere ben presto in istato di narrargli gran maraviglie. Compiacquesi egli di dire alla sua propia Cavalla, a’suoi due Puledri, e a tutti i Domestici di sua Casa, di non ommettere veruna opportunità d’ammaestrarmi, ed egli stesso per due o tre ore di cadaun giorno si prendeva questo fastidio. Molti Cavalli ed alcuni Giumenti qualificati del Vicinato, vennero alla nostra abitazione, sulla fama che si era sparsa, che aveavi un -Yahoo- che parlava come un -Houyhnhnm-; e nelle parole e nelle azioni di cui, scuoprivasi qualche barlume di ragione. Parve che molto gustassero que’Forestieri del mio trattenimento; praticate avendomi molte interrogazioni, alle quali secondo il mio possibile soddisfeci. Tanto ne profittai di tutti questi mezzi, che cinque mesi dopo il mio arrivo, io ben capiva tutto ciò che si diceva, ed lo stesso mi esprimeva passabilmente bene. Gli -Houyhnhnms- che a visitar vennero il mio Padrone col disegno di vedermi e di discorrer meco; non diedero indizj d’essere persuasi che io fossi un vero -Yahoo-, perchè io era coperto diversamente da quel che il sono questi animali. Per fino allora mi era determinato di tacere in proposito a’miei vestiti, per distinguermi, per quanto fosse possibile, da quella maledetta razza di -Yahoos-; ma alcuni giorni dopo mutai parere; e credei un tratto di mia ingratitudine il farne per maggior tempo un arcano al mio Padrone. Oltre che, io meditava, che si sarebbero ben presto consumate le mie vestimenta e le mie scarpe, e che per necessità avrei dovuto farmene d’altre di pelle d’-Yahoos-, o qual altro animale si fosse; dal che si sarebbe manifestato tutto il misterio. Dissi dunque al Padrone, che nel Paese donde io veniva, que’della mia spezie coprivansi il corpo di pelo di certe bestie, industriosamente lavorato: e ciò per decenza, ed anche per guarentirsi dalle ingiurie dell’aria: Che se egli il volea, io offrivami di mostrargli in mia persona un saggio della verità di ciò che io avanzava; purchè egli mi permettesse d’occultar a’suoi occhj quelle parti che la Natura di tener nascosse c’insegna. Risposemi il Padrone, che sembravagli molto strano il mio ragionamento, ma spezialmente la conchiusione: Che non potea egli comprendere come la Natura c’insegssasse a nascondere la propia sua opera: Che nè egli, nè veruno di sua Famiglia arrossavasi di veruna parte de’loro Corpi; ma che io era l’Arbitro di far quel che volessi su quest’articolo. Cominciai allora dallo sfibbiare i bottoni dal Giubbone, e dal togliermelo d’indosso con la mia veste. Levai altresì le mie scarpe e le mie calze, e per compimento di soddisfazione della curiosità di lui, gli mostrai il mio petto e le mie braccia tutte ignude. Con la più avida curiosità considerò il Padrone questi differenti oggetti. Prese, pezzo per pezzo, tutti i miei vestiti nel suo pasturale, e attentamente gli disamino; dopo di che, avendo con uno de’suoi piedi d’innanzi lisciate alcune parti del mio corpo, dissemi, che in sentenza sua io era un perfetto -Yahoo-: Che la sola differenza che passava tra me, ed il resto della mia spezie, consisteva in ciò che io avea la pelle più bianca, più dilicata e più morbida: e le unghie delle zampe del d’avanti e del di dietro più corte che gli -Yahoos- comuni; ed eziandio consisteva nell’affettazione di camminar sempre co’miei piedi di dietro. Aggiunse, che di più non volea vederne, e che come sembravagli che io avessi freddo, così io poteva riprendere i miei vestiti. Gli espressi qualche mio rammarico perchè sì frequente avessemi dato il nome di -Yahoo-, il qual era un Animale odioso, da me al maggior segno dispregiato ed avuto in abbominazione. Il supplicai di non più valersi a mio riguardo d’un titolo sì oltraggioso; e di fare che que’della sua Famiglia e gli Amici, a’quali egli permetteva di venir a vedermi, avessero l’attenzione medesima. A questa grazia lo scongiurai d’aggiugnerne un’altra, cioè di non palesar a chi che fosse che ciò che scorgevasi non fosse il mio vero corpo; mercè che spacciati si avrebbe gli Abiti miei come una spezie d’artifizio, con cui persuader volessi che io non fossi un -Yahoo-. In una maniera la più graziosa del Mondo soscrisse il Padrone alle mie instanze; e così il segreto restò custodito finchè le mie vestimenta cominciassero a logorarsi, ed obbligassermi ad aver ricorso a diversi espedienti per rappezzarle, come a suo luogo il dirò. Nel tempo stesso mi pregò d’impiegarmi con tutta la possibile diligenza ad instruirmi del Linguaggio del Paese; essendo che più rendevanlo attonito la mia intelligenza, e la mia facoltà di discorrere, che la figura del mio corpo, fusse egli coperto o no: aggiungendo che stava egli impazientissimo d’intendere le maraviglie che di narrargli io avea promesso. Da quell’instante innanzi raddoppiò egli il suo fastidio per ammaestrarmi; mi volle con esso lui in tutte le ragunanze, e faceva che tutti gli Astanti mi trattassero con molta cortesia; imperocchè, come egli il diceva loro in quattr’occhj, ciò renduto mi avrebbe di buon umore e più conversevole. Ciascun giorno che io andava a porgergli i miei saluti, alla briga ch’ei prendevasi d’instruirmi, egli univa delle quistioni in proposito di me medesimo; ed io procurava di supplirvi con tutto il mio potere; e con questo mezzo gli avea esposte alcune generali idee, tutto che imperfette. Sarebbe cosa molto molesta il voler descrivere i differenti gradi, per gli quali passar dovei prima d’essere capace d’una conversazione alquanto continuata. Ecco la prima di quelle conversazioni. Per apaggare la curiosità del Padrone, che sin allora io non avea che eccitata con risposte mal espresse e peggio ancora intese, dissigli un giorno: Che io veniva da un Paese molto lontano, come io già aveva avuto l’onore di accennarglielo, in compagnia d’una cinquantina d’Animali della mia spezie: Che avevamo traversati molti Mari in un Vascello di legno, più grande che la casa di lui. E quì gli feci la più esatta descrizione che potei del Vascello; e procurai di dargli ad intendere con la comparazione del mio fazoletto spiegato, come questo Vascello era stato sospinto dal vento: Che i miei uomini, essendosi ribellati contra di me, mi aveano messo a terra su quella spiaggia, ove immediate io riscontrati avea quegli esecrabili -Yahoos-, dalla cui persecuzione aveami guarentito il di lui sopraggiugnere. Ei mi ricercò chi avesse costrutto il Vascello; e come possibil fosse che gli -Houyhnhnms- del mio Paese affidata ne avessero a Bruti la direzione? Io replicai, che non avrei l’animo di proseguire la mia relazione, se egli non s’impegnasse in parola d’onore di non aversene a male, e che a questo patto gli racconterei le maraviglie, onde sì spesso io gliene avea parlato. Ei mel promise; e quindi il mio ragionamento continuai: assicurandolo che il Vascello era stato fabbricato da Creature come me; le quali, in tutte le Regioni che io aveva scorse, ed altresì nella mia, erano i soli Animali di ragione dotati; e che al mio arrivo in quel Paese; io era rimasto tanto attonito di scorgere gli -Houyhuhums- ad operare come Esseri ragionevoli, quanto egli, o gli Amici suoi, l’avean potuto essere in iscoprendo caratteri d’intelligenza in una Creatura, che egli si compiaceva di confondere con gli -Yahoos-, a cui io non volea già negare di rassomigliarmi in alcune circostanze, ma non certamente nella ferocia e nella bestialità. Dissi di più, che se mai godessi della buona sorte di ritornamene alla mia Patria e di potervi narrare i miei viaggj, come n’era la mia intenzione, ognuno taccerebbemi di dire la -cosa che non è-; e che, malgrado il profondo rispetto che io avea per lui, per la sua Famiglia, per gli suoi Amici, asserirgli io poteva, che i miei Compatriotti durerebbono gran fatica a credere, che al Mondo fossevi un Paese, ove gli -Yahoos- fossero Bruti, e gli -Houyhnhnms- Creature ragionevoli. CAPITOLO IV. Intelligenza degli Houyhnhnms in proposito del vero e del falso. Discorso dell’Autore disapprovato dal suo Padrone. Introducesi l’Autore in un racconto più specificato di se medesmo, e degli avvenimenti del suo Viaggio. AScoltò il mio Padrone ciò che testè io gli avea detto, con quell’aria d’imbroglio che palesasi quando ci vengono rappresentate cose che si dura fatica di comprendere, il che proveniva, perchè l’idee di -Dubbio-, e d’-Incertezza a riguardo della verità d’un fatto-, erano totalmente una novità per lui: E mi rammentò che in molti discorsi ch’ebbi con esso in materia degli Uomini in generale, essendo io sforzato di parlargli delle -Menzogne- ond’eglino si prevalgono per iscambievolmente ingannarsi, fu estrema la mia difficoltà per ottener l’intento di farmi intendere; tutto che, per altro, egli avesse il più lucido concepimento del mondo. Ecco com’egli ragionava. L’Uso della parola è instituito per farci intendere, e per informarci di ciò che non sappiamo: Ora se alcuno dice -la cosa che non è-, rovescia quest’instituto; perchè; a parlar propiamente, dir non potrei che io il capisco, e ben lunge dall’instruirmi di qualche cosa, gettami in una condizione peggiore dell’ignoranza; poichè che il -Nero- sia -Bianco- ei mi persuade. Ecco tutta l’intelligenza ch’egli avea della Facoltà di -Mentire-, che sì a perfezione posseggono gli Uomini. Per rivenire al mio argomento; quand’ebbi detto, che gli -Yahoos- erano i soli Animali ragionevoli del mio Paese, dimandommi il Padrone se fra noi si trovassero -Houyhnhnms-, e qual impiego fosse il loro? Gli risposi che ne avevamo un gran numero: che in tempo di State pascolavano essi nelle campagne, e nell’Inverno si custodivano nelle Case, ove gli nutrivamo di fieno e di vena, ed ove -Yahoos- servidori, erano obbligati a pettinar loro il crinale, di nettar i loro piedi, di dar loro a mangiare, e di fare i letti loro. V’intendo, replicò il mio Padrone, e da quel che mi dite, concepisco che, qualunque sia la porzion di ragione che i vostri -Yahoos- presumono di avere, gli -Houyhnhnms-, non ostante, sono i padroni vostri. Qual piacere sarebbe il mio, che i nostri -Yahoos- fossero così sociabili! Il supplicai di permettermi di non dirne di vantaggio; imperocchè io stava perfettamente assicurato che lo scioglimento della da lui propostami difficoltà, non potrebbe non dispiacergli. Ma egli mi ordinò di parlar alla libera, e di non adirarsi diedemi parola. Accertato da tal promessa, gli dissi che i nostri -Houyhnhnms-, che nol chiamiamo -Cavalli-, erano i più begli e i più generosi di tutti gli Animali che avessimo: che in forza e in velocità era ne eccellenti che appartenendo a persone di qualità, non erano impiegati che a portare i loro Padroni, o a tirare de’Cochj; trattati, per altro, assai bene, se pure non si ammalassero, o non divenissero bolsi, mercè che in tal caso erano venduti, e più di essi non si faceva che un uso basso, perfino alla loro morte; dopo di che si scorticavano per trarne qualche vantaggio dalla loro pelle, e gittavasi il resto del loro corpo in pasto a’Cani o agli Uccelli di rapina. Ma, io continuai, i Cavalli ordinarj non sono sì felici; poichè son mal nodriti, e adoperati da Castaldi o da Carretaj in fatiche assai più penose. Gli descrissi; per quanto seppi, la nostra maniera d’andar a cavallo: e altresì la forma e l’uso delle nostre briglie, delle nostre selle, de’nostri sproni e delle nostre fruste. L’informai poscia, che al di sotto de’loro piedi inchiodavano certe piastrelle d’una dura sostanza chiamata -Ferro-, perche in camminando per sassosi sentieri, eglino non si facessero male. Parve sdegnato del mio ragionamento il Padrone; con tutto questo si contentò di dirmi, ch’egli stupiva della nostra temerità di montare sopra la schiena d’un -Houyhnhnm-; essendo più che sicuro, che il più debole de’suoi domestici era capace di gettar a terra il più robusto -Yahoo-, ed eziandio di schiacciar questa bestia col solo rotolarsi insul dorso. Risposi, che noi avvezzavamo i nostri Cavalli fin dall’età di tre anni o quattro a’differenti servigi a quali gli destinavano: Che gli straordinariamente viziosi di loro, erano impiegati nelle vetture: Che in tempo di lor gioventù gastigavansi severamente, per correggerli di quella sorta di difetti, a cui gli gastighi servir possono di rimedio: Che per rendergli più docili e più trattabili, si castravano, per la maggior parte, all’età di due anni: Che conveniva confessare ch’erano sensibili alle pene e alle ricompense; ma ch’egli era certo, che la menoma tintura di ragione non possedevano. Costretto sui di valermi di molte circonlocuzioni per imprimere nel mio Padrone aggiustate idee di quanto io gli aveva esposto; essendo che non abbonda i termini la loro favella: consistendo in assai più picciol numero delle nostre, le loro necessità e le loro passioni. Ma riescemi impossibile d’esprimere il nobile risentimento che l’idea del trattamento crudele che pratichiamnoi a molti de’nostri -Houyhnms- gl’inspirò: particolarmente dopo che spiegato gli ebbi il fine, che ci proponevamo da quella sanguinosa operazione; ciò è d’impedir loro la propagazione di loro spezie, e di rendergli più servili. Disse egli: che se possibil fosse che avessevi un Paese, ove gli -Yahoos- soli fossero dotati di Ragione, bisognava per necessaria conseguenza ch’essi vi fossero altresì i Padroni, imperocchè a lungo andare, la Ragione la vinceva sempre sopra una cieca e brutale forza. Ma, che riflettendo alla forma de’nostri corpi, e in ispezieltà del mio, sembravagli che Creatura niuna, d’egual volume, men propi fosse ne’comuni affari del vivere, a far uso di questa Ragione; sopra di che pregommi di dirgli, se i miei Compatriotti rassomigliassero a me, oppure agli -Yahoos- del suo Paese. Gli dichiarai che io era sì ben formato come la maggior parte degli Uomini di mia età; ma che i Giovani e le Femmine avean la pelle assai più dilicata; e che particolarmente quest’ultime, l‘aveano, per ordinario, così bianca come del latte. Vero è, mi soggiunse egli, che vi ha qualche differenza fra voi e gli altri -Yahoos-; perocchè voi siete molto più propio, e non del tutto così difforme. Ma quanto al fatto, ei continuava, di vantaggi reali, essi mi erano superiori: Che le mie unghie, tanto de’piedi d’innanzi che di que’di dietro, non mi servivano a nulla: che in riguardo a’primi, egli impropiamente assegnava loro un tal nome, non avendomi mai veduto a camminarvi sopra: che non era sì dura la loro pelle per poter calpestrare le pietre: che pel più del tempo io non gli copriva di cosa veruna, e che la coperta ond’io talvolta gl’involgeva non era della figura medesima, nè così solida come quella che a’piedi dietro io metteva: che bisognava per necessità che io sovente cadessi, poichè era impossibile che sempre potessi tenermi ritto, poggiando sopra due soli piedi. Cominciò allora a far la critica dell’altre parti del mio corpo, dicendo che il mio naso sporgeva troppo in fuori: ch’erano sì concentrati nella testa i miei occhi, che volendo guardar qualche oggetto che mi fosse a’fianchi, mi conveniva girarla: che senza avvicinare alla mia bocca l’un de’miei piedi d’avanti, non poteva io nutricarmi: che per difendere il mio corpo contra il caldo ed il freddo, io era costretto di ricorrere a vestimenta, che togliere o rimettere cadaun giorno io non poteva, senza una pensione di molto tempo e di molta fatica. E finalmente, ch’egli avea riflettuto che tutti gli Animali del suo Paese naturalmente aveano dell’orror per gli -Yahoos-: che i più deboli gli sfuggivano, i più forti lunge da se gli scacciavano. Donde conchiudeva, che col supporci dotati di ragione, men imbrogliato tuttavia non trovavasi, per sapere come potessimo recar rimedio a quella naturale antipatia, che tutte le Creature mostravano di avere contra di noi; nè per conseguenza come addomesticarle, e ritrarne servigi. Ma, proseguiva, io non voglio maggiormente internarmi in questa discussione, mercè che mi muojo di voglia d’essere instruito della vostra Storia, in qual Regione siate nato; e di tutto ciò che prima di qua venire vi sia accaduto di più importante. Gli dissi, che avrei fatto tutto per rendere compiutamente appagata la sua curiosità, ma che io molto temeva non vi fossero molte cose, onde impossibile riuscissemi d’imprimergli le necessarie idee, non vedendo io nulla nel suo Paese da poterne fare in qualche modo la comparazione: Che non ostante mi accigneva a contentarlo sopra tutti gl’indicati articoli, supplicandolo tuttavia d’ajutarmi, quando rinvenir non potessi le dovute espressioni; il che con bontà ei mi promise. Cominciai dunque: Che i miei Parenti erano buoni Borghesi, stabiliti in un’Isola che -Inghilterra- noma val, tanto lontana dal Paese di lui, quanto uno de’suoi servidori penerebbe molto ad arrivarvi in un anno, quando anche non traviasse dal suo diritto cammino: Che i miei Parenti stessi avean mi fatta apprendere la Cirugia; e vale a dire, l’Arte di risanare le piaghe, e le contusioni che succedono al Corpo: Che il mio Paese era governato da una Donna che noi chiamiamo -Regina-: Che io aveva lasciata la mia Patria per accumular ricchezze; pel cui mezzo potessi al mio ritorno vivere nell’opulenza con la mia Famiglia: Che nell’ultimo mio Viaggio io era Comandante del Vascello, e che avea sotto di me una cinquantina di -Yahoos-, i più de’quali erano morti in Mare; il che avea mi costretto di reclutargli con altri di differenti Nazioni: Che il nostro Vascello per due volte aveva scorso il pericolo d’abbissarsi; la prima, per una violenta burrasca; e per aver investito in uno scoglio la seconda. A questo passo interrupemi il Padrone, per dimandarmi, come mai persuader io potea Stranieri di diversi Paesi d’imbarcarsi con esso meco, se tanti risichi passati avea il mio Vascello, e se tanti Uomini mi erano morti? Gli risposi, ch’eran coloro canaglie di sacco e corda, obbligati d’abbandonare le loro Terre, a cagione de’loro misfatti, o o della lor povertà; Che le liti ne aveano ruinati alcuni; che altri si erano immersi nella miseria pel vino, per giuoco o per le Donne; che altri erano criminosi di tradimento; che un gran numero l’era altresì di omicidj, di furti, di veneni, di spergiuri, di moneta falsa, o di fuga; e che poco men che tutti si erano sottratti alle carceri: quindi provenendone che veruno d’essi non ardiva di rimettere il piede nella sua Patria, per timore d’essere appiccato pel collo, o di finir i suoi giorni nel sondo d’una tenebrosa prigione: e che perciò erano forzati di rintracciar il lor vivere in Regioni rimote. Più d’una volta mi troncò il Padrone questo ragionamento, ed io mi era prevaluto di molte circonlocuzioni per fargli conoscere la natura de’differenti delitti, che la maggior parte della mia Ciurma ad abbandonare la propia Patria, indotta aveano. A forza di molte conversazioni finalmente compresemi, ma la necessità, o l’uso di questi delitti, era la cosa, ch’egli potea concepire il meno. Per rischiarare un tal punto, dovetti inserirgli alcune immagini della brama d’essere potente e ricco; ed eziandio de’terribili effetti dello Spirito di vendetta, di odio, di crudeltà, d’intemperanza, di voluttà. Perchè ei comprendesse somiglianti passioni, molti supposti, idonei ad inspirargli qualche intelligenza, formai. Dopo ciò: nella guisa stessa che un Uomo la cui immaginazione è colpita da un non so che ch’ei prima non avea ravvisato, e più a parlarne non avea inteso, con istordimento e con indignazione egli alzava i suoi sguardi. Possanza, Governo, Guerra, Leggi, Gastighi, e mille altre cose, non potevano essere espresse in quella favella per mancanza di termini: e quindi ne derivava il crudel mio imbarazzo di far concepire al Padrone ciò che dir io volea. Ma avendo egli una maravigliosa comprensione, finalmente arrivò a conoscere, se non perfettamente, per lo meno in gran parte, di che fra noi sia capace la Natura umana; e mi pregò d’entrar alquanto in una minuta narrazione degli Affari del Paese che io chiamava -Europa-, ma spezialmente di quegli della mia Patria. CAPITOLO V. Per ubbidire agli ordini del suo Padrone, lo informa l’Autore dello Stato dels’Inghilterra, ed altresì de’motivi della Guerra fra alcuni Potentati dell’Europa; e ad inspirargli qualche idea della Natura del Governo Inglese incomincia. E’Pregato il Leggitore a risovvenirsi, che ciò che al presente io son per dire è un estratto di molte conversazioni che per lo spazio di due anni e più, ebbi col mio Padrone. A misura che io progrediva nella favella degli -Houyhnhnms-, ei mi proponeva nuove quistioni. M’interrogò sopra lo Stato dell’-Europa-, sopra il commerzio, sopra le Manifatture, l’Arte, le Scienze; e cadauna mia risposta era incentivo di nuove dimande. Ma io quì solo registrerò in sostanza i trattenimenti che avemmo sul proposito della mia Patria; e gli disporrò in un cert’ordine, senza riguardo nè de’tempi, nè delle circostanze, che la opportunità n’esibirono. La sola cosa che m’imbroglia è, che riuscirammi disagevolissimo di riferire con fedeltà gli argomenti, e l’espressioni del mio Padrone. Ma mi si lusingo nulladimeno, che a dispetto d’una barbara traduzione, non si lascerà di ravvisar la vaghezza e l’aggiustatezza dello spirito di lui. Per ubbidir dunque a’suoi cenni, narraigli il celebre avvenimento conosciuto sotto il nome di -Rivoluzione-; la lunga Guerra cominciata allora dal Principe d’-Oranges- contro alla -Francia-, e rinfrescata dalla Regina Regnante; Guerra, in cui si sono impegnate quasi tutte le Potenze dell’-Europa-. A richiesta di lui, calcolai che pel corso di questa Guerra era stato ucciso un millione di -Yahoos-, che di cento Città erano state prese, e tre volte più, tanti Vascelli colati a fondo. Mi dimandò egli quali fossero, per ordinario, le cagioni, perchè una Nazione prendesse l’arme contra d’un’altra? Risposi, ch’erano infinite queste cagioni; ma che gliene farei l’enumerazione delle principali: Che talvolta era l’ambizione de’Principi, i quali s’immaginano sempre che i loro Popoli e le loro Terre non bastino al loro Dominio: Talvolta la corruttella di que’Ministri, che impegnano i Sovrani loro in una Guerra per rendersi necessarj, o perchè alla loro pessima amministrazione non si rifletta: Che in fatto d’opinioni, la discrepanza avea costata la vita a molti milioni d’Uomini. Non vi ha Guerra più crudele, o più sanguinosa, o di maggior durata, quanto quella ch’è accesa dalla diversità d’opinioni; principalmente quando questa diversità non risguarda che cose indifferenti. Talvolta due Principi, insieme la rompono per sapere qual de’due scaccerà un Terzo dagli Stati suoi, su’quali niuno d’essi d’avere il menomo diritto presume. Allo spesso un Potentato dichiara la Guerra ad un altro, temendo che questi non il prevenga. Accendesi talvolta una Guerra, perchè l’Inimico è troppo -forte-, e talvolta perchè è troppo -debole-. An talvolta i nostri vicini certe cose onde noi -manchiamo-, e -mancano- di certe altre che noi -abbiamo-; e ci ammazziamo l’un l’altro, finattanto che essi piglino le nostre, o ci diano le loro. Puossi con giustizia far la Guerra a un Alleato possessore di alcune Fortezze che ci convengono; oppure d’un tratto di Paese, che se al nostro fosse unito, renderebbe la figura di questo più regolare. Se un Principe fa una spedizione di Truppe per un Paese, il cui Popolo sia povero ed ignorante, può egli legittimamente sterminare la metà degli Abitanti, e ridurre in ischiavitù l’altra metà, col disegno di renderla colta, e di correggere la ferocia de’suoi costumi. E’una communissima pratica, che un principe chiamato in ajuto d’un altro per iscacciare un Usurpatore, si renda poscia padrone del Paese, uccida, avveleni, o mandi in esilio il Principe soccorso. La parentella per nascimento o per maritaggio, è una sorgente feconda di querele fra due Potenze; e più che vi ha di prossimità di sangue, e più rinforzasi la disposizione del querelarsi: Le Nazioni -povere- son di -cattivo umore-, e le Nazioni ricche sono -insolenti-. Or chi non vede che l’-insolenza-, e il -cattivo umore- non si accorderanno mai? Tutte queste ragioni producono che il mestiere del -Soldato- spaccisi pel più onorevole di tutti gli mestieri: mercè che un -Soldato- è un -Yahoo- preso a nolo per accoppare a sangue freddo il maggior numero che può d’Animali di sua spezie, tutto che questi non gli abbiano inferito in verun tempo il menomo male. Avvi pure in -Europa- un’altra sorta di Principi, i quali non si trovano in bastevole forze per far la guerra da se medesimi, ma che imprestano alle Nazioni ricche le loro Truppe a un tanto per giorno per ciascun Uomo; ed è questa una delle loro più fiorite e più oneste rendite. Ciò che mi raccontate, dissemi il mio Padrone, in proposito della Guerra, mi presenta grand’Idee di quella Ragione, di cui vi presumete dotati: Con tutto ciò, egli è una spezie di felicità che la possanza di voi altri -Yahoos- non sia proporzionata alla vostra malizia; e che la Natura vi abbia costituiti poco men che assolutamente inabili a far del male. Essendo che, non isporgendo in fuora le vostre bocche come quelle di molti Animali, è difficilissimo che vi mordiate l’un l’altro. Quanto a’vostri quattro piedi, son eglino così teneri, e a nuocere sì poco idonei, che uno de’nostri -Yahoos- ne assalirebbe una dozzina de’vostri. Così; quando voi sì alto montar faceste il numero di que’che in certe Guerre sono stati uccisi è forza necessariamente, che abbiate detta -la cosa che non è-. Un tratto tale d’ignoranza fecemi sorridere: e perchè io non era affatto affatto novizio nel mestier della Guerra, gli descrissi i Cannoni, le Colubrine, i Moschetti, le Carabine, le Pistole, le Palle, la Polvere, le Spade, i Pugnali, gli Assedi, le Ritirate, gli Assalti, le Mine, le Contrammine, i Bombardamenti, e le Battaglie Navali. Aggiunsi, che in queste battaglie vi restavano talvolta estinti venti mila Uomini per cadauna parte, e che il fuoco continuo, lo strepito ed il fumo de’nostri Cannoni, ed eziandio i gridi de’feriti e de’moribondi, erano un non so che da non potersi esprimere: Che negli Abbattimenti di terra, i Vincitori si la va vano nel sangue, calpestavano sotto a’piedi de’loro Cavalli i Vinti, e lasciavano i loro cadaveri per servir di pasto a’Cani, a’Lupi, e agli Uccelli da rapina. E per esaltare il valore de’miei Compatriotti, gli protestai, che io gli avea veduti far saltar nell’aria, in un istante, un centinajo di nemici in un Assedio; e che i corpi morti erano ricaduti a terra in mille pezzi, con estremo divertimento degli Spettatori. Io stava per internarmi in una più diffusa specificazione, allorchè il Padrone m’impose silenzio. Disse: Che chiunque conoscesse il naturale degli -Yahoos-, facilmente gli crederebbe capaci di tutte l’iniquità testè da me mentovate, se la forza loro fosse eguale alla loro ribalderia: Che il mio discorso non solo aumentata avea l’orribilità ch’egli nodriva per que’Mostri, ma ancora suscitata in lui una turbolenza non più saggiata: Che temeva che le sue orecchie non si avvezzassero ad intendere cose abbominevoli, e che l’indignazione onde allora si sentiva assalito, insensibilmente non iscemasse: Che non ostante ch’egli avesse in aversione gli -Yahoos- del suo Paese, gli biasimava, a cagione delle loro odiose maniere, così poco, che un -Ennayh- (sorta d’Uccello rapace) a cagion della sua crudeltà: Ma che quando una Creatura, la qual presume d’essere dotata di ragione, è capace di certe scelleratezze; la corruttela di questa facoltà sembravagli abbassarne gli Autori, fin a costituirgli inferiori alle Bestie brute. Disse di più: ch’ei troppo ne avea inteso in proposito della Guerra; ma che per allora imbarazzavalo molto un altro articolo: Che io gli avea dichiarato che alcuni Uomini della mia Ciurma si erano staccati dalla loro Patria, perchè i litigj gli aveano messi in ruina: Che non poteva immaginarsi, che per aver qualche controversia con un altro, fosse d’uopo far grandi spese, acciocchè un Giudice qual de’due avesse il torto o la ragione decidesse. Ripigliai: Che veramente io non mi trovava versato in tutto ciò che presso noi dicesi -Processi-, non avendo io, quasi mai, avuto che fare con persone di Foro, eccettuatane una sola volta che io aveva posti di mezzo alcuni Avvocati per chiedere risarcimento d’una ingiustizia che mi si era praticata, senza aver mai potuto vederne il fine: Che con tutto questo, avendo avuta l’occasione di strignere amistà con taluni che si erano ruinati per le liti, e che furono in conseguenza costretti d’abbandonarne la loro Patria, mi comprometteva di esibirgli su quest’argomento alcune idee, per lo meno, superficiali. Gli dissi: Che coloro, i quali profession facevano di questa Scienza, uguagliavano in numero i Bruchi de’nostri Giardini; e che, tutto che in generale esercitassero il mestiere medesimo, aveavi nulladimeno qualche disparità nelle loro funzioni: Che la quantità prodigiosa di que’che a quest’Arte applicavansi, era la cagione che tutti non ne potessero sussistere in un modo onesto e legittimo, e che perciò era forza che molti avessero ricorso all’industria, e all’artifizio: Che fra questi ve n’erano alcuni che dalla loro più tenera giovinezza si erano applicati ad imparar la Scienza di provare chi il -nero- sia -bianco-, e il -bianco- sia -nero-: Che la temerità di costoro e l’audacia delle loro pretensioni erano sì grandi, che ingannavano il semplice Volgo, presso cui essi passavano per Uomini di consumata abilità; il che gli metteva più in voga che tutti gli altri loro Colleghi. Furono di questa pasta, io diceva proseguendo il mio ragionamento, que’co’quali io ebbi a fare nella lite che ho perduta: e non saprei meglio darvi ad intendere la lor maniera di trattar le Cause, che con un esempio. Supponiamo che il mio Vicino s’intalenti di aver la mia -Vacca-; ei si provede d’uno di questi Avvocati per provare che la mia -Vacca- gli appartiene. E’forza allora che io mi proveda d’uno altro per difendere il mio diritto; poichè egli è contra tutte le Regole della -Legge- che un Uomo difenda la propia sua Causa. Ora in questo caso, io, a cui appartiene la -Vacca-, ho due gran discapiti. Primieramente; il mio Avvocato essendo avvezzo dalla sua giovinezza a difendere la falsità e l’ingiustizia, trovassi totalmente fuori del suo elemento, quando si tratta di parlare in favore dell’Equità, essendo che, come questa funzione gli riesce affatto nuova; senza dubbio ei vi si prenderà alla peggio, anche che volesse fare il suo meglio. Il secondo discapito è, che la natura del mio affare esigge che il mio Avvocato sia molto cauto; conciosiachè, come dall’impiego ditante persone dipende la loro sussistenza, se il mio Avvocato tratta la mia Causa in modo che l’affare resti immediate spedito, egli è certo d’attraersi, se non l’indignazione de’suoi Superiori, l’odio; per lo meno, de’suoi Confratelli, che lo risguarderanno come una spezie di serpente che si nutricano nel propio seno. Il caso in termini; io non ho che due metodi per conservar la mia -Vacca-. L’uno; di corrompere l’Avvocato della Parte avversaria, promettendogli duplicata mercede, e quest’artifizio naturalmente mi dee riuscire; poichè l’educazione, e il carattere del Personaggio onde si tratta, mi lascian l’adito di sperare ch’egli tradirà colui che d‘affidarsigli ebbe l’imprudenza. L’altro metodo è, che il mio Avvocato non insisti punto sopra la giustizia della mia Causa: anzi riconosca che la mia -Vacca- appartiene al mio Avversario; avendo l’evento mille volte dimostrato, che una gran prevenzione a favore del successo d’un litigio si è, quand’egli notoriamente è ingiusto. E’una massima di questi tali, che tutto ciò che si è fatto per l’addietro, puossi far di nuovo legittimamente. Ecco perchè essi custodiscono in iscrittura con sommo scrupolo tutte le Sentenze già pronunziate; insino quelle che per ignoranza o per corruttella rovesciano le Regole più comuni dell’Equità e della Ragione. Tutte queste sentenze divengono in loro mani come tante Autorità, con le quali eglino procurano d’imbiancare i più neri deliti, e di giustificare le pretensioni più inique: E questa pratica lor riesce sì bene, che non e quasi possibile l’immaginare un Processo, in cui le due Parti, più d’una Decisione in propio favore ad allegare non abbiamo. Nelle loro dispute, sfuggono con sommo studio di venir al fatto; ma in ricompensa, vorrebbono rinunziar piuttosto alla lor Professione, che ommettere la menoma -Circostanza- inutile. Per esempio; per ritornare al supposto da noi piantato, non s’informeranno già con qual diritto la mia Parte avversaria pretendi che la mia -Vacca- le appartenga; bensì se questa -Vacca- sia nera o bianca; se le sue corna sieno lunghe o corte; se il Prato in cui ella pascola sia tondo o quadro; a qual male ella sia suggetta, e così del resto; dopo il che consultano tutti i Decreti emanati in somigliante caso; -intermettono- a un altro tempo la decision della Causa, e d’-intermissione- in -intermissione-, venti o trent’anni dopo, dichiara il Giudice di chi sia la ragione o il torto. E’d’uopo pur di riflettere che questi Signori anno un Gergo ch’è loro particolare; intelligibile per essi soli; e in questo Gergo sono scritte le loro Leggi. Principalmente per questo mezzo son riusciti in confondere il vero col falso, il giusto con l’ingiusto; e ne sono così eccellenti, che son capaci di disputare per trent’anni continui, per sapere se un Campo, il qual da sei generazioni ha appartenuto a’miei Bisavoli, sia di mia ragione o di quella d’uno Straniere, che d’esser mio parente non ha mai preteso. Per ciò che spetta all’esame dagli Accusati di delitti di Stato, i processi non sono sì lunghi: imperocchè se que’che si trovano alla testa degli Affari ancora (come mai non mancano) di far appoggiare queste sorte di commissioni a persone di Legge, la cui compiacenza e l’abilità sono lor cognite; queste, immediate che comprendono le intenzioni de’lor Protettori, non differiscono di condannare o d’assolvere gli Accusati; e ciò senza inferire torto veruno ad alcuna delle forme prescritte dalla Legge. M’interruppe a questo passo il Padrone per dirmi, ch’era ben un peccato, che Uomini tali, come questi Avvocati, che aveano tante conoscenze e tanti talenti, non si applicassero piuttosto a farne parte agli altri. Io risposi, che il loro mestiere rubava tutto il lor tempo, e che non aveano essi neppur il piacere di pensare a verun’altra cosa; Che ciò era sì vero, che fuori della lor Professione, erano ignoranti e stupidi più di quello che possa esprimersi: e che si avea riflettuto ch’erano nemici giurati di tutto ciò che conoscenza si appella, come se a scacciar la Ragione da tutte le Scienze dopo di averla bandita dal loro mestiere, determinati si fossero. CAPITOLO VI. Continuazione del discorso dell’Autore, sopra lo stato del suo Paese, sì ben govornato da una Regina, che vi si può far di meno d’un Primo Ministro, Ritratto d’un tal Ministro. IL mio Padrone diede indizj di non prestar compiuta fede alle mie narrazioni, non potendo, come poscia il dichiaro, a verun patto comprendere per qual motivo gli Uomini di Legge si dessero mille fastidj, e formassero insieme una sorta di lega d’iniquità, non per altro che per conturbare gli Animali di loro spezie. Per vero dire, ei soggiunse, mi diceste ch’essi erano salariati a tal oggetto; ma somiglianti termini in me l’idea menoma non risvegliano. Per isciorre questa difficoltà, fui costretto di descrivergli l’uso della moneta, i materiali ond’ella lavoravasi, e il valor de’metalli. Dissigli, che quando un -Yahoos- aveva in sua propietà una gran somma di questi metalli preziosi, potea far acquisto di magnifiche vestimenta, di bei Cavalli, d’immense Terre, di squisite vivande, di graziose Femmine, di qualunque cosa di suo piacimento. Che derivandone dal solo danajo sì maravigliosi effetti, i nostri -Yahoos- non credevano mai d’averne abbastanza per ispendere, o metter da parte, secondo che piegar gli facesse o alla profusione o all’avarizia la loro inclinazione: Che i Ricchi usufruttuavano degli stenti de’Poveri, e che questi eran mille contra uno, in comparazione di quegli: Che il grosso del nostro Popolo menava una vita miserabile, ed era obbligato di faticar tutto l’anno dalla mattina alla sera, per rendere provveduto un picciol numero d’Opulenti di tutto ciò che i loro capriccj, o la lor vanità lor suggerivano. Internaimi in una instruzione assai estesa su quest’argomento: Ma tanto e tanto il Padrone meglio non mi capì; essendosi intestato che tutti gli Animali fossero in possesso d’una sorta di diritto sopra le produzioni della Natura, e ben ispezialmente que’che agli altri presiedevano. Cotal pregiudizio gl’inspirò la curiosità di sapere, in che consistessero quegli squisiti cibi che io aveva ricordati; e come potesse darsi che alcuno di noi ne restasse privo: E quì l’enumerazione gli feci di tutte quelle qualità che mi caddero sotto la memoria; del pari che delle differenti maniere di manipolargli; il che non potea eseguirsi senza la spedizione d’infiniti Vascelli per diverse parti del Mondo, affin di riportarne peregrine frutte, e liquori d’un gusto eccellente. Gli protestai, che conveniva far, per lo meno, tre volte il giro della nostra Terra, prima che una delle nostre qualificate Femmine servita fosse d’una colezione che avesse tutti i suoi numeri. Ei disse, ch’esser dovea un assai sgraziato Paese quegli che nutricar non poteva i suoi Abitatori: Ma principalmente rendevalo attonito il riflettere, che una Regione, così estesa come la nostra, tanto penuriasse d’-Acqua dolce-, cosicchè il nostro Popolo a ritraere la sua bevanda per via di mare costretto fosse. Io replicai; che l’-Inghilterra-, mia diletta Patria, produceva tre volte più d’alimenti che i suoi Naturali confumarne potevano; che avea luogo la proporzione medesima a riguardo de’Liquori ond’essi si prevalevano per ispegnere la loro sete; e che questi liquori si componevano con la frutta di certi Alberi, riuscendo un’eccellente bevanda. Ma che per soddisfare all’intemperanza de’Maschj, e alla vanità delle Femmine, noi mandavamo in altri Paesi la maggior parte delle utili produzioni delle nostre Terre, per averne in concambio dello cose che non servivano che a procacciarci infermità, e che ad alimentare la nostra stravaganza e i nostri vizzi. Donde ne seguiva per necessità, che molti de’miei Compatriotti fossero sforzati di guadagnar la vita con infami o ingiusti mezzi; come sarebbe a dire, co’frutti, cogli spergiuri, con l’adulazione, col giuoco, con la menzogna, con l’arte di velenare, o con quella di pubblicar libelli. Non fu senza un grande stento, che mi riuscì di far comprendere al mio Padrone il senso di queste differenti espressioni. Non è; continuava io, perchè ci manchino i liquori o l’acqua, ch’è portato il vino al nostro Paese; bensì, perchè questi è una bevanda che ci rallegra, che scaccia le nostre maninconie, aumenta le nostre speranze, scema i nostri spaventi, e ci priva per qualche tempo dell’uso d’una importuna Ragione; dopo di che non vi ha dubbio che non c’immergiamo in un sonno profondo; comechè confessar si deggia che quasi sempre ci risvegliamo malati; e che l’uso d’un tal liquore sia per noi una sorgente feconda d’incomodità, che accorciano la nostra vita, e la nostra sanità ruinano. I più di nostra Nazione campano la vita somministrando alle persone ricche, e un generale a tutti que’che anno con che pagare le loro mercatanzie o i loro travaglj, somministrando, dico, tutte le cose che lor bisognano. Per esempio; quando io sono presso la mia Famiglia, ed abbigliato come essere il deggio, porto sopra il mio corpo gli stenti di più di cento Operaj; la struttura e l’adobbamento della mia Casa il doppio ne vogliono; e innanzi che mia Moglie sia guernita da’piedi infino al capo, non bastano mille. Io stava per discorrergli d’un’altra foggia d’Uomini che si applicano a guarire i mali del corpo, giacchè ebbi l’occasione di dire a lui che molti de’miei Marinaj erano morti di malattia: Ma non può credersi la mia pena per farmi capire. Ei ben comprendeva, diceva egli, che un -Houyhnhnm-, alcuni giorni prima della sua morte diveniva debole o languido: ovvero per disgrazia in qualche modo piagavasi: Ma sembravagli impossibile che la Natura, la qual affettuosamente è sollecita per tutte le sue opere, generar possa ne’nostri Corpi tanti incomodi e tanti mali; e di spiegargli un sì singolare e sì bizzarro Fenomeno mi pregò. Gli replicai; che non era difficile lo scioglimento di questo problema, e che la sregolatezza del nostro vivere era la sola cagione delle nostre infermità: Che noi mangiamo quando non abbiamo fame, e che bejamo senza aver sete: Che passiam l’intere notti tracannando gagliardi liquori senza prendere cibo di sorta; il che appiccava al nostro corpo un incendio, e precipitava la degistione o l’impediva: Che -Yahoos- Femmine, dopo d’essersi prostituite per qualche tempo, contraevano certe dolorose malattie, ch’elleno comunicavano a que’che commerzio aveano con esso loro: Che queste e molte altre malattie trasfondevansi da Padre in Figliuolo; che se si avesse voluto, non si avrebbe mai composto un esatto Catalogo de’malori tutti onde il Corpo umano è suggetto; poichè non aveavi parte veruna che in sua spezieltà cinque o secento non ne annoverasse: Che l’intensa brama che abbiamo della nostra guarigione, moltiplicati avea fra noi gli Medici, e vale a dire, Uomini che si fanno un punto d’onore di risanare gl’Infermi. Per anni molti, soggiunsi, sono mi applicato a questa Scienza, la qual, per altro, ha qualche affinità con la mia Professione; e perciò posso dire senza vanità, che mi è noto il metodo tenuto da questi Signori nelle loro cure. Loro gran principio si è: Che tutte le Malattie derivano da -Ripienezza-; donde conchiudon eglino, che per guarire le indisposizioni nella loro sorgente, conviene che il Corpo pratichi -Evacuazioni-, sieno pel passaggio naturale, o pel vomito. A tal effetto, si accingono a comporre di molte Erbe, di Minerali, di Gomme, d’Olj, di Conchiglie, di Sali, di Escrementi, di Corteccie d’Alberi, di Serpi, di Rospi, di Ranocchj, di Ragnoli e d’Ossa d’Uomini morti, il più abbominevole e nauseante estratto che lor sia possibile: Estratto, che sul fatto stesso è renduto dallo stomaco: e quest’è ciò ch’essi chiama -Vomitivi-: oppure a quest’ammirabile mischiamento aggiungono alcune attossicate Droghe, che che ce le fan prendere (secondo la fantasia del Medico) o pel di sopra o pel di sotto, e un tal rimedio sconvolge sì crudelmente gli budelli, che questi poco men che con la stessa pontualità dello stomaco, il restituiscono; e ciò in loro lingua una -Purga- o un -Cristero- si appella. Essendo che la Natura (come riflettono i Medici) ha destinata la bocca all’-Intromissione- del mangiare e del bere, e un’altra parte alla loro -Ejezione-: quindi conchiudono questi Signori con grande ingegno, che essendo la Natura in queste infermità fuori della sua -Situazione-, conviene, per rimetterla, curar il Corpo in un modo direttamente opposto all’instituto di lei; cioè, introdurre certi composti pel di sotto, e far uscire ciò che si ha negl’intestini, per la bocca. Ma oltra le reali infermità, siam sottoposti a molte altre, che sono puramente immaginarie, e per le quali i Medici anno inventato rimedj del genere medesimo. An per tanto questi rimedj i loro nomi, perchè i mali ne anno altresì: ed è da questa sorta di mali che le nostre -Yahoos- femmine, sono assalite. Soprattutto sono eccellenti in -pronostici- i nostri Medici, e di rado lor succede che s’ingannino: poichè nelle malattie reali e alquanto maligne, predicono quasi sempre, che l’Infermo ne -morrà-, perchè il verificar il detto sta in loro arbitrio: laddove non è in poter loro la guarigione: Ed ecco perchè sempre si corre gran risico nelle loro mani, immediate che tanto an eglino fatto di pronunziare al fatal sentenza, non volendo essere mentori. Son essi eziandio d’una grande utilità a que’Mariti, e a quelle Mogli che non si amano, a Primogeniti, a Ministri di Stato, e sovente a Principi. Io avea già per l’addietro avute alcune conversazioni col mio Padrone sopra la natura del -Governo- in generale, e peculiarmente del nostro, ch’è l’oggetto dello Stupore e dell’Invidia di tutto l’Universo: Ma uscitomi a caso il vocabolo di Ministro di Stato, ei mi ordinò di dirgli quale specie di -Yahoo- io propiamente disegnava con questo termine. Gli risposi, che la nostra Regina essendo esente d’ambizione, e non avendo il menomo prurito d’accrescere la sua possanza a spese de’suoi Vicini o a pregiudizio de’propj suoi Sudditi, era sì lontana dall’aver bisogno d’alcuni Ministri corrotti per eseguire o ricuoprire qualche sinistro disegno; che anzi, pel contrario, ogni suo disegno era diretto da lei a vantaggio del suo Popolo; e che ben lunge dall’affidar interamente a qualche Favorito o a qualche Ministro la sua autorità, sommetteva l’amministrazione de’suoi Ministri o de’suoi Favoriti al più severo esame del suo Maggiore Consiglio. Ma io aggiunsi, che sotto alcuni precedenti Regni, e attualmente in qualche Corte dell’-Europa-, aveavi qualche Principe inoffizioso, ma schiavo del proprio piacere; il qual trovando per esso lui troppo pesanti le redini del -Governo-, rimette vale nelle mani d’un -Primo Ministro-: di cui per quanto il potei conchiudere, non solamente dalle Azioni di coloro che sono stati onorati di quest’impiego, ma eziandio da molte Lettere, da molte memorie, e da molti Scritti pubblicati da essi medesimi e contro a’quali fin al presente chi che sia non ha protestato in contrario, eccone un fedele Ritratto. -Un Primo Ministro-, (già s’intende d’un Primo Ministro di cattiva intenzione, non mancandone di buoni, anzi d’ottimi) è un Uomo affatto immune da Giocondità e da Maninconia, da Amore e da Odio, da Compassione e da Collera: tutte le sue passioni, in una insaziabile sete di possanza, di ricchezze e d’onori consistono. Servesi egli del talento, del discorso come gli altri Uomini, con questa picciola differenza pero, che non parla mai per dichiarar ciò che egli pensa: Non pronunzia mai una -verità-, che col secondo fine che voi la prendiate per una -bugia-: ne una -bugia-, che con l’intenzione che la spacciate per una -verità-. Quegli ond’ei mormora in loro assenza, son vicini a un avanzamento, e subito ch’ei comincia a lodarvi o sulla vostra faccia, o sull’altrui fate conto d’essere perduto nell’istante stesso. Il men equivoco contrassegno della propria disgrazia è, quando impegniti con esso voi in qualche promessa, e soprattutto quando questa promessa sia confermata dal giuramento: Mercè che in un tal caso un Uomo saggio si ritira, e alle sue speranze rinunzia. Sonovi tre maniere, per le quali un Uomo d’indole pessima pervenir può al Posto di -Primo Ministro-. La prima: procurando che certe persone, o Moglie, o Figliuola, o Sorella, abbiano un onesto compiacimento per gli desideri del Principe: La seconda; tradendo, o intentando di soperchiare il suo Predecessore: e declamando con furioso zelo contra la corruttela della Corte nelle Pubbliche Ragunanze, la terza. Questi Ministri, spezialmente que’che sono dotati di quest’ultimo carattere, di tutti gl’Impieghi disponendo, anno una maravigliosa facilità in guadagnare il maggior numero de’suffragj in un Consiglio, e conservano con questo mezzo la propia Autorità; e alla peggio; un -Atto di general indulto- (ond’io ne descrissi la natura) gli mette a coperto da qualunque inquisizione: dopo di che prendono essi congedo dal Publico, carichi delle spoglie della Nazione. Il Palazzo d’un -Primo Ministro- di depravato genio è un semenzajo, ove altri se ne formano: I Paggj, gli Stafieri ed il Portiere imitando il Padrone loro, divengono tanti -Ministri di Stato- ne’loro diversi Appartamenti, ed imparano a segnalarsi in tre cose: in -insolenza-; nell’-Arte di mentire-, e in quella di -corrompere quegli ond’eglino pretendono di valersi per adempire i loro infami divisamenti-. Molte persone di Carattere fanno regolarmente la loro Corte a questi Signori; i quali talvolta, a forza di destrezza e di sfaciataggine, anno la buona sorte di succedere al loro Padrone. Per ordinario, un cattivo -Primo Ministro- è governato da una Vecchia Innamorata o da un Cameriere zerbino, e costoro sono i due canali per cui scorrono tutte le grazie, e che propiamente, i -Supremi- Reggenti del Regno, chiamar si potrebbono. Disputando un giorno col mio Padrone sopra la Nobiltà del mio Paese, ei mi fece un complimento che io non aspettava. Son persuaso, mi disse, che voi siate uscito di qualche Famiglia Nobile; poichè in figura, in colore e in proprietà superate tutti gli -Yahoos- di nostra Nazione, tutto che lor cediate in forza e in agilità; il che attribuisco alla differenza che vi ha fra il vostro modo di vivere, e quello degli altri Bruti: ma vie più crescono le mie prevenzioni a favor vostro, scorgendo che siete dotato non solo dalla facoltà di parlare, ma altresì di alcuni principj di Ragione. Fra noi, continuò egli, gli -Houyhnhnms bianchi-, gli -Sauri-, i -Bigj-, non sono così ben fatti come i -Baj-, come i -Leardi ruotati-, e come i -Neri-, e neppure non nascono con tanti talenti d’Anima, nè con tanta capacità per approffitarsene; ed ecco perchè sieno destinati a servir agli altri senza aspirar giammai alla menoma Autorità; il che presso noi sarebbe un non so che di mostruoso. Umilissimamente il ringraziai della buona opinione ch’egli aveva di me: ma rendeilo nello stesso tempo assicurato che tutt’altro che illustre era il mio nascimento, dovendo il viver mio ad onorati Borghesi, provveduti appena de’sufficienti mezzi per la passabile mia educazione: Ch’era altra cosa nel nostro Paese la Nobiltà, di quel che il fosse nel Paese di lui: Che i nostri Giovani di qualità erano allevati nell’infingardia e nel lusso: Che immediate pervenuti a un certo numero d’anni, consumavano il loro vigore, e pel commerzio di alcune prostituite donne, malori infami contraevano: Che avendo scialacquate poco men che tutte le loro sostanze, si ammogliavano con qualche femmina del comune, unicamente pel danajo di lei, senza aver mai per essa, nè prima, nè dopo il maritaggio, il più leggier sentimento di benevolenza o di stima: Che da questi disuguali accoppiamenti era prodotta una difforme e mal sana figliuolanza: donde ne veniva che quasi mai una Famiglia di somigliante razza, non toccasse la quarta generazione: se pure non avesse attenzione la Sposa di scegliere fra’suoi Vicini, o fra suoi Amici, un Padre di buona consistenza; il tutto per motivo della sanità della prole di lei: Che un corpo mal composto, un’aria infermiccia, e una faccia pallida e smunta, erano gli ordinarj contrassegni d’un Uomo del più sublime carattere; laddove una sanità d’Atleta in un Uomo qualificato, forma la più diffamante di tutte le presunzioni contra la saggezza di sua Madre. CAPITOLO VII. Amor dell’Autore per la sua Patria. Riflessioni del Padrone di sopra il Governo dell’Inghilterra, tale che avealo descritto l’Autore; con alcune comparazioni e con alcuni paralelli sopra il medesimo Argomento. Osservazioni dell’Houyhnhnm sopra la Natura umana. STupiranno forse i miei Leggitori che io fossi così sincero sull’Articolo degli Uomini, parlandone a una Creatura, in cui la mia rassomiglianza cogli -Yahoos- del Paese, impressa già avea una pessima opinione della Natura umana. Ma ingenuamente confesserò loro, che le numerose virtù di quegli ammirabili -Houyhnhnms-, contrapposte a’vizzi nostri innumerevoli, aveanmi a un segno aperti gli occhi, che a ravvisar cominciai le Azioni e le Passioni degli Uomini in un modo totalmente nuovo, e a toccar con mano che l’onore della mia spezie il menomo risparmio più non meritava. Oltrechè impossibile riuscito mi sarebbe d’imporne a una persona di sì perspicace discernimento come il mio Padrone, il qual ogni giorno mi facea avvedere degli sbagli che io prendeva; sbagli che io non avea mai raffigurati, e che fra noi non si registrerebbono neppure nell’Indice delle umane fragilità. Aggiugnete, che l’esempio del mio Padrone stesso aveami inspirato un perfetto orrore per tutto ciò che falsità o dissimulazione dinominasi; e che mi sembrava sì amabile la -Verita-, che come fosse possibile che se le mancasse di fedeltà o di rispetto, io comprendere non poteva. Ma aveavi, se ardisco di dirlo, un motivo di maggior forza, che mi spronava a un tal eccesso di candidezza. Dopo appena un mio soggiorno d’un anno nel Paese, concepì tanto amore e tanta venerazione per gli Abitatori, che risolutamente mi determinai di più non rivenire fra gli Uomini, e di passar il resto del mio vivere fra que’virtuosi -Houyhnhnms-; il cui esempio e il cui commerzio aveano di già prodotti sopra di me sì felicissimi effetti. Ma la fortuna, eterna mia nemica, a mio dispetto, fra gli -Yahoos- di mia spezie mi ricondusse. Con tutto ciò, egli è una sorta di mia presente consolazione, quando penso, che in ciò che dissi de’miei Compatriotti, -scemai- i difetti loro per quanto io osava sulla faccia d’un Uditore sì intelligente, e che a cadaun articolo diedi un tornio il più -favorevole- ch’egli poteva esigere: perocchè, per vero dire, io credo che al mondo Uomo non siavi interamente immune di parzialità a riguardo della sua Patria. Ho riferite in sostanza le diverse conversazioni ch’ebbi col mio Padrone pel più del tempo che con mia gloria passai in servigio di lui: Conversazioni, che furono assai più lunghe, ma che quì non ne ho esteso che un solo compendio, per timore di recar tedio a chi legge. Risposto ch’ebbi a tutte le sue Quistioni, e che parvemi pienamente soddisfatta la sua curiosità, mandò egli un giorno, di buon’mattino, a cercarmi; e dopo di avermi ordinato di sedere, (onore che fin allora ei non mi avea impartito) disse, di aver con attenzione riflettuto sopra tutta la mia Storia, per quanto aveva ella rapporto a me e al mio Paese: Ch’ei ci riputava come Animali, a cui, senza saperne il come, era toccata in retaggio una picciola porzion di -Ragione-, onde noi non ci serviamo che in aumento de’nostri vizzi -Naturali-, e in acquisto di nuovi, non impressici mai dalla Natura: Che noi ci svestiamo de’pochi talenti ch’ella ci avea accordati; ma che in ricompensa, a moltiplicar gli difetti e le nostre necessità, avevamo perfettamente riuscito: Che per quanto toccava a me, egli era un’evidenza che io non avea nè la forza, nè l’agilità d’un -Yahoo- comune: Che l’affettazione di camminare sopra i soli piedi di dietro, esponevami al risico di cadere ad ogni instante: Che io avea rinvenuta l’Arte di togliere il pelo dal mio mento che la Natura aveavi collocato per difendere quella parte contra il calore del Sole, e contra il rigore del freddo: Finalmente, che io non poteva nè correre velocemente, nè rampi carmi sugli Alberi come i miei Fratelli, (quest’è il nome ch’ei compiacquesi d’impor loro) gli -Yahoos- di quel Paese. Che il nostro -Governo- e le nostre -Leggi- supponevano necessariamente in noi grandi sbagli di -Ragione-, e perciò anche di -Virtù-, mercè che per governare una Creatura -ragionevole- basta la sola -Ragione-; donde ne proveniva ad evidenza, che a gran torto ci arrogavamo noi il titolo d’Animali di ragione dotati; come si rilevava da tutto ciò che io stesso de’miei Compatriotti narrato avea; tutto che egli ben avesse osservato, che per conciliar loro la propia sua stima, io avea occultate molte particolarità che lor nuocevano, e sovente detta -la cosa che non è-. L’aver egli riflettuto, che se da un canto io rassomigliava agli -Yahoos- per rapporto alla figura del Corpo, dall’altro questi Bruti aveano una gran conformità con noi a riguardo delle inclinazioni e delle qualità dell’Anima, lo stabilivano in un tal risentimento. Dissemi, ch’era una cosa più che costante che gli -Yahoos- fomentano maggior aversione gli uni per gli altri, che per alcuni Animali d’un’altra spezie; e che la ragion che rendevasi, si traeva dalla loro difformità, la qual da tutti era ravvisata negli altri, senza che il fosse in se medesimi: Che per questo motivo parevagli d’essere appagato del nostro ritrovamento di -cuoprirci- il corpo; essendo che, mercè un somigliante antivedimento, esibivamo agli altri minor incentivo di concepire contra di noi quella sorta d’odio ch’è cagionato dalla laidezza: Ma che al presente egli accorgevasi del propio inganno, e che le dissensioni di queste bestie nel suo Paese aveano la stessa origine che le nostre, secondo la mia rappresentazione. Imperocchè, disse egli, se voi gittate a cinque -Yahoos- tanto nutrimento che ne vuol per cinquanta; invece di mangiare in buona pace, si tireranno le orecchie, procurando ognuno d’essi -d’aver ogni cosa per se solo-; e che per questa ragione un servidore stava sempre presente quando gli -Yahoos- mangiavano ne’Campi; quando, per altro, dentro in casa, in una buona distanza gli uni dagli altri, legati si tenevano: Che se una Vacca, o per vecchiezza, o per accidente, veniva a morire; innanzi che un -Houyhnhnm- potesse farla trasferire alla sua abitazione per darla in pasto a’propj suoi -Yahoos-, correvano a truppe que’del Vicinato per divorarla; donde seguivane una zuffa, tale che io avea descritta; comechè di rado accadesse che si ammazzassero l’un l’altro; non già per mancanza di buona volontà, bensì di strumenti convenevoli: Che si sono talvolta gli -Yahoos- di confine diverso data battaglia, senza che veruna cagion visibile scoprir si potesse; guatando sempre que’d’un Distretto l’opportunità di sorprendere quegli d’un altro: Che se lor fallisce il progetto, se ne ritornano; e non avendo nemici a mordere, si mordono gli uni gli altri, e si sbranano. Che in certi Campi del suo Paese vi erano -lucenti Pietre- di colori diversi, che gli -Yahoos- furiosamente amavano; e che come queste -Pietre- si sprofondavano talvolta in terra, passavan essi le intere giornate a scavare con le loro zampe per ritrarnele, e dappoi ne’loro canili le nascondevano; riputando come la massima di tutte le disgrazie, che alcuno di loro Camerate, fiutasse il soro tesoro. Aggiunse il mio Padrone: Che non eragli mai riuscito di trovar la ragione del loro amore per queste -Pietre-, nè di qual uso elleno esser potessero per un -Yahoo-; ma che cominciava a credere che ciò provenisse dal principio medesimo d’-Avarizia-, che io avea attribuito alla Natura Umana: Che un giorno, per modo di pruova, egli avea tolto un monticello di -Pietre- stesse da un luogo, ove uno de’suoi -Yahoos- le avea sotterrate; che alcune ore dopo quest’Animale, trovando il suo Tesoro asportato, si era messo a gettare spaventevoli gridi, e avea dati segni della più profonda tristezza; che non avea voluto nè mangiare, nè dormire, nè lavorare, finattanto che il Padrone ordinato avesse ad un servidore di rimettere segretamente nel loro luogo queste -Pietre-; il che eseguito appena il Mostro le ritrovò, e ritrovò con esse la giocondità sua primiera; ma fu sì cauto, che meglio le nascose, e da quel tempo innanzi egregiamente servì. D’una cosa, in oltre, mi assicurò il Padrone, e che io stesso, ebbi l’incontro di confrontare ed è, che in que’Campi ove si produceva maggior quantità di queste -lucenti Pietre-, seguivano i più frequenti e i più crudeli conflitti. Dissi; ch’era una cosa ordinaria, quando due -Yahoos- scoprivano una somigliante -Pietra- in un Campo e venivano alle mani per possederla, che un terzo si gettasse sul suggetto del contrasto, e per esso lui se l’asportasse; il che, per quanto pareva al mio padrone, mal non assomigliavano alla -Spedizione de’nostri Processi-: e per verità non credei a proposito di contraddirgli; poichè il procedere del terzo -Yahoo-, era più giusto che molte sentenze de’nostri Giudici; essendo che al saldar de’Conti, cadauno de’due -Yahoos- non perdeva che la -Pietra- per cui battevansi; laddove nelle nostre Corti di -Giustizia- è forza di pagar il Giudizio, che delle nostre pretensioni ci priva. Il Padrone proseguendo il suo ragionamento, si spiegò; che non aveavi cosa che rendesse gli -Yahoos- più abbominevoli, quanto quell’universale avidità, con la quale eglino divorano tutto ciò che cadeva loro fra l’ugne, o fosser erbe, o radici, o biada, o carne d’animale, oppure tutte queste cose confuse insieme: E che si avea osservato, come peculiare lor bizzarria, che amavan piuttosto di camminar alcune leghe per andar in busca d’un alimento mediocremente cattivo, che di averne un buono tutto lesto presso di se. Oltracciò, che sono insaziabili; e quando il possono, mangiano fin a crepare; masticando poscia una certa -radice-, che loro cagiona una generale evacuazione. Vi è pure un’altra sorta di -radice- assai -sugosa-, ma che è assai difficile a ritrovarsi, per cui impazziscono gli -Yahoos-, e che succiano con infinito piacere, producendo in loro gli effetti medesimi che il Vino in noi; e vale a dire che si abbracciano, che si dan bastonate, che ; 1 - - . 2 3 - - - - , 4 , - - . 5 ; 6 , 7 . 8 , , 9 , 10 , 11 . 12 , , 13 , - - - - ; 14 , . 15 ; 16 , 17 . , 18 , , 19 . 20 21 - - 22 ; 23 - - , 24 . 25 , , , 26 - - ; 27 ; 28 . , , 29 , 30 - - , 31 ; . 32 , , 33 , 34 : , 35 : , 36 ; 37 38 . , 39 , : 40 41 : , 42 ; 43 . 44 , . 45 , 46 , 47 . 48 49 50 . , , , 51 ; , 52 , , 53 - - : 54 , , 55 , : 56 - - ; 57 58 . , , 59 , 60 . 61 62 63 - - , , 64 . 65 ; 66 , , 67 . 68 , 69 ; 70 , 71 - - . 72 73 74 ; 75 , 76 , . 77 78 ; 79 , , 80 , : 81 82 . 83 84 85 ; , 86 ; , 87 , 88 . 89 90 , 91 , 92 ; 93 ; , 94 . 95 96 , 97 98 . . 99 , 100 , : 101 , 102 , 103 : , 104 . 105 ; 106 , 107 : , , 108 , 109 - - , 110 . ; 111 - - 112 ? , 113 , 114 , 115 , . ; 116 : 117 ; , 118 , , 119 ; ; 120 - - , 121 , , 122 , 123 - - , 124 , . 125 , 126 , 127 , - - ; , 128 , , 129 , , 130 , , 131 - - , - - . 132 133 134 135 136 . 137 138 . 139 . 140 , 141 . 142 143 144 , 145 146 , , 147 - - , - 148 - , : 149 , 150 - - 151 , 152 ; , , 153 . . 154 , 155 : - - , 156 ; ; , 157 , , 158 ; - - - - 159 . 160 - - , . 161 162 ; , - - 163 , 164 - - , ? 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