quell’aerea Regione conceputi: Che cominciarono costoro dal biasimare
ogni cosa senza eccezione veruna, e che il disegno di mettere l’Arti,
le Scienze, la Favella, e le Meccaniche sopra un nuovo piede, formarono:
Che a tal effetto, fecero in modo che ottennero un Diploma per
l’erezione in -Lagado- d’un’Accademia di Manipolatori di progetti,
e che spezie tale di malattia fu sì contagiosa, che ben presto non vi
ebbe neppur una sola Città del Regno, anche delle men ragguardevoli, che
non avesse la sua Accademia particolare: Che ne’Collegj di questa
fatta, inventano i Professori nuovi metodi di coltivar le terre, e di
fabbricar le Case; ed altresì nuovi strumenti per tutti i mestieri, e
per le manifatture: Strumenti sì stupendi, che in servendosene un sol
uomo, è capace di far l’opera di dieci, e un Palazzo può esser
fabbricato in una settimana con materiali sì durevoli, che non vi
abbisogni la menoma riparazione mai più: Che studian eglino eziandio le
maniere perchè in qualunque stagione maturino tutte le frutte della
terra, e perchè ingrossino cento volte più che al presente: Che vi ha,
non ostante, una sola inconvenienza, che niun di questi progetti trovasi
per anche ridotto a perfezione, e che nel frattempo, il Paese se la passa
in una deplorabile costituzione, che gli edifizj ruinano, e che il Popolo
muore di fame, e non ha con che ricoprirsi. Il che, anzi che
disanimargli, vie più rinvigorisce in loro il furore de’progetti: Che
quanto a lui, che non era uno spirito intraprendente; stavasene; egli
pago di calcare il cammin battuto, di soggiornar nelle Case state
costrutte da’suoi Antenati, e di niente innovare nella maggior parte
delle cose della vita: Che certi qualificati Signori, ed alcuni altri di
minor carattere aveano i sentimenti medesimi, ma ch’erano vilipesi, e
trattati come tanti ignoranti, e pessimi Cittadini, che all’universal
vantaggio la propia particolar comodità preferivano.
Aggiunse -Monodi-; ch’egli introducendosi in una più distinta
specificazione, scemarmi non volea il piacere che avrei risentito nel
visitare la loro grande Accademia, come Consigliavami di fare. Mi pregò
solamente di gettar lo sguardo sopra un disolato edifizio, che in
distanza di tre miglia da noi scoprivasi sulla declività d’un monte,
di cui eccone la precisa storia. Io avea, ripigliò egli, a una mezza
lega dalla mia abitazione un Mulino assai buono, il qual col benefizio
d’una grossa Riviera continuamente girava, e donde io traevane, e i
miei Fattori altresì, quel miglior uso che desiderar potevamo. Sono
sett’anni, o circa, che una Società di questi Manipolatori di
proggetti venne a propormi di distruggere questo Mulino, e di costruirne
un altro sul fianco di questo Monte; sulla sommità di cui, dicevan
coloro, conveniva far un canale, che fosse una foggia di Serbatojo; nel
quale, pel mezzo di molti cannoni si sarebbe fatta scorrere l’acqua, e
quindi se ne sarebbe somministrata al Mulino: mercè che il vento, e
l’aria imprimevano nell’acqua, quand’ella si trova sopra una
eminenza, un nuovo grado d’agitamento, e per questa stessa ragione,
più idonea al moto la rendono; ed eziandio, perchè discendendo
l’acqua in maggior declività, potea più facilmente far girare il
Mulino, che nol farebbe un fiume, il quale scorre con maggior livello. E
come allora, continuò -Monodi-, io non mi trovava troppo bene in Corte,
e che d’altra parte molti miei Amici mi stimolavano, soscrissi al
progetto: Ma dopo di aver per lo spazio di due anni fatto travagliare un
centinajo d’uomini se ne ristette l’opera, e i Manipolatori di
progetti si ritirarono, ribattendo sopra di me il mal successo, e
scongiurando tutti i possessori di Mulini ad acqua sopra le Riviere, di
farne fabbricare sopra qualche monte, per convincermi coll’esperienza
del torto che io mi faceva.
Pochi giorni doppo fummo di ritorno alla Città, e riflettendo Sua
Eccellenza di non trovarsi ella in troppo buon odore presso
l’Accademia, non volle andarvi in mia compagnia, ma ad uno de’suoi
Amici mi raccomandò. Dipinsemi a quest’Amico come un grande ammiratore
di progetti, straordinariamente curioso, e di buona fede; il che tuttavia
era alquanto vero, avendo io medesimo in qualche tempo fatti
de’progetti assai ridicoli.
CAPITOLO V.
L’Autore ha la permissione di vedere la Grande Accademia di Lagado.
Ampia descrizione di quest’Accademia. Arti nelle quali vi c’impiegano
i Professori.
NON è quest’Accademia un solo Edifizio, bensì una serie di molte Case
d’ambo i lati d’una strada, la qual divenuta disabitata, in domicilo
degli Accademici destinossi.
Fecemi il Rettore un graziosissimo accoglimento. Ciascuna stanza
conteneva uno o più Manipolatori di progetti, e ben credo che vi fossero
da cinquecento stanze in tutto.
Il primo uomo, in cui mi abbattei, era smunto e squallido, avea la
faccia, e le mani tutte fuliggine, i capelli rabbuffati, la barba lunga,
ed era per sopra più tutto lacero. I suoi vestiti, la sua camiscia, e la
sua pelle, erano precisamente del colore medesimo. Otto anni consumati
avea nel preparar de’cocomeri per attraerne i raggj Solari, che
disegnava di riporre in vasi ermeticamente suggellati, affin di valersene
a riscaldare l’aria nelle Stati poco favorevoli. Dissemi, ch’ei punto
non dubitava, nel termine d’anni otto di non trovarsi in istato di
somministrare una ragionevole quantità di questi raggj al Giardino del
Governatore; ma lagnavasi dell’estrema mediocrità del suo stipendio, e
mi pregò di dargli qualche picciola cosa per incoraggirlo nel suo
lavoro, e per compensarlo alquanto dell’eccessivo caro prezzo, onde
l’anno precedente erano stati i cocomeri. Gli feci un picciolo
presente; avvegnachè il Signore che mi albergava, provveduto aveami a
tal oggetto di qualche danajo, ben sapendo ch’era lor costume di
chiedere onestamente la limosina, a tutti que’che andavano a visitargli.
Entrai in un’altra stanza; ma fui sul punto di tornarmene immediate
addietro, a cagione del puzzo orribile che mi diede nelle narici,
nell’atto di porvi il piede. Sospinsemi avanti il mio Conducitore, e mi
accennò di non dare il menomo indizio d’aversione, o di nausea,
perchè avrebbesi ricevuto per un’offesa mortale. Il credei, e
violentai la mia pulitezza perfino a non otturarmi neppur il naso. Era il
più vecchio Studente dell’Accademia colui che in quella cella abitava.
Tutte impeciate di lordure erano le mani e le vestimenta di lui.
Presentato che me gli ebbi, fu ad abbracciarmi con ogni sorta di
tenerezza; civiltà, da cui l’avrei dispensato ben volentieri. Dal
primo istante del suo aggregamento all’Accademia, si era gli applicato
a rimettere nel loro stato primitivo gli escrementi umani, separandone
quella spezie di tintura che vi è influita dalla bile, facendone
svaporare l’odore, e il salivale togliendone. Pagavagli ogni settimana
la Società una sorta di diritto, consistente in un vase riempiuto di
umane fecce, perchè gli esperimenti suoi egli proseguire potesse.
Vidi un altro, tutto intento a calcinar del ghiaccio per formarne polvere
da cannone. Mostrommi costui un Tratto da lui composto sopra la
-Malleabilità- del Fuoco, già tutto in pronto per mettersi alla luce.
Quivi pure stavasene un Architetto ingegnosissimo, inventore d’un nuovo
metodo di frabbricar le Case, cominciando dal colmo, e terminando per le
fondamenta, il che con l’esempio di due prudentissimi insetti, l’Ape,
e il Ragnolo, egli giustificava.
In un altro Appartamento mi venne sotto l’occhio un uomocieco nato, e
con esso seco molti allievi, parimente ciechi. Consisteva il loro impiego
nel frammescolar de’colori per uso della Dipintura; e il Maestro lor
insegnava a distinguerli pel mezzo del tatto; o pel mezzo del gusto. Ma
per tutto il tempo che io fui presente, assai male vi riuscirono;
essendosi il Professore medesimo quasi ogni volta ingannato.
Ma nulla sono i progetti tutti or ora da me mentovati, in paragone di
quegli che in questo punto participar voglio a’miei Leggitori. Da uno
di quegl’industriosi Accademici si era ritrovata l’Arte di lavorar la
terra con porci, per risparmiare la spesa degli aratri, de’buoi, e
degli operaj. Ecco il metodo di lui. In un campo di terra convien
sotterrare a sei pollici di distanza l’une dall’altre, e ad otto di
profondità, un buon numero di ghiande o di datteri, che i porci cercano
con grande avidezza; dopo ciò, convien condurre sopra luogo cinque o
secento di questi animali: or eglino, arrivati appena, smuoveranno
co’grugni loro tutta la terra rintracciando il lor nutrimento, e la
renderanno idonea ad essere seminata, ingrassandola nel tempo stesso col
loro letame. Per vero dire, dopo molti reiterati esperimenti, si è
rinvenuto che il travaglio era non poco, senza che tuttavia ricolto di
sorta se ne fosse veduto. Con tutto questo non si dubita che il
ritrovamento non abbia un giorno ad essere estremamente perfezionato.
Rendeimi in un’altra Camera tapezzata d’ogni intorno di tele di
ragnolo, se si eccettui un picciolo passaggio molto angusto, per cui
l’Artista entrare ed uscire poteva. Ravvisato ch’ei mi ebbe, gridò
con forte tuono che non toccassi le sue tele. Qual fatal errore, mi
disse, che per un tempo sì sterminato ci siam prevaluti de’bachi da
seta, quando in tanta copia abbiamo animaletti domestici, di
que’vermini infinitamente migliori! Oltracciò, aggiunse, servendoci
de’ragnoli, a temer non avremmo l’incomodità che cagiona la morte
de’bachi; del che interamente ne restai convinto, quand’ei mi fece
mostra d’un numero prodigioso di mosche a maraviglia colorate,
ond’egli nutricava i suoi ragnoli, assicurandosi che le tele ne
concepirebbono qualche tintura, e che come avevane di tutti i colori, si
lusingava di ritrarne gran profitti da un tale ritrovamento, immediate
che riuscito gli fosse di nutrir le sue mosche con certe gomme, con certi
olj, e con altre glutinoso materie, per inserir nelle sila della forza, e
della consistenza.
Un altro Accademico, ch’era Astronomo, impreso avea di collocare un
Orivolo da Sole sopra la girandola del Palazzo di Città, aggiustandone
il muovimento annuale e giornaliero della Tera e del Sole, in modo, che
esattamente corrispondesse a tutti gli accidentali muovimenti, che il
vento facesse fare alla girandola.
Mi accadde di dovermi lagnare col mio Conducitore per un picciolo
assalimento di colica, ed egli mi guidò nell’Appartamento d’un
famoso Medico, rendutosi tale pel modo di guarire questa sorta di
malattia. Ecco il suo metodo. Una sciringa di misura enorme, era da lui
riempiuta d’aria: scaricava egli quest’aria nel corpo del paziente, e
dopo ciò, ritiravane lo strumento per rimpierlo di nuovo d’aria;
cosicchè replicato appena per tre volte, o quattro, quest’esercizio;
il vento, onde il corpo del paziente era riempiuto, forzava quello che
cagionato avea il male ad uscirne, e quindi seguivane la guarigion
dell’infermo. Ei ne fece un saggio sovra un cane in presenza mia, il
qual cane, per dir vero, non si lagnava d’aver la colica; ma in
ricompensa ne fu preservato per sempre; mercè che alla seconda scarica
della sciringa, il povero animale crepò. Noi lasciammo il Dottore molto
occupato a restituirgli la vita, facendone uscire il soverchio d’aria:
ma dubito del riuscimento dell’operazione.
Diedi una scorsa per molti appartamenti; ma non avendovi ritrovata cosa
così importante come il narrato fin quì mi scuserà chi legge se la
passo sotto silenzio.
Fin allora io non avea visitata cbe una parte dell’Accademia, essendo
abitata l’altra da que’che si applicano all’avanzamento delle
Scienze specolative, di cui ne farò parola, dopo di aver fatta menzione
d’un illustre Personaggio, dinominato fra coloro l’-Artista
Universale-. Ei ci notificò d’essersi occupato pel corso di
trent’anni in rintracciar i mezzi di prolungare la vita umana. Due gran
camere egli avea ripiene di mille curiosità, e cinquanta uomini
operavano sotto di lui: entro a un vase condensavano questi l’aria; e
que’avean l’arte di togliere da quest’aria tutte le particelle di
nitro o d’acqua; ed altri ammollivano pezzi di marmo per formarne
de’cuscinetti, e de’guanciali. L’Artista medesimo si trovava allora
molto impegnato in due gran progetti. Consisteva il primo in seminare una
terra di paglia, in cui, diceva egli, contenevasi la vera virtù
producitrice; il che egli dimostrava con molti ragionamenti, che io non
ebbi la capacità di comprendere. La seconda invenzione tendeva ad
impedire che gli agnellini non si ricoprissero di lana; lusingandosi
l’Artista di poter ciò effettuare col mezzo d’alcune gomme,
ed’alcuni minerali applicati esteriormente sopra la loro pelle, e che
nello spazio di qualche tempo si sarebbe sparsa per tutto il Regno una
razza di pecore totalmente ignude.
Facemmo un giro all’altra parte dell’Accademia, ove, come già il
diceva, i Manipolatori di progetti in i scienze specolative, la loro
Residenza aveano.
Il primo Professore che io vidi, se ne stava in un grande Appartamento,
ed avea quaranta Scolari d’intorno a se. Dopo i primi complimenti,
osservando egli che io risguardava con attenzione una macchina, che, poco
men che la stanza tutta teneva ingombra, disse che io forse mi trovava
sorpreso, che egli formato avesse il disegno di servirsi di meccaniche
operazioni, per l’aumentazione delle conoscenze specolative: ma che il
Pubblico troppo tardato non avrebbe a risentirne l’utilità di cotale
metodo: e che vantavasi senz’altro, che uomo al Mondo inventata non
avesse più bella cosa. E noto ad ognuno, continuò il Professore, quanto
sia laborioso l’ordinario metodo di far acquisto di certe scienze;
laddove con l’invenzione, onde io vi parlo, l’uomo, il più
ignorante, può, con poco stento, e quasi con niuna spesa, scrivere sopra
la Filosofia, la Poesia, la Politica, le Leggi, le Matematiche, e la
Teologia; e ciò senza avere nè genio, nè studio. Mi fece allora
avvicinare alla macchina attorniata da tutti i lati da’discepoli di
lui, disposti in ordine. Ella avea venti piedi in quadro, e ne stava
collocata nel mezzo della Camera. Era composta la sua superficie di
diversi pezzi di legno, presso poco, della grossezza d’un dado ma gli
uni alquanto più larghi che gli altri. Tutti questi pezzi erano uniti
insieme con sottilissime fila, ed era coperti di carta esattamente
applicata sopra cadaun quadrato; e sopra queste carte stavano scritti
tutti i termini di loro Lingua ne’loro differenti Modi, Tempi, e
Declinazioni, ma senza regolarità veruna. Pregommi il Professore di star
attento, perchè ei accignevasi a far operar la sua macchina. Aveavi
quaranta manichi di ferro d’intorno alla macchina stessa confitti; ed
ognuno de’Discepoli, per ordine del Maestro, impugnava un manico: dopo
ciò, per un giro di mano ch’essi lor diedero, vidi che interamente si
era cangiata la disposizione de’termini. Il Maestro allora comandò a
trenta e sei de’suoi Discepoli di leggere a bassa voce le differenti
linee che erano apparute sopra la macchina: che se eglino trovavano tre o
quattro termini insieme che una parte di frase compor potessero, erano
obbligati di dettargli agli altri quattro giovani ch’erano i Segretarj.
Tre volte o quattro era ripetuta quest’operazione, ed ogni volta in
nuovo modo si trovavano disposti i termini. Sei ore del giorno erano
impiegate dagli Scolari in questo studio; e il Professore molti fogli mi
mostrò da lui composti di diverse imperfette frasi, che disegnava di
cucir insieme, per formarne poscia un dì di tutti questi ricchi
materiali un compiuto sistema di tutte l’Arti, e di tutte le Scienze:
Disegno, diceva egli, potevasi metter in eseguimento con assai maggior
facilità, e con assai maggior prontezza, se il Pubblico determinato si
fosse a crear un Fondo per far costruire, e metter in opera in -Lagado-
cinquecento di queste macchine, e ad ordinare a’Direttori di unir
insieme tutte le loro collezioni.
Ei mi assicurò di aver fin dalla prima sua giovinezza consecrati tutti i
suoi pensieri a cotale ritrovamento; che nella sua macchina non era
ommesso termine veruno del suo linguaggio; e che avea egli formato il
più scrupoloso calcolo della general proporzione che vi è fra’numeri
delle particole, de’Nomi, de’Verbi, e delle altre Parti della Favella.
Rendei i più umili ringraziamenti a quel Personaggio illustre, per la
facilità con cui egli d’un sì bel progetto facea mi parte; e gli
promisi che se mai per buona sorte la mia Patria riveder dovessi,
defraudato non l’avrei della giustizia di riconoscerlo per l’unico
Inventore di quella Macchina maravigliosa. Gli dissi, che tutto che sia
ordinario costume de’nostri Letterati in -Europa- di farsi onore degli
altrui ritrovamenti; donde, per lo meno, riveniva lor l’avvantaggio di
piantar una controversia, qual fosse l’Inventore vero; ei, non ostante,
potea accertarsi, che quanto alla macchina testè da me veduta, chi che
sia non gli contrasterebbe la gloria dell’invenzione.
Alla Scuola di Lingua di poi passammo, ove tre Professori unitamente
deliberavano sopra i mezzi di perfezionare il Linguaggio del loro Paese.
Il primo progetto si era d’abbreviare i Ragionamenti, non lasciando che
una sillaba a tutti i termini che ne aveano molte, e troncando i Verbi ed
i Participi; mercè che a ben riflettervi, tutte le cose immaginabili non
sono che nomi.
Ma, dice uno degli altri, non sarebbe meglio di troncare assolutamente
tutti i termini? Per far meglio gustare un somigliante progetto, ei
pruovo che la sanità, ell’amore del parlar breve, troverebbonvi
egualmente il loro conto; essendo incontrastabile, che ciascuna parola
che noi pronunziamo, per quanto poco il faccia, logora i nostri polmoni,
e per conseguenza a corcia il nostro vivere, E per tal ragione ei
proponeva come ottimo espediente, che poichè i termini non sono che i
nomi delle -cose-, sarebbe più ragionevole che ognuno con se portasse le
-cose-, onde ei volesse discorrere. E senz’altro avrebbe avuto luogo
questo ritrovamento, con somma vaghezza del Ritrovatore, se le Donne,
collegate col profano Volgo, minacciata non avessero una rivoltura, se
lor si togliesse l’uso di loro favella per parlare alla foggia degli
Avoli loro. Tanto è vero che la Plebaglia è un nemico implacabile di
tutto ciò che Scienza si appella. Non ostante, molti saggissimi ed
eruditissimi uomini sieguono il nuovo metodo d’esprimersi per -cose-:
metodo, a cui tuttavia opponesi una picciola inconvenienza; ed è, che
quando un uomo ha molti affari, e di differenti spezie, egli è costretto
di portar con esso seco una quantità molto più considerabile di -cose-,
purchè non gli manchino i mezzi di mantenere alcuni servidori che da tal
fastidio l’esimano. Vidi talvolta due di questi Saggi poco men che
oppressi sotto il peso de’lor fardelli, come appunto i merciajuoli
delle strade fra noi. Quando questi Signori si rifcontravano fuori di
casa, adagiavano i loro fagotti a terra, e traendone le merci l’una
dietro l’altra, si trovavano in istato di trattenere per un’ora
intera la conversazione; dopo di che, ciascheduno raccoglieva le sue, ed
essendosi l’un per l’altro ajutati a riporsi in sulle spalle le loro
cariche, si licenziavano.
Ma quanto a men lunghi trattenimenti, puossi agevolmente mettere sotto il
braccio o nelle propie tasche tutto ciò ch’è bisognevole; e quando si
sta in casa, non vi ha imbarazzo di sorta. Ecco la ragione, perchè la
Stanza ove si assembiano coloro che una tal Arte mettono in uso, è
ripiena di tutte le -cose-, che sono necessarie per far sussistere sì
ingegnose conversazioni.
Un altro gran vantaggio che ritrar si potrebbe cotal invenzione si è,
che quindi ne proviene un Linguaggio Universale, ben inteso da tutte le
colte Nazioni, le cui masserizie, e suppellettili generalmente, alle
nostre affatto rassomigliano. Con questo mezzo pure gli Ambasciadori
trattar potrebbono co’Principi Stranieri, o co’Ministri di Stato, se
di essi ne ignorassero la favella.
Fui susseguentemente alla visita della scuola di Matematica ove ravvisai
un Maestro, che per insegnar questa Scienza a’suoi Discepoli, valevasi
d’un metodo, alquanto, al parer mio, bizzaro. La Proposizione e la
Dimostrazione sono scritte in caratteri assai leggibili sopra una Cialda
sottilissima, con inchiostro composto d’una tintura Cefalica. Questa
Cialda o pasta, dev’estere tranguggiata a digiuno dallo Studente; nè
può egli per tre susseguenti giorni cibarsi con altra nutritura che
d’un poco di pane ed acqua. A misura che se si esse: tua la digestione
della Cialda, monta la tintura al cervello, e la Proposizione è
obbligata d’accompagnarla. Ma fin al presente non ha il successo, del
tutto, corrisposto all’espettazione dell’Inventore; in parte, per
qualche sbaglio nel componimento della tintura; e in parte, per la
malizia de’giovanetti, a’quali un tal boccone promuove tanta nausea,
che la maggior parte d’essi procura di renderlo innanzi l’operazione:
e oltracciò, non si è potuto per anche far loro osservare la regola del
vivere, sì necessaria, secondo questo metodo, per apprendere le
Matematiche.
CAPITOLO VI.
Continuazione del medesimo Argomento. Propone l’Autore alcuni nuovi
Ritrovamenti, che con grandi applausi sono ricevuti.
NOn troppo mi ricreai in visitar la Scuola de’Manipolatori di progetti
Politici, perciocchè coloro mi sembravano onninamente insensati;
spettacolo, che in me produce una incessante maninconia. Formavano
que’Visionarj, de’progetti di persuader a’Monarchi di non badare
nella scelta de’loro Favoriti, che alla Saggezza, alla Capacità, e
alla Virtù, di non prendere de’Ministri che per travagliare con
miglior successo al vantaggio Pubblico; di non disgiugnere mai il loro
interesse da quello del loro Popolo; di non conferire gl’impieghi che a
persone idonee ad esercitargli, con altre chimere molte, onde in verun
tempo non si è chi che sia avvertito, e che mi an fatto toccar con mano
l’aggiustatezza d’un’antica Massima, la qual dice: che cosa non vi
ha sì assurda, che alcuni Filosofi avan, zara non abbiano come vera.
Per rendere, non ostante, giustizia a quegli Accademici di Politica,
confessar deggio che tutti non sono eglino Visionarj. Si trovava fra
coloro un uomo, che parevami a maraviglia conoscitore della Natura, e del
Sistema del Governo. Quest’illustre Personaggio si era applicato con
molta utilità in rintracciar sovrani rimedi contra tutte le malattie,
cui soggiacciono le differenti spezie di Pubbliche Amministrazioni, tanto
per gil vizzi, o per le debolezze di que’che governano, quanto per gli
difetti di que’che debbono ubbidire. Per esempio: giacchè tutti
que’che applicati si sono allo studio del governo degli uomini, unanimi
accordano che vi è un’universale rassomiglianza fra il corpo naturale,
e il corpo politico; non è forse un’evidenza, che le infermità
d’amendue questi corpi guarite esser deggiono, e che co’rimedj
medesimi la lor sanità dev’essere conservata? Egli è certo, che
talvolta alcuni Consigli sono incomodati da peccanti umori, e molestati
da molti mali di capo, e più ancora da mali di cuore, con gagliarde
convulsioni, e con violenti raggrinzamenti di nervi in ambo le mani,
comechè principalmente nella destra. Talvolta sono assaliti da
vertigini, da deliri, da una fame canina, o da indigestioni, e da altri
morbi di questo genere. Il Piano di questo Dottore era dunque; allorchè
si assembiasse un Consiglio, v’intervenissero, i tre primi giorni della
Sessione, alcuni Medici, i quali all’ultimo de’dibattimenti di
ciascun giorno, tastassero il polso a ciascun Consigliere; dopo di che,
avendo maturamente deliberato sopra la natura de’diversi mali, e sopra
il modo di guarirgli, potessero il quarto giorno restituirsi al luogo del
Assemblea, accompagnati da Speziali provveduti d’ottime medicine, i
quali avessero la cura, prima che si fossero assisi i Membri, di
dispensare ad ognuno d’essi, Lenitivi, Apertivi, Astersivi, Corrosivi,
Ristrignenti, Palliativi, Lassativi, o qualunque altra Droga lor
necessaria: pronti pel giorno dietro, a ripetere, a cangiare, o ad
ommettere i rimedj stessi, secondo l’effetto che essi prodotto avessero.
L’eseguimento d’un tal progetto non costerebbe gran cosa al Pubblico,
e sarebbe molto utile, a quel che io penso, per ispedire prontamente gli
affari in que’Paesi, ove i Consiglj fin qualche parte nell’Autorità
Legislativa. Ei produrrebbe l’unanimità; abbreviarebbe le discussioni;
aprirebbe quelle poche bocche che al presente son chiuse, e suggellarebbe
il numero prodigioso di quelle che sono aperte; reprimerebbe la petulanza
de’giovani, e correggerebbe l’ostinazione de vecchj; imprimerebbe
vivacità negli stupidi, e ritegno ne’balordi.
Di più: come generalmente si ha il motivo di querelarsi che i Favoriti
de’Principi son dotati d’una memoria la men felice, il Dottore
medesimo proponeva come un rimedio ad un tal male, che chiunque andasse a
ritrovare un Primo Ministro, dopo di avergli esposto in brievi e chiari
termini il propio affare, in partendosi, tra esse questo Signore pel naso
o per l’orecchio, gli desse qualche colpo di piede nel ventre, gli
pizzicasse ben bene le braccia, ogli cacciasse un’aguglia nelle
natiche; il tutto, perche meglio del negozio onde si tratta, ei si
risovvenisse: Rimedio, che converrebbe ripetersi tutte le volte che il si
vedesse, finchè la cosa fosse fatta, o rigettata assolutamente.
Egli era eziandio di parere, che ogni Membro del Gran Consiglio della
Nazione, dopo di aver proposto e difeso il propio sentimento, obbligato
esser dovesse a dar il suo voto in favore dell’opinione contraria;
mercè che ciò facendosi, ne proverrebbe infallibilmente la conchiusione
in vantaggio pubblico.
Quando da violente Fazioni è lacerato lo Stato, egli avea rinvenuto un
maraviglioso mezzo per accordarle. Eccolo questo mezzo. Convien prendere
un centinajo di Capi di cadaun Partito, e mettere l’una contra
l’altra le teste che poco più o meno sono della figura medesima; che
dopo ciò, due peritissimi Chirurgi seghino l’occipizio di ciascun pajo
in un tempo stesso, cosicchè il cervello sia diviso in due parti eguali:
Che cadauno di questi occipizj così tagliati, applicato sia sopra quella
testa a cui gli non appartiene. Egli è ben vero che somigliante
operazione richiede una gran destrezza, ed una esatezza somma; ma
assicuravasi il Professore, che se il Chirurgo vi faceva ben le sue
parti, la curagione riuscirebbe infallibile; imperciocchè così gli la
discorreva: Dibattendosi insieme le due eguali porzioni di cervelli, le
materie che formano il suggetto della Disputa non potrebbono non
convenire ben presto; e per ciò che risguarda la differenza
de’cervelli in quantità e in qualità fra coloro che sono i Direttori
delle Fazioni, protestava in sua coscienza il Dottore, ch’era una
chimera.
Intesi due professori che stavano disputando con molto fuoco sopra il
miglior metodo d’impor Tasse senza aggravio del Popolo. Affermava il
primo che il modo più sano sarebbe di tassare i vizzi e la follia; e
d’appossare in cadauna strada un certo numero di Soprastanti, che
adducessero testificazione de’gradi di stravaganza, e di corruttela
de’loro Vicini, su’quali regolar si potrebbe la somma che ognuno a
pagare tenuto fosse. Direttamente opposta era l’opinione del secondo,
il qual volea che si mettesse una gabella sopra quelle qualità del Corpo
e dell’Anima, onde gli uomini il più si pregiano da se medesimi; e che
questa gabella fosse più o men grande, a misura del grado più o men
eminente onde si eleverebbono queste qualità: grado, a riguardo di cui,
sarebbe ognuno sulla propia parola creduto.
L’imposta più gravosa concerneva i più segnalati Favoriti del Bel
sesso, ed erano regolate le tasse secondo il numero e la natura
de’ricevuti favori; nel che si doverebbe pure rapportarsi alle loro
propie dichiarazioni. La vivacità dello spirito, il valore e la
pulitezza, doveano soggiacere altresì a pesanti imposizioni, le quali
ingiunte sarebbono nel modo stesso, passandosi ognuno da se medesimo. Ma
da un altro canto, l’onore, la Giustizia, la Prudenza, ed il Sapere non
doveano costar un soldo a colui che possedeva cotali qualità, poichè
sono d’un genere sì singolare, che niuno le riconosce nel suo Vicino,
e in se medesimo non le pregia.
Dovean le Donne esser tassate a misura della loro bellezza, e della loro
abilità nel ben comparire, e dovean godere dello stesso privilegio degli
Uomini; voglio dire, determinar la somma ch’esse obbligate si credono
di pagare. Ma il Senno, la Fedeltà, la Castità, e la Bontà del Cuore,
esser doveano cose onninamente esenti da gabelle; essendo che il poco che
avrebbesi potuto ritrarne, non varrebbe il fastidio che si sarebbe preso
per iscoprire quelle che risguardate sono da questa Tassa.
Per rendere ben affetti i Senatori agli interessi della Corona, il
Professor medesimo volea che si tirasse a sorte per gl’Impieghi,
impegnandosi a prima giunta ognuno d’essi, con giuramento, d’essere
parziale della Corte, fosse che la Carica profittasse, o no; dopo di che,
que’che avessero messo del proprio, potessero di bel nuovo tentar
fortuna a prima opportunità. In questo modo la speranza, e
l’espettazione gli renderebbono fedeli ne’loro impiegi; nè veruno
d’essi lagnar si potrebbe di quale siasi inganno, bensì imputerebbe la
sua disgrazia alla Fortuna, le cui spalle son più robuste, e più larghe
di quelle d’un Ministero.
Un gran foglio, tutto riempiuto d’instruzioni per lo scuoprimento delle
congiure che si tramano contra il Governo, fummi mostrato da un altro
Professore. In tutte le annotazioni di lui appariva una somma profondità
di genio, e un estremo discernimento di politica; tutto che, a mio
credere, vi si potesse aggiugnere qualche altra cosa. Quest’è ciò che
mi feci lecito di dire all’Autore; esibendomi nel tempo stesso di
fargli parte di quanto aver potessi di lumi su quest’argomento. Con
più di civiltà ricevè egli la mia offerta, di quel che non son soliti
di praticare gli Autori, particolarmente que’che lavorano in progetti;
assicurandomi che molto gradita gli avrebbe la comunicazione delle mie
osservazioni.
Gli dissi; che se mai accadesse di soggiornare in un Regno ove le
cospirazioni fossero in voga pel genio inquieto della Plebaglia, o servir
potessero allo stabilimento del credito, o all’avanzamento della
fortuna di alcuni Grandi, mi applicherei immediate a incoraggiar la rozza
degli Accusatori, de’Dinunzianti, e de Testimoni: Che allor quando ne
avessi raccolto un sufficiente numero di tutte le condizioni, e di
differente capacità, gli porrei sotto la direzione di alcuni abili
Personaggi, bastevolmente possenti per proteggergli, e per ricompensarli.
Personaggj di questa fatta, dotati di talenti e del potere testè
mentovati, potrebbono far servir le congiure ad usi più eccellenti;
sarebber atti a farsi valere e a spacciarsi in profondi Politici; a
rassodare un vaccillante Ministro; a soffogare, o a scemare una generale
scontentezza; ed arricchirsi di confiscazioni, e ad aumentare o a
diminuire il credito pubblico, a misura che il privato lor avvantaggio il
richiedesse. Quest’è ciò che può farsi, col convenir primieramente
di coloro, su cui cader dee l’accusa d’aver parte in una
cospirazione. Dopo ciò; convien assicurarsi di tutti gli scritti loro,
del pari che delle loro persone: Deggiono questi Scritti passar nelle
mani d’una Ragunanza d’uomini di grande abilità, perchè possan essi
interpretare i sensi misteriosi de’vocaboli, delle sillabe e delle
lettere; ma Affinchè sia fruttuosa cotale loro industria; si dee lor
permettere d’addattare alle lettere, alle sillabe ed ai vocaboli, il
significato che più lor piace, tutto che sovente questo significato non
v’abbia alcun rapporto, oppure sembri direttamente opposto al fine, che
quegli, di cui si disamina lo scritto, si propone. Così, per esempio, se
il credono a proposito, possono intendere per un -Vaglio- una -Dama di
Corte-; per un -Cane stropio- un -Usurpatore-; per una -Frusta- un
-Esercizio in piedi in tempo di pace-; per un -Nibbo- un -Gran Politico-;
per la -Gotta- un -Sommo Pontefice-; per un -Orinale- una -Ragunanza di
Signori- per una -Scopa- una -Rivoluzione-; per una -Trappola- una
-Carica-; per un -Abisso senza fondo- il -Tesoro Pubblico-; per una
-Grondaja- la -Corte-, per una -Barretta con sonagli- un -Favorito-; per
una -Canna spezzata- una -Corte di Giustizia-; e per un -Barile voto- un
-Generale-.
Che se questo metodo non conseguisse il suo riuscimento, se ne potrebbero
metter in pratica di più efficaci, e gli -Acrostici- e gli -Anagrammi-
sarebbero d’un grande ajuto. Spiegaigli allora ciò che io intendessi
per -Acrostici-, e gli mostrai evidentemente l’utilità di questa
spezie di scienza per iscoprire il senso politico, nelle iniziali lettere
contenuto. Essendo che; senza questo, io gli dicea, avrebbesi mai potuto
sapere che N, per esempio, significa una Macchinazione; B un Regimento di
Cavalleria, ed L un’Armata; Ma se a caso, (il che quasi non è
possibile) questo metodo non basta per venir in cognizione de’disegni
del malcontento Partito, si potrebbe riuscire nella loro scoperta,
trasponendone le lettere dell’Alfabeto che si trovano in qualche
Scritto sospetto; trasponendole, dissi in tante differenti maniere, che
finalmente se ne rinvenga il senso che vuolsi in esse imprimere. E
quest’è ciò che si dinomina Anagrammatico metodo.
Con eccessivi complimenti mi ringraziò il Professore per le mie curiose
comunicategli osservazioni; e mi promise che nel suo Trattato farebbe di
me una menzione onorevole.
Null’altro vidi in quel Paese che allettarmi dovesse a un più lungo
soggiorno; e cominciai a pensare di ritornarmene in Inghilterra.
CAPITOLO VII.
L’Autore lascia Lagado, e arriva a Maldonada. Non essendovi pronto alla
vela verno Vascello, fa un giro a Glubbdubdrib. Accoglimento che gli fa
il Governatore.
IL Continente, di cui n’è una parte quel Regno, stendesi, per quanto
mi pare, al Levante verso le Regioni incognite dell’-America-, al
Ponente verso la -California-, e a Tramontana verso il Mar Pacifico, il
qual non è che a cencinquanta miglia da -Lagado-, dove vi ha un buon
Porto; praticandovi gli Abitanti un gran commerzio con gli Isolani di
-Luggnagg-, situati al Ponente Maestro, a un di presso a’venti e nove
gradi di Latitudine Settentrionale, e a’cenquaranta di Longitudine.
Quest’Isola di -Luggnagg- si trova allo Scilocco del -Giapone-, in
distanza d’un centinajo di leghe. Evvi una stretta Confederazione fra
l’Imperador del -Giapone-, e il Re di -Luggnagg-; dal che ne viene che
vi sono frequenti occasioni di passaggj da una di quest’Isole
all’altra. Un tal motivo mi determinò ad imprendere il cammino per
quella parte, per quindi rivenirmene nell’-Europa-. Noleggiate per
tanto due Mule pel trasporto del picciolo mio bagaglio, e una Guida per
additarmi la strada, presi cogendo dal generoso mio Protettore, il qual
dati aveami tanti contrassegni di sua compitezza; e sul punto del mio
partire, un nuovo ragguardevole regalo ne ricevei.
Per tutto il mio Viaggio non mi accadde cosa che meriti d’essere
riferita. Arrivato che fui al porto di -Maldonada-, non aveavi Vascello
lesto alla vela per -Luggnagg-; e con certezza mi venne detto che
conveniva attendere alcune settimane innanzi che ve ne fossero. Può
essere questa Città della grandezza, o circa, di -Portsmouth-. Poco
tardai ad acquistarmi molte amicizie, e non poche furono le civiltà che
usate mi vennero. Un Gentiluomo di gran distinzione mi dice; che poichè
mancherebbono per un mese, almeno, le aperture d’imbarco per
-Luggnagg-, dovrei risolvermi ad andar a vedere la piciola Isola di
-Glubbdubdribb-, ch’era al Libeccio di -Maldonada-, non più lontana
che cinque leghe. Mi esibì la sua compagnia e quella d’un suo Amico; e
d’aver cura promisemi di tutto il bisognevole per tal intento.
-Glubbdubdribb-, per quanto puossi rendere in nostra favella un
somigliante termine, significa l’Isola degli -Stregoni-. Non ha
quest’Isola che il terzo della larghezza di quella di -Vvight-, ed è
straordinariamente fertile. E’governata da un Capo d’una certa
Tribù, di soli Maliardi composta.
Costoro, non contraggono mai maritaggi che con persone di loro Tribù, e
il più Anziano di loro razza, è il loro Principe, o il loro
Governatore. Allogia questo Principe in un Palagio magnifico, dietro di
cui vi è un Parco tre mila Campi d’estensione, e cinto d’un muro di
pietre dure, di venti piedi di altezza. Molti Chiusi differenti per
biade, per erbaggj, o per mandre, contiene questo Parco.
Da Domestici molto straordinarj e servito il Governatore con la sua
Famiglia. Per la sua esperienza nella Magia, egli ha il potere di
richiamare alla vita tutti que’che vuole, e il diritto altresì di
Dominio sovra d’essi per lo spazio d’ore venti e quattro, ma non già
per più lungo tempo: e di più, non gli è permesso di scongiurar due
volte di seguito una persona medesima, se non si frapponga un interstizio
di tre mesi, o pure ch’ei vi sia costretto da qualche importantissima
ragione.
Messo piede a terra, il che seguì verso le undeci della mattina, uno
degli amici che mi accompagnavano, avviossi alla visita del Governatore,
e gli dimandò se uno straniere potea aver l’onore d’inchinare
l’Altezza Sua? Accordogli immediate il Principe la richiesta: e noi,
tutti, e tre, entrammo nel Palagio fra due file di Guardie armate
all’antica, e che nella loro fisonomia spiravano un non so che, che
tremar mi faceva. Passammo poscia a molti Appartamenti pel mezzo di
Domestici tali, che alle Guardie non male rassomigliavano, e che,
com’esse, erano disposti in ala d’ambe le parti, finchè pervenuti
fossimo alla Sala di fronte; ove, dopo tre profonde riverenze, ed alcune
generali quistioni, ci fu permesso l’adagiarci su tre sedili, accosto
del più basso gradino del Trono di sua Altezza. Possedeva quel Principe
la favella di -Balnibarbi-, non ostante che diversa fosse da quelle che
si parlano nell’Isola di lui. Mi pregò raccontargli una parte
de’miei Viaggi, e per farmi comprendere che trattarmi voleva senza
complimenti, licenziò il suo corteggio con un solo muovimento di testa;
che appenna fatto, con orrido mio stordimento svanirono tutti i
Cortigiani in aria, nella guisa che dispajono gli oggetti da noi veduti
in sogno, quando all’improviso ci risvegliamo. Me ne ristetti qualche
tempo innanzi di rimettermi dal terrore: me come il Governatore mi
assicurò che non aveavi nulla a temere; e che d’altra parte io
osservava che i miei due compagni manifestavano intrepidezza, (il che
succedeva perchè non riusciva lor nuovo un somigliante spettacolo,)
cominciai a incoraggirmi, e feci a Sua Altezza una compendiata Storia
delle diverse mie Avventure, non senza tuttavia incantarmi qualche volta;
e non senza, di tempo in tempo, gettar gli sguardi sopra i luoghi testè
lasciati voti da que’domestici Fantasmi.
Ebbi l’onore di pranzar col Principe, e summo serviti in tavola da
certe larve differenti da quelle che io già vedute avea. Riflettei che
la mia paura d’allora era assai inferiore a quella della mattina.
Quivi consumammo tutta la giornata, ma dovetti supplicar il Governatore
di compiacersi scusarmi, se io non accettava l’offerta sua perchè
allogiassi nel suo Palaggio. I miei due Amici ed io fummo a dormire in
Città, e di poi ritornammo presso il Principe, per ubbidire a’suoi
obbligantissimi cenni.
In questo modo ce la passammo in quell’Isola per dieci dì, conversando
in Corte la maggior parte del giorno, e standocene la notte nella nostra
abitazione. Mi rendei ben presto talmente familiare cogli Spiriti, che io
più non gli temeva; o se restavami qualche impressione di terrore, la
curiosità me ne toglieva in un tratto il sentimento. Un giorno mi
ordinò Sua Altezza di scongiurare tal morto che più volessi di tutti
quegli, che secondo la Legge erano passati all’altra vita dal principio
del Mondo perfino al momento ch’ella mi parlava; e di comandar loro di
rispondere alle mie quistioni; a condizione però che le quistioni stesse
non verserebbero che sopra cose accadute al loro tempo: Che per altro, io
certo esser poteva, ch’essi non mi direbbono nulla che non fosse vero,
non essendo l’Arte del mentire di verun uso nell’altro Mondo.
Umilissimamente ringraziai Sua Altezza per una grazia sì segnalata. Ci
trovavamo in una Camera risguardante il Parco; e e come primo mio
desiderio fu di veder qualche cosa di pomposo e di magnifico, mi prese la
voglia d’ammirare -Alessandro il Grande- alla testa del suo Esercito,
immediate dopo la battaglia d’-Arbela-. Pronunziate, ebbe appena il
Governatore alcune parole, che ravvisammo quel Conquistatore sotto la
finestra ove noi eravamo, alquanto più discoste le sue Falangi. Fu
ingiunto ad -Alessandro- di rendersi nel nostro Appartamento: per vero
dire, il suo -Greco- io non capì bene. Ei mi giurò sul suo onore che
non era stato avvelenato; bensì ch’era morto di febbre ardente, che
gli eccessivi disordini del vino cagionata gli aveano.
Dopo lui comparve -Annibale- passando l’-Alpi-, il qual mi protestò
che nel suo campo non si trovava neppure una goccia sola d’aceto.
Vidi -Cesare- e -Pompeo- alla fronte delle loro Legioni, tutti lesti per
venir alle mani. Bramai che il Senato di -Roma- mi si affacciasse in una
gran Sala, e un’Assemblea un poco più moderna in opposto in
un’altra. Parvemi la prima di queste Adunanze, composta di soli Eroi o
Semidei; laddove l’altra non assomigliava che a una Truppa di
Miserabili, di Banditi e di Sgherri. A mia instanza fece cenno il
Principe a -Cesare- ed a -Bruto- d’accostarsi a me. Inspirommi la vista
di -Bruto- una profonda venerazione; e veramente non vi volle un grande
stento per riconoscere in lui la più consumata virtù, una fermezza di
spirito, un cuore intrepido eccedente qualunque esegerazione, e un Amore
il più efficace per la sua Patria. Con sensibile mio piacere osservai
che que’due grand’uomini davan segni di scambievole buon’amicizia;
e -Cesare-, nobilmente ingenuo, confessò che la gloria di -Bruto- per
averlo ucciso, superava quella ch’egli Cesare si aveva acquistata per
tutto il corso della sua vita. Godei dell’onore d’una lunga
conversazione con -Bruto- medesimo; e mi fu detto che -Giunio-,
-Socrate-, -Epaminonda-, -Catone il Giovane-, -Tommaso Moro- e lui erano
sempre insieme: -Sextumvirato-, a cui tutte l’Età del Mondo aggiugnere
un settimo non saprebbono.
Non vi ha dubbio che si annojerebbe il mio Leggitore se gli rapportassi i
nomi di tutti coloro, che la brama, per dir così, di veder il mondo in
tutti i punti di sua durazione, fece che io scongiurassi. Soprattutto mi
appigliai a considerare i Distruggitori de’Tiranni e degli Usurpatori,
e quegli altresì che rimesse aveano delle Nazioni nella lor libertà.
Spettacoli di questa fatta una gioja sì sensibile in me producevano, che
il volerla esprimere sarebbe lo stesso che tentar l’Impossibile.
CAPITOLO VIII.
Curioso specificato racconto sopra la Città di Glubbdubdribb. Alcune
correzioni dell’Antica e della Moderna Storia.
VOglioso di veder gli Antichi che si erano renduti famosi pel loro
spirito o pel loro sapere, destinai loro una intera giornata. Dimandai
che -Omero- ed -Aristotile- comparissero alla testa di tutti i loro
Comentatori; ma eran questi in un numero così grande, che molte
centinaja nella Corte, e negli esteriori Appartamenti del Palagio se ne
ristettero. Alla prima occhiata conobbi e distinsi questi due Eroi non
solo dalla moltitudine, ma eziandio l’un dall’altro. De’due, era
-Omero- il più grande e il più ben fatto, si teneva ben ritto per un
uomo di sua età, ed aveva un pajo d’occhj così vivaci, che di
somiglianti non ne vidi mai. -Aristotille- estremamente incurvavasi, e si
appoggiava insù d’un bastone. Avea la faccia smunta, i capelli lunghi,
infiacchita la voce. Mi avvidi a prima giunta che veruno di loro non
aveva mai più veduto il resto della Compagnia, e neppure inteso mai a
parlarne: E uno Spirito, il qual io non voglio nominare, dissemi
all’orecchio, che nell’altro mondo questi Comentatori tenevansi il
più che potevano, lontani da que’due grand’Uomini, di cui vanamente
intentato aveano di dilucidarne gli Scritti; e ciò per la vergogna e pel
rimorso che rodevagli, di aver fatto lor dire mille contraddizioni e
mille assurdi, che per sogno non avevan eglino mai pensato. Io presentai
-Didimo- ed -Eustazio- ad -Omero-, il quale, in grazia mia, fece loro
miglior accoglimento ch’essi non meritavano; essendo che subito conobbe
che niun di loro aveva il genio ch’è necessario per rendersi parziale
di quello d’un Poeta. Ma -Aristotile- perdè affatto tutta la sua
pazienza, allorchè dopo d’averlo instruito degli obblighi ch’egli
aveva a -Scot- ed a -Ramo-, io messi alla sua presenza questi Saggj, ed
ei mi dimandò se così stolti come questi, fossero gli altri suoi
Comentatori?
Pregai allora il Governatore di scongiurare -Descartes- e -Gassendi-; i
quali sulla mia faccia spiegarono ad -Aristotile- i loro Sistemi.
Ingenuamente confessò questo Filosofo che si era ingannato spessissime
volte, per non essersi fondato, a riguardo di molte cose, che su semplici
conghietture; e dichiarò, che il -Vacuo- d’-Epicuro-, onde -Gassendi-
n’era il Restauratore, e i -Vortici- di -Descartes-, erano egualmente
appoggiati. Predisse che l’-Attrazione-, la qual in oggi a tanti
Difenditori, ricaderebbe un giorno nello spregio stesso, donde testè ne
fu tratta. I nuovi Sistemi sopra la Natura, non sono, soggiunse egli, che
nuove mode, che cangeranno di tempo in tempo; e que’medesimi che si
presume di dimostrare Matematicamente, non goderanno d’un Regnò sì
lungo, come pare che i lor Partigani si vantino di lor promettere.
Cinque giorni furono da me impiegati in trattenermi con molti altri Saggj
dell’Antichità. Vidi la maggior parte degl’Imperadori Romani.
Scongiurò il Principe, a mia sollecitazione, i Cucinieri
d’-Eliogabalo-, perchè essi imbandissero il desinare: ma per mancanza
di materiali, non fummo troppo paghi delle pruove di loro abilità. Un
Cuoco d’A-gesilao- ci compose una minestra alla -Lacedemonica-; ma di
mandarne abbasso una seconda cucchiajata non bastommi l’animo.
Alcuni affari ch’esigevano la presenza de’due miei compagni di
Viaggio, gli obbligarono di ritornarsene al lor Paese fra tre giorni, che
io consumai in vedere diversi Morti moderni, i quali da due o tre secoli
addietro, o nella mia Patria, o in altre Regioni dell’-Europa-, una
brillante scena aveano rappresentata. Come sempre io era stato
grand’Ammiratore di tutto ciò che Antiche ed Illustri Schiatte
dinominasi, supplicai il Governatore di scongiurare una o due dozzine di
Re cogli Antenati loro disposti in ordine dalle otto o nove Generazioni.
Orribilmente restai deluso dalla mia espettazione; mercè che in luogo
d’una lunga serie di Diademi, ravvisai in una Famiglia due Suonatori,
tre Cortigiani in buona positura, e un Ecclesiastico. In un’altra, un
Barbiere, un Abate, e due Ecclesiastici di prima sfera. Ed è troppo
grande la mia venerazione per le Teste Coronate, perchè io insista sopra
un argomento così spiacevole. Ma per quanto spetta a’Marchesi,
a’Conti, e a’Duchi, io non sono sì scrupoloso; anzi confessar
degigo, che gradj non poco di vedermi nel caso di poter distinguere il
sentiere che calcato aveano certi Caratteri di Corpo e d’Anima, per
intrudersi in una tale, o tale Famiglia. Con chiarezza potei discernere
donde un tal Casatto ritraesse un mento aguzzo; e per qual ragione un tal
altro, da due Generazioni in qua, non producesse che Furfanti, e che
Pazzi da quattro: Quali fossero le cagioni giustificanti il Motto
espresso da -Polidoro-, -Virgilio- in proposito d’una certa Razza: Nec
-Vir fortis, nec Fœmina casta-. In qual modo la Crudeltà, la Furberia,
e la Codardia, divenissero marchj caratteristici, co’quali certe
Famiglie sì bene si distinguessero, come per l’Arme loro.
Tutto ciò che io scorgeva, rendevami disgustato della Moderna Storia;
poichè avendo io disaminati, e consultati seriamente tutti coloro che da
un secolo addietro occupati aveano i più eminenti posti nelle Corti
de’Principi, trovai: Che miserabili Scrittori, con isfacciatezza,
aveano ingannato il Mondo, attribuendo, più d’una volta, le più
cospicue guerriere spedizioni a Pusillanimi; i più saggj Consiglj a
Sciocchi; la più nobile sincerità ad Adulatori; una Virtù Romana a
Traditori della loro Patria; della Pietà ad Ateisti, e della veracità a
Querelanti: Che molti Uomini d’un merito il più depurato e il più
distinto, erano stati messi a morte, o cacciati in esilio, per sentenza
d’alcuni Giudici, o corrotti, o atterriti da un Primo Ministro: Che
intriganti, o prostituite Femmine; che Ruffiani, che Parassiti, e che
Buffoni, decidevano bene spesso gli affari delle Corti, de’Consiglj, e
de’Senati più Augusti. Avea io già una pessima idea della prudenza, e
dell’integrità degli Uomini; ma fu ben altra cosa quando restai
informato de’motivi, l’quali i più strepitosi, imprendimenti, e le
più stupende Rivoluzioni son debitrici della loro origine; e altresì
degli accidenti spregevoli onde elleno sono tenute del loro successo.
Ebbi nel tempo stesso l’opportunità di convincermi della presunzione e
dell’ignoranza di quegli Scrittori d’-Anecdoti-, i quali nelle loro
Storie segrete attossicano quasi tutti i Re; ripetono parola per parola
un discorso che un Principe tenne a quattr’occhj col suo Primo
Ministro; an copie autentiche delle instruzioni più recondite degli
Ambasciadori; e pure sono così sgraziati che sempre s’ingannano.
Confessò un Generale, me presente, che un giorno avea egli guadagnata
una vitoria a forza di spropositi e di poltronerie: e un Ammiraglio, che
per non aver avute bastevoli strette intelligenze cogl’inimici, avea
battuta la loro Armata, in tempo ch’egli stava meditando di dar loro
nelle mani la sua. Mi protestarono tre Re, di non aver mai, per tutto il
corso de’loro Regni, cooperato al vantaggio neppur di un sol uomo di
merito, se pure non l’abbiamo fatto senza avvedersene, essendo abusati
da qualche Ministro, in cui confidavano.
Mi prese la curiosità di sapere specificatamente, con quali mezzi si
fossero elevati certi uomini a gran Titoli d’onore, ed acquistate
avessero ricchezze immense, e questa mia curiosità non ebbe già per
oggetti secoli troppo rimoti; comechè, da un altro canto, non
risguardasse nè il mio Paese, nè i miei Compatriotti: verità, ond’io
prego i miei Leggitori d’essere ben persuasi. Essendo dunque state
scongiurate molte persone, che si trovavano nel caso di cui si tratta,
non bisognovvi un grand’esame per iscoprire infamie d’una tal lega,
che il ricordarmele tuttavia m’inorridisce. Lo spergiuro,
l’oppressione, la frode, la suggestione, e il ruffianesimo, erano i
mezzi più onesti, posti da loro in uso, e come eziandio ciò era una
cosa assai vera, rinvenni che queste picciole -indisposizioni- erano
assai scusabili. Ma quando alcuni confessarono di non dovere la propia
grandezza, e la propia opulenza che a’più spaventevoli misfatti; gli
uni alla prostituzione delle loro mogli, e delle loro figliuole; altri
a’tradimenti praticati al loro Principe, o alla loro Patria; altri
finalmente alla propia perizia nell’avvelenare li loro nemici, o in
ruinar gl’innocenti; mi lufingo che non siasi per pigliar in mala
parte, se scoperte di questa natura abbian fatta smarrire in me una gran
porzione di quel rispetto profondo che naturalmente nodrisco per
Personaggj d’un eminente carattere, e ch’è un tributo dovuto loro da
gente della mia pasta. Sovente io aveva letto che non so quali importanti
servigi erano stati renduti a de’Principi o a degli Stati, e quindi mi
venne il capriccio di conoscer coloro, a’quali questi Stati e questi
Principi avevano l’obbligazione. Dopo una diligente ricerca, mi fu
detto che non erano delineati in verun Registro i loro nomi; se tuttavia
si eccettui un picciol numero d’essi, che la Storia come infami, e come
traditori ha rappresentati. Quanto agli altri; io non aveva inteso mai a
parlarne. Comparver eglino cogli occhj bassi, e meschinissimamente
vestiti; essendo, per la maggior parte, a quel che me ne dissero, morti
in miseria, o lasciata avendo insù d’un palco la loro testa.
Vidi fra’primi un vecchio, la cui storia ha qualche cosa di singolare.
Stava a’fianchi di lui un giovanotto a un di presso di diciott’anni
d’età. Ei mi notificò, d’essere stato per anni molti, Comandante
d’un Vascello, e che nella battaglia navale d’-Aziò-, avea avuta la
buona sorte di gettar a frondo tre de’principali Vascelli nemici, e di
prenderne un quarto; il che era stato la sola cagione della fuga
d’-Antonio-, e della vittoria che funne una conseguenza: Che il giovane
che io vedeva a lato di lui, e ch’era suo Figliuolo unico, era stato
ucciso in tempo dell’Azione. Aggiunse, che terminata la guerra, se ne
andò a -Roma- per sollecitare un Vascello più grande, il cui Capitano
era restato morto; ma senza che si badasse alle sue pretensioni, il
Vascello richiesto, stato era conceduto ad un Uuomo che non aveva veduto
mai il mare; e il cui merito tutto, in essere Figliuolo di -Libertina-,
Damigella d’una delle Innamorate d’-Augusto-, consisteva: Che in
tempo ch’egli al suo bordo se ne ritornava, fu accusato di mancanza nel
suo dovere; e il suo Vascello stesso fu dato ad un Paggio favorito di
-Poplicola- il Viceammiraglio: che sopra ciò ei ritirossi a un picciolo
podere assai lontano da -Roma-, ove finì i suoi giorni. Io avea tanta
voglia di saper precisamente la verità di questa Storia, che dimandai
che -Agrippa-, il qual era stato Ammiraglio in quel combattimento, fosse
scongiurato. Ei venne, e mi certificò tutto il racconto; con questa
differenza però, che fece un assai maggior elogio del Capitano; il qual,
per la sua modestia, non avea renduta la necessaria giustizia al propio
suo merito.
Stranamente restai sorpreso che la corruttela fatti avesse progressi sì
rapidi in quell’Imperio, e ciò a cagion del lusso, che non vi si era
intruso che molto tardi: il che produsse che non mi feci le gran
maraviglie nel veder accadere somiglianti avventure in altri Paesi, ove i
vizzi, di qualunque genere, an regnato d’assai più lungo tempo in qua.
Come ognun di coloro ch’erano stati scongiurati, ritenuta avea
perfettamente la figura medesima sotto cui era apparuto nel mondo, con
sensibilissimo crepacuore osservar dovetti, fin a qual segno la Razza
-Inglese- da un secolo addietro avesse degenerato, e quali cangiamenti
fra noi, la più infame di tutte le infermità prodotti avesse.
Affin di divertirmi da un spettacolo di tanta mortificazione, palesai il
mio desiderio d’aver sotto gli occhi alcuni di quegl’-Inglesi- di
Roca vecchia, sì famosi un tempo per la simplicità de’loro costumi,
per l’esatta loro osservanza delle Leggi della Giustizia, pel saggio
lor amore verso la Libertà, pel loro valore, e per l’inviolabile
affezionata loro parzialità per la Patria. Non fu che con estremo
commovimento che io paragonai gli vivi co’morti, e che vidi
virtuosissimi Avoli disonorati da’Pronipoti, i quali, in vendendo i
propj suffragj al Favore, o alla Speranza, si sono impeciati di tutti
que’vizzi che contrar si possono in una Corte.
CAPITOLO IX.
Ritorna l’Autore a Maldonada, e fa vela pel Regno di Luggnagg. Vi è
posto prigione, ed è poscia spedito alla Corte. Maniera con cui egli vi
è ricevuto. Clemenza estrema del Re verso i suoi Sudditi.
SOpraggiunto il giorno di nostra partenza, presi congedo da Sua Altezza
il Governatore di -Glubbdubdribb-, e rivenni co’miei due Compagni a
-Maldonada-; ove, dopo una dimora di due settimane, trovammo un Vascello
pronto a mettersi alla vela per -Luggnagg-. I miei due Amici ed altri
diversi Signori, ebbero la generosità di tenermi provveduto del
bisognevole, e d’accompagnarmi a bordo. Fu d’un mese il mio viaggio;
e in cammin facendo; colseci una furiosa burrasca che ci costrinse a
scorrere verso il -Ponente-, per profittare d’un vento stabile che
soffia in que’Mari. Nel ventuno d’-Aprile- 1709. imboccammo la
Riviera di -Glumegnig-, sulle cui sponde giace una Città del nome
medesimo. A una lega da questa Città calammo l’ancora, e perchè ci
fosse spedito un Piloto, segnali facemmo. In men di mezz’ora ne vennero
due, i quali fra molti scoglj, che rendono assai pericoloso il passaggio,
ci guidarono in un largo Bacino, ove un’Armata intera può starsene al
coperto dalle più violente tempeste.
Alcuni de’nostri Marinaj, o per malizia, o per inavvertenza,
informarono i Piloti che io era un Forastiere, e di più, un insigne
Viaggiatore; il che questi riferirono ad un Uffiziale della Dogana; il
qual, posto ch’ebbi piede a terra, a tutto rigore mi esaminò. Parlommi
colui la favella di -Balnibarbi-, ch’è intesa poco men che da tutti
gli Abitanti di quella Città, a cagione del gran commerzio ch’ella
pratica cogli Abitanti di questo Regno. Gli feci una narrazione succinta,
che al possibile procurai altresì di rendere verisimile; ma a proposito
non giudicai di palesar la mia Patria, bensì -Ollandese- volli
spacciarmi; perchè mia intenzione si era d’andar al -Giapone-, e
perchè io sapeva che gli -Ollandesi- sono il solo Popolo
dell’-Europa-, che vi sia ammesso. Con tal oggetto dissi
all’Uffiziale, che io avendo fatto naufragio sulle spiagge di
-Balnibarbi-, era stato ricevuto dentro -Laputa-, o Isola Volante, (di
cui l’Uffiziale stesso più d’una volta inteso avea a parlarne,) e
che allora io pensava di rendermi al -Giapone-; ove, di rinvenire qualche
Vascello sù cui tornarmene potessi al mio Paese, io mi lusingava. Mi
rispose l’Uffiziale, ch’era d’uopo che io me ne restassi
prigioniero, finchè sul mio proposito avesse egli ricevuti ordini dalla
Corte; che sul punto stesso egli andava a scrivervi, e che sperava
d’averne in quindici giorni le risposte. Assegnommisi in carcere un
Appartamento assai propio, con una sentinella alla mia porta; e non
ostante aveva io la libertà di spasseggiare in un giardino assai vasto,
essendo trattato con molta umanità, e spesato in tutto il frattempo dal
Re. Un motivo di curiosità indusse molte persone ad invitarmi in loro
Casa; essendo loro stato riferito che io veniva da molti lontanissimi
Paesi; alcuni de’quali altresì, riuscivano loro onninamente incogniti.
Presi al mio servigio un giovane, il qual s’imbarcò con esso meco per
valermi d’Interprete. Era lui nativo di -Luggnagg-; ma avea passati
alcuni anni a -Maldonada-, e perfettamente bene gli eran congnite amendue
le Lingue. Pel mezzo suo mi trovai in istato d’attaccare conversazioni
con tutti coloro che venivano a visitarmi; ma questa conversazione non
consisteva che in dimande dalla loro parte, e che in risposte dalla parte
mia.
Verso il tempo appunto che speravamo, il desiderato Dispaccio arrivò
dalla Corte. Ei conteneva un Ordine di condur me, e il mio seguito a
-Traldragdubb o Trildraogdrib-, (poichè in due modi intesi a pronunziar
questo termine,) con una scorta di dieci Cavalli. Altro non era il mio
seguito che il Giovane, il qual facevami la funzione d’Interprete, e
che io persuasi di mettersi al mio servigio, e non seguì che a forza di
suppliche, che si accordò a cadaun di noi una Mula, per imprendere più
comodamente il viaggio. Fu ingiunto ad un messaggiere di precederci
d’alcuni giorni, per annunziare il nostro avvicinamento al Re, e per
pregar Sua Maestà d’assegnare il giorno è l’ora onde potessimo aver
l’onore di -leccare la polvere ch’è innanzi alla predella de’piedi
di lei-. Si è questi lo stile della Corte; ed in fatti io provai che era
molto figurata una cotal frase; mercè che due giorni dopo il mio arrivo
accordatamisi l’udienza, fui comandato di strascicarmi carpone, e di
leccar il solajo a misura del mio avanzarmi; ma per essere forestiere, si
ebbe la cura di spazzarlo sì bene, che non ne ricevetti incomodo dalla
polvere. E pure, era questa una grazia particolare, la qual si accordava
a persone del primo carattere, quando il Re volea impartir loro l’onore
della sua presenza. V’ha di più. Spargesi talvolta a bella posta della
polvere sul pavimento; il che avviene allorchè colui che ammesso esser
dee, ha in Corte nemici possenti. Vidi io stesso un gran Personaggio, la
cui bocca n’era. sì piena, che quando strisciato ei si fu perfino al
luogo che conveniva, fugli impossibile di profferire una sola parola. Il
peggio si è, che non vi ha rimedio per una tale inconvenienza;
imperocchè egli è un capitale delitto degli introdotti all’Udienza
del Re lo sputare o il forbire la bocca in presenza di Sua Maestà. Evvi
eziandio a quella Corte un’altra costumanza, che io approvar non
saprei. Quando il Principe ha il disegno di far morire qualche gran
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