volta nel vogare. Le risposi che io me ne intendeva assai bene; e che non
ostante che il mio impiego stato sia quello di Chirurgo del Vascello,
nientedimeno, chiedendolo la necessità, io sovente avea fatta la
funzione di semplice Marinajo. Ma che concepire io non poteva come ciò
si avesse dovuto eseguire nel suo Paese, ove i più piccioli Navilj erano
del caglio de’nostri maggiori Vascelli di guerra. Ella mi replicò che
io solamente pensassi come il mio picciolo bastimento costruto esser
dovesse, che il suo falegname adempierebbe gli ordini miei in tal
proposito; e che ella stessa si piglierebbe la cura di farmi allestire un
luogo addattato alla mia navigazione. L’Operajo, che era espeito nel
suo mestiere, compiè nello spazio di dieci giorni una Scafa, tale che io
ordinata l’avea, e agevolmente capace di dieci -Europei-.
Tanto se ne compiacque, e trovolla sì gentile la Regina, che collocata
la nel suo grembiule, corse a mostrarla al Re, che comandò fosse riposta
in una cisterna piena d’acqua, e se ne facesse, standovi io dentro, la
pruova. Ma la Regina fatto avea per l’addietro un altro progetto. Avea
ella ordinato al Falegname di formare una spezie di Truogolo che avesse
trecento piedi di lunghezza, che cinquanta fosse largo, ed otto profondo.
Questo Truogolo, dopo di essere stato ben impeciato perchè tenesse
all’acqua, fu messo a terra in un Appartamento esteriore del Palazzo.
In minore spazio di mezz’ora poteano facilmente due servidori empiere
d’acqua quella macchina; e quivi entro me ne stava ricreandomi a far
andar avanti, e indietro, a forza di remi, la mia Scafa; non potendosi,
per altro, esprimere il godimento della Regina, e delle Dame; in
ammirando la mia destrezza, e la mia agilità. Alcune volte io mi metteva
alla vela; e allora l’unica mia occupazione si era di tenermi al
timone, in tempo che le Dame, co’ventaglj loro, mi somministravano il
vento a misura del mio bisogno; e quando erano stanche; i Paggj andar
facevano la mio Scafa col soffiar nella vela, nel mentre che io faceva
pompa della mia abilità, governando ad orza, e a poggia, secondo che me
ne dava il capricio. Finito il mio esercizio, -Glumdalclitch- portava
sempre il mio Vascello nel suo stanzino, e il pendeva a un chiodo per
asciugarsi. Un giorno, uno de’servidori che erano incaricati di
riempire due volte per settimana d’acqua fresca il mentovato Truogolo,
senza avvedersene, misevi un grosso ranocchio, che, secondo tutte le
apparenze, si era intruso nella secchia di lui, nell’attignere
l’acqua. Il ranocchio non si lasciò mai vedere innanzi che io fossi
posto entro il Truogolo con la mia Scafa; ma scopertossi da esso un luogo
ove poteva riposarsi, vi si rampicò, e talmente fecela piegare da un
fianco, che perchè non si rovesciasse sossopra, fui obbligato di
gettarmi all’altro fianco per servirle di contrappeso. Entrato che fu
il ranocchio, venne con un solo salto da una estremità della Scafa
perfino al mezzo, e poscia sopra la mia testa dal davanti al di dietro
spruzzando sulla mia faccia, e su’miei vestiti di quella vischioso
materia, onde sempre abbondano questi Animali. La mole delle sue membra
fece io il trovassi la bestia più spaventevole del Mondo; non ostante,
supplicai -Glumdalclitch- di lasciarmi terminare, solo, la querela che io
avea con esso. Per un mese continuo lo stregghiai molto bene con un
de’miei remi; e alla fine a saltar fuori della Scafa lo sforzai.
Ma il maggior pericolo che in quel Regno io abbia corso, mi venne da una
una Scimal, la quale apparteneva ad uno degli Scrivani d’Uffizio.
-Glumdalclitch-, avendo qualche cosa a fare, o a rendere qualche visita,
nel suo Gabinetto rinchiuso mi avea. Come regnava un gran calore, avea
ella lasciata la finestra del Gabinetto aperta, e altresì le finestre e
la porta del mio cassettino più grande, in cui per ordinario io mi
tratteneva; essendo molto spazioso, ed eziandio assai comodo. Me ne stava
asportato da un profondo pensiero; quando all’improvviso intesi qualche
cosa che all’uscio del Gabinetto faceva strepito, e che saltellava da
un luogo all’altro. Con tutto lo spavento che io aveva indosso,
procurai, senza levarmi dal mio sedile, di spirare ciò che fosse: e vidi
allora quell’infame bestia, che dopo di aver fatti alcuni salti, e
molte sgambettate, accostossi al mio cassettino, che mi parve che ella
risguardasse con suo piacere. Ritirai mi nell’angolo più rimoto del
cassettino medesimo; ma la Scimia che non lasciava una finestra che per
mettersi, un instante dopo, in su d’un’altra, tanta paura ella mi
fece, che non ebbi la prontezza di spirito di nascondermi sotto il letto,
come avrei potuto assai facilmente. Finite le sue contemplazioni
frammescolate di morfie, finalmente mi ravvisò; e avanzando per la porta
una delle sue zampe, come appunto fanno i gatti quando si trastullano con
un sorcio, tutto spesse volte cambiassi di luogo per non essere
afferrato, mi colse alla fine pel lembo del mio vestimento, (ch’era
d’un panno fortissimo, ed assai massiccio del Paese,) e mi trasse fuori
del cassettino. Mi pigliò nella sua zampa d’avanti, e mi tenne come
una balia il suo bambino in positura di dargli il latte; e precisamente
come vidi fare la razza, medesima d’animale co’gattucj in -Europa-: e
quando io cercava scuotermi, sì forte colei mi teneva, che giudicai
miglior partito il non fare un menomo muovimento. E’assai probabile
cosa che ella mi prendesse per qualche scimmiotolo della sua spezie,
mercè che in tempo che mi teneva con una zampa, mi accarezzava con
l’altra. Uno strepito che la bestia sentì alla porta del Gabinetto,
come se alcuno volesse entrarvi, interuppe cotale divertimento: ed ella
presto saltossene sulla finestra ond’era entrata, quindi su’tegoli e
sulle grondaje, camminando in tre zampe, e tenendomi nella quarta,
finchè all’alto del Palagio arrivata fosse. -Glumdalclitch- l’avea
veduta saltando fuori della finestra, e aveva gettato un grido che fu da
me sentito. Trovavasi la povera ragazza in una furiosa commozione. Tutta
la Regia in un istante si mise sossopra; e i servidori si affrettavano di
rintracciar delle scale. Molte centinaja di persone scorgevano
distintamente la scimia sul tetto del Palagio che mi teneva fralle sue
braccia, e mi accarrezzava come un piccino de’suoi. Uno spettacolo sì
curioso rider faceva la maggior parte degli astanti; e, per dir vero, non
saprei troppo biasimargli, perchè egli è certo, che all’eccezione di
me, ognuno rinveniva la cosa perfettamente ridicola. Pensarono alcuni di
voler gettar delle pietre all’animale per isforzarlo a venir a basso;
ma espressamente fù ciò proibito: e gran buona sorte per me; poche
senza questo, per un eccesso di amore, avrebbesi potuto ben accopparmi.
Inalberatesi le scale, molti uomini vi salirono per soccorrermi, il che
appena vedutosi dalla scima, ed altresì l’impossibilità di fuggirsene
con la sua preda camminando con sole tre zampe, mi adagiò ella sopra un
bucato tegolo, e se ne andò. Ivi me ne ristetti per qualche tempo in
distanza di trecento verghe da terra, aspettando ad ogni momento che il
vento mi gittasse a basso, oppure che qualche capogiro rotolar mi facesse
da’tegoli in una grondaja. Ma un de’servidori della mia Nutrice, il
qual era un obbligantissimo giovane, si rampicò perfino a me, e dopo di
avermi posto in una saccoccia de’suoi calzoni, mi portò a terra sano,
e salvo.
Lo sbigottimento, e il dolore, cagionatimi da quella brutta bestia, mi
produssero una malattia, che per quindici giorni mi tenne obbligato al
letto. Il Re, la Regina, e tutti i principali Signori della Corte,
mandavano, tutti i dì, per sapere dello stato mio, e la Regina in
persona, in tempo della mia infermità, volle avere la compiacenza di
farmi molte visite.
Quando dopo il mio ristabilimento fui presso il Re per attestargli i
propj miei doveri, e ringraziarlo di tutte le sue beneficenze, fecemi
egli qualche motteggio sopra l’Avventura, unica cagione dell’incomodo
mio. Mi dimandò ciò che pensassi, e quali specolazioni fossero le mie,
in tempo che la Scimia mi teneva fralle sue zampe; e di qual tempera
avessi trovata l’aria che respirasi in su del tetto del Palazzo? -Qual
partito avreste preso-, egli aggiunse, -se somigliante cosa fossevi
accaduta nel Paese vostro-? Risposi a Sua Maestà, che in -Europa- non
abbiam noi la razza di simili bestie; e che altre non ve ne sono, fuor di
quelle che per curiosità vi si trasportano; ma che erano tuttavia sì
picciole, che agevolmente avrei potuto tener faccia con una dozzina, se
avuta avessero la temerità d’assalirmi. Che quanto al mostruoso
animale, (poichè senza esagerazione egli era del taglio d’un
Elefante,) che aveami praticato uno scherzo così incivile; se il mio
spavento mi avesse lasciato l’uso libero della mia spada, (nel così
dire io messi la mano sull’impugnatura, non senza un’aria
d’intrepidezza,) quando egli avanzava la sua zampa nella mia camera,
gli avrei forse impressa una tal ferita, che ci non avrebbe mancato di
ritirarla, per lo meno così presto, come sporgevala. Fu espressa con un
tal tuono questa risposta, che bastevolmente spiegava la mia indignazione
per la proposta ingiuriosa che mi si faceva: E pure non servì ella che
ad eccitare uno schiamazzio di ridere vie più oltraggioso. Patj la
tentazione di andar in collora; ma le ne diedi lo sfratto; riflettendo
che il presumere di farci valere presso que’con cui è impossibile in
qualunque modo di misurarci, è la più pazza di tutte le follie.
Non passava giorno ond’io non regalassi di qualche ridicola scena la
Corte, e tutto che -Glumdalclitch- mi amasse teneramente, non lasciava di
narrar alla Regina tutto ciò che poteva promuovere il riso di lei a sole
mie spese. Un giorno la sua Governatrice l’avea condotta a una lega
dalla Città, per farle prendere un poco d’aria, trovandosi alquanto
incomodata. Ancor io tenni accompagnata la mia Nutricina in quel Viaggio;
ed ella essendo uscita della Carrozza, ripose il mio picciolo cassettino
a terra in un viottolo. Spasseggiar io volea; ma per disgrazia mi
abbattei in una bovina, sopra cui m’era forza di far un salto, per
superarla. Mi accinsi ad effettuarlo; ma sì mal ci riuscj, che
precisamente vi saltai nel mezzo, e mi vi profondai perfino alle
ginochia. Me ne trassi nella maniera migliore; e un servidore a piedi,
così così col suo fazzoletto mi asciugò; mercè che sì diabolicamente
io mi trovava letamato, che -Glumdalclitch- mi tenne nella mia cassetta
finchè a casa fummo ritornati: ove immediate ne fu reccato alla Regina
il ragguaglio della mia Avventura; il che per alcuni giorni a costo mio,
fece scoppiar dalle risa tutta la Corte.
CAPITOLO VI.
L’Autore, con ogni sorta di mezzi procura di guadagnarsi la benevolenza
del Re, e Della Regina. Da saggio della propia abilità nella Musica.
Informasi il Re dello stato dell’Europa, e l’Autore soddisfa
ampiamente alla curiosità di lui. Riflessioni del Re sopra quanto gli ha
raccontato l’Autore.
UNa, o due volte per settimana mio costume si era di trovarmi al levarsi
dal letto del Re; e con poche fiate fui presente quando il suo barbiere
il radeva; il che, innanzi che mi avvezzassi, mi sembrava uno spettacolo
orribile: poichè il raso io era triplicamente luogo quanto una falce
comune. Secondo il costume del Paese. Sua Maestà si facea radere due
volte in sette giorni. Ottenni, una volta, dal barbiere un poco della
saponata che adoprata egli avea, e trattine quaranta, o cinquanta peli,
gli accomodai in un pezzo di legno che era formato in ischiena di
pettine; ove, un’aguglia, io avea profondati alcuni buchi in eguale
distanza. Si industriosamente assettai gli peli in questi bucci, che mi
riuscì di farmi un pettine, onde servir mi potenva in difetto del mio, i
cui denti, poco men che tutti, erano rotti: non essendovi per altro,
verun Artefice nel paese, che avesse l’abilità di lavorarmene un
altro. Quest’esperimento un secondo me ne suggerì, che mi tenne a bada
per molti giorni. Pregai le Dame della Regina di mettermi a parte alcune
pettinature de’capelli di Sua Maestà, onde in poco tempo n’ebbi una
quantità ragionevole. Dopo ciò, feci venir da me il Falegname mio
amico, il quale già, una volta per sempre, ricevuto avea l’ordine di
travagliarmi in picciolo qualunque cosa che fosse di mio gusto, e gli
dissi di far due sedie, della grandezza stessa di quelle del mio
cassettino, ma che non avessero nè il fondo, nè lo schienale. Aveva io
l’intenzione d’intrecciar i capelli in maniera che servir potessero
di spalliere, e di sedili; a un di presso, come le sedie a fondo di canna
che si praticano in -Inghilterra-. Compiuta che fu ogni cosa, ne regalai
la Regina, che ripor le fece nel suo Gabineto, ove ella mostravale come
rarità, e per dir vero, ni un vi fu che di maraviglia non ne restasse
preso. Dissemi la Regina che mi sedessi sopra una di quelle scranne; ma a
patto veruno ubbidirle non volli, protestando che piuttosto sofferte
avrei mille morti, che di collocaro una parte sì indecente del mio
corpo, sopra que’preziosi capelli, che servito aveano d’ornamento
alla testa di Sua maestà. De’capelli medesimi formai altresì una
galante picciola borsa, che in lunghezza non tirava più che cinque
piedi, col nome della Regina a lettere d oro, di cui con permissione
della Principessa ne feci un presente a -Glumdalclitch-. Veramente, anzi
che per l’uso, serviva quella borsa per sola mostra, non avendo forza
bastevole per sostenere il peso delle più massicce monete, e perciò la
fanciulla alcune picciole leggierissime bagattelluzze solamente vi
riponeva.
Il Re, che di Musica si dilettava all’ultimo grado, ordinava
frequentemente de’concerti alla Corte, a’quali talvolta assisteva
ancor io, accomodato sopra una tavola entro il mio cassetino. Ma era sì
confusamente strepitosa quella Musica, che mi riusciva impossibile di
distinguerne i tuoni. Ardisco pur di asserire, che tutte le trombe, e
tutti i tamburi d’un Esercito, quando si suonassero, e si battessero
tutti in una volta in un Appartamento medesimo, non arriverebbono a far
tanto strepito, quanto ne fanno quelle sorte di armonie. Il mio metodo si
era di far mettere il mio cassettino il più lungi che era possibile
da’Musici; e poscia di chiuderne le porte, e le finestre; dopo di che
io trovava assai sopportevole la loro Musica.
Essendo giovane, io aveva alquanto appreso a suonar di spinetta: Una ne
tenea in sua camera -Glumdalclitch-, e un Mastro andava a darlene la
lezione due volte per settimana. Dico che era una spinetta; perchè quel
musicale strumento molto le rassomigliava, e per la figura, e pel modo di
servirsene; mi venne in pensiero di ricreare il Re, e la Regina, suonando
su quello strumento un’arietta -Inglese-. Ma, oh quanto sudai per
riuscirvi! mercè che la spinetta era lunga più di sessanta piedi, e
ogni chiave, d’un piede larga; cosicchè in istendendo tetto il mio
braccio, io non ne poteva scorrere più che cinque, e oltracciò sarei
stato obbligato di dare de’furiosi colpi di pugno per abbassarle, e
tanto e tanto non ne avrei ottenuto l’intento. Ecco quale fu la mia
invenzione. Allestj due bastoni tondi, più grossi da una parte che
dall’altra, e ricoprj la loro estremità più grossa con un pezzo di
pelle di sorcio, affinchè in battendo non restasse danneggiata la parte
superior delle chiavi, e che lo strepito de’colpi, ingratissimamente
non si confondesse col suono che la spinetta renduto avrebbe. Al
d’avante di quello strumento collocossi un banco più basso di quattro
piedi che le chiavi, ed io fui adagiato su questo banco. Vi scorsi sopra,
ora da un canto, ora dall’altro battendo co’miei due bastoni le
chiavi necessarie, e procurando di suonare una Giga, che parve fosse
intesa con gran piacere dalle loro Maestà: ma posso realmente dire che
a’giorni miei non ho praticato un sì violento esercizio; e pure mi fu
impossibile di scorrere più di sedici chiavi, e per conseguenza di
toccare il basso, ed il soprano insieme, come fanno altri Musici; il che
avrebbe aggiunta una nuova gentilezza alla mia Giga.
Il Re, che, come il dissi, era un Principe di somma abilità, e
spiritosissimo, spesse volte mi facea portare nel mio cassettino, e
riporre sopra una tavola nel Gabinetto di lui; dopo di che mi comandava
di prendere un de’miei seggi, che i faceva mettere con esso meco al di
sopra del cassettino, in distanza di tre verghe dalla sponda; il che più
o meno, mi costituiva a livello della faccia di Sua Maestà. In questo
modo godei di molte conversazioni con esso lei. Presi un giorno la
libertà di dirle, che il dispregio che Ella testimoniava per
l’-Europa- e pel rimanente della Terra, non mi sembrava va accordarsi
con quel maraviglioso discernimento, che io sempre avea in lei ravvisato.
Che i gradi d’intelligenza non erano regolati secondo la grandezza
de’corpi: Che pel contrario osservavasi nel mio Paese, che le persone
più grandi, per ordinario, n’erano le men provvedute: Che fra gli
animali, le Api, e le Formiche, passavano per le più industriose, e le
più sagaci. E che tal che io le pareva, mi lusingava di poter renderle
qualche segnalato servigio. Mi ascoltò il Re con attenzione, e di là in
poi, egli formò di me un giudizio del tutto opposto. Pregommi di dargli
una idea, la più esatta che potessi, del Governo dell’-Inghilterra-;
imperocchè, diceva egli, per quanto sieno comunemente intestate le
Nazioni de’propj loro costumi, sarebbegli un gran piacere di apprendere
qualche cosa che egli imitare potesse.
Quante volte, e con quale brama io non mi sono augurata in quel momento
l’eloquenza d’un Cicerone, o d’un Demostene, per celebrar
degnamente tutte le lodi, onde è degna a sì giusto titolo la cara mia
Patria!
Cominciai il mio discorso dall’informanre Sua Maestà, che i nostri
Stati consistevano in due grand’Isole, che formavano tre possenti Regni
sotto un solo Sovrano, non comprese le nostre Colonie d’America.
Insistei lungo tempo sopra la fertilità del nostro Territorio, e sopra
la tempera del nostro Clima. La trattenni poscia sopra la Costituzione
d’un Parlamento -Inglese-, formato, in parte, da un Corpo illustre,
dinominato, la Casa de’Pari, che era d’Uomini d’un Sangue il più
nobile, e di Famiglie le più antiche del Regno. Le parlai della
straordinaria sollecitudine che sempre prendevasi della loro educazione,
affin di rendergli idonei ad essere Consiglieri nati del Re, e del Regno;
ad aver parte nella Potestà -Legislativa-; ad esser Membri della Corte
più alta di Giustizia, le cui decisioni sono inappellabili; e a
difendere con la loro saggezza, e col loro valore la loro Patria, e il
loro Re, contra tutti gl’imprendimenti de’loro nemici: Che eran
eglino l’ornamento, e il Baluardo del loro Paese, degni successori
degl’Illustri lor Avoli, la cui virtù non aveano giammai smentita: Che
ad essi, come Membri ad un medesimo Corpo, erano uniti Personaggj d’una
eminente pietà, sotto il titolo di Vescovi, onde la peculiar funzione si
era d’invigilare al sostegno della Religione, e all’instruzione del
Popolo: Che erano sempre scelti dal Re, e da’più saggj Ministri di
lui, fra que’che si distinguevano nel Sacerdozio per la purità
de’propj costumi, e per la profondità della propia erudizione.
Che l’altra parte del Parlamento consisteva in un’Assemblea, detta la
Casa de’Comuni, e composta di Gentiluomini, e di ben agiati Borghesi,
-liberamente- eletti dal Popolo medesimo, a cagion della loro abilità, e
del loro zelo pel vantaggio della Patria: Che questi due Corpi formavano
insieme una delle più Auguste Assemblee dell’-Europa-; e che in essi,
congiuntamente col Principe, la Sovrana autorità risiedeva.
Le spiegai allora ciò che sieno le nostre Corti di Giustizia: Che
que’che vi presiedono sono Interpreti venerabili delle Leggi, chiamati
a mantenerci i nostri Diritti, e i nostri Possessi, a punir il delitto, e
a proteggere l’innocenza. Le parlai della prudenza nell’uso
de’nostri Erarj, e della grandezza delle nostre Forze, tanto marittime,
che terrestri. Le feci l’enumerazione del nostro Popolo, calcolandone i
molti milioni che aveavene di differenti Sette in materia di Religione, o
di differenti Partiti in fatto di Politica. Non ommisi i nostri
divertimenti; per dir brieve, nulla dimenticai di tutto ciò che io
credeva poter far onore alla diletta mia Patria. E diedi fine con un
Compendio Storico di quanto è accaduto, da un secolo in quà, o più o
meno, di più riguardevole in -Inghilterra-.
Come si vede, era assai vasto l’Argomento: perciò vi vollero molte
udienze; ognuna delle quali durò alcune ore, innanzi di poter votarla.
Con grande attenzione mi ascoltò sempre il Re; e comechè non
m’interropesse mai, non lasciò tuttavia passare cosa veruna senza
riflessione, come con le quistioni susseguentemente propostemi, il diede
a conoscere.
Detta che ebbi ogni cosa, mi fece Sua Maestà un gran numero di dimande,
e di obbiezioni fu cadaun Articolo. M’interrogò sopra la maniera che
praticavasi per coltivar i talenti dello spirito, e del corpo della
nostra gioventù Nobile; e in qual genere d’occupazioni passava ella la
prima, e la più disciplinabile parte della sua vita: Che si faceva,
quando estinguendosi qualche Famiglia Nobile, bisognava riempiere il
posto nella Casa de’Pari? Quali caratteri eran richiesti in que’che
erano investiti del titolo di -Lord-: Se il genio della Corte, una somma
di dannajo presentata a qualche Dama, o l’idea di rinforzare un partito
opposto all’interesse pubblico, n’erano sovente le cagioni,
creditrici di tali sorte di distinzioni? Fin a qual segno que’Signori
eran versati nella conoscenza delle Leggi del loro Paese? Che conveniva
che fossero ben eglino d’una grande abilità per poter decidere
inappellabilmente quistioni, che risguardavano la vita, e i beni
de’loro Concittadini: Se sempre rinvenivano molto esenti dalla taccia
d’avarizia, e bastevolmente superiori al bisogno, perchè i regali, o
altri criminosi motivi, non avessero la forza di corrompergli? Se i
Signori, chiamati a mantenere la Religione, erano sempre innalzati al
posto che occupavano, per motivo della loro capacità nelle materie che
concernono la lor Professione, o della santità della loro vita? Se in
tempo che essi non erano che semplici Cappellani, non disonoravansi mai
con una vil compiacenza pe’soro Signori, di cui forse continuavano a
seguir servilmente i sentimenti, dopo di essere stati ammessi a
quell’Assemblea sì Augusta.
Il Re poscia desiderò d’essere instruito de’mezzi che si mettevano
in pratica per essere eletto Membro della Casa de Comuni. Se uno
Straniere non potea forse, a forza di denajo, farsi scegliere, con
preferenza a un Signor del Paese, o a qualche Gentiluomo qualificato del
contorno? Come poteva darsi, che ognuno sollecitasse con tanta premura il
carattere di Membro di quella Ragunanza, (giacchè io gli avea detto che
un tal intento sempre gli costava caro,) senza mercede di sorta, nè
pensione veruna; essendo che, ei diceva, è troppo eminente un
somigliante grado di virtù, perchè sempre possa essere sincero, e
legittimo? Insiste poscia di sapere precisamente, se que’Gentiluomini
zelanti, non istudiavano risarcirsi delle cure, e de’dispendj stati
obbligati di fare, in sacrificando il Ben pubblico? A tali quistioni ei
ne aggiunse un gran numero d’altre, che io penso non essere necessità
di ripetere.
In proposito a quanto io gli avea detto delle nostre Corti di Giustizia,
mi pregò Sua Maestà di darlene specificazioni sopra alcuni Articoli;
nel che mi fu agevole di contentarla, perchè una volta mi trovai in
risico d’essere interamente ruinato per una tediosa lite che ebbi nella
Cancelleria, e che ho anche perduta con tutte le spese. Chiesemi quanto
tempo s’impiegava, per ordinario, in decidere se giusta, o ingiusta
fosse una cosa, e qual fosse il prezzo dell’ottenimento di questa
decisione? Se gl’Avvocati aveano la libertà di difendere Cause
notoriamente ingiuste? Se la Setta di Religione, o il Partito di
Politica, non entrava mai nella bilancia della Giustizia, per farla
chinare o dall’una, o dall’altra parte? Se tutti gli Avvocati eran
uomini generalmente conoscitori delle Leggi dell’Equità; o solamente
di alcune particolari costumanze della Città loro, della loro Provincia,
o della loro Nazione? Se in tempi diversi aveano talvolta sostenute due
contrarie sentenze in medesimo affare? Se componevan eglino una povera o
ricca Comunità? Se riceveano qualche pecuniario riconoscimento per aver
trattata, o consultata una Causa? E particolarmente se nell’inferior
Senato ammettevansi mai come Membri?
Passò in oltre ad altre quistioni sopra l’amministrazione del pubblico
Erario. Convien certamente dicevami Sua Maestà, che vi abbia tradito la
vostra memoria; poichè non faceste montare che cinque, a sei milioni per
anno le vostre Tasse, e qualche volta al doppio le vostre spese. Ella
avea in ispezieltà fatta attenzione a quest’Articolo, perchè sperava,
così ella diceva, che la cognizione della nostra condotta potesse
giovarle molto, e tenerla lontana dagli abbaglj ne’suoi calcoli. Mi
dimandò chi erano i nostri Creditori? E dove prenderemmo dannajo per
pagargli? Stupiva che spesse volte portata avessimo la guerra, sempre
gravosa, sì lontano dal nostro Paese. E’forza, diceva, che siate un
Popolo molto rissoso, o che abbiate confinanti molto cattivi, e che per
necessità i vostri Generali, più ricchi divengono che i vostri Re. Mi
dimandò quali affari noi avevamo fuori delle nostre Isole, se
eccettuansi il Commerzio, e la difesa delle nostre spiagge? Soprattutto
si faceva incredibili maraviglie per intendermi parlare d’un Esercito
mercenario, mantenuto nel mezzo della Pace, e nel seno d’un Popolo
libero. Opposemi, che se eravamo noi governati di nostro assenso da
uomini non che servivano che a metterci in iscena, non poteva Sua Maestà
concepire di chi avevamo noi paura, o contro a chi pensavamo di batterci:
e m’interrogò da chi meglio fosse difesa la casa d’un Particolare;
se da lui stesso, da’suo figliuoli, e dal resto di sua famiglia; oppure
da una mezza dozzina di vagabondi a caso presi nelle strade, e
miseramente pagati; in tempo che possono eglino guadagnar mille volte
più, scannando coloro che anno l’imprudenza di destinargli in lor
guardie.
Nulla di più ameno riuscivale quanto la mia Aritmetica, nel far entrare
nell’enumerazione del nostro Popolo, le differenti Sette di Religione,
e le Fazioni diverse dentro lo Stato. Prostava Sua Maestà di non
iscoprirvi ragione veruna, perchè que’che anno opinioni pregiudiziali
al Pubblico fossero obbligati di cangiare, o obbligati non fossero di
occultarle: E che come sarebbe una Tirannia in un Governo l’esigere la
prima di queste cose, era una debolezza il non far osservar la seconda:
imperocchè è ben permesso a un uomo il tener in Casa de’veleni, ma
non già di vendergli per Cordiali.
Ella notò, che fra’passatempi della nostra Nobiltà, e di altre
qualificate persone, io del giuoco parlato avea. Desiderò di sapere a
qual età si cominciava, per ordinario, a prendere un tale ricreamento, e
quando vi si rinunziava? Quale porzione di tempo vi si perdeva, e se mai
il giuoco arrivava a ruinare una famiglia. Se taluni della plebaglia con
la loro desterità potevano alcune volte far acquisto di ricchezze
immense, e riddure gli stessi Nobili nella lor dipendenza; altresì
inspirar loro, con la loro amistà, ignobili e codardi sentimenti, e
costrignerli, per le sofferte perdite, ad apprendere e a saggiare sugli
altri l’infame industria cheruinati gli avea?
Inorridiva Sua Maestà per la Storia che io aveale rappresentata del mio
Paese nel corso del passato secolo, aggiugnendo, che ciò non era che una
concatenazione di conspirazioni, d’omicidj, di ribellioni, di stragi,
di rivoluzioni, di esilj; effetti i più esecrabili, che l’avarizia, la
fazione, l’ipocrisia, la crudeltà, la perfidia, la rabbia, la viltà,
l’odio, l’invidia, e l’ambizione, produrre possano.
In un’altra Udienza, racapitolò il Re tutto ciò che io detto gli
avea, e comparò le risposte che io gli avea fatte, con le dimande
ch’egli mi avea promosse. Prendendomi poscia fralle sue mani, e
piacevolmente accarezzandomi, mi disse queste parole che io non mai
dimenticherò, e neppur la maniera onde furono pronunziate. "Picciolo
amico mio -Grildrig-, voi avete fatto un eccellente Panegirico del vostro
Paese. Dimostrativamente avete pruovato, che l’ignoranza,
l’infingardia, e il misfatto, possono talvolta intrudersi per
necessità nel governo d’un Regno: Che le Leggi son meglio interpretate
da quegli che vi anno più d’interesse, e più di abilità
nell’oscurarle, e nel diluderle: Scuopro fra voi altri, alcuni tratti
d’un ottimo Governo nella prima sua instituzione; ma di molto
scancellati dall’abuso, e dalla corruttela: Da tutto il vostro racconto
si deduce, che nè pure una sola virtù fra necessaria per essere
innalzato ad alcuna delle vostre Cariche, molto meno; che gli uomini vi
sieno annobiliti da’propj lor meriti; che sia avanzato agli onori ri il
Sacerdozio in considerazione della pietà o del sapere; i Soldati per la
loro condotta, o pel loro valore; i Giudizi per la loro integrità; i
Senatori pel loro amore verso la Patria, o i Consiglieri per la loro
saggezza. Quanto a voi, continuò il Re, che passata avete la maggior
parte della vostra vita nel viaggiare, penso che abbiate sfuggite molte
di queste inconvenienze. Ma per quanto io posso raccogliere dalla vostra
relazione, e dalle risposte che vi ho estorte con grande stento,
costretto sono di conchiudere, che il grosso della vostra Nazione è il
più tristo, e il più odibile picciol verme, e cui la Natura abbia mai
permesso di strisciarsi sulla superficie della Terra."
CAPITOLO VII.
Amor dell’Autore per la sua Patria. Ei fu al Re un’assai vantaggiosa
obblazione, la quale tuttavia è rigettata. Ignoranza del Re in fatto di
Politica. Angusti limiti onde ristringonsi le Scienze di quel Paese.
Leggi, e Militari affari di quel Regno. Quali turbolenze l’agitarono.
NON aveavi che un amor estremo per la verità, che indur mi potesse a
rispondere alle quistioni del Re con tanta schiettezza, con quanta io
l’avea già fatto. Vane sarebbermi riuscite le rimostranze del mio
resentimento, perchè sempre sarei comparuto ridicolo, e perciò soffogar
dovetti nel mio cuore la passione, e lo sdegno, in tempo che la cara, ed
Augusta mia Patria era trattata in un modo così ingiurioso. Ne patì
tanta Afflizione, quanta ne può patire chi legge. Ma era così curioso
quel Principe; e con tanta precisione m’interrogava su cadaun articolo,
che peccato avrei contra le Leggi della pulitezza, e soprattutto contra
quelle della gratitudine, se non gli avessi data tutta la più possibile
soddisfazione. Con tutto ciò, dir deggio per mia discolpa, che procurai
di diludere industriosamente molte delle dimande di lui, e che sopra
cadaun particolare, io dava un tornio assai più vantaggioso, di quel che
il potea permettere l’esatta verità: avuta avendo io sempre pel mio
Paese quella lodevole parzialità, che con tanta giustizia -Diogini di
Alicarnasso- racomanda uno a uno Storico. Con tutto il mio cuore avrei
voluto occultare i difetti della mia Nazione, e riporvi in loro luogo le
virtù nella loro luce più luminosa. Questa si era la mia intenzione
nelle moltiplici conversazioni che ebbi con quel Monarca; ma per
disgrazia, nè al mio genio, ne agli sforzi miei corrispose
l’avvenimento.
Ma ciò che perfino a un tal qual segno compor dee l’Apologia di quel
Principe si è, ch’egli viveva interamente separato dal resto del
mondo; dal che provenivano che non avea notizie di sorta delle maniere, e
delle costumanze delle altre Nazioni. Questa spezie d’ignoranza e
sempre una sorgente feconda di -prevenzioni-, e produce necessariamente
non so quali -limitazioni d’idee, e di concepimenti-, onde noi, del
pari che i più colti Popoli dell’-Europa-, siamo del tutto esenti. E,
per vero dire, la cosa sarebbe ben dura, se le conoscenze, che un
Principe sì rimoto ha della virtù, e del vizio, servir dovessero di
regola per tutto il Genere umano.
Per confermar il mio detto, e per mostrar con maggior chiarezza i
miserabili effetti d’una educazione circonscritta da termini troppo
angusti, voglio in questo punto far parte a’miei Leggitori d’un
fatto, che forse agevolmente essi non potranno credere.
Per insinuarmi di bene in meglio nella buona grazia di sua Maestà, le
parlai d’un ritrovamento scoperto da tre, o quattro secoli, più o
meno, in qua, consistente nella manipolazione di certa polvere, un cui
intero ammassamento, fosse pur grande quanto una montagna, saltava in
aria, e in un istante restava consumato, con un fracasso più terribile
di quello d’un tuono; e ciò immediate che una sola, soletta, scintilla
vi volava al disopra: Che una certa quantità di questa polvere
sequestrata con uno stopacciolo entro una canna di ferro, era valevole di
cacciare una palla, pur di ferro, o di piombo, con una violenza, e una
sì prodigiosa velocità, che non aveavi cosa che ne potesse sostenere lo
sforzo: Che parimente vi erano di queste palle, che essendo sparate,
rovesciavano non solamente file di Soldati intere con un sol colpo, ma
abbattevano altresì in ruina le più massicce muraglie e sprofondar
facevano de’Vascelli montati da molte migliaja d’uomini: Che quando
queste palle erano unite insieme con una catena, fracassavano gli alberi,
le antenne; in una parola, tutto ciò ch’esse riscontravano: Che spesse
volte mettiamo questa polvere entro gran palle di ferro votte, che con
arte, e con l’ajuto d’una certa macchina, sappiam lanciare dentro una
Città assediata, e che con tal mezzo restava ucciso un gran numero di
assediati nemici, e quasi tutte le loro Case erano ridotte in cenere: Che
mi eran molto ben noti gl’ingredienti nella composizione della polvere
stessa; che essi non costavano troppo, e non erano rari; Che per altro io
mi comprometteva d’insegnare agli Operaj di Sua Maestà l’Arte di
costruire quelle canne, d’una grandezza proporzionata a tutti gli altri
oggetti che erano nell’Imperio di lei; e che le maggiori, più che i
cento piedi di lunghezza eccedere non dovevano: Che venti, o trenta delle
canne stesse, cariche con quantità convenevole di polvere, e di palle,
poteano rovesciare in poche ore le muraglie della più forte Città del
suo Regno, o mettere sossopra la Capitale, se mai ella si staccasse dalla
dovuta sommessione agli ordini supremi di Sua Maestà. Io feci al Re
quest’obblazione; supplicandolo di accettarla come un fievole
contrassegno di quel riconoscimento; che le beneficenze di lui eccitato
in me aveano.
Il Re, in udire la descrizione di queste terribili macchine, e dell’uso
che io gli proponeva di farne, fu sorpreso da un orrore che non può
esprimersi. Concepir non potea come un insetto sì debole, e sì minuto
come me, (furono queste le stesse espressioni di lui) avea l’animo di
pascersi d’idee sì inumane, e sì poco restar commosso, in parlando
della disolazione, e della strage, che aveagli io detto essere gli
ordinarj effetti di queste macchine sterminatrici, di cui certamente,
diceva egli, qualche maligno Genio, e nemico dell’Uman Genere, dovea
esserne stato il primo ritrovatore: Che per quello apparteneva a lui, ei
protestava, che tutto che i nuovi scuoprimenti, sieno nell’Arte, o
nella Natura, gli cagionassero un singolare diletto, contenterebbesi
piuttosto di perdere la metà del suo Regno, che di apprendere un arcano
sì abbominevole, onde proibivami se mi era cara la vita, di tenergliene
discorso mai più.
Strano effetto di quella -limitazine d’idee- e di quella -picciolezza
d’oggetti-, di cui parlai! Chi mai potrà credere che un Principe, il
quale, per altro, possiedeva tutte le qualità che producono la
venerazione, l’amore, e la stima; e il cui sapere, la saggezza, e la
bontà, il rendevano l’ammirazione, e le delizie de’suoi Suggetti;
per un -picciolo vano scrupolo-, che noi in -Europa- non sappiamo neppur
che sia, lascisi scappare l’inestimabile opportunità di rendersi il
Signore assoluto della vita, della libertà, e de’beni del suo Popolo?
Ciò però che io ne dico, non è con intenzione di censurare gli altri
talenti di quel Monarca, il quale, a cagion del teste mentovato
avvenimento resterà molto pregiudicato nello spirito d’un Leggitore
-Inglese-. Ma solamente disegno mio si è, di far osservare quanto
massiccj sono i granchj che si prendono, quando non si riduce la
-Politica in iscienza-; come il praticano i più gran Genj
dell’-Europa-. Mercè che molto bene mi risovvengo, che un giorno
disputando col Re, gli dissi che fra noi si avea composta una infinità
di Volumi sopra l’-Arte di governare-; ma che contro alla mia
intenzione, io gli diedi una picciolissima idea della nostra capacità.
Ei mi protestò di avere un sommo dispregio per tutto ciò che chiamasi
-Misterio-, -Raffinamento-, ed -Imbroglio-, sia in un Principe, sia in un
Ministro. Non potea comprendere cosa io intendessi per -Segreti di
Stato-, purchè di qualche Nazione rivale, o nemica, non si trattasse.
Ristrigneva la Scienza del Governo in -limiti molto angusti-,
circonscrivendola al buon senio, alla giustizia, alla clemenza, e alla
pronta spedizione delle Cause sì criminali che civili, con alcuni altri
comuni luoghi che non meritano riflessione: e stranamente pensava, che
chiunque potea fare che due cannelle di biada, o due festuche d’erba
crescessero sopra un mucchietto di terra, ove per l’addietro non
cresceva che un solo, prestava alla sua nazione il maggiore de’più
essenziali servigi.
Sono assai difettuose le conoscenze di quel Popolo, non consistendo che
nella Morale, nella Storia, nella Poesia, e nelle Matematiche; nel che
confessar si dee ch’egli è eccellente. Ma l’ultima di queste Scienze
non è impiegata che negli usi della vita, e nel miglioramento
dell’Agricoltura, e di tutte l’Arti Meccaniche. Per quello concerne
le Idee, l’Entità, e le Astrazioni, non fu possibile il fargli
concepir ciò che esse fossero.
Niuna Legge di quel Paese dee eccedere in parole il numero delle lettere
del loro Alfabeto, che non sono più che venti e due. Ma per dir vero,
poche ve ne ha di una tale intera lunghezza. Ne più semplici e più
chiari termini son elleno espresse; ed è così stupida quella Nazione,
che non sa interpretarle che in un solo senso. Anzi è un Capitale
delitto il presumere di spiegar una Legge con una comentazione. Quanto
alla spedizione delle Cause civili, e criminali, son sì pochi presso lei
gli processi, che contra ragione ella vanterebbesi d’essere abilissima
nell’una, o l’altra di queste cose.
Da un tempo immemorabile quanto i Chinesi ebbero que’Popoli l’arte
della Stampa; ma le Librerie loro non abbondano di Volumi, imperocchè
quella del Re, la quale passa per una delle maggiori, non ne contiene a
un di presso che mille, adagiati in una Galleria di mille e dugento piedi
di lunghezza, avend’io la permissione di valermi di qualunque Volume.
Il Falegname della Regina avea formata in una delle stanze di
-Glumdalclitch- una maniera di scala alta venti e cinque piedi, e ogni
gradino di cui, cinquanta piedi era lungo. Alla muraglia facea io
appoggiare quel Libro che io volea leggere; salendo poscia alla sommità
della scala, dava principio dalla prima linea della pagina, camminando
per fianco, finchè fossi pervenuto al termine della linea; dopo di che,
quando bisognava, io scendeva un gradino, facendo sempre l’esercizio
medesimo perfino al fondo della pagina.
Chiaro, maschio, e sonoro è lo stile di quella Nazione, ma non fiorito;
perchè ella sfugge di servirsi di espressioni soverchie. Furon da me
letti molti de’loro Autori; particolarmente que’che trattano della
Storia, o della Morale; e fra gli altri con mio inesplicabile gusto,
scorsi da capo a’piedi un vecchio Trattatello che trovasi sempre nella
camera da letto di -Glumdalclitch-, e che apparteneva alla Governatrice
di lei, Dama di gravità, e che non leggeva se non libri di Morale, e di
divozione. Trattava questo libro della debolezza del Genere umano, e non
era tenuto in pregio che dalle Donne, e dal semplice Volgo. Portommi la
curiosità a vedere ciò che dir poteva su quest’argomento un Autore di
quel Paese. Per appunto questo Scrittore toccò que’medesimi comuni
luoghi, che sì perfettamente son noti a’Dottori nostri in Morale;
rimostrando come l’uomo è un picciolo animale, spregevole, ed incapace
d’ajutarsi da se medesimo, e di difendersi contra l’ingiurie
dell’aria, e contra il furore delle bestie feroci: Quanto egli e
inferiore in forza a una creatura, in velocità ad un’altra, a una
terza in prudenza, e a una quarta in industria. Aggiugne; che in questi
ultimi tempi la Natura avea degenerato dal primo suo vigore, e che altro
più non produceva che piccioli aborti in comparazione de’decorsi
secoli. Dice, ch’è assai probabile, che non solo la spezie degli
uomini primitivamente fosse più grande, ma che eziandio ne’primi tempi
vi deggiono essere stati de’Giganti, come da un canto l’attestano la
Storia, e la Tradizione, e come dell’ossa prodigiose che si son
trovate, lo dimostrano dall’altra. Pretende che le Leggi della Natura
ricercavano, che al principio noi fossimo stati fatti d’una molto più
robusta costituzione, e molto men suggetti a restar distrutti da piccioli
accidenti, da un tegolo cadente da una casa, o da una pietra lanciata da
un fanciullo. Da somiglianti ragionamenti tra e l’Autore molte morali
conseguenze, di grand’uso per la direzion del vivere, ma che farebbe
inutile di quì registrare. Quanto a me; non potei di meno di ammirare
quanto general fosse il talento di rigirar le letture in moralità, e
l’inclinazione degli uomini a lagnarsi della Natura. E ben penso, che
dopo una esatta perquisizione, tali sorte di lamentanze, sì poco fondate
sarebbono fra noi, come l’erano fra gli Abitanti di -Brobdingnag-.
Per quello risguarda i militari affari di que’Popoli, mi an eglino
assicurato che l’Esercito del loro Re consisteva in cento settanta e
sei mila Fanti, e in trenta e due milla Cavali, se pure il nome di
Esercito convenir possa a un Corpo formato di Mercatanti collettizj di
differenti Città, e di Fattori di campagna, i cui Comandanti sono
semplicemente persone di qualità, senza paga, e senza ricompensa. Negar
non si può che eglino assai bene intendono l’Esercizio, e che in
eccellenza sono disciplinati; nel che non si rinviene poi un gran merito;
mercè che come mai potrebbe essere la faccenda altrimenti, in un Paese,
ove cadaun Castaldo è sommesso al padrone della sua Terra, e ogni
Cettadino a’Magistrati della sua Città, eletti per -isquittino-
secondo la pratica di -Venezia-?
Vidi di frequente la milizia di -Lorbrulgrud- a fare l’Esercizio in un
gran campo presso della Città. Vi si potea annoverare venti e cinque
mila Pedoni, e a un di presso sei mila Cavalli: riuscendomi, per altro,
impossibile di numerargli con esattezza, a cagion del terreno che essi
occupavano. Un Cavaliere, montato sopra un Cavallo di ragionevole taglio,
avea in altezza più di cento piedi. M’incontrai un giorno di vedere
tutti i Cavalieri di quel Corpo, nell’istante che il Comandante loro ne
dava l’ordine, sguainare le loro spade tutti in una volta, e vibrarle
nell’aria. Uno spettacolo di tal fatta, avea un non sò che di
sorprendente, superiore a qualunque esagerazione. Fra lo stesso, come se
sei mila balini avessero lampeggiato in diverse parti del Cielo in un
tempo medesimo.
Tentavami la curiosità di sapere, come mai quel Principe, nel cui Paese
era impossibile di penetrare, potesse essersi avvertito di raccogliere
Eserciti, o di far instruire il suo Popolo nella Militar Disciplina. Ma
pel soccorso della conversazione, e per la letura delle loro Storie; ben
presto ne restai appagato; imperocchè dopo moki secoli, quegli Abitanti
sono stati assaliti dalla medesima malattia, onde tante altre Nazioni
sono suggette; voglio dire, che la Nobiltà si era applicata a
rintracciarvi troppo potere, il Popolo troppa libertà, è il Principe
troppo assoluto dominio. Per vero dire, avevasi provveduto con sagge
Leggi a tutte queste inconvenienze: ma queste Leggi sovente erano state
infrante dal alcuno de’tre Partiti; dal che, più d’una volta,
n’erano prodotte guerre civili; l’ultima delle quali era stata
felicemente terminata dall’Avolo del Principe Regnante, con una
generale composizione: e la Milizia, il cui numero allora si era fissato
di consentimento de’tre Partiti, dopo quel tempo si era tenuta
esattamente nel suo dovere.
CAPITOLO VIII.
Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha
l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno.
Ritorna in Inghilterra.
IO sempre avea presentita una forte lusinga di dover un giorno ricuperare
la mia libertà, tutto che impossibile mi riuscisse di concepire con
quali mezzi, o di formare alcun progetto che avesse l’ombra menoma di
apparenza di poter ottenerne l’intento. Il Vascello, su cui io era
stato, era il primo che si fosse giammai veduto sopra le spiaggie di quel
Paese, e il Re avea dati gli ordini più precisi, che se qualche altro ve
ne comparisse, tutto si facesse per prenderlo, e che con tutta la ciurma,
e tutti i passeggieri, si conducesse sopra una carretta a -Lorbrulgrud-.
Desiderava con sommo ardore Sua Maestà di aver qualche femmina dello
stesso mio taglio, pel cui mezzo si potesse conservar la mia spezie: Ma
io credo che avrei piuttosto sofferte mille morti, che espormi al risico
di lasciar dietro a me una posterità, che fosse stata, o messa in gabbia
come uccelletti di Canaria, o forse venduta a persone di carattere; non
tanto, veramente, per farne degli schiavi, quanto delle curiosità.
Confesso che io era trattato assai gentilmente, essendo il Favorito
d’un gran Re, e le delizie di tutta la sua Corte: Ma con tutto questo,
la figura che io faceva non mi sombrava convenire alla dignità del mio
temperamento. Riuscivami impossibile il dimenticare quegli altri me
medesimo, che nella mia Patria io avea lasciati, e mi moriva di voglia di
trovarmi in mezzo d’un Popolo, con cui avessi una spezie
d’uguaglianza, e in un Paese, ove spasseggiar potessi con libertà,
senza temere d’essere schiacciato come un cagnuolo, o come un
ranocchio. Ma più presto di quell’avrei sperato, sopravvenne il
momento della mia liberazione, in un modo onninamente straordinario.
Eccone la Storia, e tutte le circostanze con la più esatta verità.
Due anni già erano scorsi da che mi trovava nel Paese; e nel principiar
del terzo -Glumdalclitch-, ed io, accompagnammo il Re, e la Regina in un
giro che fecero le loro Maestà verso la spiaggia meridionale del Regno.
Secondo il solito, io era portato nel mio cassettino da viaggio, che come
già il dissi, era un galantissimo stanzino di docici piedi di larghezza;
ed io avea ordinato, che con funi di seta egualmente lunghe mi si
appiccasse una picciola materassa all’alto de’quattr’angoli dello
stanzino stesso, affine di non risentirmi tanto dello scuotimento, quando
un servidore mi portasse d’innanzi a lui marciando a cavallo; e
altresì per dormirvi con tutto l’agio, quando mi trovassi in cammino.
Nel tavolato superiore del cassettino, verso il sito della materassa ove
io adagiava il capo, avea fatto fare all’Artefice un buco, o finestrino
d’un piede in quadro, donde mi venisse qualche respiro d’aria mentre
dormiva in tempo di caldo, e potevasi questo buco chiudere, o aprire con
una picciola tavola, che da me con una ribalta alzavasi, e si abbassava.
Compiuto che fu da noi il nostro giro, giudicò opportuno il Re di andar
a spassarsi per alcuni giorni in un Palagio che egli aveva presso di
-Flanflasnic-, Città situata a diciotto miglia -Inglesi- della Marina:
-Glumdalclitch-, ed io, eravamo estremamente lassi: per la mia parte,
avea guadagnata una buona infreddatura; ma la povera ragazza si trovava
così male, che non poteva lasciar la stanza. Era grande la mia
impazienza di rivedere l’Oceano, sola, ed unica strada che mai si
poteste aprire al mio scampo. Feci sembiante d’essere incomodato più
che non l’era, e chiesi la permissione d’andarmene al lido per
respirarvi alquanto d’aria, con un Paggio che io molto amava, e con cui
talvolta io avea stretta gran confidenza. Non mi si svanirà mai dalla
memoria la repugnanza ch’ebbe -Glumdalclitch- all’assentire a questa
mia andata; nè la maniera ond’ella raccomandommi al Paggio di aver
cura di me, struggendosi nel tempo stesso in lagrime, come se presentisse
qualche cosa di ciò che stava per avvenire. Mi portò il Paggio nel mio
cassettino perfin che arrivammo alla spiaggia; e allora gli dissi di
ripormi a terra; ove alzata una delle mie invetriate, per qualche tempo
gl’infelici miei sguardi sopra il mare vagarono. Me la passava male;
sicchè mi dichiarai col mio conducitore, che volentieri riposato avrei
alquanto sopra la mia matterassa, sperando che un poco di sonno mi
avrebbe molto giovato. Mi vi corcai, e il Paggio chiuse la finestra, per
timore che entrandovi l’aria, non m’incomodasse. Poco stetti, che
m’addormentai; e tutto ciò che posso conghietturare si è, che nel
frattempo del mio dormire, il Paggio, non immaginandosi mai che potessi
correre risico di sorta, stava spassandosi nell’andar in busca d’uova
d’Uccelli nelle fessure delle roccie; ricreamento, che io già avea
veduto prendersi da lui, in tempo che per anche stavamente alla finestra.
Chechè ne fosse in tal proposito; fui all’improvviso risvegliato da un
violento colpo che sentj sopra l’anello fitto sopra la superior parte
della mia cassetta, perchè mi si potesse portare più agevolmente. Mi
avvidi che il cassettino si elevava molt’alto nell’aria, e che poscia
con una prodigiosa velocità discendeva. Pensai che il primo scuotimento
mi gettasse dalla materassa; ma di poi fu più regolato il moto. Molti
furono i gridi mie, ma egualmente inutili, e guatando dalle mie finestre,
che Cielo e che nuvole veder non seppi. Intesi precisamente al disopra
della mia testa uno strepito somigliante a uno sbattimento d’ale, e
solo allora cominciai ad accorgermi dell’orribilità della mia
situazione. Indovinai che un’Aquila preso avea nel suo rostro
l’anello della mia cassetta, con disegno di lasciarla cadere sopra una
rupe, come una testuggine nella sua scaglia, e dappoi trarne il mio corpo
per divorarlo: Essendo che, è sì ammirabile l’odorato di
quest’animale, ch’ei sente la sua preda in una distanza assai grande
quando anche più nascosta ella fosse che non l’era io, infra tavole
che non aveano di grossezza due pollici.
Alcuni momenti dopo intesi che lo sbattimento d’ale più ingagliardiva,
e vidi chiaro che il cassettino alzava ed abbassava continuamente.
Parvemi che l’Aquila, (poichè non ho mai potuto togliermi dalla
fantasia, che una non ne fosse, che nel suo rostro tenesse l’anello del
cassettino,) fosse incalzata da qualche altro uccello; e di là a un
instante osservai che io perpendicolarmente cadeva, ma con una rapidità
sì portentosa, che mi sentivi di gia sfiatato. La mia caduta, poco più
o meno, durò un minuto, e allora il cassettino poggiò sulla superficie
del mare, e fecevi, in cadendo, un sì enorme fracasso, quanto quegli
della cateratta di -Niagara-; dopo di che, per lo spazio d’un altro
minuto mi trovai fra le tenebre, ed indi il cassettino cominciò a
riaversi tanto, che potei verso l’alto delle mie finestre ravvisar
lume. Senz’altro mi accertai che io era caduto nel mare. La cassetta
pel peso del mio corpo, ed eziandio per quello degli arnesi che ella
conteneva, e per le lamine di ferro ond’era armata ne’quattr’angoli
all’alto, e al basso perchè ne fosse la struttura più forte,
ondeggiava nell’acqua, profondatavi per cinque piedi. Pensai allora,
come al presente il penso, che l’Aquila, volandosene col mio
cassettino, stata fosse assalita da due, o tre altri uccelli della
medesima, o d’una diversa spezie; e che tentando difendersi contro ad
essi, che probabilmente voleano la loro parte della preda, fosse stata
costretta di laciarmi cadere. Le lamine di ferro fitte sull’inferior
tavola del cassettino, come le più massicce, mantenuto aveano
l’equilibrio nell’atto della caduta, e impedito che l’urto
dell’acqua nol mettesse in pezzi, e oltracciò, egli era sì ben
connesso, e chiuso da tutti i lati, che pochissimo mare vi entrò. Fu non
picciolo lo stento mio per togliermi dalla materassa, dopo di aver avuta
la cautela di prima ricevere alquanto d’aria fresca, onde estremamente
io bisognava, pel finestrino, con tal intento già stato fatto al di
sopra del mio Studiolo.
Quante volte allora desiderato non mi sono presso la mia cara
-Glumdalclitch-, da cui m’era allontanato per un’ora sola: E ben
posso realmente dire, che nel forte de’propj miei infortunj, non potei
di meno di compiagnere la povera mia Nutricina, e d’essere sensibile
a’crepacuori che probabilmente stava per cagionarle la mia perdita.
Pochi forse rinvengonsi Viaggiatori, che si sieno abbattuti in
congiuntura così sgraziata come la mia; aspettando io a cadaun momento
di scorgere messo in pezzi il mio cassettino, o inghiottito da’flutti.
Ella era spedita per me se una menoma parte delle mie invetriate si
spezzava. Vidi che entrava l’acqua per molte picciole fessure, che
procurai di turare alla meglio, ed ebbi la sorte di ben riuscirvi. Con
tutto questo, era molto deplorabile lo stato mio: o a buon’ora, o
tardi, non poteva non abissarsi il mio cassettino, e quando pure da un
risico, tale fosse egli stato esente, il freddo, e la fame, dovevano,
senz’altro, farmi morire. Per quattr’ore continue mi son trovato in
sì lagrimevoli circostanze, attendendo, e per ispiegarmi nel vero senso,
bramando che cadaun instante fosse l’ultimo del mio vivere.
Ho già instruiti i miei Leggitori, che a quella parte del cassettino ove
non vi era finestra di sorta, aveavi annessi due poderosi ritegni,
ne’quali colui che mi portava andando a cavallo, avea l’attenzione di
passare un centurione di cuojo, ch’ei poscia affibiava d’intorno a
se. Nel mezzo delle mie angustie, sentii, o per lo meno credei di
sentire, verso la parte de’ritegni mentovati, qualche strepito, e un
momento dopo m’immaginai che il cassettino tratto fosse sul piano del
mare; mercè che di tempo in tempo io sentiva che l’onde percuotevano
le mi finestre, nella giusa stessa che un Vascello in viaggiando, fonde
l’onde medesime. Ristettè in me allora un raggio tenuissimo di
speranza; tutto che per anche non concepissi la possibilità della mia
salvezza. Levai le viti che univano al solajo uno de’miei sedili, e
poscia feci alla meglio perchè il sedile saldo al di sotto della
picciola tavola che io testè aperta avea; dopo di che vi montai sopra,
ed avendo avvicinata la bocca al finestrino quanto potei, mi messi
fortemente a gridare, e in tutte le lingue che mi erano cognite. Indi a
un bastone, che per ordinario io aveva meco, appesi il mio fazzoletto,
che cacciai fuori del finestrino a foggia di banderuola, girandolo, e
rigirandolo molte volte, affinchè in caso che qualche Vascello, o
qualche schifo vicino ivi fosse, potessero i Marinaj indovinare che nella
cassetta stavavi rinchiuso qualche sgraziato mortale.
Per quanto mi pareva, tutti i miei schiamazzi, e tutti i miei segnali non
furono nè veduti, nè intesi; ma non ostante, chiaro ravvisai, che il
cassettino ad essere tratto continuava. Un’ora dopo, quella parte del
cassettino ov’erano attaccati i ritegni, ed ove non erano finestre,
urtò in qualche cosa di consistente. Temetti che non fosse una roccia; e
più che prima io sentiva le scosse. Al di sopra della cassetta intesi
distintamente uno strepito somigliante a quello d’una fune che traesi
per un anello. Vidi allora che la cassetta insensibilmente sorgeva; e che
prima di fermarsi, era più alta di tre piedi che per laddietro. In tal
caso ricominciai a nuove spese a chiamar ajuto, e a vogliere il mio
fazzoletto; e un grido, che molte voci rimescolate insieme rendevano
confuso, mi servì di risposta, e mi cagionò un trasporto tale di gioja,
che solo da chi il saggiò può essere conceputo. Un istante dopo, sentì
camminare sulla mia testa, e qualcuno gridando pel finestrino ad alta
voce in -Inglese-: -Se vi sta alcuno qui abbasso che parli-. Immediate
risposi, che io era un -Inglese- confinato dalla spietata mia sorte nella
più spaventevole constituzione in cui ma i siasi trovato uomo; e che io
pregava per tutto ciò che essere può valevole a muovere a compassione,
di trarmisi da quel carcere. Replicò la voce che io nulla avea a temere,
poichè la cassetta era attaccata al loro Vascello; e che ben presto
sarebbe venuto il Falegname per farvi al di sopra un buco, bastevolmente
capace per estrarmivi fuori. Risposi, che ciò era inutile, e bisognava
di molto tempo; che era ben meglio che alcuno de’Marinaj mettesse un
dito nell’anello, e così togliesse il cassettino dal mare, per riporlo
poscia nel camerino del Capitano. Un linguaggio di questa fatta feci
credere a chi l’intese, che io vaneggiassi; ma taluno di coloro si mise
a ridere di buon gusto; dovendo io con mia vergogna confessare, che io
non badava di ritrovarmi allora fra uomini di mia forza, e di mia
statura. Venne il Falegname, e in pochi minuti formò un’apertura di
quattro piedi in quadro; fecevi poscia passare una picciola scala, sulla
qual montai per rendermi nel Vascello.
Stordiva all’ultimo segno l’Equipaggio tutto, facendomi mille
quistioni, alle quali tuttavia non sentivami di dare risposta. Dal canto
mio non restai men attonito nel ravvisare tanti Pigmei: tali eglino
sembrandomi, per essere stato sì lungo tempo accostumato a non vedere
che mostruosi oggetti. Ma il Capitano, che appellavasi -Tommaso
Vvilcolks-, uomo generoso, ed obbligante, osservando che io veniva meno,
mi prese nel suo Camerino, mi recò un Cordiale per guarentirmi da uno
svenimento, e corcar mi fece nel proprio suo letto, affinchè col riposo
alquanto mi ristorassi; e certamente ne avea io un gran bisogno. Prima
però di effettuarlo, diedi gli a conoscere che nel mio cassettino
esistevano alcune robicciuole che mi farebbe spiaciuto di perdere; e fra
l’altre, una buona picciola materassa, un galantissimo letto da
Campagna, due sedie, una tavola, ed uno studiolo. In oltre; che la
cassetta stessa da tutti i lati era foderata di bambagia, e di seta; e
che s’ei si compiaceva di farla trasferire da qualcuno de’suoi
Marinaj nel suo Camerino, gli avrei mostrato quant’io dicevagli, ed
altre cosucce altresì. Intesisi dal Capitano somiglianti assurdi, che io
sognassi ei credè. Con tutto ciò, (a quel che ne penso, per
acquietarmi,) mi promise di darvi l’ordine; e portatosi sul Cassero,
fece scendere alcuno de’suoi nel cassettino, e toglierne, come di poi
il trovai, tutto ciò che di buono entro aveavi; ma i sedidi e lo
studiolo, essendo uniti con madreviti al solajo, restarono non poco
danneggiati dall’ignoranza de’Marinaj, che vollero a forza di braccia
levargli. Veduto ch’ebbero non esservi più cosa che meritasse a
ricuperarsi, lasciarono andar al mare il cassettino, il qual essendo
aperto in diversi luoghi, guari non istette a sprofondarsi. E, per vero
dire, molto gradì di non essere stato testimonio di vista di quello
spettacolo, che mi avrebbe rinnovata la più infausta, e la più
angosciosa memoria.
Dormì alcune ore, ma d’un sonno ad ogni instante turbato dalla
meditazione del luogo ond’era io uscito, e de’pericoli che aveva
scorsi: Nulladimeno, destato che fui, mi trovai assai meglio. Erano
allora circa le ore otto della sera; e poco dopo il capitano ordinò che
si servisse la cena, credendo ei già che io avessi pranzato da molto
tempo. Fu assai benigna la conversazione di lui; e rimasti noi soli, ei
mi pregò di fargli la relazione de’miei viaggj, e di narargli per qual
accidente in quell’enorme macchina di legno trovato mi fossi. Dissemi,
che verso il mezzo giorno, risguardando col cannocchiale, avea scoperta
la mia cassetta, e che immaginandosi che fosse un Vascello, formato avea
il disegno di procurar di raggiugnerlo, con la speranza di provvedersi di
poco biscotto, onde cominciava a penuriarne il suo bastimento: Che
nell’accostarsi; si era accorto del proprio errore, ed avea inviato lo
schifo per sapere ciò che galleggiasse sull’acqua: Che le sue genti se
n’erano ritornate assai attonite, giurando di aver veduta una casa
fluttuante: Che egli beffatosi della follia loro si era messo in persona
nello schifo, avendo prima dato ordine di riporsi nello schifo stesso un
buon cavo: Che essendo il mare in bonaccia, con l’ajuto de’remi avea
egli molte volte fatto il giro della mia cassetta, e considerato le mie
finestre: Che avea ravvisati due ritegni da una parte che era tutta di
tavole, senza aperture di sorta che dessero passaggio al lume: Che avea
allora comandato a’suoi Marinaj d’accostarsi col Caicco a quella
parte stessa, di assicurar il cavo ad uno di que’ritegni, e poscia di
tirar la Cassa, (così ei chiama va la) fin al Vascello. Compiuta tal
opera, ordinò che si raccomandasse un’altra fune all’annello che
stava fitto al di sopra del cassettino, e che il si levasse con
carrucole; il che quegli uomini eseguir non poterono che per due o tre
piedi. Mi disse che ben gli era caduto sotto l’occhio il mio bastone, e
il mio fazzoletto; e che aveane conchiuso che in quella sì strana spezie
di prigione, se ne stesse rinchiuso qualche sventurato. Gli dimandai, se
verso il tempo onde io era stato discoperto la prima volta, egli, o
alcuno de’suoi, veduti avesse alcuni uccelli d’una prodigiosa
grandezza nell’aria? La sua risposta fu, che parlando su questo
proposito co’suoi Marinaj in tempo che io dormiva, uno d’essi gli
disse di aver osservate tre Aquile che volavano verso il Ponente; ma che
non vi avea fatta riflessione se fossero maggiori delle Aquile ordinarie;
il che, alla prodigiosa altezza, ond’elleno si trovavano, attribuisco:
ed egli indovinar non potè il motivo d’una tale mia interrogazione.
Saper poscia volli dal Capitano, in quale distanza da terra ei credeva
d’essere: disse, che secondo la sua opinione, n’eravamo, per lo meno,
a un centinajo di leghe. Gli protestai che egli prendeva abbaglio almeno
per la meta; poichè non erano che due ore che io lasciato avea il Paese
onde io veniva, quando cadei nel mare. Questa risposta fecegli di nuovo
credere che avessi la fantasia stravoltra; il che bastevolmente ei diede
a conoscere, dicendomi che me ne andassi a dormire in uno stanzino
fattomi di già allestire. L’assicurai che la sua conversazione più mi
giovava del riposo che prendere potessi; e che per altro io mi rinveniva
nel mio buon senso, che non l’era mai stato per tutta la mia vita. Egli
allora con un suono di serietà, mi dimandò in confidenza, se forse io
avessi lo spirito intorbidito dal rimorso di qualche misfatto orribile,
per cui, per ordine di qualche Principe fossi stato punito, coll’essere
rinchiuso in cassa, e gettato in mare, nella guisa che in altri Paesi,
entro una barchetta, senza provvisioni di sorta, espongonfi i criminosi
di prima classe alla discrezione dell’onde? Soggiunse; che non ostante
che gli spiacesse che il suo Vascello servito avesse di asilo a uno
scellerato, impegnavasi nulladimeno di mettermi sano e salvo a terra nel
primo Porto che afferrato avessimo. Aumentavano i suoi sospetti, ei
proseguiva, da non so quali discorsi assurdi che io da prima tenuti avea
co’Marinaj, e poscia con lui medesimo; ed eziandio dalla tetra mia
aria, e da’torbidi miei atteggiamenti.
Il supplicai di soffrire il racconto della mia Storia; il che eseguì con
la più esatta fedeltà, dalla mia partenza dall’-Inghilterra-, perfino
al momento ch’egli mi avea discoperto. E come la verità possiede
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