traverso, e cacciò la mia testa nella sua bocca; il che mi fece gittar
gridi sì spaventosi, che atterrito il bambino mi lasciò cadere, e
certamente mi sarei rotto il collo, se la Madre non avesse allargato
sotto di me il suo grembiule. La balia, per acquietare il bambino, si
valse d’un sonaglio, il qual era una spezie di vase voto, riempiuto di
grosse pietre, e appeso con una fune alla metà del corpicciuolo di lui.
Ma ciò nulla valse, cosicchè fu ella obbligata di ricorrere
all’ultimo de’rimedj, che era di presentargli la poppa. Confessar
deggio che a’miei giorni non ho mai veduto un oggetto più
mostruosamente disaggradevole, quanto quegli che allora si affacciò
a’miei sguardi: Ma voglio risparmiare a’miei Leggitori una
somigliante descrizione, e in sua vece rendergli piuttosto partecipi
d’una riflessione statami inspirata da una sì laida, ed enorme
comparsa. La pelle, diceva io fra me stesso, delle nostre Dame
d’-Inghilterra-, sembraci bellissima: ma non avverrebbe ciò forse,
perchè queste Dame non sono più grandi che noi, e perchè non
ravvisiamo la pelle loro col microscopio; il quale ci convincerebbe che
la più bianca, e più lisciata carnagione, non è in sostanza che una
piallata masse di sporchi colori?
Ricordomi che in tempo che io mi trovava a -Lilliput-, le carnagioni
degli Abitanti mi sembravano la più bella cosa del mondo, e che
quinstionando su questo punto con un uomo di spirito del Paese,
intimissimo amico mio, ei mi disse, che il mio volto gli compariva assai
più vago, e più pulito, quand’ei mi risguardava da terra, che quando
collocato in mia mano, poteva considerarmi da più vicino. Confessommi,
che egli allora raffigurava molto pertugiato il mio mento; che i peli
della mia barba erano più irsuti che le setole d’un cignale; e che la
mia carnagione era composta di molti colori ingratissimi: tutto che non
vanamente io possa dire che le mie sembianze sieno così avvenenti, come
il sono quelle de’più degli uomini del mio paese; e che il mio
colorito così abbronzato non sia, come il dovrebbe, a cagion de’miei
viaggi. D’altra parte, parlando delle Dame della Corte di -Lilliput-,
ei mi disse più volte, che l’una avea delle rossicce macchie;
l’altra troppo grande la bocca; un’altra il naso mal fatto; cose
tutte ond’era impossibile che io mi avvedessi. Ingenuamente confesso
che son naturalissime cotali riflessioni; e che chi legge avrebbe ben
potuto farle senza di me. Con tutto ciò non potei trattenermi dal
fargliene parte, temendo che ei non s’immaginasse che realmente più
difformi, che noi, fossero quelle vaste Creature: poichè per rendere
loro la dovuta giustizia, è forza che io pubblichi ch’egli è un
Popolo assai ben formato; e in ispezieltà riguardo al mio Padrone; che,
comechè un Castaldo, i suoi delineamenti, non ostante,
proporzionatissimi mi parevano quand’io gli considerava in distanza di
sessanta piedi; che vale a dire, quand’io me ne stava a terra tutto
accosto di lui.
Alzati di tavola, andò il Padrone alla visita de’suoi Operaj; e per
quanto liquidarlo potei dalla sua voce, e dalle sue gesta, diede ordine
alla sua Sposa di aver buona cura di me. Estremamente io mi trovava
lasso, e una furiosa voglia di dormire mi tormentava. La mia Padrona, che
se ne avvide, mi adagiò sul propio suo letto, e mi ricoprì con un
fazzoletto bianco; ma più grande, e più massiccio della principal vela
d’un Vascello di guerra. Dormj due ore, più o meno, sognando di
starmene in mia casa con la moglie, e co’miei figliuoli; il che
accrebbe al doppio la mia maninconia, quando risvegliatomi, mi rinveni,
solo, in un vasto Appartamento che stendevasi per dugento, o trecento
piedi; e la cui altezza superava i dugento. Era già uscita la Padrona in
attenzione de’suoi domestici affari, e dietro di se avea chiusa la
porta della mia stanza. Otto verghe da terra era alto il letto; e
stimolato da qualche necessità, avrei ben voluto scenderne, ma non ardj
di chiamar persona; mercè che i miei gridi sarebbero stati inutili, e
certamente non giunti alla Cucina, ove stavasene rutta la Famiglia. Nel
frattempo di quest’imbroglio, due topi si rampicarono sul cortinaggio,
e dando del naso da per tutto, corsero da una parte all’altra. Venne un
d’essi fin sulla mia faccia, e mi cagionò uno spavento orribile. Più
che di fretta mi levai, e sguainai la spada per difendermi. Così
temerarie furono quelle prodigiose bestie, che mi assalirono da due lati,
ed una insino mi saltò sul giubbone; ma prima che mi offendesse, mi
riuscì di fenderle il ventre. Cadde ella a’miei piedi; e l’altra,
scorto il destino della camerata, se ne fuggì, ma non senza riportare
una buona ferita al di dietro. Compiuta l’impresa; per rimmettermi
dallo sbigottimento, e dal disagio, mi si misi a spasseggiare da un capo
all’altro del letto. Erano que’topi del taglio d’un Alano
-Inglese-, ma infinitamente più agili, e di maggior fierezza: cosicchè
se innanzi di mettermi a dormire deposta io avessi la mia spada,
infallibilmenmente divorato mi avrebbono. Misurai il topo morto, e il
trovai di due verghe, men un pollice, di lunghezza.
Poco dopo entrò nella stanza la mia Padrona; e in vedendomi tutto
insanguinato, corse velocemente a me, e mi prese in sua mano: io ridendo,
e dando altri segni di allegrezza per farle conoscere che io non avea
alcun male, le mostrai il topo morto. Ella ne restò incantata; e
ingiunse a una fantesca che con le molli il prendesse, e gettasse dalla
finestra. Dopo ciò fui da lei collocato sopra una tavola, donde le feci
vedere la mia spada tutta sangue, che in un instante forbj, e rimisi nel
fodero. Io mi trovava incalzato da più d’una di quelle sorte di cose,
per le quali sono impraticabili le Proccure; e a tal effetto mi sforzai
di far comprendere alla Padrona, che io desiderava d’essere messo a
terra; il che eseguito, non permisemi il mio rossore di far altri
atteggiamenti, che di accennare l’uscio, e d’incurvarmi parecchie
volte. Mi comprese finalmente, tutto che con istento, la buona donna: mi
pigliò in sua mano, e mi mise a terra nel giardino. Per dugento verghe
mi staccai da lei; e fattole segno che mi risguardasse; e non mi
seguisse, mi nascosi fra due foglie di acetosa, e soddisfeci alla mie
necessità.
Lusingomi che il Leggitore benevolo mi terrà scusato, se talvolta io
insisto sopra particolarità di tal fatta; che tutto che poco
interessanti agli occhi del volgo ignorante, non lasciano tuttavia di
recare un nuovo grado di estensione alle idee, e all’immaginazione
d’un Filosofo. Oltracciò, mi sono spezialmente attenuto alla verità,
senza adornare il mio stile con le affettate vaghezze della menzogna: e
dir posso che tutte le circostanze di questo viaggio an formata una sì
viva impressione sopra di me, e sì profondamente si sono scolpite nella
mia memoria, che in istendendole in carta, veruna non ne ommisi che
alquanto fosse importante: Comechè dopo una esatta revisione ne abbia io
scancellati alcuni passi di minor momento, che già stanno registrati nel
primo mio esemplare; e ciò per timore d’essere importuno a’miei
Leggitori; timore, che, a quel che se ne dice, agitar dovrebbe la maggior
parte degli Autori di Viaggj.
CAPITOLO II.
Descrizione della figliuola del Fattor di Camgna. L’Autore è condotto
a una vicina Città, e di poi alla Capitale. Particolarità di questo
Viaggio.
AVea la mia padrona una figliuola di nov’anni, fanciulla, per la sua
età, amabilissima, che col suo ago operava qualunque cosa, e industriosa
a maraviglia nell’abbigliar la sua bambola. La madre, ed ella,
pensarono di accomodar la culla della bambola medesima pel mio uso nella
vicina notte; ed in fatti fu riposta la culla in una piccola cariuola
d’uno stanzino; e la cariuola sopra una tavoletta sospesa in aria, per
timore de’topi. Altro letto non ebbi per tutto il tempo che dimorai in
quella casa; benchè, dopo di aver alquanto appresa la lingua del Paese,
e subito che sui in istato di saper chiedere in qualche modo il mio
bisogno, più adagiata renduta io l’abbia. Era sì esperta quella
giovinetta, che dopo d’sermi tolti, in presenza di sei, due, o tre
volte i miei vestiti; potè ella esser capace di spogliarmi, e di
rivestirmi; tutto che un tal fastidio io non le abbia mai recato, quando
volea lasciarmi fare da per me solo. Mi lavorò ella sette camiscie, ed
alcuni altri pannillini; i quali, comechè finissimi, erano tuttavia più
grossi, e più ruvidi d’un ciliccio; e sempre ella compiacevasi di
farne bucato con le stesse sue mani. Prese pure a suo conto
d’instruirmi della lingua del Paese: quand’io accennava qualche cosa
col dito, ella me ne diceva il nome, cosicchè in pochi giorni io avea
l’abilità di chiedere ciò che io volea. Era colei una ragazza assai
buona, che per anche non avea di altezza quaranta piedi, essendo piccola
a proporzion di sua età. Imposemi il nome di -Grildrig-; nome statomi
conservato dalla famiglia di lei, e per cui fui poscia riconosciuto per
tutto il Regno. Questo termine, spiega lo stesso che -Nannuculus-
de’-Latini-, che -Nanerettolo- degl’-Italiani-, che -Mannikin-
degl’-Inglesi-, e che -Mirbidon- de’-Francesi-. Principalmente a lei
io sono debitore della mia conversazione in quel Paese; non essendomi
giammai da lei separato per tutto il tempo del mio soggiorno. Io la
chiamava mia -Glumdalclitch-, o sia mia piccola balia. E certamente io
sarei il più ingrato di tutti gli uomini, se menzion non facessi della
tenerezza, e delle sollecitudini di lei a mio riguardo; desiderandomi con
tutta l’anima in condizione d’un adeguato riconoscimento; quando per
altro, secondo le apparenze, io non sono che il fatale, tutto che
innocente, strumento della sua disgrazia, Comincia vasi già nel vicinato
a parlar di me; sparsa essendosi la fama, che il mio Padrone avea
rinvenuto ne’suoi Campi uno straordinario Animale, della grandezza
d’uno -Splachnuk-, ma le cui membra tutte esattamente eran formate come
quelle d’una Creatura umana, ond’egli per sopra più in tutte le sue
azioni si rassomigliava; che ei parlava un picciolo linguaggio suo
propio; che appresi già avea alcuni termini della lingua del Paese;
camminava sopra le sue gambe; era piacevole, ad altresì domestico:
veniva quando si chiamava: facea tutto che si volea; le parti del suo
corpo erano le più graziose del mondo: ed avea una carnagione più
dilicata di quella d’una nobile fanciulletta di tre anni. Un altro
Fattore che abitava non troppo da noi discosto, e che era amico
intrinseco del mio Padrone, venne a fargli visita, con intenzione
d’informarsi della verità di questa Storia. Mi si fece immediate
comparire, e collocato sopra una tavola, ove su e giù me ne andava
spasseggiando secondo mi si ordinava, diedi mano alla spada, la rimisi
nel fodero, feci una riverenza a colui che ci visitava, chiesigli in sua
lingua come se ne stesse in sanità, e gli dissi che lui era il ben
venuto, co’precisi termini che la picciola mia Nutrice insegnati mi
avea. Colui, che era un vecchione, e che la vista troppo non gli serviva,
prese gli occhiali per meglio considerarmi; ed io confesso che la
singolarità d’un somigliante spettacolo strappommi uno scoppio di
ridere assai incivile. Ne conobbero i nostri il motivo, e nel tempo
stesso rinforzarono il giocondo schiammazzio, cosa, che ebbe a disgustare
quel vecchio pazzo. Passava egli per un avaro, e per mia disgrazia, pur
troppo un tal mal credito ei giustificò. Consigliò il mio Padrone di
far mostra di me come d’una rarità, in un giorno di Fiera nella Città
vicina. In ravvisandogli entrambi a lungo quistionanti insieme, e cogli
sguardi loro sovente a me indrizzati, temetti di qualche trama a mio
discapito, e nel mio timore mi parve pure di comprendere una parte del
loro discorso. Ma la seguente mattina -Glumdalclitch- mi racconto
fedelmente ogni cosa, di già informata da sua Madre. Misemi nel suo seno
la povera figliuola, e proruppe in lagrime tali che m’intenerirono.
Paventava ella qualche mio infortunio, e che qualche villanaccio
tenendomi fra le sue braccia non mi schiacciasse. Ell’avea in me
osservati alcuni delineamenti di nobile, e fiera modestia, e
bastevolmente era convinta che al segno maggiore mi sarei sdegnato, se
per denajo fossi stato mostrato a tutti, come un barattino. Disse il suo
Papà, e la sua Mamma promesso le aveano che -Grildrig- sarebbe suo; ma
che ben iscorgeva che farebbono come l’anno passato, che promessole un
Agnello, immediate che s’ingrassò fu venduto ad un Macellajo. Quanto a
me, protestar posso che mi trovava men inquieto della mia Balia, per una
tal nuova. Aveva io gia smarrita la speranza di ricuperare un giorno la
mia libertà, e per quello concerne il vituperio d’essere qua e là
condotto a guisa di mostro, riflettei che in quel Paese io era un
Forestiere, e che una tal disgrazia non potrebbe mai essermi rimprocciata
in -Inghilterra-, se mai ritornato me ne fossi; poichè per la trafila
medesima, o a buon grado, o a forza, passato sarebbe il Rè stesso della
-Gran-Bertagna-, se trovato si fosse nelle mie veci.
Secondo il consiglio dell’Amico, aspettò il Padrone il primo giorno di
mercato per trasferirmi in un cassettino alla vicina Città, non
prendendo seco lui che la picciola mia Nutrice. Era il cassettino chiuso
da tutti i lati, e non avea che una picciola porta, onde entrare, ed
uscire io potea, e alcuni piccioli buchi per respirazione dell’aria.
-Glumdalclitch- si era avvisata di riporvi il materasso del letto della
sua fantaccia, per coricarmivi. A dispetto di tal cautella, il viaggio,
che una sola mezz’ora durò, mi avea poco men che fracassato; mercè
che i Cavalli avanzavano quaranta piedi per cadaun passo, e trottavano in
maniera sì poco comoda, che un Vascello aggitato da una gran burrasca si
eleva, e si profonda molto meno di quel che faceva io ad ogni istante.
Aveavi dalla nostra casa alla Città vicina a un di presso tanta
distanza, quanto da -Londra- a -Sant’Albano-. Si fermò il Padrone
all’albergo suo ordinario, e dopo di aver consultato l’Oste, e fatti
alcuni necessarj apparecchj, nolleggiò il -Gruttrud-, o sia pubblico
banditore, per annunziare ad alta voce per tutta la Città, che
all’Osteria dell’-Aquilaverde- vi era a vedersi una Creatura
incognita; che questa Creatura non era per anche grande come uno
-Splacknuck-; (animale del Paese di circa sei piedi) e che in tutte le
membra del suo corpo rassomigliava ad un uomo; pronunziava molte parole,
e faceva mille gentillezze.
Fui adagiato sopra una tavola nella stanza principale dell’Osteria: la
quale stanza potea avere trecento buoni piedi in quadro. La picciola mia
balia stavasene sopra un basso sedile acosto della tavola, per aver
attenzione a me, e per ordinarmi ciò che far dovessi. Per issuggire la
calca, volle il padrone che io non fossi veduto che da trenta persone per
volta. Spasseggiai sulla tavola come m’imponeva la fanciulla; ella mi
fece alcune dimande che ben sapeva che io avrei capite, e risposi col
più alto tuono che mi fu possibile. Rivolto molte fiate agli Spettatori,
dissi loro che erano i ben venuti, gli accertai de’miei rispetti, e mi
servj d’altre frasi di già imparate. Presi un ditale riempiuto di
liquore che mi fu sporto dalla picciola mia nutrice in guisa di coppa, e
bevvi alla lor sanità. Trassi la mia spada, e schermj nell’aria, come
i Mastri di tal arte fanno in -Inghilterra-. Provvidemi -Glumdalclitch-
d’un bruscolo di paglia, con cui feci l’esercizio della picca, che
aveva io appreso nella mia giovinezza. In quel giorno si fece mostra di
me a dodici compagnie differenti; ed altrettante volte fui obbligato di
ricominciare l’esercizio medesimo, finchè mi trovava mezzo-morto e di
stanchezza, e di sbigottimento: poichè coloro che veduto mi aveano, sì
strane relazioni avean fatte di me, che il Popolo, per un motivo
d’interesse, stava sul punto di sforzare le porte. Non volle mai
permettere il mio Padrone che chiunque si fosse mi toccasse, se si
eccettui la fanciulla, e per prevenire qualunque inconveniente, si fecero
regnare d’intorno alla tavola delle panche in tal distanza, che era
impossibile l’arrivarmi. Con tutto questo, uno Scolaro briccone mi
lanciò alla testa una noccivola, e buona mia sorte fu, ch’ei non
colpì nel segno: perchè senz’altro mi avrebbe fatto saltar il
cervello, essendo grossa poco men che una zucca. Ma almeno ebbi il
piacere di vederlo molto ben villaneggiato, e poscia scacciato dalla
stanza.
Pubblicar fece il Padrone per tutta la Città, che il giorno di fiera
susseguente ei mi farebbe un’altra volta vedere, e nel tempo stesso
presesi la cura di allestirmi una vettura più comoda, e con gran
ragione; essendo che io mi trovava sì stracco del primo mio viaggio, e
di tutte l’altre galanterie che mi si fece fare per ott’ore continue,
che appena poteva io reggermi in piedi, e profferire parola. Bisognai di
tre giorni innanzi di rimmettermi, e come fosse un destino che in casa
stessa non dovessi avere un’ora di riposo: tutti i confinanti nostri,
per più di cento miglia d’intorno, renderonsi all’alloggio del mio
Padrone affine di vedermi, il che gran somme gli profittò. Così, tutto
che condotto non fossi alla Città, pochissimo si era il mio respiro
cadaun giorno della settimana, se non si mette in conto il Mercoledì il
qual era la loro Domenica.
Il Padrone, veduto il vantaggio che egli da me ritraeva, formo il disegno
di condurmi a tutte le più riguardevoli Città del Regno. Provvedutosi
del bisogno per un viaggio di lunga corsa, e regolati i suoi domestici
affari, prese congedo dalla sua Sposa li 17. Agosto 1703. due mesi, o
circa, dopo il mio arrivo. Ci mettemmo in cammino per la Capitale,
situata presso poco nel mezzo di tutto l’Imperio, e a più di mille
leghe dalla nostra Casa; portando il mio Padrone in groppa del suo
cavallo la figliuola -Glumdalclitch-. Mi aveva ella adagiato in un
cassettino, e teneva questo nel suo grembiuletto; e il cassettino
medesimo era stato guernito dalla buona fanciulla con un panno il più
morbido che riuscille di ritrovare; non dimentica pure del letto della
sua bambola, nè di quale altra cosa che, o necessaria, od aggradevole,
credeva ella dovermi estere. Tutta la nostra compagnia fu un sol ragazzo
della casa, il qual seguivaci a cavallo col bagaglio.
L’intenzione del mio Padrone si era di far mostra di me in tutte le
Città che incontreremmo in sul cammino, e di lasciare la strada maestra,
quando non si trattasse di fare che cinquanta o cento miglia per arrivare
a una Terra, o a un Castello di qualche gran Signore; sviamento,
ond’egli si lusingava di dover ricavarne qualche profitto; dopo di che,
di rimettersi sul sentiero della Capitale ei divisava. Non facevamo noi
che cenquaranta, o censessanta miglia per giorno: mercechè
-Glumdalclitch-, per compiacermi, si lagnò d’essere faticata dal
trottar del cavallo. A grado mio mi toglieva ella dal cassettino, per
farmi prendere l’aria, e veder il Paese. Passammo cinque, o sei fiumi,
più larghi che il Nilo, o il Gange; e pochi erano i ruscelli così
stretti, che il -Tamigi- al -Ponte- di -Londra-. Dieci settimane
consumammo in tal viaggio; ed io fui mostrato in diciotto gran Città,
senza annoverare i Villagj, le Castella, ed alcune case particolari. Il
venti e sei d’Ottobre alla Capitale giugnemmo, chiamata in loro lingua
-Lorbrulgrud-; cioè, l’-Ammirazione del mondo-. Il mio Padrone prese
ad affitto un Appartamento nella principale strada della Città vicino al
Palagio Reale, e fece spargere de’biglietti, che contenevano una esatta
descrizione della piccola mia persona. La stanza ove adunar doveansi gli
spettatori, si stendeva fra i trecento, e quattrocento piedi; e sopra una
tavola di sessanta piedi di diametro, cinta, in distanza di tre piedi
dalla sponda, di un palizzato per guarentirmi dal cadere dall’alto al
basso, doveva io rappresentar la mia scena. Dieci volte al giorno io era
visibile, con grande stupore, e compiuta soddisfazione del Popolo. Già
aveva io appreso l’alfabeto loro, e sapeva altresì valermi a
proposito, quinci quindi, di alcune frasi; imperocchè -Glumdalclitch-
avuta avea l’attenzione d’intuirmene, mentre ce ne stavamo in casa; e
pel corso di tutto il viaggio me ne avea ella continuate le sue lezioni.
Quasi sempre ella tenea in sua tasca un libricciuolo, il qual era poco
più grande che un Atlante di Sansone: quest’era una spezie di Trattato
per uso delle Donzelle, affine d’imprimer loro una compendiata idea
della loro Religione. Di cotal libro servivasi ella per farmi conoscere
gli caratterj, ed eziandio per inserirmi qualche intelligenza
de’termini.
CAPITOLO III.
L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di
Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maestà;
è alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende
l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.
IL fatigante esercizio a cui io me ne stava condannato ogni giorno, avea
alterata in poche settimane la mia sanità; e pareva che il profitto che
di me ritraevane il mio Padrone, non servisse che ad accendere le brame
di lui per un guadagno maggiore. Io non aveva più appetito, ed era
orribile la mia estenuazione. Se ne avvide il Castaldo; e conchiuso
avendo che per poco tempo potrei durarla, risolvette di non risparmiare
cosa veruna per conservarmi una vita sì idonea ad aumentargli una
fortuna, onde aveane egli goduto di sì felici principj. In tempo di tali
divisamenti, sopraggiunse uno -Slardral-, o Scudiere della Corte, con
ordine al mio Padrone d’immediate condurmivi, per ricrear la Regina, e
le Dame di lei. Talune di queste già erano venute a vedermi, e
raccontate aveano le più incredibili cose della mia bellezza, e del mio
spirito. Sua Maestà, e tutto il suo seguito, restarono incantati al di
là di qualunque esagerazione; ed io postomi ginocchioni, chiesi di aver
l’onore di baciar i piedi della Regina; ma la graziosissima Principessa
(collocato che io fui sopra una tavola,) mi stese il picciolo suo dito,
che strinsi fralle mie braccia, e sulla cui estremità, col rispetto più
profondo, applicai le mie labbra. Mi fece ella alcune generali
interrogazioni in proposito al mio Paese, e a’viaggj miei; ed io supplj
con le riposte così chiaramente, e in sì pochi termini, che mai ho
potuto. Mi dimandò se volentieri passerei la mia vita in sua Corte: io
feci un umilissimo inchino; e con un’aria tutta ossequio, dissi di
appartenere al mio Padrone, ma che se io fossi l’arbitro di me
medesimo, sarei troppo felice di poter consecrar la mia vita in servigio
di Sua Maestà. La Regina allora ricercò al Fattore, se egli
inclinerebbe a vendermi? Ei, che credeva che un solo mese camparla non
potessi, non vi fece troppa difficoltà; e la sua dimanda fu di mille
monete d’oro che sul fatto stesso sborsate gli furono; ed io osservai
che ogni moneta era prodigiosamente massiccia. Ricevutasi la somma, dissi
alla Regina, che poichè allora io era l’umilissimo schiavo di Sua
Maestà, le chiedeva in grazia che -Glumdalclitch-, la quale sempre con
tanta tenerezza avea avuta cura di me, ammessa fosse al servigio di lei,
e continuasse a servirmi di nutrice, e di Maestra. Mi venne accordata la
supplica, e non fu difficile il conseguirne l’aderimento del Fattore,
molto ben contento che sua figliuola fosse allogata in Corte: e la povera
ragazza medesima, dissimular non potè la propia allegrezza. Se ne andò
il Padre bramandomi qualunque sorta di felicità, e aggiugnendo ch’ei
mi lasciava in buona condizione: non risposi parola; e di fargli una
picciolissima riverenza mi contentai.
Del freddo mio contegno ben avvidesi la Regina; ed uscito che fu il
Castaldo della stanza, ne fui interrogato della ragione. Presi la
libertà di dire a Sua Maestà, che io a colui non aveva altra
obbligazione, che di non aver egli schiacciata una miserabile picciola
creatura come me, quando mi avea rinvenuto nel suo Campo: obbligazione
tale, onde io mi credea a sufficienza disimpegnato, pel profitto che egli
avea ritratto in mostrandomi a mille e mille persone, e pel prezzo che
testè avea ricevuto da Sua Maestà: Che la vita che io avea menata da
che egli mi possedeva, era stata così penosa, che ammazzar potea un
animale dieci volte più robusto di me: Che infinitamente la mia
complessione ne avea patito per la fatica continua di ricreare qualunque
genere di uomini in tutte l’ore del giorno: e che se il Fattore creduto
non avesse in pericolo il viver mio, Sua Maestà non mi avrebbe avuto sì
buon mercato: Ma che trovandomi allora sotto la protezione d’una sì
grande, e sì buona Regina, lo Stupore della Natura, la Maraviglia del
Mondo, l’Amore de’suoi Soggetti, e la Fenice della Creazione; io mi
lusingava che si troverebbe deluso il timore del mio Padrone, poichè in
me io già risentiva a rinvigorire una nuova vita, che dell’Augusta
presenza di lei era l’unico effetto.
Si era questi il preciso del mio discorso; in cui, non vi ha dubbio, ho
commessi molti errori di lingua, e m’incantai molte volte; ma
l’ultima parte fu onninamente dello stile di quella Nazione, per alcune
frasi che, in andando alla Corte, mi furono suggerite da -Glumdalclitch-.
La Regina ne pur badò a miei sbagli nella lingua; parve bensì sopra di
trovare tanto spirito, e sì buon senso in un animale cotanto picciolo.
Mi pigliò in sua mano, e portommi al Rè, che stavasene allora nel suo
Cabinetto. Egli, che era un Principe austero, e di serietà, non
discernendo molto bene la mia figura, con aria fredda, e di sussiego,
dimandò alla Regina da quando in qua ella dilettavasi degli -Splaknuck-?
essendo che, per razza di somiglianti bestie ei mi prendeva, in tempo che
corcato sul mio stomaco me ne stava nella destra mano di sua Maestà. Ma
la Principessa, infinitamente spiritosa, ed allegra, mi mise in piedi ad
alto d’uno studiolo, e mi ordinò d’informare io medesimo il Re di
cio che mi risguardava; il che eseguii in pochi termini: e
-Glumdalclitch-, che mi attendeva fuor della porta del Gabinetto, e che
mal soffriva di non avermi sotto l’occhio, introdotta che fu, confermò
quanto era avvenuto dopo il mio arrivo in casa di suo Padre.
Il Re, tutto che fatto avesse il suo corso di Filosofia, e che si fosse
dedicato con istudio alle Matematiche, avendo attentamente esaminata la
mia figura, e scorgendomi passeggiare, prima che io parlassi pensò
prendermi per un -Automato-, fatto per mano di qualche ingegnosissimo
artefice. Ma udita che gli ebbe la mia voce, e trovato che io discorreva
ragionevolmente, non pote occultare il proprio stupore. Il racconto da me
fattogli della maniera del mio approdare al Regno di lui, per niente
affatto il persuase, e crede che fosse una concertata favola tra
-Glumdalclitch- e il padre di lei, che mi avessero insegnate alcune
parole, e alcune frasi, affine di vendermi più caro. Un tal sofpetto
fecegli propormi alcune quistioni, alle quali in un modo assai sensato
sempre risposi, e senza diffetto di sorta, fuori d’un grand’imbroglio
nello spiegarmi, d’un cattivo accento, e di alcune espressioni villane
che in casa del Fattore io avea apprese, e che non erano del bell’uso
della Corte. Sua Maestà fece chiamare tre Professori, che allora,
secondo il costume del Paese, erano di settimana. Dopo di aver
que’Signori spiata per qualche spazio dell’alto al basso la mia
figura, furono di diversi pareri. Convennero solamente, che io non poteva
essere stato prodotto secondo le leggi regolari della Natura, perchè io
era privo del talento di poter conservarmi in vita, sia in volando per
l’aria, o in rampicando sugli alberi, o in iscavando in terra
de’buchi. Conchiuser eglino da’miei denti, che essi disaminavano con
grande attenzione, che io era un animale -carnivoro-, con tutto ciò
ignoravano quase stata fosse la mia nutritura; mercè che la maggior
parte degli animali a quattro piedi era troppo pesante per me; e le
talpe, del pari che alcune altre bestie, troppo leggiere. Secondo il loro
credere, non restavano che le lumache: ed alcuni altri insetti; e pur
ebbero la crudeltà di provar altresì co’dotti loro argomenti, che
d’un tal genere di alimento non poteva servirmene. Uno di quegli
Eruditi inclinava molto a credere che io fossi un Embrione, o al più un
aborto. Ma quest’opinione fu rigettata dagli altri due, i quali
osservarono che tutte le mie membra erano compiute, e perfette nel loro
taglio; e che, stanti gli contrassegni della mia barba, i cui pel i
distintamente ravvisavan essi con l’ajuto d’un Microscopio, io già
avea vissuti alcuni anni. A patto veruno non vollero riconoscermi per un
Nano, poichè inferiore a qualunque comparazione era la mia psccollezza:
essendo che il Nano favorito della Regina, il qual era il più picciolo
che si fosse veduto in quel Regno avea di altezza quasi trenta piedi.
Dopo molti dibattimenti, decisero di comun accordo, che io era solamente
-Relplum Scalcath-, cioè che i Latini chiamano -Lusus Naturæ-:
Definizione esattamente conforme alla nostra moderna Filosofia; i cui
Professori, sdegnando le -cause occulte-, colle quali i Discepoli
-Aristotelici- cercano vanamente di mascherare la loro ignoranza, hanno
inventato questo maraviglioso scioglimento di tutte le difficoltà, con
grande avanzamento delle umane conoscenze.
Dopo una sì autentica decisione, chiesi la libertà di dire due sole
parole. Rivoltomi verso del Re, assicurai Sua Maestà che io veniva da un
Paese abitato da molti milioni d’uomini de’due sessi, e tutti della
mia statura; che gli Animali, gli Alberi, e le case, vi erano nella
proporzione medesima; e che per conseguenza io era del pari capace di
difendermivi, e di trovarvi la mia sussistenza, che verun altro suddito
di Sua Maestà nel suo Paese: e mi sembrò che una tale risposta fosse
sofficiente per confutare gli argomenti di que’Signori. Non replicarono
eglino che con un sorriso disprezzante; dicendo che io egregiamente avea
ritenuta la lezione statami dettata dal Fattor di Campagna. Il Re, che
era dotato d’uno spirito più penetrante ch’essi non l’erano, dopo
di aver licenziati i suoi Savj, fece cercare il Castaldo, che per buona
sorte non era per anche uscito di Città lo inquisì da principio da solo
a solo: il confrontò poscia con -Glumdalclitch-, e con me; e corne non
traballammo nelle risposte, cominciò a credere, che dir vero noi
ponessimo. Pregò egli la Regina di dar ordine che si avesse buona cura
di me, e credè ben fatto che la picciola mia balia continuasse a
starsene meco, giacchè si era accorto che assai ci amassimo
scambievolmente. Se le assegnò nella Corte un agiato appartamento, una
Governatrice che avesse l’impegno dell’educazione di lei, una serva
per abbigliarla, e due servidori per ubbidirle; ma quanto a me io era
onninamente affidato alle sue sollecitudini. Comandò la Regina che sul
modello di mio piacere, e di quello di -Glumdalclitch- mi si lavorasse un
cassettino, perchè mi valesse di camera da letto. L’Operajo che vi
s’impiegò, essendo espertissimo, in men di tre settimane mi fabbricò
una stanza di sedici piedi in quadro, e di dodici in altezza con finestre
invetriate, una porta, e due stanzucce. Potea la fronte del cassettino,
col mezzo di due ganghesi, alzarsi ed abbassarsi, affine di riporvisi un
letto, che l’Arziere di Sua Maestà teneva di già allestito, e che
-Glumdalclitch- si compiaceva di preparare ogni giorno colle proprie sue
mani. Un Artefice, che si era renduto famoso per la sua industria di
lavorare in picciolo, imprese di costruirmi due sedili cogli schienali
loro, e colle altre attenenze tutte, d’una materia rassomigliante di
molto all’avorio, e due tavole con uno studiolo per qualunque mio uso.
Era la camera imbottita da tutte le parti, insino il tetto, e il
frontispicio, a cautela delle disgrazie quali si fossero, e che avvenir
potevano per la negligenza, o balorderia de’portatori; e affinchè io
men mi risentissi dello scuotimento in andando in cocchio. Dimandai che
la mia Camera fosse serrata a chiavi, perchè i Topi, ed i Sorcj entrare
non ci potessero. Dopo molti esperimenti, un Operajo fu sì perito, che
travagliò la più picciola serratura che siasi mai veduta in quel Paese;
avendo io conosciuto in -Inghilterra- un Gentiluomo, che ne avea una più
grande all’uscio della sua Casa. Feci quanto potei per mettere la
chiave nella mia tasca, per timore che -Glumdalclitch- non la perdesse.
Diede por ordine la Regina, che si facessescelta della più fina seta
pe’miei panni, e questi panni non erano gran fatto più grossi delle
nostre coperte da letto in -Inghilterra-; dovendo io confessare che durai
una estrema fatica per avvezzarmi vi. Erano i miei vestiti tagliati alla
moda del Paese, la quale in sè stessa ha qualche cosa di decente, e
ritiene una spezie di mezzanità fra la maniera dell’abbigliarsi
de’-Persiani-, e quella de’-Chinesi-.
A poco a poco prese la Regina tanto piacere della mia conversazione, che
ella più non poteva andar in tavola senza di me. Io avea una picciola
mensa collocata su quella, alla quale pranzava Sua Maestà, ed un sedile.
Stavasene -Glumdalclitch- in piedi al mio canto per servirmi, e averne
cura. I piatti, ed i tondi di mio servigio che erano d’argento, in
comparazione di quel della Regina, non eccedendo la grandezza di quegli
che in tal genere vidi a -Londra- in una bottega, che servia
d’addobbamento in una casa di fantoccia. La picciola mia balia avea
l’attenzione di tenergli in sua tasca entro una scatola d’argento,
recandomegli a misura del bisogno, e pulendogli ella medesima. Mangiavano
con la Regina le sole due Principesse Reali; la maggiore di cui contava
gli anni sedici di età, e tredici anni, e un mese la minore. Era solita
Sua Maestà di porre sopra un de’miei piatti un pezzo di carne,
ond’io poscia ne trinciava il bisogno, ed era un gran suo diletto di
vedermi mangiare col sopraffine della delicatezza: mercè che ella, che
era una mangierina, gonfiava in una sola volta la sua bocca con quanto
dodici bifolchi -Inglesi- divorar potrebbono in tutto un pasto; il che mi
riusciva uno spettacolo assai molesto. Per esempio, un’ala di Allodola,
con tutte le sue ossa, servivale per una sola boccata, e pure quest’ala
era più grande nove volte del più grosso Gallo d’Indie fra noi. Al
talento mangione di lei esattamente si proporzionava quello del bere.
Stabilita costumanza di quella Corte si era, che ogni Mercoledì, (che,
come già l’avvertii, passava colà come presso di noi la Domenica,) la
Regina, e tutta la Famiglia d’entrambi i sessi, pranzassero col Re
nell’Appartamento di lui. Io già di molto mi era innoltrato nella
buona grazia di quel Monarca il quale ogni Mercoledì faceami collocare
al sinistro suo lato, accanto d’una delle saliere; laddove negli altri
giorni, il mio posto si era alla man sinistra della Regina. Compiacevasi
assai il Principe d’intavolarmi quistioni sopra gli usi, la Religione,
le Leggi, e le Scienze de’Popoli dell’-Europa-, ed io tutto faceva
per contentare sopra questi punti la sua curiosità. Per quanto oscure
che naturalmente parer gli dovessero alcune cose, ei non ostante, con
estrema facilità le comprese, e maturamente profondo a qualunque mio
racconto ben riflettè. Ma non posso non confessare, che essendomi
allargato alquanto sul proposito della mia cara Patria: sopra il nostro
commerzio; i nostri scismi in fatto di Religione, e le nostre fazioni
dentro lo Stato, i pregiudizi dell’educazione ebbero sopra lui tanta
forza, che prendendomi sulla sua destra mano, e gentilmente
accarezzandomi con l’altra, ritenersi non potè dall’interrogarmi con
uno scopio grande di ridere, se io era -Vuhig-, o -Tory-? Rivoltosi di
poi al primo suo Ministro, che dietro di lui se ne stava in piedi col
bianco suo bastone in pugno, meditò quanto spreggevoli fossero le umane
grandezze, giacchè minuti insetti, qual mi era, tentavano di aspirarvi:
e pure, egli diceva, ardirei di scommettere che quest’insetti hanno i
lor titoli d’onore, che hanno piccioli nidi, e tane, che essi
intitolano Palagi, e Città, e che affettano splendidezza nelle loro
vestimenta, e ne’lor equipaggj; che amoreggiano, che combattono, che
disputano, che s’ingannano, che si tradiscono. Sul tuono medesimo
continuò egli per qualche tempo; ed io non saprei esprimere la mia
indignazione, nell’intendere un discorso, onde la Patria mia,
l’Augusta, la Maestra delle Arti e delle Scienze, il Soggiorno della
verità, e della Virtù, e dell’Onore, e l’Oggetto
dell’Ammirazione, e dell’invidia di tutto l’Universo, fosse sì
crudelmente vituperata.
Ma come, da una parte, io non era molto in istato di vendicare
somiglianti ingiurie; dall’altra, dopo di averci ben pensato, a dubitar
cominciai se veramente fossi stato ingiurato, o nò. Essendo che, dopo
d’essermi per alcuni mesi accostumato alla vista, e alla conversazion
di quel Popolo, e di aver osservato che ogni oggetto, che io risguardava,
trovavasi in una esatta proporzione di grandezze con tutti gli altri;
l’orrore che io avea conceputo da prima, si era talmente dileguato, che
se allora veduta avessi una truppa di Signori, e di Dame -Inglesi- in
tutte le loro pomposità, e in tutte le affettate loro maniere che la
pulitezza prescrive, per vero dire, patita avrei una violenta tentazione
di ridere di essi di sì buon gusto, come il Re ed i Grandi di sua Corte
il facevan di me. Ciò che vi ha di certo si è, che poco poco vi volea
che io medesimo non mi rinvenissi ridicolo; quando la Regina, mettendomi
sopra la sua mano rimpetto ad uno specchio ove io poteva interamente
vederci emtrambi, accorgere mi faceva della sterminata nostra
sproporzione.
Nulla più acutamente mi punse, nè maggiormente mi mortificò, quanto il
Nano della Regina; il quale effendo di una piccolezza senza esempio nel
Paese, (e per verità, non arrivava affatto alla misura di trenta piedi,)
in tal modo insolenti, scorgendomi una creatura così menoma in confronto
di lui, e che gli affettava di risguardarmi dal di sopra al di sotto,
quando nell’Anticamera della Regina passava accosto di me, e in tempo
che io stava collocato sopra una tavola a disputare co’Signori, e colle
Dame della Corte; ed ei non trascurava altresì opportunità veruna di
motteggiarmi, del che io procurava di ritrarne vendetta, col chiamarlo
-Fratello-, collo sfidarlo, e con altre maliziosette furfanterie, che
sono ordinarie ne’-Paggj-. In tempo di pranzo un giorno, fu sì piccato
il picciolo briccone che non so che che io gli avea detto, che presomi
pel mezzo il corpo, in tempo che a tutt’altro io badava che a una
somigliante imminente disgrazia, mi lasciò cadere in un gran cattino
d’argento empiuto di fior di latte, dopo di che se ne fuggì come il
vento. Sprofondai in quella bianca sostanza perfino al di sopra delle
ciglia: e se non fossi stato un buon nuotatore, avrei corso un gran
risico d’affogarmi; poichè in quell’instante -Glumdalclitch- si
trovava all’altra estremità della Camera, e sì spaventata per la mia
caduta fu la Regina, che non ebbe prontezza di spirito per soccorrermi.
Ma la mia Nutricina ben presto accorse, e mi tolse dal Catino, dopo che
io avea ingojato più d’un boccale di fior di latte. Fui posto a letto,
ma lode al Cielo i soli miei vestiti, interamente guastati, asciugarono
quella burrasca, non essendo accaduto alla mia persona male di sorta.
Molto bene restò stregghiato il Nano; e per maggiore mortificazione di
lui, fu costretto a tracannare il fior di latte tutto, in cui egli mi
avea gittato. Ma d’allora innanzi più egli in grazia non rientrò,
avendolo la Regina regalato di poi a una Dama della prima qualità,
cosicchè nol vidi mai più, cosa che assai mi piacque, perchè io non so
esprimere fin a qual segno mi avrebbe trasportato il livore che io
nutriva contra quel malizioso ribaldello.
Ei già per l’addietro aveami praticato un disobbligante scherzo, che
molto fece ridere la Regina, tutto che: se ne restasse ella nel tempo
stesso sì disgustata, che sul punto scacciato l’avrebbe, se io
medesimo non avessi avuta la generosità d’intercedere per lui. Sopra
il suo tondo, la Maestà Sua aveva preso un osso empiuto di midolla; e
toltane questa, rimesso avea ritto nel piatto l’osso medesimo nella
situazione stessa ond’egli era da prima. Il Nano, che avea aspettato di
far il suo colpo in tempo che -Glumdalclitch- se n’era gita alla
Credenziera, montò sul sedile di lei, mi pigliò nelle sue due mani, e
unendo insieme le mie due gambe, mi collocò perfino al ventre
nell’osso votato della midolla, ed ove, negar non si può, io faceva
una figura sovranamente ridicola. Credo che scorso siasene un buon
minuto, innanzi che niuno sapesse ciò che fosse accaduto di me;
imperocchè mi sembrava una mia viltà se gridato avessi. Ma come i
Principi di rado mangiano caldo, le mie gambe nulla patirono; e non vi
ebbe che le mie calze, e i miei calzoni, che la nuova foggia
dell’Avventura pagarono. A mia intercessione se la passò il Nano con
un solo buon carico di bastonate.
Mi motteggiava spesissimo la Regina in proposito alla mia timidezza: ed
era solita di dimandarmi se i miei Compatriotti sossero sì gran poltroni
come me? eccone l’incontro.
In tempo di State, le mosche di quel Regno sono furiosamente tormentose;
e questi odiosi insetti, che tutti sono del taglio delle nostre Allodole,
col loro continuato ronzio d’intorno alle mie orecchie, non mi
lasciavano momento di quiete nel frattempo del mio pranzare. Talvolta si
adagiavano sulla mia pietanza; ed erano eziandio sì impertinenti, che vi
facevano le lordure loro; cosa che, per vero dire, in vedendola, non
riusciva troppo saporosa per me, ma che i Naturali del Paese ravvisarla
non potevano, poichè i lor occhj non erano sulla forma de’miei, per
iscorgere oggetti così minuti. Alcune fiate si posavano sul mio naso,
oppure sulla mia fronte, e mi pugnevano perfino al vivo; lasciandovi
sempre de’marchj di quella vischioso materia, a cui elleno son
debitrici della facoltà di camminare con la testa in giù sul
frontispizio di qualunque corpo, come dicono i Naturalisti. Era
indicibile il mio fastidio per difendermi da que’sozzi animali; e non
potea di meno di stranamente agitarmi quando essi calavano sulla mia
saccia. Una delle ordinarie malizie del Nano si era, di afferrare in sua
mano un buon numero di que gl’insetti, a somiglianza degli Scolari fra
di noi, e poscia di lasciargli volare di tutto un tratto sotto il mio
naso, affine di farmi paura, e nel tempo stesso per ricrear la Regina. Io
non sapeva altro rimedio che di tagliargli a pezzi col mio coltello, in
tempo che svollazzavano per l’aria: Esercizio che io adempieva con
industria tale, che mi attraeva gli applausi di tutti gli Spettatori.
Mi risovvengo, che una mattina che -Glumdalclitch- aveami adagiato sopra
il margine d’una finestra, cosa che ella avea in costume tutti i giorni
di bel sereno, per farmi prendere un poco d’aria, (essendo che io non
mi arrisicava di lasciar appendere il mio cassettino ad un chiodo fuor
del balcone, come noi in -Inghilterra- attacchiamo le nostre gabbie,) mi
risovvengo, dissi, che avendo alzata una delle mie invetriate; e messomi
a sedere alla mia tavola per far con un marzapane la mia colezione, più
di venti vespe, invitate dall’odore, s’introdussero nella stanza,
facendo più rumore col loro ronzio, che far nol potrebbono altrettante
Cornamuse. Gettaronsi alcune sopra il mio marzapane, e a pezzi a pezzi se
l’asportarono, si misero altre a svolazzare d’intorno alla mia testa,
stordendomi col loro susurro, e cagionandomi uno spavento non mediocre
co’loro pungoli. Ebbi, non ostante, il coraggio di levarmi, di dar mano
alla spada, e di assalirle nell’aria. Quattro ne uccisi, andossene il
resto, e chiusi la finestra dietro di loro. Erano quelle bestie così
grandi come le nostre Pernici. Presi i loro pungoli, e trovai che essi
erano lunghi un pollice e mezzo; e così aguzzi come le aguglie. Gli ho
conservati tutti con somma cura, e con alcune altre curiosità gli ho
mostrati in molti luoghi dell’-Europa-. Al mio ritorno in Inghilterra,
tre ne ho regalati al Coleggio di -Cresham-, e il quarto l’ho ritenuto
per me.
CAPITOLO IV.
Descrizione del Paese. Progetto per la correzione delle Carte
Geografiche. Cosa fosse il Palagio del Re, e la Capitate. Maniera con cui
l’Aurore viaggiava. Descrizione d’uno de’principali Templi di
Lorbrulgrud.
MIO disegno al presente si è di esibire a’miei Leggitori una brieve
descrizione di quel Paese; per lo meno, di ciò che ne ho veduto; non
essendo io stato che a mille leghe in giro da -Lorbrulgrud- la Capitale;
mercè che la Regina, la quala da me non era abbandonata mai, avea il
costume di non accompagnar più lunge il Re ne’viaggj di lui,
fermandosi nella mentovata distanza dalla Dominante fin al ritorno di Sua
Maestà dalle frontiere. Tre mila leghe, più o meno, allungasi
l’Imperio di quel Principe, e per due mila si dilata; cosa, che
conchiuder mi fece, che i nostri Geografi di -Europa- an presi furiosi
abbaglj, collocando una sola vasta estensione di mari fra il -Giapone-, e
la -California-; poichè sempre fui d’opinione che esservi doveano
Terre immense per contrappesare il Continente della Tartaria. Ecco
perchè debbon eglino correggere le loro Carte Geografiche, unendo quel
grande spazio di Regione al Ponente Libeccio dell’-America-; nel che io
son prontissimo d’ajutar loro colle mie scoperte.
Il Regno è una penisola, circonscritta alla parte di Greco-Levante da
una catena di monti alti quindici leghe, che è impossibile, a cagion
de’Vulcani che nelle cime vi regnano, di sormontargli. Non è noto a
chi che sia quale razza di gente sia abitatrice di que’dirupi; o se
neppure vi si rinvengano uomini. Le tre altre parti an per confine
l’Oceano. Non vi ha nel Regno Porto di mare di sorta; e i luoghi della
Costa, ove le Riviere si gettano nell’Oceano stesso, son sì seminati
di roccie, che di navigarvi co’più piccioli schifi non è possibile; e
quindi ne proviene che quel Popolo non abbia assolutamente verun
commerzio col rimanente dell’Universo. Ma ne’fiumi, che abbondano di
pesci di squisìtissimo gusto, vi sono assaissimi Vascelli;
conciossiacosache gli Abitanti pescano di rado nel mare, ove i pesci sono
della grandezza medesima di que’d’-Europa-; non valendo per tal
ragione la fatica di prendergli: nel che chiaramente apparisce, che il
producimento di quelle piante, e quegli animali di mole sì smisurata, si
è la Natura unicamente ristretta, a quel Continente, onde lascio
a’Filosofi il discuterne la ragione. Di quando in quando, nulladimeno,
prendono eglino delle balene che vanno ad urtare in quegli scogli, e con
cui il Popolo minuto nobilmente si regala. Ne ho vedute alcune di
grandezza sì sterminata, che un uomo sudava assai per portarne una sola
in sulle sue spalle; e talvolta per curiosità se ne trasportano entro a
panieri -Lorbrulgrud-. Una un giorno ne fu imbandita per la mensa del Re,
e riputavasi per una rarità: io però osservai che egli non ne facea
gran caso; immaginandomi che si trovasse nauseato dalla grossezza di
quella bestia; comechè nella -Nuova Zemhla- di assai più grandi io
vedute ne abbia.
E’popolatissimo quel Paese, contenendo cencinquanta Città, sì grandi
che piccole, e un numero prodigioso di Villaggj. Per formar a chi legge
una qualche idea di quelle Città, mi contenterò di fargli la
descrizione della Capitale. Ella è traversata pel mezzo da una Riviera
che la divide in due parti eguali. Vi si annoverano più di ottanta mila
Case, e a un di presso secento mila Abitatori. Per tre -Govglungs- (che
presso poco sono cinquanta quattro miglia -Inglesi-) stendesi la sua
lunghezza; ed è larga due -Gonglungs- e mezzo; come io stesso in una
Carta delineata per ordine espresso del Re, e che a tal effetto fu
spiegata in terra, ne ho tolte le misure.
Il Palagio del Re non è già un Edifizio regolare; bensì molte
fabbriche unite insieme, il cui circuito gira sette miglia, o circa.
Dugento quaranta piedi di altezza, e lunghe e larghe a proporzione, sono
le principali Stanze. -Glumdalclitch-, ed io, avevamo un Cocchio, entro
il quale allo spesso la Governatrice di lei la prendeva per veder la
Città, o le botteghe; ed io era sempre della compagnia accomodato nel
mio cassettino; tutto che la buona ragazza mi togliesse fuori quante
fiate io il desiderava; e mi tenesse in sua mano, perchè scorgere
potessi le Case, ed il Popolo, quando per le strade noi passavamo.
Oltra il cassettino grande, in cui d’ordinario era io portato, la
Regina lavorar ne fece per me un altro più picciolo, di circa dodici
piedi in quadro, e di altezza di dieci, per viaggiare con maggior
comodità: e questo, perchè il primo non potea ben addatarsi al
grembiule di -Glumdalclitch-, e serviva di troppo imbarazzo nel Cocchio.
Questa nuova moda di Gabinetto da viaggio, era un quadrato perfetto; tre
lati di cui aveano, cadauno, una finestra nel mezzo, e ciascuna finestra
una rete di fil ferro, per riparo di qualunque accidente ne’lunghi
cammini. Nel quarto lato non aveavi finestra veruna; bensì due poderosi
ritegni, onde il Cocchiere attaccava la mia piccola camera con un
cinturone di cuojo a traverso del corpo di lui, quando mi prendeva la
voglia d’uscirmene all’aria. Incombenza tale era appoggiata a qualche
saggio e posato servidore; fosse che io accompagnassi il Re, e la Regina,
ne’loro viaggj; o che visita facessi a qualche Ministro di Stato, o a
qualche Dama della Corte, quando accadeva che -Glumdalclitch- indisposta
si trovasse: essendo che guari non istetti ad essere conosciuto, e
rispettato dagli Uffiziali della Corona; non tanto, secondo il mio
credere, pel merito mio, quanto per la confidenza che mi testimoniava Sua
Maestà. In viaggio, quand’io mi sentiva faticato dalla Carrozza, un
servidore a Cavallo legava il mio cassettino con una fibbia, e collocava
la innanzi a se sopra un guanciale; e allora poteva io vedere il paese da
tre parti per le mie finestre. Io aveva in quello studiolo un letto da
campagna, e un picciolo materasso appeso alla fronte, due sedie, e un
tavolino, raccomandati con madrevitti al soffitto, perchè il muovimento
del cavallo, o del cocchio, non gli rovesciasse. Tutto che violentissimi
que’generi di muovimenti, men disagiavano me che chiunque altro, il
quale non fosse stato avvezzo, come io l’era, agli agitamenti del mare.
Ogni volta che mi prendeva l’umore di veder la Città, sempre ciò
seguiva nel mio Gabinetto da viaggio, che -Glumdalclitch- entro una sedia
portatile teneva nel suo grembiule. Da qua tr’uomini era portata questa
sedia, e scortata da due altri con la livrea della Regina. Il Popolo che
frequentemente avea inteso a parlar di me, affolavasi d’intorno alla
mia lettiga; e la mia balietta molto spesso si compiaceva di ordinar
a’portatori di arrestarsi, mi pigliava in sua mano, perchè più
distintamente ognuno mi ravisasse.
Io moriva di voglia di ammirare un famoso Tempio situato nella Capitale;
e in ispezieltà la Torre, la quale passava per la più eminente del
Regno. Mi vi condusse un giorno -Glumdalclitch-, ma cosa vera posso
asserire, che molto restai deluso nella mia espettazione; mercè che
l’altezza non trascendeva i tre mila piedi; il che, ben riflettutasi la
differenza che vi ha fra il taglio di quel Popolo, e quel o degli
-Europei-, non è poi un grande argomento di stupore; anzi, se non
m’inganno, in fatto di proporzione col campanile di -Salisbury-, è
quella molto inferiore. Ma, per non inferire torto veruno a una Nazione,
a cui per tutta la mia vita professerò grand’obblighi, confessar si
dee, che ciò che in altezza manca a quella famosa Torre,
sofficientemente è risarcito dalla bellezza, e dalla fortezza di lei.
Presso che cento piedi sono grosse le sue muraglie, e son costrutte di
pietre dure; essendo ogni pietra di quaranta piedi in quadro, e tutte da
tutti i lati adorne di simulacri degli Dei, e degl’Imperadori. Misurai
un dito auriculare che era caduto da una di quelle statue, e il trovai
appuntino di quattro piedi e un police di lunghezza. Inviluppollo
-Glumdalclitch- in un fazzoletto, e lo portò in casa per unirlo ad altre
bagattelluzze ond’ella diveniva pazza, come è solito delle fanciulle
di sua età.
E’forza convenire che la Cucina del Re è un magnifico Edifizio, eretto
in forma di volta, ed alto quasi che secento piedi. Il forno maggiore non
è però sì largo come la cupola della Chiesa di S. Paolo; avendo io a
bella posta, dopo il mio ritorno, prese le misure di questa. Che se
entrar volessi in una specifica relazione delle suppellettili di cucina,
de’pignati, de’caldaj, de’pezzi di carne che giravano agli spiedi,
e d’altre cose di simil genere, si stentarebbe a credermi; per lo meno,
una critica alquanto rigida taccerebbemi di esagerazione; che è solita
della maggior parte de’Viaggiatori. Con tutto ciò, ben lungi dal
meritarmi questa spezie di censura, temo di aver urtato nell’altro
eccesso: e che se mai questo viaggio è traddoto nella lingua di
-Brobdingnag-, (chè è il nome generale di quel Regno) e trasferito nel
Paese, il Re ed il Popolo non si lagnino che io ingiuriati gli abbia,
impicciolendogli in grazia della verisimilitudine. Di rado sua Maestà,
nelle sue stalle ha un maggior numero di secento Cavalli; i quali,
generalmente parlando, an cinquanta e quattro, e sessanta piedi di
altezza. Ma, quando ella esce in certi giorni solenni, e scortata da
cinquecento cavalli, che certamente era il più magnifico spettacolo onde
io essere stato possa testimonio di vista; avendo ancora veduta una parte
delle sue milizie schierate in battaglia, come nel progresso avrò
l’opportunità di narrare.
CAPITOLO V.
Differenti Avventure ch’ebbe l’Autore. Sentenza d’un criminoso
eseguita. L’Autore dà saggio della propia abilita nell’Arte Nautica.
IN un modo aggradevolissimo passato avrei il mio tempo in quella Regione,
se la mia picciolezza non mi avesse esposto a parecchie Avventure per me
pericolosissime, tutto che assai ridicole in se medesime. Ne farò il
racconto di alcune. Ricreavasi sovente -Glumdalclitch- ne’Giardini
della Corte portandomi nel mio più picciolo cassettino, donde ella
talvolta mi traeva per mettermi a terra. Mi rammento che il Nano della
Regina ci seguì un giorno in que’Giardini; e che avendomi la mia balia
messo a terra, come trovavami solo con esso lui accosto di alcuni alberi
nani, (eran questi de’pomieri,) non potei trattenermi dal praticargli
qualche malizioso motteggio sul rapporto che aveavi fra quegli alberi e
lui, chiamandosi eglino, a caso, in loro lingua, nel modo stesso che
nella nostra. Per tutta risposta, colse il bricconcello la congiuntura
che io mi stessi sott’una di quelle piante; e allora si mise egli a
scuoterla sì forte, che una dozzina di mele cadde d’intorno a me: ma
fra tutte, una ve ne fu, che piombando sulla mia schiena in tempo che io
mi abbassava, fece che in sul terreno io dessi ben bene del naso: nè
occorre farsene le maraviglie; poichè que’pomi anno co’nostri la
proporzione medesima, che gli Abitanti del Paese anno con noi. Ecco tutto
il male ch’ebbi; ed io stesso implorai a favore del Nano, perchè
gastigato ei non fosse a motivo di un tale scherzo, da me medesimo, per
altro, promosso.
Un altro giorno -Glumdalclitch- lasciommi sopra una motta di prato assai
liscia, tempo che ella se ne stava spasseggiando in qualche distanza con
la sua Governatrice; ed ecco nello stesso instante una grandine sì
gagliarda, che ne fui improvvisamente gettato a terra. In tale
costituzione, operava essa grandine le più dolorose contusioni per tutto
il mio corpo; nulladimeno procurando di mettermi al coperto, mi ricovrai
in quattro zampe sotto una spalliera di Cedri, ma così ammaccato
da’piedi perfino alla testa, che vi volle più di dieci giorni innanzi
che senza dolore potessi muovermi. Che se vi ha qualche incredulo di
questo fatto, spero che sia per prestarvi fede, quando gli avrò detto
che in quel paese i grani della tempesta son mille, e ottocento volte
più grossi di que, che cadono in -Europa-: cosa più che certa, poichè
io medesimo gli ho pesati, e misurati.
Ma nel Giardino stesso mi accadde un accidente, di gran lunga più
pericoloso, un giorno che la piccola mia Nutrice, supponendo di avermi
adagiato in un luogo ove io nulla dovessi temere, del che assai spesso ne
la pregava; affine di darmi in preda con libertà a’miei pensieri; ed
avendo collocato il mio cassettino a terra per non aver l’incomodo di
portarlo, erasi renduta in un altro sito del Giardino con la sua
Governatrice, ed altre Dame di sua conoscenza. In tempo di sua
lontananza, un picciolo braccio, che apparteneva a un de’principali
Giardinieri, entrato a fortuna nel Giardino, venne alla mia volta. Mi
fiutò appena, che corse sopra di me, mi prese in bocca, mi portò al suo
padrone, e mi pose bellamente a terra. Per la più grande delle buone
fortune, e gli era stato sì bene instruito, che in portandomi fra i suoi
denti, non mi cagionò verun male, e neppure daneggiò i miei vestiti. Ma
il povero Giardiniero che ben mi conosceva, e che mi amava assaissimo,
non se la passò senza una furiosa paura. Mi pigliò fra le sue mani, e
mi chiese come me ne stessi; ma era sì enorme il mio spavento, e mi
trovava così sfiatato, che una sola parola pronunziar non potei. Pochi
minuti dopo me ne rinvenni; ed egli mi portò sano e salvo alla mia
Nutrice, che in quel tempo si era restituita al luogo ove lasciato mi
avea, e che stava in una terribile angoscia per non vendermi comparire, e
perchè io non rispondeva alle sue affannose chiamate. Acremente
rimbrottò ella il Giardiniero, per aver lasciato andar il Cane; ma la
cosa restò sepolta, nè alla Corte mai si seppe cosa veruna del
successo, temendo -Glumdalclitch- che la Regina non si adirasse contra di
lei: e per quello tocca a me, usai di discretezza, perchè sembravami che
l’Avventura non mi facesse troppo onore.
Un tal accidente risolver fece la mia Nutricina di non perdermi mai più
d’occhio. Era già molto tempo che io temeva d’un somigliante disegno
di lei: e perciò mi era indotto ad occultarle alcuni minuti miei
sgraziati avvenimenti, in tempo che mi trovava solo. Un Nibbio che volava
sopra il Giardino, piombò un giorno sopra di me; e se, dopo di aver data
coraggiosamente mano alla spada, cacciato non mi fossi in un folto
cespuglio, senza altro, asportato egli mi avrebbe fra suoi artigli.
Un altra volta mi sprofondai fino al collo in un buco di topinara, e fui
costretto di dire una bugia per mascherare il vero motivo, onde i miei
vestiti si erano tutti guasti. E infine un altra volta mi ruppi la dritta
gamba urtando in un guscio di lumaca, su cui ebbi la disgrazia di cadere
in tempo che me ne stava spassegiando solo, e che pensava alla mia povera
Patria.
Non saprei dire quale de’due prevalesse in me, il piacere, o la
mortificazione, quand’io osservava ne’miei solitari passeggj che i
più piccioli Uccelli non ispaventavansi nel vedermi; anzi in distanza
d’una sola verga andavano in busca di vermi, e di altri alimenti, con
tanta sicurezza, come non avessero assai vicino anima vivente. Non mi
dimenticherò mai che un tordo fu così sfrontato, che col suo becco mi
asportò fuor delle mani un pezzo di focaccia, che -Glumdalclitch- data
mi avea per farmene la merenda. Quand’io volea prendere alcuno di
quegli Uccelli, essi coraggiosamente mi risistevano, procuravano di
pugnermi le dita, e un momento dopo rintracciavano d’intorno a me
de’vermi, o delle lumache, con l’indifferenza medesima, e con la
medesima tranquillità di prima. Ma un giorno dato di piglio a un grosso
bastone, colsi un fanello con un colpo sì forte, e di misura sì giusta,
che rovesciatolo a terra, il presi con le due mani pel collo, e in aria
di trionfo alla mia Nutrice il recai. Con tutto questo, come l’uccello
non era che stordito dalla percossa, si riebbe, e con tanta forza si
dibattè, che più d’una volta fui al cimento di abbandonare la preda;
ma accorso subito in mio ajuto un servidore, torcè il collo al fanello,
che per ordine della Regina fu il giorno dietro imbandito pel mio pranzo:
Quest’Uccello, per quanto può la memoria servirmi, era poco pochetto,
più grande che i Cigni nostri -Inglesi-.
Le Damigelle d’onore pregavano sovente -Glumdalclitch- di andare
ne’loro Appartamenti; e di condurmi con esso lei, per goder del piacere
di vedermi, e di toccarmi. Talvolta mi adagiavan elleno per lungo nel
loro seno; cosa, che enormemente mi disgustava; mercè che per vero dire,
non suonavano di troppo buon odore; il che non asserisco con la malizia
di discreditare quelle amabili Fanciulle, per cui nodrisco la più
possibile considerazione; ma credo che la mia picciolezza la cagion fosse
della finezza del mio odorato; e che quelle illustri persone sembrassero
sì saporose agli Amanti loro, quanto a’giovani -Inglesi- le nostre
Donzelle. E in fine, io trovai che il loro naturale odore riusciva assai
più soffribile di quello de’loro profumi. Sempre mi rammenterò, che
uno de’miei intimi amici di -Lilliput-, un giorno che faceva un
grandissimo caldo, e che io avea fatto molto esercizio borbottava d’un
odore eccessivamente ingrato che esalava dal mio corpo, tutto che al pari
di chi che sia io non patisca d’una somigliante incomodità. Ma
conghietturo che l’odorato di lui fosse altrettanto fino a riguardo
mio, come il mio l’era a riguardo degli Abitanti di -Brobdingnag-. E su
tal proposito non posso dispensarmi dal rendere una sonora giustizia alla
Regina mia Signora, e alla picciola mia Nutricina -Glumdalclitch-; e dal
dichiarare amplamente che in -Inghilterra- non vi ha Dama, più ch’esse
esente dal diffetto testè mentovalo.
Il più che mi spiaceva di quelle Damigelle d’onore quando la mia balia
mi conduceva nel loro Appartamento si è, che elleno mi trattavano senza
nè pur ombra di complimenti, e come una Creatura assolutamente senza
conseguenza. Non vi ha foggia di libertà che non la prendessero me
presente: e ben mi sarebbe cosa impossibile l’esprimere il disgusto che
la maggior parte di quelle libertà mi cagionava. Una di loro fra
l’altre la qual era d’un umore estremamente allegro, facea di me
tutto ciò che le saltava in capo, e avvisavasi delle più scherzevoli
pazzie del mondo; onde io tuttavia ne prendeva poco gusto, che pregai
-Glumdalclitch- a non più espormivi.
Un giorno un Gentiluomo, che era Nipote della governatrice della mia
balia, venne; e pregò entrambe di andar a vedere una Esecuzion di
giustizia. Avea il reo ucciso un intimo amico di quel Gentiluomo.
-Glumdalclitch- finalmente si lasciò cogliere dalla proposizione, tutto
che contra suo genio, perchè per natura era molto compassionevole: E per
quanto tocca me, non ostante che in ogni tempo io abbia avuto
dell’orrore per ispettacoli di questa sorta, la curiosità di vedere
qualche co a di assai straordinario la vinse sopra la mia inclinazione.
Stava il paziente legato ad un sedile sopra il palco, e con un solo colpo
di spada, lunga quaranta piedi, fugli levata la testa. Il sangue, che
delle vene, e delle arterie uscì, era in tanta quantità, ed elevavasi a
una tale altezza, che in suo confronto si sarebbono svergognati i -getti
d’Acqua- di -Versailles- ed il campo, in cadendo sovra del palco, diede
un sì gran colpo, che io ne tremai, ancorchè lontano un mezzo miglio
-Inglese-.
La Regina, la quale assai sil compiaceva del racconto de’miei Viaggj di
Mare, e che non perdeva opportunità di divertirmi quando me ne stava di
mala voglia, mi dimandò un giorno se m’intendessi del reggere una
vela, un remo, e se converrebbe alla mia sanità l’esercitarmi alcuna
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