saggezza, e con la più esatta giustizia si sciolgono.
I Borghigiani, ed i Campajuoli, custodiscon in propia casa i loro Figli;
poichè disegnati unicamente a coltivar la terra, non è di gran
conseguenza al Pubblico la loro educazione; ma i Vecchj di loro, e
gl’infermi, son curati, e nodriti negli Spedali, non sapendosi in quel
Paese cosa sia il dimandare limosina.
Forse che quest’è il luogo che il Leggitore resti informato del metodo
onde io vissuto sono in quella Regione, per lo spazio di nove mesi, e
tredeci giorni di mio soggiorno. Quanto a’miei mobili, consistevan
essi, principalmente, in una tavola, e in un sedile, che io stesso avea
lavorato per uso proprio, servendomi de’maggiori alberi del Parco
Reale. Dugento Cucitrici impiegate furono per farmi delle camiscie, e per
cucire i pannilini del mio letto, e della mia mensa. Questa biancheria
era della più grossa qualità: ma siccome a dispetto di tale
circostanza, non avrei potuto prevalermene; così esse ebbero
l’antivedimento di raddoppiarla molte volte, e oltracciò di
trapugnerla, a guisa d’una sottana d’-Europa-. D’ordinario, tre
pollici larghi sono i loro pannilini, e tre piedi formano la loro maggior
tirata. Affinchè le Cucitrici potessero prendermi la misura, mi prostesi
a terra; si mise l’una sopra il mio collo, e un’altra verso la metà
della mia gamba; tenendo cadauna per l’estremità una fune, in tempo,
che una terza misuravane la lunghezza con una spezie di braccio, lungo un
grosso dito.
Dopo ciò, misurarono il mio pollice dritto, e tanto loro bastò;
imperocchè con un calcolo di Matematica, avean elleno compinato che il
giro del pollice, preso due volte, riveniva a quello del pugno; e che il
giro del pugno due volte preso, corrispondeva a quello del collo; e
finalmente che il replicato giro del collo, compone quello del mezzo. Per
altro, non era necessario tutto questo calcolo, avendo io stesa a terra
la vecchia mia camiscia per servir loro di modello; e dir deggio a loro
gloria, che l’imitarono perfettamente bene. Dietro i miei vestiti
faticarono trecento sarti, ma valevansi essi d’un altro metodo per
prendermi la misura. Mi messi ginocchione; ed eglino inalberarono una
scala, che dalla terra arrivava al mio collo, e montata da un di loro la
scala medesima, perpendicolarmente ei lasciò cadere dal collo della
camiscia perfino a terra una corda; il che appuntino riveniva alla
lunghezza intera del mio vestito; ma il mezzo del corpo e le braccia, me
gli misurai io medesimo. Compiuti che furono gli abiti miei, (dietro cui
io feci travagliar i Sarti in mia Casa, perchè le loro potuto non
avrebbono contenergli,) aveano gli abiti stessi, l’aria di quei lavori
che le Dame -Inglesi- formano, cucendo insieme una infinita di differenti
frusti; con tale varietà però, che i miei vestiti erano tutti d’un
solo, e medesimo colore.
Da trecento cucinieri si apprestavano le mie vivande, stando essi
alloggiati colle loro famiglie accosto della mia abitazione sotto tende,
ove ognuno avea la cura d’imbandirmi due piatti. Era mio costume di
prendere in mia mano una ventina di coloro che mi serviano in tavola, ed
avevane più d’un centinajo che se ne restavano a terra, gli uni con
piatti, ed altri con l’intera bottiglieria de’liquori. A misura che
io bisognava di qualche cosa, i miei domestici, che erano sulla tavola,
si valevano con grande artifizio d’una carrucola per ritraerla a se,
presso poco come in -Europa- si traggon le secchie da un pozzo. Uno
de’loro piatti conteneva una buona boccata; ed assai agevolmente, in un
sol tratto, io mi traccannava una delle loro bottiglie di vino. Il loro
Castrato non è sì buono che il nostro; ma in ricompensa è
squisitissimo il loro Bove. Mi ricordo d’averne mangiato un taglio di
coscia, che mi obbligò a tre boccate; ma ciò avviene di rado.
Stranamente stupivano i miei servidori nel vedermi a mangiar le ossa,
come facciamo nel nostro paese dell’ala dell’Allodola. Una delle lor
Oche, o uno de’loro Galli d’Indie, non mi costava la pena che d’un
sol boccone; e confessar deggio, che in fatto di dilicatezza, la vincono
sopra i nostri, cotali sorte d’uccellami. Rispetto a’loro Uccelli
d’alquanto minor mole, venti, o trenta, io potea metterne sulla punta
del mio coltello.
Sua Imperial Maestà informata della mia maniera di vivere, volle un
giorno aver la sorte (questi sono i termini di lei,) di pranzar meco.
Venne ella accompagnata dalla illustre sua Famiglia: ed io ebbi
l’attenzione di collocargli tutti in seggj d’appoggio sopra la mia
tavola, rimpetto a me, colle loro Guardie che gli circondavano.
-Flimnap-, il Gran Tesoriere, intervenne anche egli a un tal convito, e
teneva in mano la sua bacchetta bianca. Osservai più d’una volta che
ei mi guattava di mal occhio, ma senza manifestarne il menomo indizio; ed
io in apparenza non mangiai che con più appetito, tanto per far onore
alla mia cara Patria, che per riempiere la Corte di ammirazione.
Persuasissimo io sono, che questa visita dell’Imperadore ha recata
opportunità a -Flimnap- di rendermi cattivi uffizj presso il suo
Padrone. Fu sempre questo Ministro, segreto mio nemico, comechè
esteriormente praticassemi più cortesie, che sembrava non
permettergliele il brusco suo temperamento. Rappresentò egli
all’Imperadore, che il pubblico erario si trovava in istato pessimo,
che egli era obbligato di prender a prestito del danajo a grosse usure;
che i biglietti del Tesoro circolar non poteano che a nove -per cento- di
perdita, che in pochissimo tempo io avea costato a Sua Maestà più
d’un milione e mezzo di -Sprugs-, (che sono le loro più massicce
monete d’oro della grandezza d’un tremolante;) e che, salvo un
miglior parere, ei consigliava il Principe a licenziarmi a prima apertura.
Come io fui la cagione, tutto che innocente, che una Dama del primo
ordine fosse assalita nel suo onore, innanzi che più stendermi, egli è
forza che di giustificarla io procuri. Si era messo in capo il Tesoriere
d’essere geloso della propia moglie; essendo che pessime lingue gli
aveano rapportato che ella era impazzita di me, ed eziandio perchè alla
Corte erasi sparsa voce, che ella una volta venuta fosse in mia casa. Io
protesto solennemente che queste sono infamissime calunnie, onde la Sposa
del Tesoriere non ha mai contribuito; non avendo io per tutta la mia vita
ricevuto per parte di lei, che contrassegni d’amistà innocenti. Vero
è bensì, che ella sovente mi visitava, ma sempre in pubblico, nè mai
senza essere accompagnata da tre persone; che per ordinario erano sua
Sorella, sua nipotina, ed alcuna delle sue amiche; ma ciò non era cosa
speziale di lei sola; poichè molte altre Dame della Corte frequentemente
venivano a ritrovarmi. Ed io me ne appello a tutti i miei domestici, se
in ni un tempo an eglino veduta Carrozza alla mia porta, senza sapere chi
fossero le persone che in essa vi stavano. In somiglianti occasioni,
immediate che un servidore avea mi avvertito che alla mia porta trovavasi
una Carrozza, il mio costume si era di calarvi in un instante, e dopo di
aver salutato chi mi visitava, di prendere esattamente in mia mano la
Carrozza, e i due Cavalli, (che se ve n’erano sei, l’Ajutante del
Cocchiere distaccavane sempre quattro,) e di collocargli sopra la mia
tavola, d’intorno a cui regnava una sponda di cinque pollici di
altezza, per timore di qualche accidente. Mi è accaduto, non di rado, di
aver quattro Cocchj in un sol tempo sopra la mia tavola, ed io starmene
nel mio sedile divertendo la Compagnia. Più d’un dopo pranzo mi
ricreai col maggior piacere del mondo in tal sorta di conversazione. Ma
io ardisco sfidare il Tesoriere, e i suoi due Querelanti -Clustril-, e
-Drunlo-, (ne pubblico il nome per isvergognarli,) perchè pruovino se ni
uno sia mai venuto incognito in casa mia, all’eccezione del Segretario
-Keldresal-, che non vi si portò se non per ordine espresso
dell’Imperadore, come par mi di averlo raccontato. Insistito non avrei
per sì lungo tempo sopra quest’articolo, se non vi si fosse
interessato l’onore d’una gran Dama; per non dir niente di me
medesimo; tutto che allora fossi -Nardac-; carattere di cui non è
investito il gran Tesoriere stesso, sapendo ognuno che egli non è che
-Cumglum-; titolo, che ha la proporzione medesima con quello onde io
stava onorato, che l’ha il titolo di Marchese con quello di Duca in
-Inghilterra-, comechè, per altro, per ragione dell’impiego suo, ei
nel passo mi precedesse. Cotali callunie, che per un accidente che quì
non è d’uopo di riferire, mi si sussurrarono alle orecchie, furono la
cagione che -Flimnap-, per lo spazio di qualche tempo, scavasse la mina
alla sua sposa, ma assai più a me; ed ancorchè alla fine siasi egli
disingannato, e rappattumato si sia con esso lei non potè mai
perdonarmela di avermi preso in sospetto contra ragione, e riuscivvi pure
per farmi togliere la grazia dell’Imperadore, il quale, per dir vero,
lasciavasi un po troppo reggere da questo Favorito.
CAPITOLO VII.
L’Autore; essendo informato che i suoi nemici intentavano d’accusarlo
d’Alto-Tradimento, rifugge a Blefuscu. Maniera ond’egli vi è
ricevuto.
INnanzi di narrare l’uscita mia di -Lilliput-, vuol il buon ordine che
chi legge resti instruito de’motivi, che ad appigliarmi, e ad eseguire
un tal disegno, la spinta mi diedero.
Tutto ciò che chiamasi Corte, era stato fin allora per me una Terra
incognita; poichè la bassezza della mia condizione, non aveami permesso
in verun tempo di frequentarne. Per vero dire, la conversazione, e la
lettura, mi aveano impresse sinistre idee delle Corti stesse; ma creduto
non avrei mai, che la propia mia esperienza dovesse un giorno rendermi
convinto dell’aggiustatezza di queste idee, in un paese poi molto
lontano, e governato, a quel che io ne pensava, con massime onninamente
differenti da quelle che in -Europa- son del bell’uso.
In tempo che io mi allestiva pel Viaggio di -Blefuscu- affin d’umiliare
i rispetti miei a quell’Imperadore, un Signor di Corte di grande stima,
(a cui, in tempo ch’ei col Principe se la passava male, aveva io
renduto un insignissimo servigio,) venne nottetempo alla mia casa in
seggetta chiusa, e senza farmi avanzar il suo nome, chieder mi fece se
forse ei non mi recherebbe disturbo. Licenziati i portatori, misi la
seggetta, ed il Signore nella tasca del mio giubbone: e poscia a un
servidore di mia confidenza dato ordine di dire ad ognuno che io
indisposto stavamene dormendo, serrai a catenaccio la porta della mia
casa, e mi messi ad attaccare conversazione con colui che praticavami una
visita sì misteriosa.
Dopo i primi scambievoli complimenti, osservai in esso lui una grande
inquietudine, e chiestone del motivo, pregommi di pazientemente
ascoltarlo, giacchè trattavasi d’un suggetto, onde il mio onore, del
pari che la mia vita s’interessava. Ècco in sostanza il discorso
ch’ei mi tenne, di cui immediate, al licenziarsi di lui, n’estesi in
carta i più importanti Articoli.
"Convien sappiate essersi a cagion vostra più volte assembiato il
Consiglio con la più possibile segretezza, e che sono solo due giorni
che Sua Maestà n’è venuta ad una finale deliberazione.
"Evvi noto che il Grande Ammiraglio Skyris -Bolgolam-, poco men che dal
momento del vostro arrivo, fu sempre vostro mortal nemico. Non so quali
esser possano i primi motivi dell’aversione di lui: ma egli è
certissimo che ella di molto rinvigorì, dopo il felice successo della
vostra impresa contra l’Armata di -Blefuscu-; perchè egli risente in
buona coscienza, che con tutta sua Ammiralità, non ne fece in verun
tempo altrettanto. Questo Signore, e -Flimnap- il gran Tesoriere, la cui
nemistà contro a voi, pel motivo della moglie di lui, e cognita a chi
che sia; -Limtoc- il Generale, il Ciamberlano -Lalcon-, e -Balmuff- il
gran Giustiziere, an piantato Articoli di accusa a vostro disfavore, e di
convincervi di Alto-Tradimento, e di alcuni altri capitali delitti essi
presumono."
Persuaso che io era della propia mia innocenza, rendemmi così impaziente
un tal esordio, che stetti sul punto d’interrompere quegli che mi
annunziava novità così strane: ma ei mi pregò di lasciargli proseguire
il discorso; il che fece ne’seguenti termini.
"In riconoscimento della buona amicizia che mi testimoniaste, feci in
modo di restar instruito di tutta la loro cospirazione, e di aver copia
degli Articoli d’accusa; il che non men che la testa mi varrebbe, se
discoprir si potesse."
Articoli d’accusa contro a Quinbus-Flestrin, (l’Uomo-Montagna.)
ARTICOLO I.
TUtto che per una Legge creata sotto il Regno di Sua Imperial Maestà
-Calin- -Deffar Plune-, sia ordinato: Che chiunque piscerà nel ricinto
del Palagio Imperiale, sarà riputato come reo di Alto Tradimento: Se per
tanto, il mentovato -Quinbus-Flestrin-, in manifesto infragnimento della
suddetta Legge, sotto pretesto di estinguere il fuoco che si era
appicciato all’Appartamento dell’Imperadrice, maliziosamente,
traditoriamente, e diabolicamente ha estinto il detto fuoco
nell’Appartamento summenzionato, situato nel ricinto del suddetto
Palaggio, contra la Legge testè allegata, contra il dovere di lui ec.
ARTICOLO II.
IL suddetto -Quinbus-Flestrin- condotta avendo l’Imperial Flotta di
-Blefuscu- al Porto Imperiale di -Lilliput-; ed avendo di poi ricevuto
ordine da Sua Imperial Maestà di rendersi padrone degli altri Vascelli
tutti del detto Imperio di -Blefuscu-, di ridurre l’Imperio stesso in
Provincia per essere da me innanzi governato da un Vicerè; e di
sterminare, non solo tutti i Partigiani dell’antico rito di rompere le
vova rifuggiti in quel Paese, ma eziandio tutti gli Abitanti di
quell’Imperio che sul fatto stesso abjurar non volessero una eresia si
orribile; come un traditore che lui è, ha richiesto di essere dispensato
dal rendere i servigj suddetti, col ridicolo pretesto di non voler
costrignere le coscienze, nè mettere a morte, o ridurre in ischiavitù
un Popolo libero.
ARTICOLO III.
QUando gli Ambasciadori di -Blefuscu- son venuti ad implorar la pace da
Sua Maestà, manifestò il detto -Flestrin-, che lui era un traditore,
interessandosi a favore degli Ambasciadori sudetti, e tenendogli
ricreati; non ostante che ben sapesse, che eglino a un Principe
appartenessero, il quale poco prima era stato apertamente in guerra
contra di Sua Maestà.
ARTICOLO IV.
ALlestiscesi il suddetto -Quinbus-Flestrin- (il che direttamente è
contrario all’obbligo d’un fedele Suggetto,) ad imprendere un Viaggio
alla Corte di -Blefuscu-, tutto che sua Imperial Maestà non gliene abbia
accordata la permissione che in voce; e sotto pretesto della detta
permissione, ei divisa di fare il Viaggio suddetto, affin di dar mano
all’Imperador di -Blefuscu-, il quale di fresco è stato in guerra con
la suddetta Maestà Imperiale.
"Vi sono alcuni altri Articoli; ma questi onde l’estratto or ora vi ho
letto: sono i più importanti.
"Negar non si può che ne’differenti contrasti che si suscitarono
nell’incontro di tutti questi capi d’accusa, Sua Maestà non abbia
manifestati contrassegni d’una grandissima clemenza; che ella sovente
allegati non abbia i vostri servigj, e procurato di estenuare le vostre
reità. Acremente insisterono il Tesoriere, e l’Ammiraglio che
soffrirvi si facesse una morte crudele, ed ignominiosa, in appicciando il
fuoco alla vostra casa; e che allor quando voi ne sortiste stessevi in
aguato il Generale alla testa di venti mila uomini, che sarebbero
comandati di ferirvi in faccia, e nelle mani coti saette venenate. Alcuni
pure de’vostri domestici dovean ricevere un ordine segreto di
strofinare le camiscie vostre con un tal qual sugo attossicato; il che in
pochi istantivi avrebbe cagionata una spaventevole ma insieme tormentosa
morte. Appigliossi a un tal consiglio il Generale; cosicchè per molto
tempo vi ebbe pluralità di voci contra de’voi. Ma risoluta Sua
Maestà, se mai si può, di conservarvi la vita, ha staccato il
Ciambellano dal partito de’vostri nemici.
"Nel forte di cotali maneggi, -Keldresal-, Primo Segretario de’segreti
affari, il quale veramente si è sempre manifestato vostro Amico, ebbe
ordine dall’Imperadore di produrre il proprio sentimento: il che egli
fece in un modo il più adattato a confermarvi nell’opinione
avvantaggiosa che avete di lui. Ei confessò che erano grandi i vostri
delitti; ma che non ostante aveavi luogo per la clemenza, la più bella
di tutte le virtù che un Principe adornano; e che da Sua Maestà in un
grado così eminente era posseduta. Disse, che era sì nota ad ognuno
l’amicizia che regnava tra esso lui, e voi che forse il Consesso
Augusto, innanzi a cui ei perorava, lo spaccerebbe in colpevole di
parzialità: che con tutto questo, per ubbidire a Sua Maestà Imperiale,
direbbe con libertà il proprio parere: Che Sua Maestà, in
considerazione de’vostri servigj, e per soddisfare al proprio genio
inclinato alla clemenza, avesse la bontà di conservarvi la vita, e
comandasse che solo vi si cavassero i due occhj, sembravagli che con un
tale espediente, sarebbe in qualche modo appagata la Giustizia, e che
l’Universo tutto esalterebbe perfino alle Stelle l’Imperiale
misericordia, ed altresì la generosità, e la dolcezza di que’che
gustavano dell’onore d’essere suoi Consiglieri: Che la perdita
de’vostri occhj nulla vi toglierebbe delle vostre forze, che potreste,
non ostante, impiegare a favore di Sua Maestà: Che un coraggio cieco non
può non essere più grande, perchè non iscorge verun pericolo: Che il
timore che avevate per gli occhi vostri, era stata l’unica difficoltà
nella vostra intrapresa contra la nemica Armata; e che dovea bastarvi di
vedere per gli occhi de’Ministri.
"Fu altamente rigettato da tutto il Consiglio un tal sentimento.
-Bolgolam-, l’Ammiraglio, non potè contenersi; ma tutto in furia
disse: Che stranamente egli stupiva con quale fronte osasse il Segretario
di persuadere la conservazion della vita d’un traditore: Che i servigj
da voi prestati, per giudizio di tutti gli conoscitori delle Ragioni di
Stato, erano l’aggravio medesimo de’vostri delitti: Che voi, che
eravate capace, in pisciando, di smorzare il fuoco sopra l’Appartamento
dell’lmperadrice, (attentato, che egli nol potea rammemorare senza
raccapricciarsi,) potevate, un giorno, cagionare col medesimo mezzo un
allagamento, e affogare tutti que’che si trovassero nel Palagio.
Aggiunse: Che le forze stesse, con cui v’impadroniste della Flotta
nemica, servir potrebbono in un primo vostro disgusto, per ricondurla a
-Blefuscu-: Che valide ragioni gli facean credere che nel fondo del
vostro cuore nodriste una criminosa inclinazione all’eretico stile di
rompere le vova; e che siccome il tradimento annidasi nel cuore prima di
scoppiar colle azioni, così egli vi denunziava come traditore, ed
instava che foste fatto morire.
"Uniformossi all’opinione di lui il Tesoriere, e rimostrò che era
impossibile che l’Erario di Sua Maestà bastar potesse pel dispendio
del vostro mantenimento: Che tanto era lontano che l’espediente di
cavarvi gli occhj, proposto dal Segretario, fosse un rimedio al male che
si temeva, che pel contrario, secondo tutte le apparenze, non servirebbe
che ad aumentarlo, come ciò provasi con l’esempio di certi Uccelli, i
quali, tolta che si è lor la vista, più ingrandiscono, e più
s’ingrassano: Che Sua Sacra Maestà, e tutto il Consiglio, che erano
vostri Giudici, stavano, in loro coscienza, pienamente persuasi che
avevate meritata la morte; il che era sufficiente per condanarvi, quando
anche contra di voi non ispiccassero quelle pruove che dimanda il
precioso della Legge.
"Sua Maestà Imperiale essendo assolutamente portata a salvarvi la vita,
ebbe la bontà di dire: Che poichè il Consiglio avea deciso che la
perdita de’vostri occhj fosse una punizione assai leggiera, protrebbesi
nel progresso farvene soffrire qualche altra. E l’amico vostro, il
Segretario, chiedendo efficacemente di essere udito in proposito
all’obbiezione del Tesoriere, che il vostro mantenimento fosse un
eccessivo aggravio per sua Maestà, disse: Che l’Eccellenza Sua, per le
cui mani passavano tutte le rendite Imperiali, agevolmente a una tale
inconvenienza provveder potea, col diminuire a poco a poco la pietanza
assegnatavi: Che mancandovi la nutritura, vi afievolireste di giorno in
giorno, e senza altro in pochi mesi vi morreste di digiuno: Che essendo
smagrato, e smunto per metà il vostro corpo, più tanto a temersi non
sarebbe il puzzo del vostro cadavere, e che immediate dopo la vostra
morte, cinque o sei mila Sudditi di Sua Maestà, potrebbono in due, o tre
giorni, scarificar le vostre ossa, ed interrarne il carname in diversi
luoghi, affine di prevenire qualunque infezione, lasciando lo scheletro,
come un monumento di ammirazione per la posterità.
"In questo modo, per la strettissima amicizia del Segretario, ebbero
felicemente fine tutte queste discussioni. Espressissimamente si proibì
di rivelar il progetto di farvi morire a grado a grado; ma si estese
ne’Registri la sola sentenza di cavarvi gli occhj. Non vi ebbe che
l’Ammiraglio, il quale trovasse che voi foste trattato con troppa
umanità, e che volesse a tutto costo la vostra morte senza ritardamento.
Venivagli inspirato questo furore dall’Imperatrice, che non ha mai
potuto perdonarvi l’indecente, ed irregolare metodo, onde estingueste
il fuoco appiedatosi all’Appartamento di lei. Da quì a tre giorni, il
vostro Amico, il Segretario, verrà a visitarvi per leggervi gli Articoli
d’accusa intentata contra di voi: vi notificherà poscia la bontà
statavi praticata da Sua Maestà Imperiale, e dal Consiglio, di non
condannarvi che a perdere solamente gli occhj; sentenza soavissima, a cui
il Monarca non dubita che non siate per soscrivere con riconoscimento: E
perchè sia ben fatta l’operazione, saran presenti venti Chirurgi di
Sua Maestà, quando vi si scoccheranno appuntate saette nelle pupille.
"Io lascio alla vostra prudenza di prendere le più adattate misure sopra
ciò che vi ho riferito. Quanto a me, affin di togliere qualunque
sospetto, con la maggior segretezza mi ritiro."
Ei lo fece, e abbandonommi in preda a’più crudeli agitamenti. Era un
costume introdotto da quel Principe, e dal Ministero di lui, (costume,
che seppi accertatamente non essere stato messo in uso che in quel
tempo,) che quando la Corte avea il disegno di praticare qualche barbara
esecuzione, fosse, che la vittima immolata esser dovesse al risentimento
dell’Imperadore, o all’odio d’un Favorito, il Principe perorava al
suo Consiglio, allargandosi sopra la propia bontà, e sopra la propria
clemenza, come sopra due caratteri già noti a tutto il Mondo. Dopo
d’essersi pronunziato, s’imprimeva immediatamente il discorso, e si
spargeva subito per tutto l’Imperio. Non ispaventavasi mai tanto il
Popolo, se non quando riceveva tali sorte di prove della benignità
dell’Imperadore; imperocchè si avea riflettuto, che a proporzione che
si era più esaltata la clemenza di lui, altrettanto il supplizio era
inumano, e maggiore l’innocenza del condannato: E per quello spetta a
me, ingenuamente confesso, che non essendo io destinato ad essere uomo di
Corte, ne pel mio nascimento, nè per la mia educazione, io era un
giudice così inesperto, che ravvisar non sapeva nella sentenza grazia di
sorta; ma che pel contrario, sembravami, anzi che mite, rigorosissima la
sentenza medesima. Io volea talvolta difendere la mia innocenza; mercè
che, tutto che negar non potessi gli fatti prodottisi contra di me, non
ostante egli era infallibile che nella mia condotta non aveavi veruna
reità, e che perciò avrei potuto, come già il divisava, rimettermene
alla decisione de’Giudici. Ma scappommi ben presto una tal vaghezza, da
che richiami alla memoria la possanza de’miei nemici, e la corruttela
delle giudicazioni. Mi trovai un giorno terribilmente tentato di mettermi
in difesa; giacchè in tempo di mia libertà, nulla potuto avrebbono
contro a me le forze tutte dell’Imperio, e mi sarebbe riuscito assai
agevole di distruggere, a colpi di pietra, tutta la Capitale: ma con
prontezza rigettai, non senza orrore, un tal progetto, rammentandomi il
giuramento impegnato all’Imperadore, le grazie che io ne avea ricevute,
e il titolo di -Nardac-, onde egli aveami onorato. Non aveva io
bastevolmente appreso il sistema di gratitudine de’Cortigiani, per
credere che l’ingiustizia, che s’intentava di praticarmi, rendesse
soddisfatte tutte le obbligazioni che io doveva all’Imperadore.
Presi finalmente una risoluzione che forse da taluni sarà biasimata, e
per quello ne penso non contra ragione; dovendo io confessare d’essere
debitore della conservazione de’miei occhj, e per conseguenza di quella
della mia libertà, alla mia precipitazione, e al mio poco di esperienza;
perchè se allora conosciuto avessi il genio delle Corti, come il feci
dappoi, e altresì la condotta loro a riguardo di criminosi che lo erano
molto meno di me, volentieri mi sarei suggettato a sì facile punizione.
Ma trasportato dal fuoco della giovinezza; e a vendo, d’altra parte, la
permissione di andar ad umiliar i miei ossequj all’Imperador di
-Blefuscu-; innanzi che se ne spirassero i tre giorni, tener feci una
lettera all’amico mio Segretario, in cui io gli esponeva il mio disegno
di partir per -Blefuscu- la mattina medesima; e senza attenderne la
risposta fui al luogo dell’Isola, ove stava sull’ancora la nostra
Armata. Preso un de’maggiori Vascelli di guerra, gli legai alla prua
una fune, e levati i ferri, mi spogliai, e misi i miei vestiti (colla
coltre ch’ebbi attenzione di portar meco,) nel Vascello, e
strascinandolo dietro di me, in parte camminando, e in parte a nuoto,
pervenni al Reale porto di -Blefuscu-, ove il Popolo mi attendeva da
lungo tempo; e furonmi assegnate due guide per condurmi alla Capitale,
che ha il nome medesimo. Perfino alla distanza di dugento verghe dalla
Città portai le guide nelle mie mani, e allora le riposi a terra,
pregandole di notificar il mio arrivo ad uno de’Segretarj, e dirgli ove
io mi trovava, e che mia intenzione si era di attendervi gli ordini di
Sua Maestà. Un’ora dopo n’ebbi in risposta, che Sua Maestà, tutta
l’imperiale Famiglia, e i primarj Signori della Corte, uscivano ad
incontrarmi. A tal nuova, mi avanzai un centinajo di verghe; ed appena
fui a portata d’essere ravvisato, che l’Imperadore, e tutto il suo
seguito; discesero di cavallo, e l’Imperadrice, e tutte le sue Dame,
uscirono delle loro Carrozze, senza che nè pur una di quelle persone
desse indizio di spavento in vedendomi. Mi corcai a terra per baciar la
mano dell’Imperadore, quella dell’Imperadrice. Dissi a Sua Maestà,
che io là mi trovava secondo la promessa, e con la permissione
dell’Imperador mio Signore, per aver la gloria di ammirare un sì
potente Monarca, e affine di prestargli quel serviggio ond’era capace
la mia abilità, e che la fede dovuta al mio Sovrano concedere mi poteva;
ma profondamente me ne tacqui sul proposito della mia disgrazia; poichè
statone io instruito in segretezza, poteva supporre di nulla saperne: e
oltracciò, non poteva immaginarmi che l’Imperadore avesse
l’imprudenza di discoprirne l’arcano, giacchè io più non mi trovava
nelle sue mani: nel che tuttavia restai deluso, come il dirò ben presto.
Io non istancherò il leggitore sopra la relazione distinta del mio
ricevimento, che fu proporzionato alla magnificenza di sì gran Principe;
nè sopra l’imbroglio in cui mi rinvenni, per non aver nè abitazione,
nè letto, essendo costretto di dormir a terra, involto nella mia Coltra.
CAPITOLO VIII.
Per una singolar buona sorte, presentasi all’Autore il modo di lasciare
Blefuscu, e dopo di aver superate alcune difficoltà, sano a salvo alta
sua Patria ei ritorna.
TRE giorni dopo il mio arrivo, standone passeggiando alla parte
Settentrionale dell’Isola, osservai nel mare, in distanza, poco più, o
meno, di mezza lega, qualche cosa che avea l’aria d’un schifo
roversciato sossopra. Mi tolsi le scarpe, e le calze, e avanzando
nell’acqua dugento, o trecento verghe, vidi l’oggetto che la marea
continuava di gettar alla spiaggia, e allora chiaramente distinsi uno
schifo; il quale secondo le apparenze tutte, erasi staccato di un
Vascello, per qualche burrasca. Senza perdere instante fui di ritorno
alla Città, e supplicai Sua Maestà Imperiale di prestarmi venti
de’suoi maggiori Vascelli, e tre mila Marinaj, sotto il comando del
Vice Ammiraglio. Sciolse questa Flotta in tempo che io mi rendei pel
cammino più corto al luogo, donde lo schifo aveva io discoperto, e
trovai che la marea avealo vie più accostato. I Marinaj tutti erano
proveduti di funi di già allestite dalla mia attenzione; avendone
attorcigliate molte insieme, perchè fossero più consistenti. Arrivati
che furono i Vascelli, mi dispogliai, e marciai per l’acqua sin alla
distanza di cento verghe dallo schifo; dopo di che, per arrivarvi, fui
costretto di far a nuoto il rimanente cammino. I Marinaj mi gittarono
l’estremità d’un cavo, che io legai alla parte anteriore dello
schifo, e l’altra estremità a un Vascello di guerra. Ma poco men
inutile fu tutta la mia fatica; perchè non riuscendomi sentir fondo,
operare io non poteva. In tal urgenza, fui obbligato di guadagnar a nuoto
il di dietro dello Schifo, che nella più possibile maniera mi accinsi a
sospignere con una mano, e come mi era savorevole la marea, tanto nuotai
che toccai fondo, non avendo l’acqua che fino al mento. Per lo spazio
di due minuti, o tre, presi alquanto di fiato, e poscia a spignere lo
schifo continuai, finch non più che le mieasoelle dall’acqua erano
coperte; e come allora aveva io superato il maggior imbroglio, presi
d’altre mie funi che erano in uno de’Vascelli, e le legai prima allo
schifo, poscia a nove Navi, che io avea fatte avvicinare a tal effetto.
Essendo propizio il vento, rimburchiarono i Marinaj lo schifo; ed io, in
sospignendo, il loro travaglio agevolai, finchè arrivammo alla distanza
dal lido non più che di quaranta verghe. Ivi attesi che abbassasse
l’acqua, dopo ciò mi portai allo schifo a piedi asciutti, e pel
soccorso di due mila uomini, provveduti di differenti ordini, il
dirizzai, e con grandissimo piacere, pochissimo danneggiato il vidi.
Io non istarò tediando il Leggitore nel ragguagliarlo, che durante lo
spazio di dodici giorni, soffrj mille, e mille stenti, per condurre il
mio schifo al Porto Reale di -Blefuscu-, ove la novella del mio arrivo
attratto avea un infinito numero di Popolo; il cui stupore alla vista di
un sì prodigioso Bastimento, eccede qualunque immaginabile esagerazione.
Dissi all’Imperadore che un destino felice presentato mi avea quello
schifo, per trasferirmi in qualche luogo, donde potrei restituirmi alla
mia Patria, e supplicai Sua Maestà di dar gli ordini necessarj, perchè
mi venisse somministrato quanto occorresse per rassettare, e
vettovagliare lo schifo stesso, e di accordarmi eziandio la permissione
d’andarmene; al che assenti l’Imperadore, dopo tuttavia qualche
obbligante rimbrotto, di voler io abbandonarlo sì presto.
Stupj fortemente di non vedere in quel frattempo a comparire Corriere di
sorta alla Corte di -Blefuscu-, per parte dell’Imperadore di
-Lilliput-, a mio riguardo. Ma intesi dappoi, che Sua Imperial
-Lillipuziana- Maestà, non potendo immaginarsi che fossemi nota qualche
cosa de’disegni di lei, avea creduto che io solamente mi fossi portato
a -Blefuscu- per disimpegnare la mia parola conformemente alla licenza
che io ne avea avuta: e che dopo di aver inchinato il -Blefuscuano-
Imperadore, non mancherei fra pochi giorni di ritornamene. Ma finalmente
cominciò ad inquietar la lunga mia assenza, e dopo di essersi consultata
col Tesoriere, e col resto de’suoi macchinatori, inviò ella alla Corte
di -Blefuscu- Persona di qualità, incaricata d’un esemplare degli
Articoli di accusa contra di me. Rappresentar dovea quest’Inviato
all’Imperadore la clemenza estrema del suo Padrone, il quale
compiacevasi di condannarmi alla sola perdita degli occhj; che io mi era
sottratto alle mani della giustizia, e che se nel termine di due ore io
non fossi di ritorno, sarei dichiarato traditore, e spogliato del mio
titolo di -Nardac-. L’Inviato aggiunse; che per mantener la pace, e
l’amicizia fra’due Imperj, stava il suo Signore in attenzione che Sua
-Blefuscuana- Maestà rilasciasse gli ordini convenevoli perchè io fossi
ben bene bastonato, e così condotto a -Lilliput-, per esservi punito,
come un ribelle.
L’Imperator di -Blefuscu-, presi tre giorni per consultarsi; fece una
risposta che in complimenti; ed in iscuse sol consisteva. Disse; che il
Monarca di -Lilliput- ignorar non potea che il progetto delle mie
bastonate era onninamente impraticabile; che non ostante che io asportata
avessi la sua Armata navale, ei non lasciava di professarmi
grand’obblighi per avergli assistito nella stipulazion della pace, che,
qualunque a mio riguardo fosse la cosa, ben presto si sarebbero sbrattati
di me i due Imperi, avendo io rinvenuto sopra la spiaggia un bastimento
sì prodigioso, che era non solo idoneo a contenermi, ma eziandio a
trasportarmi per mare in quale sia si altro Paese; che egli avea
comandato di provveder misi tutto il bisognevole pel mio cammino; e che
in questo modo ei si lusingava che in poche settimane, d’un peso sì
intollerabile sarebbero alleggiate entrambe le Monarchie.
Ritornossene l’Inviato a -Lilliput- con una risposta di tal tenore; e
l’Imperador di -Blefuscu- participommi tutto il Trattato; offrendomi,
(ma sotto sigillo di segretezza) la sua protezione, in caso che volessi
restarmene al suo servigio; il che ricusai con la più possibile civil
maniera; perchè, tutto che sincere credessi le sue esibizioni, io mi
avea determinato a non più fidarmi alle Corti, se potessi dispensarmene.
Dissi di più; che giacchè la mia sorta, o buona, o trista, aveami dato
nelle mani un Vascello, io era risoluto di mettermi in mare, piuttosto
ch’essere il motivo della rottura di due sì possenti Monarchi. Non mi
parve l’Imparadore disgustato del mio disegno; ed il caso scoprir mi
fece, che anzi, sì egli, che i Ministri di lui, se n’erano
compiaciuti. Riflessioni tali affrettar fecero la mia partenza, nel che
la Corte, la quale altro non desiava che di vederla effettuata, ebbe la
bontà di secondarmi. Cinquecento Operai impiegati furono nel lavoro di
due vele per lo mio schifo; e queste vele furon formate della più grossa
tela che trovar si potè, posta tredeci volte l’una in sull’altra. Io
stesso allestj il mio sartiame, ed i cavi, venti o trenta
attorcigliandone insieme. Una gran pietra, che dopo molto stento mi
riuscì di trovare sul lido, mi servì d’ancora. Il grassume di
trecento Vacche valsemi per ispalmare il mio Vascello, e per alcuni altri
usi. Non può credersi quanto io abbia faticato per rintracciar legni di
tal grandezza, che di remi, e d’alberi servir potessero, nel che, non
ostante, molto bene fui ajutato da’Legnajuoli di Nave di Sua Maestà,
che assai a pulirgli contribuirono dopo il mio più rozzo lavoro.
Nello spazio d’un Mese fu tutto lesto: e allora feci chiedere a Sua
Maestà Imperiale se avesse ella qualche cosa a comandarmi, perchè io
divisava d’andarmene. Accompagnato dall Augusta sua Famiglia, uscì
della Regia l’Imperadore; ed io mi prostesi a terra per baciargli la
mano, ch’ei mi porgè con graziosissimo modo. Fecero lo stesso
l’Imperadrice, e le Principesse del sangue. Regalommi Sua Maestà di
cinquanta borse, cadauna di cento -Sprugs-, col suo Ritratto in grande,
che immediate riposi in uno de’miei guanti, per guarentirlo dagli
accidenti. I complimenti seguiti alla mia partenza furono troppi, perchè
io quì ne faccia la descrizione.
Cento Buoi, trecento Pecore, e tante pietanze, quanto quattrocento
Cucinieri apprestar poterono, con biscotto, ed ogni sorta di bevanda a
proporzione, servirono a vettovagliare il mio schifo. Presi meco sei
Vacche, e due Tori vivi; e lo stesso numero di Pecore e di Montoni;
intenzionato di trasferirgli al mio Paese, e di moltiplicarne la razza.
Per loro nutritura, io avea imbarcata una buona quantità di fieno, ed un
sacco di frumento. L’avrei fatto volentieri d’una dozzina di Naturali
del paese; ma a patto veruno non volle aderirvi l’Imperadore, ed oltre
a una diligentissima visita che si è fatta in tutte le mie tasche, Sua
Maestà giurar mi fece da uomo d’onore, di non asportare veruno
de’suoi Suggetti, anche che eglino stessi vi consentissero.
Con tal apparecchio, misi dunque alla vela il ventiquattro Settembre
1701. a sei ore della mattina; e dopo quattro lege, o circa, di cammino
verso Tramontana, essendo il vento a scilocco, scopri i verso l’ore sei
della sera una piccola Isola, lontana una mezza lega a Ponente Maestro, e
che mi parve diserta. A distanza ragionevole dalla spiaggia, lasciai
cascar l’Ancora; e dopo leggermente cenai, e procurai di riposarmi. Sei
buone ore, secondo la mia conghiettura, dormj; mercè, che due ore dopo
d’essermi risvegliato, stavasene spuntando l’Aurora. Facea un bel
chiaro di Luna; e prima che risorgesse il Sole presi la colezione. Levata
l’Ancora col favore d’un buon vento, continuai il cammin medesimo del
precedente giorno; nel che il mio compasso da saccoccia egregiamente mi
servì. Mia intenzione si era di guadagnar, se il poteva, una delle
Isole, che io avea ragione di credere situate al Greco Levante del Paese
di -Diemen-. Nulla vidi per tutto quel giorno; ma nel seguente, verso le
tre ore dopo il mezzodì, essendo discosto, secondo il mio calcolo, venti
e quattro legge da -Belfuscu-, scopri i una Vela che per iscilocco
navigava. Cacciai la scotta sopra di essa, ma corrisposto non fui; con
tutto ciò me le andava accostando sempre più, perchè allenta vasi il
vento. Sforzai tutte le mie Vele, e di là a mezz’ora la ciurma del
Vascello mi ravvisò, e fece un tiro di moschetto per avvertirmi che io
era stato veduto. Egli è invano che io possa esprimere l’allegrezza in
me eccitatasi dalla speranza di rivedere la mia cara Patria, e quelle
persone, onde io era unito con vincoli di tanta tenerezza. Imbroglio il
Vascello le Vele, e fra le cinque e sei ore della sera del venti sei
Settembre l’abbordai: ma quali trasporti di mia gioja nel riconoscerlo
per -Inglese-! Misi le mie Vacche, e le mie Pecore nelle tasche del mio
vestito, e con tutte le mie piccole provvisioni montai il Vascello,il
qual era di Mercanzia, rivenendo dal Giappone pe’Mari di Ponente, e
d’Ostro, e il suo Capitano, nomato -Giovanni Biddel-, era un gran
Galantuomo, e peritissimo nella Marina. Ci trovavamo allora a’trenta
gradi di Latitudine Meridionale; ed il Vascello potea avere cinquanta
uomini di equipaggio, fra quali uno ne rinvenni vecchio mio camerata, col
nome di -Pier Guglielmo-, il qual fece un ritratto vantaggioso di mia
persona al Capitano. Quest’onestissimo uomo mi praticò qualunque sorta
di convenienze, e mi pregò di dirgli donde io veniva ultimamente, ed ove
mi pensava d’indirizzarmi. In pochi termini soddisfeci alla curiosità
di lui, ma egli s’immaginava che io sognassi, e che i pericoli da me
scorsi mi avessero intorbidato il cervello. Su corale disputa, trassi le
mie Vacche, e le Pecore dalla saccoccia, che appena scorte da lui,
confessò di non aver che rispondere a una somigliante spezie di
dimostrazione. Fecegli poscia vedere l’oro regalatomi dall’Imperador
di -Blefuscu-, il ritratto in grande di Sua Maestà, ed alcune altre
curiosità del Paese. Gli presentai due borse, ogniuna di dugento
-Sprugs-; e gli promisi, che giunto che io fossi in -Inghilterra-, gli
avrei dato una delle mie Vacche, e altresì una Pecora pregna.
Nel nostro rimanente viaggio, che generalmente parlando, felicissimo
riuscì, non ci accadde cosa di gran momento, degna della notizia del
Leggitore. Arrivammo alle -Dunes- il terzodecimo di Aprile 1702. La sola
mia disgrazia fu, che i sorcj mi asportarono una Pecora, onde le ossa,
propi issimamente rosecchiate ritrovai in un cantone. Sbarchai sano, e
salvo, il restante mio gregge, e lo misi all’erba in una prateria a
-Greevich-, ove a perfezione ei s’ingrassò, tutto che il contrario
temuto ne avessi. Non sarebbemi riuscito di tenerlo in vita in un sì
lungo viaggio, se il Capitano non mi avesse somministrati alcuni
de’migliori suoi biscottini, che ridotti in polvere, ed impastati con
l’acqua, egregiamente nodrivano la piccola mia mandra. In mostrandola a
qualificate, ed altre persone, considerabilmente profittai pel poco di
tempo che me ne restai in -Inghilterra-; e innanzi d’inprendere il mio
secondo viaggio, la vendei per secento Scudi. Dopo l’ultimo mio
ritorno, trovai la razza accresciuta di molto, in particolar delle
Pecore; le quali, a quello che io ne spero, contribuiranno assai
all’avanzamento del lanificio, per la finezza della lana loro.
Due soli mesi me ne restai con la moglie, e co’figliuoli; poichè
l’insaziabile brama di veder nuovi mondi, non permettevami un più
lungo soggiorno in mia casa. Provvidi la mia Sposa di mille e cinquecento
Scudi, e ciò che mi restava oltre a questa somma, commutai in danajo, ed
in merci, con la speranza di far fortuna. Mio Zio -Giovanni- mi aveva
lasciato un picciolo podere che mi fruttava trenta scudi per anno;
cosicchè io non correva il risico di lasciare la mia famiglia in
meschinità, e fuor di questo, io pur avea un’altra piccola tenuta,
onde ritraeva anche di più. -Giannato- mio figliuolo, così chiamato
dopo suo Zio, studiava allora il Latino, ed era un ottimo ragazzo, e
quanto a mia figliuola -Lisaberta-, (che al presente è ben maritata, ed
ha figliuolanza,) ell’applicavasi a’lavori d’ago. Mi accommiatai
dalla moglie, dal figliuolo, e dalla figliuola, rimescolando con le loro
le mie lagrime, e fui al bordo dell’-Arrisicato-, Vascello di Mercanzia
di trecento botti, destinato per -Surate-, e comandato da -Giovan
Nicola-. Che se i miei Leggitori son tentati dalla curiosità di sapere
gli avvenimenti di questo secondo Viaggio, mo per appunto soddisfatti gli
rendo.
Fine della Prima Parte.
VIAGGIO DI
BROBDINGNAG.
PARTE SECONDA.
CAPITOLO I.
Descrizione d’una furiosa tempesta. L’inviato a terra lo Schifo per
provvedervisi d’acqua: vi s’imbarca l’Autore per iscoprir il Paese.
Egli è lasciato sulla spiaggia, vien preso da uno degli Abitanti, ed è
condotto in Casa d’un Fattor di Campagna. Modo ond’egli vi fu
ricevuto. Descrizione degli Abitanti.
COndannato dalla mia inclinazione, del pari che dalla sorte, a un genere
di vita sempre inquieto ed in moto, dieci mesi dopo il mio ritorno
abbandonai un’altra volta la mia Patria; e alle -Dunes- il venti di
Giugno 1702. m’imbarcai sopra un Vascello destinato per -Surate-, detto
l’-Arrisicato-, e il cui Capitan Comandante era un tale -Giovan
Nicola-. Perfino all’altezza del -Capo Buona Speranza-, ove demmo a
fondo per provvision di rinfreschi, ci fu il vento più che propizio. Vi
fummo arrivati appena, che ci avvedemmo che l’acqua entrava nel nostro
Vascello: e cotale ragione, unita all i febbre che nel tempo stesso
sorpreso aveva il Capitano, ci determinò a quivi restar sull’ancora
tutto l’inverno, non avendo potuto partircene che sul fine di -Marzo-.
Rimettemmo allora alla Vela, ed avemmo un favorevole tempo perfino allo
Stretto di -Madagascar-. Ma lasciata a Ponente quest’Isola, a un di
presso a cinque gradi di Meridionale latitudine; i venti, che in
que’mari regnano infallibilmente fra il Ponente, ed il Libeccio dal
principiar del Decembre fin al cominciamento di Maggio; e che per tutto
questo tempo egualmente soffiano, sul diciannove d’Aprile si fecero
sentire assai più violenti, e piegarono al Libeccio più che
d’ordinario per lo spazio di venti giorni. Spirato questo termine ci
trovammo al Levante delle Molucche, e presso che al terzo grado di
lattitudine Settentrionale, secondo una osservazione fatta dal Capitano
a’due di Maggio; giorno, in cui una tranquillissima calma successe alla
tempesta che poco innanzi travagliati ci avea; il che produssemi una non
mediocre allegria. Ma il nostro Comandante, che più d’una volta
frequentati avea que’Mari, ci rendè avvertiti d’una vicina burrasca.
Restò compiuta il giorno dietro la predizione di lui; mercè che
cominciò a suscitarsi un vento d’Ostro, che la -Mousson du Sud-
comunementesi chiama.
Vedutosi ad ingagliardire da un instante all’altro, ammainammo la
Civadiera, e ci preparammo ad abbassar il Trinchetto: ma a cagion del
tempaccio, assai faticammo per ottenerne l’intento. Stavasene in alto
mare il Vascello; il che risolver ci fece, anzi che metterci alla cappa,
di scorrere a secco. La tempesta era sì violenta, che sembravaci ad ogni
momento di colar a fondo. Con tutto ciò, per la massima delle nostre
buone fortune, dopo di aver infuriato alcuni giorni, ella si abbonacciò.
Durante il cattivo tempo, che fu seguito da un buon Libeccio, con tanta
forza fummo portai al Levante, che niun de’nostri asserir potea ove noi
fossimo. Abbondavano per anche le nostre provvisioni, il Vascello poco si
trovava danneggiato dalla burrasca, e d’una perfetta sanità godeva
tutto l’Equipaggio; e pure, mancandoci l’aqcua, era crudelissima la
nostra costituzione. Giudicammo che fosse meglio di continuare il cammino
medesimo, che di piegare più al Ponente: il che avrebbe potuto menarci
al Ponente-Libeccio della Gran -Tartaria-, e nel mare -Glaciale-.
A’sedici Giugno 1723. un mozzo di Nave che era ad alto del Parochetto,
discoprì Terra. A’diciassette distinguemmo chiaramente una
grand’Isola, o fosse un Continente, (perochè qual de’due nol
sapevamo,) alla cui parte meridionale aveavi una picciola lingua di terra
sporgente in mare, ed un piccolo seno, tanto nè pur profondo, per
ricevervi un Vascello di cento botti. Ci ancorammo a una lega da questo
seno; e il nostro Capitano spedì una dozzina d’uomini ben armati nello
schifo, co’necessarj arnesi per rintracciarvi dell’acqua. Gli chiesi
la permissione di accompagnargli, per vedere il Paese, e procurar di
farvi qualche scoperta. Posto piede a terra, non vedemmo nè Riviere, nè
sorgenti, ne segno veruno di abitazioni. Costeggiarono i nostri, ansiosi
pur di scorgere se fossevi qualche fiume che mettesse in mare, ed io
dall’altra parte feci, da per me solo, per quasi un miglio, senza
ravvisar altro, che un arrido, e pietroso terreno. Malcontento delle mie
discoperte, adagio adagio me ne rivenni al seno mentovato; ma quale
stordimento non si fu il mio, quando vidi che le nostre genti, non erano
solamente entrate nello schifo, ma che a forza di gran remate smaniavano
di riguadagnar il Vascello, econ un affrettamento, onde comprenderne non
ne potei la cagione? Stava io per gridar loro che si arrestassero:
allorchè mi venne fatto di raffigurare una spezie di Gigante che
avanzavasi nel Mare dietro di loro il più velocemente poteva, non avendo
l’acqua che fino alle ginocchia, facendo sgambettato, che aveano del
prodigioso. Ma i Marinaj, inoltrati più che lui d’una mezza lega,
essendo ivi il fondo seminato di roccie, non poterono esser raggiunti dal
Mostro. Fummi ciò rapportato dappoi; mercè che non ebbi il coraggio di
fermarmi, per essere spettatore del fine d’Un’Avventura sì
terribile. Presi il partito di darmi alla più precipitata fuga pel
cammino più corto, e dopo uno sfiatato correre di qualche tempo mi
rampicai sopra una collina scoscesa, donde allungar potea l’occhio
sopra una estensione di Paese assai vasta. Comparvemi allo sguardo
d’una buona cultura; ma a prima giunta restai sorpreso dalla lunghezza
dell’erba, la qual si alzava per più di venti e quattro piedi, e che
nel luogo onde io vedeala, mi parea espressamente conservata per farne
fieno. Ad alto della Collina, scoprj una grande strada, per tale almeno
la giudicai, comechè non servisse agli Abitatori che d’un piccolo
sentiero traversante un campo di frumento. Me ne andai qualche tempo su e
giù di questa strada; ma nulla potei vedere nè dall’una, nè
dall’altra parte, perchè era ormai la stagione del mietere; avendo gli
steli un’altezza di quaranta piedi per lo meno. Bisognai d’un’ora
intera innanzi di ritrovarmi all’estremità di questo campo, ch’era
circondato da un’alta siepe di cento e venti piedi. Pel passaggio dal
campo stesso al campo vicino, aveavi una barricata; e questa barricata
quattro gradini avea, al di sopra di cui stava altresì un gran sasso,
che bisognava saltare per superarlo. Mi era impossibile di montare questi
gradini, essendo ognuno sei piedi alto, e più di venti la pietra. Me ne
andava io fiutando qualche apertura nella siepe; allorchè nel vicino
campo gettai l’occhio sopra uno degli Abitatori, il quale accostavasi
alla barricata, ed era del taglio medesimo che colui che al nostro schifo
data avea la caccia. Pareami egli dell’altezza d’un Campanile comune,
e cadauna sgambettata di lui, dieci verghe valea, o a un di presso.
Stordito dalla maraviglia, e dallo spavento, m’intanai fralle biade,
donde il ravvisai all’alto della barricata, risguardando nel campo
vicino alla dritta. Un momento dopo lo intesi a gridar non soche, ma
d’un tuono così orribile, che il credei da principio uno scoppio di
fulmine. Sei mostri accorsero alla sua voce della statura medesima, e
tenenti in mano delle salci d’una smisurata grandezza. Non eran questi
ultimi così ben abbigliati che il primo, avendo eglino sembianza
d’essere servidori di lui; essendo che immediate che ei pronunziò loro
alcune parole, si accinsero a mietere le biade del campo ove io mi
trovava. Mi staccai da essi il più che potei, comechè con estrema
difficoltà; perchè i gambi del frumento non erano, allo spesso, che
alla distanza d’un piede gli uni dagli altri, cosicchè stentatamente
io passava fra due. Con tutto ciò, in avanzando sempre, pervenni a un
certo luogo del campo, ove il vento, e la pioggia, abbattuto avevano il
grano. Qui sì che assolutamente mi fu impossibile di far un passo;
conciossiacosachè gli steli erano così agruppati, e confusi insieme,
che io non poteva pel traverso guizzarmivi; e le reste, che erano cadute,
sì forti, che le punte loro traforavano i miei vestiti. Nel instante
medesimo io sentiva i mietitori, non più che cento verghe da me lontani.
Oppresso di fatiche, e quasi alla disperazione ridotto, mi prostesi fra
due solchi, mi augurai di buon cuore la morte. La memoria della mia
Sposa, e de’miei figliuoli, che secondo tutte le apparenze io non dovea
riveder mai più, vivamente mi tormentava. Un momento dopo io piagneva la
mia imprudenza, e la mia pazzia, di aver, contra il consiglio
de’parenti, e di tutti gli amici miei, intrapreso un secondo viaggio.
In un tale spaventevole agitamento di spirito, non potei di meno di
pensare a -Lilliput-, i cui Abitanti mi spacciavano per una creatura di
smisurata grandezza, ove io era capace, da per me solo, d’impadronirmi
d’una Imperiale Armata, e di operare tante altre maraviglie, onde la
memoria sarà conservata eternamente negli Annali di quella Monarchia, e
alle quali difficilmente prestar vorrà sede la posterità, tutto che
ratificate dalla deposizione d’un numero infinito di testimonj. Io
meditava che molto mortificarmi dovea il comparir così picciolo al
Popolo fra cui io mi rinveniva, come un -Lillipuziano- paruto lo avrebbe
fra noi. Ma quest’era il menomo de’miei infortunj: mercè che come si
è osservato che le Creature umane son più selvagge, e più crudeli a
proporzione della grandezza loro; e che altro poteva io aspettarmi, che
l’essere divorato dal primo di que’Mostri che riscontrato avessi? An
ben ragione di dire i Filosofi, che nulla vi ha di grande, o di picciolo,
che per comparazione. Avvenir poteva che i -Lillipuziani- trovata
avessero una Nazione, il cui Popolo, per rapporto ad essi, fosse così
piccolo, che eglino stessi l’erano a riguardo di me. E chi sa se la
razza enorme di que’Giganti che io aveva negli occhj, non era un
semenzajo di Nani, in comparazione di qualche altro Popolo?
Con tutto il mio sbigottimento, non poteva io non dar luogo a tali
riflessioni; allor quando uno de’Mietitori, che dal solco, ove io me ne
stava appiattato, non più che dieci verghe discostavasi, temer mi fece,
che col dar avanti un sol altro passo, non mi schiacciasse, o con la sua
falce non mi dividesse in due. Affine di prevenire entrambe queste
disgrazie, veduto che l’ebbi in disposizione di qualche muovimento,
gettai un grido che la paura prese a suo conto d’ingrandir molto. Si
arresta il Mostro; e risguardando per qualche spazio da tutti i lati
sotto di lui, finalmente ravvisommi a terra. Per alcuni instanti mi
considerò egli con quell’attenzione medesima che si ha, quando si
vorrebbe prender in mano qualche pericoloso animaluzzo, senza ch’ei
mordere, o graffiar potesse; come io stesso talvolta in -Inghilterra-
praticato aveva a riguardo d’una donnola. Arrisicossi finalmente a
prendermi pel mezzo del corpo fra il suo pollice, e l’indice, e mi
avvicinò a tre verghe da’suoi occhj, per poter esaminarmi
distintamente. Indovinai il pensiero, e per buona sorte fui assistito da
una tal presenza di spirito, che in tempo ch’ei mi teneva sospeso in
aria indistanza di più di sessanta piedi da terra, non ostante che
crudelmente mi pizzicasse fralle sue dita, nè pur fiatai, per paura
ch’ei non mi lasciasse cadere. Rivolsi solo gli sguardi miei verso il
Sole; giuntai le mani in aria di supplichevole, e alcune parole proferj
con un lamentevole tuono, che conveniva pur troppo alla sgraziata mia
costituzione di allora. Mercè che io tremava ad ogni momento ch’ei non
mi gettasse a terra, come facciamo per ordinario di qualche odiosa
bestioluccia, che vogliamo distruggere. Ma il destino che cominciava a
placarsi verso di me, operò che la mia voce, ed i miei atteggiamenti,
gli piacessero, e che stupito al maggior segno d’intendermi ad
articolar de’suoni, mi contemplasse con una spezie di curiosità. Nel
tempo stesso non potei di meno di gettare molti sospiri, di spargere
alcune lagrime, e di girar la testa verso quella parte ov’ei mi teneva;
dandogli a conoscere, nel miglior modo, che mi faceva male. Parve ch’ei
mi capisse; perchè levato il lembo del suo vestito, pianamente mi vi
ripose, e un istante dopo corse alla volta del suo Padrone, il qual era
un buon Fattor di Campagna, ed il medesimo, che io da prima nel Campo
veduto avea. Il Fattore, (come suppongo per le loro maniere) ricevute, in
riguardo a me, tutte le informazioni possibili dal suo Famiglio, prese un
bruscolo di paglia, quanto una canna, e se ne servì per alzare la parte
estrema dell’abito mio, che ei credeva una sorta di pelle, onde la
Natura avessemi ricoperto. Chiamò i suoi servidori, e chiese loro, (a
quel che dappoi me ne fu detto) se mai ne Campi trovata avessero una
picciola creatura che mi assomigliasse? Mi mise poscia con tutta la
dilicatezza a terra, nella situazione medesima come una bestia a quattro
piedi; ma immediate mi levai, passeggiando avanti, e indietro, a piccoli
passi, per far comprendere a quel Popolo che mia intenzione non era di
fuggirmene. Stavan coloro tutti sedendo d’intorno a me, per Levai il
mio cappello, e feci una riverenza profonda al Fattor di Campagna. Mi
gettai alle ginocchia di lui; e avendo alzato gli occhj, e le mani al
Cielo, pronunziai alcune parole il più alto che potei. Dalla mia tasca
trassi una borsa contenente alcune monete d’oro, che con un’aria
tutta rispetto gli offerj. Ei la ricevette nella palma della sua mano;
indi accostolla ben da vicino alla sua vista, per veder ciò che fosse:
dopo ciò, con la punta d’uno spilletto, ch’ei tirò dalla sua
manica, più e più volte la girò, e rigirò, ma sempre senza
comprendere qual macchina si fosse. Io addocchiato ciò, gli feci segno
di mettere la sua mano a terra, e presa, ed aperta la borsa stessa,
versai nella palma della mano di lui, tutto l’oro. Aveavi sei dobbloni
di -Spagna- da quattro l’uno, ed altre venti o trenta monete di minor
peso. Osservai che egli sopra la sua lingua bagnava l’estremità del
più picciolo suo dito, per poter così prendere una delle monete più
grandi, e di poi un’altra; ma mi parve che certamente non le
conoscesse. Mi accennò di rimetterle nella borsa, e poscia di rimettere
la borsa nella mia tasca; il che feci dopo di avergliela offerita ancora
cinque o sei volte.
Il Fattore allora restò convinto che io fossi una Creatura ragionevole.
Frequentemente mi parlò, e tutto che a guisa d’un mulino da acqua mi
stordisse la voce di lui nulladimeno distintamente ei pronunziava. Col
più forte tuono risposigli in linguaggj diversi, e molte fiate ei tanto
si abbassò, che fra la sua orecchia, e me, non aveavi di distanza che
due sole verghe; ma fui inutile il fastidio d’entrambi, perchè
d’intenderci non fu vi mezzo veruno. Inviò allora i suoi famiglj
all’opera loro, e tratto dalla saccoccia il suo fazzoletto, piegollo in
due, e lo stese sulla sua sinistra mano, che, con la palma al di sopra,
aperta la mise a terra, facendomi segno di ripormivi; il che non era
disagevole, poichè di grossezza non vi ave che un solo piede. Credetti
dover ubbidire, e per timor di cadere, mi distesi per lungo sul
fazzoletto; col resto di cui, per sicurezza maggiore, m’inviluppò per
fino alla testa, e in cotal positura mi portò in sua casa. Pervenutovi,
immediate mi mostrò a sua moglie; ma ella fortemente stridendo diede
addietro, come appunto in -Inghilterra- an costume di fare le Dame in
vedendo un rospo, o un ragnolo. Considerata però che ella ebbe la mia
continenza, e con quale docilità me ne stessi ubbidendo a’menomi cenni
di suo marito, addomesticossi ben presto, e guari non tardò ad amarmi di
tutto cuore.
Verso il mezo giorno un domestico recò il pranzo, il quale consisteva in
una sola pietanza, ma assai buona nel suo genere, e tale che conveniva a
un lavoratore di Campi. Venti e quattro piedi di diametro aveva il
piatto: e la compagnia consisteva nel Fattore, nella moglie, in tre
figliuoli, e in una Vecchia Nonna. Seduto che fu ognuno, il Fattore mi
collocò sopra la tavola, che aveva un’altezza di trenta piedi, in
qualche distanza da lui. O che terribili dolori di ventre che allor mi
presero! e per timore di ruotolar abbasso, mi staccai il più che potei
dalla sponda. Trinciò la moglie un pezzo di carne, e sminuzzato sopra un
tondo un poco di pane, il pose d’avante a me. Io le feci un profondo
inchino, trassi il mio coltello e la mia forchetta, e a mangiar mi messi,
onde eglino parvero soddisfatti. La Padrona comandò alla serva di andar
in traccia d’una piccola tazza di tenuta non più che di dodici
boccali, o circa, e che ella stessa ebbe la cura di riempiere per conto
mio. Per prendere la tazza fui obbligato di valermi d’ambe le mani; e
in contegno di rispetto brindai alla sanità della Signora della casa; il
che fece fare a tutta la brigata un sì grande schiamazzio di ridere, che
pensai divenir sordo. Avea la bevanda un sapore di piccola cervogia, e
non era ingrata. Il Marito allora mi accennò di mettermi accanto del
tondo di lui; ma come io stava camminando sulla tavola per anche tutto
stordito, (e ben penso che il Leggitore facilmente sel persuada,)
m’accadde d’intopparmi in una crosta di pane, ed in cadendo, di dar
del naso sulla tavola medesima, ma per buona sorte senza farmi male
veruno. Mi rilevai in un subito; ed osservando la somma inquietudine di
quelle buone persone, presi il mio cappello, (che per pullitezza io avea
tenuto sotto il braccio,) e girandola sopra la mia testa, gettai nel
tempo stesso due, o tre giocondi gridi, per manifestare che io non era
restato offeso. Ma nel punto che io mi avanzava verso il padrone, (che
così sempre in avvenire il chiamerò,) il più giovane de’figliuoli di
lui, che gli era seduto accosto, e ch’era un furfantello di dieci anni
di età, pigliommi per le gambe, e sì sospeso mi tenne nell’aria, che
non aveavi membro del corpo mio, che non tremasse di paura. Ma il suo
padre me gli tolse dalle mani, diedegli uno schiaffo sì terribile che il
più grosso Elefante che in -Europa- siasi mai veduto, ne sarebbe restato
rovesciato, e gl’ingiunse di levarsi immediatamente di tavola. Ma io
temendo il rancore del giovane; e ricordandomi perfettamente bene fin a
qual segno presso noi i ragazzi sono crudeli verso i passeri, i coniglj,
i gattuccj, ed i cagnuoli, mi gettai ginocchioni; e additando il
malfattore, procurai di far capire al mio padrone, che io gli chiedeva la
grazia del perdono di lui. Acconsentivvi il padre, e permise che il
figliuolo ripigliasse il suo posto; per lo che mi addrizzai ver lui, e
gli baciai la mano; che presa dal padrone, ei più fiate passolla, e
ripassolla sulla mia faccia, come per accarezzarmi.
Verso la metà del pranzo, il gatto favorito della mia padrona le saltò
nel grembiule. A giudicarne dalla testa, e da una delle zampe, che io
attentamente considerai quand’ella lo accarezzava, ed il nutriva, tre
volte più che un Bove parvemi grosso quell’animale. L’aria furiosa
d’una tal bestia mi fece tremare da capo a piedi, tutto che mi trovassi
all’opposta estremità della tavola; e che la padrona il ritenesse, per
timore che saltando sulla tavola stessa, non mi brancasse. Ma per buona
fortuna la pagai col solo spavento; mercè che il gatto mi bado appena,
non ostante che il padrone me gli avesse avvicinato tanto, che lo spazio
di tre verghe ci separasse solamente. Come io sempre avea inteso a dire,
e altresì esperimentato ne’Viaggj miei che il fuggire, o il mostrar
paura dinanzi ad un animale crudele, è il vero mezzo di farsi assalire;
mi risolvetti, in un cimento così scabroso, di prendere una maniera
intrepida, e di coraggio. Con un sembiante animosamente fiero, cinque, o
sei volte, su, e giù spasseggiai sul ceffo medesimo dell’animale, e
accanto accanto poscia me gli accostai; ed egli saltò a terra, come
fosse più di me spaventato. Un tratto tale di arditezza sì ben
riuscitomi, produsse che io poi non avessi tanto terrore de’cani,
essendone tre o quattro di essi nell’instante stesso entrati nella
stanza, come per ordinario si pratica nelle case de’Castaldi; ed uno di
que’cani, ch’era un mastino, quattro Elefanti uguagliava. Vicino di
lui stavasene un levriere, ancora più alto, ma non sì grosso.
Era il pranzo presso che al fine, quando entrò la balia tenendo nelle
sue braccia un bambino d’un anno, il quale subito mi pose l’occhio
addosso, e cominciò a gridar sì forte, che potevasi sentire per una
lega, e non per altro com’è solito de’bamboccj, perchè io gli
servissi di suo trastullo. Per pura indulgenza mi prese la Madre di lui,
e mi avanzò verso il pargoletto, che incontanente mi afferrò pel
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