perchè la menoma scintilla potuto avrebbe accenderla, e così far saltar
in aria tutto l’Imperiale Palazzo. Rimisi eziandio il mio oriuolo, che
il Monarca desiava ardentemente di vedere; ed egli ordinò a due delle
sue guardie più nerborute d’appenderlo ad una pertica, e di portarlo
in sulle loro spalle, nella guisa stessa che in Inghilterra i bastaggj
portano un barile di birra. Il sorprese l’incessante strepito della
macchina, ed altresì il movimento dell’aguglia che i minuti disegna, e
che egli facilissimamente ravvisò; essendo la vista degli Abitatori di
quel Paese molto più fina della nostra. Parecchi Letterati richiesti
dall’Imperadore della natura di questa macchina, fecero, come chi legge
può agevolmente immaginarselo, differenti risposte; di cui, confessarlo
deggio, non ne ho compreso il menomo senso.
Consegnai poscia tutto il danajo in argento, e in rame; la borsa
contenente nove grosse monete d’oro, ed alcune altre di minor valore;
il mio coltello, il rasojo, il pettine, la tabacchiera d’argento, il
fazzoletto, e l’almanacco. La spada, le pistole, furono caricate sopra
carrette, e trasferite negli Arsenali di Sua Maestà.
Come già il dissi, teneva io una segreta tasca che restò sottratta alle
occhiute lor revisioni, e in cui serbava un pajo d’occhiali (onde alle
volte mi servia in ajuto della debol mia vista,) un Cannocchiale, ed
alcune altre bagattelluzze, che credetti non essere obbligato di
discoprire; pel timore di perderle, e che, per altro, per uso veruno
dell’Imperadore servir non potevano.
CAPITOLO III.
Strana maniera dell’Autore per tener ricreata Sua Maestà Imperiale, e
la Nobiltà tutta dell’uno, e dell’altro sesso della Corte di
Lilliput. Altri divertimenti di questa Corte. Sotto certe condizioni è
l’Autore rimesso in libertà.
LA mia placidezza, e la buona mia direzione mi aveano talmente acquistata
la benevolenza, non solo dell’Imperadore, e della Corte di lui, ma
eziandio della Milizia, e di tutto il Popolo in generale, che cominciai a
nodrirmi di speranza d’essere fra poco rimesso in libertà. Operai
tutto il possibile per coltivare sì favorevoli disposizioni. Io non
faceva più paura a’Naturali del Paese: anzi talvolta cercandomi per
terra, io permetteva che cinque, o sei d’essi danzassero sulla mia
mano. In somma; perfino i giovinetti, e le donzelle si arrisicarono di
givocare alla Cieca ne’miei Capelli, ed io, a parlar, e ad intendere
passabilmente il lor linguaggio, già cominciava. Venne un giorno in capo
all’Imperadore di regalarmi con alcuni spettacoli del Paese; nel che
certamente confessarsi si dee, che i -Lillipuziani- superano tutte le
Nazioni del mondo, sì a riguardo della loro industria, che della loro
magnificenza. Fra tutti spettacoli io rimasi più ricreato da quello de
Saltatori da corda. Facean eglino le più arrischiate capriole sopra un
fil bianco assai sottile, di due piedi di lunghezza, e che era teso
all’altezza da terra di dodici pollici. Su che, con buona permission di
chi legge, è forza che io mi stenda alquanto più.
Non è in uso un tale divertimento che fra que’soli che aspirano alla
grazia del Principe, o a grand’impieghi. Fin dalla prima giovinezza si
esercitano essi in quest’arte, e non sempre si distinguono con un
nascimento illustre, o con una bella educazione. Vacante che fia qualche
Carico riguardevole, o per la morte, o per la grazia dell’investito,
(il che non di rado avviene,) cinque, e sei, de’Candidati implorano
dall’Imperadore la permissione di danzar sulla corda alla presenza di
lui, e della sua Corte; e colui che senza cadere salta più alto,
conseguisce la Carica onde si tratta. Frequentissimamente i primi
Ministri stessi son tenuti di far pompa della loro destrezza, e di dar
saggi sulla faccia del Monarca della conservata antica loro agilità,
Conviene ognuno che -Flimnap-, il Tesoriere, in facendo sopra una tesa
fune una Capriola, elevasi in aria, per lo meno, d’un grosso dito più
alto che quale siasi Signore di tutto l’Imperio. L’amico mio
-Reldresal-, primo Segretario degli affari segreti, per quel che me ne
pare, se tuttavia non mi trovo un po troppo prevenuto a favore di lui, e
il secondo dopo il Tesoriere: quanto agli altri Grandi, nè pure se ne
avvicinano.
Cotali divertimenti, allo spesso non piccoli infortunj cagionano, onde la
Storia ne abbonda. Co’proprj miei occhj vidi due o tre Candidati a
dislogarsi, o a fracassarsi qualche membro, è ben maggiore il pericolo,
quando i Ministri medesimi sono costretti a manifestare la propria
sveltezza, mercechè per superare i lor emoli, e in qualche modo se
stessi, praticano sforzi sì prodigiosi, che quasi niuno ve n’ha che
fatta non abbia qualche caduta, ed alcuni pure per fino a due, o tre. Fui
accertato che due anni in circa prima del mio arrivo, sarebbesi, senza
altro, -Flimnap- accoppato, se uno de’guanciali Imperiali, che a sorte
trovossi a terra, la forza della percossa non avesse diminuita.
Avvi un altro genere di ricreamento, ma che non si prende tuttavia che in
certe occasioni, e alla sola presenza dell’Imperadore,
dell’imperadrice, e del primo Ministro. Ripone il Principe sopra un
tavoliere tre fila di seta, ciascuno della lunghezza di sei pollici.
E’di color porporino il primo, il secondo giallo, e bianco il terzo.
Propongonsi queste fila come altrettanti premi a quegli soli che
l’Imperadore vuol distinguere con un sonoro, e speziale contrassegno
della sua grazia. Celebrasi la cerimonia in una delle maggiori Sale di
Sua Maestà; ed ivi sono tenuti i Candidati di soggiacere ad una pruova
di agilità molto diversa dalla precedente, e tale, che nel vecchio, e
nel nuovo Mondo, in qualunque parte che sia, somigliante non ne vidi, e
neppure che vi abbia il menomo rapporto. Tiene l’Imperadore in sue mani
un bastone, le cui due estremita sono paralelle dell’Orizzonte; ed
a’Candidati tocca di avanzarsi ad uno ad uno, e di saltare ora al di
sopra del bastone, ora di sguizzarvisi pel di sotto, a misura che più
elevato, o più basso egli è. Più d’una fiata si ripete
quest’esercizio; tenendo tal volta il Principe una estremimità del
bastone, e il primo Ministro l’altra; ed altre volte pure il tiene il
primo Ministro solo. Quegli che da saggio di maggior industria, e che men
fatica nel saltare, e nel rampicarsi, conseguisce in ricompensa il filo
color di porpora; del giallo si mette in possesso il secondo, e del
bianco il terzo. Ognuno de’vincitori se ne fregia a foggia di cintura;
pochi essendo i Signori di distinzione, che adorni non ne sieno.
I Cavalli dell’Esercito, e quegli altresì delle Stalle Regie, essendo
stati condotti ogni giorno dinanzi a me, già si erano cotanto
accostumati di vedermi, che veniva, no fin su’miei piedi senza
scomporsi. Quando io metteva a terra la mia mano, i Cavalieri gli
facevano coruettarvi sopra, el uno degl’Imperiali Cozzoni salto col suo
cavallo sopra il mio piede, sopra la scarpa, e sopra ogni cosa, il che,
per dir vero, poteva si registrare per un salto portentoso. Ebbi io la
felicità di ricreare un giorno l’Imperadore in una straordinaria
maniera. Il supplicai di dar ordine che mi fossero provveduti alcuni
bastoni di altezza di due piedi, e della grossezza d’una canna comune.
Comandò egli immediate al suo soprantendente Generale de’Boschi di
sarmigli avere; ed in fatti il giorno dietro vidi arrivare sei boscajuoli
con altrettanti carri carichi della qualità di bastoni da me richiesta,
ed ogni carro era tirato da otto cavalli. Presi nove di que’bastoni che
fortemente in terra conficcai, e che disposi in un modo, che formavan
eglino un quadrato di due piedi, e mezzo. A cadaun lato attaccai un
bastone all’altezza di due piedi da terra, e in tal simmetria, che
tutti fra d’essi erano paralelli. Dopo ciò, legai il mio fazzoletto
a’nove bastoni che io aveva confitti nel terreno, e ben lo tesi da
tutti i lati come la pelle d’un Tamburo; servendo d’ogni intorno di
sponda i quattro bastoni paralelli, i quali più del fazzoletto erano
elevati di cinque grosse dita. Compiuto il fatto mio, proposi
all’Imperadore che due dozzine de’suoi migliori Cavalli facessero il
loro esercizio sopra quella pianura. Soddisfece alla mia richiesta il
Principe; ed io, l’un dopo l’altro, gli presi tutti cogli Uffiziali
che gli montavano, e sopra il mio fazzoletto gli accomodai. Posti che
furono in ordinanza, si divisero in due manipoli, scherzevolmente
scaramucciarono, scoccarono saette che veruno offendere non potevano,
spiegarono le bandiere, vennero alle mani, e per dir tutto in una parola,
diedero a conoscere che perfettamente erano instruiti di molte regole
della militar disciplina. I bastoni paralelli impedivano che essi, e i
loro cavalli a terra non cadessero, e tanto si compiacque l’Imperadore
di un tale spettacolo, che ne ordinò la replica per molti giorni; e
volle stessamente una volta essere riposto egli medesimo sopra il mio
fazzoletto, e comandare in persona le mozioni de’suoi Cavalieri.
Rendenne eziandio persuasa l’Imperadrice; tutto che con non poca pena
ei mi accordasse di tenerla in mano nella sedia d’appoggio di lei, in
distanza di due verghe dal mio fazzoletto, donde ella a suo bell’agio
d’ogni cosa potesse essere spettatrice. Buona sorte per me, che in
tutti questi divertimenti non n’è accaduto il menomo inconveniente.
Una sola volta, un cavallo focoso che apparteneva ad uno de’Capitani,
con un colpo d’unghia fece un buco nel mio fazzoletto, e rovescione
cadde col Cavaliere che lo montava; ma entrambi al più presto gli
rialzai; e dopo di aver turato il buco con una mano, mi servj
dell’altra per riporre la brigata a terra. Si era il cavallo stravolta
la manca spalla: ma il Cavaliero non ne risentì male di sorta, ed io il
meglio che seppi rappezzai il fazzoletto; persuaso però di non esporlo a
somiglianti accidenti mai più.
Due o tre giorni prima che io ricuperassi la libertà, in tempo che me ne
stava divertendo la Corte con tutte queste maraviglie, capitò espresso
un Masseggiere per informare l’Imperadore, che alcuni de’suoi
Suggetti, sollazzandosi nel sito medesimo ove io era stato trovato,
scoperta aveano una gran cosa, che giacevasene a terra, d’una assai
bizzarra figura; i cui margini si stendevano in cerchio, e che nel mezzo
era all’altezza d’un uomo; avendo; per altro, poco più, o meno,
l’estensione medesima che la camera da letto di Sua Maestà: che non
era questa una creatura vivente, come da principio si avea temuto;
poichè praticatisi d’intorno a lei diversi giri, non avea ella esibiti
indizj veruni del menomo movimento: che in montando in sulle spalle degli
altri, alcuni d’essi erano pervenuti sino alla sommità, la qual’era
molto piana; e che col battere d’un piede, trovato aveano che la
macchina era al di dentro vota: che sembrava loro verisimile che ella
dovesse appartenere all’-Uom-Montagna-; e che se fosse in grado di Sua
Maestà, ne avrebber eglino impreso il trasporto alla Corte, purchè
fossero loro somministrati cinque cavalli. Immediate compresi ciò che
dir volessero, e giubilai nel mio cuore per la recata novella.
E’probabil cosa, che dopo d’essermi salvato a terra dal mio
naufragio, talmente stordito io fossi, che prima d’arrivare al luogo
ove mi addormentai, il mio cappello, che io aveva legato al collo in
tempo che me ne stava remando, e che tenne fermo per tutto lo spazio del
mio nuotare, caduto fosse senza che me ne avvedessi. Supplicai Sua
Imperial Maestà di comandarne il pontuale trasporto, e ne le descrissi
la natura, e l’uso. L’ebbi il giorno dietro, ma in pessima
condizione; mercechè, a un pollice e mezzo di distanza dal di lui
margine, vi avean coloro praticaci due fori, ed a questi, attaccati due
uncini, pe’quali passata aveano una lunga fune, per legar meglio il
povero mio cappello alle tirella de’Cavalli: e con tal apparecchio ei
fece più d’una mezza lega d’Inghilterra. Ma come il terreno di quel
Paese è molto piano, non restonne danneggiato quanto sorse avrei creduto.
Due giorni dopo quest’avventura, l’Imperadore, avendo intimato a
quella parte di sue milizie che si trovava dentro, e d’intorno alla sua
Capitale, di tenersi lesta al primo ordine, immagino un assai singolare
divertimento. Egli s’invogliò che io me ne stessi come un -Colosso-,
con le gambe larghe per quanto mi fosse possibile. Comandò allora al suo
Generale, il qual era un gran Capitano, e mio amicissimo, di mettere in
buona ordinanza gli Squadroni, e di fargli marciare di sotto a me
formando l’Infanteria una fronte di venti quattro, e la Cavalleria di
sedici, tamburi battenti, insegne spiegate, ed alte le picche. In questo
modo mi passarono fra le gambe tre mila Fanti, e mille Cavalieri. Sotto
pena di morte promulgò Sua Maestà, che ogni Soldato nella sua marcia
osservasse le regole più esatte della decenza a mio riguardo. Con tutto
ciò, un tal ordine non impedì che alcuni giovinastri Uffiziali non
levassero in alto gli occhj in passandomi pel disotto. E per dir vero,
erano allora sì laceri i miei calzoni, che per lo meno traveder facevano
alcuni argomenti di beffe, e d’ammirazione.
Furono tante, e tali le mie suppliche per ottenere la libertà, che
finalmente fu messo sul tappeto l’affare, prima nel Gabinetto di Sua
Maestà, e poscia in pien Senato. Non vi fu chi si opponesse se si
eccettua -SKyresh Bolgolam-; il quale, senza che gliene avessi dato
suggetto di sorta, fece scoppiare contra di me una mortale aversione: Ma
al suo dispetto, tutto il Consiglio decise a mio favore, e la decisione
dall’Imperadore restò ratificata. Quest’atrocissimo nemico era il
-Galbet-; e vale a dire, l’Ammiraglio del Regno, gran Favorito del
Monarca, e oltracciò, versatissimo negli affari, ma d’un aspro
temperamento, ed importuno d’umore. Cedette alla fine; ma nel tempo
stesso se gli acaccordò, che lui medesimo quegli sarebbe che stendesse
gli articoli, e le condizioni onde dipendesse la mia libertà, e la cui
manutenzione convalidata fosse dal mio giuramento. -Skyresh Bolgolam-
stesso, accompagnato da due sotto Segretarj, e da alcune altre persone
ragguardevoli, recommi queste condizioni. Seguita la lettura, dovetti
giurarne l’osservanza, primieramente secondo lo stile del mio Paese, e
poscia secondo quello che le loro Leggi prescrivono, il qual era di
tenere il piede mio dritto nella mia manca mano, di porre il dito di
mezzo della mia mano destra sulla sommità della mia testa, ed il pollice
sull’estremità superiore della dritta mia orecchia. Come forse può
essere curioso il Leggitore di concepir qualche idea dello stile, e della
maniera di parlare di quel Popolo, e di aver eziandio il raguaglio delle
condizioni, alle quali mi su renduta la libertà, ho creduto ch’ei mal
volentieri non ne vedrebbe la traduzione, che ho procurato di fare con la
più possibile fedeltà, ed eccola per appunto. Golbasto Momaren Eulame
Gurdilo Shefin Mully Gue, Potentissimo Imperadore di -Lilliput-, le
Delizie, ed il Terrore dell’Universo, le cui Regioni an di estensione
cinque mila -Blustrugs-, (dodici miglia in circa di circuito) e che altri
limiti noti anno che quelli della Terra: Monarca de’Monarchi, più
grande, che i Figliuoli degli Uomini, i cui piedi posano sul centro della
terra, e la cui testa arriva perfino al Sole: che con una occhiata sola
fa tremare i Principi del Mondo, Amabile come la Primavera, Giocondo come
la state, Fecondo come l’Autunno, e Terribile come l’Inverno. La
Sublimissima Maestà sua propone all’-Uomo Montagna- capitato da
qualche tempo nel formidabile Imperio di Lei, i seguenti Articoli, la cui
osservanza ei con giuramento dovrà promettere.
Primieramente; l’-Uomo-Montagna- non uscirà de’nostri Stati senza
averne una permissione suggellata col gran Suggello.
II. Senza espresso nostro ordine non entrerà egli nella nostra Capitale;
e quando vi verrà, gli Abitanti due ore prima ne saranno avvertiti,
perchè abbiano il tempo di ritirarsi nelle loro Case.
III. Il sudetto -Uomo-Montagna- limiterà il suo passeggio alle
principali strade maestre e si guarderà dal trattenersi, o dal mettersi
a dormire in una Prateria, o in un Campo di biade.
IV. Quando si tratterà nelle Strade Maestre, avrà esatta attenzione di
non camminare sul corpo di alcuno de’nostri diletti sudditi, nè sopra
i loro cavalli, e le loro carrette; non potrà pure prendere in sua mano
veruno degli stessi nostri suggetti, se pero eglino non ci consentissero.
V. Se avviene che all’improvviso si abbia la necessità di spedire per
qualche parte un Messaggere, l’-Uomo-Montagna- sarà obbligato, una
volta per cadauna Luna, di trasportare il Messaggiere stesso nella sua
tasca alla distanza di sei giornate di cammino, e (se egli ne fosse
richiesto,) di riportarlo sano, e salvo in presenza di Sua Maestà.
VI. Sarà egli ammesso alla nostra confederazione contra gli Abitanti
dell’Isola di -Blefuscu-, e farà tutti i suoi sforzi per distruggere
l’Armata Navale, con cui coloro si apparecchiano di fare uno sbarco nel
nostro Imperio.
VII. Nell’ore di sua comodità, sarà egli tenuto d’ajutare
a’nostri Operaj a levare alcune grosse pietre, che servir deggiono alla
costruzione della muraglia del nostro gran Parco, e a quelle di alcuni
Palaggi Reali.
VIII. L’-Uomo-Montagna- suddetto, nel termine di due Lune esibirà una
diligente descrizione del circuito del nostro Imperio, e in questo
calcolo serviranno di misura i suoi passi.
Finalmente quando l’-Uomo-Montagna- avrà giurato solennomente
d’osservare tutti questi Articoli, gli sarà cadaun giorno
somministrata tanta quantità di cibi, e di bevande, quanta bastar possa
per l’alimento di 1724. de’nostri Suggetti: e oltracciò egli avrà
sempre un libero accesso alla Nostra Imperial Persona, con altri
contrassegni della grazia nostra. Dato nel Nostro Palazzo di
-Belfaborac-, il giorno duodecimo della novantesima prima Luna del nostro
Regno.
Io soscrissi, e giurai con sommo piacere l’osservanza di tali Articoli,
tutto che ve ne fossero alcuni di non troppo mio onore, e che io
attribuir non poteva che al pessimo genio del Grand’Ammiraglio -Shyresh
Bolgolam-: Dopo ciò, mi furono immediate tolte le catene, e
l’Imperadore medesimo m’impartì lo spezioso onore d’essere
presente a tutta la cerimonia. Mi prostrai a’piedi di lui per
avanzargli i miei ringraziamenti, ma egli m’impose il levarmi; e dopo
di avermi dette alcune cose, che la mia moderazione, e il timore
d’essere tacciato di vanità non mi permettono di ripetere, ei
soggiunse che confidava molto che io fossi per adempiere scrupolosamente
qualunque mio dovere, e che fossi per rendermi degno delle grazie di già
ricevute, e di quelle ancora che d’impartirmi ei disegnava.
Si risovviene già il Leggitore, che nell’ultimo Articolo, onde io
giurata aveva l’osservanza, l’Imperadore mi avea assegnata, ciascun
giorno, una quantità di cibi, e di bevande, che avrebbe potuto esser
bastevole a 1724. -Lillipuziani-. Qualche tempo dopo interrogai un Amico
mio di Corte, per quale ragione si era un tal numero precisamente
determinato: egli mi rispose, che i Matematici di Sua Maestà, avendo
presa l’altezza del mio corpo pel mezzo d’un quarto di Cerchio, e
trovando che con loro vi era la proporzione di dodici ad uno, conchiuso
aveano da cio, che i loro corpi, ed il mio, erano somiglianti, che
conveniva che il mio contenesse 1724. de’loro, e che per conseguenza
egli avesse bisogno di tanta nutritura, quanta ne bisognava al numero
menzionato di -Lillipuziani-. Il che basta per esibire a’miei Leggitori
una idea dell’industria di quel Popolo, e altresì della prudente, ed
esattissima economia del Gran Principe che il governa.
CAPITOLO IV.
Descrizione della Città Capitale di Lilliput, nomata Mildendo, e del
Palagio dell’lmperadore. Conversazione dell’Autore con uno de’primi
Segretarj degli affari dell’Imperio. Offresi l’Autore di servir al
Monarca contro agl’inimici di Lui.
LA prima supplica che io presentai dopo di aver conseguita la libertà,
fu di avere la permissione di veder -Mildendo-, la Capitale. Acconsentivi
di buon gusto l’Imperadore, raccomandandomi a chiare note non inferir
male alcuno a’Cittadini, nè alcun pregiudizio alle loro Case. Con
pubblico Editto si fece saper al Popolo la vicina mia andata alla
Dominante. Alta due piedi e mezzo, e al più, undeci grosse dita larga, e
la muraglia, onde -Mildendo- sta circondata; cosicché sulla sommità
della muraglia stessa, puossi in Carozza far il giro della Città. In
distanza di dieci piedi, l’une dall’altre, regnanvi forti Torri, che
in caso d’assalimento, un gran soccorso per difesa della Piazza
recherebbono. Con una largata di gambe passai al di sopra della gran
Porta che risguarda l’Occidente, e trascorsi con la più possibile
agilità le due principali strade, non avendo indosso che la semplice mia
camiscia, per timore di danneggiar i tetti, e i gocciolatoj delle
abitazioni co’lembi de’miei vestiti. Me ne andava con tutta
l’immaginabile cautela, per non mettere il piede sopra qualcuno che a
caso si fosse dimenticato nelle strade; tutto che l’ordine fosse
formallissimo, che chiunque si trovasse fuori di casa, correrebbe il
risico a propio suo conto. Contenevano un sì gran numero di spettatori
le finestre de’Granari, e delle parti superiori delle fabbriche, che
non mi ricordo di aver veduto mai in una sola volta tanto Popolo.
E’costrutta in quadro la Città, avendo cadaun lato della muraglia in
lunghezza cinquecento piedi. Le due strade maestre che
s’incrocicchiano, e dividonla in quattro parti, sono cinque piedi
larghe. Le altre strade più strette, nelle quali entrar non potei, ma
che solamente vidi in passando, stendonsi in larghezza da dodeci perfino
a’diciotto pollici. Di cinquecento milla anime, o circa, sarà capevole
quella Città; essendo le sue Case fabbricate da’due Solai insino
a’cinque; e abbondando d’ogni cosa i suoi Mercati, e le sue Botteghe.
Nel centro della Città, e sul crocicchio delle due grandi strade, è
situato l’Imperial Palagio. Egli è cinto da una muraglia alta due
piedi, e disgiunta dalle altre fabbriche per lo spazio di venti. Avea mi
permesso sua Maestà di sormontare con un allargar di gambe questo muro,
e come era assai vasto il tramezzo tra il Palagio ed esso, ebbi
l’opportunità di considerare quello, da tutti i lati. L’esterior
Corte è un quadrato di quaranta piedi, e contiene due altre Corti. Nella
più interiore son fondati gl’Imperiali Appartamenti, che con
impazienza io bramava di vedere; il che però mi riuscì con terribile
stento; essendo che gli uscj maggiori, pei quali si entra da un quadrato
all’altro, non aveano di altezza che diciotto pollici, e di soli sette
erano larghi. Ora, gli Edifizj della Corte esteriore eran alti, per lo
meno, cinque piedi, e perciò riuscivami impossibile il passarvi di sopra
a gambe larghe, senza risico che la fabbrica restasse estremamente
danneggiata; non ostante che le muraglie, che erano di pietra,
solidissimamente fossero costrutte, ed a vessero di grossezza quattro
pollici. L’Imperadore era allora invaghito che io ammirassi il suo
Palagio; ma non fuvvi il modo, che tre giorni dopo, che io impiegar
dovetti atagliare col mio coltello alcuni de’più grand’alberi del
Regio Parco, il quale, per cento Verghe, o circa, era discosto dalla
Città. Formai di questi alberi due sedili, alto ciascuno di tre piedi, e
bastevolmente forte per sostenermi. Una seconda volta avvertito il
Popolo, fui di nuovo per la Città alla Regia, co’miei due sedili alla
mano. Arrivato al margine della esteriore Corte, montai sopra un sedile,
tenendo nelle mani l’altro. Levai in alto questo quì, e nello spazio
che si frammette fra la prima, e la seconda Corte, e che all’incirca è
largo d’otto piedi, il collocai. Fummi allora più che agevole
l’allargar le gambe, e da un sedile all’altro passar al di sopra
degli Edifizj, e pel mezzo d’un bastone, onde l’estremità era armata
d’un uncino, ritirar poscia l’altro sedile presso di me. Col favore
di cotale invenzione, penetrai fin nella Corte più interiore, e
corcatomi sopra un fianco, mi avvicinai alle finestre del piano di mezzo,
a bella posta lasciate aperte, e restai sorpreso dagli oggetti de’più
magnifici Appartamenti, che può formarsi l’idea. Ravvisai
l’Imperadrice, e le Principesse, attorniate dalle loro Dame d’onore.
Sua Imperial Maestà compiacquesi farmi un sorriso il più grazioso del
mondo, e fuor del balcone presentommi la destra perchè la baciassi.
Non mi andrò già perdendo in un racconto più diffuso, e in descrizioni
di questa fatta, poichè le serbo per un’opera più voluminosa, che ben
presto vedrà la luce, e che conterrà una Generale Storia di
quell’Imperio. Niuna cosa vi sarà ommessa: io rimonterò perfino alla
prima origine, e dopo che avrò scorsi i fatti più memorabili delle vite
de’diversi Principi che il governarono, parlerò delle guerre sostenute
da quest’Imperadore; delle massime di Politica, e delle Leggi che vi si
osservano; delle Costumanze, e delle Scienze che più vi si praticano, e
della Religione che vi si professa. Il mio presente disegno si è, di sol
narrare alcuni avvenimenti succeduti in quell’imperio, per lo spazio di
nove mesi che vi dimorai.
Una mattina, quindici giorni, più, meno, dopo la ricuperata mia
libertà, -Keldersal-, Primo Segretario (come essi il chiamano) degli
affari segreti, venne a trovarmi, accompagnato da un solo servidore.
Diede egli ordine che a una certa distanza lo attendesse alla sua
Carozza, e mi pregò di accordargli udienza per un’ora, il che feci
volentierissimo, avuto riguardo non solo alla qualità di lui, e al suo
merito personale, ma eziandio a’buoni uffizj che nelle mie
sollecitazioni mi avea renduti. Volli corcarmi a terra, perchè lui fosse
più a portata di farsi intendere; ma desiderò piuttosto che io il
tenesi in mano per tutto il tempo della nostra conversazione. Diede
principio da’complimenti in proposito alla mia liberazione; "a cui,
-diceva egli-, io ho contribuito con tutte le mie forze; tutto che
principalmente voi ne siate debitore alle circostanze, onde rinvienesi il
nostro Imperio: mercechè, (-ei soggiunse continuando il suo discorso-,)
per quanto formidabile sembrar possa agli Stranieri il nostro Dominio,
egli è affievolito da due spaventevoli mali; da una violenta Fazione al
di dentro, e da un terribile nemico al di fuori. Quanto al primo di
questi mali, saper dovete, che da più di settanta Lune in quà, trovasi
l’Imperio squarciato da due Partiti, sotto i nomi di -TramecKsan-, e di
-SlameKsan-; nomi, che dalla diversa altezza de’talloni delle scarpe
loro, son derivati. Per dir vero, negar non si potrebbe che l’uso di
portare alti talloni non sia il più antico: ma che che siane in tal
proposito, Sua Maestà decretò non doversi impiegare
nell’amministrazion del Governo, ed investire delle Cariche dipendenti
dalla Corona, che que’soli che porteranno talloni bassi, come voi
medesimo potuto avrete osservarlo, e se ci fate buona attenzione, vedrete
che i talloni di Sua Imperial Maestà sono più bassi d’un -Drurr-,
(-misura che presso poco riviene alla quarta decima parte, d’un grosso
dito-) che verun altro de, suoi Cortigiani. Va a un tal segno l’astio
di queste due Fazioni, che elleno non consentirebbono nè di mangiare,
nè di bere, e neppur di parlare insieme. Gli TramecKsan, o sien quelli
che portano alti talloni, sono in maggior numero che noi, ma militano dal
nostro canto la possanza, e l’autorità. Temmiamo che Sua Altezza
Imperiale, l’Erede della Corona, non abbia qualche inclinazione per gli
talloni alti: ciò che vi ha di certo si è, che uno de’suoi talloni
cresce un pocchettino più che l’altro; il che cagiona che in
camminando ei alquanto zoppichi.
"Nel mezzo di cotali intestine divisioni, siam noi minacciati d’un
assalimento dal canto degli Abitanti dell’Isola di -Blefuscu-, che è
l’altro grand’Imperio dell’Universo, e per lo meno così dilatato,
e così potente, che quello di -Lilliput-. Essendo che, voi ci
raccontaste che nel Mondo sienvi altri Regni popolati da Creature umane
del vostro taglio, si rivoca in dubbio da’nostri Filosofi, i quali
sospettano piuttosto che voi siate caduto dalla Luna, o da qualche
Stella; poichè è cosa incontrastabile che un centinajo d’uomini di
vostra corporatura, in poco tempo, tutte le frutte, e tutti i greggi di
quest’Imperio consumerebbe. Oltre di che, la nostra Storia, che rimonta
fin a sei mila Lune, di verun’altra Regione non parla, che delle due
smisurate Monarchie di -Lilliput-, e di -Blefuscu-: le quali, per quel
che già io cominciava a dirvene, sono trenta, e sei Lune, che si fanno
una guerra crudele: ed eccone per appunto il motivo. Non ha che opporre
il Mondo tutto, che anticamente, quando si volea mangiar delle vova, si
rompevan queste dalla più larga estremità. Or accadde un giorno, che
l’Avolo dell’Imperadore Regnante, essendo per anche giovinetto, e
volendo, secondo il costume antico rompere un vovo, tagliossi un dito. E
perciò l’Imperadore, Padre di lui, fece pubblicare un Bando, onde egli
commetteva a’suoi suggetti sotto gravissime pene, di rompere in
avvenire le vova loro, dalla estremità più stretta. Sdegnossi talmente
il Popolo per un tal Editto, che le nostre Storie fan menzione di sei
cagionate rebellioni; avendo queste ribellioni costata la vita ad un
Imperadore, e la Corona all’altro. I Monarchi di -Blefuscu-, che an
sempre accordato l’asilo a’Ribelli che abbandonavano l’Imperio di
-Lilliput-, an fomentato queste domestiche dissensioni. A conto fatto,
undeci mila persone in tempi differenti, anzi che rompere le loro vova
dalla estremità più stretta, vollero piuttosto perire. Molte centinaja
di Volumi in proposito a questa controversia sono state pubblicate; ma da
molto tempo in qua sono stati proibiti i Libri degli ostinati a rompere
le loro vova secondo il rito antico, e con una solenne Legge fu il
Partito dichiarato incapace di riempire veruna Carica.
"Nel frattempo di tali turbolenze, gl’Imperadori di -Blefuscu-, colla
voce de’loro Ambasciadori si sono di frequente lamentati, che noi
producessimo uno Scisma nella Religione, rovesciando una fondamentale
dottrina del nostro gran Profeta -Lustrog-, contenuta nel Capitolo
cinquantesimo quarto del -Brundecral-, (-che è l’Alcorano loro-.) Ma
una querela somigliante, non ha altro fondamento che una vana glosa sopra
il Testo, onde eccone i precisi termini: Tutti i veri Credenti romperanno
le lor vova dalla estremità convenevole: Ora, a quel che me ne pare,
alla coscienza d’ognuno, od anche al Sovrano, appartiene di determinare
qual esser deggia quest’estremità. Ma il maggior male si è che i
Partigiaui dell’antico metodo di rompere le vova, che sono rifugiti
alla Corte di -Blefuscu-, anno avuto tanto credito presso
quell’Imperadore: e con tanta forza sono stati assistiti da que’del
partito loro rimastisi nella propria patria, che da trenta e sei Lune in
qua, si è accesa fra’due Imperj una sanguinosa guerra, onde l’evento
non corrispose sempre a’nostri desiderj; imperocché, non ostante che
sieno state grandi, più che le nostre, le perdite degl’Inimici, vi
abbiam però sgraziatamente lasciati quaranta Vascelli del primo ordine,
e un maggior numero d’altri men riguardevoli, con trenta mila
de’nostri più valorosi Soldati, e migliori Marinaj. Eperò; tutto che
la somma de’loro morti trascenda quella della nostra parte, anno eglino
in questi giorni allestita una numerosa Armata marittima, e stanno per
effettuare uno sbarco nel nostro Paese. In tali angustie, Sua Imperial
Maestà, la qual è prevenuta dalle più avvantaggiose idee della vostra
forza; e del vostro coraggio, mi comandò d’esporvi lo stato
de’nostri affari."
Io pregai il Segretario di assicurare Sua Maestà de’profondissimi miei
rispetti; e di rappresentarle, che non sembravami cosa di buon ordine,
che io, Forestiere, mi rimescolassi negli affari di Partito; con tutto
ciò, che io era pronto ad esporre la vita per la Persona, e per gli
Stati di Lei, contra chiunque avesse la temerità di fare una incursione
nell’imperio.
CAPITOLO V.
Con uno stratagemma inudito l’Autore perviene una incursione. Titolo
d’onore che viengli conferito. L’Imperadore di Blefuscu spedisce
Ambasciadori ter chiedere la pace. Appicciasi il fuoco all’Appartamento
dell’Imperedrice; ma col soccorso dell’Autore resta estinto.
L’Imperio di -Blefuscu- è un’Isola situata a Greco Tramontana di
-Lilliput-, da cui n’è separata per un canale di sole ottocento verghe
di larghezza. Io non aveva mai veduto il Paese di -Blefuscu-, e stante la
nuova dell’incursione onde -Keldresal- aveami instruito, sfugj di
comparire sulla spiaggia che disgiungne quell’Imperio dall’altro di
-Lilliput-, per timore d’essere scoperto da qualche Vascello
degl’inimici, i quali non aveano veruna contezza di me; essendo
interdetto con pena di morte qualunque commerzio fra’due Imperi,
durante la guerra, e avendo comandato l’Imperadore che fosse negato
l’ingresso ne’suoi porti ad ogni Bastimento, niuno eccettuato.
Comunicai all’Imperadore il progetto da me formato di rendermi padrone
della nemica Armata, che, per le relazioni di tutti i nostri Scorridori,
si sapeva accertatamente che stava sul ferro in Porto, pronta di mettersi
alla vela a primo buon vento. Interrogai gli uomini più esperti di
Marina, sopra la profondità del Canale, molte volte da essi già
scandagliato, e mi risposero essi, che quando l’acqua trovavasi nella
maggior sua escresenza, nel mezzo del Canale aveanvi settanta
-Glumgluffs- di fondo, (il che riviene a piedi sei in Europa,) e altrove
da per tutto cinquanta -Glumgluffs- al più. Mi portai sulla sponda del
Canale rimpetto per appunto di -Blefuscu-, e nascostomi dietro una
piccola eminenza, presi il Cannocchiale, e vidi l’Armata nemica
sull’ancora, consistente in una cinquantina di Vascelli da guerra, e in
un maggior numero di Bastimenti da trasporto. Me ne ritornai allora
all’abitazione, e (secondo la permissione che io ne aveva,) diedi
ordine mi si provvedessero molte fortissime gomene; e una buona quantità
di spranghe di ferro. Era grossa ogni gomena poco più, o men, che uno
spago, e le spranghe all’incirca del taglio d’un’aguglia da cucire.
Interzai le gomene per renderle più poderose, e per la ragione medesima,
unj tre spranghe insieme, e ad un uncino ne appesi l’estremità. Legati
in questo modo cinquanta uncini ad altrettante gomene, fui al Canale una
seconda volta, e toltomi d’indosso i miei vestiti, le scarpe, e le
calze, mi misi in mare con la mia camiciuola di bufalo, e camminai per lo
spazio di mezz’ora, prima della marea. Mi affrettai il più che mi
riuscì possibile: e nel mezzo del Canale, prima che co’piedi mi
riuscisse toccare fondo, fui costretto mettermi a nuoto per trenta
verghe. Trenta minuti di tempo non impiegai, finchè pervenni
all’Armata di -Blefuscu-. In vedendomi gl’inimici, un sì orrido
spavento gli assalì, che gettaronsi da’loro Vascelli all’acqua, per
salvarsi nuotando sopra la spiaggia, ove io vidi raccolti più di trenta
mila uomini. Presi allora tutte le mie macchine; ed appicato un uncino
alla prua di cadaun Vascello, unj insieme, per l’estremità, tutte le
Gomene. Nel tempo dell’azione, mi scoccarono gl’inimici molte
migliaja di frecce, onde alcune mi ferirono le mani, ed altre il volto, e
che oltra il dolore che io ne risentiva, molto m’inquietarono nel mio
lavoro. Gli occhj mi stavano più a cuore; che certamente gli avrei
perduti, se non mi fossi risovvenuto d’un maraviglioso spediente per
conservargli. Fra l’altre cose, teneva io in una secreta tasca un pajo
d’occhiali, che, come penso di averlo detto, non erano stati guatati
da’diligenti Esploratori dell’Imperadore. Gli presi, e gli assicurai
in sul naso, il più forte che potei. Con una tal difesa, continuai con
arditezza l’opera mia, in dispetto delle saette che continuavano a
piovere sopra di me, e molte delle quali colpirono i vetri de’miei
occhiali, ma senza altro effetto che di leggermente smuovergli. Io aveva
di già appiccati tutti gli uncini, e impugnato il nodo ove le gomene
tutte riferivano, cominciai a traere gli Vascelli. Ma tutti, e poi tutti,
tennero saldo, pel benefizio delle lor ancore. In un tal imbroglio, qual
partito prendere? Abbandonai le funi, e lasciando gli uncini attaccati a
Vascelli fui così temerario, che col mio coltello tagliai le gomene
dell’ancore; ricevendo tuttavia in una spedizione di questa fatta, una
tempesta di saette e nelle mani, e nel capo. Dopo ciò, ripresi il nodo
che io avea formato coll’estremità di tutte le funi onde stavano
appiccati i miei uncini; e con la maggior facilità del mondo, trassi
dietro di me cinquanta de’più poderosi Vascelli da guerra
degl’inimici.
I -Blefuscuani-, che tutto altro attendevano che una somigliante burla, a
primo tratto bruttamente storditi rimasero. Mi avevan essi veduto a
recidere i cavi de’ferri; ed immaginarono che io avessi solamente in
testa di lasciar le Navi alla discrezione della Marea, o che urtassero
l’une coll’altre: Ma quando si avvidero che l’Armata tutta
muovevasi in buona ordinanza, o che io solo era quel desso che
strascicava la, disperati vomitarono gridi tanto diabolici, che è forza
di avergli intesi, per poter formarsene un’adeguata idea. Scortomi fuor
di pericolo, mi arrestai qualche instante per togliermi le saette restate
fitte nelle mani, e nella faccia, che poscia ebbi cura di strofinar ben
bene con quell’unguento stesso, che non è guari, fu da me mentovato.
Mi levai in quell’instante gli occhiali miei, e dopo di aver atteso
un’ora che l’acqua abbassasse un poco, guazzai con tutti i Vascelli
i1 mezzo del Canale, e sano e salvo all’Imperial Porto di -Lilliput-,
mi transferj.
Era la spiaggia ingombra dall’Imperadore, e da tutta la Corte di lui,
in attenzione dell’evento d’un’Avventura sì enormemente stupenda.
Vider eglino i Vascelli disposti in mezza Luna avanzarsi alla volta loro;
ma non poterono ravvisar me, che me ne stava nell’acqua fino allo
stomaco. Pervenuto che fui alla meta del Canale, aumentò la loro
apprensione, perchè io ne aveva perfino al collo. Volea in ogni modo
l’Imperadore che io fossi annegato, e che gl’inimici sempre si
avanzassero per tentare uno sbarco: ma ben presto svanirono i suoi
spaventi; mercè che ad ogni passo che io faceva, divenendo il Canale di
minor fondo, in pochi momenti fui in istato di farmi intendere, e levando
in aria il nodo formato dall’estremità dei cavi che l’Armata
legavano, sclamai ad alta voce: -Viva il potente Imperadore di Lilliput;
viva-. Mi ricevè questo gran Principe sul lido un modo il più
obbligante del mondo, e sul punto stesso mi creò -Nardac-, che è il
titolo più sublime d’onore, che si possa ricevere in quell’imperio.
Mi pregò Sua Maestà di compiere quanto prima una impresa che sì
felicemente cominciata io aveva, conducendo ne’Porti di lei il
rimanente della nemica Armata, e tal si era la sua ambizione, che parea
che l’Imperadore non pensasse meno che di ridurre in Provincia tutto
l’Imperio di -Blefuscu-, per essere in avvenire governato da un
Vicerè, che di sterminare tutti i ribelli, partigiani dell’antico rito
di rompere le vova, rifuggiti alla -Blefuscuana- Corte, e che a
costrignere il Popolo a seguire il nuovo metodo; dopo di che sarebbe egli
rimasto il solo Monarca di tutto l’Universo. Ma io non mancai di
distrarlo da un tal disegno, per l’efficacia di molti argomenti statimi
suggeriti dalla Politica, del pari che dall’equità: E gli protestai
che morirei disperato, se contribuito io avessi alla schiavitù d’un
Popolo libero. In pien Consiglio l’affare restò discusso, e si unì al
mio parere la parte più sana del Ministero.
Gustò sì poco di sì ardita dichiarazione Sua Imperial Maestà, che non
me la perdonò mai più. Ella ne fece menzione nel suo Senato; ed i più
saggi, alle relazioni che n’ebbi, si manifestarono, almen pel loro
silenzio, del sentimento mio: ma altri, che covavano contra di me una
segreta nemistà, non poterono trattenersi dal lanciare alcuni maligni
tratti, tutto che in un indiretto modo. Quindi formossi tra la Maestà
Sua, ed alcuni Ministri animati contra di me ingiustamente, una
conspirazione, che ebbe a costarmi la vita. Tanto è vero, che i più
importanti servigj che rendonsi di certa fatta, interamente sono
dimenticati, immediate che una sola volta si manca.
Tre settimane dopo questa spedizione l’Imperador di -Blefuscu- spedì
una solenne Ambasceria per chiedere la pace, che a condizioni assai
vantaggiose pel nostro Monarcha ben presto restò conchiusa; ma il cui
ragguaglio poco importar dee al Leggitore. Erano sei gli Ambasciadori, e
di cinquecento persone era composto il lor seguito. Fu magnifichissimo il
loro Ingresso, e per dir tutto in una parola, proporzionato alla
grandezza del loro Sovrano, e all’importanza della lor commissione.
Quando il Trattato che essi negoziavano, ed io cui rendei loro de’buoni
uffizj pel credito che io avea alla Corte, o che per lo meno
m’immaginava d’avervi, quando, dissi, il Trattato restò conchiuso,
l’Eccellenze loro, di già instruite de’miei maneggj in lor
vantaggio, mi renderono una visita nelle forme. Dieder elleno principio
dall’innalzare perfino al Cielo il mio valore, e la mia generosità. A
nome poscia del loro Signore mi pregarono di portarmi in quell’Imperio,
e altresì di regalar loro un qualche saggio di quella prodigiosa forza
onde io era dotato, e di cui intese aveano tante maraviglie. Mi accinsi a
compiacerle.
Dopo aver io operati molti incomprensibili prodigj, al dir degli
Ambasciadori: e che non avrebbono potuto mai credergli, se essi medesimi
stati non fossero testimonj di vista, gli supplicai d’assicurare degli
umilissimi miei rispetti all’Imperadore di -Blefuscu-, e di
rappresentargli che le gran cose che la Fama pubblicava di lui, mi aveano
determinato a non tornarmene al mio Paese, senza l’onore di fargli le
mie riverenze. Con tal disegno, la prima volta che vidi l’Imperadore di
-Lilliput-, chiesigli la permissione di andar a salutare il Monarca di
-Blefuscu-; il che egli accordommi con un’aria la più scipita del
mondo: ma ne ignorai la cagione, finchè non so chi graziosamente mi
rendè instruito, che -Flimnap-, e -Bolgolam-, rappresentate aveano le
mie aderenze cogli Ambasciadori di -Blefuscu-, come indizj manifesti
delle malvage mie intenzioni. E fu allora solamente che cominciai, per la
prima volta, a formarmi qualche idea delle Corti, e de’cattivi Ministri.
E’necessario d’osservare, che quegli Ambasciadori non mi parlavano
che pel mezzo d’un Interprete; differendo l’un dall’altro i
linguaggj de’due Imperj, come due idiomi in Europa differir possono:
glorificandosi, cadauna di quelle Nazioni, dell’antichità, della
vaghezza, e dell’energia di sua propria lingua, con uno spregio
dichiarato per quella dell’imperio confinante. Con tutto ciò; come
l’Imperadore di -Lilliput- godea d’un riguardevole vantaggio sopra i
-Blefuscuani-, essendosi lui impadronito della parte migliore della loro
Armata, obbligò gli Ambasciadori a non parlargli che in -Lillipuziano-;
e ricever non volle le loro Credenziali, se scritte non fossero in questa
Lingua. Nel che non fi dee negare che egli non avesse somma ragione:
comechè d’altra parte, il Commerzio, che in ogni tempo si era
praticato fra’due Imperj; l’asilo, che i malcontenti d’una delle
Corti rinvenivano sempre nell’altra; ed il costume scambievole di
mandar nell’Imperio vicino tutti i giovani di qualità affine di
pulirsi con la conversazione degli Stranieri, renduto avessero l’uso
de’due linguaggj assai comune in entrambi gli Dominj; come lo
sperimentai alcune settimane dopo, quando fui a tributare i miei doveri
all’Imperadore di -Blesuscu-: e fu questo viaggio, che la malizia
de’miei nemici mi sforzò d’intraprendere, quello il quale mi esibì
l’opportunità di riguadagnare la mia Patria, come a suo luogo
racconterò.
Rammentasi forse il Leggitore, che allor quando soscrissi alle
Condizioni, colle quali mi fu accordata la libertà, ve ne avea che
troppo non mi gustavano, perchè a mio riguardo erano troppo vili. Ma
immediate che creaco fui -Nardac-, lasciarono d’obbligarmi, e
l’Imperadore, (e in questo convien fargli la dovuta giustizia) non me
n’ha mai battuto becco. Nulla di meno poco tempo dopo mi si presentò
l’occasione di rendere a Sua Maestà, a quel che per lo meno
m’immaginava, un segnalatissimo servigio. Nel più profondo d’una tal
qual notte fui risvegliato da’grid i d’un infinito numero di persone,
che ad ogni instante ripetevano il termine -Burglum-. Molti domestici
dell’Imperadore penetrarono la calca per pregarmi d’essere immediate
alla Regia, ove per la trascuratezza d’una Damigella d’onore, che in
leggendo un Romanzo si era addormentata, stavasene in fuoco
l’Appartamento dell’Imperadrice. Fui in piedi in un momento, e
comandatosi che anima vivente non attraversasse i miei passi; col
benefizio d’un bel chiaro di Luna, feci in modo che guadagnai il
Palazzo senza aver posto piede su creatura umana. Trovai molti uomini che
aveano di già presentate delle scale all’Appartamento, e che tenevano
alla mano una quantità di secchie di cuojo; ma l’acqua n’era
discosta. Erano quelle secchie della grandezza d’un ditale da cucire. I
poveri uomini me ne riposero in mano il più che loro fu possibile; ma a
cagion della violenza della fiamma; poco valsero. Avrei potuto con
facilità smorzare il fuoco col mio vestito; ma per disgrazia, la fretta
di correre al soccorso, me l’avea fatto lasciar addietro. A prima
giunta non vi scorgeva io rimedio di sorta, e l’incendio divorato
avrebbe, senz’altro, quel magnifico Palagio, se, per una prontezza di
spirito, che confesso non essermi troppo ordinaria, avvertito non mi
fossi d’un espediente maraviglioso. La sera avanti aveva io
copiosamente bevuto d’un saporitissimo vino, che essi chiamano
-Glimigrim-, (i -Blefuscuani-, -Flunec-,) il quale all’estremo è
diuretico. Per la massima delle buone fortune, non ne aveva io per anche
renduta goccia. Il calore che la prossimità delle fiamme cagionato mi
avea, gli sforzi da me impiegati per estinguerle, e la qualità del
bevuto vino, pareva si fossero riuniti per eccitarmi ad orinare; il che
feci in copia tale, e con tanta desterità, per rapporto a’luoghi che
presi io avea di mira, che in tre minuti il fuoco onnina mensmorzossi, e
il rimanente del superbo Edifizio, onde la struttura costati aveva tanti
secoli, felicemente si conservò.
Cominciava ad albeggiare il giorno, quando fui di ritorno al mio
domicilio, senza aver praticati i dovuti complimenti di congratulazione
con l’Imperadore; poichè, non ostante che gli avessi prestato un
servigio importantissimo, non era io accertato che ei si fosse
compiaciuto del modo: essendo che, per Legge fondamentale dell’lmperio,
è un delitto capitale l’orinare nel ricinto del Palagio, e ciò senza
distinzione nè di grado, nè di nascimento. Ma alquanto respirai, a
vendo avuta il Monarca la bontà di farmi intendere, che avrebbe egli
rilasciato un ordine perchè io fossi provveduto di Patenti di
suppressione, che tuttavia non ho mai ottenute. E fummi detto sotto
sigillo di segretezza, che l’Imperadrice avea conceputo un tal orrore
per ciò che io operato avea, che si era ella ritirata nell’altro
angolo del Palagio, con ferma risoluzione che in verun tempo non si
sarebbe riparato in uso di lei, l’Appartamento danneggiato dal fuoco,
Si aggiunse, ch’ella eziandio pensava di vendicarsi di me; ma che
a’soli suoi più intimi confidenti, comunicato aveva il suo disegno.
CAPITOLO VI.
Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di
allevare i loro Figliuoli. Un qual modo vivesse in quel Paese l’Autore.
Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte.
TUtto che io serba a un particolare Trattato la descrizione di
quell’Imperio, non lasciero nulla di meno di offrirne qualche generale
idea a’miei Leggitori. La statura de’naturali del Paese non è
affatto affatto di sei pollici: e la proporzione medesima di piccolezza
ha luogo, rispetto agli altri animali tutti, del pari che agli alberi ed
alle piante. Per esempio: i Cavalli ed i Buoi più grandi che io abbia
veduti, più alti non erano di quattro o cinque pollici; ed i Castrati,
d’un pollice e mezzo, poco più, poco meno. Le lor Oche sono della
grandezza delle nostre Allodole; e così del resto perfino a’loro
animali più minuti, che scappavano a’miei sguardi; ma la Natura ha
proporzionati gli occhj de’-Lilliputziani- agli oggetti ond’ella gli
ha circondati. E’acutissima la loro vista, ma non troppo si allunga: e
per ispiegare con qual esatezza ravvisan eglino le più piccole cose,
purchè non ne sieno lontani, vidi un giorno, con piacere sensibilissimo,
un Cuciniere spiumando un’Allodola, che era più piccola d’una Mosca
ordinaria d’-Europa-; e una donzella passando un filo invisibile di
seta, pel buco d’un’aguglia altresì invisibile. Sette piedi
d’altezza anno i lor alberi più eminenti; voglio dire, que’del gran
Parco Reale; alla cui sommità poteva io arrivar per appunto col pugno
chiuso. Trovansi nella proporzione medesima gli altri vegetabili: ma è
d’uopo che anche il Leggitore s’immagini qualche cosa.
Parlerò ora qualche poco delle Scienze, che da molti Secoli presso loro
fioriscono. E’singolarissimo il loro modo di scrivere; non già dalla
sinistra alla destra, come fanno gli -Europei-; nè della destra alla
sinistra, come gli -Arabi-; nè dall’alto al basso, come i -Chinesi-;
nè dal basso all’alto, come i -Cascajani-; ma in traverso, da un
angolo all’altro, come le Dame in -Inhgilterra-.
Seppelliscono i loro morti co’piedi in alto, e la testa al basso,
essendo opinione invalsa, che in undici mila Lune tutti risorgeranno; che
in questo frattempo, la Terra (che essi credono essere una superficie
tutta piana,) si rivolgera sossopra, e che per tal mezzo, al tempo della
Risurrezione, tutti si troveranno in piedi. Confessano pero i loro Saggj,
che è assurda cotale Dottrina, ma il costume è sempre il medesimo, per
compiacenza del Volgo.
Avvi in quell’Imperio alcune Leggi d’un genere assai singolare, onde
io patirei la tentazione di farne l’Apologia, se direttamente a quelle
della prediletta mia Patria non contrariassero. Risguarda i Querelanti la
prima, di cui ne faro menzione. Col più severo rigore si puniscono tutti
i delitti di Stato; ma se la persona accusata produce chiare pruove della
propria innocenza, a una morte ignominosa è condannato l’Accusatore, e
i suoi beni servono a risarcire l’imputato del perdimento di tempo di
lui, del risico che egli ha corso, de’disagj del carcere, e delle spese
fatte per la propia difesa: Che se non bastano gli averi del Dinunziante,
ha la cura di supplirvi l’Imperadore. Sua Maestà eziandio concede al
giustificato qualche sonoro contrassegno di favore; e con pubblico Bando;
dell’innocenza di lui tutta la Città n’è instruita.
Appo que’Popoli è spacciata la frode come un misfatto, più enorme del
furto, e perciò, quasi sempre, ella è punita con pena capitale. Mercè
che mi dicevano alcuni, con un poco di accortezza, e di lume di ragione,
può l’uomo guardarsi dalle ruberie; ma infinitamente è più difficile
il guarentirsi dagl’inganni: e come il Commerzio è un de’principali
vincoli della Società: se premessa fosse, o tollerata la frode, un
Mercatante guidone sempre avrebbe un gran vantaggio sul galantuomo.
Ricordomi che un giorno intercedei presso Sua Imperial Maestà, a favore
d’un criminoso, il quale avea asportata al suo Padrone una gran somma
di danajo, che egli ricevuta avea per ordine di lui. Per minorare il suo
mancamento, mi avvertj di dire, che tutto il suo male consisteva
nell’aver abusato della fidanza del Padrone: ma l’Imperadore trovò
essere una mia mostruosita, allegare per difesa l’aggravio medesimo del
delitto, e negar non posso che mi vidi alle strette di ricorrere, per
soddisfattoria risposta, al comune passo: -che ogni Nazione ha le sue
usanze-: e tuttavia non potei allegarlo senza arrossirne.
Comechè per ordinario noi chiamiamo ricompensa e gastigo, i due massimi
perni onde aggirasi tutto il Governo, confesso che i -Lillipuziani- sono
il solo Popolo, appo cui io abbia veduta in uso una tale instituzione.
Chiunque può dar pruove di aver esattamente osservate la Leggi del suo
Paese per lo spazio di settanta e tre Lune, ha il diritto di certi
Privilegj a misura della propia qualità, e del propio stato; e riceve
una tal qual somma di danajo a proporzione. Resta egli altresì onorato
col titolo di -Snilpall-; che disegna la fedeltà, con la quale ha egli
osservate le Leggi; ma questo titolo alla posterità di lui non discende.
Risguarda quella Nazione come un prodigioso difetto fra di noi, che
l’osservanza delle Leggi, dalle sole punizioni, senza ricompensa di
sorta, sia sostenuta. E per questa ragione nelle Corti di Giustizia di
quell’Imperio, è dipinta con sei occhj dinanzi questa Divinità, con
altrettanti al di dietro, e con uno per ciascun lato, per rappresentare
la sua circonspezione: e con un sacco riempiuto d’oro nella sua destra
mano; e nella sinistra una spada nel fodero, per dimostrare che ella più
inclina a’premj, che a’gastighi.
Nella scelta che fan que’Popoli delle persone destinate a qualunque
impiego, più badano alla virtù, che all’abilità; mercè che, poichè
è necessario che fra gli uomini vi abbia un Governo; credon essi che una
ordinaria misura d’intelligenza sia sufficente per supplirvi; e che non
fu mai intenzione della Provvidenza, che l’amministrazione
de’Pubblici affari fosse un enigma, il cui termine, essere non potesse
indovinato che da un picciol numero di persone d’un genio superiore,
che cadaun secolo, una, o due ne produce appena: ma suppongono che ogni
uomo ha la potestà d’astenersi dalla menzogna, e di praticar gli
obblighi, che gli sono perscritti. Or la pratica di questi obblighi, di
con essi, fiancheggiata da un poco di esperienza, e da una somma dritta
intenzione, renderà qualunque uomo capace di servire al proprio Paese,
purché quel solo picciol numero d’impieghi se n’esenti, che dello
studio ricercano. Ma, essi aggiungono, sì poco è vero che da talenti
superiori possa essere supplito un difetto di virtù, che, pel contrario,
non possono mai i grand’impieghi cader in mani più pericolose, quanto
in quelle d’uno scellerato di abilità; perchè inclinato a far del
male, possiede tutta l’autorità, e tutta la necessaria industria per
rendere soddisfatto un prurito sì abbominevole.
An eglino un’altra assai riguardevole Legge; ed è questa, di non
ammettere a runa Pubblica Carica coloro che ni egano una Provvidenza:
imperocchè; se protestano i Principi d’essere della Provvidenza i soli
Luogotenenti; i -Lillipuziani- dicono, che è una cosa la più assurda
del mondo per un Principe, l’impiegar uomini che non confessano
quell’autorità medesima, sotto cui egli opera.
In riferendo tutte queste Leggi, io non parlo che delle Instituzioni
primitive; non potendosi, per altro negare, che da molti anni in qua
estremamente quel Popolo degenerato non abbia. Per esempio; la costumanza
infame d’elevarsi ad eminenti Cariche, e d’essere onorato co’più
luminosi caratteri di distinzione, per essersi esercitato a ben danzare
sopra la corda, a saltare al di sopra del bastone, e al guizzarvisi pel
di sotto, non si era introdotta che dall’Avolo dell’Imperadore
Regnante; e non era pervenuta al segno onde io la vidi, che per le
fazioni che lo Stato laceravano, e che tutte a segnalarsi con la più
vile delle destrezze, andavano in traccia.
E’fra loro l’ingratitudine un delitto capitale; provando essi con la
Ragione, che ogni uomo, che mal corrisponde col suo Benefattore, deesi
per necessità riputare come l’inimico del Genere umano in generale,
onde questi ricevuta non ha veruna beneficenza, e che per conseguenza
quegli è indegno di vivere.
Eccessivamente dalle nostre differiscono le lor cognizioni in proposito
agli obblighi de’Genitori, e de’Figliuoli. Come la congiunzione del
maschio con la femmina è fondata sopra una inclinazione stabilita dalla
Natura per la propagazione di tutte le spezie, pretendono i
-Lillipuziani- che l’Uomo e la Donna sien portati l’un verso
l’altro, come il rimanente degli Animali, per motivi di concupiscenza,
e che la tenerezza loro pe’propj figliuoli, abbia pur la sua origine da
una Legge della Natura: per questa ragione son eglino persuasi, che un
Figliuolo non è obbligato a veruna riconoscenza verso suo Padre, per
averlo generato; nè verso la Madre per averlo messo al mondo: il che,
avutasi riflessione alle miserie dell’umana vita, non è in se medesimo
nè una beneficenza, nè conferito come tale da’Genitori, che allora a
tutto altro pensavano. Somiglianti ragionamenti, ed alcuni altri della
medesima spezie, egli anno determinati a non affidare a’Padri
l’educazione de’loro Figliuoli, bensì a stabilire in cadauna Città
pubblici Collegj, ove tutti i Genitori, eccettuatine i soli Borghigiani,
e i Campajuoli, sono obbligati di mandare i propj Figli d’entrambi i
sessi, immediate che toccano l’età di venti Lune; supponendosi che
allora cominciano ad essere idonei all’instruzione. Cotali Scuole sono
di differenti generi, secondo la differente qualità de’fanciulli. Sono
incaricati molti abilissimi Professori di allevargli secondo la
condizione de’loro Padri; ed eziandio secondo il propio lor genio, e le
proprie loro inclinazioni. Dirò ora qualche cosa de’Collegj
de’Giovani; e in progresso, di que’che alle Donzelle son destinati.
Di dotti Professori, e d’esperti Sotto-Maestri, son provveduti i
Collegj de’Ciovani d’un illustre nascimento; e i vestiti, e la
natritura di questi, son semplicissimi. Inculcansi loro de’principj
d’onore, di giustizia, di coraggio, di modestia, di clemenza, di
Religione, e d’amor per la Patria. Si tengono sempre occupati in
qualche cosa; se si eccettua il tempo, da essi impiegato ne’loro pasti,
e nel dormire; ed ancora è molto brieve questo tempo. Due ore per cadaun
giorno son destinate pei loro passatempi, i quali in esercizj di corpo
consistono. Per fino all’età di quattr’anni, altrui gli veste, ma
poscia son tenuti a vestirsi essi medesimi, per quanto eminente possa
essere il loro carattere. Non anno la permissione d’addomesticarsi con
servidori; ma fra essi soli si trastullano, e sempre in presenza d’un
Professore, o di qualche Sotto Maestro; il che gli tien guardati da
quelle impressioni di sciocchezza, e di vanità, cui soggiacciono i
nostri Figliuoli. Due sole volte all’anno ammettonsi i loro Padri a
vedergli, e la visita non eccede lo spazio d’un ora. Si accorda loro
uno scambievole abbracciamento nell’entrare, e nell’uscire; ma il
Professore, che in simili occasioni non manca mai di sua presenza, non
foffre che il Padre parli all’orecchio del figliuolo; che gli attesti
una sciocca tenerezza, o il regali di confetti, od altre golosità. Se la
pensione pel mantenimento, e per la nutritura di qualche ragazzo non è
sufficientemente corrisposta, sonovi Imperiali Uffiziali che costringono
al necessario esborso.
I Collegj pe’Figliuoli di persone di minor carattere, come di
Mercatanti, d’Artisti, e d’altri, son regolati nella proporzione
medesima. I destinati a qualche mestiere, son messi in pratica in età
d’anni undici; laddove gli altri, che appartengono a Signori di
distinzione, se ne restano ne’lor Collegj perfino a’quindici; il che,
presso noi, riviene a venti e un anno: Ma nel frattempo degli anni tre
ultimi, si diminuisce a grado a grado il loro sugettamento.
Ne’Collegj delle Donzelle, sono allevate le Giovinette a un dì presso
come i Ragazzi, con la sola differenza, che son elleno abbigliate da
persone del loro sesso, ma sempre alla presenza d’un Professore, o
d’un Sotto-Maestro, finchè sieno pervenute all’età di cinque anni;
al qual tempo sono obbligate ad obbgliarsi da se medesime. Che se le
Governatrici loro restano convinte di aver lor raccontate novelle di
Sogni, d’Apparizioni, e d’altre somiglianti impertinenze, onde in
-Europa- le fantesche nostre son solite di guastare l’immaginazion
de’figliuoli, son elleno per ben tre volte scopate in pubblico,
imprigionate per un anno, e mandate in perpetuo esilio nella parte più
disabitata di tutto l’Imperio. Quindi ne deriva, che le Giovinette, del
pari che gli stessi uomini, d’essere scioccamente paurose arrossiscono.
Avvi un’altra differenza fra l’educazione di questi, e di quelle;
cioè, che gli esercizj delle Donzelle non sono così violenti; che
prescrivonsi loro alcune regole sopra l’economico governo; e che non
avanzano come i Giovani i loro studj, comechè per altro sieno obbligate
d’applicarsi a delle scienze; onde le nostre Dame d’-Europa- non ne
posseggono inferior idea. Essendo che egli è massima di quella Nazione,
che fra persone ragionevoli, una Donna esser dee sempre una compagna
ragionevole, e ornata di graziosità, giacchè la giovinezza sempre in
lei non può fiorire. Toccati che abbiano le Vergini gli anni dodici,
(età che è nubile presso que’Popoli,) i Parenti loro, o i lor Tutori
le ritirano in propria casa dopo di aver adempiuto ai più cordiali
ringraziamenti co’Professori; e molto di rado avviene che la
Giovinetta, separandosi dalle sue compagne, non versi delle lagrime.
Ne’Collegj delle Donzelle d’inferior grado, son esse ammaestrate in
ogni sorta di lavori, al loro sesso convenevoli. Rimandansi all’età di
nove anni quelle che son disegnate ad allevarsi in qualche mestiere, od
esercizio; e perfino agli anni tredici si custodiscono le altre.
Le Famiglie de’Ragazzi che d’un ordine inferiore s’instruiscono in
que’Collegj, oltre all’annuale pensione, che è leggerissima, sono
tenute di corrispondere ogni mese all’Intendente della Casa, una parte
di quanto elleno an guadagnato, perchè un giorno servir possa allo
stabilimento de’Giovani, dovendosi riflettere che vi ha una Legge, la
quale regola la pramatica del dispendio de’Parenti; mercè che, dicono
i -Lillipuziani-, è cosa alquanto ingiusta, che persone plebee; Per
rendere soddisfatto il propio capriccio, procreino una nidiata di
figliuoli, che certamente per le sciocche spese de’loro Padri, non
potranno un giorno non essere a carico del pubblico. Quanto alle persone
riguardevoli, s’impegnan esse, che ciascuno de’loro figliuoli avrà
una destinata somma proporzionata alla sua condizione; e talj vi sono,
che an l’incarico di provvedere questi fondi; impegno, onde sempre con
,
1
’
.
,
2
;
3
’
,
4
,
5
.
’
6
,
’
,
7
;
8
.
9
’
,
,
10
,
;
,
11
,
.
12
13
,
;
14
’
,
;
15
,
,
,
’
,
16
,
’
.
,
,
17
,
.
18
19
,
20
,
’
(
21
,
)
,
22
,
23
;
,
,
,
24
’
.
25
26
27
28
29
.
30
31
’
,
32
’
,
’
33
.
.
34
’
.
35
36
37
,
38
,
’
,
,
39
,
,
40
’
.
41
.
42
’
:
43
,
,
’
44
.
;
,
45
’
,
,
,
46
,
.
47
’
;
48
,
-
-
49
,
,
50
.
51
.
52
,
,
53
’
.
,
54
,
.
55
56
’
57
,
’
.
58
’
,
59
,
.
60
,
,
’
,
61
(
,
)
,
,
’
62
’
63
,
;
,
64
.
65
,
66
,
67
-
-
,
,
68
,
,
,
’
69
’
.
’
70
-
-
,
,
71
,
,
72
:
,
73
.
74
75
,
,
76
.
’
77
,
,
,
78
79
,
,
80
,
,
’
81
,
,
.
82
,
,
83
,
-
-
,
’
,
84
,
.
85
86
,
87
,
’
,
88
’
,
.
89
,
.
90
’
,
,
.
91
92
’
,
93
.
94
;
95
,
,
,
96
,
,
,
97
.
’
98
,
’
;
99
’
,
100
,
,
101
,
.
’
102
’
;
103
,
’
;
104
.
,
105
,
,
106
;
,
107
.
’
;
108
,
.
109
110
’
,
,
111
,
112
,
,
’
113
.
,
114
,
’
115
,
,
,
,
116
,
.
117
’
118
.
119
,
’
.
120
’
121
;
122
,
123
.
’
124
,
,
125
,
.
126
’
,
,
127
’
.
,
128
’
,
129
’
;
’
130
,
131
.
,
132
’
’
133
.
134
;
,
’
’
,
135
,
.
136
,
,
137
,
,
138
,
,
,
139
140
.
,
141
,
’
142
,
;
143
144
,
’
.
145
’
;
146
’
,
147
,
’
148
’
.
,
149
’
.
150
,
’
,
151
’
,
152
;
153
;
,
154
’
.
155
:
,
156
;
157
.
158
159
,
160
,
161
’
,
’
162
,
,
163
,
,
’
164
;
,
165
’
’
;
;
,
,
,
166
’
:
167
,
;
168
’
,
169
:
170
,
’
,
’
171
;
’
,
172
:
173
’
-
-
-
;
174
,
,
175
.
176
,
.
177
’
,
’
178
,
,
’
179
,
,
180
,
181
,
.
182
,
183
,
’
.
’
,
184
;
,
185
,
,
,
186
,
’
,
187
’
:
188
’
’
.
189
,
.
190
191
’
,
’
,
192
,
’
193
,
,
194
.
’
-
-
,
195
.
196
,
,
,
197
,
198
’
,
199
,
,
,
.
200
,
.
201
,
202
.
203
,
204
.
,
205
,
206
,
’
.
207
208
,
,
209
’
,
210
,
.
211
-
-
;
,
212
,
:
213
,
,
214
’
.
’
215
-
-
;
,
’
,
216
,
,
,
’
217
,
’
.
;
218
,
219
,
,
220
.
-
-
221
,
,
222
,
.
,
223
’
,
,
224
,
225
,
226
,
227
’
.
228
,
229
,
230
,
,
’
231
,
232
,
.
233
,
-
-
,
234
,
’
,
235
-
-
,
(
)
236
:
’
,
237
,
,
238
,
:
239
,
,
240
,
’
,
’
.
241
’
-
-
242
,
,
243
.
244
245
;
’
-
-
-
’
246
.
247
248
.
;
249
,
,
250
.
251
252
.
-
-
-
253
,
254
,
.
255
256
.
,
257
’
,
258
,
;
259
,
.
260
261
.
’
262
,
’
-
-
-
,
263
,
264
,
(
265
,
)
,
.
266
267
.
268
’
-
-
,
269
’
,
270
.
271
272
.
’
,
’
273
’
,
274
,
275
.
276
277
.
’
-
-
-
,
278
,
279
.
280
281
’
-
-
-
282
’
,
283
,
,
284
’
.
’
:
285
,
286
.
287
-
-
,
288
.
289
290
,
’
,
291
,
292
’
-
293
-
:
,
,
294
’
’
’
295
.
’
296
,
’
;
297
,
,
298
’
,
299
300
,
301
,
’
.
302
303
,
’
,
304
’
,
’
,
305
,
,
,
306
.
-
-
.
307
,
308
:
,
,
309
’
’
,
310
,
311
,
,
,
,
312
.
’
,
313
,
314
-
-
.
’
315
’
,
,
316
.
317
318
319
320
321
.
322
323
,
,
324
’
.
’
’
325
’
.
’
326
’
.
327
328
329
,
330
-
-
,
.
331
’
,
332
’
,
.
333
334
.
,
,
,
335
,
-
-
;
336
,
.
337
,
’
’
,
,
338
’
,
339
.
340
’
,
341
,
342
,
,
343
’
’
.
344
’
,
345
;
’
346
,
,
347
.
348
’
,
,
349
.
350
’
,
351
.
352
’
,
,
353
.
,
,
354
,
355
’
.
,
,
356
;
’
357
’
;
’
,
.
358
359
,
,
360
’
.
361
,
.
362
,
363
,
364
’
,
.
’
365
,
.
366
’
,
367
;
368
;
,
369
’
,
,
370
.
,
,
371
,
,
372
,
373
;
,
,
374
,
375
.
’
376
;
,
,
377
’
’
378
,
,
,
,
379
.
,
,
380
.
381
,
,
’
382
.
,
,
383
’
.
,
384
,
,
’
385
’
,
.
386
’
,
’
387
,
’
,
’
388
’
,
’
.
389
,
,
390
,
,
391
,
’
392
,
’
.
393
’
,
,
’
.
394
395
,
.
396
397
,
398
,
’
,
399
,
400
’
.
:
401
,
402
’
,
403
’
;
,
404
;
,
,
405
.
,
406
’
,
407
.
408
409
,
,
,
,
410
,
-
-
,
(
)
411
,
,
.
412
413
,
’
,
414
,
,
415
,
’
416
.
,
417
;
418
.
419
’
;
"
,
420
-
-
,
;
421
,
422
:
,
(
-
-
,
)
423
,
424
;
425
,
.
426
,
,
,
427
’
,
-
-
,
428
-
-
;
,
’
429
,
.
,
’
430
:
431
,
432
’
,
433
,
’
,
434
,
,
435
’
-
-
,
436
(
-
,
’
437
-
)
,
.
’
438
,
,
439
,
.
,
440
,
,
441
,
’
.
442
,
’
,
443
:
,
’
444
’
;
445
.
446
447
"
,
’
448
’
-
-
,
449
’
’
’
,
,
450
,
-
-
.
,
451
452
,
’
,
453
,
454
;
’
455
,
,
,
456
’
.
,
,
457
,
’
,
458
-
-
,
-
-
:
,
459
,
,
,
460
:
.
461
,
,
,
462
.
,
463
’
’
,
,
464
,
,
.
465
’
,
,
,
466
’
,
467
,
.
468
,
469
;
470
,
’
.
-
-
,
471
’
’
’
472
-
-
,
.
,
473
,
474
,
.
475
;
476
477
,
478
.
479
480
"
,
’
-
-
,
481
’
,
482
,
483
-
-
,
484
-
-
,
(
-
’
-
.
)
485
,
486
,
:
487
:
,
,
488
’
,
,
489
’
.
490
’
,
491
-
-
,
492
’
:
’
493
,
494
,
’
,
’
495
’
;
,
496
,
,
’
,
497
,
498
’
,
499
’
,
.
;
500
’
,
501
,
502
.
,
503
,
504
;
,
’
505
’
.
"
506
507
’
508
;
,
,
509
,
,
;
510
,
,
511
,
512
’
.
513
514
515
516
517
.
518
519
’
.
520
’
.
’
521
.
’
522
’
;
’
.
523
524
525
’
-
-
’
526
-
-
,
’
527
.
-
-
,
528
’
-
-
,
529
’
’
530
-
-
,
’
531
’
,
;
532
’
,
533
,
’
534
’
’
,
.
535
’
536
,
,
,
537
,
538
.
539
,
,
540
,
,
’
541
,
542
-
-
,
(
,
)
543
-
-
.
544
-
-
,
545
,
,
’
546
’
,
,
547
.
548
’
,
(
,
)
549
;
550
.
,
,
551
,
’
’
’
.
552
,
,
553
,
’
.
554
,
555
,
’
,
,
556
,
,
557
’
,
.
558
:
,
’
559
,
560
.
,
561
’
-
-
.
’
,
562
,
’
’
,
563
,
564
.
;
565
,
,
’
,
566
.
’
,
’
567
,
,
,
568
,
’
569
.
;
570
,
’
571
.
’
,
572
’
,
,
,
573
’
’
.
,
574
,
.
,
575
’
,
576
,
’
577
,
.
578
,
579
,
.
,
,
580
,
.
,
581
?
,
582
,
583
’
;
,
584
,
.
,
585
’
586
;
,
587
’
588
’
.
589
590
-
-
,
,
591
.
592
’
;
593
,
594
’
’
:
’
595
,
596
,
,
597
,
’
.
598
,
599
,
,
600
’
,
,
.
601
’
,
602
’
’
,
603
,
’
-
-
,
604
.
605
606
’
,
,
607
’
’
’
.
608
;
609
,
’
610
.
,
611
,
.
612
’
,
’
613
:
614
;
,
615
,
,
616
’
’
617
,
:
-
;
618
-
.
619
,
-
-
,
620
’
,
’
.
621
622
623
,
’
624
,
,
625
’
626
’
-
-
,
627
,
,
’
628
,
-
-
,
629
;
630
’
.
631
,
’
632
,
’
:
633
,
’
634
.
’
,
635
.
636
637
,
638
.
;
639
,
’
,
,
640
,
:
,
641
,
642
,
.
643
,
,
644
,
.
,
645
,
646
,
.
647
648
’
-
-
649
,
650
;
651
.
,
652
.
653
,
,
654
,
’
.
655
,
’
656
,
657
’
’
,
,
,
,
658
’
,
’
659
,
.
660
’
,
.
661
’
,
662
663
,
.
664
.
665
666
,
667
:
,
668
,
’
669
’
-
-
,
670
,
671
,
’
672
.
,
’
673
-
-
,
674
-
-
;
’
675
:
,
676
,
-
-
,
-
-
,
677
-
-
,
678
.
,
679
,
,
’
.
680
681
’
’
,
682
’
;
’
’
683
’
,
:
684
,
,
’
,
685
,
’
,
686
’
.
;
687
’
-
-
’
688
-
-
,
689
,
-
-
;
690
,
691
.
:
692
’
,
,
693
’
;
’
,
’
694
’
;
695
’
696
,
’
697
’
;
698
,
699
’
-
-
:
,
700
’
’
,
701
’
,
702
.
703
704
,
705
,
,
706
,
.
707
-
-
,
’
,
708
’
,
(
)
709
’
.
710
’
,
711
’
,
.
’
712
’
’
,
713
-
-
.
714
’
’
715
,
’
’
,
716
,
717
’
’
.
,
718
;
719
’
,
720
.
721
’
,
722
;
’
’
723
.
’
.
724
;
725
;
.
726
;
,
727
,
’
.
728
,
’
729
,
’
,
,
,
730
,
,
731
’
.
732
’
,
733
-
-
,
(
-
-
,
-
-
,
)
’
734
.
,
735
.
736
,
,
737
,
;
738
,
,
’
739
,
,
740
,
741
,
.
742
743
,
744
,
745
’
;
,
746
,
747
:
,
’
,
748
’
,
749
,
.
,
750
,
751
752
,
.
753
,
’
754
,
’
755
,
756
,
’
,
757
,
’
;
758
’
,
.
759
760
761
762
763
.
764
765
,
,
.
766
.
’
.
767
’
.
768
769
770
771
’
,
772
’
.
’
773
:
774
,
,
775
.
:
776
,
;
,
777
’
,
,
.
778
;
’
779
,
’
;
780
’
-
-
’
781
.
’
,
:
782
,
783
,
,
,
784
’
,
’
785
’
-
-
;
786
,
’
’
.
787
’
;
,
’
788
;
789
.
:
790
’
’
.
791
792
,
793
.
’
;
794
,
-
-
;
795
,
-
-
;
’
,
-
-
;
796
’
,
-
-
;
,
797
’
,
-
-
.
798
799
’
,
,
800
,
;
801
,
(
802
,
)
,
,
803
,
.
,
804
,
,
805
.
806
807
’
’
,
808
’
,
809
.
810
,
.
811
;
812
,
’
,
813
’
814
,
,
’
,
815
:
,
816
’
.
817
;
;
818
’
’
.
819
820
’
,
821
,
,
,
.
822
,
,
,
823
’
;
824
’
:
’
825
:
,
,
826
.
827
,
828
’
,
829
,
.
830
,
,
831
’
:
’
832
,
’
833
,
,
834
,
:
-
835
-
:
.
836
837
,
838
,
-
-
839
,
.
840
841
,
842
,
;
843
.
844
-
-
;
,
845
;
.
846
,
847
’
,
,
848
,
.
849
’
,
,
850
,
,
851
:
’
852
;
,
853
’
,
’
.
854
855
’
856
,
,
’
;
,
857
;
858
’
;
859
,
’
860
’
,
,
861
’
,
862
,
,
:
863
’
,
864
,
.
,
865
,
,
866
,
,
867
’
’
,
868
.
,
,
869
,
,
,
870
’
,
871
’
;
872
,
’
,
873
.
874
875
’
;
,
876
:
877
;
’
878
;
-
-
,
879
,
’
880
’
,
.
881
882
,
883
;
,
,
884
.
;
885
’
,
’
’
886
,
887
,
,
888
,
’
’
889
;
,
890
,
891
,
.
892
893
’
’
;
894
,
,
,
895
’
,
896
,
897
.
898
899
900
’
,
’
.
901
902
,
903
-
-
’
’
904
’
,
,
,
905
’
,
906
:
,
907
,
908
;
:
,
909
’
,
910
,
’
,
911
.
,
912
,
’
913
’
’
,
914
,
,
,
915
,
’
916
,
’
;
917
’
.
918
,
’
.
919
920
’
;
,
921
.
’
922
’
;
,
’
.
923
924
,
’
-
,
925
’
’
;
,
926
,
.
’
927
’
,
,
,
,
,
928
,
’
.
929
;
,
’
,
930
;
.
931
,
932
.
’
’
,
,
933
,
934
.
’
935
;
,
’
936
,
;
937
,
,
938
.
’
939
,
’
.
940
’
,
’
;
941
,
,
942
’
;
943
,
,
.
944
,
945
,
946
.
947
948
’
,
949
,
’
,
’
,
950
.
,
951
’
;
,
952
,
’
’
;
,
953
,
:
954
,
.
955
956
’
,
957
,
,
958
,
’
,
959
’
-
,
’
;
960
.
961
962
,
’
,
’
,
963
-
-
’
964
’
,
,
965
,
966
’
.
,
,
967
,
’
.
968
’
’
,
;
969
,
;
970
’
;
971
,
972
’
;
’
-
-
973
.
,
974
,
975
,
,
976
.
,
977
(
’
,
)
,
978
979
’
;
980
,
,
.
981
982
’
’
,
983
,
.
’
984
,
985
;
.
986
987
’
’
’
988
’
,
’
,
,
989
’
,
990
,
991
’
,
,
992
’
;
,
993
-
-
,
,
;
994
,
995
,
’
,
996
.
997
,
’
,
’
998
;
,
999
’
;
,
1000