Viaggi del Capitano Lemuel Gulliver In Diversi Paesi Lontani Jonathan Swift Translator: F. Zannino Marsecco VIAGGI DEL CAPITANO LEMUEL GULLIVER In diversi Paesi lontani. Traduzione dal Franzese. DI F. ZANNINO MARSECCO. Tomo Primo: PARTE PRIMA. Contenente il Viaggio di LILLIPUT IN VENEZIA, MDCCXLIX. Appresso Giovanni Tevernin. All’Insegna della Providenza Con Licenza de’Superiori, c Privilegio. LO STAMPATORE A chi Legge. SE mai con vostro gradimento vi ho servito colle mie Stampe; di servirvi con vostro piacere pel mezzo delle presenti non poco presumo. L’Inglese Aurore di quest’immaginarj Viaggj, comechè sotto il finto nome di Capitan LEMUEL GULLIVER, scontento (al suo dire,) non già della prediletta sua Patria, e neppure del generale della sua stimata Nazione; di certi difetti bensì notati da lui in taluni de’suoi Campatrioti, meditó di assalire i difetti stessi non affatto alla scoperta, ma si bene per imboscata. Anzi dunque (se siete Leggitore erudito) che vi rincresca il tornio ond’egli si è prevaluto, ammiratene l’industria, e la graziosità: rendendovi persuaso che non sono puramente inezie quelle che a prima vista per tali vi compariranno. Vivete felice. TAVOLA DE’CAPITOLI Del Viaggio di Lilliput. CAPITOLO I. CHI sia, e di qual Famiglia, l’Autore di questo Viaggio: primarj motivi che lo indussero a viaggiare. Fa egli naufragio, e si salva a nuoto sulla spiaggia di Lilliput; vi è fatto prigioniero, e più a dentro nel Paese resta condotto. Cap. II. L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone riguardevoli, va a vedere l’Autore. Descrizione della Persona, e delle vestimenta dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati d’instruire l’Autore del linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la sua affabilità. Formasi l’Inventario di quanto si rinviene nelle tasche di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada. Cap. III. Strana maniera dell’Autore per tener ricreata Sua Maeftà Imperiale, e la Nobiltà tutta dell’uno, e dell’altro sesso della Corte di Lilliput, Altri divertimenti di questa Corte. Sotto certe condizioni è l’Autore rimesso in libertà. Cap. IV. Descrizione della Città Capitale di Lilliput, nomata Mildendo, e del Palagio dell’Imperadore. Conversazione dell’Autore con uno de’primi Segretarj degli affari dell’Imperio. Offresi l’Autore di servir al Monarca contro agl’inimici di Lui. Cap. V. Con uno stratagemma inudito l’Autore previene una incursione, Titolo d’onore che viengli conferito. L’Imperadore de Blefuscu spedisce Ambasciadori per chieder la pace. Appicciasi il fuoco all’Apartamento dell’Imperadrice; ma col soccorso dell’Autore resta estinto. Cap. VI. Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di allevare i loro Figliuoli. In qual modo vivesse in quel Paese l’Autore. Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte. Cap. VII. L’Autore, essendo informato che i suoi nemici intentavano d’accusarlo d’Alto-Tradimento, rifugge a Blefuscu. Maniera ond’egli vi è ricevuto. Cap. VIII. Per una singolar buona sorte, presentasi all’Autore il modo di lasciare Blefuscu; e dopo di aver superare alcune difficoltà, sano e salvo alla sua Patria ei ritorna. DEL VIAGGIO DI BROBDINGNAG. Cap. I. DEscrizione d’una suriosa tempesta. E’inviato a terra lo Schifo per provvedersi d’acqua: vi s’imbarca l’Autore per iscoprir il Paese, Egli è lasciato sulla spiaggia; vien preso da uno degli Abitanti, ed è condotto in Casa d’un Fattor di Campagna. Modo ond’egli vi fu ricevuto. Descrizione degli Abitanti. Cap. II. Descrizione della figliuola del Fattor di Campagna. L’Autore è condotto a una vicina Città , e di poi alla Capitale. Particolarità di questo Viaggio. Cap. III. L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maeftà; e alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta. Cap. IV. Descrizione del Paese. Progetto per la correzione delle Carte Geografiche. Cosa fosse il Palagio del Re, e la Capitale. Maniera con cui l’Autore viaggiava. Descrizione d’uno de’principali Templi di Lorbrulgrud. Cap. V. Differenti Avventure ch’ebbe l’Autore. Sentenza d’un criminoso eseguita. L’Autore dà saggio della propia abilità nell’Arte Nautica. Cap. VI. L’Autore, con ogni sorta di mezzi procura di guadagnarsi la benevolenza del Re, e della Regina. Dà saggio della propia abilità nella Musica. Informasi il Re dello stato dell’Europa, e l’Autore soddisfa ampiamente alla curiosità di lui. Riflessioni del Re sopra quanto gli ha narrato l’Autore. Cap. VII. Amor dell’Autore per la sua Patria. Ei fa al Re un’assai vantaggiosa obblazione, la quale tuttavia è rigettata. Ingnoranza del Re in fatto di Politica. Angusti limiti onde ristringosi le Scienze di quel Paese. Leggi, e Militari affari di quel Regno. Quali turbolenze l’agitarono. Cap. VIII. Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno. Ritorna in Inghilterra. DEL VIAGGIO DI LAPUTA BALNIB. ec. Cap. I. IMprende l’Autore un terzo Viaggio; vien preso da Corsali. Ribalderia d’un Fiamingo L’Autore approda ad un’Isola, ed è ricevuto nella Città di Laputa. Cap. II. Descrizione de’Lapuziani. Quali scienze presso loro sieno più in voga. Compendiata idea del Re, e della sua Corte. Maniera con cui evvi ricevuto l’Autore. Timori ed inquietudini a quali quegli Abitanti sono suggetti. Descrizione delle Donne. Cap. III. Fenomeno spiegato col soccorso della Filosofia, e dell’Astronomia Moderna. Abilità de’Lapuziani nell’ultima di queste due Scienze. Metodo del Re per reprimere le sedizioni. Cap. IV. L’Autore parte da Laputa, è condotto a Balnibarbi, e arriva alla Capitale. Descrizione di questa Città, e del suo Distretto. Ospitalità con cui egli è ricevuto da un Gran Signore. Sua conversazione con esse lui. Cap. V. L’Autore ha la permissione di vedere la Grande Accademia di Lagado. Ampia descrizione di quest’Accademia. Arti nelle quali vi c’impiegano i Professori. Cap. VI. Continuazione del medesimo Argomento. Propone l’Autore alcuni nuovi Ritrovamenti, che con grandi applausi sono ricevuti. Cap. VII. L’Autore lascia Lagado, e arriva a Maldonada. Non essendovi pronto alla vela verun Vascello, fa un giro a Glubbdubdribb. Accoglimento che gli fa il Governatore. Cap. VIII. Curioso specificato racconto sopra la Città di Glubbdubdribb. Alcune correzioni dell’Antica e della Moderna Storia. Cap. IX. Ritorna l’Autore a Maldonada, e fa vela pel Regno di Luggnagg. Vi è posto prigione, ed è poscia spedito alla Corte. Maniera con cui egli vi è ricevuto. Clemenza estrema del Re verso i suoi Sudditi. Cap. X. Elogio de’Luggnaggiani. Particolar descrizione degli Strulbdruggs, con molte conversazioni fra l’Autore ed alcune persone del primo carattere, su questo Suggetto. Cap. XI. L’Autore lascia Luggnagg, e va al Giapone: donde sopra un Vascello Ollandese si restituisce ad Amsterdam, e d’Amsterdam in Inghilterra. DEL VIAGGIO AL PAESE DEGLI HOUYHNHNMS. Cap. I. IN qualità di Capitano d’un Vascello imprendesi dall’Autore un Viaggio. La sua Ciurma cospira contra di lui; per qualche spazio di tempo il tiene sequestrato uella di lui Camera, e il mette a terra in un Paese incognito. Ei s’interna nel Paese medesimo. Descrizione d’un strano animale nominato Yahoo. Due Houyhnhnms sono riscontrati dall’Autore. Cap. II. Un Houyhnhnms guida l’Autore alla sua Casa. Descrizione di questa Casa. Maniera con cui vi è ricevuto l’Autore. Nutritura degli Houyhnhnms. E’Ll’Autore proveduto d’alimenti dopa d’aver temuto di mancarne. Suo modo di nutricarsi in quel Paese. Cap. III. Applicasi l’Autore ad apprendere la favella del Paese, e il suo Padrone, l’Houyhnhnms, gliene dà delle lezioni. Descrizione di questa favella. Molti Houyhnhnms di qualità vanno a visitare l’Autore. Fa egli al suo Padrone un compendiato racconto del suo Viaggio. Cap. IV. Intelligenza degli Houyhnhnms in proposito del vero e del falso. Discorso dell’Autore disapprovato dal suo Padrone. Introducesi l’Autore in un racconto più specificato di se medesimo, e degli avvenimenti del suo Viaggio. Cap. V. Per ubbidire agli ordini del suo Padrone,lo informa l’Autore dello Stato dell’Inghilterra, ed altresì de’motivi della Guerra fra alcuni Potentati dell’Europa, e ad inspirargli qualche idea della Natura del Governo Inglese incomincia. Cap. VI. Continuazione del discorso dell’Autore, sopra la stato del suo Paese, sì ben governato da una Regina, che vi si può far di meno d’un Primo Ministro. Ritratto d’un tal Ministro. Cap. VII. Amor dell’Autore per la sua Patria. Riflessioni del Padrone di lui sopra il Governo dell’Inghilterra, tale che avealo descritto l’Autore; con alcune comparazioni e con alcuni paralelli sopra il medesimo Argomento. Osservazioni dell’Houyhnhnm sopra la Natura umana. Cap. VIlI. Particolarità concernenti gli Yahoos. Eccellenti qualità degli Houyhnhnms. Qual sia la loro educazione, e in quali esercizj nella lor giovinezza s’impiegino. Loro Assemblèa generale. Cap. IX. Gran dibattimento nell’Assemblea generale degli Houyhnhnms, e in qual modo terminò. Scienze che anno corso fra loro. Loro Edifizj, Maniera con la quale essi seppelliscono i loro Morti. Imperfezione del loro Linguaggio. Cap. X. Qual beata vita menasse l’Autore fra gli Houyhnhnms. Progressi ch’egli fa nella Virtù conversando con esso loro. L’Autore è avvertito dal suo Padrone di dover abbandonar il Paese. Egli sviene per lo dolore, e dopo di aver ricuperati i suoi sensi, promette d’ubbidire. Riesce gli di costruire una barchetta, e all’avventura in mare ei si mette. Cap. XI. Quali pericoli asciugò l’Autore.Approda alla Nuova Ollanda, sperando di fissarvi il suo soggiorno. E’ferito con un colpo di freccia da un Naturale del Paese, ed è trasportato sopra un Vascello di Portogallo. Gli usa gran cortesie il Capitano, e arriva in Inghilterra l’Autore . Cap. XII. Veracità dell’Autore. Disegno ch’ei si è proposto in pubblicar quest’Opera. Ei censura que’Viaggiatori che non anno un inviolabile rispetto per la verità. Confuta l’Autore l’accusa che forse potrebbesi addossargli di aver avuto qualche sinistro oggetto nello scrivere. Risposta a un’obbiezione. Metodo di piantar Colonie. Elogio del suo Paese, Ei pruova che l’Inghilterra possiede giusti titoli sopra que’Paesi ond’egli ne ha fatta la descrizione. Difficoltà che si opporrebbe all’impadronirsene. L’Autore si licenzia da chi legge; dichiara in qual modo ei pretende di passare i rimanenti suoi giorni; dà un buon consìglio, e finisce. Noi Refformatori dello Studio di Padoa. COncedemo Licenza à Zuanne Tavernìn Stam pator di Venezia di poter ristampare il Libro intitolato Viaggi del Capitanio Lemuel Gulliver in diversi paesi lontani. Traduzione del Francese in Italiano già stampato in Venezia: osservando gl’ordini soliti in materia di Stampe, e presentando le Copie alle Pubbliche Librarie di Venezia, e di Padoa. Dat. li 2. Agosto 1748. Gio, Emo Proc. Rif. Barbon Morosini Cav, Proc. Rif. Registrato in Libro a Carte 30. al Num. 239. Mihiel Angelo Marino Seg. Licenziato dal Mag. Eccell. contro la Bestemia Gio; Gadaldin Seg. VIAGGIO DI LILLIPUT. PARTE PRIMA. CAPITOLO I. Chi sia, e di qual Famiglia, l’Autore di questo Viaggio: primarj motivi che lo indussero a viaggiare. Fa egli naufragio, e si salva a nuoto sulla spiaggia di Lilliput: vi è fatto prigioniero, e più a dentro nel Paese resta condotto. POchi erano i beni di fortuna di mio Padre, situati nella Contea di -Nottingham-: ma in ricompensa egli era ricco di cinque figliuoli, onde io sono il Terzogenito. In età di quattordici anni inviommi al Colleggio di -Cambridge-, ove per lo spazio d’anni dodici m’applicai con serietà agli studj: ma perchè i paterni sussidj, per supplire a’dispendj del mio mantenimento, (che, per dir vero, troppo lunge non istendevansi,) un po troppo erano mediocri, allogato fui in allievo del Signor -Jacopo Bates-, uno de’migliori Chirurghi di Londra, presso cui quattr’anni me ne rimasi. Di tempo in tempo riceveva io da mio Padre qualche danajo, che restava da me impiegato nel farmi rendere instruito di quella parte delle Matematiche che ha rapporto colla Navigazione, e la cui conoscenza è necessaria agl’intenzionati di viaggiare; divisamento, onde l’esecuzione, in qualche modo, a me destinata mi sembrava. In lasciando il Padrone, fui di ritorno alla Casa di mio Padre; il quale con l’ajuto di -Giovanni- mio Zio, e di diversi altri parenti, providemi di quaranta lire Sterline, con promissione di annualmente somministrarmene trenta, per mantenermi a -Leide-; ove per due anni, e lette mesi, mi appigliai allo studio della Medicina; essendo ne’Viaggj di lunga tratta utilissima questa Scienza. Poco dopo il mio ritorno di -Leide-, il mio buon Padrone Signor -Bates- raccomandommi in Chirurgo della Nave nomata la -Rondine-, e governata da -Abramo Panell- suo Capitano. Due Viaggi pe -Levante-, e per altre parti effettuai con essolui nel termine di due anni e mezzo; e dopo ciò, determinai di stabilirmi a Londrai. Approvò il Signor -Bates- il mio disegno, e diverse pratiche mi piocurò. Presi un meschino allegio; e saltatomi in capo di ammogliarmi, sposai la figliuola d’un buon Borghese, che quattrocento lire Sterline mi portò in dote. Ma la morte del mio Padrone accaduta due anni dopo, o circa; e la scarsezza degli Amici miei, furono la cagione che ben presto io non avessi ad operare gran cose. D’altra parte, non volea la mia coscienza che io imitassi certuni de’miei Confratelli, i quali trattano in un modo i loro pazienti, che poco temer non deggiono di restarsene inoffiziosi. Consultati, per tanto, la moglie, ed alcuni amici, risolvetti di darmi di nuovo al Mare. Successivamente fui Chirurgo di due Vascelli; e pel corso d’anni sei, compiei diversi Viaggi all’Indie -Orientali-, e dell’-Occidente-, che qualche cosa mi profittarono. Le mie ore di ricreazione erano impiegate nella lettura degli antichi, e moderni migliori Autori, standone io sempre ben provveduto; e quando io poneva piede a terra, m’applicava ad istudiare il genio, e la maniera de’Popoli, co’quali io conversava, ed altresì ad apprendere i lor linguaggj, il che sempre mi fu agevolissimo, essendo assistito da una memoria felice. Poco ben riuscitomi l’ultimo Viaggio, m’infastidj del Mare, e formai il disegno di restarmene colla Moglie, e co’miei figliuoli. Cambiai per due volte d’abitazione, lusingandomi di cambiar fortuna, ma era sempre a un di presso la stessa cosa, e vale a dire, nulla. Dopo tre anni d’inutili tentativi, aderj ad un offerta assai vantaggiosa fattami dal Capitano -Guglielmo Prichard-, comandante un Vascello nomato -la Gazella-, e che disegnava di mettersi alla vela pe’Mari d’Ostro. A’quattro di -Maggio- 1699. levammo l’ancora da -Bristol-, e da principio fu prosperissimo il nostro cammino. Con qualche ragione io penso non essere necessario di stancare il Leggitore con la recitazione delle Avventure che in que’Mari ci accadettero: basterà l’avvertirlo, che scorrendo alla volta dell’Indie Orientali, fummo assaliti da una violenta tempesta, che al Ponente Maestro del Paese di -Diemen- ci sospinse. Osservatasi la meridionale latitudine, ci trovammo a trenta gradi, e due minuti. Gli eccessivi patimenti, e la pessima nodritura ci avean fatti perdere dodici Marinaj; e in assai cattivo stato trovavansi i rimanenti. Nel giorno quinto di -Novembre-, tempo, in cui la State in que’Paesi comincia, annebbiatasi straordinariamente l’aria, scoprirono i Marinaj una Roccia in distanza dal Vascello di circa la metà d’una gomena; ma era sì furioso il vento, che la Nave gettatavi a traverso, poco dopo restovvi infranta. Cinque uomini ed io, procurammo di salvarci nello Schifo, e di staccarci dalla Rupe, e dal Vascello. A forza di remi ottennemmo l’intento; e, se non m’inganno, ci allontanammo per nove miglia: ma allora sì che a mal partito ci ritrovammo; nercè che intieramente fummo abbandonati dalle nostre forze, di già estenuate dall’operar nella Nave. Lasciammo dunque alla discrezion de flutti il nostro schifo, che mezz’ora dopo restò ingojato. Emmi ignoto il destino de’cinque miei, compagni, e degli altri che io lasciati avea sul Bastimento; ma è probabilissimo che sieno periti tutti. Quanto a me; sospinto dal vento, e dalla marea, nuotai alla ventura; e più d’una volta, comechè inutilmente, procurai di sentir fondo: alla fine, per rara felicissima sorte, sul punto che io stava di già mancando, ne sentj; e quasi nel tempo stesso la burrasca si mitigò. Pria di guadagnare la terra asciuta, faticai per quasi un miglio; essendo poco men impercettibile il pendio di quel lido; e non fu che alle ore otto della sera che vi pervenni. Camminai presso poco un mezzo miglio senza scuoprire nè Case, nè Abitatori: gli estremi sofferti stenti, il caldo che regnava; oltraccio, una mezza boccia d’acquavite che io aveva tracannata innanzi di lasciar il Vascello, m’oppressero di sonno. Era morbida l’erba; mi vi corcai, e dormj più di nove ore così profondo, che nol feci mai per tutta la mia vita; poichè sullo spuntar dell’alba solamente mi risvegliai. Volli levarmi; ma mi riuscì impossibile, per aver da due lati le mie braccia, e le mie gambe strettamente attaccate al terreno: e gli stessi miei capelli, ch’erano lungi, e folti, talmente annessi vi si rinvennero, che alzar il capo non potei; e pure avrei sommamente desiderato di farlo, giacchè cominciava ad incomodarvi il calore del Sole. Sentiva io qualche confuso strepito d’intorno a me; ma null’altro che il Cielo scorgere io poteva, a cagion dell’attitudine nella quale me ne stava. Poco tempo dopo, qualche cosa sentj che muovevasi sopra la mia manca gamba, e che piano piano avanzandosi sopra il mio petto, arrivò sino al mento. Procurando, per quanto potea permettermi la situazione onde mi trovava, di saper ciò che fosse, ravvisai una creatura umana, di altezza non più che di sei grosse dita, con in mano un arco, e una freccia, e in sulle spalle un carcasso, di saette ripieno. M’accorsi nell’instante stesso, per via di conghietture, d’una quarantina di piccoli’uomini del medesimo taglio, che seguivano il primo. Nell’enorme stordimento in cui men giaceva, gettai un sì forte grido, che tutti spaventati si diedero alla fuga; e per quanto seppi da poi, alcuni d’essi saltando dalle mie coste a terra, non si fecero poco male. Con tutto questo, poco tardarono a ritornarsene; ed uno di loro che tanto si avanzò per potere guatarmi in faccia, levando tutto maraviglia le mani, e gli occhj al Cielo, esclamò con piccola, ma distinta voce: -Hekinach Degul-: per più volte ripeterono gli altri le parole medesime, ma per allora ciò che spiegassero io non sapeva. Malagevolmente non concepisce il Leggitore, che in tutto quel frattempo me la dovessi passar poco bene. Finalmente, tentati tutti i possibili sforzi per istaccarmi dal terreno, ebbi la buona sorte di spezzare i legaccioli del sinistro braccio, e in levandolo, mi avvidi della maniera da coloro tenuta per imprigionarmi, che fu con piccole caviglie confitte in terra, a cui i legacioli stessi stavano raccomandati. Tanto nel tempo medesimo mi dimenai; benchè non senza un tal qual dolore, che i legami, che a sinistra attaccavano i miei capelli, avendo ceduto di due dita, mi permisero di girare, ma molto poco, la testa fuggirono allora per una seconda volta quelle piccole creature, senza che io potessi afferarne veruna, e saltando a terra, gettarono un orribile grido, (già intendesi a proporzione del loro taglio) che fu seguito da queste due parole -Tolgo phonac-, che uno d’essi con alto suono pronunziò. Già detto appena; sentj cento, e più frecce scoccate contrala mia sinistra mano, che mi ferirono dal pià a meno come tante aguglie; e oltracciò, lanciarono nell’aria un’altra sorta di saette a somiglianza delle nostre bombe; molte di cui (comecchè sentite io non l’abbia) certamente sul corpo mi son cadute, ed alcune altre sulla faccia, che io stava con la mano mia mancina cuoprendo. Cessato che fu cotale tempestoso saettame, con gran crepacuore mi misi a gemere; e tentando di bel nuovo di disbrigarmi, asciugar dovetti un’altra scarica, maggiore della prima. Alcuni di loro, tutto fecero per traforarmi colle loro picche; ma per buona mia ventura non vi riuscirono, stando io guarnito d’una camiciuola di bufalo. Credetti miglior partito il restarmene cheto cheto per fin alla notte nella positura medesima; assicurato, che potendo prevalermi della mano manca interamente allora mi sarei sciolto: essendo che io pensava con molta ragione, che a riguardo di quegli Abitanti, anche che un compiuto esercito se ne assembiasse contra di me, potessi tenere lor fronte, quando tutti della statura di que’che io vedeva esser dovessero. Ma svanirono tutti i miei progetti. Scortasi da’Paesani la mia tranquilità, cessaron eglino dal tirare, ma dallo strepito che io sentiva, conobbi che aumentava il lor numero; e in distanza di circa quattro verghe (misura del braccio d’Inghilterra,) rimpetto alla mia destra orecchia, intesi, per più d’un’ora, una sorta di sussurro, somigliante a quello che si fa quando si fabbrica. Al meglio che potei, girai la testa a quella parte, e vidi una spezie di Teatro, elevato da terra d’un piede e mezzo; e due, o tre scale per salirvi. Potea il Teatro esser capevole di quattro Abitatori. Un di coloro che vi erano, e che mi sembrava un uomo di distinzione, m’indirizzo un lungo discorso, onde una sola parola neppur capj. Non mi sovveniva di dire, che prima di dar principio alla sua aringa, gridato egli avea per tre volte -Langro Dehulsan-: (cotali termini e gli altri di cui parlai, mi furono poscia spiegati:) e appena pronunziati gli ebbe, che cinquanta Paesani, e più, si accostarono, e recisero i legaccioli, a’quali stava attaccata la sinistra parte della mia testa; cosicchè rivolgerla potei alla destra, e considerare attentamente colui che mi perorava. Ei mi pareva di mezza na eta, e di maggiore statura che veruno degli altri tre che tenevanlo accompagnato; uno de’quali era un Paggio che gli sosteneva la coda, e che a’miei occhj non più grande comparve del mio dito medio; e gli altri due stavano a’suoi lati per fiancheggiarlo. Bastevolmente son persuaso ch’egli fosse molto eloquente; mercè che, non ostante il non intendersi da me la sua favella, m’accorsi della somma di lui pratica ne’patetici muovimenti, e che a vicenda metteva egli in uso le promesse, e le minacce, per persuadermi. Risposigli con la più sommessa rassegnazione, alzando la mano manca, e gli occhj verso del Sole, come chiamandolo in testimonio. Mi suggerì la fame una parte della mia risposta, non avendo mangiata la menoma cosa da venti quattr’ore addietro, cosicchè non potei di meno di far conoscere che io avea bisogno di nodrimento, sovente mettendo un dito nella ma bocca: cosa che, per dir vero, non suonava di buona creanza. Mi comprese molto bene l’-Hurgo-; (questi si è il nome con cui essi onorano un gran Signore, come susseguentemente ne fui informato,) calò dal suo Teatro, e comandò che a’miei fianchi si applicassero molte scale furono montate da più di cento Abitatori, recando perfino al margine della mia bocca de’cofanetti ripieni d’alimenti, che il Re, immediate che intese il mio arrivo nel suo Paese, diede ordine mi si spedissero. Osservai fra le altre cose che mi si offerivano, la carne di animali diversi, ma mi riusciva impossibile di distinguere le parti col solo tatto. Aveavi spalletti, lacchette, ed altre membra, formate come quelle d’un Castrato, e a perfezione imbandite, ma più picciole che l’ale d’un’Allodola. Due o tre d’esse non mi valevano che una boccata; giuntandovi altrettanti pani grossi, ciascuno, come una palla da moschetto. Non può esprimersi lo stordimento che la mia voracità in coloro produsse. Satollo che quasi fui, feci un altro segno per dimandar a bere, e sembrò loro che se la sete fosse proporzionata al mio appetito, poca bevanda non mi basterebbe; e perciò quegl’ingegnognissimi Popoli rotolarono sopra la mia mano un de’loro più gran barili, che sfondarono un momento dopo, e che in un sol tratto io rendei voto, cosa che non fummi disagevole, non contenendo neppure una mezza boccia, ed avendo il sapore del vinetto di Borgogna, ma delizioso assai più. Mi recarono un secondo barile, che votai nella guisa stessa, facendo segni che di più ne desiderava; ma in tal genere mancò loro la provvisione. Compiute ch’ebbi tali maraviglie, lanciaron eglino mille giocondi gridi, e danzarono sopra il mio stomaco, ripetendo, come prima, frequentemente questi termini: -HtKinach Degul-. Mi accennarono di gettar a terra i due barili, con l’antivedimento tuttavia di rendere avvertiti que’che stavan di sotto, di levarsi dal mezzo, cautela ch’essi espressero con queste due parole: -Borach Mivola-. L’eseguj; e scortisi da loro capienti sì prodigiosi nell’aria, rinnovarono gli schiamazzi di allegrezza, e di stupore. Confessar deggio, che più d’una volta patj la tentazione, in tempo che stavano passeggiando d’ogni parte sul mio corpo, di prenderne una quarantina oppur cinquanta de’più portati alla mia mano, e di schiacciarli a terra: ma non dimentico di quanto intesi a dire, che secondo tutte le apparenze non era il peggio che far potessero; e d’altra parte, la parola d’onore che io impegnata loro avea di non far loro male di sorta, (che in questo senso intesi di prendere l’aria di sommessione allor quando addrizzai loro la mia aringa,) tolsemi ben presto qualunque vaghezza di simil fatta. Aggiugnete, se vi piace, che sarebbe ciò stato un violare le Leggi sacre dell’ospitalità, verso un Popolo che testè sì prodigamente, e con tanta magnificenza regalato mi avea. Con tutto questo, io non poteva a sufficienza ammirare l’intrepidezza di cotali diminutivi d’uomini; che in tempo che se ne stava libera una delle mie mani, ardissero di rampicarsi, e di trastullarsi, senza timore, sul ventre d’una creatura sì portentosa, che io doveva loro parere. Qualche tempo dopo, quando videro che io a mangiare più non chiedeva, un Inviato di sua Imperial Maestà, montato al fondo della diritta mia gamba, avanzossi con una dozzina di persone di suo seguito perfino sulla mia faccia. Mostrommi le sue credenziali improntate coll’Imperiale suggello, le accostò ben vicino a’miei occhj, e tenne un discorso di circa dieci minuti senza colleroso verun contrassegno; bensì con un tuono di risoluzione, ed intrepido, rivolgendo ben sovente i suoi atteggiamenti verso un certo luogo, che di poi compresi essere la Capitale, lontana un mezzo miglio; ove l’Imperadore, dopo di aver esatti i pareri del suo Consiglio, comandato aveva il mio trasporto. Fu brieve, ma inutile, la mia risposta. Feci cenno con la mano mia libera, che io desiderava sciormi da’legami, procurando di ciò esprimere col riporla sull’altra mano, sopra il mio capo, e sopra il mio corpo. Parve per altro ch’egli mi capisse; perchè crollò in un certo modo la sua testa, che bastevolmente diede a conoscere la disapprovazione della mia supplica; e con certe gesta saper mi fece, che io doveva essere condotto come prigione: aggiugnendo, non ostante, non sò quali altri contrassegni, per rendermi accertato che non sarebbe per mancarmi un alimento sufficiente, e che non mi verrebbe praticato il menomo maltrattamento. L’idea d’essere trasportato alla Dominante in figura di schiavo, m’instigò a tentare nuovi sforzi per ispezzare le mie legature; ma per disgrazia non valsero tali sforzi che per tirarmi addosso una nuova grandine di saette, che alle mani, e a la faccia, un sensibile dolore mi cagionarono. Vedendo per tanto impossibile l’eseguimento del mio disegno, e che altronde ad ogni instante aumentava il numero de’miei nemici, diedi segno ch’essi potean trattarmi a loro voglia. -L’Hurgo- allora, ed il suo seguito, licenziaronsi da me in un modo il più civile del mondo. Pochi momenti dopo intesi gridar più fiate. -Peplom Selam-, e senti un gran numero d’Abitatori, che talmente allentarono le funi che mi tenevano attaccato a sinistra, che mi era agevole il rivolgermi a dritta, e nel tempo stesso l’ajutarmi a far una pisciata da per me solo, il che in gran copia effettuai, ma con orrido stupore del Popolo; il quale conghietturando da’miei movimenti ciò che far io voleva, si allargò al più presto dal torrente che il minacciava. Prima però di questo, mi avevan eglino strofinato il volto e le mani con una sorta d’unguento, la cui fragranza era gratissima, e che in pochi minuti mi tolse il sentimento di dolore, che le frecce loro mi avean prodotto. Un tal rimedio, e la lautezza del banchetto, mi conciliarono il sonno, che, come seppi nel progresso, ott’ore in circa durò; cosa, che recar non dee stupore veruno, se riflettasi, che per ordine dell’Imperadore, i Medici riposte aveano nel barile di vino alcuno droghe sonnifere. E’probabile, che immediate che fui scoperto dormiente sull’erba, ne fosse stato informato l’Imperadore; il quale, avutone il raguaglio, dopo di aver presi i pareri del suo Consiglio, ordinato avesse che io fossi legato nel modo che ho sopra espresso; (il che praticossi in tempo del mio dormire,) che mi fosse somministrato il mangiare, ed il bere; e che una macchina per trasferirmi alla sua Capitale, si construisse. Parerà forse ardita, ed arrischiata, una somigliante risoluzione; e ben persuadomi che in tal congiuntura verun Principe dell’Europa non prenderebbe ad imitarla; comechè, secondo il mio credere, non siavi cosa nè più prudente, nè più generosa. Mercechè, supposto che in tempo del mio sonno, procurato avessero i Paesani d’uccidermi colle loro picche, e colle loro frecce; certamente immediate mi sarei svegliato, e forse il dolore che risentito avessi, mi avrebbe impartita la forza di rompere i miei legami; dopo di che, incapaci eglino di risistermi, non avrebbono potuto sperare grazia veruna. Gli Abitanti di quel Paese sono valorosi Matematici, e soprattutto eccellentissimi nelle Meccaniche, incoraggiti a cotali studj dal loro Imperadore, il qual è un gran Patrocinante delle Scienze. Possiede questo Principe diverse macchine movibili sopra ruote, e che vagliono al trasporto degli Alberi, e d’altre some. Presiede egli medesimo alla struttura de’maggiori suoi Vascelli di guerra; alcuni de’quali, nove piedi son lunghi, e dall’Arsenale per fino al mare, che tal volta n’è discosto tre, o quattrocento verghe, trasportar gli fa sopra queste macchine. Cinquecento Falegnami, ed altri Operaj ricevettero l’ordine d’allestire sul punto stesso la massima delle loro vetture. Quest’era un ordigno di legno, sette piedi lungo, e largo quattro, che sopra venti e due ruote aveva il suo movimento. Al gettarsi l’occhio sopra una macchina così enorme, scoppiarono que’gridi che io aveva intesi. Fu ella adattata in linea paralella col mio corpo: ma la maggiore difficoltà cadeva sul modo di ripormivi. Ottanta pertiche, cadauna d’un piede d’altezza, furono inalberate a quest’effetto; e fortissime funi, della grossezza d’uno spaghetto, attaccate furono a delle legature, onde il mio collo, le mie braccia, e tutte le restanti mie membra stavano inviluppate. Novecento de’più vigorosi di loro furono impiegati a levarmi di terra; e in minore spazio di tre ore, coll’ajuto di molte girelle, riuscì loro il caricarmi sulla vettura, ed ebbero l’attenzione di ben legarmivi. Tutto ciò mi venne riferitto dopo il fatto; conciossiacosachè io nulla vidi, nè sentj, standomi profondamente assonnato pel soporifero che io traccannato avea. Mille e cinquecento de’più forzuti Imperiali cavalli, alto ognuno a un di presso di quattro grosse dita e mezzo, servirono per istrascinarmi alla Dominante, che, come penso di averlo detto, era discosta d’un mezzo miglio. Avevamo già camminato per tre, o quattr’ore; allor quando per un assai ridicolo avvenimento mi risvegliai. Arrestatasi la carriuola pel bisogno ch’essa aveva di qualche cosa, due o tre giovinastri degli Abitanti, ebbero la curiosità di vedere con qual aria me ne stessi dormendo; e perciò salirono sulla macchina, avanzandosi cheto cheto perfino alla mia faccia. Uno d’essi, ch’era Uffiziale di Guardie, cacciommi nella sinistra delle nari una gran parte della sua mezza-picca, la quale dileticò il mio naso, presso poco come avrebbe potuto farlo una pagliuzza; cosicchè mi promosse un violentissimo starnuto. Senza avvedermene batterono que’Signori la ritirata; e solamente tre settimane dopo restai instruito della cagione d’un sì improvviso risvegliamento. Praticammo una lunga marcia nel rimanente del giorno, e passai la notte fra cinquecento guardie; la cui metà teneva alla mano accese torcie; e l’altra, degli archi, e delle saette per iscoccarle contra di me, per poco che io dessi indizj di voler distaccarmi. Il giorno dietro, al levar del Sole, continuammo il nostro cammino; e sul mezzo dì arrivammo a un certo luogo, lontano dalla Città dugento verghe, o circa. Scortato da tutta la sua Corte venne a rincontrarci l’Imperadore: ma i primarj Ufficiali di lui, non vollero mai permettere che egli, montando sul mio corpo, la sagrata sua persona mettesse a risico. Nel sito, ove la macchina si arrestò, aveavi un antico Tempio, riputato pel maggiore del Regno; che essendo stato da alcuni anni addietro profanato da un omicidio che fa orrore alla Natura, se gli erano tolti tutti i suoi ornamenti, e più non serviva ad usi sacri. Si trattò che quegli fosse l’alloggio mio. La porta maggiore che riguardava a Tramontana, era alta da quattro piedi, e al più de’più, due ne aveva di larghezza; di modo che agiatamente io poteva introdurmivi. Da cadaun lato della porta era costrutta una piccola finestra alta da terra sei grosse dita; e a quella del lato sinistro vi erano novanta ed una catena, somiglianti a quelle che pendono dagli oriuoli delle Dame in -Europa-, e quasi così larghe, che furono attaccate alla sinistra mia gamba con trenta e sei catenacci. Rimpetto di questo Tempio, e in distanza di venti piedi, aveavi una Torre, alta di cinque piedi per lo meno; ove l’Imperadore erasi trasferito con un gran numero de’principali Signori di sua Corte, per contemplarmi a suo bell’agio. Secondo il calcolo che ne fu fatto, più di cento mila abitatori, pel suggetto medesimo uscirono della Capitale; ed io scommetterei, che al dispetto de’miei custodi, col benefizio di molte scale, più di dieci mila successivamente me ne son montati sul corpo. Ma una tale sfrontatezza ben presto restò repressa da un Editto, che sotto pena di morte la proibiva. Vistasi dagli Operaj l’impossibilità del mio scampo, recisero essi tutti i leggacciuoli che servivano ad attaccarmi. Mi levai con un’aria la più svogliata, e la più malinconica, che in mia vita non ebbi mai. Non può esaggerarsi abbastanza lo stordimento del Popolo nel vedermi in piedi, e che un momento dopo me ne stessi spasseggiando. Le catene onde era la mia gamba avvinta, aveano due verghe, o circa di lunghezza, e mi lasciavano, non solo la libertà di muovermi avanti, e indietro in semicircolo, ma raccomandate in distanza di quattro grosse dita dalla porta, permettevano eziandio che tutto disteso nel Tempio mi coricassi. CAPITOLO II. L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone ragguardevoli, va a vedere l’Autore. Descrizione della persona, e delle vestimenta dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati d’instruire l’Autore dei linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la sua affabilita. Formasi l’inventario di quanto si rinviene nelle tasche di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada. RIto in piedi che fui, risguardai d’intorno a me, e negar non posso che in verun tempo non mi si affacciò prospettiva più vaga. Mi sembrava tutto il Distretto un sol giardino; ed ogni campo, d’un fiorito letto portava l’aria. Eran que’campi, il cui maggior numero stendevasi a quaranta piedi in quadrato, framescolati di boschi; e gli alberi più minuti, per quanto io poteva giudicarne, erano dell’altezza di sette piedi. Vidi alla mia sinistra la Città Capitale, la quale, da quel lato ond’io la ravvisava, non malamente appariva che una di quelle Città, che si ambiranno delle Teatrali rappresentazioni. Erano già molte ore che estremamente mi trovava incomodato da non so quali necessità; il che poi non è gran maraviglia; essendo che per quasi due interi giorni non vi aveva io soddisfatto. Fieramente dunque contrastavano insieme la necessità, ed il rossori. Miglior espediente non potei immaginarmi, quanto ritirarmi carpone nella mia Casuccia; e di fatto l’eseguj. Chiusi la porta dietro di me; e allontanandomi per quanto potea accordarmelo la mia catena, mi scaricai d’un peso molto importuno. Ma l’unica volta questa si è, che per tutta la mia vita rimprocciar mi deggio una somigliante impulitezza; di cui tuttavia ne spero il perdono da chiunque ragionevole Leggitore, che senza parzialità di sorta bilancerà le circostanze che mi strignevano. Da quel tempo in poi, immediate che mi era levato, fu mio costume di fare la cosa medesima a Cielo scoperto, il più lungi dal mio domicilio che m’era possibile; e ogni mattina, pria che sopravvenisse compagnia, due servidori, di cui una tal incombenza era peculiare, non mancavano mai di togliere tutto ciò che offendere poteva l’odorato di chi mi onorava delle sue visite. Si a lungo non averei insistito sopra un particolare, che forse a primo aspetto non sembrerà di molta conseguenza, se creduta non avessi cosa indispensabile di formar l’apologia della mia pulitezza, che alcuni de’miei invidiosi, cogliendo l’opportunità dell’accidente or or narrato, ebbero l’audacia di rivocare in dubbio. Sbrigatomi da una tal avventura, uscj della mia casa per prender l’aria. Era già calata dalla torre Sua Imperial Maestà, e a Cavallo portavasi alla mia volta; cosa che stette per costarle caro; atteso che l’animale montato da lei, ancorchè, per altro, ben disciplinato, non avvezzo a vedere una creatura di mia fatta, che parer gli doveva un mobile monte, s’inalberò. Ma il Principe, perfettissimo Cavaliere, non perdè staffa, e vi si mantenne finchè il suo seguito mettesse mano sulla briglia della bestia, e ch’ei poscia ne discendesse. Posto piede a terra, mi contemplò da tutti i lati; sempre però fuori di mia portata. Comandò a’Cucinieri, e a’Bottiglieri, ivi già lesti, di recarmi a mangiare, e a bere; il che essi effettuarono, col ripporre l’imbandigione, ed i liquori, sopra una spezie di macchine a ruote, ch’eglino spignevano fin al segno che vi giugnessero le mie mani. Diedi l’assalto a queste macchine, e in un batter d’occhio le lasciai nette. Venti n’erano riempiute di vivande, e dieci di pozioni: cadauna delle prime mi valeva due o tre boccate; e riguardo alla bevanda, n’era molto ben osservata la proporzione. Sopra seggj d’appoggio, e in certa distanza, stavano assisi l’Imperadrice, i Principi, e le Principesse del sangue: ma veduto l’accidente che minacciò l’Imperadore a cagione del Cavallo di lui, levaronsi, e se gli accostarono. Ecco com’è fatto questo Monarca. Egli supera in Matura chiunque della sua Corte, una buona grossezza d’una delle mie unghie; il che solo, è sufficiente per inspirar rispetto in chi lo risguarda. Sono maschili i suoi delineamenti; le labbra grosse, ed olivastra la sua carnagione; si tiene molto diritto, ha le sue membra assai ben proporzionate, abbonda di graziosità, ed è maestisissimo in tutte le sue azioni. Lasciavasi egli allora addietro la primavera della sua età, avendo ventott’anni, e alcuni mesi, onde sette ne avea regnato compiutamente felice. Affin di ravvisarlo a mio piacere, mi corcai sull’uno de’miei fianchi, lungi da lui lo spazio di tre Verghe; attitudine tale, che precisamente costituì il mio capo, paralello a tutto il di lui corpo. Non può darsi, per altro, che non sia esatta la descrixion che quì faccio: giacchè da quel tempo avanti, più d’una fiata l’ebbi nelle mie mani. Èra positiva la sua vestitura; e per quanto può spettare alla moda, ei ritenea una spezie di mezzanità fra gli -Asiatici-, e gli -Europei- Abitatori; in sulla testa pero portava egli una celata d’oro leggerissimo, ornata di giojelli, e guarnita d’una piuma. Teneva in mano una sorta di spada nuda, che dovea servirgli di difesa in caso che da’legami mi fossi sciolto: ella era lunga tre pollici al più, e l’impugnatura, e la guaina n’erano d’oro, arricchito di diamanti. Era sottile, ma molto chiara la sua voce; cosicché distintamente poteva io intenderla tutto che me ne stessi in piedi. Con tanta magnificenza comparivano abbigliate le Dame, ed i Cortigiani, che il luogo da essi occupato avea la mina d’una sottana distesa a terra, e di diverse figure d’argento e di oro ricamata. Sua Maestà Imperiale non di rado m’impartì l’onore di parlar meco; e dal mio canto non si mancò di renderla appuntino soddisfatta con le risposte; ma ella nè pur parola potè capire di quanto io le diceva; come altresì, per parte mia, potestar posso, che del discorso di lei non ho compresa silliba. Stavan presenti (per quanto fummi lecito di conghietturare dalle vestimenta) alcuni Sacerdoti, ed uomini di Legge, cui fu ingiunto di attaccar meco conversazione. Parlai loro tutti i linguaggj che mi erano noti; ed eziandio quegli, ond’io ne aveva una tintura men che superficiale; voglio dire il -Tedesco-, il -Fiamengo-, il -Latino-, il -Franzese-, lo -Spagnolo-, e l’-Italiano-: Tutto vi rimescolai, perfino alla lingua Franca, ma senza riuscimento. Due ore dopo, la Corte si ritiro, e mi lasciò sotto una huona guardia, con l’oggetto di prevenire l’impertinenza, e verisimilmente la malizia della canaglia, che moriva di voglia d’avvicinarmisi; avendo alcuni, in tempo che me ne stava sedendo sull’uscio della mia casa, avuta l’insolenza di lanciarmi molte saette, una delle quali poco vi volle che non mi cavasse un occhio. Ma il Colonello comandò che si arrestassero sei de’principali complici dell’attentato, e che in pena del loro delitto fossero rimessi in mio potere; il che fu eseguito dalla milizia, che gl’incalzò colle sue picche, finchè fossero alla mia portata. Tutti gli presi colla destra mano; e cinque d’essi ne riposi nella tasca del mio giubbone, facendo sembiante per lo stesso, di volermelo assorbere vivo vivo. Il meschino misesi a gridare orribilmente; e del pari al Colonnello, da terribili dolori di ventre furono sopraffatti gli altri Ufficiali, spezialmente quando mi videro a dar di mano al mio temperino. Poco tuttavia tardai a togliere lor l’affanno, conciosiachè prendendo io un’aria di piacevolezza, e tagliando di là a un instante le funi che il teneva no legato, il rimisi pianamente a terra, ed egli in un subito si dileguò. Dopo di aver tratti ad uno ad uno dalla tasca gli altri miei prigionieri, mi contenni con esso loro nella guisa medesima: ed osservai che i Soldati, ed il popolo, furono incantati da un sì clemente procedimento, che in un modo, al segno maggiore vantaggioso per me, fu riferito alla Corte. Sull’imbrunir del giorno m’introdussi, strisciando, nella mia abitazione, ed a terra mi vi corricai: altro letto non ebbi pel corso di quindici giorni; ma dopo questo tempo, uno ne ottenni per ordine dell’Imperadore. Secento materasse d’una misura comune, furono trasferite, ed adagiate nel mio Palazzo. La lunghezza, e la larghezza del mio letto eran composte di cinquanta de’loro ricuciti insieme, e l’altezza di quattro; e pure ciò non impediva che io male non me ne trovassi, perchè il pavimento era di pietra. Lo stesso calcolo si osservò riguardò alle lenzuola, e alle coperte. Per dir vero, non n’era io per niente pago; ma accostumato di lunga mano a’patimenti, dovetti mettermi in pace. Sparsa che fu pel Regno la nuova del mio arrivo; affin di vedermi, portossi alla Capitale un infinito numero di scimuniti; e sì prodigiosa funne la quantità, che i più de’villaggj rimasero senza campajuoli, non ostante il sommo pregiudizio de’domestici loro affari, e altresì dell’agricoltura. Ma diversi editti di Sua Imperial Maestà provvidero a un tal disordine; comandato avendo, che quei, che mi avessero di gia veduto, tornassero alle loro case, e non si accostassero per cinquanta verghe alla mia, senza una permissione della Corte: ristrignimento, che a Segretarj di Stato profittò riguardevoli somme. Furono frequenti le Consulte tenutesi dall’Imperadore per deliberare della mia persona: e seppi da poi da uno de’migliori amici che io abbia avuto in quel paese, uomo di primaria qualità, e che senz’altro potea aver mano negli affari: seppi, dico, che la Corte stavasene enormemente imbarazzata a mio riguardo. Vi si temeva che mi riuscisse spezzare una volta le mie catene; o che la mia voracità cagionasse una orribile carestia. Tal fiata vi si risolveva di lasciarmi morire di fame; ed altre, di ferirmi le mani, e la faccia con frecce vennate; il che, ben presto, tratto mi avrebbe di briga. Nessuno pero di tali divisamenti fu postò in esecuzione: riflettutosi che il puzzo d’un cadavero sì smisurato come il mio, avrebbe, senza alcun dubbio, infettata l’aria, e prodotta nella Dominante qualche contagiosa malattia che seguitamente si sarebbe dilatata per tutto il Regno. Nel forte di queste deliberazioni, furono alla porta della Sala del Consiglio molti Uffiziali delle Soldatesche, ed ottenutone l’ingresso due di loro, fecero il riferto del modo che io avea tenuto in proposito a’sei criminosi, di cui, non e guari che si è parlato. Non solo nell’animo del Monarca, ma eziandio di tutto il suo Senato produsse sì fatte impressioni il rapporto degli Uffiziali, che tutti i Villaggi fin alla distanza di novecento Verghe dalla Città, ebber ordine di somministrare cadaun giorno, sei buoi, quaranta castrati, ed alcune altre vittuaglie pel mio nutrimento; con pane, vino, ed altri liquori a proporzione. Il pagamento di tutto questo, era loro assegnato sull’Erario di Sua Maestà; essendo che questo Principe sussiste colle rendite de’suoi Dominj, non esigendo che molto di rado, e in congiunture eccessivamente strignenti, sussidj da’suoi Suggetti, quali, dal canto loro, sono obbligati a servire nelle guerre di lui, a proprie loro spese. Cogli stipendi Imperiali eran pagate secento persone scelte in miei domestici, e furon loro piantate delle tende a cadaun lato della mia porta. Comandossi pure che trecento Sarti travagliassero per mio servigio un compiuto assortimento di vestimenta alla foggia del Paese: Che sei de’primarj Letterati del Imperio avessero la cura d’ammaestrarmi nel loro idioma: e finalmente, che le Guardie dell’Imperadore; e stessamente i suoi Cavalli, e que’della Nobiltà, frequentemente mi passassero d’avanti, perchè si avvezzassero della mia vista. Furono eseguiti tutti questi ordini con la più esatta precisione; e nello spazio di tre settimane feci gran progressi nella lingua del Paese. Nel frattempo, parecchie volte mi onorò il Monarca di sue visite; e insino mi giuntò la grazia di mescolar sovente le sue instruzioni con quelle de miei Precettori. Cominciavamo già a strignere insieme una spezie di conversazione; e co’primi termini da me appresi, mi sforzai d’esprimere la brama che m’incalzava di conseguire la libertà, e ginocchione gliene ripeteva ogni giorno la supplica. Per quanto pote comprendere, ei rispondeva: che la mia dimanda esigeva tempo; e che senza il parere del suo Consiglio non era cosa neppur da badarvi: che prima di tutto, io doveva, -Lumos Kelmin pesso desmar lon Emposo-; cioè a dire, giurarli, che io vivrei in pace con esso lui, e con tutti i suoi sudditi: che frattanto, ben trattato io sarei. Consigliommi, per altro, a procurar di guadagnarmi la sua benevolenza, e quella de’suoi Suggetti, col mio sofferimento, e con la mia discretezza. Mi pregò non perdere in mala parte, se egli ingiugnesse ad alcuni de’suoi Uffiziali di far revisione alle mie tasche; poichè era verisile che io avessi sopra di me qualche arme, che al certo dovea straordinariamente pericolosa, se ella corrispondeva all’immensità della mia corporatura. Io replicai che Sua Maestà sarebbe ubbidita, e che io stava pronto ad ispogliarmi, e a rovesciare le mie saccocce; il che espressi a forza di contrassegni, mancandomi per allora i termini. Soggiunse l’Imperadore: che per le leggi del Regno, due Uffiziali dovevano visitarmi: che egli non ignorava che era impossibile il potersi ciò effettuare senza la mia cooperazione: che vantaggiosamente egli era prevenuto della mia generosità, e della mia giustizia, perchè affidar potesse nelle mie mani le persone loro: che tutto mi fosse stato tolto, mi sarebbe renduto al mio staccarmi dal Paese, oppur pagato secondo il prezzo che io medesimo tassato avessi. Presi dunque i due Ufficiali nelle mie mani, e a prima giunta gli messi nelle tasche del mio giubbone, e poscia in tutte l’altre; eccettuatine i due borsellini, e un’altra tasca ancora contenente alcune bagattelluzze, che solo valevano per lo speziale mio uso. In uno de’miei taschetti aveavi un oriuolo d’argento; e nell’altro alcune monete d’oro in una borsa. Que’Signorini che tenevano con esso loro carta, penna, ed inchiostro, formarono, di tutto ciò che vi rinvennero, un’inventario esattissimo; e compiuto il fatto loro mi pregarono di mettergli a terra, perchè all’Imperadore farne potessero il riferto. Tempo dopo trasportai in Inglese quest’Inventario; ed eccone parola per parola la traduzione. Primieramente; nella saccoccia a parte dritta del Giubbone del -grand’Uomo-Montagna-, (che così sembrami si abbiano a tradurre i vocaboli -Quibus Flestrim-,) dopo la più diligente visitazione, vi trovammo solamente un drappo di estensione sì enorme, che servir potrebbe di tappeto per la maggior Sala del Palazzo di Vostra Maestà. Nella tasca sinistra vi abbiani veduto un esorbitante forziere, tutto d’argento. Avendo chiesto fosse aperto, uno di noi vi entro, e sprofondovvisi per fino a mezza gamba in una sorta di polvere; parte di cui sparsasi nell’aria, molte volte ci fece stranutire. Nella saccoccia dritta della vesta di lui, visitammo un prodigioso volume, composto di molte bianchicce sostanze piegate l’une in sull’altre, della lunghezza all’incirca di tre uomini, strettamente serrate fra d’esse, e contrassegnate di figure nere: ci ha egli detto che son elleno scritture, onde cadauna lettera è tanto larga, quanto la metà della palma delle nostre mani. Nell’altra saccoccia a mano manca, aveavi una sorta di macchina composta di venti lunghe pertiche, che mai non assomigliavano al palizzato che regna dinanzi alla Corte di Vostra Maestà. Conghietturiamo che con cotale strumento -Uomo-Montagna- si pettini la testa, mercechè non tutte le volte il tormentiamo con le nostre quistioni, durando noi un sommo stento per farci intendere. Nella dritta gran tasca del suo invoglio di mezzo, (che in questi termini io rendo i vocaboli -Ranfu Lo-, ond’essi disegnavano i miei Calzoni,) scorgemmo una colonna di ferro scavata, della lunghezza d’un uomo, e strettissimamente annessa a un pezzo di legno, ancor più grande della colonna. Sopra uno de’lati di questa macchina vi erano smisurati pezzi di ferro, per la cui bizzara figura noi non sappiamo che crederne. Uno strumento del tutto somigliante trovammo nella tasca manca. In un altra più piccola a parte destra, stavano molti pezzi d’un bianchiccio, e rossigno metallo, di differenti grandezze; ed alcuni de’pezzi bianchi, che ci parevano d’argento, erano sì larghi, e sì pesanti, che il mio camerata ed io, levargli appena potevamo. Due nere colonne, d’irregolare figura, ritrovammo nella saccoccia sinistra; e una d’esse stava coperta, e sembrava d’un solo pezze: ma nella parte superiore dell’altra, aveavi una spezie di rotonda, e bianchiccia sostanza: al doppio più grossa che le nostre teste: ognuna di queste macchine conteneva una prodigiosa lamina d’acciajo. A mostrarcele l’obbligammo; temendo noi che non fossero strumenti perniziosi. Ei levolle dalle loro nicchie; e ci fece avvertiti, che nel Paese di lui egli avea il costume di servirsi dell’una per radersi la barba; e per trinciare non so quali cibi, dell’altra. Egli ha due borse, in cui introdurci non potremmo, e le chiamava i suoi borsellini. Eran questi, due larghe fessure, tagliate nella parte superiore del suo invoglio di mezzo, ma rendute molto anguste per la pressione del ventre di lui. Al di fuori del dritto borsellino, pendeva una gran catena d’argento alla cui estremità stava attaccata una macchina la più singolare, che vertimo di cavar fuori ciò che teneva alla catena; ei lo fece; e mostrocci un globo, in parte d’argento, e in parte d’un altro trasparente metallo. Riguardandolo noi dalla parte trasparente, vi ravvisamo strane figure disposte in cerchio; che avendo tentato di toccarle, trovaronsi arrestate da quella diafana sostanza le nostre dita. Accostò egli alle nostre orecchie questa macchina, e vi udimmo un continuato fracasso, somigliante a quello d’un mulino da acqua. Pensiamo che cosa tale sia qualche incognita bestia; oppure la divinità che colui adora: ma quest’ultima opinione ci sembra più verisimile; avvendoci egli assicurati, (se pure ben il comprendemmo, poichè si esprime in un modo molto imperfetto,) che ciò era una sorta d’Oracolo assai sovente consultato da lui, e che distinguevagli il tempo di cadauna azione della sua vita. Dal manco suo borsellino egli estrasse una spezie di rete tanto grande, che può servire alla pesca, ma che a guisa di borsa si apre; e si chiude; valendosene egli per un tal uso. Vi trovammo alcuni massiccj pezzi d’un metallo giallicio; che se son eglino d’oro vero, deggiono essere d’un valor immenso. Dopo di aver, in eseguimento degli ordini di Vostra Maestà, scrupolosamente rivedute, e visitate le saccocce tutte di lui, osservammo che d’intorno alla sua vesta egli aveva un cinturone, che certamente non può essere stato fatto, che della pelle di qualche portentoso animale. Al lato manco di esso cinturone, pendeva una spada della lunghezaza di cinque uomini, e alla dritta una spezie di sacco diviso in due serbatoj, ognun de’quali contener potrebbe tre sudditi della Maestà Vostra. In uno di questi serbatoj stavano molti globi d’un pesantissimo metallo, cadauno della grossezza delle nostre teste, e molto disagevoli per levargli. Vedemmo nell’altro una gran quantità di granineri, assai piccoli, e di non grave peso, potendo noi, in una sola volta, più di cinquanta tenerne in mano. Quest’è l’Inventario fedele di quanto trovammo indosso all’-Uomo-Montagna-, il quale trattò con noi in un onestissimo modo, e col rispetto dovuto alla commissione di Vostra Maestà. Soscritto e suggellato il quarto giorno dell’ottangesima nona Luna dell’Augusto Regno di Vostra Maestà Imperiale. -Glefren Frelock-. -Marsi Frelock-. Letto, e riletto ch’ebbe da un capo all’altro l’Imperadore quest’Inventario, mi ordinò, comechè in civilissimi termini, di rimettere qualunque cosa nelle mani di lui. A prima giunta mi ricercò la mia spada, che tolsi dal cinturone col suo fodero. Comandò nello stesso tempo, che tre mila uomini delle sue più guerriere milizie, da cui egli stava allora circondato, prendessermi nel mezzo da tutti i lati, e gli archi loro, e le loro frecce lesti tenessero: ma, per dir vero, io non me ne avvidi, perchè i miei sguardi eran fissati nel solo Imperadore. Ciò fatto, ei mi pregò di sguainare la mia spada; la quale, non ostante che per l’acqua marina fosse in qualche parte irruginita, non lasciava d’essere molto risplendente. L’eseguj; e nell’instante tutta la Soldatesca gettò un orribile grido, segno manifesto e della sua sorpresa, e del suo spavento, essendo che i raggi Solari, dopo d’essersi ribattuti sulla mia spada, ripercuotevano gli occhj de’soldati. Il Monarca, che è un Principe magnanimissimo, fu assalito da minor terrore che io non avrei creduto. Mi commise di rimettere la spada nel fodero, e di gettarla la terra il più leggiermente che potessi, e in distanza di sei piedi dall’estremità della mia catena. Chiesemi in secondo luogo una di quelle colonne di ferro, che erano scavate, per le quali egli intendeva le mie pistole da saccoccia. Una gliene mostrai; e feci tutto, stante il desiderio ch’ei manifestava d’averne, di fargliene comprendere l’uso. In fatti, la caricai con sola polvere, che io avuto avea l’avvedimento di guarentire dall’umidità del mare; (inconvenienza, contra cui chiunque prudente marinajo si premunisce) e dopo di aver avvertito l’Imperadore di non temere, feci il mio tiro nell’aria. O allora sì che più che alla vista della mia spada, fu orribile il loro spavento. Cadevan eglino a centinaja come tanti morti; e l’Imperadore medesimo, tutto che rimasto in piedi, ebbe bisogno di qualche tempo per ripigliarsi. Nel modo stesso che io fatto aveva della spada, consegnai le pistole, e susseguentemente la taschetta da polvere, e le palle di piombo; con l’avvertenza a que’Signori di tener lontana dal fuoco con somma attenzione la polvere, 1 2 3 4 5 : . 6 7 8 9 10 11 12 . 13 14 . 15 16 . . 17 18 : 19 20 . 21 22 23 24 , . 25 26 . 27 28 29 30 , . 31 32 33 34 35 36 37 38 . 39 40 41 ; 42 . 43 , 44 , ( , ) 45 , ; 46 , 47 , 48 . 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