fatto da essa nell'aria lo credei su le prime uno scoppio di fulmine.
Allora sette mostri simili a lui si fecero innanzi muniti di falci,
ciascuna dell'ampiezza di sei scimitarre. Costoro non erano così
bene vestiti siccome il primo, onde li giudicai subito suoi famigli
o lavoranti; c'indovinai tanto che, poichè ebbe detto loro alcune
parole, li vidi avviarsi per mietere il grano del campo ove io mi era
nascosto. Ben io cercava d'andarmene lontano quanto mai potessi da
costoro, ma era costretto movermi con estrema difficoltà, perchè gli
steli del grano talvolta non distavano più d'un piede l'uno dall'altro,
ed a fatica e non senza gualcirlo, io facea passare fra essi il mio
corpo. Ciò non ostante m'ingegnai tanto che n'ero quasi fuori, quando
m'abbattei in una parte di campo ove il grano giaceva sbattuto e
conquassato dalle piogge e dal vento. Qui poi mi fu impossibile il
dare un passo innanzi; gli steli erano talmente intralciati che io non
poteva ficcarmici in mezzo, ed i filamenti delle spiche fiaccate erano
sì duri ed aguzzi, che mi trapassavano i panni e le carni Nel tempo
stesso io sentiva d'avere i mietitori non più lontani di cento braccia
(dieci passi) da me.
Disanimato affatto dall'angoscia e reso incapace di connettere
qualunque idea dall'affanno e dalla disperazione, io me ne stava
acquattato fra due porche, e in vero m'augurava di tutto cuore che
quello fosse l'ultimo de' miei giorni. Io gemeva su la sorte della
desolata mia vedova e degli orfani miei figli, deplorava la mia follia
e caparbietà nell'intraprendere un secondo viaggio a dispetto dei
consigli di tutti i miei amici e parenti.
In mezzo a questa terribile agitazione di mente, io non potea per
altro starmi dal pensare a Lilliput, i cui abitanti mi aveano pel
maggior prodigio che sia mai comparso nel mondo, e tale era da vero
una creatura umana capace di trarsi dietro con una mano un intero
imperiale navilio, e di operare tant'altre imprese che verranno mai
sempre ricordate nei fasti di quell'impero, e che saranno difficilmente
credute dalla posterità, ancorchè attestate da milioni di uomini.
Io pensava qual mortificazione sarebbe stata per me l'apparire
impercettibile fra gl'individui di quella nazione, come un solo
Lilliputtiano sarebbe apparso ai nostr'occhi. Ma pur troppo io capiva
ad un tempo che questa sarebbe stata la minore delle mie disgrazie;
una ben più forte mi si affacciava nel riflettere a quella osservazione
solita generalmente a farsi: che gli uomini sono tanto più selvaggi e
crudeli, quanto è maggiore la loro mole. Che cosa poteva io aspettarmi
se non d'essere mangiato in un boccone dal primo fra quegli sterminati
barbari che m'avrebbe agguantato? Come hanno ragione i filosofi
allorchè dicono nulla esservi di grande o di piccolo se non in via
di confronto! Potea la sorte aver fatto capitare un Lilliputtiano in
una nazione d'uomini così minimi agli occhi loro, come lo erano essi
rispetto a me; e chi sa se questa prodigiosa razza di mortali tra cui
mi trovava ora non sia enormemente superata da un'altra nazione, da
un'altra generazione di viventi che soggiornino in terre da noi non per
anco scoperte?
In mezzo adunque al mio atterrimento ed alla mia confusione, io non
poteva starmi, come vi dissi, dal far queste considerazioni, quando uno
di quei mietitori, avvicinatosi ad una distanza di dieci braccia dalla
porca ove io m'appiattava, mi fece temere, s'egli moveva un passo, di
essere o stritolato da uno de' suoi piedi, o fatto in due dalla sua
falce. Allorchè pertanto lo vidi in procinto di moversi, io misi un
grido tanto tremendo quanto poteva suggerirmelo la mia paura, e non
appena lo ebbi messo, la terribile creatura allungò il passo, e mi fu
d'appresso guardandosi lungo tempo attorno ai piedi, finchè finalmente
mi vide tra le due porche, e si diede a pensare alcun poco con la
circospezione di chi vuole impossessarsi di qualche piccolo animaluzzo
malefico, e teme di esserne morsicato o graffiato. Ho provato anch'io
questo sentimento quando nelle campagne dell'Inghilterra mi sono
scontrato in una donnola.
Finalmente s'arrischiò a pigliarmi per di dietro a mezza vita tra il
suo pollice ed indice, poi mi avvicinò ad una distanza di tre braccia
ai suoi occhi per considerar meglio le mie forme. Indovinai questa sua
intenzione, e la mia buona fortuna mi diede tanta prontezza di spirito
che risolvei di non fare veruna sorta di sforzo mentre mi tenea con le
due dita sollevato in aria ad un'altezza di sessanta piedi da terra,
ancorchè mi strignesse aspramente i fianchi per paura che gli guizzassi
dalle mani. La sola cosa cui mi arrischiai si fu alzare i miei occhi
al sole, giugner le mani in atto di supplicante e profferire alcune
parole con accento umile, addolorato e conforme alla circostanza in cui
mi trovavo, perchè io tremava da un istante all'altro non mi sbattesse
contro terra, come pratichiamo noi con certi schifosi animali che ci
prefiggiamo distruggere. Ma la mia buona stella volle che, mostratosi
piuttosto allettato dalla mia voce e da' miei gesti, cominciasse a
guardarmi come una rarità, stupito sicuramente all'udirmi profferire
parole articolate, ancorchè egli non ne capisse una sola. Nello stesso
tempo io non poteva trattenermi dal gemere, dal versar lagrime e dal
voltar gli occhi verso i miei fianchi per fargli comprendere alla
meglio come crudelmente me gli ammaccasse lo strettoio delle sue dita.
Bisogna dire che m'intendesse, perchè alzatosi una parte superiore del
vestito, gentilmente m'allogò tra questa ed il suo petto; poi corse
immediatamente dal suo padrone, che era un facoltoso fittaiuolo, e
quello stesso ch'io avea veduto prima degli altri sul campo.
Il fittaiuolo, dopo avere ricevute dal suo contadino (lo supposi almeno
dalle chiacchiere che fecero insieme) tali contezze di me quali costui
potea dargliele, prese un fuscello di paglia dell'altezza e grossezza
circa d'un de' nostri bastoni da viaggio, e con esso alzò le falde
del mio giustacuore che parve egli credesse una specie d'integumento
datomi dalla natura. Mi spartì in due lati, soffiandoci sopra, i
capelli, per meglio contemplarmi in faccia. Chiamò indi attorno di sè
i suoi famigli, ai quali chiese (questo lo seppi da poi) se avessero
mai veduti per le campagne animaletti che mi somigliassero. Allora mi
posò gentilmente per terra carpone, ma io saltai subito su' miei due
piedi, passeggiai innanzi indietro, ma adagio, per far capire a quella
gente che io non aveva l'intenzione di fuggire. Mi si assisero tutti
all'intorno per considerare meglio ogni mio moto. Levatomi il cappello,
feci una profonda riverenza al fittaiuolo, e postomi ginocchione e
sollevando gli occhi e le mani, pronunziai alcune parole ad alta voce
quanto potei, poi, toltami dal mio taschino una borsa d'oro, umilmente
gliela presentai. Ricevutala sul palmo della sua mano, se l'avvicinò
agli occhi per vedere che roba fosse; la voltò parecchie volte per
tutti i versi con uno spillo che si trasse da una manica del vestito,
ma ne capiva come prima. Additatogli per cenni che abbassasse la sua
mano stesa finchè ci arrivassi, apersi io stesso la borsa, e glie ne
versai sul palmo della mano il contenuto: otto pezze d'oro di Spagna
da quattro doppie l'una, e venti o trenta monete più picciole. Gli vidi
inumidire con la saliva una punta del suo dito piccolo e prender su con
essa una di quelle pezze di Spagna, poi un'altra, ma pareva affatto
all'oscuro di quel che fossero. Mi fe' cenno di tornare a riporre il
danaro nella borsa e questa nella mia tasca; rinovai non so quante
volte la mia offerta, ma finalmente trovai cosa più comoda il fare
com'egli voleva.
Fin da quel momento il fittaiuolo fu persuaso ch'io doveva essere una
creatura ragionevole. Mi parlò spesse volte, ma il suono della sua voce
mi squarciava le orecchie come lo strepito di una ruota da mulino, le
sue parole per altro erano articolate abbastanza. Feci ogni possibile
per rispondergli forte in diverse lingue, ed egli accostava l'orecchio
fino ad averlo distante sol due braccia da me; ma tutto invano: eravamo
due creature inintelligibili l'una per l'altra. Allora, mandati i
servi ai loro lavori, si trasse di tasca il fazzoletto, e se lo pose
raddoppiato sul palmo della mano sinistra, di cui stese la convessità
sul terreno, ordinandomi che ci montassi sopra, ed io lo poteva
facilmente, perchè la mano e il fazzoletto raddoppiato non facevano
un'altezza maggiore d'un piede. Stimai mio obbligo l'obbedirgli, e per
paura di cadere, mi tenni nel mezzo del fazzoletto, entro le cui falde
mi fasciò sino al disopra della testa, per meglio assicurarsi di me,
indi mi portò a casa sua. Qui, chiamata sua moglie, fecele veder questa
rarità. Essa strillò e diede addietro come farebbe una delle nostre
signore alla vista d'un rospo o d'un ragno. Ciò non ostante, poichè per
un poco ebbe veduto come io mi comportava, e come bene io obbediva ai
segni che mi facea suo marito, si riconciliò meco, e mi divenne a gradi
a gradi affezionatissima.
Era all'incirca mezzogiorno, quando un famiglio portò il desinare.
Consistea questo unicamente in un piatto di sostanziosa vivanda: quel
genere di mangiar casalingo che si conveniva alla condizione di un
fittaiuolo; il piatto aveva un diametro di circa ventiquattro piedi; i
commensali erano il fittaiuolo e sua moglie, tre fanciulli e la vecchia
avola. Poichè furono tutti seduti, il fittaiuolo mi pose in qualche
distanza da lui su la tavola, che era alta trenta piedi dal pavimento.
Vi lascio dire che razza di paura io avessi di cadere, e come mi
tenessi lontano dall'orlo di quella tavola.
La signora, dopo avere preparato un tondo con un poco di vivanda e
non so quante briciole di pane, me lo porse dinanzi. Le feci un'umile
riverenza, poi, tratti a mano il mio coltello e la mia forchetta, mi
posi a mangiare, la qual vista li divertì non vi so dir quanto. La
padrona diede ordine alla fantesca che le portasse un bicchierino (era
della capacità di otto boccali), ed empiutolo di propria mano, me lo
presentò. Con grande difficoltà, e adoprando tutt'a due le mani, levai
il bicchierino, e rispettosissimamente bevei alla salute della signora,
gridando forte quanto potei delle parole inglesi, la qual cosa fece
ridere sì di cuore la brigata de' commensali, che mancò poco non mi
rendessero sordo del tutto collo strepito dei loro sghignazzamenti.
Quella bevanda somigliava alcun poco al sidro leggiero, nè era
spiacevole. Il padrone indi mi fe' cenno d'avvicinarmi al suo tondo, ma
nella confusione che mi prese in tutto quel tempo (e il leggitore se lo
immaginerà facilmente, e vorrà perdonarmela), intoppai in una crosta di
pane e cascai lungo disteso con la faccia sopra la tavola; non mi feci
per altro alcun male. Saltato subito in piedi, e accortomi che quella
buona gente era in pena per la mia caduta, presi il mio cappello, che,
come vuole la buona creanza, io mi tenea sotto il braccio, lo agitai al
di sopra della mia testa, e feci tre viva per dare a comprendere che la
mia caduta non mi era stata fatale.
Ma mi sopravvenne un'altra disgrazia nell'accostarmi al mio padrone,
chè d'ora in poi chiamerò con tal nome quel fittaiuolo. Il più giovine
di quei tre figli, seduto a canto a suo padre, un diavoletto d'un
ragazzo di dieci anni appena, mi prese per le gambe e mi alzò sì alto
che tremavo come una foglia in ogni mia fibra. Ma suo padre me gli
strappò di mano, e gli menò tal pugno su l'orecchio sinistro, che
avrebbe atterrata una mezza compagnia di dragoni europei; ordinò indi
che fosse levato da tavola. Io temetti tosto che quel ragazzo me la
giurasse, e ben mi ricordai come tutti i nostri fanciulli europei
abbiano per natura il mal vezzo di martoriare i passeri, i conigli,
i cagnolini e i gattini; laonde inginocchiatomi ed accennando il
delinquente fanciullo, feci capire quanto meglio potei al padre il mio
desiderio che perdonasse a suo figlio. Infatti il padre mi compiacque,
ed il ragazzo tornò al suo posto; io poi andai tosto a trovarlo,
e gli baciai la mano che il mio padrone gli prese, ordinandogli di
accarezzarmi gentilmente con essa.
A mezzo del desinare, il gatto favorito della mia padrona le saltò
in grembo, sicchè udii dietro me uno strepito qual lo farebbe una
dozzina di telai della bottega d'un calzettaio che si movessero tutti
in una volta, e girato il capo, m'accorsi dallo sbalzo precipitoso di
quell'animale grosso tre volte quanto un bue, se non m'ingannò il conto
di proporzione da me istituito nel guardarne la testa ed una delle
zampe, intantochè la padrona gli dava da mangiare e lo accarezzava. La
fisonomia feroce di quella bestia mi avea sconcertato affatto, benchè
me ne stessi all'orlo della tavola, alta, come vi ho detto, trenta
piedi da terra, e benchè la mia padrona lo tenesse fermo per paura che
spiccasse un salto, e m'afferrasse coll'unghie. Ma il caso portò che
fossero inutili tutte le paure, perchè il gatto non s'accôrse per nulla
di me, nemmen quando il padrone mi pose a tre braccia di distanza da
esso; laonde, avendo sempre udito dire, e trovato anche vero, che il
fuggire o il dar a conoscere timore alla presenza di una fiera è il
modo sicuro di farsi assaltare o inseguire da essa, in tal pericolosa
circostanza presi la determinazione di non mostrar di pigliarmene la
menoma briga. Camminai intrepidamente, e per cinque o sei volte, verso
la testa stessa del gatto al segno di non esserne lontano un mezzo
braccio, e la bestia si fece addietro, quasi avesse avuto più paura
essa che non ne aveva io. Minore apprensione poi mi diedero i cani,
tre o quattro dei quali erano nella stanza stessa, come si usa nelle
case de' fittaiuoli, fra i medesimi era un mastino della grossezza di
quattro elefanti, ed un levriere un pochino più alto del mastino, ma
non tanto grosso.
Il desinare era quasi al suo termine, quando comparve la balia
portandosi in braccio un bambino d'un anno, il quale appena mi vide,
cominciò a mettere strillamenti che gli avreste uditi dal ponte di
Londra all'ospitale degl'Invalidi, perchè con la solita insistenza de'
fanciulli voleva impadronirsi del bestiolino che aveva veduto, e il
bestiolino era io. La moglie del fittaiuolo, per un tratto di materna
condiscendenza, mi prese su e mi pose dinanzi al fanciullo, la cui
prima operazione fu afferrarmi a mezza vita e mettermi in bocca.
Le mie urla furono sì spietate, che il ragazzo avendone avuto paura, mi
lasciò cascare, e mi rompevo l'osso del collo sicuramente, se la madre
non era presta nel farsi sotto a raccogliermi entro il suo grembiale.
La balia per quietare il bambino fece uso d'uno di quei giocherelli
da ragazzi che chiamiamo tamburini. Era questo una botte carica di
sassi che avea per manubrio una pertica raccomandata con una gomona
alla cintura di quel bambinello. Ma ci voleva altro a farlo tacere;
onde la balia fu obbligata ricorrere all'ultimo degli espedienti, che
si usano in simili casi, quello di dargli la tetta. Confesso non aver
mai veduto al mondo alcun oggetto più ributtante di quelle mostruose
zinne, per cui non trovo termini di confronto adeguato ad offrire alla
curiosità del leggitore un'idea della loro forma e del loro colore.
Lo sporto d'ognuna era di sei piedi, nè meno di sedici poteva esserne
la circonferenza. Il capezzolo era grosso la metà almeno della mia
testa, e il color d'entrambi e delle poppe era sì sgraziatamente
screziato di macchie, pustole e lentiggini, che la cosa più nauseosa
non poteva immaginarsi sopra la terra; e v'assicuro che ho avuta tutta
l'opportunità di guardarle, perchè per allattare meglio il fanciullo,
si era seduta verso la tavola ove io stava in piedi. Ciò m'indusse a
fare una considerazione su le carnagioni delle nostre gentildonne, che
ne sembrano tanto belle sol perchè le proporzioni loro sono ancora le
nostre, nè i loro difetti possono esser veduti se non per traverso
ad una lente che ingrandisca di molto gli oggetti; l'esperienza ha
provato che guardate con una di queste lenti, le più dilicate e candide
carnagioni ne appariscono ruvide, screpolate e d'ingrato colore.
Mi ricordo che, quando io era a Lilliput, le carnagioni di quella
popolazione di burattini viventi mi sembravano le più belle di quante
ve ne fossero al mondo; e che un giorno espressi tal mio sentimento ad
un personaggio liliputtiano fornito di grande intelligenza e mio intimo
amico. Egli mi disse a tale proposito che la mia faccia eragli sembrata
assai più dilicata e gentile finchè mi guardò da stare interra, ma
che quando, essendomelo preso in mano, gli fu dato osservarmi più da
vicino, la mia figura (mi chiese scusa nel confessarmelo) parvegli
qualche cosa di strambo assai; trovava le impronte fatte dalla mia
barba dieci volte più moleste di quelle delle setole d'un cignale,
e le mie carni una tavolozza di quanti brutti colori si potevano
immaginare; e sì, mi sia permesso senza taccia di vanità l'affermarlo,
le mie fattezze possono andar del pari con quelle di qualunque mio
concittadino che passi per bello e, ad onta de' tanti miei viaggi, la
mia cute non è stata gran che abbronzata dal sole. Per altra parte,
il medesimo personaggio venendomi a parlare delle dame della sua corte
imperiale, solea dirmi che la tale era piena di verruche, la tal altra
aveva una bocca che non finiva più, un'altra il naso grosso in guisa
deforme, tutti difetti de' quali io non mi era accorto menomamente.
Ognuna di tali considerazioni, per dir vero, è ovvia anzichè no; ma non
ho potuto esimermi dal farle in questo luogo, perchè non vorrei che
il mio leggitore prendesse per creature assolutamente deformi quelle
di cui sto ora parlandogli. Al contrario, devo render loro questa
giustizia: guardandole dal punto donde vogliono esser guardate, formano
una tra le avvenentissime schiatte umane; particolarmente le fattezze
del mio ospite, benchè non fosse niente più d'un uom di contado,
contemplate dal sotto in su d'un'altezza di sessanta piedi, apparivano
ottimamente proporzionate.
Terminato il desinare, il mio padrone uscì di stanza per andare
a trovare i suoi lavoranti; e, da quanto mi fecero congetturare
le inflessioni della sua voce ed i suoi gesti, mi raccomandò
premurosamente a sua moglie partendo. Io era da vero molto stanco e
disposto a dormire, del che accortasi la mia padrona, mi portò nel suo
letto medesimo ove mi coperse col suo fazzoletto bianco, non men largo
o men ruvido della vela dell'albero maestro di un vascello da guerra.
Dormii circa due ore sognando di trovarmi ancora a casa mia fra gli
amplessi di mia moglie e de' miei figliuoli, circostanza che non
aggravò di poco i miei cordogli, allorchè nello svegliarmi mi vidi
solo in una stanza ampia fra i dugento ed i trecento piedi ed alta
circa dugento, giacente in un letto della larghezza di venti braccia.
La mia padrona nell'andarsene per attendere ai suoi affari di casa mi
aveva inchiavato in quella camera. Il letto era alto otto braccia dal
pavimento, ed alcune naturali necessità mi faceano sentire il bisogno
di scenderne; io non ardivo chiamare, e quand'anche avessi avuto questo
coraggio, sarebbe stato inutile con una voce siccome la mia e ad una
distanza sì grande quanta ve n'era dalla camera da letto assegnatami
alla cucina ove rimaneva il restante della famiglia. Mentre io mi
stava fra queste angustie, sbucarono fuori dalle cortine due sorci che
andavano fiutando innanzi e addietro per il letto. Un di questi m'era
venuto quasi su la faccia, onde saltai su tutto spaventato, e diedi
mano al mio coltello per difendermi. Questi orribili animali ebbero
l'insolenza di assalirmi ai fianchi, e un d'essi m'avea già piantata
una zampa sul collo; ma per buona sorte arrivai a squarciargli il
ventre con la mia arma prima che avesse il tempo di farmi alcun male.
Mi cadde ai piedi, e l'altro atterrito dal destino del suo camerata,
se la battè, non per altro senza avere riportata su la schiena una
ferita che gli vibrai mentre fuggiva, onde se ne andò malconcio e
stillando sangue. Compiuta questa impresa, mi diedi a camminare su e
giù lungo il letto per riavermi dal mio smarrimento. Ciascuno di que'
due animali era della misura circa d'un nostro mastino, ma più agile e
feroce, di modo che se mi fossi levata la mia cintura prima di mettermi
a dormire, io rimaneva indubitatamente sbranato e divorato. Misurai la
coda del sorcio ucciso, e vidi che era lunga due braccia meno un dito.
Io non ebbi cuore d'insudiciare il letto di più col trascinarvi sopra
per buttarnela giù quella sanguinente carogna. Accortomi che non era
per anche morta del tutto, le diedi una buona tagliata di collo e la
spedii.
Pochi momenti appresso, giunse nella stanza la mia padrona che
vedendomi tutto immerso nel sangue, accorse e mi prese caritatevolmente
in mano. Le additai il sorcio morto sorridendo e facendo altri
segni per darle a capire ch'io non avea sofferto alcun male; del
che mostratasi grandemente gioiosa, chiamò la fantesca ordinandole
di pigliar su con un paio di molle il sorcio morto e gettarlo fuori
della finestra. Poi mi pose sopra un tavolino ove le feci vedere il
mio insanguinato coltello, poi rasciugatolo ad una falda del mio
giustacuore, lo riposi entro il fodero. Ma intanto io mi sentiva
sempre più pressato a fare tal cosa che niun altro poteva fare per me;
onde m'ingegnai e m'aiutai tanto a furia di cenni che la mia padrona
comprese la necessità nella quale io era di essere messo giù dal
tavolino. Ottenuto questo intento, la mia verecondia non mi permettea
spiegarmi con maggior chiarezza dell'additare alla stessa padrona
l'uscio e del farle molti supplichevoli inchini. Molta fatica ci
volle, ma finalmente la buona donna mi capì, e presomi in mano mi portò
nell'orto, ove mi pose giù. Quivi dopo averle indicato di non guardarmi
o seguirmi, mi ritirai in aiuola ad una distanza di duecento braccia,
ove, nascostomi fra due foglie d'insalata, terminai la faccenda che da
tanto tempo mi dava sì gravi pensieri.
Spero che il gentile lettore vorrà perdonarmi se m'intertengo talvolta
in questi e simili particolari che, comunque agli abbietti volgari
ingegni possano apparire insulsi, sono d'un grande sussidio al filosofo
per ampliare la sua immaginazione e le sue idee, e per applicarli agli
utili della vita pubblica e privata. Non altro fu il mio disegno nel
presentare al mondo questi ed altri ragguagli delle mie peregrinazioni,
ne' quali mi son preso cura soprattutto della verità, rigettando per
amore di essa ogni ostentato liscio o di dottrina o di stile. Ciascuna
scena di questo viaggio medesimo, egli è vero, ha prodotto una sì forte
impressione nella mia mente, mi è rimasta sì profondamente fitta nella
memoria, che nel commetterla alla carta non ho saputo tralasciarne una
sola delle più triviali circostanze; ma dietro ad una rigorosa rivista
data al mio scritto, ho cancellati molti tratti di minor momento che
si trovavano nel primo testo; tanta è stata in me la sollecitudine
di evitare la taccia d'uomo tedioso o troppo minuto, taccia che viene
apposta, nè forse ingiustamente, alla maggior parte de' viaggiatori.
CAPITOLO II.
Ritratto di una fanciulla figlia del fittaiuolo. -- L'autore è
trasportato in un borgo, indi alla metropoli. -- Particolarità
connesse con questo traslocamento.
Madama la fittaiuola aveva una figliuolina di nove anni, giovinetta
d'indole geniale, abile per gli anni suoi nel cucire; questa impiegava
tal sua abilità nel vestire la sua fantoccina ch'era della mia altezza.
A questa fantoccina avea fatto il suo letticciuolo; onde la madre della
fanciulla ordinò di adattarlo per me, affinchè mi vi coricassi nella
prossima notte. Questo lettino stava entro il cassetto d'un di que'
piccioli ripostigli che si tengono appoggiati alla parete su i tavolini
de' gabinetti. Divenuto fusto di letto, quel cassetto fu sospeso in
aria come i materassi de' marinai, e ciò per paura de' sorci. Finchè
rimasi con quelle creature, fu quello il mio letto, ma ridotto a
gradi a gradi a foggia più comoda per me nella proporzione con cui
andai imparando il loro linguaggio, e potei far meglio capire i miei
desiderii o bisogni. Quella fanciulla era sì operosa ed obbligante che,
vedutomi una volta o due mettermi i miei panni o svestirli, fu tosto
abile ad assumersi un tale incarico con le sue mani, benchè io non le
dessi un simil disturbo se non quelle volte in cui assolutamente ella
non mi permetteva di fare o l'una o l'altra di tali cose da me.
Mi fece sette camicie ed altri capi di biancheria con quei drappi
più fini che si poteano trovar lì, e che per la giusta verità erano
alquanto più ordinari della nostra tela da sacchi. Ella era parimente
la mia maestra di lingua, perchè, ad ogni oggetto che m'occorreva
accennare, mi diceva la parola corrispondente ad esso nella sua lingua,
onde fra pochi giorni fui in istato di esprimere quante cose mi veniva
in mente di chiedere, nè rischiava annoiarla, perchè ella era d'un
ottimo naturale come v'ho detto. Piccola di statura per gli anni che
aveva, la sua altezza non passava i quaranta piedi. Ella mi chiamava
-Grildrig-, e a darmi questo nome si acconciò in appresso la sua
famiglia, poi quell'intero reame. Un tal nome corrisponde al latino
-homunculus-, all'italiano -omettino- ed all'inglese -mannikin-. A lei
soprattutto dovetti in appresso la mia salvezza in questa contrada.
Finchè rimasi nella casa de' suoi genitori non ci partimmo mai l'uno
dall'altro. Io la chiamava la mia -Glumdalclitch-, che equivaleva al
nome di piccola balia. Sarei bene il più ingrato di tutti gli uomini
se omettessi di fare onorevole menzione delle cure e dell'affezione
ch'ella mai sempre mi dimostrò, e ben mi sono augurato con tutto il
cuore che fosse dipenduto da me il compensarnela secondo i suoi meriti,
in vece di divenire (come pur troppo ho motivo di temere d'esserle
stato) la sfortunata benchè innocente origine delle sue sventure.
Non tardò a sapersi e a divulgarsi pel vicinato come il mio padrone
avesse trovato ne' suoi campi uno stravagante animale, grosso circa
come uno -splack-nock-, (animale del paese di leggiadra conformazione e
lungo circa sei piedi), ma costrutto esattamente in ogni sua parte come
una creatura umana, e che parimente imitava tutte le azioni dell'uomo;
che parea parlasse in una specie di lingua sua propria, e che avea già
imparate alcune parole di quella de' suoi ospiti; che andava diritto
sopra due gambe, animale mansueto e gentile, il quale veniva a chi lo
chiamava, e facea quanto gli si diceva di fare; fornito di membra le
meglio proporzionate che si vedessero su la terra e di una carnagione
più dilicata di quella d'una nobile bambina appena giunta ai tre anni.
Un altro fittaiuolo che abitava in poca distanza di lì, e grande amico
del mio padrone, venne a visitarlo col secondo fine di scoprire se
fosse verità o favola la storiella che erasi sparsa attorno. Fui tosto
portato dinanzi a lui e posto sopra una tavola su la quale passeggiai
a norma de' comandi che mi si diedero, sguainai il mio coltello, lo
rimisi nel fodero, feci la mia bella riverenza al visitatore, gli
dissi nella sua medesima lingua che era il ben arrivato a seconda
degl'insegnamenti ricevuti dalla mia piccola balia. Quest'uomo, che
era vecchio e di corta vista, si mise gli occhiali per contemplarmi
meglio; e qui non potei starmi dal ridere di gusto, perchè que' suoi
due occhiacci dietro alle due lenti mi raffiguravano la luna piena
veduta da una stanza che abbia due finestre. Quei di casa, accortisi
del motivo del mio ridere, mi fecero compagnia dandosi a sghignazzare
ancor essi; il nostro vecchiaccio fu di sì poco giudizio che se n'ebbe
a male.
Costui passava in concetto di sordidissimo uomo, e per mia disgrazia
provò di meritarselo col maladetto suggerimento che diede al mio
padrone: di portarmi cioè in un giorno di mercato, a far vedere nel
vicino borgo ove si arrivava in mezz'ora a cavallo, perchè non era
più lontano di ventidue miglia dalla nostra casa. Io m'insospettii
che qualche tristo disegno covasse sott'acqua appena notai che il
mio padrone ed il suo amico si posero a susurrare all'orecchio l'uno
dell'altro accennandomi più d'una volta; anzi, fosse mia paura o
realtà, credei aver sentite o intese alcune delle loro parole che si
riferivano a me. In fatti nella successiva mattina la Glumdalclitch,
quella mia buona balietta, mi disse tutte le cose com'erano, e mi
raccontò parimente con quai scaltri modi ella ne avesse fatta scaturire
la rivelazione dal labbro di sua madre. La povera giovinetta mi pose
nel suo seno, e diede in un torrente di lagrime da cui trapelava il
suo cordoglio, benchè si capisse che aveva vergogna di spargerle. Ella
temea non m'accadesse qualche disgrazia in mezzo al rozzo gentame tra
cui sarei stato portato: la disgrazia per esempio d'essere schiacciato
a morte o certo gravemente malconcio nelle membra per la mala grazia
di prendermi in mano. Aveva in oltre notato quanto io fossi di natura
mia tenero della decenza e dilicato in punto d'onore, onde quella
povera ragazza pensava all'ira di cui sarei stato compreso al vedermi
mostrato per danaro in pubblico spettacolo ad ogni cialtrone che avesse
avuta la curiosità di vedermi. Aggiunse esserle stato, prima di questa
fatal circostanza, promesso dal papà e dalla mammina che Grildrig
sarebbe suo, ma che adesso temea non le facessero la brutta burla di
un anno scorso al proposito d'un agnello. Anche quell'agnello doveva
esser suo, stando alle promesse dei genitori, ma appena fu venuto
grasso i genitori lo vendettero ad un macellaio. Quanto a me, confesso
ingenuamente che questo affare mi dava minor fastidio di quanto ne
dava alla mia buona balietta. Io aveva una ferma speranza che non mi ha
abbandonato giammai: quella di riacquistare la mia libertà; e quanto al
disdoro, pensava fra me ch'io era affatto straniero in quella terra,
e che una sfortuna di tal natura non mi sarebbe mai stata apposta a
taccia s'io tornava un giorno a por piede nell'Inghilterra. «In fine,
io diceva fra me, lo stesso monarca della Gran Brettagna, se si fosse
trovato ne' miei panni, sarebbe stato soggetto ad un'eguale disgrazia».
Il mio padrone pertanto, a seconda de' suggerimenti datigli dal suo
amico, non più tardi del prossimo giorno di mercato, mi portò entro
una scatola al borgo vicino conducendosi seco la mia piccola balia,
per la quale dietro alla propria fece assettare una sella da donna sul
suo cavallo. La scatola era chiusa da tutti i lati, tranne un piccolo
usciuolo, affinchè io potessi entrarvi ed uscirne, ed alcuni spiragli
praticati su la parte superiore per tenerla ventilata. La giovinetta,
incessante nelle sue premure per me, vi mise nel fondo il materassino
da letto della sua fantoccia, onde io potessi coricarmivi sopra.
Nondimeno fui terribilmente sconquassato e scombussolato in questo
viaggio, ancorchè non durasse più di mezz'ora, perchè ogni passo del
cavallo essendo largo quaranta piedi e gagliardissimo il suo trotto,
l'agitazione che la mia scatola ne ricevea non era diversa dalle alzate
e ricadute di una nave in tempo di fiera burrasca, con la differenza
che nel caso mio erano più frequenti. Il nostro cammino fu alquanto
più lungo che nol sarebbe nel trasferirsi da Londra a Sant'Albano.
Il mio padrone smontò ad un'osteria ov'era solito capitare, e dopo
essersi consultato alcuni istanti coll'oste e fatti alcuni necessari
apparecchi, prese a sua disposizione un -grultrud- o pubblico
banditore, affinchè divulgasse pel borgo la strepitosa notizia dello
straordinario vivente che si faceva vedere alla -Grande Aquila-, non
più grosso di uno -splack-nock-, che non eccedea sei piedi in lunghezza
e somigliante in ogni parte del suo corpo ad una creatura umana, che
sapea profferire molte parole ed eseguire un centinaio di piacevoli
giuochi.
In una delle più grandi camere dell'osteria fui posto sopra una tavola
d'un'estensione a un dipresso di trecento piedi quadrati. La mia
balietta seduta sopra un basso sgabello, che posto in vicinanza della
tavola, le dava abilità di mettersi al mio livello, si prendea cura
di me, e facea le parti di mia direttrice per le cose che io doveva
eseguire. Il mio padrone, per impedire ogni soverchio affollamento, non
permettea che più di trenta persone mi vedessero in una volta.
Io camminava a diritta, a sinistra su la tavola, a norma de' comandi
che davami la fanciulla; essa pure mi faceva interrogazioni sin dove
sapea che la mia conoscenza della lingua del paese arrivava; io le
rispondeva alzando la voce tutto quel che io poteva; mi voltai per
più riprese alla mia udienza facendole rispettosi inchini, dicendo ai
signori de' quali era composta che erano i ben venuti, ed infilzando
un dopo l'altro i discorsi che m'erano stati insegnati. Io prendeva
in mano un ditale pieno di liquore, era questo il bicchiere di cui
m'avea proveduto la Glumdalclitch e beveva alla loro salute; poi
sguainato il mio coltello, mi metteva in parata, e facea vedere con
esso tutte le posizioni dei nostri schermidori dell'Inghilterra.
Somministratomi dalla mia piccola balia un pezzetto di paglia, fu
questa la picca con cui feci tutti gli esercizi di giostra che, molto
prima di capitare in quella terra di Titani, io aveva imparati nella
mia patria. Fui mostrato in quel giorno a dodici successive brigate
e costretto altrettante volte a ripetere le medesime ciarlatanerie
tanto che finalmente ero mezzo morto di stanchezza e di noia, perchè i
primi a vedermi, nell'uscire di là, contavano tante meraviglie di me,
soprattutto su l'enorme sproporzione tra la mia statura e la loro, che
sempre invogliavano successivi spettatori, onde la folla de' curiosi
era cresciuta al punto che minacciavano sfondare la porta. Il mio
padrone per un riguardo di proprio interesse non lasciava che alcun
altro mi toccasse fuor della mia piccola balia; anzi, per impedirne il
caso, venne fatto come un cancello di panche attorno alla mia tavola
a tal distanza che niuno potesse arrivarmi; nondimeno un impertinente
scolaro mi tirò una nocciuola, mirando sì diritto alla mia testa che la
mancò d'un pelo.
Senza questo pelo di differenza l'aveva lanciata con tanto impeto
che avrebbe fatta una fricassea delle mie cervella; si trattava d'una
nocciuolina grossa quasi come una delle nostre zucche più colossali,
ebbi per altro la soddisfazione di vedere quel bricconcello cacciato a
furia di busse fuor della stanza.
Il mio padrone annunziò al pubblico un secondo divertimento della
stessa natura pel prossimo nuovo giorno di mercato; e nell'intervallo
preparò per me un più conveniente modo di trasporto; ed avea bene
i suoi grandi motivi di far ciò, perchè io era sì ridotto dal primo
viaggio e dalla fatica sofferta nell'intertenere le brigate per otto
ore tutte di fila, ch'io poteva appena reggermi su le mie gambe o
dire una parola. Non erano passati i tre giorni che per lo meno mi
ci sarebbero voluti per dispormi ad essere lesto a nuovi esercizi,
quando tutti i signori che abitavano ad una distanza di cento miglia
all'intorno, allettati dalla fama delle mie prodezze, vollero venire
a vedermi nella casa stessa del mio padrone. Non saranno stati meno
di trenta individui per volta, compresi i figli e le mogli loro,
perchè quel paese è popolatissimo, e il mio padrone ogni qual volta
mi mostrava in sua casa, domandava una somma corrispondente a quanto
fruttavagli un'ostensione fatta in luogo pubblico, ancorchè si fosse
trattato di farmi vedere ad una sola famiglia; laonde per qualche
tempo, anche quando non venivo portato al borgo, io avea ben poca
festa in tutti i giorni della settimana, eccetto il mercoledì che è la
domenica di quella gente.
Il mio padrone pensando ai maggiori utili che probabilmente avrebbe
potuto ritrarre dalla mia persona, divisò portarmi in mostra per le
più considerabili città del regno. Essendosi quindi proveduto di tutte
le cose necessarie ad un lungo viaggio, si congedò dalla moglie, e ai
17 agosto del 1703, due mesi circa dopo il mio arrivo, ci mettemmo in
cammino per la metropoli situata quasi nel centro dell'impero e circa
tremila miglia lontana dal luogo donde si partiva. Il mio padrone
si fece venire dietro la sella la Glumdalclitch; questa mi teneva
in grembo entro una cassetta che si era allacciata alla cintura. La
fanciulla l'aveva foderata da tutti i lati con que' drappi più soffici
che potè procacciarsi e proveduta d'un buon matarassino al di sotto;
aveva in somma riposte nel modo il più conveniente che seppe tutte le
cose. Non erano in nostra compagnia altre persone fuor d'un garzone di
casa che ci veniva dietro a cavallo col nostro bagaglio.
Il mio padrone stimò bene giovarsi della congiuntura per farmi vedere
nelle città che trovavamo lungo la strada, ed anche il deviarne di
cinquanta e cento miglia per visitare que' villaggi e terre signorili
ove sperava di avere un concorso profittevole di curiosi. Camminavamo
pertanto a piccole giornate, senza fare più di cento quaranta o
cento sessanta miglia per cadauna; anche perchè la Glumdalclitch, con
la vista sempre di risparmiarmi, si dolea che l'andar al trotto la
affaticava di troppo. Spesse volte, quand'io ne mostrava il desiderio,
ella mi traeva fuori della mia cassetta per lasciarmi respirare l'aria
aperta e farmi vedere i paesi, ma sempre per altro tenendomi per una
faldina. Traversammo cinque o sei fiumi di gran lunga più larghi
e profondi del Nilo e del Gange; pochi erano colà i rigagnoli che
fossero di minor conseguenza del Tamigi al ponte di Londra. Rimanemmo
in viaggio dieci settimane, durante le quali fui mostrato in diciotto
grandi città, oltre ai molti villaggi e case di privati.
CON LICENZA
DI SUA ECCELLENZA
IL GRANDE SLARDRAL
GRANDE OSTENSIONE
DELLO
SPLACK-NOCK UMANO
O
L'UOMO-PULCE
FENOMENO VIVENTE, DA PRESENTARSI A S. M.
IL POTENTISSIMO IMPERATORE DI BROBDINGNAG
ED ALLA SUA AUGUSTA FAMIGLIA
Oggi XXVII giorno della Cometa
seguirà la prima rappresentazione
DEGLI ESERCIZI STRAORDINARII
DEL NANO DEI NANI
I fanciulli più alti di trentacinque piedi
pagheranno la sedia intera
-All'Ufficio della distribuzione
dei biglietti si troveranno
dei microscopii.-
Al 20 di ottobre finalmente arrivammo alla metropoli, chiamata nella
lingua di quel regno -Lorbrulgrud-, o sia Vanto dell'Universo. Il
mio padrone prese alloggio nella contrada principale della città,
non lontana dal palazzo imperiale; mise fuori manifesti che davano
nelle solite forme la descrizione della mia persona e delle mie
abilità. Prese in affitto una grande stanza, larga fra i trecento e
i quattrocento piedi quadrati. Si procacciò una tavola rotonda del
diametro di sessanta piedi su cui io dovea sostener la mia parte, e
tre piedi in qua dall'orlo, la riparò con una palizzata altrettanto
alta per impedire ch'io cadessi. Io veniva esposto al pubblico le
dieci volte al giorno a grande soddisfazione e stupore di quell'immensa
popolazione. Allora io potea parlare sufficientemente bene la lingua
del paese ed intendere tutte le parole che udiva pronunciare. In
oltre, io aveva imparato quell'alfabeto, e m'ingegnava di spiegare qua
e là alcune righe di un libro, perchè la Glumdalclitch era stata la
mia maestra tanto a casa quanto nelle ore d'ozio del nostro viaggio.
Ella si portava in tasca un libricciuolo che poco eccedeva di mole un
Atlante del Sanson: uno di que' soliti trattateli ad uso de' fanciulli,
ove soprattutto s'insegnavano i dogmi della religione del paese. Su
questo librettino ella m'insegnò quel che si dice levare, poi compitar
le parole e finalmente spiegarle.
CAPITOLO III.
L'autore è domandato alla corte. -- La regina lo compra dal suo
padrone, il fittaiuolo, e lo presenta al re. -- Sue dispute co'
primi sapienti addetti al servizio di sua maestà imperiale.
-- Viene fabbricato in corte un appartamento a posta per lui.
-- Salisce in gran favore presso la regina. -- Se la prende per
l'onore della sua patria. -- Sue querele col nano della regina.
Le continue fatiche alle quali io soggiaceva ogni giorno, produssero
in poche settimane un cangiamento notabile nello stato di mia salute;
più guadagni faceva per merito mio il mio padrone, più insaziabile
diveniva, per lo che io avea già perduto affatto il mio appetito, ed
era divenuto un vero scheletro. Il fittaiuolo fece attenzione a ciò,
e concludendone che avrei tardato poco a morire, decise far di me
quel men tristo mercato che gli sarebbe riuscito. Mentre egli stava
ragionando così fra sè stesso, arrivò un sardral (un gentiluomo di
camera) spedito dalla corte per ordinare allo stesso mio padrone che
mi portasse al palazzo reale per dar divertimento alla regina ed alle
sue dame. Alcune di queste mi aveano già veduto, e furono desse che
per tutta la corte divulgavano miracoli su la mia bellezza, sul mio
bel portamento e giudizio. La regina infatti ed i suoi cortigiani
rimasero soddisfatti oltre ogni dire del mio contegno. Lasciatomi
cader ginocchione chiesi supplichevolmente l'onore di baciare il regal
piede; ma la graziosa sovrana, appena fui posto sopra una tavola, stese
verso di me il suo dito mignolo che abbracciai con entrambe le mani
avvicinandone rispettosissimamente la punta al mio labbro. Ella mi fece
alcune generali interrogazioni su i miei viaggi ed il mio paese, alle
quali risposi con quanta chiarezza e concisione potei. Mi domandò se
mi piacerebbe vivere alla corte. Curvatomi fino all'orlo della tavola,
risposi umilmente che io era schiavo del mio padrone; ma che se avessi
avuto il libero arbitrio di disporre di me medesimo, sarei andato
superbo di poter consacrare la mia vita al servigio di sua maestà. Ella
si volse allora al mio padrone chiedendogli se avrebbe avuto difficoltà
di vendermi a lei.
Il fittaiuolo, che già non mi dava più d'un mese di vita, non cercava
meglio, come potete credere, del disfarsi di me, e domandò mille pezze
d'oro che fu ordinato gli venissero sborsate nell'atto. Ognuna di
quelle pezze corrispondeva in grossezza ad ottocento portoghesi d'oro;
pure, ove si abbia riguardo alle proporzioni di tutte le cose tra que'
paesi e l'Europa, ed al titolo dell'oro che era altissimo in quella
contrada, si troverà che la somma pagata al fittaiuolo veniva a star
con fatica al ragguaglio di mille ghinee. Allora dissi alla regina, che
fregiato d'indi in poi dell'onore di essere umilissimo servo e vassallo
di sua maestà, io mi faceva coraggio a supplicarla umilmente di una
grazia, ed era di volere ammettere al suo reale servizio, permettendole
continuar meco nelle sue funzioni di aia e maestra, la Glumdalclitch
che mi avea sempre assistito con tanta cura, affezione ed intelligenza.
Sua maestà condiscese alla mia supplica, e facilmente ne riportò il
consenso del fittaiuolo, cui non parea vero d'aver collocata la sua
prediletta figlia alla corte, e quella stessa povera giovinetta celò a
stento la consolazione che n'ebbe. Dopo ciò, il mio antico padrone si
tolse di lì salutandomi e manifestando la sua compiacenza al lasciarmi
ben collocato. Non gli risposi una parola e mi limitai a fargli una
lieve inclinazione di capo.
Tal freddezza del mio contegno non isfuggì alla regina, la quale
aspettò che il fittaiuolo fosse fuori della stanza per domandarmene il
motivo. Io mi presi la libertà di rispondere a sua maestà: non aver io
altre obbligazioni verso il mio primo padrone fuor quella di non avere
schiacciato il cranio ad una povera creatura inerme trovata a caso
ne' suoi poderi; questa obbligazione per altro essere stata saldata
con usura dal guadagno da lui fatto nel mostrarmi attorno per tutto
il regno, oltre al prezzo che avea conseguito ultimamente vendendomi:
aver io menata, finchè son rimasto con lui, una vita sì affaticata che
avrebbe bastato ad ammazzare un animale dieci volte più gagliardo di
me: essere stata grandemente danneggiata la mia salute dall'umiliante
fatica di dare spasso ad ogni razza di ciurmaglia a tutte l'ore del
giorno. Non mancai dì far notare a sua maestà che, se colui non avesse
creduta la mia vita in pericolo, ella non m'avrebbe acquistato a sì
buon mercato. «Ma ora, soggiunsi, che son fuori della paura di mali
trattamenti sotto la protezione di una sì grande e buona sovrana,
ornamento della natura, gioia del mondo, delizia de' suoi sudditi,
fenice della creazione, spero che le sinistre previdenze concepite
su la mia vita dal mio venditore appariranno prive di fondamento,
perchè io sento a quest'ora rivivere i miei spiriti sotto l'influsso
dell'augusta presenza di vostra maestà.»
Fu questa la conclusione del mio discorso profferito nella totalità
con molte improprietà di lingua ed esitazioni; l'ultimo brano, che era
il meglio della mia aringa e tutto intessuto secondo il formolario
di quella nazione, fu da me accozzato insieme dietro alcune frasi
insegnatemi lungo la strada dalla Glumdalclitch quando mi portava alla
corte.
La regina nel dovere dar passata ad alcune sgramaticature della mia
orazione, non potè nondimeno starsi dall'ammirare tanto ingegno e retto
sentire in un sì piccolo animaletto. Presomi in mano, mi portò al re
che stava allora ritirato nel suo gabinetto. Era questi un sovrano
d'aspetto assai grave e severo. Senza prendersi molto fastidio di
esaminare le mie forme, che nemmeno non si poteano molto distintamente
discernere, perchè la regina mi teneva boccone nella sua mano, le
domandò freddamente da quando in qua le fosse nata questa tenerezza per
gli -splack-nock-, chè per uno di tali animali ei mi prese.
La regina, che possedeva altrettanta dose d'ingegno quanta di buon
umore, mi pose in piedi su la tavola ove stava scrivendo il marito,
e mi comandò di dar conto della mia storia a sua maestà, il che
feci assai laconicamente; ma la Glumdalclitch postasi all'uscio del
gabinetto, siccome mal paziente d'avermi fuor di vista, venne ammessa,
e continuò la narrazione di quanto mi era accaduto da che capitai nella
casa del padre suo.
Il re, se bene sia istrutto quant'altri possano esserlo nel suo reame,
ed abbia ricevuta nella prima sua gioventù un'educazione che lo fa
peritissimo nella filosofia, e soprattutto nelle matematiche, pure
dall'esatto esame delle mie forme e dal vedermi camminare naturalmente
su le mie due gambe, prima di avermi udito parlare, congetturò
unicamente ch'io fossi una macchinetta a suste fabbricata da qualche
artefice di genio trascendente, chè, per rendere giustizia alla
verità, di tali artefici quella monarchia non difetta. Ma poichè ebbe
udita la mia voce e si fu avveduto che le cose da me dette avevano
una connessione logica fra loro, non seppe nascondere il suo stupore.
Per altro non lo persuadea niente il modo ond'io raccontava d'essere
venuto nel suo regno, e si diede piuttosto a credere che questa fosse
una filastrocca concertata tra la Glumdalclitch e suo padre, di cui,
come ad un pappagallo, mi avessero insegnato a ripetere le parole
per meglio vendere la lor mercanzia. A fine di verificare tal sua
congettura mi fece diverse altre interrogazioni; ma sempre ricevea
risposte ragionevoli, alle quali non poteva apporsi altro difetto
fuor dell'accento straniero, o d'alcune grossolane frasi ch'io aveva
imparate nella casa del fittaiuolo, e che mal si confacevano col terso
stile di una corte.
Sua maestà mandò per tre de' suoi dotti che erano di servigio (secondo
l'uso del paese) in quella settimana. Que' signori, dopo avere
esaminate le mie forme per qualche tempo, furono di diversi pareri
circa al modo di classificarmi. Tutti s'accordavano nel dire ch'io
non poteva essere stato prodotto in conformità delle regolari leggi
della natura, non essendo io fabbricato con una capacità di salvar la
mia vita, sia con la mia snellezza, sia aggrappandomi agli alberi, o
scavando buche sotterra. Dai miei denti che esaminarono scrupolosamente
dedussero essere io un animale carnivoro; ma non potendo eglino pormi
a confronto nè co' quadrupedi che s'inerpicano, nè co' topi la cui
abilità sta nel rodere, nè con altri animali che s'aiutano con la loro
agilità, non sapevano come io facessi a sostentarmi, quando mai non
mi fossi pasciuto di lumache o d'altri insetti, il che provavano con
dottissimi argomenti essere d'impossibile esecuzione per me.[21] Uno
di questi saggi parve d'avviso ch'io fossi un embrione o un aborto. Ma
tale opinione venne respinta dagli altri due che osservarono come le
mie membra fossero perfette e compiutamente proporzionate, oltrechè,
io vivea già da parecchi anni, cosa provata agli occhi loro dalla mia
barba di cui scoprivano le radici con l'aiuto di microscopi. Non mi
metteano nemmeno fra i nani per la sola ragione che la mia piccolezza
era al di là di tutti i gradi di confronto, e perchè il nano favorito
della regina, il più piccolo uomo che si fosse mai conosciuto in
quel reame, era quasi alto trenta piedi. Dopo molte discussioni
conclusero ad unanimità essere io unicamente un -relplum scalcath- che
corrispondeva in quella lingua all'espressione latina -lusus naturæ-;
determinazione propriamente aggiustata alla filosofia europea del 1727,
i cui professori, schifi dell'antico rifugio delle cause occulte, la
cui mercè i seguaci d'Aristotele si sforzavano invano di palliare la
loro ignoranza, hanno inventata quest'ammirabile soluzione di tutte le
difficoltà a vantaggio ineffabile dei progressi dell'umano intelletto.
Dopo una sì magistrale conclusione li pregai lasciarmi dire una o due
parole. Poi voltomi principalmente al re, assicurai sua maestà che
io veniva d'un paese ove abbondavano a milioni creature d'entrambi i
sessi di statura uguale alla mia; ove gli animali, gli alberi e le case
erano tutti in proporzione con que' milioni di creature, ed ove per
conseguenza io era abile a difendermi ed a trovare di che sostentarmi
quanto il potessero essere quivi i sudditi di sua maestà, con che
mi pareva aver assai adeguatamente risposto agli argomenti di que'
galantuomini. Ma i tre dotti con un ghigno di sprezzo mi dissero che
il fittaiuolo mi aveva insegnato a dir bene la mia lezione. Il re per
altro, dotato di molto migliore discernimento, licenziò i tre dottori,
e mandò pel fittaiuolo che fortunatamente non era ancora partito dalla
città. Primieramente sua maestà lo esaminò ella stessa in disparte,
indi postolo a confronto con me e con la giovinetta, cominciò a credere
che quanto entrambi le avevamo raccontato potesse essere vero.
Il monarca pregò pertanto la regina ad ordinare che si avesse una
cura speciale della mia persona, e fu d'avviso che la Glumdalclitch
continuasse tuttavia nell'antico ufizio d'assistermi, poichè notò
che avevamo una grande affezione l'uno per l'altro. Assegnatole un
conveniente appartamento in corte, ella ebbe in oltre una specie di
governante incaricata di prendersi pensiere della sua educazione, una
cameriera per vestirla e due fantesche pei più triviali servigi. Quanto
a me poi, la regina ordinò al suo architetto aulico di fabbricarmi
una cassetta che mi servisse di camera da letto secondo il disegno
che gliene darebbe la Glumdalclitch, e tale che fosse in oltre di mio
aggradimento. Questo architetto, uomo fornito di grande ingegno, arrivò
con la mia direzione a finire in tre settimane una camera di legno per
mio uso, larga sedici piedi quadrati, alta dodici, con due finestre e
le loro gelosie fatte a saracinesca, un uscio e due gabinetti, come le
stanze da letto di Londra.
Le piane che formavano il cielo della camera, erano disposte in modo
da potersi aprire e chiudere onde far entrare dal disopra della stanza
stessa il mio letto, che fu prontamente fornito dal tappezziere di sua
maestà. Un artefice famoso per certi piccoli dilicati lavori si prese
l'assunto di fabbricarmi due scranne con fusto e spalle di una sostanza
non dissimile dall'avorio, due tavole ed un armadio per riporvi le cose
mie. La stanza avea le pareti, il cielo, il pavimento riparati da una
imbottitura per andar contro ad ogni incidente derivato da poca cura di
chi la portava attorno quando io vi era dentro e per evitarmi scosse
troppo violenti allorchè io veniva condotto entr'essa in carrozza.
Domandai una serratura pel mio uscio, onde impedire che v'entrassero
sorci o topi. Il fabbro ferraio, dopo molti esperimenti, arrivò a
farne una che fu la più piccola di quante si fossero mai vedute dianzi
fra loro; dico -fra loro-, perchè io mi ricordava d'averne veduta una
di maggior mole alla porta di strada della casa d'un nobile inglese.
M'ingegnai custodirne la chiave nelle mie scarselle per paura che
la Glumdalclitch me la smarrisse. La regina avendo in oltre ordinato
l'acquisto di panni possibilmente i più fini per farmi dei vestiti,
si riuscì trovarne di quelli che non erano molto più fitti dei nostri
panni da letto; cosa veramente un pochino incomoda finchè non mi ci fui
assuefatto. La forma di que' vestiti, piuttosto grave, s'adattava alla
moda del paese, che aveva un po' del persiano, un po' del chinese, e
facevano una figura assai decente alla vista.
La regina s'invaghì tanto della mia compagnia che non potea desinare
senza di me. Io aveva un tavolino fattomi fare a posta che stava su
la tavola ove sua maestà pranzava e che le veniva giusto al gomito:
la mia scrannetta era proporzionata al tavolino. La Glumdalclitch
avea sul pavimento della sala uno sgabello su cui stando in piedi,
si trovava a livello del mio tavolino. Mi era stato espressamente
assegnato un servigio di piatti e piattini d'argento, i quali, in
proporzione di quelli della regina, poteano paragonarsi alle masserizie
domestiche d'una fantoccia che si vedono a Londra nelle botteghe di
fanciulleschi balocchi. Con la regina non pranzavano altri che le
principessine reali, la maggiore di sedici anni e la minore di tredici
ed un mese. Sua maestà soleva mettere sopra uno de' miei piattelli un
morsello delle sue proprie pietanze, ch'io poi mi trinciava da me, e si
divertiva a considerare quella mia mensa in miniatura, perchè quanto a
lei (e notate che non era una donna di grande appetito) si mangiava in
un boccone quanto sarebbe stato una pietanza sufficiente per la tavola
di una dozzina di fittaiuoli dell'Inghilterra, la qual vista, se ho
a dirvi la verità, mi mettea non poco fastidio. Essa masticava ossa e
tutto d'un'ala di lodola grossa quanto un'intera grassa gallinaccia, ed
i suoi bocconcini di pane equivalevano a due nostre pagnotte da dodici
soldi l'una. Entro una tazza d'oro ella si bevea quasi una delle nostre
ordinarie botti in una sorsata. Le sole lame de' suoi coltelli erano
due volte della lunghezza di una scimitarra, i cucchiai, le forchette
e gli altri attrezzi seguivano la medesima proporzione. Mi ricordo che
una volta la Glumdalclitch mi portò a vedere altre tavole di corte
imbandite, e questi enormi coltelli e forchette stavano in piedi a
dozzine disposti in fasci piramidali come i moschetti de' soldati
ne' nostri campi di guerra, nè credo aver mai veduto cosa di più
formidabile aspetto.
Tutti i mercoledì (che, come ho notato, teneano vece di domenica
in quei paesi) era di stile che il re, la regina ed i loro figli
d'entrambi i sessi facessero una tavola sola nell'appartamento
del sovrano, al quale io era divenuto grandemente accetto. In tali
occasioni la mia scrannetta e la mia tavolina venivano collocate a
sinistra del re, rimpetto ad una saliera. Quel monarca si dilettava
assai conversando meco ed interrogandomi su le usanze, la religione,
le leggi, il governo, lo stato delle cognizioni in Europa, intorno a
che lo informai il meglio che seppi. Il suo intendimento era sì chiaro
e i suoi giudizi sì esatti che a quanto io gli andava raccontando
intromettea sempre osservazioni le più sensate. Per parte mia, confesso
che fui un poco prolisso nel parlargli del mio amato paese, del nostro
commercio e delle nostre guerre terrestri e marittime, dei nostri
scismi religiosi e delle nostre fazioni politiche. In quel momento i
pregiudizi della sua educazione prevalsero tanto in lui che non potè
starsi dal prendermi su con la sua mano destra, dal farmi una carezza,
gentile se vogliamo, con la sinistra e dal chiedermi dando in una
potentissima risata: -E voi siete wigh o tory?- Indi, voltatosi al
primo ministro, che stava di servigio dietro a lui con la sua bacchetta
bianca (alta quanto fra noi l'albero maestro del nostro bastimento il
-Reale Sovrano-), gli disse:
«Guardate che cosa da poco è l'umana grandezza se viene posta in azione
mimica da questi insetti (e l'insetto, di cui parlava il re, era io).
Scommetto io che hanno anch'essi i loro titoli, le loro distinzioni
d'onore; che si fabbricano anch'essi i loro piccoli alveari e tane,
e che li chiamano città e case; che sfoggiano anch'essi in abiti e
carrozze; che amano, che combattono, che disputano, che gabbano, che
tradiscono».
E continuava su questo registro, ch'io veniva di tutti i colori, sì
forte era la mia indegnazione all'udire trattata con tanto sprezzo la
nostra nobile contrada, la maestra dell'arti e dell'armi, il flagello
della Francia[22], l'arbitra dell'Europa, la sede della virtù, della
pietà, dell'onore e del vero, il vanto e l'invidia del mondo.
Ma come io non mi trovava in tali circostanze da potermi risentire
delle ingiurie, così dopo averci meditato sopra maturamente cominciai
a dubitare se vi fosse il -casus belli- sì o no. Perchè avendo io
presa da più mesi l'abitudine di veder quella gente e di conversar
seco, ed avendo osservato che tutti gli oggetti cui volgessi gli occhi
erano d'una grandezza proporzionata con essa, la prima straordinaria
impressione prodotta in me dal loro aspetto e dalla loro mole era
tanto svanita che, se allora avessi veduta una brigata di lórdi
e miledi dell'Inghilterra, vestiti ne' lor più fini abiti da gala
od intenti a farsi inchini e complimenti a vicenda, a paoneggiarsi
ed intertenersi in cortigianesco cicaleccio, mi sarebbe venuta una
fortissima tentazione di ridermi di loro come il re ed i suoi grandi
facevano meco. Nè da vero io poteva rattenermi dal ridere di me stesso
tutte quelle volte che la regina, prendendomi su la sua mano destra,
mi poneva davanti ad uno specchio, onde io vedeva in pieno prospetto
dinanzi a me entrambe le nostre persone. V'assicuro che non si poteva
immaginare cosa più ridicola di questo confronto; ne fui sì colpito che
finalmente cominciai ad immaginarmi d'esser calato molti gradi al di
sotto delle mie proporzioni reali.
Non v'era cosa che mi desse tanto cruccio e mortificazione quanto il
nano della regina. Essendo costui della più bassa statura che si fosse
mai data in quel paese (vi ho già detto che non arrivava ai trenta
piedi) al vedermi anche più basso di lui, divenne sì impertinente che
sempre mi guardava in cagnesco e con fare di scherno quando mi passava
vicino nell'anticamera della regina, e se mi trovava sopra un tavolino
in atto di parlare con qualche gentiluomo o dama di corte, rare volte
mi risparmiava una o due parole frizzanti su la mia picciolezza; nè io
mi potea vendicare altrimenti che chiamandolo -fratello- e sfidandolo
ad un confronto di proporzione, e simili altre botte e risposte come si
usa fra i paggi delle corti. Un giorno il malvagio orsachiotto fu sì
punto da non so qual cosa gli avessi detta, che montato su la spalla
della seggiola a bracciuoli di sua maestà, mi acchiappò per traverso,
mentre io me ne stava seduto senza pensare a disgrazie, e levatomi in
aria, mi lasciò cadere entro un gran bacino d'argento colmo raso di
fior di latte, poi se la svignò più presto che potè. Ci caddi dentro
che il latte mi veniva al di sopra delle orecchie, e se non fossi stato
un abile nuotatore, l'avrei finita male, perchè si dava in quel momento
che la Glumdalclitch si trovasse all'altro angolo della stanza, e la
regina ebbe sì maladetta paura che non ebbe nemmeno tanta prontezza
di spirito quanta ce ne volea per venirmi in aiuto. Ma la mia piccola
balia accorse tosto, e mi cavò dalla vasca dopo aver io inghiottito
qualche boccale di latte. Mi posero tosto in letto; pure non sofersi
altro danno fuor della perdita de' vestiti ch'io aveva in dosso, e
che rimasero affatto rovinati. Il nano venne frustato a dovere, e per
giunta di pena, costretto a bersi tutto il latte contenuto nel bacino
ove m'aveva immerso; nè d'allora in poi tornò mai più in grazia; perchè
poco appresso la regina lo regalò ad una gran dama, nè lo vidi più;
e ne ringrazio sempre Iddio; perchè non si può dire a quale estremità
quel mostricciuolo avrebbe spinto il suo rancore contro di me.
Già anche prima mi avea fatto un tiro da briccone che, per dir la
verità, fece ridere la regina, ancorchè nel tempo stesso ne fosse
travagliata e volesse scacciare quel mariuolo dal suo servigio, come
faceva, s'io non avessi avuta la generosità d'intercedergli grazia.
Sua maestà si era preso nel suo tondo un osso abbondante di midolla,
e votatolo di questa, rimise l'osso diritto sul tondo come stava
prima. Il nano colse il momento che la Glumdalclitch si era portata
alla credenza, poi montato su lo sgabello ov'ella stava in piedi per
prendersi cura di me durante il pranzo, mi pigliò su con tutt'a due le
mani, e strignendomi insieme le gambe, le fece andar dentro nell'osso
vuoto di midolla, il cui orlo m'arrivava alla cintura, onde rimasi
conficcato lì per qualche tempo, che facevo la più ridicola figura del
mondo. Credo che passasse ben un minuto prima che gli altri sapessero
che cosa fosse divenuto di me, perchè io aveva vergogna a gridare.
Fortunatamente i principi rare volte mangiano calde le loro vivande,
onde non mi scottai le gambe; sol le mie calze e brache furono a mal
partito. Il nano, a mia intercessione, non ebbe altro castigo che una
buona staffilatura.
La regina solea spesse volte deridermi siccome facile alla paura, e mi
chiedea se tutti i miei concittadini erano codardi al pari di me. Vengo
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