Le loro nozioni su i doveri scambievoli de' genitori e de' figli
sono diverse affatto dalle nostre; perchè l'unione de' due sessi
essendo fondata su la grande legge della natura, intesa a propagare
e continuare le specie lilliputtiane, ne deducono come necessaria
conseguenza che tale unione nella schiatta umana non sia prodotta da
un principio diverso da quello onde si congiungono fra loro i viventi
diversi dall'uomo; credono quindi che la tenerezza dei genitori verso i
loro piccoli figli proceda da un simile principio di natura; e sarebbe
impossibile il farli convenire che i figli abbiano nessuna obbligazione
ai padri o alle madri loro per averli messi al mondo; «perchè, dicon
essi, nè questo, considerando le miserie dell'umana vita, fu un
benefizio in sè stesso, nè fatto con intenzione di beneficare dai
genitori, i quali, nei loro amplessi amorosi, pensavano ben ad altro
che a ciò». Dietro questi e simili ragionamenti, hanno opinato che
a tutt'altri, fuorchè ai padri e alle madri loro, debba affidarsi
l'educazione dei fanciulli. Essi hanno pertanto stabilito in ciascuna
città de' pubblici collegi, ove tutti, eccetto gli agricoltori e i
bifolchi, sono obbligati mandare, per essere allevati ed educati, i
loro figli d'entrambi i sessi, appena giunti all'età di venti lune,
età in cui si suppone in essi l'attitudine a ricevere ammaestramenti.
Di diverso genere sono tali scuole, secondo le diverse qualità ed il
sesso degli allievi. Ciascuna di esse è fornita di professori abili nel
predisporre i giovinetti a quella condizione di vita cui li chiamano
così il grado che hanno nella società i lor genitori come la forza
del loro ingegno e l'indole delle loro inclinazioni. Parlerò prima de'
collegi maschili.
Quelli destinati pe' fanciulli spettanti alle più nobili ed alte
classi vanno proveduti di gravi e dotti professori ed ognun d'essi
de' suoi ripetitori. Lisci e semplici sono il cibo ed il vestito de'
giovani alunni. Allevati ne' principii dell'onore, della giustizia, del
coraggio, della modestia, della mansuetudine e della religione, vengono
sempre impiegati in qualche occupazione, eccetto il tempo del mangiare
e del dormire, che è ben corto, e due ore di ricreazione che consiste
in esercizi del corpo. Sono vestiti dai serventi del collegio finchè
arrivino all'età di quattro anni, dopo il qual tempo vengono obbligati
a vestirsi da sè medesimi, comunque sublimi sieno i loro natali. Le
donne addette allo stabilimento, proporzionate, quanto all'età, alle
nostre di cinquant'anni, vi fanno quel che dicesi i fatti grossi della
casa. Non si permette ai giovinetti il conversare con la servitù;
bensì uniti fra loro in brigate, or più piccole, or più grandi, vanno a
trastullarsi alla presenza sempre di un professore o di un ripetitore;
così schivano contrarre quelle impressioni o goffe o viziose di cui
s'imbevono i nostri fanciulli. Non è concesso ai lor genitori il
vederli più di due volte l'anno, nè di baciarli se non all'atto del
primo incontro e della separazione; ed un professore, che in tali
occasioni sempre è presente, non permette ad essi nè confidenze segrete
nè smancerie di tenerezza co' figli nè il presentarli di cose dolci o
balocchi di qualsisia genere.
La pensione dovuta da ciascun padre per l'educazione ed il mantenimento
de' propri figli, ov'egli mancasse di pagarla in tempo debito, viene
riscossa da uficiali imperiali a ciò delegati.
I collegi pe' figli di borghesi, mercanti, bottegai e manifattori
vengono in proporzione amministrati con la medesima regola; solamente
i ragazzi destinati a qualche mestiere, all'età di undici anni, son
collocati come novizi in una bottega; quelli di nascita più distinta
continuano i loro studi sino ai quindici anni che corrispondono ai
ventuno fra noi; ne' tre ultimi anni la loro clausura è più mite.
Nei collegi femminili le giovinette di ragguardevole nascita sono
educate, sotto molti aspetti, alla maniera de' maschi; sol vengono
vestite da persone del loro sesso medesimo e sempre alla presenza di
una istitutrice o sua delegata, finchè arrivino a vestirsi da sè, il
che è stabilito al quinto anno di loro età. Se si giugne a scoprire che
una di tali serventi s'arrischi ad intertenere l'allieva o in fole da
far paura o matte storie od altri di quegli sguaiati propositi che sono
il forte delle cameriere fra noi, costei è pubblicamente frustata per
tre giorni consecutivi attorno alla città, tenuta prigione un anno e
bandita in vita nella più deserta parte del paese. Così le giovinette,
non meno degli uomini, si vergognano di essere pusillanimi o frivole,
nè si curano di personali ornamenti oltre all'uopo della decenza e
della mondezza. In somma, nei metodi di educazione serbati per le
giovinette o pei maschi, non m'accorsi d'altre essenziali differenze
(oltre alle poche che ho accennate) fuor delle esercitazioni che per
le donne non sono tanto gagliarde, di alcuni insegnamenti più ad esse
confacevoli nei particolari della vita domestica, e della istruzione,
in quanto al resto, più limitata per loro; la loro massima fondamentale
si è che una giovane di distinzione, andando a marito, si mantenga
per chi la sposa una ragionevole e gradevol compagna, giacchè giovine
non può sempre mantenersi. Giunte ai dodici anni, che per loro è l'età
delle nozze, i lor genitori o tutori se le prendono a casa dando grandi
manifestazioni di gratitudine alle loro istitutrici, e rare volte senza
pianti e della giovine che abbandona lo stabilimento e delle compagne.
Nei collegi di donne di men alta sfera, le giovinette vengono istrutte
in ogni sorta di mestieri adatti al loro sesso ed alla loro posizione
nel mondo; quelle destinate ad un alunnato in qualche bottega ci vanno
a sette anni; le altre son tenute in collegio sino agli undici.
Le famiglie di classe più ordinaria, che hanno figli in questi
collegi, devono, oltre all'annuale pensione che è tenue quanto mai
è possibile, consegnare al maggiordomo del collegio stesso un tanto
mensile su i loro guadagni per formare un patrimonio al fanciullo,
onde la legge stessa viene a limitare le spese dei padri di famiglia;
perchè i Lilliputtiani non trovano cosa più ingiusta di quella che
vi sieno uomini i quali per appagare i loro appetiti mettano figli
al mondo, poi lascino al pubblico l'incarico di mantenerli. Quanto
alle persone di più alto grado, danno sicurtà di assegnare una certa
somma, proporzionata alla loro condizione, in retaggio ai loro figli,
e questi fondi vengono sempre amministrati con la più esatta economia e
giustizia.
I bifolchi ed agricoltori si tengono a casa i propri fanciulli, chè non
avendo eglino d'altre faccende che l'arare ed il coltivare la terra,
l'educazione de' medesimi è di poca importanza pel pubblico. Ciò non
ostante divenuti inabili per malattia o vecchiaia, li mantengono gli
ospitali, perchè il mendicare è mestiere ignoto in questo reame.
E qui forse non sarà cosa priva di vezzo pel leggitore il sapere alcun
che sul mio governo domestico e metodo di vivere in questo paese
durante i nove mesi e tredici giorni che vi dimorai. La mia mente
essendo naturalmente ben disposta ai lavori meccanici, e d'altronde
costretto dalla necessità, mi fabbricai da me co' più grossi alberi
del parco imperiale una tavola ed una scranna convenienti abbastanza.
Duecento cucitrici furono impiegate per farmi camicie e biancherie da
letto e da tavola, il tutto con le tele più forti e ruvide che poterono
mettere insieme, le quali nondimeno dovettero ripiegare a più doppi
e trapuntare, perchè nel loro stato naturale erano un po' più sottili
delle più fine tele di cui si fanno manichetti in Europa. I loro drappi
sono per solito alti tre dita, e la lunghezza di tre piedi forma una
pezza. Perchè le cucitrici mi prendessero la misura, mi stesi per
terra; l'una di esse mi stava al collo, l'altra alle metà delle gambe,
con una forte cordicella tesa che ciascuna di esse teneva per una
estremità, intantochè una terza misurava la lunghezza della cordicella
con un passetto lungo un dito. Indi misurarono il mio pollice destro,
nè ebbero bisogno di far altro, perchè con un calcolo matematico
sapeano che due volte la lunghezza di questo faceva il circuito del mio
manichino, come sapeano che la mia cintura era due volte il circuito
del mio collo. Presa in oltre per modello una mia vecchia camicia che
stesi per terra, eseguirono appuntino tutte le cose.
Così pure vennero impiegati cento sarti nel farmi un abito, ma questi
per pigliarmi la misura adottarono un metodo affatto diverso. Postomi
ginocchione, essi pontarono una scala che veniva da terra sino al mio
collo, e saliti su la scala, lasciarono da questa cadere sul pavimento
un piombino che corrispondeva esattamente alla lunghezza del mio
giustacuore; quanto alla cintura e alle braccia, ne presi la misura
da me medesimo. Poichè il mio vestito fu terminato (manifattura tutta
eseguita fra le pareti della mia casa, altrimenti i più gagliardi fra
que' sartori non sarebbero riusciti ad introdurvelo), l'unione di tutti
i pezzetti che lo formavano, lo faceano parere un abito da arlecchino,
ma tutto di un colore.
Avevo trecento cuochi per prepararmi il mio mangiare; abitavano
essi in convenienti baracche alzate intorno alla mia abitazione ove
vivevano insieme con le loro famiglie, e mi preparavano due piatti per
ciascheduno. All'ora del mio pranzo io mi prendeva in mano trenta de'
miei camerieri e li collocava sopra la tavola; un centinaio d'altri
stavano servendomi a' piè della tavola stessa, chi tenendo vivande, chi
barili di vino e liquori che lor pendeano dalle spalle; i camerieri
che stavano sopra la tavola tiravano su d'essa queste cose con
giudiziosissimi congegni di corde simili a quelle di cui ci serviamo
in Europa per tirar fuori i secchi dai nostri pozzi. Un piatto delle
loro vivande faceva una buona boccata, come una ragionevole sorsata un
de' loro barili di vino. I castrati di quel paese cedono in bontà ai
nostri, ma il manzo è squisito. Mi capitò una volta un lombo sì grosso
che dovetti farne tre bocconi per mangiarlo; fu per altro un caso raro.
La mia servitù rimaneva attonita al vedermi mangiare questi grossi
animali e fin le loro ossa come da noi si mangia una coscia d'allodola.
Le loro oche, i loro gallinacci me li mangiavo in una boccata, e devo
dire che erano di gran lunga migliori de' nostri. Quanto agli uccelli
di becco gentile, io ne infilzava le ventine e le trentine su la punta
del mio coltello.
Un giorno l'imperatore, essendo stato informato del mio modo di vivere,
-desiderò aver la fortuna-, mi valgo delle stesse parole che si degnò
profferire, -di venire a pranzar meco- egli, la sua imperiale consorte
ed i principi del sangue d'entrambi i sessi. Vennero di fatto e li
collocai tutti seduti nelle loro sedie di stato, circondati dalle
loro guardie, su la mia tavola rimpetto a me. Vi era pure Flimnap,
il gran tesoriere, con la bacchetta bianca della sua carica, e notai
che mi volgea certe occhiate torve; pure fingendo non accorgermene,
continuai a mangiare d'un appetito che faceva onore alla mia cara
patria e rese ammirata tutta quanta la corte. Ho qualche particolare
motivo per credere che questa visita di sua maestà offrisse a Flimnap
una opportunità di prestarmi mali ufizi presso del suo padrone.
Costui era sempre stato il mio segreto nemico, benchè in apparenza mi
facesse più finezze di quante se ne poteano solitamente aspettar dalla
disamenità del suo carattere. Egli non si stancava di far rimostranze
all'imperatore su lo stato piuttosto esausto del suo tesoro, su la
necessità in cui era di cercar danaro con grave scapito sopra le
cedole dello scacchiere che perdevano un nove per cento al di sotto
del pari; gli diceva ch'io era costato a sua maestà un milione e mezzo
di -sprug- (la loro più grande moneta d'oro, della grossezza circa di
una paglietta); in somma, la finiva concludendo che sua maestà avrebbe
fatto ottimamente cogliendo la prima occasione di disfarsi di me.
Mi corre qui il dovere di risarcire l'onore di un'ottima dama che
soggiacque innocentemente a di ben gravi molestie per ragion mia. Era
saltato al gran tesoriere il ghiribizzo di essere geloso di sua moglie,
e ciò produssero alcune male lingue col mettergli nelle orecchie
ch'essa aveva presa una violenta passione per me; la maldicenza
cortigianesca andò per qualche tempo al segno di vociferarsi che una
volta ella era venuta segretamente a trovarmi in mia casa. Fu questa
un'infamissima impostura, priva d'ogni fondamento, e quanto v'ha di
vero si è unicamente che sua eccellenza, la signora grande tesoriera,
mi dava grandi contrassegni di confidenza e d'amicizia, ma sempre ne'
termini della più stretta onestà. Confesso che venne spesse volte in
mia casa, ma pubblicamente e con tre altre persone nella sua carrozza,
le quali erano per solito una sua sorella, una giovinetta sua figlia ed
una terza signora di sua intima conoscenza; e ciò praticavano parimente
altre dame di corte, e me ne appello a tutta la gente di mio servizio,
perchè dica se ha mai veduta dinanzi alla mia porta una carrozza senza
conoscere le persone che ci stavano entro. Ogni qual volta si davano
di questi casi, ed appena un mio servo veniva ad avvertirmene, io
correva sempre alla porta, e dopo avere usati i miei convenevoli ai
visitatori, mi prendeva in mano con tutto il riguardo la carrozza e
un paio di cavalli (erano carrozze a tiro da sei, ma il postiglione
staccava gli altri quattro cavalli), e mi portava tutte queste cose
su la mia tavola, intorno a cui io aveva congegnato un parapetto, alto
cinque dita, da mettere e levare per andar contro a tutte le possibili
disgrazie. Quante volte su questa mia tavola ho avute sin quattro
carrozze piene di persone, ed io me ne stava seduto sulla mia scranna
con la faccia parallela ad esse.
Mentre io dava udienza ad una brigata, i cocchieri conducevano
gentilmente a passeggiare intorno alla tavola le altre carrozze.
V'accerto che, conversando in tal modo, ho passati dei gradevolissimi
dopopranzi. Ma sfido il gran tesoriere ed i suoi due delatori (e li
nominerò anche, tanto peggio per loro!) sfido i suoi due delatori,
Clustril e Drunlo, a provare che alcuna persona sia mai venuta a
trovarmi misteriosamente, salvo la volta che ebbi un riservato
colloquio col segretario di gabinetto Redresal, e anche fu per
espresso comando di sua maestà imperiale; ve l'ho già raccontato. Non
mi sarei fermato a lungo su questi particolari se non si trattasse
di cosa in cui era compromessa la riputazione di una gran dama per
non dirvi nulla della mia. Perchè nemmen questa era salva, ancorchè
avessi l'onore di essere un -nardac-, ciò che il gran tesoriere non
è; tutti sanno ch'egli è unicamente un -glumglum-, titolo inferiore
d'un gradino al mio; per darvene un'idea, come sarebbe in Inghilterra
un marchese rispetto ad un duca; quanto all'impiego non ostante, devo
confessarlo, era da più di me. Queste calunnie pertanto, delle quali
venni in cognizione troppo tardi per un caso inutile qui a raccontarsi,
produssero che il gran tesoriere per alcun tempo facesse cattiva cera a
sua moglie e peggiore a me. Egli è vero che più tardi venne in chiaro
del suo inganno, e si rappattumò con la moglie; ma l'antipatia contro
di me gli durò sempre, e dovetti accorgermi che ogni giorno io calava
di credito presso l'imperatore, il quale si lasciava troppo governare
da questo favorito.
CAPITOLO VII.
L'autore informato d'una macchinazione ordita per accusarlo d'alto
tradimento, cerca scampo nel regno di Blefuscu. -- Accoglimento
che vi trova.
Avanti di dar conto al leggitore della mia partenza da Lilliput,
è prezzo dell'opera l'istruirlo della segreta cabala che si stava
macchinando da due mesi a mio danno.
In tutta la mia vita sin qui trascorsa io non poteva aver pratica delle
corti; dalle quali mi tenea lontano la bassezza della mia condizione:
certo io aveva udito quanto bastava intorno al poco che c'è da contare
su la buona grazia dei potenti, ma non mi figurava mai di provare
i terribili effetti delle disposizioni del loro animo in sì remota
contrada; governata con massime tanto diverse da quelle d'Europa.
Io stava apparecchiandomi per un viaggio a Blefuscu a fine di
ossequiare, come lo aveva promesso, quel monarca, quando una notte
si presentò alla mia casa segretamente, entro una bussola chiusa, un
personaggio spettante alla corte, al quale io avea resi buoni ufizi
mentre era caduto in disgrazia presso sua maestà imperiale. Non mi fece
dire il suo nome quando mandò a chiedermi un privato intertenimento.
Licenziò i facchini appena fu dinanzi alla porta della mia casa, ed
io per maggior cautela mi posi la bussola e sua signoria, che vi
era chiusa, in una tasca del mio giustacuore ordinando ad uno de'
più fedeli miei servi di dire a chiunque volesse vedermi ch'io era
indisposto di salute e andato a coricarmi. Assicurata indi la porta,
posi secondo il solito la bussola col visitatore sopra la tavola, e
mi ci assisi a canto. Terminati i soliti complimenti, m'accorsi che
l'aspetto di sua signoria era alquanto stravolto, onde gliene chiesi il
motivo.
-- «Armatevi, egli disse, di pazienza nell'ascoltarmi, perchè le cose
che sono per dirvi concernono grandemente l'onor vostro e la vostra
vita».
Vi ripeto parola per parola il discorso ch'egli mi tenne perchè ne feci
notazione, appena mi ebbe lasciato.
-- «Avete a sapere che parecchie giunte secrete del consiglio si sono
andate convocando da qualche tempo, e che solamente da due giorni in
qua il sovrano è venuto ad una definitiva risoluzione.
«Già vi sarete accorto che Skyresh Bolgolam (-gulbet- o sia grande
ammiraglio) si chiarì vostro mortale nemico, quasi appena foste
arrivato fra noi. Quali fossero da prima i suoi motivi, lo ignoro, so
che il suo odio s'accrebbe a dismisura pel vostro glorioso successo su
la flotta di Blefuscu, successo che, come vedete, annebbiava di molto
la gloria del medesimo nella sua qualità di grande ammiraglio. Questo
gran dignitario e, d'accordo con lui, Flimnap, il gran tesoriere, la
cui inimicizia contro di voi è notoria per le ciarle sparsesi intorno a
sua moglie, il generale Limtoc, il gran ciamberlano Lalcon ed il gran
giudice Balmuff, tutti questi hanno compilato gli articoli di un atto
d'accusa che vi qualifica reo d'alto tradimento e d'altri capitali
delitti».
Questo preambolo ad un uomo come me, che non aveva nulla nella mia
coscienza da rimproverarmi, e che sapeva d'aver fatto del bene allo
stato, mi fece tanto perdere la pazienza che era lì per interromperlo;
ma sua signoria mi pregò, mi supplicò persino che la lasciassi dire, e
procedè nel suo discorso così.
-- «Caldo della riconoscenza che per tanti titoli vi professo, mi sono
informato di tutti gli atti del processo segreto istituito contro di
voi, e mi sono persino procurato una copia degli articoli di accusa,
che è qui. Vedete che per servirvi da amico metto a repentaglio la mia
testa».
Mi fece dunque la lettura dei seguenti
ARTICOLI D'INFORMAZIONE
CONTRA
QUINBUS FLESTRIN (m'aveano battezzato così) -alias-
L'UOMO MONTAGNA
ART. 1
Considerando che, in conseguenza di uno statuto emanato
sotto il regno di sua maestà Calin Deffar Plune, chiunque
ardirà orinare ne' precinti dell'imperiale palazzo sarà
soggetto alle -pene- e -penalità- fulminate contra i rei
d'alto tradimento, e che il detto Quinbus Flestrin, in
onta della suddetta legge e sotto pretesto di estinguere un
incendio accesosi nell'appartamento di sua maestà la nostra
dilettissima imperiale consorte, diede maliziosamente,
proditoriamente, diabolicamente corso alle sue orine,
e spense infatti l'incendio accesosi nel suddetto
appartamento, posto e giacente entro i precinti di questo
imperiale palazzo, contra gli statuti e provedimenti
emanati in simili casi, ec. contra il dovere, ec.
ART. 2
Che il detto Quinbus Flestrin avendo condotta
prigioniera in questo imperiale porto la nemica flotta
di Blefuscu, e comandato in appresso da sua maestà
imperiale d'impadronirsi di tutto il rimanente del navilio
del detto impero di Blefuscu e di ridurre quel reame
in provincia da essere governata da un vicerè mandato
di qui, di distruggere e mettere a morte non solamente
tutti i proscritti -piattuoviani-, ma anche tutta quella
parte della popolazione di Blefuscu che non avesse voluto
abbiurare l'eresia -piattuoviana- e adattarsi a mangiare
l'uova rompendole dalla parte della punta, il detto
Flestrin, comportandosi da fellone e traditore contra
l'auspicatissima e serenissima imperiale maestà, ardì fare
una rimostranza per esimersi dal prestare questo servigio
col pretesto d'una sua contrarietà a forzare le coscienze
e a distruggere la libertà e le vite di una innocente
popolazione.
ART. 3
Che, quando certi ambasciatori della corte di Blefuscu,
vennero in questa metropoli ad implorare la pace da sua
maestà l'imperatore di Lilliput, il detto Flestrin con
atto di assoluta fellonia e tradimento, corteggiò, blandì,
confortò e festeggiò i suddetti ambasciatori, benchè li
sapesse addetti ad un principe che era stato di recente
aperto nemico della lodata imperiale sua maestà ed in
guerra aperta contr'essa.
ART. 4
Che il detto Quinbus Flestrin, contra ogni dovere di
fedele suddito sta ora apparecchiandosi ad un viaggio
nell'impero e presso la corte di Blefuscu, pel quale
viaggio ha unicamente ricevuta una permissione verbale da
sua maestà il graziosissimo sovrano di Lilliput; e sotto il
pretesto di tal permissione solamente -verbale- ha divisato
con fellonia e tradimento di far questo viaggio per potere,
giunto colà, aiutare ed incoraggiare d'opera e di consiglio
l'imperatore di Blefuscu stato dianzi nemico ed in aperta
guerra con la prelodata imperiale sua maestà».
Ci erano alcuni altri -considerando-; i più importanti son questi che
vi ho detti in succinto.
-- «Nelle diverse discussioni occorse su questo argomento (continuò il
mio visitatore) bisogna confessare che il monarca ha dati non pochi
contrassegni di grande clemenza, ora mettendo innanzi i servigi che
gli avevate prestati, ora ingegnandosi d'attenuare i vostri falli. Il
gran tesoriere e il grande ammiraglio la battevano perchè foste messo
ad una morte ignominosa e crudele, e ad avviso di que' signori, doveva
essere di notte tempo appiccato il fuoco alla vostra casa; il generale
l'avrebbe circondata con ventimila uomini armati di frecce avvelenate
da scagliarvi nella faccia e nelle mani. Intanto alcuni de' vostri
servi avrebbero ricevuti segreti ordini d'aspergere di sughi velenosi
le vostre camicie e lenzuola, in conseguenza di che vi avrebbe invaso
tal furore che vi sareste stracciate le carni di dosso, e avreste
finito di vivere fra atroci tormenti. Il generale era della stessa
opinione, di modo che per lungo tempo vi fu una grande maggiorità
contro di voi; pure sua maestà, risoluta di salvarvi se si poteva la
vita, tanto fece che tirò dalla sua il ciamberlano.
«In questa Reldresal, primo segretario degli affari privati,
mostratosi in tutte le occasioni vostro vero amico, ebbe ordine
dall'imperatore di dire anch'egli la sua opinione, la qual cosa egli
fece, nè smentì il buon concetto che avete sempre avuto della sua
propensione per voi. Convenne, bisognava fare così, che i vostri
delitti erano grandi, che ciò non ostante non era tolto il luogo
alla clemenza, la più commendevole fra le virtù d'un monarca, e per
cui sua maestà veniva celebrata sì giustamente. Premise essere sì
notoria l'amicizia esistente tra lui e voi che forse sarebbe tacciato
di qualche poco di parzialità da quella eccelsa tavola di stato.
-Nondimeno-, egli soggiunse, -mi si comanda di parlare; parlerò con
franchezza-. Egli opinò pertanto che, se sua maestà, in contemplazione
de' vostri servigi, e cedendo alle inclinazioni sue portate sempre
alla misericordia, si fosse degnata risparmiarvi la vita e dar
solamente ordine che vi fossero cavati tutt'a due gli occhi, egli
era del sommesso parere che, mediante un tale espediente, si sarebbe
soddisfatto in qualche parte alla giustizia, e tutto il mondo avrebbe
applaudito alla clemenza di sua maestà ed alla generosa moderazione di
quanti avevano l'onore di esserne i consiglieri. Notò che la perdita
de' vostri occhi non sarebbe stata un impedimento alla gagliardía delle
vostre membra, per cui avreste potuto continuare a rendervi utile a sua
maestà; che la cecità porta un incremento al coraggio nascondendone i
pericoli da cui siamo minacciati; che la paura appunto di perdere gli
occhi fu il maggiore fra gli ostacoli da voi incontrati nel condurvi
con voi al nostro porto il navilio nemico; che sarebbe stato ben
sufficiente per voi il vederci con gli occhi dei ministri, tanto più
che i più grandi sovrani non hanno d'altr'occhi nemmeno loro.
«Un tal partito incontrò la massima disapprovazione di tutta quanta
la tavola di stato. Principalmente l'ammiraglio non fu più capace di
contenersi; dato in tutte le furie esclamò: -Mi maraviglio bene che
vi sia un segretario di stato il quale ardisca dire la sua opinione
per salvare la vita d'un traditore-. I servigi da voi prestati erano,
all'udir lui e secondo le migliori ragioni di stato, altrettante
aggravazioni de' vostri delitti. Disse che se voi eravate capace
di estinguere con gli sprazzi della vostra orina un incendio negli
appartamenti di sua maestà, la graziosissima imperatrice... non
vi so dipignere il moto d'orrore ch'egli fece nell'allegare tal
circostanza... potevate bene in un'altra eventualità e con lo stesso
espediente produrre tale inondazione da sommergere l'intero palazzo
imperiale. E quella forza, era sempre lui che diceva così, quella forza
che vi ha fatto abile a condurre nel nostro porto tutto il navilio de'
nemici, un'altra volta ed al primo disgusto ch'abbiate ricevuto, vi
farà abile a restituirla al nemico medesimo. Aggiunse d'avere buone
ragioni per credervi un -piattuoviano- nel fondo del cuore, e che
siccome il tradimento comincia nell'animo prima di manifestarsi nelle
azioni degli uomini, così vi accusava traditore dal lato de' pensieri
ed instava per conseguenza affinchè vi fosse tolta la vita».
«Il gran tesoriere fu della stessa opinione, benchè le sue
considerazioni fossero d'un'altra natura ed intese a dimostrare le
angustie cui il carico di mantenervi riduceva le rendite di sua maestà,
carico che sarebbe omai divenuto insopportabile. Biasimava altamente
il partito del segretario che si sarebbe limitato a farvi cavar gli
occhi. Ciò secondo lui avrebbe probabilmente accresciuto il male in
vece di diminuirlo, e portò ad esempio palmare della sua asserzione
l'usanza che v'è d'accecare certe specie di uccelli affinchè mangino
più ingordamente ed ingrassino meglio; che in fine la sacra sua maestà
ed il consiglio, compiaciutisi di divenire vostri giudici, erano
pienamente persuasi nelle loro coscienze del vostro reato, e bastar
questo per condannarvi a morte senza stare a tutte quelle formalità di
prove che la stretta lettera della legge richiederebbe.
«Ma l'imperial sua maestà, ferma nella sua prima massima contro alla
pena capitale, si degnò nella sua clemenza notare che, se il consiglio
trovava pena troppo mite il cavarvi gli occhi, c'era sempre il tempo
di procedere a castighi più severi in appresso. Il grande vostro amico,
il segretario di gabinetto, in allora chiese rispettosamente di essere
udito per rispondere alle obbiezioni del gran tesoriere concernenti
l'enorme spesa che costa a sua maestà il mantenervi. In proposito
di che osservò che sua eccellenza essendo incaricata dell'intera
amministrazione dell'entrate imperiali, erano anche in suo arbitrio
le providenze necessarie ad andar contra un simile inconveniente, e
ciò col diminuire a gradi a gradi il vostro sostentamento; tantochè, a
furia d'indebolimento e languore, andaste a finire in una consunzione
che vi spedisse in pochi mesi. Sarebbe derivato da ciò un altro
vantaggio, il vostro protettore dicea: minoratane la mole più della
metà, il puzzo delle vostre carni, quando foste cadavere, non sarebbe
più sì pernicioso. Cinque o seimila sudditi di sua maestà facevano
presto a staccar queste carni dall'ossa del morto, che sareste voi,
e, caricate queste su de' carri, a trasportarle per essere sepolte
in qualche luogo ben rimoto onde impedire l'infezione dell'aria; il
vostro scheletro sarebbe rimasto come un monumento all'ammirazione de'
posteri».
«Così, e ne avete obbligazione alla grande amicizia che il segretario
ha per voi, tutta la faccenda rimase aggiustata. Fu strettamente
convenuto fra i ministri che il disegno di affamarvi poco alla volta
sarebbe tenuto nel più grande segreto; ma la sentenza di cavarvi
gli occhi fu posta a protocollo; nè vi fu altro dissenziente fuor
dell'ammiraglio Bolgolam che, siccome creatura dell'imperatrice, veniva
sempre instigato dalla lodata maestà sua ad insistere per la vostra
morte; già sapete che questa sovrana non ve l'ha mai più perdonata pel
turpe ed illegale espediente cui vi atteneste per estinguere il fuoco
dell'imperiale suo appartamento.
«Di qui a tre giorni il segretario vostro amico si porterà da voi per
leggervi il vostro atto d'accusa, e comunicarvi ad un tempo l'atto
d'ineffabile clemenza e favore di sua maestà e del consiglio, che
limitano la vostra condanna alla perdita degli occhi; alla quale
condanna la prefata sua maestà non dubita non vi sottomettiate di buon
grado e con riconoscenza. Saranno posti in requisizione venti chirurghi
di sua maestà affinchè l'operazione riesca felicemente col mandarvi
una copiosa scarica di frecce su le pupille, che per ricevere meglio vi
porrete disteso supino sul terreno.
«Io lascio alla vostra prudenza il prendere quegli espedienti che
giudicherete i più opportuni, e per sottrarmi ad ogni sospetto, me ne
torno via subito nella stessa celata guisa con cui sono venuto».
Così sua signoria fece lasciando me agitato fra mille dolorose
perplessità.
Sotto il presente sovrano ed il suo ministero era invalsa una pratica
ben diversa, come ne fui assicurato, da quella tenutasi sotto i
monarchi suoi predecessori, ed era quella che quando la corte avea
decretato qualche barbaro atto, o fosse per blandire un sovrano
risentimento o per condiscendere alla malvagità d'un favorito,
l'imperatore tenea sempre in prevenzione una parlata all'intero
consiglio pompeggiando della sua ineffabile clemenza e tenerezza
per l'umanità, siccome qualità in lui conosciute e confessate
dall'universo. Poi questo discorso veniva subito pubblicato e diramato
per tutto il regno, nè v'era cosa che atterrisse tanto la popolazione
quanto questi pomposi elogi della clemenza di sua maestà, perchè si era
notato che quanto più si calcava su questi encomi, quanto più venivano
amplificati, tanto più crudele era il decreto che li seguiva, tanto più
innocente chi rimanea la vittima di questo decreto.
Circa a me, devo confessare che non essendo mai stato fatto nè dalla
mia nascita nè dalla mia educazione alla vita del cortigiano, io era
cattivo giudice delle cose al segno di non sapere ravvisare questa
grande clemenza o questo prelibato favore di sua maestà nel farmi
cavare gli occhi, anzi la trovava (mi sarò ingannato) piuttosto una
bricconata che una gentilezza. Per un momento mi saltò in testa di
domandare il mio processo; perchè, se bene non potessi negare diversi
dei fatti allegati a mio pregiudizio in quell'atto d'accusa, mi parea
che potessero essere presentati sotto un aspetto assai meno brutto. Ma
avendo letto in mia vita molti processi di delitti politici, e notato
che vanno sempre a finire conforme alla prima piega che lor diedero
i giudici, non m'arrischiai a rimettermi ad una così pericolosa prova
in circostanze sì nuvolose ed avendo contra me sì possenti nemici. Un
altro momento mi sentii fortemente tentato a resistere, perchè, finchè
io rimaneva in libertà, l'intera forza di questo reame non bastava a
soggiogarmi, e ad un bisogno avrei mandato all'aria a furia di sassate
l'intera metropoli; ma feci presto a respignere con orrore un tale
disegno; mi ricordai del giuramento che io aveva dato all'imperatore,
dei favori che io ne aveva ricevuti e dell'alto titolo di -nardac- da
lui conferitomi; chè non aveva io sì presto imparata la riconoscenza
dei cortigiani per persuadermi che la presente severità del sovrano mi
francasse da tutte le passate obbligazioni.
Finalmente mi determinai ad una risoluzione per cui forse potrò
incorrere qualche censura. Confesso di aver dovuto la salvezza de' miei
occhi e per conseguenza la libertà alla mia grande sconsigliatezza
e mancanza di esperienza, perchè se avessi allora pensato al fare di
certi principi e ministri che ho conosciuti in altre corti, ed alla
maniera con cui hanno trattati altri individui men colpevoli di me,
mi sarei rassegnato con tutta alacrità a questa sì tenue punizione. Ma
trascinato da precipitazione giovenile, profittai allora della licenza
che sua maestà imperiale m'avea già accordato dì portarmi a Blefuscu
per tributare i miei omaggi a quel sovrano, e spedii al segretario
di gabinetto, quel mio grande protettore che per effetto di sua
benevolenza volea vedermi cavati gli occhi e morto di fame, la lettera
d'avviso di tal mia risoluzione, fondata sopra un concedimento sovrano;
poi subito, senza aspettare, come potete credere, la risposta, mi
trasferii a quel lato dell'isola ove stanziava la flotta. Impadronitomi
di una grande nave da guerra, alla cui prora attaccai una corda, e
levatene l'ancore, mi spogliai, e postivi entro i miei panni e la
mia coperta da letto che m'era portata sotto il braccio, poi trattomi
dietro il mio bastimento, parte guadando, parte nuotando, arrivai al
porto di Blefuscu, ove quella popolazione m'aspettava da lungo tempo.
Mi furono tosto date due guide che mi scortassero alla metropoli, la
quale ha il medesimo nome dell'intero reame. Mi portai le mie scorte
nelle mani finchè fossimo ad una distanza di duecento braccia dalle
porte; allora le misi a terra pregandole andare a notificare il mio
arrivo ad un segretario di gabinetto per avvertirlo ch'io stava lì
fuori aspettando i comandi di sua maestà. Circa un'ora dopo, ebbi in
risposta che sua maestà, accompagnata dalla sua reale famiglia e dai
grandi uficiali della corona, era in via per venirmi a ricevere.
M'avanzai d'un centinaio di braccia, ed incontrai l'imperatore ed il
suo corteggio smontati dai loro cavalli e l'imperatrice e le sue dame
scese dalle carrozze, nè m'accorsi che la mia presenza inspirasse
ad essi alcuna sorta d'apprensione o timore. M'accosciai per terra
onde baciare le mani delle loro maestà. Esposi all'imperatore,
come in conformità della mia promessa ed avendone ottenuta licenza
dall'imperatore mio padrone, mi fossi procurato l'onore di vedere un sì
possente monarca e di offrirgli personalmente ogni servigio compatibile
con le mie forze e co' doveri che m'astrignevano al mio sovrano. Non
gli feci parola su la disgrazia da me incorsa alla corte di Lilliput;
perchè primieramente non ne essendo fin allora stato avvisato in via
d'offizio, non mi conveniva mostrarmi informato menomamente di quanto
si tramava contro di me; io doveva in oltre ragionevolmente supporre
che il sovrano da cui mi partii, non avrebbe voluto dar fuoco alla
macchina finchè, essendo in paese straniero, io gli rimanea giù di
mano; nondimeno apparve in appresso che questo secondo mio calcolo
andava errato.
Non noierò il leggitore col racconto dei particolari connessi
coll'accoglienza fattami alla novella corte, accoglienza proporzionata
alla generosità di un così grande monarca; nè tampoco parlerò delle
molestie cui soggiacqui per non avere nè una casa nè un letto, la qual
cosa mi costrignea passar le notti sul selciato, avvolto nella coperta
ch'io m'era portata con me.
CAPITOLO VIII.
Un fortunato caso somministra all'autore il mezzo di abbandonare
que' paesi. Non senza dover prima superare alcune difficoltà,
egli arriva finalmente sano e salvo nella sua nativa contrada.
Tre giorni dopo il mio arrivo, mentre io passeggiava per curiosità a
greco della costa, osservai lontano circa mezza lega dal mare, qualche
cosa che avea la somiglianza di una scialuppa capovolta. Cavatemi
le scarpe e le calze, e percorsa al guado una lunghezza di due o
tre centinaia di braccia, vidi che l'oggetto da me osservato dianzi
mi veniva più vicino per l'alzarsi della marea, ed allora rimasi
convinto esser quella realmente una scialuppa che supposi lanciata
fuori d'un bastimento in occasione di qualche tempesta. Tornato
immediatamente alla città, supplicai sua maestà farmi approntare
venti de' più gagliardi vascelli rimastigli dopo la perdita della sua
flotta, e tremila uomini comandati dal suo viceammiraglio. Secondata
dall'imperatore la mia inchiesta, l'armata costeggiò la spiaggia,
intantochè io per la più corta m'avviai a quella parte di essa donde
prima scopersi la scialuppa; quivi m'accorsi che la marea l'aveva
avvicinata anche di più.
I marinai andavano tutti proveduti di sartiame ch'io aveva
anticipatamente intrecciato per ridurlo ad una sufficente grossezza.
Arrivati i bastimenti, mi tolsi di nuovo i panni, e guadai, sinchè
fui distante un centinaio di braccia dalla scialuppa, dopo di che fui
costretto mettermi al nuoto per raggiungerla. I nocchieri allora mi
gettarono l'estremità di una fune, che raccomandai ad un buco della
punta esterna della stessa scialuppa, mentre l'altra estremità era
legata ad una nave da guerra; ma tutte le mie fatiche fatte sin qui non
mi giovavano trovandomi io già a tale altezza d'acqua in cui poteva
aiutarmi ben poco l'opera delle mie braccia. In questo frangente
fui costretto nuotare verso la parte posteriore della scialuppa e
spignerla innanzi più spesso che mi fu possibile con una delle mie
mani; favorendomi la marea, avanzai tanto verso la riva che, avendo il
mento fuori dell'acqua, i miei piedi toccavano terra. Mi riposai due
o tre minuti, poi diedi un'altra spinta alla scialuppa, poi un'altra
ed un'altra, tanto che l'acqua mi veniva soltanto alle ascelle. Ora,
essendo compiuta la parte più faticosa dell'opera mia, presi fuori le
altre mie gomone che io aveva allogate entro uno di quei bastimenti, e
le assicurai prima alla barca, poi a nove vascelli che mi circondavano.
Favoriti dal vento, i marinai si diedero al rimorchio, e spinsi tanto
che arrivammo entro una distanza di quaranta braccia dalla spiaggia;
poi aspettato che la marea fosse data giù, mi portai con le mie gambe
alla scialuppa, ove aiutato da duemila uomini ed a furia di corde e
congegni, pervenni a farla tornare sul suo vero verso, e m'accorsi che
era pochissimo danneggiata.
Risparmierò al leggitore il racconto delle difficoltà da me vinte
per condurre, col ministero di certi remi che mi ci vollero dieci
giorni per fabbricare, all'imperiale porto di Blefuscu, ove trovai un
immenso popolo sbalordito, alla vista d'un vascello sì prodigiosamente
sterminato. Dopo avere esposto all'imperatore come la felice mia
stella m'avesse fatto capitare quella scialuppa, donde avrei potuto far
ritorno al mio paese nativo, lo supplicai dare ordini alla sua gente
affinchè mi fossero somministrati i materiali necessari per allestirla,
ed a me la licenza di partire; le quali cose, non senza alcune cortesi
querele, si degnò finalmente accordarmi.
Veramente in tutto questo tempo mi fece maraviglia il non aver
udito far menzione d'alcun messaggio che mi concernesse, spedito
dall'imperatore di Lilliput alla corte di Blefuscu. Ma vi fu in
appresso chi privatamente mi fece sapere come l'imperiale maestà
sua lilliputtiana s'immaginasse ch'io mi fossi unicamente portato a
Blefuscu in adempimento della promessa fatta da me e della licenza
datami dalla lodata sua maestà, cosa notissima alla nostra corte, onde
niuno colà dubitava che terminate quivi le formalità di etichetta, io
non fossi tornato fra pochi giorni a Lilliput. Ma finalmente cominciò
ad angustiarsi su questa mia lunga assenza, e dopo essersi consultato
col gran tesoriere e con tutti gli altri autori della cabala ordita a
mio danno, spedì in Blefuscu un personaggio d'alto conto con la copia
degli articoli del mio atto d'accusa. Le istruzioni di quest'inviato
erano di far presente al monarca di Blefuscu la somma clemenza del
suo signore che si contentava a non punirmi con maggior pena della
perdita de' miei occhi; la mia ribalderia nell'essermi sottratto alla
sua sovrana giustizia; l'intimazione che mi veniva fatta di restituirmi
nel termine di due ore a Lilliput, sotto pena di essere privato del mio
titolo di -nardac- e dichiarato traditore. Il messaggero aggiugneva in
oltre, come per mantenere la pace e l'amicizia tra i due imperi il suo
signore sperasse che l'imperiale di lui fratello di Blefuscu avrebbe
dato ordini affinchè fossi rispedito con mani e piè legati a Lilliput
per essere punito qual traditore.
L'imperatore di Blefuscu, dopo essersi presi tre giorni per consultare
il suo ministero, diede una risposta che consistea tutta in complimenti
e scuse: quanto cioè al rimandarmi con mani e piedi legati, ben
conoscere il suo imperiale fratello che la cosa era impossibile; in
oltre avermi egli di grandi obbligazioni, perchè, se bene gli avessi
portata via la sua flotta, gl'importantissimi servigi da me resigli
nella negoziazione della pace erano innegabili; darsi per altro
tale opportunità per cui entrambi i sovrani si sarebbero facilmente
sbarazzati di me, giacchè io avea trovato su la spiaggia un prodigioso
vascello atto a trasportarmi sul mare, e pel cui allestimento, da
eseguirsi sotto la mia assistenza e direzione, avea già dati gli ordini
necessari; sperar egli pertanto che fra poche settimane entrambi gli
imperi sarebbero liberi di un peso tanto gravoso.
Con tale risposta il messaggero se ne tornò a Lilliput. Queste
particolarità io seppi dalla bocca stessa del monarca di Blefuscu, che
mi offerse ad un tempo (ma in istrettissima confidenza) la graziosa
sua protezione, se avessi voluto fermarmi al suo servigio, ma benchè
lo credessi sincero nelle sue esibizioni, dopo quanto m'era avvenuto
a Lilliput, feci voto di non fidarmi più mai nè di principi nè di
ministri ogni qual volta avessi potuto farne di meno, laonde, con
tutti per altro i debiti ringraziamenti, lo supplicai umilmente a
dispensarmi dall'accettare. -- «Giacchè, dissi, la fortuna, non so se
io deva chiamarla buona o cattiva, mi ha fatto, può dirsi, piovere
un bastimento dal cielo, son risoluto di avventurarmi un'altra volta
all'oceano, anzichè divenire un'occasione di discordie fra due sì
grandi monarchi». Nè m'accorsi, per dir vero, che gli desse il menomo
dispiacere tal mio rifiuto; anzi un certo incidente mi trasse a
scoprire com'egli, non meno della maggior parte de' suoi ministri,
fossero contentissimi della risoluzione ch'io aveva presa.
Queste considerazioni mi determinarono ad affrettare la mia partenza
qualche tempo prima di quello ch'io avea divisato, in che trovai
compiacentissima la corte che non vedea l'ora d'avermi fuori de'
piedi. Cinquecento operai vennero adoperati per far due vele al mio
palischermo col cucire insieme e trapuntare, già s'intende sotto la mia
direzione, tredici pezze delle loro più resistenti tele di lino. Non mi
costò pochi fastidii il fabbricarmi sartiami e gomone coll'intrecciare
insieme i dieci, i venti, i trenta dei loro spaghi. Dopo lunghe
ricerche mi capitò su la spiaggia un grosso sasso, che mi prestò
ufizio d'áncora. Mi fu dato il grasso di trecento manzi per valermene a
spalmare il mio bastimento e per altri usi. Nuovo incredibile fastidio
mi derivò dall'abbattere alcuni dei più grossi alberi da costruzione
per farne remi e l'albero di maestra, in che mi furono di grande
aiuto i carpentieri dell'imperiale navilio col dar l'ultima mano,
piallandoli, ai lavori grezzi che venivano tutti compiuti da me.
Allorchè, passato a un dipresso un mese, tutto fu all'ordine, mandai
per ricevere gli ordini di sua maestà e congedarmi. L'imperatore e
l'imperiale famiglia uscirono del palazzo; mi posi con la faccia a
terra per baciar la mano al monarca, che me la porse con indicibile
affabilità; così fecero l'imperatrice ed i principi del sangue. Sua
maestà mi regalò cinquanta borse, che conteneano ciascuna dugento
-sprug-, oltre al suo ritratto in piedi che mi posi subito in uno
de' miei guanti per conservarlo immune d'ogni guasto. I cerimoniali
precedenti alla mia partenza furono tanti che infastidirei il leggitore
col volerglieli raccontare.
Vettovagliai il mio palischermo con un centinaio di buoi e trecento
pecore salate, e pane e vino in proporzione, ed altrettante pietanze
fredde apparecchiate con quanta prestezza il poteano quattrocento
cuochi. Presi con me sei vacche e due buoi vivi ed altrettanti
montoni e pecore col disegno di portarli nel mio paese e propagarne
le razze; che per nudrirli a bordo portai nel bastimento un buon
fascio di fieno ed un sacco d'avena. Avrei preso volentieri con me
una dozzina di quei nativi; ma fu questa la cosa che l'imperatore
non mi volle assolutamente permettere; ed anzi, oltre al farmi
frugare diligentemente tutte le tasche, mi obbligò a dargli parola
d'onore di non portar via alcuno de' suoi sudditi, nemmeno quand'essi
acconsentissero o lo desiderassero.
Disposte così tutte le cose alla meglio che potei, diedi le vele nel
dì 24 settembre 1701, alle sei del mattino. Dopo aver fatto circa
quattro leghe verso tramontana, scoprii, voltatosi il vento a scirocco,
alle sei della sera un'isoletta che mi stava ad una distanza di mezzo
miglio a greco. Spintomi innanzi, gettai l'áncora sul lato opposto
al vento dell'isola stessa, che sembrommi disabitata. Preso qualche
ristoro, pensai a riposarmi; e dormii bene per quasi sei ore, così
almeno congetturai, perchè spuntò l'alba due ore dopo che mi fui desto.
Essendo chiara la notte, feci colezione due ore prima che spuntasse il
sole; poi, levata l'áncora, governai su la stessa dirittura del giorno
innanzi, regolandomi colla mia bussola.
Io divisava raggiungere, se mi riusciva, una di quelle isole che avevo
ragione di credere giacenti a greco della terra di Van-Diemen; ma non
giunsi a scoprir nulla in tutta quella giornata. Solo nella successiva,
alle tre passato il mezzogiorno, dopo essermi scostato, giusta i miei
computi, ventiquattro leghe da Blefuscu, scopersi una vela che movea
verso scirocco; la mia corsa era diretta a levante. La salutai, ma non
potei averne risposta; nondimeno m'accorsi di avvantaggiare di cammino
sovr'essa, perchè il vento si rallentava.
Feci forza di vele quanto potei, nè passò mezz'ora che l'altro
bastimento, avvedutosi di me, spiegò la bandiera di soccorso, e tirò
il cannone. Non è cosa facile l'esprimere la gioia che mi comprese
al brillarmi sì inaspettata la speranza di rivedere anche una volta
la dolce mia patria e i diletti pegni ch'io vi aveva lasciati. Il
bastimento rallentò le sue vele, ond'io lo raggiunsi tra le cinque e
le sei della sera del 26 settembre. Oh! come mi balzò il cuore di nuova
inaudita allegrezza al vedere i colori della mia cara Inghilterra!
Postomi tosto nelle tasche del mio giustacuore le mie vacche, entrai
a bordo dell'amico bastimento con tutto il piccolo carico delle
provisioni ch'io m'era portate con me. Era questo in cui mi scontrai
un vascello mercantile che tornava dal Giappone pei mari boreale ed
australe, comandato dal capitano Giovanni Biddel di Deptford, uomo
assai cortese ed intelligentissimo navigatore. Eravamo allora ai trenta
gradi di latitudine meridionale. Si trovavano nel bastimento cinquanta
uomini, e fra questi certo Pietro Williams, mio vecchio collega, che
diede ottime contezze di me al capitano. Questo signore, dopo usatemi
le maggiori gentilezze, mi pregò dirgli da qual paese io venissi
allora e per dove fossi avviato. Appagai la sua curiosità in poche
parole, ma egli s'immaginò tosto ch'io delirassi, e che i sofferti
pericoli m'avesser fatto dar volta al cervello. Io allora, trattomi
di tasca il mio armento e le mie vacche, lo feci rimanere sbalordito
non si può dir quanto e convinto ad un tempo della mia veracità. Gli
mostrai indi le monete d'oro a me donate da sua maestà imperiale di
Blefuscu, il ritratto in piedi di quel monarca e diverse altre rarità
del paese donde io veniva. Presentatolo poscia di due borse di dugento
-sprug- ciascheduna, gli promisi regalargli, quando saremmo giunti in
Inghilterra, una vacca ed una pecora, entrambe pregne.
Non incomoderò il leggitore col narrargli le minute circostanze di
questo viaggio, che fu nella sua totalità assai fortunato. Arrivammo
alle Dune ai 13 aprile del 1702, senza che mi fosse occorsa alcuna
disgrazia, tranne una sola, e fu che i sorci a bordo del vascello mi
portarono via una delle mie pecore; ne trovai in un buco le ossa monde
affatto dalla loro carne. Condotto il resto del mio armento sano e
salvo alla spiaggia, lo misi a pascolare in un praticello di Greenwich
preparato per giocarvi alle bocchie; la squisitezza di quell'erba fece
che la gustasse assai contro a quanto, per dir vero, io m'aspettai
sulle prime. Certo non avrei potuto in un sì lungo viaggio mantenere nè
quelle vacche nè quelle pecore, se il generoso capitano non m'avesse
somministrato alcun poco del suo migliore biscotto, che ridotto in
polve e mescolato con l'acqua, era il costante loro cibo. Nel breve
tempo che continuai a rimanere nell'Inghilterra feci notabili guadagni
col mostrare la mia mandra a molti ragguardevoli personaggi ed ai
tanti curiosi di vederla; poi, prima che intraprendessi il mio secondo
viaggio, la vendei per seicento sterlini. Dopo il mio ritorno ne trovai
la razza considerabilmente aumentata, massime le pecore; cosa che
porterà, spero, un grand'utile alle nostre manifatture di panni per la
rara finezza delle lane di queste bestiuole.
Non rimasi con la mia famiglia più di due mesi, perchè il mio
insaziabile desiderio di veder nuovi paesi non mi permise una più
lunga dimora in patria. Lasciati cinquecento sterlini a mia moglie,
la stabilii in una buona abitazione a Redriff. Mi portai meco il
rimanente de' miei capitali, parte in danaro, parte in mercanzie, con
la speranza di migliorare il mio stato. Il mio vecchio zio Giovanni mi
avea lasciato un fondo in terreni presso Epping, della rendita circa
di trenta sterlini. Io aveva in oltre un fondo a lungo livello, che mi
rendea molto di più; onde io non poteva aver paura di lasciare le mie
creature a carico della parrocchia. Mio figlio Giovannino (gli fu posto
questo nome, perchè avea lo stesso nome suo zio) era un ragazzo di
bonissima volontà, e faceva allora il suo corso di grammatica. La mia
figlia Bettina (che adesso è maritata, e madre di più figli) imparava
a cucire. Congedatomi da mia moglie e da' miei figliuoletti, non senza
sparger lagrime da entrambe le parti, mi posi a bordo dell'Avventura,
vascello mercantile di trecento tonnellate, destinato a Surate, sotto
il comando di Giovanni Nicholas. Ma il racconto di questo tragetto si
riferisce alla successiva seconda parte de' miei viaggi.
SECONDA PARTE
VIAGGIO A BROBDINGNAG
CAPITOLO I.
Descrizione di una fiera burrasca; scappavia staccato dal
bastimento per provedere acqua dolce; l'autore vi s'imbarca onde
scoprire nuovi paesi. -- Abbandonato su la spiaggia, è preso da
uno di quei nativi e condotto alla casa di un fittaiuolo. -- Modo
ond'è accolto; diversi casi occorsigli quivi. -- Descrizione degli
abitanti di quella contrada.
Ad una vita impaziente affatto della quiete m'aveano condannato la
natura ed il mio fatale destino; onde erano appena scorsi due mesi dopo
il mio ritorno, quando abbandonai di nuovo la mia nativa contrada, e
il 20 giugno del 1702 m'imbarcai alle Dune su l'Avventura, bastimento
comandato dal capitano Giovanni Nicholas, nativo di Cornovaglia, che
avea la sua destinazione per Surate. Navigammo con vento favorevole
fino al Capo di Buona Speranza, ove sbarcammo per provederci d'acqua
dolce. Quivi, scoperta una falla nel bastimento, mettemmo a terra
tutte le cose nostre per turarla, e ci toccò poi svernare nel luogo
stesso a motivo di una malattia sopravvenuta al capitano, motivo per
cui non potemmo salpare dal Capo se non alla fine di marzo. Date
di nuovo le vele, avemmo buon viaggio, fin passato lo stretto di
Madagascar; ma appena fummo a tramontana di quest'isola, i venti (che
secondo la generale osservazione spirano costantemente in que' mari tra
settentrione e ponente dal principio di dicembre a quello di maggio)
cominciati nel 19 d'aprile a soffiare più violenti e più occidentali
del solito, continuarono così per venti giorni di fila; durante il
qual tempo noi ci eravamo un po' fatti a levante delle isole Molucche,
circa a tre gradi di latitudine australe, come apparve da un calcolo
istituito dal nostro capitano il 2 maggio, nel qual giorno, cessato il
vento del tutto, avevamo una calma perfetta, il che, per dir vero, non
mi dava verun dispiacere.
Ma il capitano, uomo esperimentatissimo nella navigazione di que'
mari, non la pensava così, e ci avvertì anzi d'aspettarci una tremenda
burrasca, che non mancò d'avverarsi il dì appresso, in cui cominciò a
spiegarsi il vento meridionale, chiamato in que' paesi -monsone-.
Vedendo che questo ingagliardiva ognora di più, demmo mano alla vela
a tarchia, apparecchiandoci a serrare quella di trinchetto; poi,
imperversando il tempo, assicurammo bene tutti i parapetti, e fasciammo
la vela di mezzana. Il bastimento camminava dianzi a tutte vele
spiegate, ma in quel frangente giudicammo che il navigare a vele chiuse
ne sarebbe tornato più a conto del solo cappeggiare. Serrammo la vela
di trinchetto, e ne registrammo opportunamente le scotte; il timone
poggiava tutto sottovento. Il vascello animosamente virava; accorciammo
le trozze (registro fatto a guisa d'un rosario) della vela principale,
ma squarciatasi questa, la traemmo giù dall'albero, e liberatala da
tutti i suoi sartiami, l'allogammo dentro al vascello. Fu veramente
una spaventosa burrasca e i cavalloni si faceano sempre più grossi e
minacciosi; mollammo pure tutti i sartiami delle manovelle del timone,
lasciando soltanto ad esso il governo del bastimento. Non volemmo calar
giù l'albero di gabbia, perchè correva innanzi al vento assai bene, e
stando in piede ne proteggea meglio col darci più bella deriva.
Poichè fu cessata la burrasca, demmo mano alla vela di trinchetto e a
quella di gabbia, e governammo con esse, e a tutte vele di mezzana e di
gabbia di maestra e di gabbia di mezzana ci dirigevamo a greco levante
(est-nord-est), avendo il vento a libeccio (sud-west). Impadronitici
dei cavi di tribordo, sciogliemmo i bracci di sopravvento e le corde
dette -mantiglie-, e tiratele strettamente innanzi, le unimmo alla
scotta della vela di mezzana che ponemmo a sopravvento pienamente e fin
quanto potevamo distenderla.
Durante la tempesta, cui succedè un gagliardo vento di ponente-libeccio
(west-sud-west), fummo trasportati, secondo i miei calcoli, per
cinquecento leghe circa verso levante, nè i più vecchi piloti che
erano a bordo sapevano congetturare in qual parte di mondo fossimo
allora. Le nostre vettovaglie ci duravano ancora; il bastimento era
tuttavia gagliardo; gli sconci delle vele risarciti; la nostra ciurma
tutta in buona salute, ma difettavamo grandemente di acqua dolce.
Ciò non ostante pensammo meglio seguire la direzione su cui eravamo
incamminati, anzichè volgerci più a tramontana, il che ne avrebbe
condotti a maestro (nord-est) della Gran Tartaria e nel Mar Glaciale.
Nel giorno 16 giugno del 1703, un mozzo salito su l'albero di gabbia
scoperse terra, e nel dì successivo ci stava a piena vista una grande
isola o un gran continente, cosa che non sapevamo discernerle, dal cui
lato meridionale sporgeva una lingua di terra internata nel mare ed una
calanca troppo piccola a nostro avviso, perchè un bastimento di cento
tonnellate vi si potesse riparare. Gettata l'áncora entro la distanza
di una lega da questa calanca, il nostro capitano mandò una dozzina de'
suoi piloti ben armati entro il nostro scappavia carico di botti, per
fare acqua, se pure si poteva rinvenirne. Lo pregai tosto permettermi
l'andar con essi, onde vedere quella contrada e farvi le scoperte cui
potesse dar luogo; egli aderì alla mia inchiesta. Giunti a terra,
non vi trovammo nè sorgenti nè fiumi nè verun vestigio d'abitanti.
I nostri uomini quindi si diedero a vagare lungo la spiaggia per
veder pure se qualche foce di fiume potesse ivi trovarsi; io postomi
a passeggiar solo per circa un miglio dall'altro lato, osservai che
tutto il paese era ignudo e pieno di dirupi. Stanco di andare attorno
senza trovar nulla che potesse intertenere la mia curiosità, me ne
tornai passo passo verso la calanca; ed essendo ora di grosso fiotto,
vidi i nostri uomini, già imbarcati nello scappavia, che forzavano di
remi, come chi fugge per salvare la vita. Io andava gridando dietro
a costoro che m'abbandonavano così, quando m'accôrsi d'avere poco
motivo di dolermi di essi, perchè li vidi inseguiti a tutta possa per
traverso al mare da un'enorme creatura che guadava, venendogli l'acqua
a mala pena al ginocchio, e facea passi sterminati; i nostri, per
buona loro fortuna, aveano su lui il vantaggio di mezza lega, ed il
mare essendo in quell'acque pieno d'acuti scogli coperti, il mostro
non potè raggiungere la scialuppa. Queste cose io seppi in appresso,
perchè allora non ebbi il coraggio di rimanere ivi a veder l'esito di
quest'avventura, ma ripresa più presto che potei la strada dond'era
venuto, m'arrampicai ad un erto monte, di dove potei prendere qualche
idea del paese. Lo trovai affatto coltivato; ma la prima cosa di cui
rimasi estatico si fu la lunghezza dell'erba, che nei campi chiusi da
siepi, come le giudicai, cresceva all'altezza di venti piedi.
Capitai in una strada maestra, almeno io la presi per tale, se bene
fosse meramente un sentieruccio praticato a comodo di quegli abitanti
per traversare un campo d'orzo. Camminai qualche tempo lungo questo
sentiero, ma potei scoprire ben poche cose e da un lato e dall'altro,
perchè essendo la stagione del nuovo ricolto, le biade erano alte
almeno quaranta piedi. Mi ci volle un'ora prima di essere al termine
di questo campo, difeso da tutt'a due i lati da una siepe alta almeno
cento venti piedi e ombreggiata da alberi sì colossali che non mi fu
possibile calcolare la loro altezza. A questa estremità era un cancello
che divideva quel campo dal campo vicino; avea quattro gradini ed una
pietra donde si passava di là quando si era all'ultimo di esso. Per
me era impossibile d'inerpicarmi fino a quella sommità, perchè ogni
gradino era alto sei piedi, e la pietra al di sopra de' gradini almeno
venti. Io m'andava studiando di trovar qualche buco nella siepe, quando
da una fenditura scopersi nel campo di là avanzarsi alla volta del
cancello un abitante della stessa mole di quello da cui vidi inseguita
in mare la nostra scialuppa. Egli mi sembrò alto come un ordinario
campanile, ed ogni suo passo doveva, all'occhio mio, misurar dieci
braccia. Non vi so dire quanto rimanessi attonito ed impaurito. Corsi
a nascondermi fra le biade, donde il vidi, arrivato alla sommità
del cancello, guardare in giù, e lo udii chiamare con una voce più
fragorosa di gran lunga d'una tromba marina; basta dire che al rimbombo
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