distanza ed esser pronti co' loro archi e dardi per iscoccarli su
me ad ogni evento; ma io non avea fatto attenzione a ciò, tanto i
miei sguardi erano fisi sopra sua maestà. Egli mi disse allora di
maneggiare la mia arma che, sebbene avesse preso un po' di ruggine
dall'acqua del mare, in alcune parti rifletteva ottimamente la luce.
Io lo obbedii, e in un attimo tutti i soldati misero un grido tra il
terrore e la sorpresa; perchè il ripercotimento de' raggi del sole che
splendea chiarissimo in quella giornata, incontrando l'acciaro che io
roteava, abbarbagliò i loro occhi. Sua maestà, principe ineffabilmente
magnanimo, ne fu meno atterrito di quanto mi sarei aspettato. Mi ordinò
di rimetter la spada nel fodero e di gettarla, con quanta dolcezza
avrei potuto, sei piedi in circa al di là del confine della mia
catena. La seconda cosa che mi domandò fu una delle mie colonne concave
d'acciaio, con che intendea le mie pistole da tasca. Trattane fuori
una a norma del suo beneplacito, gli spiegai alla meglio e come seppi,
il modo di usarla; la caricai indi di sola polvere che aveva avuta la
buona sorte di non inumidirsi nel mare, grazie all'impenetrabilità del
mio sacco da munizione, e grazie, devo aggiugnere, alla sollecitudine
che da ogni avveduto navigante si adopra per guarentirsi da simile
inconveniente; finalmente, avvertito l'imperatore di non isgomentarsi,
la sparai all'aria.
Qui da vero lo sbalordimento fu maggiore che al lampo della spada. I
soldati caddero tramortiti a centinaia, come appunto se fossero stati
feriti a morte, e lo stesso imperatore, benchè tenutosi su le sue
gambe, non potè riaversi dallo stupore se non di lì a qualche tempo.
Gli rimisi indi entrambe le mie pistole con le stesse cautele avute
nel rassegnargli la spada, e dietro a queste il sacco della polvere e
delle palle. Circa alla prima non mancai di raccomandare all'imperatore
che la tenesse lontana dal fuoco, perchè la più lieve scintilla sarebbe
bastata a soffiargli in aria l'intera sua reggia. Consegnai parimente
il mio orologio, che l'imperatore era curiosissimo di vedere, al
qual fine ordinò a due delle sue guardie a piedi di sospenderlo al
mezzo di una pertica, portando le estremità di essa su le spalle come
nell'Inghilterra i facchini trasportano i barili di birra forte. Fu
sorpreso al continuo strepito ch'esso facea ed al moto della sfera
de' minuti ch'egli discernè tosto, perchè la vista di que' nativi
è più acuta assai della nostra. Intorno a questo fenomeno chiese le
opinioni de' suoi dotti, che furono varie e lontanissime dal vero, come
il leggitore se lo immagina senza che io glielo ripeta; nondimeno,
per amore di verità devo aggiugnere che intesi poco qual razza di
spiegazioni adducessero.
Rassegnai inoltre le mie monete d'argento e di rame; la mia borsa
con nove portoghesi d'oro ed alcune monete d'oro più piccole; il mio
coltello e rasoio; il mio pettine, la mia argentea scatola da tabacco,
il mio fazzoletto e i quaderni del mio giornale. La spada, le pistole
e il sacco della polvere e delle palle vennero portati agli arsenali di
sua maestà; il rimanente delle mie suppellettili mi fu restituito.
Io aveva, come notai dianzi, un borsellino privato che sottrassi alle
indagini della commissione imperiale. Vi tenevo un paio d'occhiali
a me talvolta necessarissimi, attesa la debolezza della mia vista,
un cannocchiale da tasca ed altre simili minuzie, che non essendo di
veruna entità per l'imperatore, non mi credei in obbligo d'onore di
manifestare: io aveva troppa paura che fuor delle mie mani andassero
guaste o perdute.
CAPITOLO III.
L'autore offre all'imperatore ed alla sua nobiltà d'entrambi
i sessi alcuni divertimenti che si tolgono dall'usato. --
Descrizione de' passatempi della corte di Lilliput. -- L'autore
ottiene a certi patti la sua libertà.
Mercè le mie buone maniere ed il mio buon procedere, io era sì
ben giunto a cattivarmi i cuori dell'imperatore, della corte,
dell'esercito, ed in generale della popolazione, che principiai a
concepire la speranza di ottenere la mia libertà in breve tempo. Non
trascurai dal canto mio alcuna sorta di mezzi per coltivare queste
buone disposizioni. I nativi a gradi a gradi s'avvezzarono a non
temere ch'io facessi loro alcun male. Qualche volta, postomi supino
sul suolo, ho permesso a cinque o sei di loro che venissero a ballare
su la mia testa, e si arrivò al segno che i fanciulli e le fanciulle
s'arrischiavano giocare a mosca cieca fra i miei capelli. Già il mio
progresso nell'intendere e nel parlare il loro linguaggio era molto.
Un giorno venne voglia all'imperatore di farmi conoscere diversi
fra gli spettacoli del paese, in che quegli abitanti superavano
tutte le altre nazioni da me conosciute, sia per destrezza, sia per
magnificenza. Niuno spettacolo mi ha divertito mai tanto siccome quello
de' loro ballerini su la corda; essi eseguivano i loro salti e danze
sopra un filo bianco dell'estensione circa di due piedi ed alto da
terra dodici dita; sul quale argomento chiedo all'indulgente leggitore
la permissione di diffondermi un qualche poco.
Questa bell'arte è sol professata da coloro che aspirano ad ottenere
alte cariche e grandi favori dalla corte. Sono ammaestrati nell'arte
stessa sin dalla prima loro gioventù, nè sempre hanno sortiti nobili
natali o liberale educazione. Quando viene ad essere vacante un grande
uficio, sia per morte o per disfavore incorso da chi lo sostenea (e
questo caso è frequente), cinque o sei candidati supplicano sua maestà
di potere intertenere lei e la sua corte con un ballo su la corda, e
chi salta più alto senza cadere succede nella carica rimasta vacante.
Spessissimo accade che gli stessi primi ministri sieno comandati di dar
prova della loro abilità e di convincere l'imperatore che il ministero
non gli ha fatti dimentichi delle primitive loro virtù. Flimnap, il
gran tesoriere, ha il privilegio di tagliare una capriola sul cordino
posto d'un dito più in su dell'altezza di prammatica stabilita per
qual si voglia altro grande di tutto l'impero. Ho veduto co' miei
occhi questo stesso gran tesoriere ripetere per più volte di seguito
un salto mortale[14] da una tavola fissata sopra una corda men grossa
d'un de' nostri comuni spaghi. Il mio amico Reldresal, primo segretario
degli affari privati, è, se non m'inganna la parzialità appunto
dell'amicizia, il miglior saltatore dopo il tesoriere. Quanto al resto
de' grandi ufiziali della corona, l'abilità dell'uno vale in circa
quella dell'altro.
Questi spassi vanno rare volte scompagnati da fatali accidenti, gran
numero de' quali è registrato negli archivi imperiali. Ho veduti due
o tre candidati rompersi or braccia, or gambe[15]. Ma i pericoli più
gravi sono quando i ministri vengono comandati eglino stessi di entrare
in aringo; perchè nella gara di ciascun d'essi per rimanere superiore
di prodezza agli altri colleghi, fanno tali sforzi per cui è ben
difficile che qualcun di loro non istramazzi le due o le tre volte.
Venni assicurato che un anno o due prima del mio arrivo, Flimnap si
sarebbe infallibilmente rotto l'osso del collo se non si fosse trovato
a caso sul pavimento un cuscino imperiale che attenuò la forza della
percossa da lui ricevuta cadendo.
Vi è pure un altro divertimento che si dà in alcune particolari
occasioni, alla sola presenza dell'imperatore, dell'imperatrice e del
primo ministro. L'imperatore stende sopra una tavola tre fili di seta,
lungo ciascuno sei dita, uno azzurro, l'altro rosso, il terzo verde.
Tali fili sono proposti in premio a quegl'individui che l'imperatore ha
in mente di distinguere con qualche contrassegno di speciale favore.
La cerimonia viene eseguita nella grande sala di stato di sua maestà,
ove i candidati debbono sostenere una prova di destrezza, ma affatto
diversa dalla precedente e d'un genere tale che non l'ho mai veduta
ideare in nessun altro paese del vecchio e del nuovo mondo.
L'imperatore tiene in mano un bastone con le due estremità parallele
all'orizzonte, intantochè i candidati, avanzandosi ad uno ad uno, or
saltano sopra il bastone, or ci passano curvati di sotto e ripetono
innanzi addietro questa operazione per più riprese continuando sempre
con la norma di saltar sopra o curvarsi secondo il più o il meno che
il bastone è tenuto alto da terra. Talvolta l'imperatore tiene una
estremità sola del bastone ed il primo ministro quell'altra; accade
ancora che il ministro ne tenga egli solo le due estremità. Quel dei
candidati che fa la sua parte con maggiore agilità e la dura più a
lungo nel saltare o passare di sotto, riceve in guiderdone il filo di
seta azzurro, il rosso è dato al secondo, il verde al terzo, e tutti
lo portano cinto a due giri attorno alle reni; onde vedete ben pochi
grandi personaggi addetti alla corte che non vadano decorati di una
almeno di queste cinture.
I cavalli dell'esercito e quelli delle regie scuderie non continuarono
lungo tempo a prendere ombra di me, e mi sarebbero camminati ne'
piedi senza dare il menomo segno di spavento. I cavallerizzi di
corte si divertivano a farli saltare sopra una delle mie mani, s'io
la posava a terra, ed un picchiere di sua maestà fece saltare un
grosso corridore al di sopra del mio piede calzato, che era un salto
prodigioso. Io stesso un giorno ebbi la fortuna di offrire a sua maestà
un intertenimento d'un genere affatto straordinario. A tal fine io lo
avea pregato il dì innanzi a farmi venire una certa quantità di bastoni
alti due piedi e della grossezza d'una delle nostre canne d'India (come
ben capite, alberi rimondi dai rami e dalle radici); infatti sua maestà
diede tosto ordini analoghi all'intendente de' boschi imperiali, e
nella mattina del dì successivo mi arrivarono a casa sei boscaiuoli a
capo di una falange di carri tirati ciascuno da otto cavalli, carichi
de' materiali che avevo chiesti. Pigliati nove di questi bastoni, li
disposi in forma quadrangolare sopra uno spazio di due piedi e mezzo
quadrati. Presine indi altri quattro li legai in cima paralleli ai
lati della base del solido che avevo formato: poi cinque dita disotto
dell'estremità dei primi nove pilastri, attaccai il mio fazzoletto e lo
distesi ai quattro angoli del mio parallelepipedo con tanta attillatura
che pareva una vera pelle di tamburo. I pilastri, sporgenti, come vi ho
detto, di cinque dita dal fazzoletto, formavano il parapetto di questo
spianato, sul quale pregai sua maestà a permettere che ventiquattro
uomini della sua imperiale cavalleria, montati su i più scelti loro
destrieri, facessero l'esercizio.
Approvato dal monarca il partito da me propostogli, mi presi in mano
ad uno ad uno i suoi ventiquattro soldati belli e montati a cavallo ed
armati di tutto punto e gli ufiziali che doveano comandar l'esercizio;
poscia li collocai nella lizza. Quivi, non appena si furono ordinati,
schieraronsi in due parti, eseguirono finte scaramucce, si lanciarono
gli uni contra gli altri frecce spuntate, rappresentarono assalti e
ritirate, in somma diedero a vedere tal perfetta militare disciplina
che altrove non mi è mai occorso di ravvisarla. I bastoni paralleli
guarentivano essi ed i loro cavalli dal pericolo di cadere nell'arena
inferiore. L'imperatore n'ebbe tanto diletto che ordinò la replica
dello stesso spettacolo per più giorni successivi; ed arrivò persino
una volta a volere essere portato su la lizza per dar egli stesso in
persona l'ordine di comando. Fece di più, benchè ci sia voluta non poca
fatica: persuase la stessa imperatrice a contentarsi ch'io la levassi
in palma di mano col suo carrozzino chiuso, ad una distanza di due
braccia dal teatro degli esercizi, e così potè anch'essa contemplarne
l'intero spettacolo.
Il cielo m'aiutò che niuna disgrazia venne ad intorbidare queste
ricreazioni. Una sola volta un cavallo alquanto focoso che apparteneva
ad un capitano della guardia, zampettando fece con l'unghie un buco
nel mio fazzoletto, onde mancatogli il piano di sotto, poco mancò non
affondassero nell'aperta voragine egli ed il suo cavaliere; ma fui
presto a salvarli d'una mano entrambi, mentre coll'altra copersi il
buco tanto di potere con la mano libera tirar giù da quell'altezza
lui ed il rimanente di quella brigata. Il cavallo caduto si fece una
slogatura alla spalla sinistra, ma chi lo cavalcava non sofferse alcun
male. Io rattoppai il mio fazzoletto alla meglio; per altro non tornai
più a fidarmi della sua resistenza in una impresa tanto rischiosa.
Due o tre giorni prima ch'io fossi messo in libertà, mentre io stava
intertenendo la corte negli spassi che vi ho descritti, arriva una
staffetta per informare sua maestà, che alcuni de' suoi sudditi,
cavalcando lungo la spiaggia ove fui preso in principio, aveano
veduto giacer su l'erba una grande massa nera stranamente conformata,
estesa in fondo alle falde, larga come la stanza da letto di sua
maestà, e sporgente nel mezzo all'altezza d'un uomo; che parecchi le
erano più volte girati all'intorno; che salendo l'uno su le spalle
dell'altro ne aveano raggiunta la cima; che trovatala piatta e spianata
vi camminarono sopra, e s'accorsero ch'era vuota di dentro; che
secondo il sommesso loro parere doveva essere alcun che di spettante
all'uomo montagna, e che quando sua maestà lo avesse desiderato,
si compromettevano trasportarla fin qui con l'opera di soli cinque
cavalli. Capii subito di che cosa parlavano, e fu tal notizia che mi
diede piacere. Pare che nella confusione in cui m'avea messo il mio
naufragio, io non m'accorgessi d'una cosa, allorchè, presa terra, venni
a pormi nel luogo ove m'addormentai. Fin quando mi accinsi a remigare,
il mio cappello era raccomandato alla mia testa con una stringa;
bisogna dire che ci sia rimasto anche quando mi diedi al nuoto, e
che per qualche incidente la stringa si sia rotta poichè fui sulla
spiaggia. Io certo credeva d'aver perduto il cappello nel mare. Pregai
dunque l'imperiale sua maestà a volere dar ordini perchè mi fosse
portato il più presto che si poteva, e le spiegai ad un tempo l'uso che
questo arredo prestavami. Nel dì successivo, i carrettieri comandati
a ciò mel portarono, ma non da vero in ottimo stato. Costoro aveano
forato due buchi un dito e mezzo al di sopra dell'ala; poi appiccativi
due uncini ed attaccata una lunga corda a questi uncini, trascinarono
il mio povero cappello per più d'un mezzo miglio inglese; per fortuna
la terra di quel paese è soffice e leggiera, onde il danno fu minore
ch'io non me lo era figurato.
Due giorni dopo questa avventura, l'imperatore aveva ordinato che
tutte le sue soldatesche stanziate nelle vicinanze della metropoli
fossero sotto l'armi, e gli venne il capriccio di prendersi uno
stravagantissimo divertimento. Bisognò per compiacergli che mi
piantassi fermo a guisa di colosso con le mie gambe aperte quanto
per me si poteva; poi comandò al suo generale, vecchio condottiero
sperimentato e mio grande protettore, che ordinate in file serrate
le sue schiere, le facesse passare sotto all'andito formato dalle
mie gambe. Di ventiquattro era la fronte dei fantaccini, di sedici
quella degli uomini a cavallo, che a tamburo battente, bandiere
spiegate, picche brandite, teneano questo cammino, e tutto quel
corpo d'esercito consisteva in tremila uomini di fanteria e mille di
cavalleria. Certamente sua maestà ordinò che ciascun soldato, durante
questo tragetto, si comportasse con la più stretta decenza verso la
mia persona. Ma ciò non impedì che alcuni giovani uficiali, passandomi
sotto, alzassero la testa in su, e per confessarvi la schietta verità,
il mio -vestito di mezzo- era sì mal andato, che diede loro qualche
soggetto di riso e ad un tempo d'ammirazione.
Io aveva umiliato tanti memoriali e suppliche per ottenere la mia
libertà, che finalmente sua maestà aperse la discussione su questo
affare, prima nel suo gabinetto, indi in pieno consiglio: nè vi fu
chi si opponesse, eccetto Skyresh Bolgolam che si divertiva, senza
veruna provocazione dalla mia parte, di essere mio capitale nemico.
Nondimeno, a suo marcio dispetto, il partito della mia liberazione
la vinse a pieni voti di tutti gli altri membri della tavola di
stato, ed ottenne la ratificazione imperiale. Il ministro mio nemico
era -galbet-, cioè ammiraglio dell'impero, grandemente innoltrato
nella confidenza del suo padrone, e, se vogliamo, versatissimo negli
affari, ma d'un tal umore bisbetico ed inquieto, che non si sapeva
come prenderlo. Ciò non ostante bisognò finalmente che la intendesse
di conformarsi al voto dei più; sol la spuntò in questo che si fece
dare l'incarico di stendere egli stesso gli articoli ed i patti a'
quali avrei ricevuta la mia libertà, ed i quali dovevo giurare prima
di conseguirla. Tali articoli mi furono portati da Skyresh Bolgolam
in persona, che venne accompagnato da due sottosegretari e da diversi
ragguardevoli personaggi. Dopo essermi stati letti, dovei adempiere
la cerimonia del giuramento, prima secondo l'usanza del mio paese,
poi giusta il metodo prescritto dalle loro leggi, ed era, pigliarmi il
mio piede destro nella mano sinistra, e portarmi l'indice della destra
sul mio cocuzzolo, ed il pollice alla punta del mio orecchio destro.
Siccome poi il leggitore può essere voglioso di aver qualche idea dello
stile e del modo singolare di esprimersi di quel popolo, ed anche di
sapere gli articoli condizionali della mia ricuperata libertà ho fatta
una versione letterale fin quanto ho potuto dell'intero rogito, e la
presento ora al pubblico.
GOLBASTO MONAREMEVALME GURDILO SHEFIN, MULLY ULLY GUE,
potentissimo imperatore di Lilliput, delizia e terrore
dell'universo, i cui dominii si estendono cinquemila
-blustrug- (dodici miglia a un dipresso di circonferenza)
sino all'estremità del globo; monarca di tutti i monarchi,
il più alto dei figli degli uomini, i cui piedi premono
il centro del mondo e la testa tocca il sole; ad un
cui cenno tutti i principi della terra s'inginocchiano,
piacevole come la primavera, confortevole come la state,
fruttifero come l'autunno, formidabile come il verno. La
sua sublimissima maestà propone all'uomo-montagna, arrivato
testè ne' celesti nostri dominii, i seguenti articoli,
all'adempimento dei quali dee con solenne giuramento
obbligarsi.
I. L'uomo-montagna non si partirà dai nostri dominii
senza la nostra licenza autenticata dal nostro grande
sigillo.
II. Non ardirà venire nella nostra metropoli senza uno
speciale nostro comando; e questo avverandosi in quel tempo
gli abitanti di essa riceveranno l'avviso di non moversi di
casa per due ore.
III. Il detto uomo-montagna limiterà i suoi passeggi alle
nostre principali strade maestre; nè s'avviserà giacere
nelle praterie o ne' campi di biade.
IV. Mentre passeggia per le suddette strade, userà della
massima circospezione per non camminare su i corpi d'alcuno
dei nostri amatissimi sudditi; loro cavalli o carriaggi,
e di non prendere in mano veruno de' predetti nostri
amatissimi sudditi senza il proprio loro consenso.
V. Ove accada il bisogno di mandare un espresso con
istraordinaria sollecitudine, l'uomo-montagna sarà tenuto
portarsi in tasca il messaggero ed il suo cavallo per
un viaggio di sei giorni, e ciò una volta ogni luna, poi
ritornarlo (se ne è richiesto) sano e salvo alla nostra
imperiale presenza.
VI. Sarà nostro alleato contra i nostri nemici dell'isola
Blefuscu, e s'adoprerà con tutte le sue forze a distruggere
la loro flotta che s'apparecchia ad invadere i nostri
stati.
VII. Che il suddetto uomo-montagna nelle sue ore libere
dia mano ai nostri operai nell'innalzare le grosse pietre
per coprire il muro di cinta del nostro parco imperiale e
gli altri nostri imperiali edifizi.
VIII. Che il detto uomo-montagna, in termine a due lune
di tempo, presenti una pianta esatta della circonferenza
dei nostri dominii con calcolato ragguaglio tra i suoi
propri passi e quelli de' nostri sudditi.
IX. Finalmente che, dietro al prestato giuramento di
osservare i menzionati articoli, il predetto uomo-montagna
riceva un sussidio giornaliero corrispondente al
sostentamento di mille ottocentosettantaquattro de' nostri
sudditi, con libero accesso alla nostra imperiale persona
ed altri contrassegni del nostro favore.
Fatto al nostro palazzo di Belfaborac nel duodecimo
giorno della novantunesima luna del nostro regno.
Giurai, e mi sottoscrissi a tutti questi articoli di tutta buona
voglia, e con grande contento, se bene alcuni di essi non fossero
onorevoli come mi sarei augurato: tutto effetto della malizia del
grande ammiraglio Skyresh Bolgolam. Le mie catene dunque vennero
sciolte, e rimasi in pienissima libertà. L'imperatore volle egli stesso
onorarmi di assistere in persona all'intera cerimonia. Gli feci i
debiti ringraziamenti prostrandomi a' suoi piedi, ma egli mi comandò
che m'alzassi; poi, dopo molte clementissime espressioni che, per
fuggire la taccia di vanaglorioso, non vi ripeterò, soggiunse com'egli
sperasse che me gli mostrerei colle opere un utile servo, e che mi
renderei sempre più meritevole dei favori di cui mi aveva colmato o di
cui avrebbe potuto colmarmi nell'avvenire.
Voglia il leggitore riportarsi all'ultimo articolo dei patti per
la ricuperazione della mia libertà, laddove mi viene accordata
una quantità di vettovaglie corrispondente al sostentamento di
milleottocentosettantaquattro Lilliputtiani. Qualche tempo dopo,
avendo chiesto ad un amico con che principio si fosse stabilito questo
determinato numero, mi rispose che i matematici di sua maestà aveano
misurata l'altezza del mio corpo col mezzo di un quadrante, e che,
trovato eccedere questa l'altezza de' corpi loro nella proporzione di
dodici ad uno, conclusero dalla qualità omogenea delle nostre nature,
dovere il mio corpo contenerne almeno mille settecentoventiquattro de'
loro, e conseguentemente abbisognare di altrettanto cibo quanto ce ne
voleva a sostentare un tal numero di Lilliputtiani; donde il leggitore
può formarsi un'idea dell'ingegno di quel popolo e della prudente ed
esatta economia di un così grande monarca.
CAPITOLO IV.
Si descrivono Mildendo, metropoli di Lilliput, e l'imperiale
palazzo. -- Conversazione concernente gli affari dell'impero
avutasi dall'autore con uno de' principali segretari. -- L'autore
s'offre all'imperatore per servirlo nelle sue guerre.
La prima inchiesta ch'io feci divenuto libero, si fu per ottenere
la permissione di vedere Mildendo; metropoli dell'impero. Sua maestà
acconsentì di buona voglia, ingiugnendomi per altro l'obbligo di una
diligenza la più scrupolosa per non danneggiare gli abitanti o le case.
Una grida notificò al popolo ch'io era per portarmi entro le mura della
metropoli. I baloardi che la circondavano erano alti due piedi e mezzo,
ed aveano per lo meno una larghezza di undici dita che dava abilità
alle carrozze ed agli uomini a cavallo di diportarvisi all'intorno.
Aggiugnevano forza a questo baloardo le gagliarde torri che ad ogni
distanza di due piedi lo fiancheggiavano. Entrato per la grande porta
occidentale, mi portai con tutta dilicatezza e camminando di fianco
lungo le due strade principali, vestito della sola mia camiciuola per
paura che i cantoni del mio giustacuore dessero danno ai tetti o alle
grondaie. Ebbi nel mio passeggiare la massima circospezione per non
montare addosso a qualche viandante che fosse rimasto lungo la via,
benchè gli ordini dati indistintamente a tutti di confinarsi entro
le proprie case fossero spiegati in modo, che se alcuno si trovava
sopra la strada, ci si trovava a proprio rischio e pericolo. Tutte
le finestre dei primi, secondi, terzi, quarti piani, delle soffitte,
persino i tetti erano affollati di tanti spettatori ch'io non credo
in tutti i miei viaggi aver veduta una più popolata città. Essa è un
quadrato perfetto, chè ciascuno de' suoi quattro bastioni è lungo
cinquecento piedi. Le due strade principali che, incrocicchiandosi
perpendicolarmente, dividono la città in quattro grandi quartieri
uguali, sono larghe cinque piedi. Le contradelle ed i vicoli, ove non
mi era possibile l'entrare, e cui diedi solo un'occhiata in passando,
erano larghi da dodici a diciotto dita. La città è capace di contenere
un mezzo milione di anime; le case sono di diversi piani, dai tre ai
cinque; ben forniti di tutto i mercati e le botteghe.
Il palazzo dell'imperatore è nel centro della città, propriamente
laddove le due principali strade s'incontrano. Esso è chiuso da un
muro di cinta alto due piedi e distante venti dagl'imperiali edifizi.
Ottenuta da sua maestà la licenza di passare al di là del detto muro
(che non era, come vedete, un grande sforzo per me) e tale essendo
qual ve l'ho descritta la distanza che lo disgiugnea dal palazzo,
potei contemplar questo a mio agio su tutti i lati. Il suo cortile
esterno è un quadrato di quaranta piedi, e ne racchiude due altri,
nel più interno de' quali sono gli appartamenti reali; questi io era
curiosissimo di vedere, ma ciò fu quanto io trovava estremamente
difficile, perchè le grandi porte che conducevano da un cortile
all'altro non erano più alte di diciotto dita, nè larghe più di sette,
e gli edifizi del cortile stesso erano alti almeno cinque piedi; nè io
poteva andar di là accavalciandomi ad essi, senza portare un infinito
danno a tutta quanta la fabbrica, ancorchè composta di saldi mattoni, e
benchè la grossezza de' suoi muri fosse di quattro dita.
Pure era grande nell'imperatore il desiderio ch'io vedessi la
magnificenza della sua reggia; ed anche tale sua brama appagai, ma sol
di lì a tre giorni, che furono da me impiegati nel tagliare col mio
coltello alcuni de' più grossi alberi del parco imperiale, lontano a
un dipresso cento braccia dalla città. Di questi alberi mi fabbricai
due sgabelli, ciascuno alto tre piedi all'incirca e forte abbastanza
per sostenere il peso della mia persona. Poichè il popolo fu avvisato
d'una mia seconda comparsa nella metropoli, l'attraversai di nuovo
co' miei due sgabelli fra le mani. Quando fui alla parte esterna del
cortile, salii sopra uno de' miei sgabelli, tenendomi l'altro in mano
che alzai sopra il tetto, ove salito io pure, lo calai giù con bella
maniera nello spazio frapposto tra il primo ed il secondo cortile: una
larghezza di otto piedi: e quivi feci venir a stare anche lo sgabello
lasciatomi addietro col mezzo di un bastone uncinato. Coll'alternato
aiuto dei due sgabelli feci la visita di tutte le fabbriche
all'intorno; poi, con lo stesso artificio adoprato dianzi, penetrai
nell'ultimo cortile, ove postomi a giacere su d'un fianco, io toccava
con la faccia le finestre degli appartamenti di mezzo, che erano state
lasciate aperte a bella posta. Non si possono immaginare appartamenti
più splendidi di quelli che allora mi si pararono all'occhio. Vidi ivi
l'imperatrice ed i giovani principi, ciascuno in separati appartamenti,
con tutti i primari loro subordinati. Anzi la sovrana si degnò
clementemente sorridermi, e persino affacciarsi alla finestra e porgere
al bacio mio la sua mano.
Ma mi asterrò dall'anticipare al leggitore nozioni di simil natura,
perchè le riserbo ad un'opera di maggior mole che è già quasi pronta
pei torchi e che contiene una generale descrizione di questo impero,
la quale comincia fin dalla sua prima fondazione, e continua sotto una
lunga sequela di sovrani, e ad un tempo uno speciale racconto delle
loro guerre, del sistema loro di politica e di legislazione, delle loro
nozioni così scientifiche come religiose, e d'altri soggetti di grande
curiosità ed utilissimi; qui il mio principale disegno si è riferire
quegli avvenimenti ed affari che riguardarono il pubblico e me ne' nove
mesi circa del mio soggiorno in quel reame.
Passate circa due settimane dopo la mia ottenuta libertà, Reldresal,
primo segretario degli affari privati, così lo chiamavano, venne a
casa mia seguito da un sol servitore, perchè aveva ordinato che la sua
carrozza lo aspettasse ad una certa distanza. Mostratosi desideroso di
avere un colloquio d'un paio d'ore con me, acconsentii di tutto buon
grado, e atteso le qualità ed i meriti personali che lo fregiavano,
per e tutti i buoni ufizi da lui usatimi durante il tempo delle mie
sollecitazioni alla corte. Mi offersi di collocarmi giacente affinchè
potesse mettersi meglio a portata del mio orecchio, ma preferì ch'io me
lo tenessi in mano per tutto il tempo della nostra conversazione.
Principiò dal farmi congratulazioni su l'acquistata mia libertà,
aggiugnendo che potea vantarsi d'aver qualche merito in ciò, ma subito
aggiunse che n'aveva anche un grande merito lo stato presente delle
cose alla corte, senza di che avrei forse dovuto sospirare anche un bel
pezzetto tal mia libertà.
«Sappiate, mi confidò, che i nostri affari non sono in una condizione
così florida come apparisce agli occhi degli stranieri. Noi siamo
travagliati sotto il peso di due potenti disgrazie: una violenta
fazione al di dentro e il pericolo dell'invasione d'un formidabile
nemico al di fuori. Quanto al primo male, avete a sapere che da circa
settanta lune in qua sursero a lottar fra loro in questo impero due
potentissime sette col nome di -tramecksan- e di -slamecksan-,[16] così
chiamate dai calcagnini alti e bassi delle scarpe che le distinguono.
Alcuni pretendono, per dir vero, che i calcagnini alti si conformino
meglio con l'antica nostra costituzione; ma, che che ne sia, sua maestà
ha deciso che gli impiegati negli ufizi amministrativi del governo
e tutte le cariche privilegiate della corona non portino, come senza
dubbio dovete esservene accorto, se non calcagnini bassi; e soprattutto
avrete notato che i calcagnini di sua maestà imperiale sono almeno
un -drurr- più bassi di tutti gli altri (il -drurr- in que' paesi è
circa la quarta parte di un dito). Le animosità fra le due parti si
sono spinte sì innanzi, che l'una non vuole nè mangiare, nè bere, nè
conversare con l'altra. A conti fatti i -tramecksan- o sia quelli dei
calcagnini alti, ci superano di numero, ma il potere è tutto dalla
nostra banda. Ci fa un po' di paura sua altezza imperiale, l'erede
della corona, che vogliono sia alquanto propenso ai calcagnini alti;
certo un fatto evidente ad ognuno si è che porta un calcagnino più alto
dell'altro, ciò che lo fa parere zoppo quando cammina.
«Ora in mezzo a queste intestine discordie, ne accade essere
minacciati d'una invasione da quei dell'isola di Blefuscu, altra
grande monarchia dell'universo, quasi vasta e potente siccome quella
di sua maestà. Perchè quanto al fatto che v'abbiamo udito asserire più
volte, dell'esistenza cioè d'altri reami di questo globo abitati da
creature umane della vostra mole, è cosa che i nostri filosofi mettono
grandemente in dubbio, ed inclinerebbero piuttosto a pensare che voi
foste caduto dalla luna o da una stella. In fatti è cosa indubitata
che un centinaio di mortali dotati delle vostre proporzioni farebbero
presto a divorarsi tutte le rendite e gli armenti dei dominii di
sua maestà, oltrechè le nostre storie, che rimontano a seimila lune,
non hanno mai fatto menzione d'alcun altro paese fuor degl'imperi di
Lilliput e di Blefuscu.
«Questi due potenti imperi dunque, come vengo ora a dirvi, sono stati
impegnati per trentasei lune addietro in un'ostinatissima guerra,
e guardate qual ne fu l'origine. Non si era mai revocato in dubbio
che il vero posto ove si dee cominciare a rompere un uovo prima di
mangiarlo non sia la più piana delle sue estremità. Ma accadde alla
buon'anima dell'avolo del vivente monarca che, quand'era fanciullo,
volendo mangiare un uovo e rompendolo secondo la pratica inveterata,
si fece un taglio alle dita. Da quell'istante l'imperatore padre
pubblicò un editto che obbligava, minacciando le più severe pene contra
i trasgressori, tutti i suoi popoli a non rompere più le uova se non
dall'estremità aguzza. Rincrebbe tanto al popolo questa legge, che,
come narrano le nostre storie, nacquero sei ribellioni per cagione
di essa, ribellioni in forza delle quali un de' nostri imperatori
ci mise la vita, uno de' suoi successori perdè il trono.[17] Queste
nostre civili sommosse vennero sempre favoreggiate dai monarchi di
Blefuscu, e quando erano represse, i profughi trovavano costantemente
asilo e protezione nel loro impero. Si è fatto in più volte il conto
di undicimila persone le quali hanno preferita la morte alla schiavitù
di rompere le uova dalla parte aguzza. Centinaia e centinaia di volumi
in foglio sono stati pubblicati su tal controversia, ed i libri dei
-piattuovisti- furono a lungo proibiti dall'imperiale censura, ed i
lor partigiani dichiarati dalla legge incapaci a sostenere qualunque
pubblico incarico. Nel tempo di queste turbolenze, gl'imperatori
di Blefuscu spedirono, col mezzo de' loro ambasciatori, frequenti
rimostranze che ne accusavano di formare uno scisma religioso
coll'andar contro alle dottrine fondamentali stabilite al capitolo
cinquantesimoquarto del -Blundecral-: è questo il loro Corano.
«Noi per altro, continuò il mio visitatore, crediamo essere questa
obbiezione una vera stiracchiatura fatta sul testo, che dice a
lettere di scatola: -Tutti i veri credenti romperanno le uova dalla
buona banda-; e il determinare questa -buona banda-, secondo il mio
debole parere, dipende dalla coscienza di ciascuno, o tutt'al più
dall'arbitrio del supremo magistrato della nazione. Ora, i piattuovisti
acquistarono tanto credito alla corte dell'imperatore di Blefuscu,
e si assicurarono tanti partigiani e cooperatori nell'interno del
medesimo nostro regno, che si accese una sanguinosissima guerra tra
i due imperi, durata trentasei lune, ve l'ho detto, e con variato
successo; perchè in tutto quel tempo, noi dal canto nostro abbiamo
perduto quaranta navi di linea e grande numero di bastimenti d'ordine
inferiore, oltre a trentamila de' nostri migliori marinai e soldati;
ma a calcoli fatti, il danno sofferto dai nemici è alquanto maggiore.
Ciò non ostante, nel momento che vi parlo, hanno giù allestita una
numerosissima flotta, e s'accingono a fare uno sbarco su le nostre
coste. Ora, sua maestà imperiale, che pone grande fiducia nel vostro
valore e nella vostra forza, mi ha comandato di presentarvi questo
specchio delle cose nel modo in cui sono».
Pregai il segretario ad umiliare gli omaggi del mio rispetto a sua
maestà, e volerle ad un tempo far conoscere che non conveniva a me,
nella mia qualità di straniero, l'intromettermi siccome giudice fra le
parti; che nondimeno sarei sempre stato pronto, col pericolo stesso
della mia vita, a difendere la sacra persona di sua maestà ed i suoi
stati contro ogni estranio invasore.
CAPITOLO V.
Inaudito stratagemma di cui si vale l'autore per impedire
un'invasione. -- Alto titolo d'onore conferitogli. -- Ambasciatori
spediti con istanze di pace dall'Imperatore di Blefuscu. -- Caso
che mette in fiamme il palazzo dell'imperatore. -- Come l'autore
arrivi a preservare il rimanente dell'edifizio.
L'impero di Blefuscu è un'isola situata a greco di Lilliput, da cui
rimane soltanto divisa per un canale largo ottocento braccia. Io
non avea per anche veduto questo canale; e dietro la notizia di una
minacciata invasione, mi guardai bene dal mostrarmi su quel lato di
costa per paura di essere scoperto da qualche vascello de' nemici, i
quali non aveano veruna contezza di me; chè ogni comunicazione era
stata vietata sotto pena di morte durante la guerra, ed il nostro
imperatore avea posto un -embargo- su tutti i bastimenti di qualunque
natura si fossero.
Comunicai ciò non ostante all'imperatore un disegno da me concepito per
impadronirmi dell'intera flotta nemica, che, stando alle assicurazioni
dateci dai nostri esploratori, era all'áncora nel porto di Blefuscu,
pronta a veleggiare al primo favorevole vento. Io già non avea mancato
di consultare i più sperimentati marinai su la profondità del canale
ch'essi aveano scandagliato più d'una volta, e che, come mi dissero,
nel suo mezzo, in tempo d'alta marea, era profondo settanta -glumgluff-
(sei piedi circa di misura europea), ai lati cinquanta -glumgluff- al
più.
Mi trasferii dunque a greco della costa rimpetto a Blefuscu, e quivi,
postomi a giacere dietro un monticello che mi nascondea, scopersi
col mio cannocchiale la flotta nemica all'áncora, che consisteva in
circa cinquanta vascelli da guerra ed un gran numero da trasporto.
Allora, tornatomene a casa, diedi ordine (ne avevo già l'opportuna
autorizzazione) che mi venisse portata una grande quantità di gomene
delle più gagliarde e di spranghe di ferro. Le gomone erano grosse a
un dipresso come spaghi e le spranghe della lunghezza e grossezza di
un ferro da calzette. D'ogni tre gomone ne feci una intrecciandole,
ed attorcigliai con la stessa norma le spranghe di ferro (furono
cinquanta) curvandone le estremità sì che ciascuna mi prendesse la
forma d'un raffio. Attaccati ai miei cinquanta graffi altrettante
gomone, me ne tornai a greco della costa.
Colà levatomi il giustacuore, le scarpe e le calze, rimasi con
la mia sola camiciuola di cuoio: e mezz'ora circa prima dell'alta
marea, mi diedi a guadare con quanta fretta potei, indi nel mezzo
percorsi a nuoto trenta braccia all'incirca, tanto che finalmente
toccai terra: onde raggiunsi la flotta in meno di una mezz'ora. I
nemici furono sì spaventati al vedermi, che saltati fuori de' loro
bastimenti guadagnarono a nuoto il lido, ove non si saranno unite meno
di trentamila anime. Preso allora il mio sartiame, e fatto passare
un de' cinquanta raffi a ciascun buco di cinquanta prore, unii tutte
le corde in un unico gruppo. Mentre io stava adoperandomi in ciò,
i nemici scoccarono su me parecchie migliaia di frecce; molte delle
quali ferendomi le mani e la faccia; oltre all'eccessivo dolore che
mi faceano sentire, mi davano una paura ben maggiore pe' miei occhi
che avrei infallibilmente perduti se non fossi subito corso ad un
espediente. Vi ricordate di quel paio d'occhiali che in un riservato
borsellino sottrassi alle indagini de' commissari imperiali? Questi
occhiali erano con me; me li legai al naso alla meglio, e mercè loro,
continuai coraggiosamente nella mia faccenda a malgrado delle frecce
nemiche, molte delle quali percuotevano le lenti degli stessi occhiali,
ma senza recare altro danno che di scomporli lievemente dal loro posto.
Io aveva già legati tutti i raffi; allora, preso in mano il gruppo
maestro delle gomone, mi diedi a tirare; ma non un bastimento si volea
mover di luogo, perchè troppo bene attaccato alle sue áncore, onde
la parte fondamentale della mia impresa rimaneva incagliata. Non per
questo m'avvilii, ma lasciato andare il sartiame, e sicuro che i raffi
rimanevano sempre attaccati alle prore, andai risolutamente a tagliar
col mio coltello tutte le corde che tenevano le áncore, senza prendermi
fastidio di una grandine di frecce che mi tempestavano le mani e la
faccia. Finita questa fazione, tornai a prendere in mano il gruppo
delle mie gomone attaccate con gli uncini, come vi ho detto, alle
prore, e con un'ammirabile facilità mi trassi dietro nient'altro che
cinquanta navi di primo ordine.
Quei di Blefuscu, che nemmen per ombra si erano immaginati le mie
intenzioni, rimasero in principio attoniti e sbalorditi. Al primo
vedermi tagliar le gomone delle áncore, aveano creduto che il mio
disegno fosse unicamente quello di lasciar andare i bastimenti a
seconda dell'acqua, od anche a cozzarsi l'un contra l'altro; ma poichè
si furono accorti che l'intero navilio si moveva ordinatamente,
e ch'io me lo tirava a mia volontà, misero tali grida di dolore e
di disperazione che è quasi impossibile l'immaginarsele o il darne
un'idea. Non appena fui fuor di pericolo, mi fermai alcun poco per
levarmi le frecce che mi stavano infitte su le mani e su la faccia,
e per istrofinarmi queste parti ferite con un poco di quell'unguento
che mi fu dato all'istante del mio primo arrivo, e di cui vi ho già
fatto parola. Mi tolsi ancora dal naso gli occhiali; poi aspettai circa
un'ora finchè la marea fosse data giù affatto; allora guadai per mezzo
al canale con tutta la coda del conquistato navilio, e con esso arrivai
sano e salvo all'imperiale porto di Lilliput.
L'imperatore e tutta la sua corte stavano su la spiaggia aspettando
qual sarebbe l'esito di una sì grande spedizione. Aveano già veduto in
lontananza moversi in avanti a guisa di una grande mezzaluna l'armata
navale di Blefuscu, ma non poterono discernere me che era sino al petto
entro l'acqua. E quando fui al mezzo del canale, sempre più in pena,
perchè poteano vedermi tanto meno, che stavo già sott'acqua sino alla
gola. L'imperatore anzi giudicò che fossi annegato, e che la flotta
nemica si avanzasse a gran passi ostilmente; ma fu presto libero d'ogni
timore, perchè il canale divenendo men fondo a ciascun passo ch'io
moveva in avanti, gli fui ben presto a portata di voce, ed alzato il
gruppo del sartiame cui l'intero navilio nemico era annodato, esclamai
con quanto avea di polmoni: «Viva in eterno il potentissimo imperatore
di Lilliput!» Quel grande monarca mi ricevè al mio sbarco colmandomi
d'ogni sorta d'encomi, e mi creò sul campo del mio trionfo -nardac- che
è fra que' popoli il titolo più eccelso d'onore.
Sua maestà avrebbe voluto che con un'altra spedizione dello stesso
genere io conducessi ne' suoi porti tutto il rimanente delle forze
navali del suo nemico. Tanto è insaziabile l'ambizione dei potenti, che
già parea non pensasse a niente di meno del ridurre tutto l'impero di
Blefuscu a provincia e del mettervi a governarla un vicerè nominato da
lui. Già avea stabilito il suo disegno di distruggere tutti i profughi
-piattuovisti-, e di obbligare l'intera nazione conquistata a mangiar
l'uova rompendole per la punta, con che sarebbe rimasto solo monarca
dell'universo. Ma io mi sforzai stoglierlo da simile divisamento con
diversi argomenti dedotti in parte dai principii della sana politica,
in parte anche da quelli della giustizia; anzi protestai pienamente che
non avrei mai voluto essere stromento per trarre in istato di schiavitù
una libera e valorosa nazione; e quando un tal soggetto venne discusso
in consiglio, la parte più giudiziosa del ministero fu dalla mia.
Tal mia aperta e coraggiosa dichiarazione era sì opposta ai divisamenti
ed alla politica di sua maestà imperiale, che questo monarca non me la
potè mai perdonare. Egli lo fece capire, ma in modi misteriosi, nel
consiglio de' suoi ministri, perchè, come mi venne poi raccontato,
i più saggi fra essi, col loro silenzio se non altro, si mostrarono
del mio stesso parere; ma altri, che erano miei segreti nemici,
non potettero starsi dal lanciare certe proposizioni, le quali di
sghembo andavano a ferir me; e d'allora in poi principiò certo broglio
mestato fra sua maestà ed una giunta segreta di suoi ministri, che due
mesi appresso, diede fuori e per poco non fu cagione del mio totale
esterminio. Di sì poco peso sono i servigi, anche i più grandi, resi ai
potenti che non arrivano a bilanciare il rifiuto opposto una sola volta
allo sfogo delle intemperanti loro passioni.
Circa tre settimane dopo questa mia impresa, arrivò una solenne
ambasciata spedita dall'imperatore di Blefuscu con sommesse offerte
di pace. Questa venne conclusa a patti, senza dubbio, vantaggiosissimi
pel nostro imperatore, ma ch'io non mi fermerò qui ad enumerare per non
istancare la pazienza dei leggitori. Gli ambasciatori erano sei con un
accompagnamento presso a poco di cinquecento persone. Il loro ingresso
fu oltre ogni dire magnifico, e qual convengasi alla grandezza del
monarca che rappresentavano ed all'importanza della loro negoziazione.
Sottoscritto il trattato, nella conclusione del quale io prestai
loro di assai buoni ufizi, grazie al credito di cui io godeva (o sia
appariva ch'io godessi tuttavia) alla corte, le loro eccellenze, che
erano state segretamente informate della propensione da me dimostrata
ai loro interessi, vennero a rendermi una visita in forma. Dopo
avermi fatto grandi complimenti sul mio valore e su la mia generosità,
m'invitarono in nome dello stesso loro imperatore a visitare il reame
di Blefuscu; poi mi pregarono perchè volessi intertenerli con qualche
sperimento della prodigiosa mia forza di cui avevano udito narrare
sì grandi meraviglie. In che subito lor compiacqui, ma non noierò il
leggitore coll'entrare in sì minute particolarità.
Dopo avere così divertito per alcun tempo le loro eccellenze che
rimasero soddisfattissime ed in uno ammirate, le pregai volessero
presentare l'omaggio dell'umile mio rispetto al loro grande monarca,
la rinomanza delle cui virtù avea sì giustamente empiuta tutta la
terra[18], e la cui augusta persona io mi prefiggea vedere prima di
ritornare alla mia nativa contrada. In fatti, avuto in appresso l'onore
di trovarmi col sovrano dal quale io dipendea, gli chiesi la formale
sua permissione di portarmi a visitare l'imperatore di Blefuscu. Me
l'accordò, ma, come tosto me ne accôrsi, con certa freddezza di cui
nel momento io non sapeva indovinare il motivo; mi fu di poi susurrato
all'orecchio da un amico; onde seppi come i ministri Flimnap e Bolgolam
con le loro instigazioni avessero indotto il sovrano a ravvisare nel
parlamento da me avuto con gli ambasciatori stranieri una prova del
mio disamore verso la patria che m'aveva adottato, dal qual sentimento
d'ingratitudine era affatto mondo, posso giurarlo, il mio cuore. Fu
questa la prima volta che cominciai a formarmi qualche imperfetta idea
delle corti e dei ministri.
È a notarsi che quegli ambasciatori mi aveano parlato col mezzo di un
interprete, perchè le lingue di entrambi gl'imperi differiscono fra
loro quanto mai lo possa una lingua da un'altra; e ciascuna delle due
nazioni inorgoglisce tanto dell'antichità, bellezza ed energia del
proprio idioma, che guarda col più aperto disprezzo l'idioma della
nazione sua confinante; ciò nondimeno, il nostro imperatore, portandola
alta pe' vantaggi derivatigli dalla flotta che gli conquistai, obbligò
gli ambasciatori stessi a presentare le loro credenziali ed a parlargli
in lingua lilliputtiana. Una cosa per altro vuol confessarsi: le grandi
relazioni di commercio e di traffico esistenti fra l'una e l'altra
nazione, il continuo ricever profughi delle due fazioni avversarie,
l'usanza inveterata in entrambi i regni di far viaggiare i più nobili
e facoltosi di lor gioventù affinchè, vedano il mondo ed imparino a
conoscere gli uomini e le loro costumanze, tutto ciò fa che sieno poche
le persone ragguardevoli o addette al commercio ed alla marineria,
o abitanti in piazze marittime, le quali non sappiano sostener bene
un dialogo in tutt'a due le lingue. Di questo io dovetti convincermi
poche settimane appresso quando andai a tributare i miei omaggi
all'imperatore di Blefuscu, il che in mezzo alle grandi sciagure per la
malvagità de' miei nemici sopravvenutemi, fu una grande fortuna per me,
come avrò occasione di dirlo a suo luogo.
Si ricorderà il leggitore come allorquando io mi sottoscrissi agli
articoli condizionali della riacquistata mia libertà, alcuni di
questi mi riuscissero sgradevoli per la natura loro sì umiliante e
servile, che ci volea soltanto la più invincibile necessità perchè mi
sottomettessi ad accettarli. Ma appartenendo ora, come -nardac-, al
più eccelso ordine dell'impero, cotali ufizi vennero riguardati al di
sotto della mia dignità, e il sovrano stesso, devo rendergli questa
giustizia, non mi motivò una sola volta obblighi di tal fatta. Pure
non andò guari che mi si offerse l'occasione di rendere un segnalato
servigio a sua maestà: la mia intenzione almeno fu questa. Era di
mezzanotte, quando fui sorpreso dalle grida di più centinaia di persone
affollatesi alla mia porta, grida che svegliandomi d'improvviso in
quell'ora, mi posero in una specie di timore. Io non udiva ripetere
altro che la parola -burglum-; intanto parecchi cortigiani, apertasi
via in mezzo alla calca, vennero a supplicarmi di correre a corte,
ove l'intero palazzo di sua maestà imperiale era in fiamme, grazie
alla trascuraggine di una damigella d'onore addormentatasi mentre
stava leggendo un romanzo. Balzai in piedi in un subito, ed essendo
stato dato ordine che mi venisse illuminata la via, e d'altronde
facendo in quella notte un bellissimo chiaro di luna, m'ingegnai tanto
che arrivai al palazzo senza avere schiacciato un solo individuo di
quell'affollatissima popolazione. Trovai già poste le scale alle mura
dell'appartamento che ardeva e fatto un grande apparecchio di secchi;
ma l'acqua era lontana ed i secchi erano della capacità in circa del
ditale di una cucitrice che abbia le dita piuttosto grosse. Ben quel
povero popolo si affaccendava a somministrarmene, ma la fiamma era sì
violenta che ci faceano come nulla. Avrei potuto facilmente spegner
l'incendio col mio giustacuore; ma la sfortuna avea voluto che in
quella fretta lo avessi lasciato addietro, e che venissi via con la mia
sola camiciuola di pelle[19]. Era un caso veramente deplorabile; parea
disperato del tutto, e quel magnifico palazzo sarebbe infallibilmente
rimasto affatto spianato dal fuoco, se, con una prontezza di mente
insolita in me, non avessi afferrato l'espediente che ci volea. Io
aveva la sera innanzi bevuto in grande quantità di quel delizioso
vino che a Lilliput chiamavasi, -glimigrim- e che a Blefuscu chiamano
-flunec-, ma quello di Lilliput è giudicato di miglior qualità.
Questo vino è di sua natura molto diuretico, ma per la più fortunata
combinazione non aveva esercitata tal sua virtù in me per tutta la
notte. Probabilmente il calor delle fiamme cui andai sì vicino, e la
fatica fatta nel gettare acqua sovr'esse mise in piena azione questa
virtù, e ben in tempo, perchè non fui lento a profittarne come il caso
esigeva, ed in tre minuti fu spento affatto l'incendio e salvato dalla
distruzione il rimanente di quel nobile edifizio la cui costruzione era
stata l'opera di molti secoli.
Già era giorno quando me ne tornai a casa; nè m'indugiai per fare le
mie congratulazioni coll'imperatore, perchè se bene io gli avessi,
quanto all'effetto, prestato un eminente servigio, io non potea sapere
come l'avrebbe sentita sul modo da me adoperato per prestarglielo,
stantechè, secondo gli statuti fondamentali del regno, è delitto
capitale, qualunque sia la persona che se ne renda colpevole, lo
spargere immondezze nei precinti della reggia. Fui veramente confortato
da un messaggio speditomi dalla stessa sua maestà per assicurarmi
che avea dati gli ordini al suo gran giudice onde ottenessi il mio
indulto in forma; ma questo indulto non venne. Fui anzi segretamente
informato che l'imperatrice, piena d'ineffabile ribrezzo su quanto io
mi era fatto lecito, andò ad abitare nel più rimoto angolo del palazzo,
e che si mostrò risolutissima d'impedire qualunque riparazione agli
appartamenti contaminati ove si volesse che tornassero a servire ad
uso di lei, e che finalmente alla presenza d'alcuni principali suoi
confidenti, giurò di non perdonarmi più mai.
CAPITOLO VI.
Su gli abitanti di Lilliput; su le loro cognizioni, leggi ed
usanze; lor metodo di educazione pe' fanciulli. -- Sistema di
vivere dell'autore in quel paese. -- Onore di una gran dama
risarcito.
Quantunque io mi riservi il dare la descrizione specificata di questo
impero in un'opera a parte, pure desidero ad un tempo appagare la
curiosità del leggitore col fornirlo d'alcune idee generali. Siccome
la comune statura degli abitanti è un poco al di sotto delle sei
dita, così v'è un'esatta proporzione con la mole di tutti gli altri
animali, alberi e piante; per esempio, i maggiori cavalli e buoi sono
d'un'altezza fra le quattro e le cinque dita, le pecore di un dito
e mezzo, dal più al meno; le oche vi son grosse all'incirca come
i nostri passeri, e così son mantenute tutte le gradazioni venendo
all'ingiù, tanto che si arriva ad esseri sì piccoli che all'occhio
mio erano pressochè invisibili; ma la natura ha adattato gli occhi
de' Lilliputtiani a tutti gli oggetti propri per la loro vista, onde
li discernono con la massima esattezza, non per altro ad una grande
distanza.
Per darvi un'idea dell'acutezza di questa lor vista rispetto alle cose
che hanno in vicinanza, vi dirò essermi io preso lo spasso di osservare
un cuoco che spiumava un'allodola non più grossa di una delle nostre
mosche comuni, ed una giovinetta che infilava un ago invisibile con un
filo di seta parimente invisibile.
I lor più alti alberi lo sono all'incirca di sette piedi: intendo
quelli del grande parco imperiale, le cui più alte cime io poteva
appunto serrare entro il pugno della mia mano. Gli altri vegetabili
seguivano la medesima proporzione; ma lascio congetturare il rimanente
all'immaginazione del leggitore.
Dirò qui ben poche cose del loro sapere, perchè ogni ramo di scienza è
stato fiorente per molti secoli in quelle contrade; ma la loro maniera
di scrivere è veramente singolarissima, non essendo nè da sinistra
a destra come praticano gli Europei, nè da destra a sinistra a guisa
degli Arabi, nè d'insù all'ingiù all'usanza Chinese, ma di sbieco come
usano scrivere le nostre gentildonne.[20]
Seppelliscono i loro morti col volto direttamente all'ingiù perchè,
portando eglino l'opinione che dopo il corso di undicimila lune
risusciteranno tutti di nuovo, nel qual periodo la terra, ch'essi
concepiscono piatta, si sarà voltata di sotto in su, vogliono che
questi morti, all'atto della loro risurrezione, si trovino pronti a
saltare in piedi. I dotti del paese confessano assurda questa dottrina;
ma tale pratica continua tuttavia per compiacere al volgare.
V'ha in questo paese alcune leggi e costumanze singolarissime; pur se
non fossero sì diametralmente opposte a quelle della mia cara patria,
mi sentirei tentato a dire alcun che in loro giustificazione. Sol
sarebbe ad augurarsi che con altrettanta esattezza fossero messe in
pratica. La prima di cui farò menzione riguarda i delatori. Tutti i
delitti contro allo stato vengono ivi puniti con la massima severità,
ma se la persona accusata fa pienamente apparire in processo la sua
innocenza, l'accusatore viene immantinente condannato ad ignominiosa
morte; e su i beni o terre di costui l'innocente viene compensato
quadruplicatamente del tempo fattogli perdere, del pericolo cui
soggiacque, delle molestie della prigionia, delle spese corse per la
propria difesa, ed ove le sostanze del falso accusatore non bastino, il
tesoro della corona somministra quello che manca. Il sovrano in oltre
conferisce qualche pubblico contrassegno del suo favore al calunniato,
la cui innocenza viene promulgata a suon di tromba per l'intera città.
La frode in queste contrade è riguardata come un delitto maggiore del
furto, perchè si considera che una certa attenzione e vigilanza unite
ad un comune discernimento possano salvare le sostanze d'un uomo dai
ladri, mentre la buona fede non ha mai guarentigie di troppo contro
alla raffinata astuzia de' furfanti; e poichè è indispensabile nella
società un continuo giro di compre e vendite e di negozi fondati sul
credito, in un paese ove la frode sia tollerata ed alimentata, o almeno
ove non vi sia una legge che la castighi, chi contratta con onestà va
sempre al di sotto, e sono del giuntatore tutti i vantaggi. Mi ricordo
una volta di aver voluto farmi intercessore presso il sovrano per un
tale che avea gabbato il suo padrone appropriandosi una somma riscossa
da costui mediante un ordine del padrone medesimo. Sol per ottenere
a questo reo una minorazione di pena mi sfuggì detto che in fine
trattavasi dell'abuso di una cosa affidata. L'imperatore trovò cosa sin
mostruosa che allegassi come punto di difesa quanto aggravava anzi il
delitto del condannato. Restai lì senza sapere che cosa rispondergli.
Mi limitai a ripetere il trito adagio: «Tanti paesi, tante usanze;» ma
vi confesso che rimasi svergognato da vero.
Benchè siamo soliti ripetere che le ricompense ed i castighi sono
i due cardini su cui un buon governo si move, non ho mai veduta fra
tutte le nazioni del mondo una tal massima applicata alla pratica,
fuorchè a Lilliput. Quivi chiunque presenta sufficienti prove di avere
strettamente osservate per settanta lune continue le leggi del suo
paese ha diritto a certi privilegi proporzionati alla sua condizione
sociale, oltre ad una somma di danaro egualmente proporzionata, e
pel cui pagamento è istituito un fondo a parte; gli viene di più
conferito il titolo di -snillpall-, che in lingua di quel paese vuol
dire -uomo secondo la legge-, titolo d'onore per altro che egli non
può trasmettere alla sua posterità. Laonde i Lilliputtiani trovarono
sbagliata di gran lunga la nostra politica, allorchè dissi loro che fra
noi la forza del codice criminale sta ne' minacciati castighi, ma che
non vi si fa menzione di ricompense. In virtù di questa loro pratica
diversa dalla nostra, la Giustizia effigiata ne' loro tribunali, che
è dipinta con sei occhi, due davanti, due dietro, uno per lato ad
indicare la circospezione necessaria ad un giudice, tiene in oltre
nella mano destra una grande borsa d'oro ed una spada sguainata nella
sinistra per dar a vedere quanto ella sia più proclive a ricompensare
che a punire.
Nello scegliere impiegati pubblici di qualsiasi genere badano molto
più alle qualità morali dell'individuo che alla sua abilità; poichè,
siccome un governo è cosa necessaria al genere umano, essi pensano
che una discreta dose di retto discernimento debba bastare tanto ad
una posizione quanta ad un'altra; nè sanno darsi a credere che la
providenza abbia voluto fare dell'amministrazione della cosa pubblica
un mistero comprensibile unicamente per pochi geni trascendenti di cui
rare volte ne nascono tre ad ogni secolo. S'immaginano in vece che la
buona fede, la giustizia, la temperanza e simili altre prerogative
sieno alla mano di tutti, e che la pratica di queste virtù, aiutata
dall'esperienza e dalla buona volontà, renda abile un uomo al servigio
del suo paese, tranne que' servigi che dipendono da un dato magistero,
al cui apprendimento sia essenziale un corso di studi. Lontanissimi
poi dal credere che una rara superiorità di mente possa supplire alla
mancanza di tali virtù poste a portata d'ognuno, pensano anzi che i
pubblici impieghi non dovrebbero esser mai affidati in sì pericolose
mani siccome quelle di persone dotate di tanta intellettuale sublimità,
e che per lo meno gli errori commessi da un'ignoranza non disgiunta
da virtuose disposizioni dell'animo, non potrebbero mai portare tante
pericolose conseguenze al generale interesse quanto le pratiche d'un
uomo tratto dalle sue prave inclinazioni a lasciarsi corrompere e
protetto da una superiore abilità di mente nell'amministrare, nel
moltiplicare e nel tutelare i mezzi della corruttela.
Pensano parimente che l'incredulità nella divina providenza renda un
uomo indegno di qualunque pubblico incarico, perchè siccome il sovrano
medesimo si professa il delegato di questa providenza divina, parrebbe
ai Lilliputtiani il massimo degli assurdi se il principe affidasse
impieghi ad uomini che rinnegassero il potere di cui egli è mandatario.
Nel parlare e di queste e d'altre leggi che verrò commemorando in
appresso, vorrei bene s'intendesse com'io abbia in vista soltanto le
originali instituzioni, non certo le scandalose abitudini, in cui que'
popoli sono caduti in conseguenza della degenerata natura dell'uomo:
perchè, quanto alle infami pratiche di meritarsi luminosi impieghi e
favori col ballar su la corda o saltare a vicenda sopra un bastone e
passarvi di sotto curvandosi, fo notare al leggitore che tali usanze
vennero introdotte dall'avolo dell'imperatore oggi regnante, e sono poi
venute in sì alta voga per effetto del subuglio delle fazioni.
Anche l'ingratitudine è colà nel novero dei delitti capitali, il che
leggiamo essersi pensato egualmente in altre contrade. Il principio su
cui si fondano è che, se un uomo è capace di rendere male per bene al
suo benefattore, dee per necessità essere nemico di quel rimanente del
genere umano cui non ha veruna sorta d'obbligazione, e che come nemico
dell'universo è immeritevole di vivere.
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