ora che tutto il meglio è già passato. Fratello, e voi duca, venite quivi a sedervi con noi. Si ode rumoreggiare il tuono: si veggono lampi. Entra ARIELE sotto la forma di un'arpia, batte le ali sulla mensa e questa sparisce rapidamente. ARIELE. Voi siete tre uomini di peccato il cui destino--che governa questo basso mondo con quelli che vi sono-- costrinse il mare insaziato a trarvi su quest'isola dove essere umano Abitare non deve, voi che siete ora indegni di vivere. Io vi ho resi pazzi. È con un valor simile al vostro che gli uomini si affogano e si appiccano da loro stessi! Alonzo, Sebastiano e gli altri sfoderano le spade. O stolti! I miei compagni ed io siamo i ministri del Destino: gli elementi di cui le vostre spade son fatte, prima i venti dalla voce sibilante potrebbero ferire, o uccidere con vani colpi l'acque sempre in sè racchiudentisi, che all'ali mie togliere una sola piuma. Sono intangibili i miei compagni al pari di me: ma se potessero le vostre spade ferirci voi le sentireste troppo gravi alle vostre forze e invano tentereste di alzarle. Ma pensate --e questo è il mio messaggio--che voi tre da Milano il buon Prospero cacciaste insiem con l'innocente figlia e sopra il mar lo abbandonaste, su quel mare che del delitto vostro or vi ha pagati. Il potere del ciel, che se rimanda mai non oblia, per queste infamie vostre ha sollevato il mare e le costiere ed ogni viva creatura contro la vostra pace. Alonzo, di tuo figlio ti hanno privato ed ora con mia voce proclaman che una lenta ed incessante rovina, peggio d'ogni morte--almeno questa d'un colpo uccide--a passo a passo voi seguirà per ogni vostra impresa. Nè per salvarvi contro i loro sdegni che, in questa desolata isola, sopra di voi si verseranno, avrete scampo se non nel pentimento e in una vita pura! Svanisce. PROSPERO da sè Bravo Ariele! Questa arpia hai ben rappresentato. Avevi, in vero, un aspetto vorace e in quel che hai detto non una delle istruzioni mie ti sei dimenticato. I subalterni miei ministri, hanno anch'essi recitato le loro parti con precisione singolare e vivezza grande. Agiscono ora gl'incanti e questi miei nemici sono presi nel laccio della loro demenza e sono in mio potere. Intanto alle lor febbri gli abbandono e torno dal giovin Ferdinando, che annegato credono, e da mia figlia a entrambi cara. Exit. GONZALO. Per quanto c'è di sacro al mondo, Sire, Perchè restate in tale abbattimento? ALONZO. È atroce! è atroce! mi è sembrato udire parlare i flutti e dirmi questo e i venti cantar quest'altro e il tuono in suo profondo e cupo rombo, pronunciando il nome di Prospero, il peccato mio con quella sua voce bassa proclamare. Dunque è mio figlio sepolto entro la melma del mare? Voglio ricercarlo in fondo dove non giunse lo scandaglio e seco io giacerò nel fango! Exit. SEBASTIANO. Un sol demonio alla volta e saprò batter le loro schiere! ANTONIO. Ed io ti sarò secondo! Exeunt. GONZALO. Sono tutti e tre disperati! La lor grande colpa come veleno destinato ad agir molto tempo dopo, morde or gli spiriti loro. Ve ne prego, voi che avete le gambe più veloci, inseguiteli rapidi e cercate d'impedir quello che la loro furia può provocare. ANTONIO. Ve ne prego: andiamo. Exeunt. ATTO QUARTO. SCENA UNICA. D'innanzi alla grotta di Prospero. Entrano PROSPERO, FERDINANDO e MIRANDA. PROSPERO. Se vi punii con troppo aspro vigore quel che ne aveste in premio vi compensa, perchè vi ho dato qui della mia vita gran parte o almeno quello per cui vivo. Anche una volta alle tue man l'affido. Tutti i tormenti che subisti, io stesso in prova dell'amor tuo te li feci subire e tu mirabilmente hai dato degna risposta. Qui d'innanzi al cielo io ti confermo il mio ricco presente. O Ferdinando, a queste mie parole non sorridere: un giorno capirai Come ogni lode ella sorpassi e quanto dietro di sè la lasci. FERDINANDO. Io ben lo credo quasi oracolo. PROSPERO. Allora, come mio dono e come conquista tua, mia figlia prenditi. Ma se tu le romperai il nodo verginal prima che tutte le cerimonie nuziali in pieno e sacro rito sien compiute, dolce rugiada il ciel non pioverà su questa vostra unione a crescerla, ma il tristo odio e lo sdegno dallo sguardo obliquo e la discordia sì perfidamente semineranno sopra i vostri letti le loro velenose erbe, che entrambi li prenderete in odio. Or dunque bada, come ti accenderà la Face Imene. FERDINANDO. Come spero l'accenderà, per colmi giorni ed ottima prole e lunga vita con un amore sempre eguale a questo. L'antro più cupo, l'opportunità più forte e la tentazion più grande che il nostro peggior genio possa mai consigliarci l'onor mio pervertendo nella lussuria, non potranno ch'io dimentichi quel giorno in cui le nozze dovranno celebrarsi, il giorno quando mi sembrerà che i raggi alti di Febo si sieno sciolti e che la notte avvinta sia di catene in basso. PROSPERO. Hai detto bene. Siediti dunque e con lei parla: è tua. Ariele, o gentil servo Ariele! Entra ARIELE invisibile. ARIELE. Che vuoi, potente mio signor? Son qui. PROSPERO. Tu ed i compagni tuoi l'ultimo vostro servigio avete ben compiuto: ed ora in altra impresa simile vi debbo impegnare. Conduci qui la banda su cui ti detti signoria: ma cerca di affrettarla: perchè d'innanzi agli occhi di questa giovin coppia debbo alcune vanità della mia arte mostrare. Io l'ho promesso ed essi ora lo attendono da me. ARIELE. Subito? PROSPERO. In men d'un batter d'occhio. ARIELE. Prima che possa dirsi -Vengo- o -Vo- o respirar due volte e fare -oh oh- sulla punta dei piedi come sto, smorfeggiando verranno se verrò: mi amate sempre mio padrone? No. PROSPERO. Caramente, o Ariel mio buono! Ed ora non comparir finchè non odi ch'io ti abbia chiamato. ARIELE. Bene: intendo Exit. PROSPERO. Guarda di non mentire, non lasciar le briglie: i giuramenti più tenaci, sono paglia se il fuoco entri nel sangue. Sii più continente o buona notte ai vostri voti! FERDINANDO. Ve lo prometto, o mio signore. La bianca e fredda neve virginale ch'io stringo al petto, spegne entro le vene ogni ardore. PROSPERO. Sta bene. E tu, Ariele, vieni e un rinforzo arreca. È meglio avere qualche spirito in più. Vieni. Le lingue trattenete ed aprite gli occhi. Attenti. UNA RAPPRESENTAZIONE. Entra IRIS. IRIS. O Cerere feconda, lascia i tuoi vasti piani ricchi d'orzo, d'avena, di piselli e di grani; i tuoi monti ove il gregge fra l'erba atterra il muso; i pingui prati dove sta raccolto nel chiuso; le rive che l'aprile umido, al tuo comando di gigli e di peonie fiorisce in cima, quando di lor fredde ghirlande si voglion coronare le caste ninfe; l'ombre delle ginestre care all'amante tradito; le viti arrampicate sui pali e le tue spiagge marine, desolate e rocciose, ove aspiri l'aspra brezza fragrante; la Regina del Cielo di cui son lo stillante Arco e la messaggera, vuole che per un poco tu lasci quei soggiorni e venga in questo loco stesso, su questa erbosa radura a prender parte con sua Grazia Sovrana alle prove dell'arte. Con gran battito d'ale volano i suoi pavoni: Vieni a inchinarla, o Cerere, ricca di tutti i doni. CERERE. Salute, o messo multicolore, che non hai alla sposa di Giove disobbedito mai, che con l'ali ranciate versi sopra i miei fiori benefici acquazzoni, di bene apportatori, e con l'azzurre punte del grande arco circondi le mie terre boscose e i pascoli fecondi; dell'orgogliosa terra, ricca ciarpa, perchè la Regina, fra questo verde, ti manda a me? IRIS. Un contratto di vero amor per celebrare e di qualche ricchezza largamente dotare una coppia di amanti beati. CERERE. Dimmi, allora, o grande arco del cielo, se mai la tua signora seguono, a farle omaggio, Venere con suo figlio. Dal giorno in cui per loro tenebroso consiglio mia figlia si ritrasse nel regno inesplorato di Dite, l'amicizia ho per sempre lasciato della madre e del cieco fanciullo scandaloso. IRIS. Non temere: ho incontrato la Dea nel nuvoloso regno di Pafo e il figlio con lei: credean fra tanto d'aver lanciato un qualche libidinoso incanto su questi amanti che hanno fra loro stabilito di non compier del letto nuziale alcun rito pria che Imene abbia acceso la face. Ma fu invano! se n'è andata la ganza di Marte e quel suo vano fanciullo ha rotto l'arco ed anche i dardi e giura che sarà d'ora innanzi una pia creatura e coi passeri solo scherzerà. CERERE. La Regina Giunone--la conosco dal passo--si avvicina. Entra GIUNONE. GIUNONE. Salute alla opulenta sorella! Or meco vieni a render questa coppia ricca di tutti i beni e di onorata prole. Canto. -Ricchezze, onori, nozze beate e figliolanze continuate gioie ad ogni ora sieno per voi, fa questo voto Giunone a voi.- CERERE. -Messi abbondanti, pingui terreni granai ed aie pur sempre pieni viti coi grappoli rigonfi e buoni alberi chini per molti doni, la primavera rechi ventura ad ogni fine di mietitura, miserie ed ansie lunge da voi, fa questo voto Cerere a voi.- FERDINANDO. Questa è una bella visione e un molto armonioso incanto. Dimmi, posso credere che sien spiriti? PROSPERO. Son spiriti che dai confini loro ho qui costretti per virtù di mia arte a recitare queste mie fantasie. FERDINANDO. Lascia ch'io viva pur sempre qui. Così mirabil padre e tal moglie faran di questo luogo un Paradiso. Cerere e Giunone si parlano tra loro e spediscono Iris a recare un messaggio. PROSPERO. Taci, ora: Giunone e Cerere bisbigliano tra loro e v'è qualche altra cosa. Fa' silenzio o il loro dire perderemo. IRIS. O voi, Ninfe, chiamate Naiadi dei correnti rivi, di giunchi cinte, dagli sguardi innocenti lasciate i vostri ondosi canali e fra le buone erbe giungete tutte: ve l'ordina Giunone. Venite, o caste Ninfe, non bisogna tardare, un contratto d'amore dobbiamo celebrare. Entrano alcune NINFE. Mietitori riarsi dall'agosto opprimente lasciate i vostri solchi e quivi lietamente a far festa venite, mettendovi i cappelli di grossa paglia d'orzo e in giocondi drappelli unitevi alle ninfe qui presenti e una danza intrecciate secondo la villereccia usanza. Entrano alcuni MIETITORI e si uniscono con le NINFE danzando una danza piena di grazia. Prima che questa finisca, PROSPERO si alza in piedi di un tratto e parla loro. Dopo le sue parole essi vaniscono in cielo con uno strano, basso e confuso rumore. PROSPERO da sè. Avevo obliato l'ignobile congiura del bruto Calibano e dei compagni suoi contro la mia vita. È quasi giunto il tempo stabilito al loro inganno. Rivolgendosi agli spiriti. Bene, o spiriti, andate ora, non più. FERDINANDO a Miranda. È strano il padre vostro, è in preda a qualche emozion che lo commuove. MIRANDA. Mai fino ad oggi l'ho visto da una tale collera preso. PROSPERO. Il vostro volto, o figlio, reca il riflesso di un interno affanno come se foste spaventato. Siate tranquillo. Sono terminati i nostri divertimenti. Erano quelli attori--come ho già detto--spiriti ed ormai svanirono nell'aria, nella lieve aria. Non altrimenti, gli edifici senza base di questa visione, le torri dalle nubi incoronate, i palazzi magnifici, i solenni templi e l'intero globo stesso e quanto dentro di sè contiene, svaniranno un giorno senza pur lasciare traccia più di quella che l'insostanziale vision nostra abbia lasciato. Noi siamo tessuti con la stessa trama dei sogni ed è la piccoletta vita nostra dal sonno circondata! Or sono, signore, un poco stanco ed è confuso questo vecchio cervello. Ve ne prego, andate nella mia grotta e là dentro riposatevi. Io voglio fare un giro o due, per trovar calma all'agitata anima mia. FERDINANDO e MIRANDA. Ve l'auguriamo. PROSPERO. Vieni come il baleno! A Ferdinando e Miranda. Grazie. Exeunt. O Ariele Vieni! ARIELE. Sono presente al tuo pensiero. Quale è il piacere tuo? PROSPERO. Spirto, bisogna incontrar Calibano. ARIELE. O mio padrone, quando condussi Cerere, pensavo di parlartene, ma temetti allora d'irritarti, facendolo. PROSPERO. Ripeti: dove lasciasti quei marrani? ARIELE. Dove ti dissi, o mio signore. Erano tutti infiammati dal gran bere e sì pieni di coraggio che percuotevan l'aria se soffiasse sul loro volto e il suolo perchè baciava i loro piedi e sempre fantasticando intorno al lor disegno. Battuto allora ho il mio tamburo e come indomiti puledri hanno drizzato d'un subito le orecchia ed aguzzato gli sguardi e tese le narici quasi per respirar la musica ed il loro udito ho in tal maniera ammaliato che simili a vitelli si son messi a inseguirmi a traverso aspri roveti, a traverso taglienti erbe, a traverso spine che le lor gambe traballanti han lacerato. Gli ho lasciati al fine nel botro pien di fango oltre la vostra grotta e quivi affondavan fino al mento sì che il putrido lago per i piedi parea tenerli. PROSPERO. Hai fatto bene, o mio augello! Serba ancora quella tua invisibile forma e quivi arreca l'esca, dalla mia casa, per chiappare quei ladri. ARIELE. Io vado! Io vado! PROSPERO. Egli è un demonio, un demonio la cui natura mai potrà modificarsi e sopra il quale tutte le umane mie cure son state perse. Il suo corpo, con l'età, più brutto diventa e la sua mente incancrenisce. Rientra ARIELE carico di oggetti luccicanti. In tal maniera castigar li voglio fin che debban ruggire! Ad Ariele. Vieni, appendi quei vari oggetti sopra questa corda. Prospero e Ariele rimangono invisibili. Entrano CALIBANO, STEFANO e TRINCULO tutti bagnati. CALIBANO. Piano, vi prego, che la cieca talpa non possa udire i nostri passi. Siamo vicini alla sua grotta. STEFANO. Mostro, il vostro folletto, che dicevate inoffensivo, si è condotto con noi come un fuoco fatuo. TRINCULO. Mostro, puzzo da capo a' piedi di piscio di cavallo: per la qual cosa il mio naso è indignatissimo! STEFANO. E anche il mio. Hai capito, mostro? Se finisco per prendervi a noia, vedete.... TRINCULO. .... siete un mostro bello e perduto. CALIBANO. O buon signore serbami ancora il tuo favore ed abbi pazienza: chè il premio ch'io t'ho offerto compenserà questo incidente: ed ora parla piano; ogni cosa tace quasi fosse la mezzanotte. TRINCULO. Già! Ma aver perduto le nostre bottiglie nel pantano.... STEFANO. È non solamente una disgrazia e un disonore, ma bensì una perdita senza riparo. TRINCULO. Più grande del mio bagno, per me. E tutto per colpa del vostro folletto innocuo, Mostro! STEFANO. Voglio andare a ricercare le mie bottiglie, dovessi per questo affondare fino alle orecchia. CALIBANO. O mio sovrano, te ne prego, sii calmo. Vedi bene? Questo è l'ingresso della grotta: fa' piano ed entra; compisci il buon misfatto che renderà quest'isola per sempre tua e me stesso, Caliban, tuo schiavo. STEFANO. Dammi la mano. Comincio ad avere pensieri di sangue. TRINCULO. O Re Stefano! o Pari! o degno Stefano. Osserva che guardaroba c'è qui per te. CALIBANO. Lasciali stare, sono stracci, o pazzo! TRINCULO. O oh, Mostro, noi ce ne intendiamo di stracci! O Re Stefano! STEFANO. Lascia stare quella tunica, Trinculo: per la mia mano, voglio quella tunica! TRINCULO. E la tua Grazia l'avrà. CALIBANO. L'idropisia possa affogar quel pazzo! Cosa intendete fare, a divertirvi con simile bagaglio? Andiamo prima a compiere il delitto. Se si sveglia dai piedi al capo coprirà la nostra pelle di lividure e in bello stato ci ridurrà! STEFANO. Sta zitto, Mostro. Signora corda, non è quella la mia tunica? Ora ecco la tunica sotto la corda. Tunica, siete capace di perdere il pelo e divenire una tunica calva. TRINCULO. Fate pure: non dispiaccia a Vostra Grazia, noi rubiamo alla corda e al palo! STEFANO. Grazie per la spiritosaggine: eccoti un vestito, per questo. Lo spirito non passerà mai senza ricompensa mentre io sarò Re di questo paese. "rubare alla corda e al palo" ecco un bello scherzo. Eccoti un altro vestito. TRINCULO. Mostro, vieni qui. Metti un po' di pania sulle tue dita e via con tutto il resto. CALIBANO. Non voglio niente! Noi perdiamo il nostro tempo e sarem tutti quanti cambiati in paperi od in scimmie dalla fuggevol fronte mostruosa. STEFANO. Mostro: porgete le dita. Aiutateci a portar ogni cosa dove ho nascosto il mio barile di vino, se no vi scaccio dal mio regno. Su via, porta questo. TRINCULO. E questo! STEFANO. E questo! Si ode il rumore di una caccia. Entrano diversi spiriti sotto aspetto di cani e li cacciano via. Prospero e Ariele gli incitano. PROSPERO. Su Montagna, su! ARIELE. Argento! Qui, Argento, qui! PROSPERO. Furia! Furia! sotto! Qui Tiranno! Senti! senti! Calibano, Stefano e Trinculo sono cacciati via. Corri, e comanda ai miei spirti che i loro membri sien torti in spasimi crudeli: accorcia i loro tendini con crampi inveterati e d'aspre lividure coprili sì che il lor corpo apparisca di leopardo o di gatto selvaggio più maculato. ARIELE Ascolta il lor ruggire! PROSPERO. Che sien cacciati a fondo! I miei nemici sono a quest'ora in mio potere. Presto le mie fatiche avranno fine e tu sarai nell'aria libero. Per poco, seguimi ancora e rendimi servizio. Exeunt. ATTO QUINTO. SCENA UNICA. Davanti alla grotta di Prospero. Entrano PROSPERO vestito con la sua veste magica ed ARIELE. PROSPERO. Ora i disegni miei giungon la meta, non falliscon gl'incanti, i genii tutti m'obbediscono e il tempo alto nel cielo col suo carro s'inoltra. Come è il giorno? ARIELE. Prossimo all'ora sesta. L'ora in cui, o mio signor, diceste che il lavoro vostro cessar dovrebbe. PROSPERO. È ver, lo dissi, fino da quando volli suscitare la tempesta. O mio spirito, rispondi: Dove sta il re coi suoi compagni? ARIELE. Insieme tutti aggruppati, come mi ordinaste quando gli avete abbandonati. Tutti sono, o signore, prigionieri dentro la buca della vostra grotta, d'onde non si potranno muover fino a quando non li libererete. Il Re con suo fratello e tutti i vostri stan da un lato fuori dei loro sensi, mentre gli altri piangon su loro pieni di tristezza e di dolor. Ma più d'ogni altro, quegli che voi chiamate il "buon signor Gonzalo". Le sue lacrime cadon sulla barba come gocce d'inverno sulla paglia d'una tettoia e questo vostro incanto sì fattamente ora li tien che quando li vedeste il cuor vostro diverrebbe più mite. PROSPERO. E tu lo credi in vero, o spirto? ARIELE. Lo diverrebbe il mio se fossi un uomo, o signore. PROSPERO. Ed il mio lo diverrà. Tu che pur sei di sola aria, commosso fosti ai loro tormenti ed io che sono di una stessa natura e che ogni loro dolore sento acutamente, forse più mite non debbo essere? Se bene i lor grandi misfatti abbian colpito il mio cuore, però contro la mia collera una più nobile ragione combatte: è la virtù più grande della vendetta e poichè tutti or son pentiti non un passo più oltre il mio disegno avanzerà. Vola, Ariele, e rendi libero ognuno: io romperò l'incanto, renderò i sensi a tutti sì che ognuno ritroverà se stesso. ARIELE. Io vo, signore, a rintracciarli. PROSPERO. O voi elfi dei colli e dei ruscelli e degli stagni e delle caverne, e voi che sulle sabbie senza lasciare impronta trascorrete dietro Nettuno quando si ritira e innanzi a lui fuggite se si avanza, e voi gnomi che al chiar di luna disegnate di quei cerchi, danzando, che fan l'erba amara dove più non bruca il gregge, e voi cui solo passatempo è fare nascere i funghi a mezzanotte e tutti vi rallegrate udendo il coprifoco solenne, siete assai deboli spirti e pur col vostro aiuto il sole ardente nel meriggio ho oscurato ed i ribelli venti evocando ho spinto ad aspra guerra il verde mar contro l'azzurro cielo. Ho la folgore urlante acceso e l'alta quercia ho colpito con la fiamma stessa di Giove e i saldi promontorii ho scosso ed il cedro e l'abete ho capovolto. Le tombe al mio comando hanno svegliato i dormienti e per virtù di mia arte si sono aperte e gli han lasciati liberi. E pure a questo incantamento rinuncio e dopo che avrò ancor richiesto qualche celeste musica--ed è quello che sto facendo--per oprar sui loro sensi che è quanto ha perseguito il mio aereo inganno, romperò per sempre la magica bacchetta, molte braccia sotto terra celandola e fin dove ancor non è disceso lo scandaglio affonderò il mio libro. Si ode una musica solenne. Rientra ARIELE e dietro di lui ALONZO che fa gesti frenetici, aiutato da GONZALO. SEBASTIANO e ANTONIO anch'essi farneticanti sono sostenuti da FRANCESCO e da ADRIANO. Tutti entrano nel cerchio tracciato da Prospero e rimangono presi dall'incanto. Prospero gli osserva un istante, poi prosegue: Una solenne musica, e il più buono consolatore ad un insano spirto curino il tuo cervello or fatto inane e quasi nel tuo cranio arso. Restate qui tutti fermi per l'incantamento! Sacro Gonzalo, onesto uomo, i miei occhi quasi compagni ai tuoi lascian cadere le medesime gocce. Si dissolva l'incanto e come i raggi del mattino rompono il tenebrore della notte, scaccino, i lor rinnovellati sensi, ogni torpido fumo che ravvolge la lor mente più limpida. E tu, bravo Gonzalo, salvator mio solo e a questi fedel compagno io pagherò le tue grazie e con opre e con parole. Molto crudelmente, o Re Alonso, verso mia figlia e verso me usasti. Tuo fratello più oltre ancor nell'azion si spinse ed or, Sebastian, sei fortemente castigato e nel sangue e nella carne. E voi, fratello mio, che a mantenere l'ambizion soffocaste il rimorso e la natura e con Sebastiano --i cui tormenti son forti per questo-- uccider volevate il vostro Re, io ti perdono, per quanto tu sia fuori della natura. I loro sensi cominciano a destarsi e la crescente, marea tra poco invaderà la spiaggia di lor ragione che ora giace tutta sporca e fangosa. Non un sol fra loro che pur mi guarda mi conoscerebbe. Ariele! Qui portami la spada ed il cappello dalla mia caverna. Mi vestirò, per presentarmi come son stato un tempo: il duca di Milano. Spirito, presto! che fra poco ancora avrai la libertà. ARIELE cantando mentre aiuta Prospero a vestirsi. -Là dove l'ape sugge a sugger debbo andare nel campanello d'una primula a riposare e quando urlano i gufi mi voglio addormentare sul finir dell'estate allegramente e viver d'ora innanzi allegramente allegramente fra le corolle pendule d'un cespuglio fiorente!- PROSPERO. Ahi questo è il mio buon Ariel! Ti debbo perdere, ma sarai libero. Sì, Sì, sì! Ritorna intanto sulla nave del Re sempre invisibile e là tutti i marinari, sotto i boccaporti addormentati troverai. Soltanto il padrone e il nostromo essendo svegli qua me li condurrai. Presto, ti prego. ARIELE. Io bevo l'aria a me d'innanzi e torno prima che il vostro polso abbia battuto due volte! Exit. GONZALO. Tutti gli stupori e tutti i tormenti e le angosce ed i terrori sono qui radunati. Che un potere celeste, ora ci guidi pur da queste spaventose contrade! PROSPERO. Guarda, o Sire: . 1 , , 2 . 3 4 : 5 . 6 ' , 7 8 . 9 10 . 11 12 13 - - 14 - - 15 16 ' 17 , 18 . 19 . 20 21 ! 22 23 , 24 . 25 26 ! 27 : 28 29 , 30 , 31 ' 32 , ' 33 . 34 35 : 36 37 38 . 39 - - - - 40 41 ' 42 , 43 . 44 , 45 , 46 47 48 . , 49 50 51 , ' - - 52 ' - - 53 . 54 55 , , 56 , 57 58 ! 59 60 . 61 62 63 64 65 66 ! 67 . , , 68 69 70 . 71 , ' 72 73 . 74 ' 75 76 . 77 78 , 79 , . 80 81 . 82 83 . 84 85 ' , , 86 ? 87 88 . 89 90 ! ! 91 92 ' 93 , 94 , 95 . 96 97 ? 98 99 ! 100 101 . 102 103 . 104 105 106 107 ! 108 109 . 110 111 ! 112 113 . 114 115 . 116 117 118 ! 119 120 , 121 . , 122 , 123 124 ' 125 . 126 127 . 128 129 : . 130 131 . 132 133 134 135 136 137 . 138 139 140 . 141 142 ' . 143 144 , . 145 146 147 . 148 149 150 , 151 152 . 153 ' . 154 , 155 ' 156 157 . 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