io stesso e lo lasciai mentre coi suoi
sospiri l'aria rinfrescava, assiso
e con le braccia in triste nodo avvinte:
così.
PROSPERO.
Ma dimmi, che facesti della
ciurma del Re e della rimanente
flotta?
ARIELE.
Quella del Re salva è nel porto:
io l'ho celata dentro la profonda
baia, dove una notte mi chiamasti
affinchè ti recassi dalle sempre
tempestose Bermude una rugiada.
I marinari sotto i boccaporti
stan rannicchiati, immersi in un gran sonno
che il mio incanto aggiungendosi alle molte
fatiche ha suscitato. E il resto della
flotta che avea disperso, ho nuovamente
unito ed ora voga sopra l'onde
mediterranee raggiungendo il porto
di Napoli, dolente tutta e certa
d'aver visto affondar del Re la nave
e quel gran principe.
PROSPERO.
O Ariele, il tuo
ufficio hai ben compiuto. Ma ancor altro
ci resta a fare. In quale ora del giorno
siamo?
ARIELE.
È trascorsa la metà.
PROSPERO.
Di due
clessidre almeno. Il tempo che ci resta
fra l'ora sesta e adesso, noi dobbiamo
sagacemente spenderlo.
ARIELE.
V'è ancora
da lavorare? Poichè tu mi dai
tante fatiche lascia ch'io rammenti
la tua promessa ancor non mantenuta.
PROSPERO.
Che c'è di nuovo, spirito bizzarro,
e che puoi dimandarmi ora?
ARIELE.
La mia
libertà!
PROSPERO.
Prima ancora che sia giunto
il tempo? Basta!
ARIELE.
Te ne prego, almeno
rammenta i degni uffici che ti ho fatto,
nè ho mai mentito nè ho sbagliato mai.
E ti ho servito senza brontolare,
senza rancori! Tu mi promettesti
di condonarmi un anno intiero.
PROSPERO.
Hai forse
dimenticato da qual mai supplizio
ti liberai?
ARIELE.
No.
PROSPERO.
Sì! Per questo credi
far grandi cose sol perchè calpesti
il fango dell'amaro abisso e scorri
sull'aspro vento settentrionale
e--per il mio servigio--entro le vene
della Terra ti chiudi allor che il gelo
la stringe tutta.
ARIELE.
Non è ver, signore!
PROSPERO.
Tu mentisci, o maligno spirto. Hai dunque
dimenticato Sicoràx, l'infame
strega che gli anni e che l'invidia al pari
di un cerchio avean ricurva? Dimmi, l'hai
dimenticata?
ARIELE.
No, signore.
PROSPERO.
L'hai
dimenticata! Ove era nata? Dimmi!
ARIELE.
In Algeri, o signore!
PROSPERO.
Ah sì? Da vero?
Ben una volta al mese è necessario
ch'io ti ripeta quel che fosti. E tu
l'hai già dimenticato. Quella strega
malvagia, Sicoràx, come tu sai
fu bandita da Algeri per delitti
innumeri e incantesimi capaci
di spaventare umano orecchio e pure
le salvaron la vita in prò di certa
sua azione. Non è vero?
ARIELE.
Sì,
o signore.
PROSPERO.
Cotesta fattucchiera
dall'occhio cispellino fu condotta
quivi col figlio e abbandonata dalla
ciurma. E tu, schiavo mio, come sovente
mi hai narrato, eri suo servo e perchè
eri uno spirto troppo delicato
per compiere le infami e obbrobriose
sue volontà, ti rifiutasti ai gravi
ordini che ti dava e allor nell'impeto
dell'implacabil ira ella ti chiuse
--di possenti ministri con l'aiuto--
nello spacco di un pino e dentro quelle
strette pareti dodici anni intieri
crudelmente restasti prigioniero.
E in questo tempo ella morì lasciando
te a gemere là dentro, con sospiri
più rapidi dei gemiti che fanno
le ruote di un molino. Allora questa
isola--se n'eccettui quel figlio
ch'ella avea partorito, un mostricciuolo
lentigginoso e degno di sua stirpe--
non era anco onorata da un'umana
forma.
ARIELE.
Sì, Calibàno, il figlio suo.
PROSPERO.
È quel che dico, spirto mentecatto!
Ed è appunto quel Calibàn che tengo
al mio servizio. Tu sai bene in quali
tormenti ti trovai. Faceano urlare
i lupi le tue grida e i furiosi
orsi a pietà muovevano. Un tormento
di dannato. E non era più presente
Sicoràx per disfar l'opera sua.
Fu l'arte mia che ben costrinse il pino
a riaprirsi e ti lasciò partire
allorchè quivi giunto io ti sentii.
ARIELE.
Grazie, o signore.
PROSPERO.
Se tu gemi ancora
io squarcerò una rovere e sì dentro
ti chiuderò nel suo nodoso ventre
che resterai ben dodici anni a urlare.
ARIELE.
Perdonami, o signore, ai tuoi comandi
obbedirò di buona grazia e tutto
farò da buono spirito.
PROSPERO.
Sta bene
e fra tre giorni ti libererò.
ARIELE.
Ecco di nuovo il mio nobil padrone!
Che debbo fare? Dimmelo, che debbo
fare?
PROSPERO.
Va' con l'aspetto di una ninfa
del mare a tutti gli occhi occulto e solo
visibile alla tua vista e alla mia.
Va': prendi questa forma e poi ritorna
così cambiato qui. Sii diligente.
ARIELE exit.
A Miranda.
Svegliati, cuore mio, svegliati, hai bene
dormito ed ora svegliati.
MIRANDA
svegliandosi.
Lo strano
vostro racconto mi assopiva.
PROSPERO.
Scuoti
quel tuo torpor. Vieni: visiteremo
Calibàno il mio schiavo che nessuna
buona parola ha mai per noi.
MIRANDA.
Signore,
è un villano costui nè mai lo veggo
volentieri.
PROSPERO.
Ma ancora non possiamo
così com'è farne di meno. Accende
il nostro fuoco, il legno spacca e in molti
uffici egli ci serve che ci sono
utili.
Olà! Su Calibàn, su schiavo!
Olà fango, rispondi!
CALIBANO
di dentro.
C'è abbastanza
legno qua dentro.
PROSPERO.
Vieni qua ti dico.
C'è ben altro da fare. Vieni dunque,
testuggine.
Rientra ARIELE: in costume, di ninfa.
O gentil vista! O mio dolce
Ariele, m'ascolta in un orecchio.
Gli parla all'orecchio.
ARIELE.
Sarà fatto, o signore.
PROSPERO.
O velenoso
schiavo che fece il diavolo all'infame
tua madre, vieni qui!
Entra CALIBANO.
CALIBANO.
Che una rugiada
malefica qual mai mia madre trasse
con la penna di un corvo da palude
putrida, cada sopra voi. Che il vento
d'Oriente v'investa e vi ricopra
di pustole ambedue!
PROSPERO.
Sta' pur sicuro
che per questo sarai stretto dai crampi
stanotte e ai fianchi avrai dolori tali
che il respiro ti tolgano. I folletti
nell'ore della notte allor che meglio
possono lavorare, i loro sforzi
rivolgeranno contro te. Sarai
coperto di punture così strette
come sono le celle d'alveare
e più cocenti che l'avesser fatte
gli aculei delle api.
CALIBANO.
Il pranzo debbo
mangiarmi! È mia quest'isola. Mia madre
Sicoràx me la dette e tu l'hai presa!
Quando giungesti qui la prima volta
mi accogliesti benigno e gran carezze
mi facesti amichevoli. Mi davi
da bere un'acqua ove spremevi bacche
e m'insegnavi il nome della grande
luce e dell'altra piccola che il giorno
e la notte rischiarano. Ed allora
io ti amavo e cercavo di mostrarti
i pregi di quest'isola: le fresche
sorgenti, le saline, gli opulenti
terreni e quelli sterili. Sia sempre
maledetto di aver fatto così.
Che le malie di Sicoràx, le vespe,
i rospi e vipistrelli su di voi
si abbattano. Però che sono il solo
vostro suddito e prima ero sovrano
di me stesso! E mi date come cuccia
quell'aspra roccia, e tutta quanta l'isola
mi togliete!
PROSPERO.
O bugiardo schiavo, i colpi
ti commuovono e non le gentilezze.
Se ben marcio tu sia, con una umana
attenzione io ti ho trattato e nella
mia stessa grotta ti ho tenuto, fino
al giorno in cui tentasti violare
l'onore di mia figlia!
CALIBANO.
Oho! lo avessi
potuto fare! Se non lo impedivi
l'isola tutta avrei ripopolato
di Calibani!
PROSPERO.
O schiavo maledetto
cui nessuna bontà lascerà impronta
chè sei capace d'ogni male! Ho avuto
pietà di te, mi sono imposto il grave
compito di farti parlare. Ogni ora
ti ho insegnato una cosa o l'altra. E quando
non sapevi, o selvaggio, disbrogliare
il tuo pensiero e mugolavi acute
strida sì come un bruto, a quelli oscuri
tuoi sentimenti ho dato una parola
che li rese palesi. Ma la tua
vile stirpe--quantunque tu imparassi--
aveva in sè tali funesti germi
che non poteano i buoni sopportarne
il contatto. È così che giustamente
ti ho chiuso in questa roccia, meritata
assai più che una carcere.
CALIBANO.
Mi avete
insegnato a parlare e ne profitto
per maledire. Che la peste rossa
vi uccida per avermi appreso il vostro
linguaggio.
PROSPERO.
Mal seme di strega, via
di qua! La legna arrecaci e sii pronto,
se mi credi, che c'è nuovo lavoro.
Scuoti le spalle, o maligno? Se mostri
trascuratezza o mal voler nel fare
quel che ti ordinerò, tutto ti voglio
torcer con vecchi crampi, empirti l'ossa
di spasimi e ruggire in tal maniera
io ti farò, che all'urla tue le belve
tremeranno!
CALIBANO.
Ti prego, no, ti prego!
A parte.
Debbo obbedire e sì potente è l'arte
sua che saprebbe Setebos, il dio
di mia madre, far servo.
PROSPERO.
Orsù, via schiavo!
Exit CALIBANO.
Rientra ARIELE invisibile, suonando
e cantando. FERDINANDO lo segue.
ARIELE
cantando.
-Su queste sabbie gialle
prendetevi per mano
dopo la riverenza
farete il baciamano.
Poi con piede leggero
--taccion l'onde ribelli--
danzate, e dolci spiriti
cantano i ritornelli.
Ascoltate! ascoltate!-
Si ode abbaiare dal di dentro.
-abbaiano i cani di guardia!-
Si ode di nuovo abbaiare.
-Ascoltate! ascoltate: si udì
lanciar Cantachiaro
il prosuntuoso suo chicchirichì!-
FERDINANDO.
Dove saranno questi canti? In cielo
o sulla terra? Io più non gli odo e pure
vigileran su qualche Dio di questa
isola. Ch'io mi segga anche una volta
e pianga anche una volta il naufragato
mio padre. Sopra l'onde furiose
mi colpì questa musica addolcendo
l'impeto loro e insieme il mio dolore
con sua dolcezza. Allora io l'ho seguita
o meglio quella mi condusse qui.
Ora è cessata. No, di nuovo ancora
ricomincia.
ARIELE
cantando.
-A ben cinque braccia nel mare
tuo padre si giace sepolto:
coralli son l'ossa,
son gli occhi due perle nel volto.
Ma niente di lui sarà vano
che per un incanto del mare
dovrà trasformarsi in qualcosa
di ricco e di strano.-
-O ninfe del mare intonate
per lui, d'ora in ora il lamento.-
Si ode suono di campane.
-Din-don le campane--le sento
Din-don le campane!-
Di nuovo il suono di campane.
FERDINANDO.
Quel canto di mio padre
annegato racconta. Non è cosa
mortale e non è suono che alla terra
appartenga. Or lo sento sopra me!
PROSPERO
a Miranda.
Le infrangiate cortine dei tuoi occhi
solleva e dimmi quel che vedi.
MIRANDA.
È mai
uno spirito? Come egli si guarda
tutto intorno! Credete a me, signore,
nobile forma egli ha, ma senza dubbio
è uno spirito.
PROSPERO
No, bambina, ei dorme
e mangia ad ha li stessi sensi tutti
che abbiamo noi; li stessi. Quel galante
che vedi là fuor del naufragio, quando
non fosse dal dolor battuto--il duolo
della bellezza è il cancro--tu potresti
bel giovine chiamarlo. I suoi compagni
ha perduto e qua e là tenta cercarli.
MIRANDA.
Posso chiamarlo un essere divino,
che mai di naturale ho visto tanto
nobile!
PROSPERO
da sè.
S'incamminano le cose
come l'animo mio sperava. O Spirito,
lieve Spirito! in meno di due giorni,
per questo fatto, libero sarai.
FERDINANDO.
Certo, quella è la dea che questo canto
accompagnava. I miei voti ascoltate:
posso sapere se abitate questa
isola? E mi potete dar consiglio
del come debba quivi comportarmi?
Ma la prima dimanda è questa ch'io
v'indirizzo per ultima: O portento,
siete fanciulla o no?
MIRANDA.
Non un portento,
signore, ma fanciulla certo.
FERDINANDO.
Il mio
stesso linguaggio! O cielo! E pur sarei
primo fra quelli che un linguaggio tale
parlano, se ancor fossi nel paese
dove si parla.
PROSPERO.
Come il primo? E cosa
diverresti mai tu se ti sentisse
parlare il Re di Napoli?
FERDINANDO.
Lo stesso
di quel ch'io sono, pien di meraviglia
nell'udirti di Napoli parlare.
Egli mi udiva ed è per questo ch'io
piangevo. Il Re di Napoli son io
oramai, che ho veduto con questi occhi
--d'onde non più cessò l'alta marea
delle lacrime--il padre naufragare.
MIRANDA.
Ahimè che pena!
FERDINANDO.
Sì, sulla mia fede!
E insiem con lui tutta la Corte e il Duca
di Milano col suo nobile figlio.
PROSPERO
a parte.
Il Duca di Milano con la sua
più nobile figliuola ti potrebbe
smentir, se lo credesse. A prima vista
si son scambiati i loro sguardi. O dolce
Ariel, sarai libero per questo!
A Ferdinando.
Signore, una parola, con i vostri
discorsi io temo non vi siate fatto
qualche danno. Ascoltate: una parola.
MIRANDA
da sè.
Perchè mio padre sì scortesemente
gli parla? È questo il terzo essere umano
ch'io vidi mai, ma il primo per il quale
io mi sospiri. La pietà sospinga
mio padre dalla mia parte.
FERDINANDO.
Se siete
vergine ancora e il vostro cor non sia
impegnato, di Napoli regina
io vi farò!
PROSPERO.
Piano, signore, ancora
una parola!
A parte.
Entrambi sono presi
da uno stesso potere, ma bisogna
questi rapidi eventi ritardare
perchè una troppo facile vittoria
non renda il premio troppo lieve.
A Ferdinando.
Ancora
una parola: ascoltami, t'impongo
di seguirmi. Tu, certo, usurpi un nome
che non è il tuo: come una spia venisti
in quest'isola e tenti d'usurparla
a me che sono il suo sovrano.
FERDINANDO.
No!
come è vero ch'io sono un uomo!
MIRANDA.
Nulla
di male può abitare un simil tempio.
Se dimora sì bella avrà il cattivo
spirito, i buoni spirti cercheranno
di abitarla con lui.
PROSPERO.
Seguimi!
A Miranda.
Smetti
di chieder grazia! È un traditore.
A Ferdinando.
Vieni!
Il collo ai piedi t'incatenerò,
l'acqua del mar sarà la tua bevanda,
conchiglie d'acqua dolce avrai per cibo
e disseccate radiche ed i gusci
delle ghiande. Su, vieni!
FERDINANDO.
No! Che prima
di subir tale trattamento voglio
aspettare un nemico più possente.
Sfodera la spada e resta immobile per incanto.
MIRANDA.
O caro padre nol tentar con prova
troppo imprudente: è nobile e non è
timido!
PROSPERO.
Cosa? Il mio piede diventa
mio maestro?
A Ferdinando.
Rinfodera la spada,
traditore che tenti di colpire
ma che non osi, tanto la certezza
di tua colpa ti aggrava. Smetti dunque
di stare in guardia! Con la mia bacchetta
io posso disarmarti e far cadere
la tua spada.
MIRANDA.
Vi supplico, o mio padre!
PROSPERO.
Via di qua, non appenderti alle mie
vesti.
MIRANDA.
Pietà, signore, io sarò il suo
ostaggio!
PROSPERO.
Basta! Ancora una parola
e mi cruccerò teco, per non dire
che ti odierò. Per simile impostore
guarda quale avvocato! Zitta! Credi
forse che non ci sieno altre figure
come questa, perchè non ne vedesti
all'infuori di Calibàno e della
sua? Folle bimba, al paragone d'altri
uomini, Calibàno egli è; son tutti
angeli al suo confronto.
MIRANDA.
Umili molto
son dunque i sentimenti miei: non cerco
di vederne migliori.
PROSPERO.
Or dunque, andiamo.
Obbedisci! I tuoi nervi son di nuovo
in infanzia e non hanno più vigore.
FERDINANDO.
Ed infatti è così! Tutti i pensieri
come in un sogno son paralizzati.
La morte di mio padre, la stanchezza
ch'io sento, e quella perdita di tutti
gli amici miei, per fino le minacce
di quest'uomo a cui sono sottomesso,
saranno lievi cose a me se dalla
mia prigione potrò solo una volta
al giorno, contemplar questa fanciulla.
La libertà tenga ogni più riposto
angolo della terra: in tal prigione
avrò spazio bastante.
PROSPERO.
da sè.
Bene!
A Ferdinando.
Andiamo!
Da sè.
Buon Ariele, ben oprasti!
A Ferdinando.
Andiamo!
Ad Ariele.
Ascolta quel che devi fare.
MIRANDA.
Abbiate
coraggio: assai migliore è il padre mio
di quel che il suo parlar non lo dimostri.
Quello che ha fatto è fuor del suo costume.
PROSPERO
ad Ariele.
Tu libero sarai siccome il vento
delle montagne, ma il comando mio
in ogni punto devi esattamente
adempiere!
ARIELE.
Alla lettera!
PROSPERO
A Miranda.
Su, via
seguimi e non parlarmi in suo favore.
ATTO SECONDO.
SCENA PRIMA.
Un'altra parte dell'isola.
Entrano ALONZO, SEBASTIANO, ANTONIO, GONZALO,
FRANCESCO, ADRIANO, ARIELE.
GONZALO.
Ve ne prego, o signor, siate contento:
per voi come per noi c'è ben ragione
d'essere lieti: poi che di gran lunga
la salvezza ogni perdita sorpassa.
È comune il dolor nostro: ogni giorno
la moglie di un marino, l'armatore
di un mercantile ed il mercante stesso
hanno un egual dolore. In quanto al nostro
miracolo--che tale è l'esser salvi,--
fra milïoni d'uomini ben pochi
posson parlare come noi. Ponete
dunque sulla bilancia, o mio buon sire,
la tristezza e il piacere.
ALONZO.
In grazia: basta!
SEBASTIANO.
Riceve le consolazioni come una minestra fredda.
ANTONIO.
Il consolatore non lo lascerà per così poco.
SEBASTIANO.
Guardatelo: sta caricando l'orologio della sua intelligenza.
Fra poco, suonerà.
GONZALO.
Sire....
SEBASTIANO.
E una: parla.
GONZALO.
Quando ogni afflizion che si presenta
in tal maniera, al suo ospite apporta....
SEBASTIANO.
Un dollaro.
GONZALO.
Un dolore: è giusto. Avete parlato meglio di quel che non
credevate.
SEBASTIANO.
E voi lo avete interpretato meglio di quello che non mi
fossi proposto.
GONZALO.
Ed è perciò, signore mio....
SEBASTIANO.
Uff! Come è prodigo della sua lingua!
ALONZO.
Ti prego,
risparmiami.
GONZALO.
Ho finito. Ma pertanto....
SEBASTIANO.
Continuerà a parlare.
ANTONIO.
Scommettiamo: chi gracchierà prima, lui o Adriano?
SEBASTIANO.
Sarà il vecchio gallo.
ANTONIO.
Sarà il galletto.
SEBASTIANO.
Accettato. E la posta?
ANTONIO.
Una risata.
SEBASTIANO.
Tengo.
ADRIANO.
Se bene quest'isola sembri deserta....
SEBASTIANO.
Ah! ah! ah! ah! -- Eccovi pagato.
ADRIANO.
.... inabitabile e quasi inaccessibile....
SEBASTIANO.
Pure....
ADRIANO.
.... pure....
ANTONIO.
Non poteva tralasciarlo.
ADRIANO.
.... pure sembra che debba essere di clima leggero, sottile
e di delicata temperanza.
ANTONIO.
Temperanza era infatti una delicata donzella.
SEBASTIANO.
Già: e sottile anche, come l'ha saggiamente annunciato.
ADRIANO.
L'aria alita sopra di noi molto dolcemente.
SEBASTIANO.
Come se avesse polmoni e--per di più--marci.
ANTONIO.
O come se fosse profumata da una palude.
GONZALO.
Qui c'è ogni cosa giovevole alla vita.
ANTONIO.
Giusto: salvo però la maniera di vivere.
SEBASTIANO.
Di questa ce n'è poco o punto.
GONZALO.
Come l'erba apparisce folta e rigogliosa! E come è verde!
ANTONIO.
Il suolo però è gialliccio.
SEBASTIANO.
Con una punta di verde.
ANTONIO.
Non si è sbagliato di molto.
SEBASTIANO.
No: non fa che sbagliare intieramente la verità.
GONZALO.
Ma la rarità di tutto ciò, che è quasi oltre ogni
credere....
SEBASTIANO.
Come tante altre notorie rarità....
GONZALO.
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